GUIDA TURISTICA ALLA CITTÀ DI C. Albino Crovetto

RETE NERA

(Non esiste umiliazione peggiore di quella inflitta dal denaro)

SECONDA PARTE

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Per chi apprezza il volo dei gabbiani e vede figure dentro la ruggine di un tombino, fingere interesse per un personaggio famoso, una statua o un episodio storico, sempre gli stessi, è un tormento. Guido un gruppo di turisti che ho appena raccolto sotto i portici di Piazza ***.

Come una specie di Caronte li raduno, faccio l’appello, li conto, poi spiego il programma. Ho due ore per farli girare. Indico e parlo, a volte con l’aiuto del microfono da cui esce una voce che riconosco a stento. Gracchio come un vecchio transistor, strido.

Il mio gruppo sarà liberato nell’ora di pranzo e recuperato verso le 3, poi smistato verso il mezzo che li ha trasportati dove farò un nuovo appello, perché non è raro che qualcuno si perda e ritardi.

Questo è il pacchetto N. 1: si parte da Piazza ***, si gira intorno a Palazzo ***, si entra nel cortile maggiore del palazzo, si imbuca Via ***, si arriva in Piazza ***, si visita la Cattedrale di ***, si prosegue per Via ***, si devia verso Palazzo S. ***, e il giro si conclude in Piazza ***.

Guardo il gruppo che mi aspetta sotto i portici di Piazza *** e mi avvicino. Loro sorridono, spesso ridono, ridono molto e non capisco quasi mai perché. Faccio del mio meglio per essere professionale: affabile, gentile, paziente… fingo anche interesse per l’uno o per l’altro, ascolto qualche domanda, cerco di ricordarmi qualche faccia, un vestito, un paio di scarpe o un’andatura strana. Il gruppo non si dispone mai in colonna, mi segue come un cerchio in movimento e a turno qualcuno spezza il cerchio, guadagna qualche metro su di me o sugli altri, come fosse una specie di gara. Se il gruppo si sparpaglia li richiamo, grido nel microfono con sgradevoli effetti di rimbombo.

La voce rimbalza di facciata in facciata, viaggia per centinaia di metri e poi si spegne, ma non si sa mai né quando né dove.

Ho regolato male il piccolo amplificatore che adesso esplode in una tremenda cacofonia: sparpaglia i piccioni e paralizza i miei turisti per un attimo. Poi ridono, ridono molto, tossiscono e mi seguono.

*

Non vorrei portarli in Piazza ***, l’ho vista migliaia di volte e ne ho parlato tanto da farmi venire la nausea. Allora, qualche volta, invento, sposto una data, inserisco un oggetto, un colore, indico uno spazio che non esiste più come se esistesse ancora. Lo faccio in fretta, fra una notizia e l’altra, so che non se ne accorgono i poveri turisti troppo presi, ma da che cosa? Di sicuro pensano a quello che mangeranno, poco a quello che vedono, molto alle cartoline, ai ciondoli, alla paccottiglia di cui riempiono gli zaini, afferrano qualche parola, una data, un nome, guardano una grande vasca, un colonnato, guardano il mio dito, non quello che indica. E ridono, ridono molto. Uno mi chiede quando andremo a vedere i pesci. Ma non andremo a vedere i pesci, perché il pacchetto N. 1, il loro, non li comprende. Così consiglio di comprare le cartoline con i pesci che non vedranno, con una sfera di plastica sporca che non vedranno, col tramonto sul porto che non vedranno.

*

Qualche volta, per non pensare al giro che ho fatto mille volte, per non guardare le chiese e le piazze viste mille volte, guardo i miei turisti, e mi chiedo che cosa stanno guardando, a cosa pensano, che cosa provano quando il vento sposta le vernici spray, le narici pizzicano e la pelle prude come quando si entra in una carrozzeria e la gola diventa acida respirando smalti e solventi. O quando l’aria trasporta il grasso del kebab, la famosa trottola di carne, e ristagna odore di bollito. Oppure si saranno accorti, mi chiedo, delle saracinesche sotto i portici, quattro, alte ben più di tre metri, con la cornice di marmo, una mezza luna a vetri, imponenti, chiuse da anni, corrose e sbriciolate dalla ruggine?

Siamo di fonte alla chiesa di S. ***, ingabbiata da ponteggi che formano una seconda facciata, uno scheletro lieve e profondo, nuovi piani orizzontali e verticali, nuove graticole.

I leoni non si possono più cavalcare ma qualche bambino si è infilato fra i tubi, ha raggiunto la groppa, chiama qualcuno perché lo fotografi, e il rodeo inizia.

*

I miei turisti non mi sentono. Non mi sentono perché sono tutti seduti a pochi metri da getti d’acqua, quei sifoni chiassosi disposti a decine intorno alla vasca di Piazza C.

*

Sono pennacchi liquidi, spruzzi le cui gocce volano a decine di metri quando il vento soffia; e quando soffia tramontana le gocce sono gelide.

“Guardate, grido nel microfono, la statua equestre davanti al Teatro ***, l’angelo col braccio spezzato, la griglia accanto alla Chiesa del ***a cui sono appese bambole e immagini, come in un rito voodoo, ascoltate la lettura del fine dicitore, sempre uguale, che i versi siano di *** o di ***, il lamento del mendicante, lo scroscio dei sifoni che vi assorda.”

Uno dei miei turisti si fotografa da ogni angolazione, ha le scarpe blu cobalto, uno zaino floscio, un sorriso idiota. Non ha sentito niente.

Passa un uomo calvo simile a una lumaca senza guscio, ingobbito.

*

Possiamo guidarli alzando un’asta con la bandierina o un fiocco, un ombrello, una racchetta numerata. Per raccoglierli, basta un fischio, un gesto perentorio dell’asta e il corteo che stava per sbandare si ricompone subito.

Adesso siamo in Piazza ***. Quella è la chiesa di S. P. in *** che fu quasi distrutta dall’aviazione alleata, come la Loggia di ***. Una foto presa dall’alto mostra il suo stato subito dopo i bombardamenti: macerie, fumo, travi annerite, pietre, e vetri esplosi. Come una specie di perno monco, tuttavia ancora dignitosa, quasi al centro, la statua del Conte di *** s’innalza sui detriti.

*

Ogni tanto incontro altre guide, certe le conosco, altre no. Sono molte, e di anno in anno il numero aumenta. Facciamo tutte gli stessi giri, diciamo le stesse cose, facciamo il compito per le agenzie così come lo impongono i diversi pacchetti. Siamo tutti professionisti, professionali, educati, attenti, rispettosi, tolleranti, tutti – a denti stretti. A denti stretti teniamo in gola, tutti, quello che vorremmo dire, quello che pensiamo su turismo e turisti, sulla città, sui padroni della città per i quali non siamo in pochi a lavorare. Ad esempio vorremmo dire che la bolla di plastica è sconcia, fa urlare uccelli tropicali, e che sbatti sempre il mostro in prima pagina su cartelloni giganteschi è disgustoso, come le sequenze di gabbie di vetro, sedie e tavolini neri, tutti uguali, come le panchine disposte a corridoio, l’orizzonte a ponente senza aria e senza luce, le innumerevoli ringhiere, cancellate, transenne, sbarramenti, delimitazioni, reti, divieti, restrizioni. E che spesso l’aria del porto puzza di smog. Il porto antico… e le sue statue o steli, una dedicata a ***, l’altra a ***, una sotto vetro, una scomparsa. Come le panchine della darsena: schiodate, spostate, usate come dormitorio o circolo, panchine circolari disposte a cerchio, appropriazione di uno spazio pubblico non difeso, e alla fine rimosso.

*

Il gruppo che raccoglierò fra pochi minuti, fa parte del Pacchetto N. 2 che è

quasi uguale al Pacchetto N. 1 ma concede, a pagamento, un’ora in più. Il giro è quello del Pacchetto N. 1, l’ora in più sarà dedicata agli acquisti: lascerò che il gruppo si sguinzagli e si soddisfi comprando le stesse cose che troverebbe in decine e decine di altre città del mondo. Ma comprarle qui deve avere un altro gusto, un sapore di qualcosa che mi sfugge. Forse traggono calma, sicurezza, e si sentono parte di un grande gruppo sapendo di comprare quello che migliaia di altri turisti comprano in tutte le parti del mondo.

Oggi li porterò a vedere la pietra più scura del lastricato di Piazza ***, spiegherò perché è più scura, racconterò che sotto quelle pietre scorrono due torrenti, perché la Piazza ha il nome che ha, farò notare la chiusura di tutti i piani terra, la cancellazione delle finte architetture, la chiusura con vetrate della Loggia di ***, gli attuali banchi sproporzionati allo spazio, invadenti. L’effetto di uno spazio dilatato non esiste più. Ora la piazza è compressa, intasata di oggetti, carrelli, voci, ponteggi, sbocco di quattro strade principali e due stretti vicoli, è un piccolo bacino che riceve troppa acqua, l’ultima tacca di livello resta quasi sempre sommersa a conferma di una “vocazione” a straripare, riempire, tamponare, accumulare.

Sull’angolo fra Piazza *** e Via degli *** con un berretto di lana rossa calcato quasi sugli occhi, un uomo corpulento, seduto sopra uno sgabello piccolo, comprime e dilata la sua grande fisarmonica, rossa come il berretto. Suona un valzer ossessivo, si appoggia a una saracinesca chiusa da dieci anni, a un cartello stradale imbrattato di scritte, batte il tempo con una grande scarpa a punta sformata. Da venticinque anni suona in diverse zone della città. Suona anche il violino, amplificato come la sua fisarmonica che rilascia un suono remoto e stridulo, come un addio interminabile pronunciato da una voce roca.

Passa un carrello velocissimo, s’incrocia con altri mezzi, scansa i passanti, sfiora una donna accovacciata contro una saracinesca chiusa da un paio d’anni: la vedo tutti i giorni; dipinge acquarelli su cartoni recuperati, è sporca, a volte ubriaca, si raduna intorno qualche borsa e l’occorrente per dipingere. I soggetti sono banali, ma una specie di vortice, un marrone trasparente e insieme fangoso, una prospettiva insolita, riscattano il luogo comune. Posati sul selciato, sembrano assorbiti dalla pietra, eppure una luce li stacca, li solleva: è un chiarore oscuro, una tempesta sul mare, tempesta lontana.

*

Quella forma che vedete sott’acqua, posata sul fondo, è una mano o meglio un guanto giallo pieno d’acqua; l’acqua lo ha riempito e gli ha dato forma e stabilità. Poggia come una piccola statua ben sicura sopra la sua base.

Sotto il pontile c’è una specie di manubrio rosso legato a una corda, forse il manubrio di una bicicletta per bambini che ondeggia monotono, lento, fra alghe, spazzatura, piccoli, affollatissimi branchi di cefali.

Poco più avanti, in fondo a una breve scala che scende nell’acqua, c’è un anello a cui sono legate corde, catene. Vedrete spesso questi frammenti di ormeggi, lamiere smangiate, a volte barche capovolte da decenni ancora trattenute alla banchina da una corda.

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Ma adesso guardiamo lo spazio dove sorgeva il gigantesco cavallo di cartapesta. Era dietro queste sbarre, dentro questa chiesa senza tetto: era un pezzo di scenografia, ma nessuno ricorda di quale spettacolo. Al posto del cavallo oggi c’è un gruppo di ragazze che salta. Verso l’abside, vediamo un daino blu, di cartapesta, alto circa 8 metri. Una donna grida ordini, una lamiera stride, un uomo barbuto tende un cavo nero.

Qui sorgeva una coltivazione idroponica, una specie di serra dentro una piccola rimessa di metallo chiusa da vetri. Una solida gabbia blu, una specie di container.

Sotto i cornicioni vediamo l’affresco – quel che rimane dell’affresco – di un volto: né uomo, né donna; né giovane né vecchio. Resta un occhio truccato, femminile, una cravatta maschile, la bocca crollata nel suo stesso rosso.

Davanti al bastione, nel secolo ****, fu eretta una statua alta venti metri a imitazione di vari organismi allora viventi, soprattutto acquatici, con qualche innesto di creature di terra. Aveva una mano gigantesca, una base fatta con tubi di acciaio a imitazione dello scheletro di un pesce. Era cava, in certe parti molto profonda.

Ci spostiamo in Piazza ***, la parte più antica della città. Del complesso di San *** vedremo la scalinata, i calchi di organismi acquatici stampati sulle pietre, e noteremo il dislivello, vero salto nel vuoto, una volta collegato da un sistema di saliscendi o calapranzi. Il complesso ospitava attività educative, laboratori, giardini pensili, cavità-dormitorio, raccolte di voci e di gesti. Oggi è rimasto poco o niente. Il poco è quel gesto che vedete inciso nelle pietre, un gesto senza variazioni, forse braccia alzate, sempre lo stesso gesto, come lo stampo di un uomo che corre spaventato.

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L’ultimo crocefisso ha girato l’angolo sventagliando orpelli di filigrana; tre lo hanno preceduto, davanti al baldacchino che sorregge una Madonna; stanno risalendo Via S. ***, e sono prediche dentro un microfono pieno di interferenze, non diverso dal mio, e non diversa la solita litania, qui turistico-religiosa. I miei turisti scattano valanghe di fotografie, soprattutto autoscatti col crocefisso, il portatore, la Madonna; qualcuno manda un audiovisivo e innesta il vivavoce che replica il rumore della celebrazione come trasmesso da una radio potente e guasta.

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Devo osservare il mio gruppo che si è mischiato al corteo per non perderli di vista. Allungo il passo e affianco la processione e alzo e agito il mio ombrello bianco in cima al quale ho annodato un fiocco rosso sfarzoso. So dove sosterà la processione, è uno dei luoghi più consumati dalle visite, dai percorsi turistici, dal passaggio, dallo scarico merci, il luogo dove l’aria – sabato e domenica – è benedetta dalle bombolette spray.

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La pittrice dei vertiginosi paesaggi era accovacciata, raggrinzita contro un portone. Pennelli e cartoni spariti. Sigaretta e tavernello. Di fronte ha una bancarella che vende vera pelle. Di fronte alla bancarella sta rannicchiata in un sudicio piumino, tossisce, guarda dietro gli occhiali, prende una scatola di colori, un pezzo di cartone e inizia a dipingere sempre il solito soggetto ma ogni volta più traballante e ondulato.

È grigia di pelle e di vestiti come il selciato.

Oggi non faccio la guida, non bercio dentro il microfono, osservo e compongo dentro di me e nessuno mi costringe a dire che cosa vedo, che cosa sento, che cosa non vorrei vedere e sentire; oggi non devo alzare la paletta, richiamare all’ordine, sforzarmi di sorridere, elencare date, nomi, episodi. Posso camminare da solo.

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I capelli di uno sembrano corde tessute da un ragno enorme. Sulle Marittime c’è ancora neve. Molte pietre semoventi, buchi, segnali verniciati, transenne. In Piazza *** hanno tolto l’orologio. C’è ombra, c’è quasi sempre ombra.

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Dipinge anche fiori. Oggi ho visto tre calle su fondo verde-grigio, unite come tre sorelle che si abbracciano nel giorno che precede le nozze, i gambi fluidi e densi.

In tutti gli acquarelli c’è un mare in tempesta, un cielo livido, una grande pozzanghera che avvolge anche i fiori.

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Dice sì chinando e alzando la testa mille volte, sputa e non parla con le parole, è sempre accovacciata sui cartoni, sui colori; fuma e ringrazia per l’elemosina chinando la testa di lato. Sembra che ascolti. La gente passa. Un’auto, un carrello, un gruppo. Bagna il pennello dentro una bottiglia di plastica tagliata, lo asciuga in uno straccio, piega le alette di un cartone, confezione di chissà che cosa, e dipinge. Non ha un’aria febbrile, i gesti sono misurati, nessun atteggiamento è ostentato; in realtà non ha un atteggiamento, neppure l’aria di chi si raccoglie, pensa e dipinge.

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Oggi porto in giro venti turisti sorridenti: hanno il cappello arancione con visiera e una grembiulina blu di plastica. Li raccolgo in Piazza *** dove sono impegnati a fotografarsi, a filmarsi, a mandare i video in giro per il mondo: un altro giro. Grido nel microfono e alzo la bandierina. Esplode un hurrà. Non li ho mai visti. So da dove vengono, ho l’elenco dei nomi, parlo la loro lingua. Ridono. Mi seguono.

“Oggi visiteremo archi tamponati, strisce di cielo, conchiglie impastate nella pietra e onde di marmo. Indicherò dove cadde pugnalato il compositore ***, uno che vende fossili falsi, la straordinaria gabbia di ponteggi, il dedalo di stradine: vero habitat per Minotauri.

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Per anni ho cercato il Pavone. “Non devi cercarlo dentro palazzi o chiese, è fuori,” disse uno. Non è nei mosaici del giardino di Palazzo ***, e non è lo struzzo o il re Cigno. Forse è una piccola formella di un sovrapporta in Piazza ***, il portone di Palazzo *** sovrastato da statue gemelle, restaurato di recente, bianchissimo. Sotto un braccio monco sbuca una cornucopia. Una foglia è simile alla coda dispiegata di un pavone. Quell’ampio cortile sterrato, sporco, quella bestia di marmo consumata, stanno davanti alla chiesa dei ***, ben riverniciata, di un giallo caldo. Quattro vicoli sorvegliati da edicole votive, madonne e angeli sotto vetro, piccolissime teste sbriciolate, catenelle, trigrammi.

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Il Covid ha bloccato una nave da crociera al largo; nessun porto, per adesso, vuole ospitarla. Equipaggio e passeggeri: tutti contagiati. Si erano imbarcati sani. Così dice il bollettino. Mare calmo, niente vento, bonaccia, cielo terso, notti stellate. La nave- condominio galleggia nel buio come un albero di natale. Luminarie. Ogni passeggero è isolato in quarantena nella sua cabina, così riferisce il bollettino.

Ricorda la medievale Nave dei Folli. Ma non è esatto; è la Nave degli Imbecilli, quella del Pacchetto N. 3. Ma non arriveranno. Tutte le città portuali li tengono lontani. Così recita l’ultimo bollettino. Faranno la quarantena a bordo ma al largo. Un intero piccolo paese galleggiante e contagiato.

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La nave contagiata approderà nel porto della città di C., così informa l’ultimo bollettino. Passeggeri ed equipaggio staranno in quarantena al terminal traghetti, così dicono i giornali. Oggi è una bella giornata, identica a quella di ieri, mare piatto, cielo limpido.

Domani sarà come oggi, informa il meteo. Aria tiepida, temperatura superiore alla media stagionale. Il Pacchetto N. 3 isolato in quarantena, così riferisce la stampa locale. Nessun timore. Qualcuno, dopo attenta visita medica, è decollato per tornare a casa. Gli altri, secondo indiscrezioni, organizzano feste a bordo.

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Oggi mi sono licenziato. Adesso posso scrivere o stare zitto, non quando voglio, ma quando posso. Quando ci si sbarazza di un demone, ne arriva un altro, più forte, più tiranno.

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I turisti del Pacchetto N. 3 restano a bordo festeggiando. Sbarcheranno solo finita la quarantena. Saranno ben accolti dalla città di C. che ha una lunga tradizione di ospitalità, lazzaretti, quarantene, cimiteri monumentali, corone di alloro, statue, lapidi, targhe, commemorazioni funebri, epidemie, regole anti epidemie non rispettate in passato come oggi.

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Congedarsi. Senza inchini.

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Mi colpiscono lo scudo di marmo smerigliato, il capitello e il palazzo su cui sembra calato un colpo d’ascia.

Lo sfregio all’insegna religiosa, all’agnello di turno.

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Quanta aria impigliata nei ponteggi.

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Riescono a sedersi anche alla base dei ponteggi e in mezzo ai ponteggi e in numero rilevante formano sui gradini della chiesa di S. *** altri gradini di carne.

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In Piazza *** uno rimbalza da un piede all’altro restando sempre nello stesso punto, come una molla avvitata al selciato.

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Il sole fa brillare il collo di un piccione. Un collare viola, come una collana.

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Anni fa c’era Ulisse appostato in Via ***; sul corpo nudo aveva solo una coperta. Gran barba bianca, dietro a un palo, non molestava nessuno: guardava, stava fermo per ore, sorrideva sbucando dal suo sacco di lana.

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Città di fantasmi e scheletri, di figure lunghe, scarne e nere che tagliano l’aria con una veloce falcata, di donne avvolte in una veste da cui spuntano gli occhi, un manto nero; si fanno i dispetti, hanno orbite incavate e una pelle scura e insieme livida; dietro l’angolo, girati di schiena, rivolti a una grande loggia vuota e polverosa, con i vetri frantumati, due trattano con parole violente non si sa quale merce; è la città del fiume che trabocca e scardina i tombini e allaga sottopassi e cantine; secchi, scope e fango. Con l’occhio vitreo e sporgente, la pelle come bruciata, fissa un’altra, si fa le sue ragioni, la inchioda alla pietra, e uno allarga le braccia, ruota in cerchio come un aeroplano e sembra felice; è la città dei reperti, animali e umani, delle corone d’oro, foglie d’oro ricamate come un merletto, nastri di metallo dorato, e sotto un fosso, canale senz’acqua, sotto Palazzo S. ***, alti monconi di colonne, un dislivello improvviso, tre gradini ripidi, cemento e spazzatura e tre passeri hanno trovato briciole e uno prende il volo, si affila il becco sul braccio in ferro di una lampada, e la polizia importuna, sono in quattro, e c’è un cancello che non serve a nulla, un bell’oggetto in ferro battuto; nel vicolo stretto e sorvegliato da una statua oblunga incastrata nel muro, sacchi di spazzatura abbandonati, più avanti Palazzo De ***, atrio neoclassico, fontana, testa di leone, fiammate artificiali; con la faccia affilata, annusando l’aria aperta, come uscisse dopo mesi da uno scantinato, s’ingobbisce, sta fermo sulla soglia e poi scatta, fa una mossa come in cerca di una preda, offre un caffè, ride.

Adesso sentirete sonagli come il suono di piccole ossa appese a fili e spostate dal vento, poi esercizi al piano: scale, trilli, acciaccature. Qui, in questa piazzetta, Piazzetta ***, esercizi di canto e non lontano, l’enorme, sempiterna fisarmonica rossa che fiata, soffia, si dilata a ventaglio e si ritrae a fessura.

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Oggi la polvere di un cantiere si è depositata a ondate regolari, una risacca calibrata, un ventaglio di tracce quasi bianche a distanze prefissate – come un progetto. Sono semicerchi sempre più larghi, partono dai bordi di uno scavo, s’irradiano per decine di metri, finché l’ultima grande sventagliata deve fermarsi davanti alla facciata di Palazzo ***. La facciata di Palazzo *** è piena di angeli enormi scolpiti male: facce gonfie, prospettive incerte, corpi tozzi che sembrano incollati per un lembo di carne e sul punto di franare. Nella Via di ***, di fronte al portone chiodato, altissimo, di Palazzo ***, un rinomato negozio ha in vetrina animali di pelle: un ippopotamo, un cinghiale. Procedendo, vediamo qui a sinistra una macelleria con i vetri scuri, le luci basse, una specie di circolo per iniziati alla bistecca; dentro, uno strano silenzio intimorisce, come il portone di Palazzo *** che ha sporgenze di ferro che trafiggono l’aria.

In cima sbuchiamo in Piazza S. ***. Una sentinella, con la punta della baionetta, incide nel marmo un gioco intricato. Sopra una saracinesca potete vedere un fenicottero rosa dipinto accanto a un teschio, accanto a un tavolino, accanto a grumi di ruggine, accanto a un vetro sfondato.

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Tolta l’imbragatura, ponteggi e reti, ecco il Barchile restaurato. Sembra un marmo funebre, una lapide. Bianchissimo, non ha più venature né colori: quei gialli spenti e morbidi, un verde-grigio e un bianco caldo, opaco. Dopo mesi è riemerso sfacciato da un bagno di candeggina e stona con lo spazio intorno. Sembra marmo sintetico.

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Accarezzava il suo cane mentre su entrambi scendeva una specie di cipria grigia. Erano in fondo a Via del ***, via larga, tranquilla, fiancheggiata dalla Chiesa di S.***. Una specie di confine con Piazza ***, piazza frastornante.

Era seduto, era solo, di una solitudine definitiva.

Lo vedevo da una certa distanza, forse 30 metri, ma la distanza era alterata: tutto sembrava più profondo, largo e velato. E silenzioso. Come il suo cane. E neppure lui parlava. Dietro aveva un cancello, una porta di mattoni ad arco. Il cane era un levriero, forse, di un colore violetto smorto. Si muovevano poco. I due non erano in posa, e poteva sembrare. Però erano quasi bloccati, molto lenti. E distanti. Non più piccoli né più grandi: arretravano centimetro dopo centimetro, come su una pedana mobile. E c’era sempre quella nube bianca, quel viola del cane, opaco, che sembrava stendersi, come una pelle conciata, su tutto.

*

Un suggerimento ai turisti: non perdete Via dei ***, se avete lo stomaco forte. Prima di percorrerla, gustate l’ottimo pesto spalmato sulla focaccia che si vende all’angolo con Via San ***, sotto una delle edicole più belle della città. Dopo la degustazione ecco la degradazione, basta fare tre metri e vediamo una grande loggia “protetta” da vetri spessi. In un punto è stata presa a martellate. Sembra un enorme parabrezza spaccato ma che non è volato in schegge. Come un vetro antiproiettile. Contro gli assalti di pennarelli e spray non c’è nessuna protezione. L’interno della loggia è sporco, polveroso, abbandonato da anni.

Via dei *** è un orinatoio a cielo aperto con bottiglie di birra, selciato sconnesso, merda, gradini luridi. Oltre a quelle della loggia, molte altre vetrine, ma dentro non troverete nessuna esposizione. Sono vuote, senza saracinesca, da anni esibiscono il niente sporco. Anche il vecchio parrucchiere ha chiuso, e una cartoleria storica ha chiuso. Ma c’è una bagascia – quasi un’istituzione – con un nastro rosso fra i capelli neri, un’acconciatura che ricorda Minnie, scarpe lucidissime col tacco squadrato. È quasi sempre aperta. Staziona sull’angolo, come le vergini, ne ha una sopra la testa, quella senza statua, e al posto della madonna c’è un ritaglio a forma di aeroplano. Si appoggia a un muro annerito, accoglie i clienti nel palazzo di Vico *** dov’è nata Santa *** – così ricorda una targa posta accanto al magnifico portale.

Via dei *** si biforca: a sinistra sbuca in Via ***, a destra sale in Vico ***. Qui abbiamo una trattoria storica, La ***, e a fianco un punto di raccolta rifiuti. Il via vai dei mezzi per la raccolta dei rifiuti, la disinfezione del selciato, la consegna della spazzatura è molto frequente. Vico *** inizia stretto con ristagno di odori non del tutto piacevoli.

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Sui vetri frantumati della grande loggia possiamo leggere diverse scritte del primo ventennio del XXI secolo: La peste suina è l’uomo. Il virus è l’uomo. ACAB. Non vi sfugga un adesivo che raffigura un cinghiale, un cuscino rosso incastrato fra palo e muro, la cupa penombra, i rigagnoli scuri, una rosa di plastica impolverata, qualsiasi superficie a portata di pennarello e spray imbrattata. Un’intricatissima rete di scritte, simboli, figure, macchie, numeri.

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Dalle lettere di un viaggiatore francese del XX secolo:

Caro ***,

oggi sono arrivato nella città di C. Il porto sembra piccolo e insieme enorme. L’insenatura o golfo naturale dove sono sbarcato, è un incrocio vertiginoso di bacini, moli – alcuni enormi – gru, imbarcazioni – per lo più una simile all’altra – passerelle, chiatte, costruzioni di ogni genere formano una rete inestricabile dove anche le imbarcazioni stanno, per così dire, gomito a gomito. L’aria è limpida, tiepida al sole, fredda e umida dentro le viuzze o vicoli. La città, dopo qualche giro, sembra una copia del porto: convulsa di spazio – assenza di spazio – contratta, rumorosa.

Dal mare, lo spettacolo di un imponente agglomerato di edifici che precipita in acqua lascia senza fiato. Le case si arrampicano sui monti; sui crinali si arroccano paesi, fortificazioni, una lunga, sottile muraglia, santuari, chiese, strane torri – e dopo il cielo.

Il porto copre la costa, nel senso della lunghezza, per molti chilometri: verso levante e verso ponente il mare quasi non si vede.

Qui si cammina su belle pietre sconnesse, fra palazzi altissimi appoggiati uno sull’altro, avvitati uno dentro l’altro. La materia più diffusa è il marmo; sovrabbondante nei palazzi e nelle chiese. Poi l’ardesia. La città sembra talvolta una fotografia in bianco e nero: ci sono chiese e palazzi a strisce bianche e scure, colonne bianche affiancano colonne nere. Tuttavia non è una città grigia: trionfano i trompe l’oeil dai colori accesi. Le figure di palazzo San *** squillano la fanfara del giallo, per esempio. E gli interni sono una foresta di grottesche, sfondi blu cobalto, fiori, piante, animali dai colori saturi, come diapositive polarizzate e intorno – scale, colonne, balaustre, gradini, capitelli, pavimenti, statue – il marmo onnipresente, smagliante oppure opaco o policromo, come nei bellissimi intarsi della cattedrale.

Se verrai nella città di C. non mancare la visita alla cattedrale e osserva le cappelle laterali: soprattutto gli altari – non per i dipinti ma per i marmi.

Caro ***,

a palazzo *** ho potuto vedere un piccolo busto di Balzac, ben conservato, di autore ignoto, poggiato sulla lunghissima mensola dorata di uno specchio enorme con la cornice piena di stucchi, volute, putti dalle guance gonfie, tutta una decorazione tronfia, insopportabile. Il povero piccolo busto deve temere questo pesantissimo sfarzo; anche il vetro spesso, brunito in alcuni punti, sembra sfondare la cornice, per quanto poderosa sia, e scricchiolare. Il busto è pregevole ma come smarrito, già sconfitto dal rapporto di scala e peso.

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Avete a disposizione un’autentica città- mostro, The Big Freak, un grande luna park con la donna barbuta, il cane a due teste, i siamesi, l’uomo sigaro: è la città sognata da Tod Browning, ed è la città dove tutti e tutto sono rappresentati, mischiati, agglutinati: vestiti, lingue, etnie, cibo, festival, artisti e giocolieri, mendicanti, colori, unione dei colori, stati uniti del colore, la vera città multietnica, multistrato – dallo splendore alla miseria scendendo pochi piani, dallo sfarzo alla mendicità giusto dietro l’angolo. Qui vedrete il pit bull dalla testa gigantesca appostato davanti alla storica gelateria, la demente votata al cattolicesimo bofonchiare in via dei ***, la ragazza col pappagallo sulla spalla, gli animali fatti di cuoio – cinghiali, carlini, maiali – a 400 e 700 euro, foulard a 800 euro. Tutta la città vecchia è un baraccone. Una si porta a spasso 8 cani, ne incontra un’altra con due, e i cani si azzuffano e loro ridono tra una foresta di gambe e zampe, scarpe colorate, polpacci tatuati, capigliature viola o verdi, ascensori panoramici, sbarre enormi puntate verso il cielo.

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La ruota panoramica. La sfera biologica. L’alluce della statua. Il sandalo. Il piede di un camminatore. Un giorno un cane alzò la gamba sopra il sandalo… Le mura idrodinamiche. Una fila di palme oggi oscilla, i tronchi sottili sono scossi. Il vento forte stacca i cappelli e abbatte, i gabbiani sono superbi, eccitati. Il Mercurio giallo è screpolato, dalla cornucopia escono fogli di intonaco, l’aria ha il sapore del kebab e del fritto. Scende una squadra da via San *** sotto striscioni che schioccano.

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In via San ***, tutte le domeniche, per molti mesi, si è potuto vedere un ragazzo fare la spola da un bidone all’altro: frugava, rovesciava, raccoglieva i gratta e vinci usati, li guardava uno per uno, li smistava, li metteva da parte, poi li buttava e passava al bidone successivo. Faceva un percorso a zig zag fra i due lati della via, era come in trance, alto, pallido, biondo, molto giovane, instancabile nella ricerca del biglietto vincente gettato via per caso.

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Per anni il suk abusivo ha invaso il porto antico, forse qualcuno ricorda le corse, le fughe coi borsoni, enormi fagotti fatti coi lenzuoli con i quali era difficile correre e che cascavano a terra, il grande nodo si scioglieva spargendo mercanzie di ogni tipo: vestiti, scarpe, bigiotteria, chincaglieria, libri, tappeti, orologi, ogni tipo di oggetto, giacche, giubbotti, scarpe sottratte agli staccapanni presi d’assalto, rovesciati, dove s’infilavano a testa in giù e rischiavano di soffocare e da cui emergevano con autentici tesori per pezzenti. E questo è durato anni. Erano centinaia, un formicaio che si disperdeva inseguito dalla polizia, poi s’infilava all’interno, mentre qualche moto schiacciava per disprezzo la merce in attesa degli spazzini.

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Vendevano anche marchi falsi e li vendevano bene: borse, scarpe, portafogli… erano tollerati con qualche intervento della polizia che per un’ora li allontanava, non requisiva la merce, e la gente del suk si appostava e osservava a poche decine di metri e poi ritornava a stendere i lenzuoli su cui esponeva la merce con un bel senso della composizione.

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Poi si sono spostati verso Via S. *** sopra la metropolitana, in una strada non di passaggio, un largo corridoio senza uscita.

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Passa un furgoncino della spazzatura, sobbalza e spruzza un turista di acqua e disinfettante. Sulla coscia appare una chiazza di umido. Il turista storce il naso, fissa la chiazza, avvicina un dito con estrema cautela, sfiora i pantaloni, bofonchia qualcosa. Parla con altri turisti, un occhio incollato alla gamba e storce di nuovo il naso.

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La famiglia più potente della città di C., i ***, di cui vedete le magnifiche dimore, ebbe il suo rappresentate più famoso in ***.

Di recente, in una biblioteca di ***, è stato scoperto un documento singolare, straordinario, attribuito a ***, che riporta un sogno del grande navigatore. È redatto in una lingua mista di ligure e latino.

Il più potente dei ***, nell’anno ***, nel mese di ***, fece questo sogno: «Vedo una galea dentro una bottiglia. La galea è una riproduzione esatta della mia, completa di equipaggio: 350 uomini come miniature, e tutti in movimento frenetico alle vele o ai remi per affrontare un cambiamento improvviso di vento, nuvole scure e pesanti che minacciano tempesta. Sento il mare che si alza, urla e sbatte onde lunghe contro lo scafo. Adesso anch’io mi ritrovo a bordo, sono dentro il vetro, e vedo che la bottiglia ha una venatura piccola sul fondo. A un certo punto, uno dei gentiluomini entra nella mia carrozza e dice: Capitano, l’equipaggio m’informa che i viveri sono finiti da tre giorni e anche l’acqua scarseggia. Hanno aspettato a dirmelo perché temevano di importunarvi. Capitano, l’equipaggio vi ama e vi teme, voi lo sapete, sopporterebbe qualsiasi cosa per voi. Ma rosicchiano il legno di nascosto, succhiano il cordame e masticano la tela. Sospetto che il cibo manchi da molto più di tre giorni. Poi sento un rumore come un corpo caduto in mare.

Mi ritrovo sdraiato nel mio letto, circondato dal capitano delle fanterie, dai gentiluomini e dall’alfiere: tutti silenziosi e raccolti; chino sul mio volto, il cerusico- barbiere mi scruta e scuote la testa. Mi sento invecchiare in fretta: le membra fiacche, la pelle appassita, gli occhi umidi ma senza pianto. Ora il cerusico mi volta le spalle e la sua schiena sembra lo scafo di una nave nemica da cui spuntano cannoni orientati verso il mio letto. Dentro la mia armatura, penso, il mio corpo invecchia più in fretta. Perché mi hanno lasciato l’armatura? Questo involucro mi trascinerà sul fondo, non sarà più una protezione ma la causa della mia morte e il custode effimero del mio cadavere fino alla ruggine, ai buchi, allo sfascio. Temo una congiura e non posso parlarne, l’acqua ha raggiunto l’ultima tacca di livello incisa nel legno del mio letto e la parte viva è quasi sommersa. Fra poco le onde copriranno il ponte, l’acqua inzupperà le lenzuola, entrerà nella mia armatura. Sento l’equipaggio masticare il legno della porta, le nuvole sono sempre più scure, il mare sovrasta la murata; i cannoni nascosti dentro la schiena del cerusico hanno già sparato, e la mia cabina è piena di fumo, urli e schegge. “Avete vissuto molto a lungo – sento dire – siete carico di onori, di enormi ricchezze; avete fatto la Storia. Non avete più nemici. Perché resistete ancora? Abbandonatevi all’acqua”.

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Il portone ruota sui cardini: ha un rumore che ho sentito così tante volte da poterlo imitare con una certa verosimiglianza. La vernice verde si stacca, l’umidità incurva il legno, mangia e sbriciola il telaio di ardesia. Le scale sono irregolari, strette, un gradino diverso dall’altro per altezza e lunghezza, con diverse pendenze da ballatoio a ballatoio. Sono sbreccati, i gradini. L’intonaco cade a pezzi o sfarina. La ringhiera di legno è talmente attaccata alla parete che non si riesce ad appoggiare la mano e così si sfrega il muro, si striscia, portando via macchie di bianco. Oggi davanti al portoncino c’era un gruppo di turisti pigiati fra un muro e l’altro: guardavano l’edicola votiva sopra il portoncino, un’edicola col santo dei maiali in ceramica, una povera edicola grezza decorata da un fiore finto. Sembravano ammirati.

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Una sera, in Via S. ***, organizzarono le corse dei cani. In quel periodo abitavo lì, sopra Via S***, fra Piazza *** e Via S.***, non lontano da Via dei ***.

Quella sera, sotto il mio palazzo, sentivo abbaiare più del solito ma in un modo diverso: i cani sembravano molto eccitati, eccitati e trattenuti; ma non capivo da che cosa. Dal fondo del forte brusio di tutte le sere si staccava qualche voce: “Fra poco… non ancora… metti il tuo sulla linea… tienilo per la coda e lascia che si tenda come una corda…” I latrati raddoppiavano. Non vedevo ma sentivo. Da quel lato non avevo finestre. “Darò il segnale con un colpo di gong,” disse un’altra voce.

E il gong diede il segnale e i cani partirono. Quanti potevano essere? Dal furioso abbaiare e dalla risonanza tipica dei vicoli, sembrava il serraglio di un canile scappato tutto insieme, sguinzagliato, affamato, come andasse a caccia. La gara era accompagnata dal suono dei tamburi, tipico di tutte le sere fino a notte fonda. Sentivo ridere e urlare. C’erano state scommesse e qualcuno doveva incassare le puntate perché un’altra voce diceva: “Dateli a me, li raccolgo io.”

Non durò a lungo. Una mezz’ora. Dopo cominciò a piovere e ci fu silenzio, ma non per molto. Rifugiati sotto i portoni o sulla porta dei locali, ululavano e guaivano, ma non erano i cani. Gli ululati si trasmettevano da un portone all’altro, da un punto all’altro, con domande e risposte, come un responsorio fra lupi, ma sembrava organizzato, era un codice, segnalava qualcosa. Sul fondo, verso l’alto, i tamburi continuavano, sembrava una processione diretta verso i monti.

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Sentite questo boato sordo, continuo, questo clamore soffocato, questo vociare che non ha punti di fuga e s’impiglia e rimbalza contro i palazzi e i ponteggi e gli altissimi portoni e rimbomba come se fossimo dentro un labirinto di caverne: l’orecchio di Dionigi diventato città.

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Bisogna demolire un mito, un’immagine che non corrisponde al vero. Nella città di C. il verde c’è, basta cercarlo in mezzo alle auto, fra un magazzino e l’altro, fra un cubo di vetro e di metallo e l’altro o dentro un cubo di metallo. Guardate quel posteggio, coperto da una cupola di platani, o le piante aromatiche dentro una gabbia di vetro e metallo. E tutti quei denti di leone? E i capperi? E le graziose composizioni di petali a forma di cuore, un po’ marce, a volte composizioni con le carote, offerta e putrefazione, Flora, cornucopie, abbondanza?

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Qui, alla fine di Via di ***, entriamo sotto un arco la cui volta è quasi nera, sbucciata, come la pelle della pietra quando è aggredita a lungo dalla fiamma. Al centro della volta una lampada dal vetro opaco, accesa anche di giorno, sporca.

Ora siamo in Piazza delle ***, una chiesa gialla e un accenno di quiete, rampicanti intrecciati a lunghe sbarre, piante grasse, girandole colorate e un cane coi testicoli grandi quanto la testa, a pelo corto e grigio, si è sdraiato al sole; a destra vediamo una via larga, scura, con linee convergenti come un cuneo piantato dentro un’altra strada, Via del ***, dove il colore dominante è il rosa, il rosa del grasso e il rosso della carne e poi il nero, il nero delle facce e dei corpi – l’ombra cupa spegne tutti i colori della frutta. Quel palazzo laggiù, nella mansarda, diventò una piccionaia: vista magnifica sul porto, centinaia di ali, migliaia di escrementi accumulati. Quel locale serve una magnifica specialità messicana – accanto vediamo una serie di portoncini, i famosi bassi, e rami di alloro infilati nei tombini. Un po’ più avanti, nel 1***, un corpo già a terra fu imbottito di calci, tanti che lo si pensava morto. Invece il corpo si alzò, era agile, corse via, imboccò l’arco sotto il quale siamo appena passati. Era una scia nera, velocissima, sparì in un batter d’occhio.

Qui, dietro quel portoncino azzurro, s’indovinava il futuro, si leggeva la mano, si facevano le carte, si guardava il mutamento dentro le viscere dei piccioni. A quell’incrocio, oggi con semaforo, la notte era animata da colpi di tosse cronica, richiami rauchi, lamentele interminabili di clienti insoddisfatti.

Di giorno le case si riempivano di smog: uno strato di fuliggine ricopriva le mensole, gli scaffali, risaliva al soffitto, anneriva affreschi, stucchi, dorature.

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In pochi metri il passaggio a un caldo eccessivo richiede accorgimenti, preparazione.

Si arriva dopo ore di vagabondaggi all’ombra fra pietre umide e l’abbigliamento è poco adatto al sole delle 14.30, sole a cui si sottraggono anche i piccioni che frullano tra mensole e imposte, dentro edicole vuote, negli innumerevoli buchi, spaccature, archi dove fuggire la calura. Spuntano solo le teste, a volte, a volte stanno in bilico, compressi sopra una sporgenza quasi invisibile, grigia come loro. Lì dove adesso c’è un negozio di *** sorgeva una birreria famosa. Erano i primi anni del ***, e un ingegnere svizzero, geniale imprenditore, a cui rubavano i brevetti, aveva inventato un modo per pastorizzare la birra e tenerla ghiacciata. La sete gli aveva fatto nascere l’idea, la voglia di una birra fredda d’estate. Il successo del locale della città di C. non fu un fenomeno isolato: il geniale imprenditore aprì lo stesso tipo di locale in quasi tutte le grandi città italiane; dopo partì per Londra lasciando lo sfruttamento dell’idea e i considerevoli guadagni ad altri. Morì povero. Se oggi potete bere una buona birra ghiacciata lo dovete a lui, ricordatelo, alzate il boccale, e brindate al suo nome!

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V’incanta e vi sorprende quella nicchia azzurra con la piccola lanterna storta, qui, in un vicolo che ha un nome aromatico, fragrante, dove il mattone, con una lunga e larga striscia, sostituisce la pietra? Vi attira quel vuoto, col fondo blu cielo, il falso capitello di plastica, o il vicolo chiuso dove ronzano i cassoni e sgocciola la condensa? Siamo a pochi metri dal rumore scomparso dell’acqua, non del mare. Siamo a pochi metri da una piazza rumorosa, trafficata, eppure qui, in questo angolo, sotto questa edicola priva di statua, è come essere nascosti, protetti. Il rumore diventa sommesso, come l’acqua sotterranea su cui camminiamo.

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Con i vostri navigatori elettronici, perché chiedere una guida, indicazioni, dov’è questa piazza, o quella strada, quell’incrocio, quella svolta, quei truogoli, quella scalinata, il porto, la salita delle ***, la famosa barberia? Sinistra, destra, avanti ancora per 15 metri, girate su voi stessi, tornate all’altezza di Via ***, svoltate in Piazzetta ***, proseguite in cerchio, scandisce la voce elettronica. Fissate la mappa, guardatevi intorno, non chiedete a nessuno, fate da soli, ascoltate la guida elettronica, seguite i consigli, fermatevi dove vi dirà che dovete fermarvi, ascoltate quel che vi dirà dovete ascoltare, guardate il palazzo che dovete guardare, girate intorno alla statua di ***, annusate l’odore di zolfo, guardatevi la mano, fate squillare il telefono, tirate la campana della giostra, suonate i tamburi, mangiate focaccia, farinata, fritto, torte, focaccia col pesto.

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I cormorani sono andati via, sono arrivate le rondini; i pappagalli non scendono mai al porto, il gallo segnavento è immobile sulla torretta del castello ***. Le statue hanno le natiche flosce, i piedi deformi, le serre sprofondano, il rio ***, che sfocia alla darsena, ha sottratto terra. È il tempo di raccogliere le fave, l’aglio rosso, gli asparagi selvatici, è il tempo di arrivare al cancello prima che chiuda. Grifoni. Scudi. Foglie di ferro battuto arrugginite, imitazioni, marciapiedi affollati, tovaglie bianchissime sotto luride arcate.

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Entrando nella chiesa della ***, appena inizia la navata sinistra, c’è una lapide in marmo dov’è inciso con discrezione un fiore dai petali ampi e ondulati, forse una rosa. Qui, camminare accanto a chi è spento da secoli, è un gesto gentile, lieve. Non c’è niente di monumentale, sfacciato, chiassoso: il morto non opprime il vivo e viceversa.

Dentro la stessa chiesa, in fondo alla navata destra, un crocefisso del secolo **** in legno scolpito e dipinto, aguzzo e sinuoso, scuro nel volto e nel corpo – lunghe le dita dei piedi e delle mani. Crocefisso non è esatto. Il corpo è inchiodato a un palo a T com’era abituale a quei tempi. Il torso inarcato ricorda una piccola botte.

Un piccolo santo in volo, inciso nel legno, il corpo perfettamente orizzontale, trasporta sulla schiena la croce e la trattiene con la sinistra, mentre la destra sostiene per il nodo una sacca sospesa nell’aria. Il santo è girato verso di voi, ha il volto lieto.

Tutti gli altari sono accesi da marmi policromi: intarsi, balaustre, riquadri, marmi verdi con venature fittissime come ragnatele, simboli in marmo giallo, rosso, un artigianato ben superiore a tutte le enormi tele: banali, manierate, cupe.

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Osservate bene quella giovane coppia che indossa un completo identico a un pigiama, stirato perfettamente, lucidissimo, giacca a doppio petto, capelli impomatati, scarpe-pantofole di un blu acceso, andatura dinoccolata. Poi ecco un mussulmano con veste sintetica e scarpe Adidas: sfila sullo sfondo del ferro dipinto, dei piloni e delle palme. Appostato all’angolo di Via S. *** un enorme fagotto di stracci querulo tende la mano e fa gli auguri, poi due ciotole piazzate sulla strada davanti a una lavanderia; ci sono anche il cane e il padrone, un ragazzetto che bivacca con zaini, le due ciotole dette, e scarpe rosa-oro da ginnastica. Da solo – e col cane – forma un piccolo accampamento. Qui conviene accelerare. E sbuchiamo come palline da flipper in piazza *** dove il Barchile, candeggiato dal recente restauro, svetta e attorciglia la coda fra le natiche, vasca e rubinetti sempre senz’acqua.

Il lastricato puzza, non c’è porta, porticina, sportello o muro senza scritte sovrascritte, il trittico con la Madonna al centro, più sospeso che incastrato alla parete di un palazzo di Via ***, è noto perché un tubo di scarico della grondaia ne attraversa la parte destra. È la famosa Madonna della Grondaia. La Sovrintendenza vigila.

Più tardi vedremo altre madonne: una avrà l’indice sbriciolato, sarà custodita sotto vetro dentro una nicchia, a circa tre metri di altezza, dal basso tutta la figura sembrerà avvitata come un cavatappi di marmo, un cono con la testolina vacillante, eppure quell’indice monco sarà in grado di puntare più di un indice intero.

Sotto, leggeremo la targa con la data del restauro, l’ente benefico e altro. Nessuna indicazione sull’autore. La Sovrintendenza vigila.

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A volte, mentre accompagnavo un gruppo di turisti, di colpo mi prendeva la voglia di sdraiarmi per terra, di rannicchiarmi e di non muovere più un muscolo. Era come se la mia struttura, costruita con migliaia e migliaia di stuzzicadenti, un telaio formato negli anni con pazienza infinita, un miracolo di incastri e laccetti, di angoli e piramidi, incroci, poliedri, sostegni al limite del niente, si rivelasse di colpo fragilissima. Naturalmente, durante queste crisi, dovevo fingere, sorridere, stringere i denti, appoggiarmi a qualcosa, un oggetto o un pensiero per raccogliere il mio scheletro di stuzzicadenti e portarlo avanti.

Passava, la crisi; mi aiutavo con un calmante preso di nascosto e non dicevo niente e proseguivo, ma tastavo il terreno su cui posavo i piedi come dovessi evitare un campo minato. Non se ne accorgeva nessuno perché riprendevo a parlare, gesticolare, ridere come sempre. Ero di nuovo brillante, come sempre.

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Oggi faremo un giro particolare. L’ho chiamato: Metro per metro. Impiegheremo tutto il tempo che avete comprato col vostro pacchetto, il Pacchetto N. 2: non perderete neppure un minuto. Ma lo spostamento nello spazio potrà essere breve, anche molto breve. Questo percorso serve per notare ciò che in un tour abituale passerebbe inosservato.

Darò poche spiegazioni e a volte nessuna, mi limiterò a una sequenza di accenni quasi impersonali, vi lascerò liberi di immaginare, pensare, sentire. Se vedremo luoghi famosi sarà solo per caso. Il giro Metro per metro favorisce l’osservazione, l’ascolto di ciò che passa inosservato: un dettaglio, una traccia, un oggetto, un rumore, o anche un insieme che l’obbligo cronometrico porta a trascurare.

Quel che vi colpirà sarà del tutto soggettivo, forse legato ai vostri ricordi, attese, analogie; potrà sorprendervi perché poco piacevole o per una bellezza nascosta.

Dunque partiamo. Partiamo dalla Villa di C. Oggi la fontana è senza acqua, calcinata, gibbosa come il suolo lunare. Dal Belvedere *** non si può vedere quel che il cartello indica: la giornata è molto umida, la foschia impenetrabile. Il busto di una celebrità locale, ammiraglio, politico e cronista, girato verso la foschia, ha un orecchio colorato di viola. Lo decorano altre scritte a pennarello o spray, uno degli innumerevoli esempi dell’arte principale del nostro tempo. La Sovrintendenza vigila. Quegli alberi altissimi e massicci sono plurisecolari. La pozza che vedete sotto gli alberi ha l’acqua stagnante, uno strato di muschio da cui sbuca la testa gialla e nera, lucida come cuoio, di una testuggine. Abbiamo fatto pochi metri mentre le nuvole si spostavano lentamente cambiando il tipo di ombra, i rilievi delle cose, le tonalità. Quel che prima aveva una forma soffice ora è più scabro; quel pezzo di vetro manda un bagliore; questa pozza o stagno ha macchie di luce su fondo verde cupo.

Ora spostiamoci di qualche metro e di un livello. Quel gruppo di uomini sembra discutere con un muro; quel merlo vi fissa con un verme nel becco; una colonna su cui poggiava il busto di un’altra celebrità cittadina è abbattuto; numerosi passaggi sono sbarrati per lavori in corso; la foschia è più fitta, quei grandi teli di plastica sono immobili; in cima al pennone, in cima alla collina, una brezza lieve muove la bandiera della città di C.

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“A questi frammenti avete aggiunto altri frammenti, a questi strati altri strati. Non è uno scioglilingua. A quel rampicante, già fitto, avete intrecciato altri rampicanti, su quella parete annerita di scritte avete scritto ancora e ancora. Ma anche le lettere, i graffiti hanno un peso. Anche il verde che attacca una parete la incrina e la curva. E l’inizio delle radici, tanto sono lunghe, intrecciate, innestate dentro, alla base e sotto la parete, non lo trovate più. Così l’asfalto si solleva e si spacca premuto da una schiena di legno inarcata. Così, anche col tronco tagliato, rinascono e sollevano auto in sosta. Più avanti vediamo una nuvola di fumo grigio, auto in colonna, sentiamo odore di bitume riscaldato, vediamo caschi arancioni, palette, cani strattonati, grumi neri attaccati alle ringhiere… Un manto stradale tutto nuovo sopra il vecchio, venti metri di creuza spaccati, odore di fango… All’ultimo piano di quel palazzo decorato da formelle, ciascuna formella con un granchio, tutte uguali, suonano il violino, maestra e allievo”.

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“Voi che vi fotografate così spesso, ignorate una paura e una teoria non del tutto scomparse. L’anima è costituita da strati luminosi e insieme protetta come un involucro, un bozzolo invisibile di luce. Ogni scatto sottrae uno strato, e che sia elettronico o chimico, il furto avviene ugualmente. L’immagine si trasferisce, voi siete privati di uno strato dopo l’altro, il nucleo della vostra anima è sempre più intaccato.

Vedo che ridete. Sì, è una cosa buffa, assurda, una superstizione. Come sapete molte tribù, in passato, temevano che la fotografia rubasse l’anima. Anche un grande scrittore come Balzac condivideva la stessa paura. Questo passaggio silenzioso di un viso, il suo trasloco immateriale sui cristalli dell’emulsione (oggi sui sensori) gli ricordava certe forme di vampirismo metafisico: la foto non ha bisogno di succhiarvi il collo, vi toglie il sangue a distanza.

Allora alla fine del giro, provate a pesarvi. O semplicemente, cercate di capire se la vostra stanchezza è naturale: un lieve affaticamento dovuto al viaggio, alla sistemazione, al giro. Contate le foto che vi siete fatti o che vi hanno fatto. Quante saranno? Paragonate il vostro viso a quello fotografato, osservate l’incarnato, la pelle, certe pieghe. È solo un gioco.”

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Quel che conta in questo sogno è lo sfondo e non il primo piano e neppure i piani intermedi – pochi, d’altronde.

Lo sfondo cambia. Adesso è la parete di una villa, Villa ***, in stile neogotico, con una fontana raffigurante un fauno: il fauno, alto circa due metri, divarica le mandibole di un mostro marino dal corpo di testuggine, è privo di un avambraccio, ha i capezzoli verniciati di rosso, come gli occhi e il labbro inferiore. Sul muro un fitto intreccio di rampicanti da cui pendono centinaia di capsule verdi a forma di pera, e dalle capsule, a un ritmo vertiginoso, si aprono fiori simili a satelliti azzurri. Questo sbocciare è senza tregua, un lampeggiamento e un palpitare silenzioso. Qualcuno svolge un rotolo di tappezzeria con motivi floreali e cerca d’innestarlo nel muro. “Vorrei un cambiamento nei grigi e nei rossi – dice – e anche animali esotici. Nessuna figura umana e nessuna prospettiva.” E lo scenario cambia, ogni traccia di vegetazione è scomparsa. La parete è carbonizzata, il fauno è crollato in mezzo ai suoi pezzi: zoccoli, torso, testuggine, mandibole. Non c’è fumo. Il disastro sembra accaduto molti anni prima, si vedono cartelli che vietano l’accesso, ma l’accesso a che cosa?

Fra il primo piano e lo sfondo – qualche decina di metri – si srotola un cartiglio di carta di riso. Sul cartiglio sono impressi stampi di figure alate. Il cartiglio è agitato dal vento. Chi lo impugna alle due estremità segue e asseconda le correnti. Gli stampi prendono il volo. Il cartiglio è vuoto. Lo sfondo è rosso. Una fila di palme come viste dall’alto. I tronchi sottili sono curvi e i rami strisciano quasi fino a terra. Lo sfondo è rosso cupo. Si sente un battito di ali.

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Andate avanti e indietro, salite rampe, infilate scale, ascensori, scorciatoie, passate decine di livelli, percorrete passerelle sospese fra un palazzo e l’altro, scendete scalinate interminabili, larghe o strettissime. Ora vi stupisce una facciata da cui sporgono, e sembrano sul punto di spiccare il volo, demoni gialli alati e beffardi; notate la sproporzione grottesca della lingua e tutto è sospeso sopra il marciapiede, comicamente minaccioso. Dietro quelle sbarre, alla fine di Via*** una statua color cenere è messa al vertice di un giardino triangolare, sembra in attesa, fasciata con merletti di marmo come bende, figura femminile, la testa avvolta da una cuffia, lo sguardo verso terra. Nessuna targa, nessuna indicazione.

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In Piazza delle *** un cassone di legno pieno di mele rosse, decine di chili, sistemate fra due bordi di margherite. In poco tempo marciranno, il caldo umido accelera la decomposizione.

In Galleria ***, al centro, una specie di altare: quintali di fiori e mele rosse disposti su diversi livelli, forse a piramide, poggiano su marmi freddi e scuri; dalle vetrate una luce sporca avvolge la sfarzosa composizione artificiale simile a un carro carnevalesco.

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In Corso *** abbiamo incontrato una processione di auto, persone, cani, voci. Le persone avanzavano lente e silenziose, le auto erano quasi ferme, i cani al passo, le voci elettroniche veloci e ininterrotte fornivano mappe, impartivano ordini, direzioni. Dove andavano? Che cosa facevano? Tutti erano sbilanciati nell’andatura, ma tutti dallo stesso lato, perciò l’inclinazione si notava in rapporto alle ringhiere, all’orizzonte, a certi edifici, a certe linee; non tutte, essendo questa una città storta, sbilenca, allungata e piatta, dagli archi irregolari, dalle colonne zoppe, dagli improvvisi sfondamenti prospettici in ogni direzione.

Tutti procedevano inclinati, compatti ma come fosse un’andatura abituale. Una chiesa costruita a scatole cinesi, incuneata, gialla, apriva i tre alti portali sotto il primo porticato; aperti, si vedeva all’interno un altro porticato in minore da cui uscivano soffi d’aria, soffi di resina bruciata, sbuffi di fumo, aghi di pino bruciati. I negozi erano tutti chiusi tranne una Lottomatica che esibiva cartelli con le cifre su cui puntare, le cifre erano legate all’aria, alla saliva, al fuoco, a certi santi. Sui muretti che fiancheggiano il corso, c’erano pezzi di pane, libri e fiori artificiali legati ai pali, come due enormi papaveri e un uccellino meccanico dentro una gabbia cantava senza requie, stridulo, alzando e abbassando la testa a scatti regolari.

Ci siamo chiesti se pane e libri fossero un’offerta. Intanto la processione, sempre con quella bizzarra andatura diagonale, era arrivata in cima a Corso ***; o meglio, la testa della processione guidata da nessuno; il corpo e la coda si allungavano verso il basso per centinaia di metri: scomparivano ai tornanti, ricomparivano ai rettilinei.

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Da lontano la città di C. sembra una sola gigantesca costruzione, un blocco fermo davanti al mare. Sui monti le case risalgono i crinali fin dove è possibile. Dall’alto è difficile immaginare che alla base di palazzi così belli ci sia una rete convulsa di vicoli infetti.

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Forte ***, anno dopo anno, sprofonda nel suo fossato dove crescono erbacce, arbusti spinosi, bellissime rose selvatiche, il tutto intrecciato in una macchia da cui svettano un fico e un nespolo carico di frutti. Sotto il sole di piena estate nespole e fichi si asciugano sui rami e sono pasto per gli uccelli. Il caldo esalta l’odore del mentastro, altissime piante di alloro rimpiazzano le foglie secche con quelle verdi, ciclicamente, rapidamente.

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Facce segmentate unite da strisce di cuoio o cerniere di ferro; come ripartite a battenti: facce a soffietto o paraventi.

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In Vico degli ***, sopra una porticina verde sempre socchiusa, c’è un’edicola votiva, quasi una miniatura: piccolissima cancellata a due ante legate da una piccolissima catena e bloccate da un lucchetto minuscolo, molto ben lucidato. Le sbarre sono tanto sottili quanto fitte. Dalla porticina socchiusa esce una specie di lamento e sul fondo si sente una radio, un transistor mal sintonizzato.

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Ogni figura accovacciata sembra pronta al balzo o ad afflosciarsi sul lastricato sporco. Quelli in piedi, appoggiati alle porte, sempre di profilo, come ritagliati, stanno rigidi con lievi spostamenti del collo.

Miracoli di equilibrio: seduti su strette mensole alte pochi centimetri da terra. Sulle mensole è disposto un piccolo mondo privato di oggetti miserabili e oggi ho visto un pettine frantumato, un fermaglio, una ciocca di capelli, scarti di un corredo per l’ultimo viaggio, oppure studenti mentre copiano su grandi album una chiesa, una prospettiva, accovacciati accanto agli sfiati, all’altezza dei cani, ai rigagnoli di urina.

C’è la coda per mangiare il pesto, strana coda sparpagliata e barcollante, ma sempre a ridosso delle vetrine, agitata, vicina ai lanci quotidiani di secchiate spumeggianti di ammoniaca. La gente mangia con la faccia rivolta contro il muro, a pochi centimetri dal muro, su panchette strettissime e inclinate. Ridono. Il cielo è blu, blu profondo, l’intonaco è giallo.

11 maggio ****, temperatura al di sopra della media stagionale, i gradini di Palazzo *** sono sorvegliati, il vestibolo splende nella sua ombra morbida, nelle sue molteplici cavità, volte, scaloni, colonne, altri vestiboli di marmo, corridoi, passaggi, cortili interni, un gran silenzio, il ronzio dell’ascensore, pochi passi dileguati.

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Centinaia di metri di muri dove sono cementati frammenti di bottiglie, anche sui lati: per circa un metro le pareti sono tempestate di vetri affilati. Si percorre, in ripida e tortuosa salita, un viottolo accompagnato da questa muraglia con la cima scintillante. Siamo partiti da una piazza incuneata fra rotaie e costruzioni, tunnel, cunicoli, scale, architettura cristiana incastrata fino all’attrito. Anche la scalinata al tempio è irregolare. I piani sovrapposti dell’edificio religioso ricordano hangar, magazzini o tunnel adattati per il culto. Una piazza che non è neppure uno slargo è poco animata. Saliamo. Una porta bruciata. In alto due finestre ad arco murate da cui spunta un fico, le tracce di un’edicola votiva, erbacce, foschia. Scendono due ragazze, una tiene in braccio un neonato, i vestiti di velluto odorano di incenso, reliquie, cuori d’argento. Sono scese dal santuario della ***, noto per il suo presepe in legno, i suoi teschi sotto vetro, doppi tabernacoli, dorature, farciture di stucchi, tele sporche e altissime. Il santuario forma doppie mura, doppio recinto, ha una facciata grigia con poche tracce di affreschi – qualche rosso, qualche profilo inciso. Il cortile è quasi un cilindro, alto, ostile. Non invita a nessun raccoglimento ma alla fuga. A fuggire da un girotondo su pietre bianche e nere a forma di rapaci.

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Il secondo livello del parco di Villa ***, villa neogotica, ha uno strato di foglie secche dove il passo affonda. Le aiuole hanno poca terra. Due statue simmetriche, reggono canestri di frutta nera: è il cancro del marmo. Attorno al collo hanno lacci che li annodano a un fascio di esili tronchi neri. L’espressione è come un morso affondato in una guancia. Dal primo livello scendono cani: guinzagli tesi come prima della caccia.

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I demoni alati non hanno ali, si aggrappano a un festone, lo tirano dietro le orecchie e mirano i passanti col mento aguzzo. Non sono demoni ma satiri. Le cosce sono tese, gonfie, gli zoccoli puntati all’interno daranno lo slancio. Altre maschere decorano il palazzo di Corso ***: bocche grandi e sottili, occhi vacui, e replicato 12 volte, al piano terra, un volto dallo sguardo arrogante.

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Ha il colore del carbone il secondo livello del parco di Villa ***, villa neogotica. Ha un bassorilievo asportato, un rettangolo di mattoni e cemento, foglie piccole, fittissime, due statue a pezzi dentro una siepe circolare molto curata. Dovete chinarvi e spostare i rami del pitosforo per scoprire il tronco rovesciato di una statua, i piedi consumati e una mano. Si alza la polvere, il vento è più veloce, il tono dominante adesso è il grigio.

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Nelle figure levigate del presepe, quasi manichini, lucidissime, vetrificate, un museo delle cere, anche le rughe sembrano chirurgia plastica, lifting, cerone. Il cielo artificiale, il bambin Gesù grassoccio, sproporzionato e biancastro – dov’è l’anima? Nessun movimento, nessuna zuffa come nel teatro dei burattini: i gesti sono raggelati, i piccoli personaggi, non tanto piccoli da suscitare un incanto infantile, non si muoveranno mai, a quel gesto fissato nel legno non ne seguiranno altri, neppure immaginati.

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Le voci sono basse, mischiate, continue, ostinate; un corpo sonoro compatto con suonerie, viva voce, sbandamenti sonori, silenzi brevissimi e immotivati; forse un segnale dall’alto impone qualche secondo di silenzio per riprendere a macinare parole.

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Una costola impressionante di cemento e pietre, alta venti metri, fuoriesce da una parete piatta e poggia su un terreno di nessuno come un’enorme barra di timone. Siamo vicini a Piazza S. ***, sotto teschi e clavicole, accanto a una banca che ingloba una chiesa.

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Un giorno, dentro i vicoli della città di C., alcuni uomini hanno trascinato una capra legata a una corda intorno al petto e al collo; la capra s’impuntava e allora uno la spingeva, gli altri tiravano la corda e imprecavano. Erano sudati sotto la canicola di agosto, i vicoli erano quasi deserti. Erano vestiti di stracci. Uno, strattonato dall’animale, era caduto. La capra era un magnifico esemplare col pelo bianco, gli occhi azzurri, le corna lunghe: sembrava una divinità. Manifestava paura e insieme collera. Quegli uomini la offendevano. Quegli uomini erano alla miseria, avevano la pancia vuota, la capra l’avevano rubata ai pastori che scendevano nel ***, e, non si sa come, erano riusciti a trascinarla fino a Via S. ***, in mezzo alla polvere, a un caldo opprimente, e a un certo punto non l’avevano più tirata per il collo ma trascinata per la pancia o la schiena. Questo avveniva più di mezzo secolo fa. Ostinati e affamati avevano spinto la capra davanti a un portone e l’avevano trascinata nell’atrio. L’animale emetteva suoni terribili, una specie di raglio o nitrito, quasi un barrito disperato. Gli uomini cercavano di tirarla su per la scala ma l’animale aveva incastrato le corna in mezzo alla balaustra. Allora le avevano legato i garretti e la capra aveva lo sguardo umiliato e gli uomini erano quasi sfiniti. A quel chiasso si era socchiusa qualche porta, una spalancata e subito richiusa. Allora, raggiunto un pianerottolo, davanti a una porta sfondata, poiché la capra resisteva oltre ogni limite, uno degli uomini le aveva piantato un lungo coltello dentro la gola. L’animale aveva contratto tutto il corpo e allungando il muso verso l’uomo che l’aveva pugnalata lo aveva fissato con disprezzo e pietà.

Poi gli uomini avevano tirato il cadavere dentro l’appartamento, strisciandosi dietro sangue e saliva.

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La città che il Minotauro avrebbe amato replica il suo labirinto in centinaia di ponteggi. Il vento sposta i materiali friabili e li sparge a terra, l’oscurità raddoppia.

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Un leone della cattedrale di S.***, liberato dai ponteggi ha un varco dedicato a chi lo cavalca, lo fotografa.

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Sui ponteggi sono scese le reti: verdi, blu, bianche. Dall’alto, oltre il rosone, fino a terra.

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Oggi pedalo e faccio pedalare una decina di turisti. Li ho raggruppati in Piazza *** per qualche istruzione, consigli per l’uso del mezzo, rispetto per tutto: cose e persone. Hanno il ventre sporgente, le unghie affilate, i capelli tinti e rasati sulle tempie, portano occhiali da sole, non riesco a dar loro un’età precisa.

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Oggi, esibizione dell’aeronautica militare. Ascoltate il cupo risucchio, l’effetto di sottrazione, il cielo che sembra sul punto di cedere come un vecchio pavimento.

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“Uno specchio, datemi uno specchio,” grida allarmata una donna con una collana in mano, un cappello bianco a larghe falde, un anello per ciascun dito, lungo e ossuto, occhiali enormi, rossetto e smalto rossi. Da una bancarella le porgono uno specchio brunito, acqua torbida vetrificata, dove la donna si guarda e ride. Dice: “Ma questa non è la mia faccia! Non ho quella piega scura sulla fronte né quella specie di cavità sulla guancia. E quelle macchie? Ma non sono mie! Non avete un altro specchio?”

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La riviera è piena di limoni, aranci, bergamotti, mandarini, kumquat, limoni grandi come cedri, cedri. Il giardino del Principe ostenta limoni enormi, un cartello avverte di non toccarli perché trattati. Le aquile, sul bordo della vasca circolare, sono rivolte verso la statua, il poderoso Nettuno s’innalza dentro una vasca vuota.

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Salendo, il secondo vicolo a destra di Via S.*** è quello con le pareti e le saracinesche talmente annerite dalle scritte che il metallo è sparito; appena voltate l’angolo c’è un capitello segato, due statue mutilate. A quel punto, data la notevole pendenza lasciatevi andare fino in fondo senza pedalare.

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Le braccia mutilate erano tese nello sforzo di raggiungersi. Le due statue sono ricoperte di aghi che scoraggiano i piccioni e trasformano una statua in porcospino.

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“Per adesso le onde non battono più sotto le mura”, mi dice qualcuno che sta inchiodando una porta di metallo a una porta di legno e nella porta di metallo si è aperto un spioncino protetto da sbarre. Via del *** è stata teatro di una rissa, sul selciato sangue, cassette di frutta rovesciate, gente alle finestre.

Un’onda lunga trascina lontano i litigiosi, lava i resti del subbuglio. Io alzo un telo azzurro, lo tendo fra muro e muro e mi sento protetto dalla stoffa anche se gli echi della zuffa non sono ancora spenti; il telo è arabescato, riceve luce dal mare, osservo le forme che si accendono di colori caldi. Adesso sento colpi, colpi sferrati con rabbia e nello stesso punto, colpi sordi. Un cane passa sotto il telo: è sporco, ha le zampe corte e mi fissa con lo sguardo mite, muove la coda. So che un’altra onda si prepara al largo, molto al largo. “Arriverà anche qui, le mura non basteranno. Non sente come un fragore remoto, non vede come volano i gabbiani? E questo silenzio, come un tunnel vuoto, e quelle nuvole scure?” Chi parla così è l’uomo che inchiodava una porta a una porta. “Cercavo di rafforzare la base della mia casa, ho usato chiodi spessi e lunghi, con la testa grossa, come quelli antichi. Il suo telo è bello, mi dice, sembra una vela, ma è orientata male, la direzione è sbagliata. Non verso levante; deve girarla. Faremo una zattera, ho degli ottimi tronchi, vecchi alberi di velieri smantellati. L’onda arriverà fra qualche giorno, da qui non possiamo andarcene, useremo il suo telo come vela, imbarcheremo anche il cane. Non pensi ad avvisare gli altri, non le crederanno, la guarderanno come si guarda un bambino che racconta una storia, le gireranno le spalle.”

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Masticando pane lentamente sento la mia saliva mischiarsi alla farina e mi sembra di avere più coraggio; così rafforzo lo scudo, le insegne, gli ammonimenti scritti nella pietra, raddoppio porte e guardie, aumento le portate di una cena di cui sono l’unico invitato, circondato di lacchè neri e bianchi, silenziosi, impeccabili, dai gesti solenni e raffinati; di ogni piatto porzioni minime, il mio corpo asciutto temprato sulle navi, sulle torri, dagli assedi, durante gli arrembaggi, gli assalti, le notti a lume di candela per studiare i territori, le imboscate, le armi, le armi da inventare, i dorsi degli animali come ponti, fiamme, arcieri, frecce infiammate, pece, lo studio dei venti, la loro direzione, l’incubo ricorrente del mio corpo che precipita, le mie spoglie esibite in piazza, i traditori, i tornei, i versi dei poeti, gli affreschi con le gesta, il mio volto innestato sul corpo di un liocorno, elefante, cavallo di Nettuno, il deserto, le incursioni, le statue e gli onori, le poche ore di sonno, i mesi di navigazione sul mare più infido perché chiuso, due stretti marciapiedi allagati da correnti opposte, barchette di carta le mie, da sessanta metri, con 400 uomini, tre ai remi di diciotto metri, i miei alberi, le coffe, il sartiame e le vele sono ponteggi, i marinai sono muratori, il cielo è intonacato, la flotta chiusa in un otre è un modellino, l’acqua trabocca, lo spago gettato all’ormeggio, annodato intorno a una capocchia di spillo o bitta, ancoriamoci a questo tavolo, attacchiamo i cavalli ai cartelli stradali, nascondiamoci dietro mattoni, sabbia, spazzatura, tendiamo ancora agguati.

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Alla fine di questo muro c’è il filo spinato; più in basso un rumore di acqua corrente, sotterranea, come una cisterna; oltre le Mura di *** si schiantavano le onde; sopra quel portone verde screpolato vigila un santo di marmo, il marmo è sporco, il portone socchiuso; scale ripide, altre scale; scendiamo in Vico delle ***, guardiamo la sequenza dei contrafforti, i lavori in corso, una ringhiera che s’innesta nel vuoto, lo strapiombo fra due edifici: vertiginoso, tagliente; quei tondi di marmo cementati sbucano dal muro; guardate il dislivello fra i vostri piedi e il primo muro, il ronzio dei cantieri, i ganci enormi, le tute bianche, il taglio dell’ardesia, il brusio s’infrange contro gli archi di mattoni.

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Oggi, camminando per la città di C. ho cercato di non guardare, di non fissare nulla, di far scorrere tutto ai lati lasciandolo alla periferia degli occhi: strisce di cose e persone, pannelli semoventi, quinte teatrali spostate al ritmo del passo poco regolare, scansando, bloccandomi, evitando. Ai lati sembra che le cose pungano meno, le impressioni visive scivolano e volano via o permangono in un modo strano, come attaccate alle tempie, fanno ombra agli occhi, non sono meno tenaci. Davanti ho la punta dei piedi, gambe e piedi degli altri, rotelle di carrelli, zampe di cani, scarpe, e ogni tanto alzo lo sguardo. I lati scorrono all’indietro lenti, una vernice densa, persistente, macchie, rilievi, fughe di lato, linee intrecciate.

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Le schiene e le mani intrecciate dietro le schiene coi pollici all’interno, custoditi, come quelli dei neonati.

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A uno cade una maglietta, un altro la raccoglie e lo chiama. Il primo finge o non lo sente e accelera. Accelera anche l’altro e chiama più forte, ma l’inseguito svolta, quasi correndo infila vicoli stretti e bui; il secondo è ostinato, ha il passo agile e veloce ma non grida più perché crede sia questo a spaventare l’uomo. Sbucano insieme, da due vicoli diversi, in piazza *** dove c’è un cantiere, un gran rumore e molta polvere. L’uomo che ha perso la maglietta si è addossato a un portone, ansima, asciuga il sudore con un braccio; l’inseguitore si ripara gli occhi dal sole e dalla polvere e tende verso l’uomo la maglietta. L’altro non si muove, fissa un punto indefinito, il martello pneumatico fa un fracasso infernale e l’uomo si tura le orecchie, schiaccia la punta delle dita con tutta la forza possibile, abbassa la testa, ondeggia il busto. L’inseguitore lega la maglietta a una sbarra, fa dieci nodi molto stretti, nodi esperti, da marinaio, ha lo sguardo deluso e feroce, grida qualcosa verso l’uomo o il cantiere.

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Lo sguardo strafottente, l’età di un bambino ma l’espressione di un adulto, espressione ironica e astuta. Fronte troppo ampia in una testa troppo grossa, una bocca piccola e stretta, da cocorita. Un vestito come un sacco avvolge la madre. Donna imponente. Seduta di profilo fra due colonne. Il vento ha già alzato il sipario. Il bambino vi fissa, ha un orecchio a sventola. Un cane grigio ai suoi piedi sembra preda di una rabbia convulsa e trattenuta. Tiene la lingua fra i denti. Dietro la balaustra il vuoto.

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Un uomo sdraiato sul marciapiede, la faccia verso il basso è una linea orizzontale che non si calma fra linee verticali, verticali spezzate, ondulate – gli altri sono in piedi, lui è a terra. Un elicottero sorvola la città di C., sorveglia una famosa manifestazione sportiva. Nessuno si cura dell’uomo per terra. Si svolta l’angolo e il Palazzo *** è coperto dai ponteggi, mentre il palazzo di fronte è in stato di degrado. Una vetrina espone una stampa: un carniere da cui trabocca selvaggina e altre di soggetto botanico o navale o panorami della città di C. Lungo Via *** tracce di grasso e sangue: è il retro di una macelleria. Si sbocca in Via S. ***, ostruita da prismi di cemento, arredo urbano per soste, pic-nic, raggruppamenti. Volano i gratta e vinci di chi non ha vinto.

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Addosso mi è rimasto l’odore della strada, negli occhi palloncini e ponteggi, feste, disegni a gessetto sulle pietre, giochi da bambini, appaiarsi di passanti, vetrate polverose. I richiami si smorzano dietro un portone a tre ante costruito con toppe di legno e di metallo, i passanti sembrano gareggiare in certi punti, rallentare in altri, e il motivo è incomprensibile. Una ragazza ha raccolto un piccione caduto dal nido e lo nutre. Sono in Piazzetta ***; sotto un cornicione affreschi fiammeggianti, palazzi altissimi, sono in fondo a un pozzo rettangolare, in fondo all’ombra, tra porte e saracinesche.

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Il ronzio di un flessibile e le cascate di vetro della differenziata sono il canto del gallo della città di C. La foschia avvolge il mattino. Sbattono portoni, stridono saracinesche. Gli accovacciati sono già addossati alle vetrine, hanno le ginocchia in bocca. Da un androne rumore d’acqua, acqua che precipita. In piazza S. *** un magnifico portale è oggetto di centinaia di scatti. Arrancano carrelli di ogni tipo lungo Salita ***, silenziosa, quasi vuota, sinuosa, piena di vento. Il vento sembra avere un sistema di canalizzazione, s’interrompe di colpo a certe svolte, riprende imbucando altre strade. Accanto a un deposito di spazzatura, da un’aiuola, svetta il becco di una superba sterlizia. Intorno grate per lo sfiato sotterraneo, sottopassi abbandonati e pieni di rifiuti, chiusi.

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“Forse inquadrano tutto il portale, o tutta la facciata. Forse i dettagli. Migliaia di scatti, decine e decine di corpi mi saltellano intorno. Io ho il corpo di un leone, credo, o almeno ne ho le zampe. Una guida sproloquia sullo strano animale e la mia faccia. Parla di enigmi, date, elenca nomi, sepolture, secoli. La mia faccia è ben levigata, ben conservata, custodita. Ho qualcosa di un mostro. Ho le zampe di un cane. Ho le ali di un’aquila e la coda di un drago. Alludo agli elementi, dice la guida. Sono inquietante, aggiunge la guida. Ai lati le mie code arrotolate diventano fogliame. Sono un fregio, sono grottesco, sdoppiato, messo sopra una targa.”

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Una foresta di colonne nel primo vestibolo di Palazzo ***, muri scrostati, soffitti altissimi. Una scala fra due semicerchi, specie di terrazza con balaustre affacciata su Piazza ***: il dislivello è di pochi metri, la scala è quella da cui siamo saliti. I mattoni della Torre *** compatti e in certi punti levigati o porosi o sbriciolati: sbuffi di polvere rossa. Un cancello con punte affilate delimita uno spazio vacuo in cui cresce qualche vegetale. Su quella parete vediamo un graffito ricorrente: un pipistrello ad ali spiegate. Ai lati di un portone due sedie di paglia appese al muro, forse un’insegna. Appesi ai pali mediante catenelle contenitori per le ceneri e le offerte. Un archivolto trasuda acqua. Dalla vicina Chiesa di S. *** echi di letture. In fondo alla Scalinata del ***, ripidissima e aguzza, pali arrugginiti e reticolati. In Vico *** sgocciola acqua. Sulla parete dell’Oratorio *** una campana su cui dorme un piccione. Nel muro intriso d’acqua cresce il capelvenere. Più in basso una sfarzosa magnolia irrompe da un cortile, alta come tre o quattro piani. Ancora più in basso sfocia un corso d’acqua. Su diversi piani campi da tennis e da calcetto. Il complesso di San *** fa da pista da cui decollano i gabbiani.

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Sono rientrato con una valigetta di impressioni, ritagli di pietra, di marmo e di metallo. Ora devono riprendere rilievo, sporgere, affermarsi per poco e poi sparire: nascosti, spostati, allontanati, lasciati sotto un arco, ai piedi di una scala, dentro una fessura nel marmo, presi dal vento dentro un piccolo e ostinato girotondo con altri scarti. Ritagli di aria, se è possibile.

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Vediamo una colonna visibilmente inclinata verso sinistra in Vico ***, colonna poderosa accanto a frammenti di targhe, archi tamponati, un sistema per la raccolta dei rifiuti a parete con oblò di gomma, l’impronta di una statua sradicata e a livello del suolo un’apertura ad arco, le cui sbarre, inglobate dal cemento, non hanno più spessore. Da una breve distanza è un trompe l’oeil perfetto, le sbarre sembrano dipinte, la ruggine imita sé stessa.

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“Nel palazzo del Marchese *** vedrai un piccolo busto di Balzac di pregevolissima fattura ma collocato male sulla lunga mensola di marmo di una massiccia specchiera con la cornice in oro zecchino decorata da volute, boccoli, putti, fiori. Cornice pesantissima che schiaccia il busto il quale si riflette come un punto insignificante nella mastodontica specchiera con tutto l’arredamento sovrabbondante di una sala enorme. L’ammirazione del Marchese *** per il grande scrittore è indubbia eppure sembra che l’ammirazione coincida con l’offesa: il piccolo busto annega dentro lo specchio, si disorienta in mezzo ai mobili, agli oggetti, alle pareti, al soffitto affrescato raddoppiato nello specchio. Su Balzac grava un peso che neppure un gigante come lui può sostenere. Sospetto il Marchese *** di invidia, di bassa invidia o di cattivo gusto nella disposizione degli oggetti.”

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D’estate le pitture su pelle si mettono in movimento. I polpacci muovono un intrico di foglie e animali, le braccia agitano simboli, le spalle codici a barre, alfabeti, iscrizioni come incisioni rupestri.

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Potete osservare un gran numero di opere in movimento, pitture su pelle, musei trasportabili, braccia dipinte, mani, spalle, gambe, polpacci hanno colori blu, i blu di un livido, rossi, i rossi di una ferita mal curata. Sul collo i disegni sembrano serpenti accolti dal torace che è una foresta. Sono tantissimi, sono corpi affrescati, opere d’arte. Quando la pelle sarà floscia per l’invecchiamento, le figure diventeranno pieghe, i simboli illeggibili, i colori un impasto come cartone verniciato inzuppato d’acqua.

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Come lo spazio urbano diventa tormento, assillo. A quell’incrocio non si passa, o meglio, non si sa quando. Deviando s’incappa in un gruppo. Si torna indietro.

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“Non ci sono altro che palazzi di marmo e qualche chiesa bianca e nera?”

“Ci sono giardini pensili, maschere di marmo a migliaia, statue sulle balaustre, magnifici portali, cortili con fontane, grotte, un vestibolo dove sfociano torrenti con dieci vasche, un fragore di cascata, volte affrescate, enormi lampadari in ferro battuto, draghi in ferro battuto, busti, porte di legno massicce, corridoi vuoti, balaustre affacciate sopra ringhiere, targhe di marmo, passerelle, scale a volute, resti di fuochi, soffitti sfondati, poca luce, grandi portinerie di legno senza custode, androni, altoparlanti, schermi, grate.”

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“Non ci sono fiumi che convergono in vestiboli o androni, né dieci vasche. L’acqua è simulata nel modo d’irrompere e lo spazio amplifica il rumore che sembra una cascata, l’acqua sembra cadere dall’alto, da molto in alto, i riflessi, il gioco delle ombre sulle volte, sempre diverso, fanno del soffitto lo specchio di un fiume. Il mascherone di marmo, con un buco al posto della bocca, ha lo sguardo laterale. La grotta è finta, le incrostazioni simulate.”

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Teste di leone, battiporta a tritone, faraoni in Salita***, disseminati ovunque, battiporta a forma di drago in Via ***, mirabili lavorazioni in ferro, battiporta asportati, buchi. I melograni in fiore, con qualche frutto secco ancora aperto. Sotto l’ombra del fico, addossati al muretto, occhiali da sole, berretti con visiera, giacche militari, ritmi ballabili, ubriachi, più di venti, come babbuini nascosti fra i rami e il fogliame, qualcuno balla, qualcuno si lava.

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“Le posso riferire che i bambini girano sugli autobus nudi, il caldo è opprimente e la caccia all’ombra spietata. Sotto le putrelle, la ruggine e i graffiti, delimitato da una rete storta, qualcosa che ricorda il relitto di un giardino orientale. Erbacce, palme secche, rifiuti, rocce marroni forse di cartapesta, melograni e un fico e un macchinario sfasciato, forse un vecchio macchinario da tipografia. I carrelli degli spedizionieri s’incrociano veloci; molti non si orientano, guardano il foglio di consegna, chiedono informazioni e imboccano decisi, la faccia rossa per il caldo, la direzione sbagliata.

Posso dirle che c’è una bizzarra e sgradevole abitudine di cui non mi spiego il motivo: molti sputano, sputano camminando con getti lunghi, precisi, balistica applicata all’emissione di saliva. Si annunciano con rumori rochi o schizzano in silenzio. Ho visto molti cani afflosciati dal caldo. Nessun gatto, tranne nel quartiere del *** e dalle Mura della ***, pochissimi e per lo più tigrati; oggi sotto l’ombra delle auto. I denti di leone fra le pietre dei muretti sono tutti appassiti, il loro giallo vivo è paglia secca.

Intorno a un lato di Palazzo *** c’è una specie di fossa con ripidi gradini e resti di colonne, monconi adatti ai volatili, trespoli. Sui gradini in ombra siede o si sdraia un campionario eterogeneo soprattutto sul primo livello, più largo e accogliente.

Questa specie di fossa molto inclinata è sempre sporca.

Affreschi slabbrati, intonaco a nudo, odore di calce; cantieri non si sa quando aperti, due ancore enormi posate ai lati dell’ingresso a sud di Palazzo ***; in cima al portale un volto di medusa oblungo come in preda a un tremore e teschi di capre. Agganciati a una ringhiera resti di biciclette, catene che non assicurano più niente.”

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Uno scrittore avventuriero, all’inizio del secolo ***, approdò nella città di C. dopo un lungo viaggio a bordo di un tre alberi, capitanato da un greco. Ormeggiato a un molo gigantesco in costruzione o demolizione (non riusciva a capirlo) scappò dal veliero con un bulgaro e un irlandese. Quest’ultimo li portò in un locale famoso, il ***, dove si poteva bere birra fresca e ascoltare un’orchestrina formata da cinque donne. Il locale era stata un’invenzione del padre dello scrittore ma lo scrittore non disse nulla. Una delle musiciste traeva effetti comici e animaleschi dalla sua tromba; di un’altra, magrissima e nera, s’innamorò lo scrittore. I tre le vollero tutte per loro almeno per un mese. Lo scrittore, per pagare al locale l’ingaggio delle musiciste, vendette una perla di contrabbando. Per un mese vissero in un appartamento all’ultimo piano, affacciato sul porto, con loggiato, facendo musica, sesso e bevendo. Lo scrittore aveva altre due perle: le usò per fare due orecchini e le regalò alla musicista, magrissima e tisica che aveva soprannominato Filo di ferro.

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Accompagnato da un rumore di campanelli e di scarichi, accanto a un condizionatore che fa tremare una vetrina, le pozzanghere di Via dei *** si asciugano lentamente all’ombra, impiegano settimane; il lastricato non le assorbe, la pendenza non le fa defluire. Quando s’incrociano altri, si rasentano i muri. La via si biforca, una lunga strettoia è l’imbuto che raccoglie il brusio di Piazza ***, sul fondo sfilano carrelli, gente, scintillano le cianfrusaglie per turisti, l’angolo è ostruito da cartoline, magneti, cartoline lunghissime. Sul passaggio continuo, sul vociare, incombono gli archi di San ***, la balaustra, gli affreschi che hanno i colori dei canditi o della frutta secca. Le scatole di compensato alla base dei ponteggi, alte quasi un piano. Dietro, nessun movimento e molto buio. Un ragazzo ha messo nella custodia la sua arpa.

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In Vico ***, dalle fauci di un leone, ondate di frutti e fiori scolpiti nella nera pietra di promontorio. Da osservare. Merita una sosta il sistema di aereazione a griglie sopraelevate fiancheggiato da un’alta cancellata che chiude un sottopasso e la sequenza di neon e i becchi delle sterlizie in piena fioritura, eclatanti, appuntite, blu smalto, arancione saturo. Capigliature a cresta come decorazioni per guerrieri. Sui gradoni a forma di sarcofago degli sfiati sotterranei, s’improvvisano un letto i senza casa.

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Siamo saliti sulla collina in una giornata di freddo improvviso: meno venti gradi rispetto ai giorni scorsi. Molti non hanno i vestiti adatti per questo capovolgimento e serrano le braccia. Tutto ciò che può muoversi col vento, col vento forte sbatte e vola via: bandiere, segnavento, girandole, vestiti, carta, oggetti di artigianato, sospesi a fili sottili, oscillano convulsi e s’intrecciano, le reti di contenimento sui cornicioni scivolano, i teli schioccano. Nel cielo nessuna traccia di azzurro: alle nubi spostate si succedono altre nubi, tutte grigie, tutte scure, qualcuna sfilacciata di un grigio chiaro su grigio scuro. Saliamo da Vico***, stradetta di mattoni, umida e muffita, ma protetta dal vento. Vale la pena osservare quei ripiani inclinati agganciati a certe finestre, tutte ai piani bassi. Portavano luce di rimbalzo dentro locali scuri. Fuori sono di metallo, all’interno sono bianchi. Accanto a due panchine, in uno slargo, un nespolo carico di frutti. Centinaia di piccoli ovali giallo-arancione spiccano fra le pietre, i marmi e il cemento. Una grande nicchia vuota in cima a Vico *** è il punto obbligato, salendo, dove converge lo sguardo. Siamo nei pressi di S. M ***, complesso conventuale bianco, chiesa a tre navate, rivolto verso i quattro punti cardinali.

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“La città di cui vi parleranno le guide non esiste; quello che vedete in rete, sulle cartoline, nelle agenzie di viaggi, nei video promozionali, in televisione, sui manifesti, quello che leggete, se leggete, non esiste; neppure quello che fotografate, perché la foto non è la realtà, la foto ha un occhio solo, è Polifemo; quello che vedete nei vostri monitor non esiste ma voi non sapete o non potete più guardare. Non potete neppure immaginare, perché altri fabbricano immagini con lo scopo di non farvi vedere, altri preparano lo scenario virtuale, il facsimile, il trompe l’oeil turistico; altri hanno già scritto la vostra storia; nascondono qualcosa che sembrerebbe impossibile nascondere tanto è visibile; eppure voi non guardate, fissate un monitor dove con uno scatto vi fissate.”

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“Vi stupiranno centinaia di saracinesche chiuse, corrose dalla ruggine, pareti sgretolate, interi palazzi in rovina, le basi dei muri spaccate, angoli intaccati, cavi annodati a cavi, tubi di gomma, corde. Guardate in alto, e guardate bene: è un labirinto di fili sospesi e penzolanti, troncati, arrotolati a cappio. Dal primo marcapiano in su un’intricata flora di plastica si arrampica, si attorce, scompare e sbuca sopra e dentro capitelli, portali, sovrapporte. Dal primo marcapiano in giù è un groviglio di scritte su ogni superficie. Siete dentro un gomitolo sporco.”

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Caro ***

la città di C. è la più adatta per chi ama il difforme e l’eccesso, la sproporzione e l’incongruo che si trovano a tutti gli angoli, ovunque. Se piacciono le vertigini e le ondulazioni, la dissonanza e le diagonali, i rovesciamenti di prospettiva, luce, suoni, odori, l’incrociarsi convulso di cose e persone, gli attriti improvvisi, la città di C. è perfetta. A distanza di poche ore certe strade cambiano radicalmente e il cambiamento non ha gradazioni, è un taglio improvviso. Qui convivono o si danno battaglia edifici, gruppi etnici, materiali, ricchezze e lurida miseria abitano lo stesso palazzo. Il sovrapporsi di muri e scale, ascensori, passaggi, ringhiere, l’esplosione di forme enormi in spazi angusti, il viale che diventa una stradetta a precipizio e svolta in una scalinata contorta e vertiginosa, sorprende, meraviglia, affascina e poi disorienta, angoscia, provoca malessere. Molte cose diventano incomprensibili, altre oscure e minacciose almeno all’apparenza. Il respiro notturno del mare è insidioso. Le forme incombono. Le ombre sembrano in fuga continua.

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Caro ***

Se verrai nella città di C. non cercare quei gatti di cui tante volte hai letto nei libri: non li troverai. E non li troverai per il semplice motivo che non ci sono più. La città dei gatti è diventata la città dei cani. Sono tantissimi e hanno un aspetto poco rassicurante come a volte quello dei loro padroni che non di rado ne tengono al guinzaglio più di uno, della stessa razza o spaiati, a volte con effetti anche comici per il tipo e le proporzioni. Ti accorgerai che è una città di cani anche dagli escrementi e da un abbaiare spesso furioso che sembra provenire, per l’effetto dell’eco, da tutte le pareti. Vedrai molossi, pit bull, bull mastiff, doberman, levrieri, carlini, botoli spellati e ringhiosi, mastini napoletani, teste massicce e minacciose, occhi rossi, pelo corto e coda corta, enormi genitali, zampe che sembrano ceppi, e tutti senza museruola e non sempre al guinzaglio, soprattutto di sera, quando i padroni li portano fuori a passeggiare per i vicoli. Oggi ho cambiato direzione perché un vicolo stretto, Vico ***, era ostruito da due cani sdraiati, una montagna di muscoli, grigia, distesa fra muro e muro. Come avrei potuto passare? Anche la penombra intimoriva e la gente addossata ai muri, e il timbro delle voci, e il lastricato nero, e l’intonaco nero.

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Caro ***

una processione poco numerosa, molte più suore che adepti, oggi si trascinava per diverse strade del centro storico guidata da un prete e dalla sua voce amplificata. Il prete era affiancato da due portatori di un cristo ritagliato nel cartoncino, una sagoma squallida e insieme comica che ballonzolava rigida, a scatti, come un busto a braccia aperte e ingessate. Il brusio monotono delle solite formule e il passo strascicato di quei pochi incolonnati dietro la sagoma di cartone, le schiene un po’ curve e il nero delle suore, in una giornata afosa, mi hanno irritato. Pur essendo pochi, facilmente tappavano i corridoi angusti (vicoli) e il cristo ritagliato era davvero patetico, quasi una parodia. La processione, giunta alla fine di Via San *** ha finalmente deviato verso la Chiesa di San *** accompagnata da qualche colorito commento.

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Caro ***

puoi immaginare la processione e se vuoi, aggiungi, cambia, sposta quello che ti pare. Cambia stagione e immagina una tramontana che taglia la faccia e abbatte la sagoma di cristo, curva i portatori, il vento sibila nel microfono, i fedeli affrettano il passo per riscaldarsi. Poi spostala di notte. Ceri altissimi, ombre lunghe sparpagliate sulle case, sul selciato, luce gialla, grande partecipazione popolare, cori, vesti sontuose o stracci, il senso di un lungo cammino faticoso, non si sa quando iniziato, incensieri, turiboli oscillanti, superfici argentate rilucenti nell’ombra, preghiere silenziose. Ora invece prova a mischiarti al popolo, senti gli altri corpi, l’alito, l’odore dei vestiti, cammina con il passo di tutti, sosta quando il prete dice di sostare, recita le formule d’uso, tieni lo sguardo basso, curvo sul selciato, dai il cambio per reggere la sagoma di cartone, non fissarne il retro (la schiena), che è bianco.

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La grande vasca di Piazza *** è asciutta. Ha un tono verderame opaco, le bocche dei mascheroni sono buchi vuoti e neri. Intorno alla piazza decine di furgoni, strutture tubolari, altoparlanti, piccole tendopoli. E dall’inizio di Via *** arrivano voci a folate, si vedono bandiere e stendardi, si sentono applausi.

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Sono sparpagliati per tutta la città, entrano in tutti gli esercizi commerciali, indossano giacca e cravatta, hanno mocassini sfavillanti. Sono i raccoglitori di consenso per le elezioni del sindaco. Si adattano a ogni interlocutore in un esercizio acrobatico di mimetismo, sono flessibili, svelti, si disfano della vecchia pelle a un ritmo parossistico come la muta accelerata di un serpente.

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Caro ***

Stanotte ho dormito male perché un cane abbaiava stridulo e insistente sotto le mie finestre. Stamattina mi sono lamentato con l’albergatore che mi ha risposto più o meno così: “Ne sono molto dispiaciuto, signore, ma è un cane, capisce? e abbaia come noi parliamo. Che cosa si può fare? Se mi mettessi a gridare di notte per scacciarlo aumenterei solo il baccano. Se parlassi al suo padrone, ammesso di rintracciarlo, mi direbbe che è un cane e quindi abbaia. Se gli dicessi di cambiare zona mi direbbe che i vicoli non sono di mia proprietà e che il cane va a spasso dove vuole e abbaia dove vuole e all’ora che vuole, non essendo regolato per abbaiare a certe ore in certi luoghi e in altri no. Il cane è un cane, direbbe, in un trionfo di dialettica.”

Il cane è un cane: abbaia, va a spasso dove vuole, sosta dove vuole, non è regolato secondo i nostri ritmi, non bisogna scambiarlo con un essere umano, è vero. Il cane dorme quando ha sonno, beve quando ha sete, mangia quando ha fame, è quasi un discepolo delle dottrine Zen. In tarda mattinata, passeggiando, ho ripensato alla nottata insonne, al suono rauco e meccanico del cane, un’esplosione nel silenzio generale; ho ripensato alle considerazioni dell’albergatore, degne di rispetto e di attenzione, in fondo. Poi, sono passato davanti a una macelleria e poi davanti a un droghiere…

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Sorridono con la bocca storta. Indossano lunghe casacche bianche e lunghe scarpe di stoffa senza calze. I talloni strisciano sul selciato. Sono disposti ai quattro lati di Piazza ***, i bambini tengono in mano un palloncino rosa, i bambini stanno intorno a un chiosco, sul chiosco è distesa una tela bianca. Dietro il chiosco c’è un vicolo da cui sbuca un uomo con tre cani al guinzaglio, cani dal corpo tozzo e massiccio. Sotto i ponteggi s’inseguono, giocano a nascondino. Un acrobata vestito di metallo e un odore di vernice spray e di carne bollita. Dal sagrato di Piazza *** arrivano gridi festosi, canti, celebrazioni.

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Sono seduti su sfere di metallo, sono una decina, fissano tutti un cellulare, sono un elemento decorativo di Piazza ***, tranne le dita agitate sono quasi immobili e molto seri.

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La città di C. è un enorme elica il cui asse inizia dai monti e sprofonda in mare. I giri delle innumerevoli pale sono veloci, lenti, moderati, vorticosi, a strappi, a schiaffi, è una gigantesca elica guasta, malata.

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Caro ***

nessuna fotografia, disegno, racconto o altro mezzo può descrivere la città di C. Solo il contatto con le sue strade, e una disponibilità all’osmosi, spesso estenuante, lasciano intravedere l’orribile singolarità di una città unica. L’osservazione acuta, penetrante è uno strumento considerevole ma non basta. Bisogna lasciarsi intaccare, per così dire, e aprire la porta senza accorgersene, quando ormai è troppo tardi per chiuderla.

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Fanno irruzione scene, edifici, animali veri o raffigurati, odori, materiali, targhe, voci, rumori, rientranze, spigoli, donne enormi, tatuaggi, richieste, truffe, guide turistiche, trenini, altoparlanti, parlate, climi, assenza di vento, folate improvvise… interni squallidi, interni di una bellezza abbagliante, una porta socchiusa introduce in un breve corridoio sporco, dalle pareti spaccate, a cui è appoggiata una porta d’ingresso che sembra appena divelta dai cardini. Un colpo secco: è il portone che si è chiuso. Tre diramazioni, tre scalinate. Un’immagine di Cristo in ceramica. C’è silenzio. Il costante brusio esterno è rimasto chiuso fuori. Ci sono aperture simili a ingressi ma troppo piccole o troppo storte; accessi a scantinati, sportelli con le sbarre… è un palazzo altissimo, di larghezza imprevedibile, una scalinata affonda per un lungo tratto quasi in orizzontale e non si capisce perché abbia i gradini; conduce a un loggiato che si affaccia su un cortile, nel cortile un magnifico albero, un fico, e un pozzo. Una lunga e massiccia balaustra fiancheggia un’altra rampa sorvegliata da leoni stilofori, il naso e le guance smangiate dal degrado, le colonne di un marmo splendido venato di verde. In basso, da qualche parte, voci e rumore di acqua come una piccola cascata; in una larga spaccatura cresce rigoglioso il capelvenere.

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Uno dei truffatori storici, figura ben nota nella città di C., è un arabo vestito di tutto punto, un uomo di circa 65 anni, con una bella barba bianca, un bel cappello marrone, giacca, pantaloni, scarpe, cravatta, fermacravatta, occhiali, grande anello, camicia… molto elegante. Gira con una falsa laurea, o certificato di studi o curriculum, si avvicina ai tavolini, è impeccabile nei modi come nel vestire; racconta di essere dottore in una certa disciplina vittima di angherie, soprusi, burocrati invidiosi che gli impediscono di esercitare qui, o nel suo paese; chiede un piccolo contributo per mantenere la famiglia e pagare le spese di un avvocato che cerca di difenderlo perché possa tornare a lavorare. Esibisce anche altre carte, ogni anno aggiornate nelle date e nei contenuti, tranne la falsa laurea, la stessa da almeno 10 anni. Esercita la sua vera attività di truffatore soprattutto nei giorni festivi quando le vittime, soprattutto straniere, abbondano.

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Un giorno – era il periodo del Covid – si è avvicinato a un banco di frutta e verdura gestito da un arabo. Quel giorno non era elegante, non portava gli occhiali, non aveva fogli in mano; indossava una lunga veste sporca e delle babbucce. Anche la barba sembrava sporca. Si è rivolto al commerciante con arroganza: pretendeva per l’ennesima volta di rifornirsi senza pagare. Dopo un breve alterco ha preso qualcosa per pochi spiccioli, l’ha mangiata e poi ha sputato i noccioli sul banco, ha girato le spalle e se ne è andato gridando non so che cosa, forse maledizioni al suo compatriota peraltro non andate a buon fine.

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Tutti trasportano piccole lapidi elettroniche, le fissano, sembrano consultarle con accanimento.

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I gradoni di Via *** che delimitano gli sfiati sotterranei della sede centrale di una nota banca, hanno la forma di sarcofaghi. Attraverso le griglie soffia il respiro artificiale e caldo. Il sottopasso illuminato dai neon è uno dei luoghi più tetri della città. In questi giorni, sopra una delle reti, marciscono e seccano i fiori esuberanti di tre sterlizie.

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Caro ***

avrai notato che nelle mie lettere non metto nessuna data. Non saprei dirti perché. Forse è una forma sciocca di reticenza o fastidio per calendario e ore; del resto, riporto spesso indicazioni di clima o fioriture o altro che lasciano facilmente capire, se non il giorno, almeno il mese, o meglio la stagione, per quanto il clima, nella città di C., subisca drastici capovolgimenti da un giorno all’altro. Inoltre, caro ***, tu sai che il tempo scandito dall’orologio non mi è mai piaciuto; per me è difficile accettare orari, appuntamenti e agende; ancora di più in questa epoca dove il peccato capitale sembra la perdita di tempo. Ma di quale tempo? E quale la perdita? E quale il guadagno? Nei giorni scorsi mi è capitato di vedere due clessidre incise sopra un marmo che fa angolo fra Via di *** e Via ***. Un’incisione raffinata ma imbrattata dalla solita scritta.

La città di C. è in campagna elettorale. Da settimane la propaganda mangia gli occhi da ogni parte. Inutile dirti che è oltraggiosa. In questi giorni, a ridosso della votazione, la vigilanza della città si è moltiplicata.

Oggi, mentre camminavo per Via *** strada vuota e silenziosa in genere, ventilata, abbastanza ampia, in parte ben tenuta, dalle tinte chiare, dall’assenza di auto posteggiate e manifesti – divieto d’affissione – perché sede di importanti istituzioni, musei, palazzi e proprietà della curia, ho guardato in cima, dove la strada svolta in Piazza ***, accorgendomi che non avrei potuto passare. Un addetto alla nettezza urbana spazzava la strada con un getto ampio e potente di acqua e disinfettante che ha interrotto giusto il tempo per aprire un varco a una colonna di poliziotti, circa una ventina, che si sono poi allargati a ventaglio: proprio come il getto d’acqua. Al centro del ventaglio c’era un individuo. Ho dato un’occhiata e sono tornato indietro di qualche metro.

La squadra di poliziotti era silenziosa quanto l’individuo; scendevano lentissimi e ogni tanto sostavano consultando i cellulari. Trasportato dal vento, arrivava il rumore e l’odore del getto di disinfettante: un odore acido che prendeva alla gola. Da un locale, musica brasiliana e odore di fritto; due senegalesi, col tipico berretto da marinaio, il camugin, ondeggiavano appoggiati alla porta del locale. Due carrelli sono sbucati ai lati del ventaglio dei poliziotti, due carrelli carichi di pacchi: uno ha svoltato in Salita ***, l’altro ha proseguito diritto nella mia direzione. In quel momento una nuvola più grigia, in un cielo già opaco ma abbagliante, ha creato per pochi secondi un effetto quasi di oscurità. Mi sono voltato verso Via ***, stradetta di raccordo, a dosso, dove un uomo si era accovacciato davanti a un portone e stendeva per terra un foglio di carta unta. In una piazzetta attigua scaricavano materiali, calcinacci, sacchi di cemento; lo sbuffo della calce imbiancava l’aria e il vento debole non riusciva a spostarla.

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Dopo aver parlato per circa mezz’ora la guida tace, si pulisce gli occhiali, fa qualche smorfia, guarda nel vuoto. Ha spento il microfono, ha la voce roca, i gesti lenti. Lascia ricadere le braccia lungo i fianchi, sorride nel vuoto. Poi si appoggia a un muro, gira le spalle al pacchetto n. 4 –bis. Guarda in alto, vede lunghissime fessure grigie fra un cornicione e l’altro, i soliti piccioni posati sui davanzali. Anche oggi la luce è quella di una perla sporca. L’umidità atterra. Qualche folata agli incroci di certe strade, molti sono sdraiati per terra sui gradini di Piazza *** sotto Palazzo San ***, sfiniti dal caldo e dal vino pessimo. Una fossa di marmaglia, rovinata come le colonne, quei monconi bianchi e neri, denti lunghi e spezzati.

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Gli affreschi si scrostano a grandi pezzi, da anni la facciata a levante perde la pelle, affiora il secondo strato, poi il terzo si raccorda ad altre zone deteriorate formando una geografia, una mappa, contorni di isole, continenti, paesaggi lunari. *** non poggia più la mano su una sfera, le sue dita s’immergono nei mattoni, *** non si appoggia più alla spada, il fianco entra nel cemento, *** poggia i piedi su crepe, spaccature. Le ali sono ancora intatte, come i seni e il fallo. L’animale con le ali di uno Stukas morde l’aria terrorizzato, le orbite del cavallo schizzano fuori, la donna si volta e benché protetta sembra scappare, l’orologio è fermo come il segnavento – i turisti scattano fotografie.

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Piazza *** è vuota per il gran caldo. Lungo il perimetro, è caccia ai passaggi in ombra, anche infossati; i trolley rotolano sotto le colonne amputate con un bizzarro rumore di macchine giocattolo. A guardia di un vicolo, sotto i ponteggi, fra le luci rosse, un grande cane nero, sdraiato sulle zampe davanti, alza gli occhi e sembra controllare chi si avvicina. Ha il pelo ispido e grigiastro, lo sguardo né aggressivo, né docile. Una donna parla una lingua sconosciuta, parla ad alta voce, è seduta all’altro capo del vicolo; il cane volta la testa nella sua direzione e resta immobile. Una volante a sirena spiegata accorre accanto ai portici di ***. Da lontano si sente gridare. Un gabbiano vola in cerchio sulla pattuglia: dieci agenti, sotto il sole, sembrano piccoli e smaltati, soldatini appena verniciati.

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“All’inizio del XXI secolo, in Piazza ***, imperversavano i predicatori cattolici sud americani. Erano perlopiù adolescenti e bambini sostenuti da un gruppo di adulti vestiti come se andassero a un funerale, a un matrimonio oppure a messa. Da questo gruppo si staccava un bambino col microfono in mano che sproloquiava come un gesuita sulla fine del mondo – era in ritardo – su Gesù in croce – sempre attuale – sui peccati abominevoli – sono sempre abominevoli – sulla non-vita di chi non crede nell’unico Dio, nel Salvatore, nel Resuscitato, nel Giudizio Universale. Microfono amplificato in mano, andavano e venivano sotto la statua del celebre armatore oggi imbiancata di sterco, una precoce canizie di escrementi gli ricopre infatti i capelli, cola sugli occhi e riga i vestiti del celebre cittadino. Gridavano litanie imparate a memoria con un tono lamentoso e pieno di minacce. Citazioni sconnesse dalle Sacre Scritture. Quando, finita la performance, rientravano nel gruppo degli adulti, scattavano gli applausi e un altro predicatore bambino, dal vestito immacolato, dai capelli impomatati, attaccava la sua predica. Mi sentivo soffocare da una nuvola di borotalco e naftalina, vedevo fiori di plastica, sentivo puzza di armadi e tarme. E la predica urlata nel microfono, rinforzata dalle cavità dei portici di *** mi schiantava i timpani. Era tutto squallido, miserabile, agghindato e sporco come un trucco sporco. La piazza era in pieno sole. In quello spettacolo nessun fascino, solo catechismo ammuffito, icone sempre uguali, raggi celesti tra nuvoli folti, un triangolo occhiuto nel cielo, peccatori tra le fiamme, diavoli col tridente e il tutto sulla bocca addomesticata, plagiata, di bambini.”

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Bene. Oggi vi farò notare un aspetto interessante della città di C.: la città armadio o guardaroba. Stracci, scarpe, vestiti, mutande, calze, stoffe variopinte e ammuffite, sdrucite, sporche, consunte ma tenacemente appese a qualcosa. Ecco una scarpa allacciata a un cavo in Via ***, a due passi dalla sede di una famosa banca. Penzola lassù da anni, ruota, si aggroviglia. Essendo di gomma potrebbe pendere sulla strada per decenni. Ai volatili non interessa. Invece in Vico ***, luogo di storia antica, tracce di affreschi, archi ciechi a mattoncini, contrafforti di ardesia, finestre sfondate, plastica al posto dei vetri, un orsacchiotto di pezza è infilzato sui chiodi antipiccione – è sopra un capitello, da anni. Invece, in mirabile sospensione, abbiamo lassù, in Via ***, stringhe, assorbenti, felpe e, poco più avanti, in Vico ***, una tazza del cesso appoggiata al muro. Ora seguitemi. Ecco una pala di ventilazione in Passo della ***, forse recuperabile, forse manderebbe ancora vento, forse di tramontana, raffiche, pelle scorticata, cielo blu di ghiaccio, facce livide, labbra raggrinzite. Intorno vediamo siringhe, cartacce, cartocci, erbacce, muretti diroccati, muffa – anche un bell’albero di nespole mature che fa la gioia dei pappagalli. Da quel muro, appesa al filo spinato, penzola una camicia. Il portone verde con guardiola a sbarre, del convento di *** è stato rattoppato con una cancrena di vernice spessa dieci centimetri. In quel punto potete vedere come materie diverse convivano in beata armonia: legno, plastica, marmo, erba, vetro, metallo, vernice, condensati in piccoli, grandi e grandissimi grumi, escrescenze da cui spuntano fili, cavi, punte di ferro, piume. Perché visitare un museo di arte informale quando potete vedere dappertutto, nella città di C., capolavori anonimi che Fontana e Burri e Tapies avrebbero ammirato? Dentro quello sportello l’immagine di una santa; su quella balconata, anzi sotto, un palloncino a specchietti ruota e balugina; fra le pietre di un muro bombolette, confezioni, pacchetti – lo rinforzano. Quella spaccatura è stata riempita con gomma a espansione, così tanta che la spaccatura si è allargata: un bel rigurgito giallo e denso. Quel sovrapporta ha il cavaliere con la faccia falciata. Gli resta il profilo. Altre figure logore, corrose, con effetti geometrici. Una palma s’indovina, un cigno s’intuisce, un santo s’immagina.

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Vico *** è un breve vicolo chiuso, molto scuro. Il muro in fondo è alto circa 15 metri, un moncone, grandi pietre scorticate e umide, il resto di un bastione, forse. Alla base del muro, in un angolo, una sedia di legno, e sopra la sedia una bottiglia di birra. La sedia è schiacciata dalla massa a cui si appoggia, sembra alta pochi centimetri.

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“Ora le farò qualche domanda sulla città di C. Ma dovrà rispondere rapidamente, senza riflettere.

– D’accordo.

– Quale colore le viene in mente?

– Nessuno o piuttosto tutti ma sporchi, coperti da una patina dall’odore sgradevole. Colori vecchi, screpolati.

– Quale albero associa alla città di C.?

– Nessuno. Forse smilze palmette, qualche platano. Ma dove sono gli alberi nella città di C.? Ah! qualche fico.

– E i giardini che cosa le fanno venire in mente?

– Pubblici?

– Sì

– Incuria, poco verde, panchine dormitorio, ubriachi, cani senza guinzaglio, polvere.

– La città vecchia?

– Una carcassa perforata in tutte le direzioni da corrieri, biciclette, carrelli, mezzi per la raccolta dei rifiuti, centri per la raccolta dei rifiuti, unghie finte, ciglia finte, depilazione esibita dietro grandi vetrine, tatuaggi, ponteggi, tavolini poggiati su strati di merda di piccione, sedie incastrate fra una pietra sconnessa e l’altra, selciato semovente, scritte, simboli, graffiti su portoni, muri, colonne, pietre del selciato, porte, battiporta, cornici di marmo, scale, cancelli, sbarre, catene, vertigini, urli, cani aggressivi, zecche sonore a centinaia, a migliaia, un brusio inesausto di parole, merda di cane, piscio di cane, grovigli di cavi.

– Grazie.

– …

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Caro ***

dato che siamo quasi in estate e già fa molto caldo, devo tenere le finestre aperte. Entrano odori e rumori poco gradevoli. Fra gli odori: puzza di fogna, spezie, vernici, fritto, carne bollita in un miscuglio a volte indefinibile. Nonostante l’abbondanza di deodoranti sparsi nella mia camera sotto forma di bastoncini immersi in un liquido profumato, gel sistemato in bagno e nei cassetti, gli odori penetrano e ristagnano. Fra i rumori accennerò solo allo svuotamento del vetro, la famosa cascata di vetro, rumore che non ha orari come i mezzi della nettezza che percorrono ossessivamente la città di C. a qualsiasi ora del giorno e della notte. La cascata di un materiale fragile e tagliente, che in un lungo boato si schianta in mille frammenti, evoca immagini poco piacevoli e dato il fenomeno acustico tanto elementare quanto frastornante provocato da pareti vicine e altissime su cui il suono rimbalza, questa cascata irrompe nella mia camera con forza moltiplicata dal numero di rimpalli compiuti. È uno dei principali temi sonori della città.

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“Durante i primi due decenni del XXI secolo, la città di C. subì un’autentica rivoluzione nel modo di gestire la spazzatura. Scomparvero quasi tutti i contenitori all’esterno, e uno dopo l’altro vennero aperti locali o punti di raccolta dei rifiuti a cui potevano accedere solo commercianti e residenti. In che modo venissero individuati i locali e con quali criteri, ancora oggi non è dato sapere. Alcuni si trovavano proprio accanto a esercizi di ristorazione. Altri aprivano i cancelli davanti a sedie e tavolini di bar, caffè, locali. In pochi anni la città vecchia si ritrovò traforata da quelli che allora si chiamavano Ecopunti; spuntavano dappertutto, incastrati, incastonati, sfondati fra un negozio e l’altro. Una vera rete di locali dove depositare la spazzatura era sorta come una piccola città nella città. Il via vai di spazzini, sacchi, furgoncini era continuo. Qualche Ecopunto pare fosse di pulizia esemplare, altri erano sudici e puzzavano. Il maggior numero di questi locali era concentrato nei quartieri della ***, del *** e di ***. Piccoli, medi, grandi, erano ormai parte dell’arredo urbano. Nessuno poteva più frugare nella spazzatura. Gli accessi erano sorvegliati da personale specializzato: metà spazzino e metà buttafuori. Le più agguerrite nel far rispettare il regolamento erano le spazzine: muscolose e con le tute fluorescenti, piantate davanti ai cancelli a gambe divaricate, pronte al rimbrotto, al rimprovero, a scacciare l’indesiderato, spesso uno di un altro quartiere. Per aumentare la sicurezza le chiavi vennero cambiate ogni mese. Le video camere furono piazzate anche all’interno dei cassoni. Poi venne inserita una serratura a codice. Il codice veniva aggiornato ogni due settimane. La richiesta del nuovo codice avveniva compilando un modulo dove si doveva precisare la quantità di spazzatura, il genere, la forma e, se era il caso, perché la quantità o il volume di un certo materiale fosse aumentata in misura rilevante. Poi, venne introdotto un nuovo orario molto più ridotto che in passato. La nuova giunta deliberò che gli Ecopunti sarebbero rimasti aperti al mattino fra le 10 e le 11, al pomeriggio fra le 17 e le 17. 30 e la sera fra le 20 e le 21. Per evitare, si diceva, quel continuo via vai di sacchi, spazzini, furgoncini, camion, consegne, rumori, tracce di rifiuti, spazzatura sbalzata dai camion, disinfezione continua dei locali e delle zone attigue.”

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Una vasca di pietra, due teste di leone e una colonna. Vi sarete accorti, lungo il tragitto, di una strana fioritura: papaveri di plastica dai grandi petali, a decine. Legati dove capita, decorano soprattutto Via San *** e Via del ***. Ci spostiamo di poco per vedere il palazzo di un poeta-notaro con due statue emerse di recente dall’ammollo in candeggina: sovrastano, bianchissime, un portone, hanno entrambe un braccio mutilato, sembrano tendere a un ricongiungimento impossibile. Sono speculari. Annodato a quella grata, ecco uno dei grandi papaveri di plastica però appassito come fosse un fiore vero. In quel negozio hanno scritto Male anziché Mele. Se volete approfittare… a 2,99 comprate un chilo di Male.

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Raccolgo voci, frammenti di conversazioni, tracce di affreschi sotto i cornicioni; torri color seppia, sottili, piano dopo piano, inalberano bandiere sdrucite, interrotte da finestre, riprese fino alla punta che buca il cielo dipinto.

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A che ora mi sono svegliato? Qualcuno parlava, era sul tetto. Sembravano voci giovani, profonde. Erano sconosciuti, probabilmente operai, ma chi li aveva mandati? Sono sceso dal letto e ho chiuso la porta; poi ho aumentato la velocità del ventilatore per coprire le voci. Adesso erano remote, smorzate. Mi sono quasi riaddormentato. Sulle pareti bianche ho fissato una goccia di stucco. Dall’esterno sentivo o immaginavo un rumore come il ronzio di un citofono guasto e poi colpi, sferrati da che cosa e su che cosa non era possibile capire. I portoni, qui sotto, sono altissimi e pesanti, nessuno riesce a chiuderli piano; risuona un colpo secco e insieme profondo che ho imparato a distinguere ma non la provenienza esatta.

Le voci sul tetto – forse non erano sul tetto ma dentro il palazzo di fronte o in quelli dietro oppure a fianco o sopra o appoggiati per un lato, uno spigolo, una parete – adesso mi sembravano più numerose. C’è stata una lunga pausa, probabilmente mi ero addormentato, e all’ennesimo risveglio ho sentito un rumore metallico cadenzato provenire dalla mia scala interna. Ricordo che ieri notte c’era quasi luna piena, un biancore sporco attraverso una finestrella col vetro opaco, entrava nella mia camera. Era una luce triste. Meglio la lampadina che appoggio su un cilindro di carta gialla opaca aperto per metà. Vi si riflette una luce piccola e calda e per leggere mi basta.

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Riempite dai graffitisti con enormi scarabocchi molte pareti da poco ridipinte. La pittrice di strada oggi non dipinge, si limita ad addossarsi a un portone. Un uomo alto, longilineo, in completo azzurro attillato, ha il passo sonoro, percuote il selciato con i suoi mocassini di vernice, attraversa un portico. La pittrice stringe fra i denti grigi un mozzicone e non guarda niente. La giostra è ferma. Tra le fessure delle pietre cresce l’erba che in cima è già secca. Sotto i gelsi, macchie nere a centinaia. Un cane si è impuntato. Lecca i gelsi schiacciati.

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Esasperante nelle continue giravolte, negli incroci, negli spigoli, il labirinto della città di C. esaspera anche per la varietà della toponomastica. Nessuno si orienta, neppure chi ci vive. Non si orienta, intendo, con i nomi. Le bussole sono piuttosto i negozi, i locali, qualche particolarità, qualche sfregio o assurdità architettonica. Si trova una strada ricordando una panchina storta, una statua che sbuca fra centinaia di auto, un portico con saracinesche alte e arrugginite. Oppure un odore.

*

Durante ogni inverno, per anni, appena il vento rinforzava, dal mio letto sentivo uno sportello o finestrella sbattere. Non era fastidioso. Immaginavo un boccaporto dimenticato dove s’infilava il vento, il boccaporto di una nave abbandonata ma che proseguiva il suo viaggio, senza timoniere, senza ciurma, avvistata al largo di una costa o di un’altra, in un mare o in un altro; segnalata a diverse latitudini, a vele spiegate, a superba andatura, oppure a vele stracciate, il legname scalfito, sconnesso, inclinata paurosamente, gli alberi piegati, le sartie in balia del vento. E sempre quello sportello il cui colpo secco e ripetuto centinaia di volte si udiva anche in mezzo al fragore di una tempesta. Di notte il vento s’ingolfa e rimbomba sul mio terrazzino lungo e stretto, cerca una via di uscita, sembra arrotolare arbusti spinosi, spingere sabbia e accumularla davanti alla porta. Qualche scheggia di ardesia vola nel vuoto. I rumori della piccola bufera sono quasi protettivi. Resto nella mia branda, in ascolto, aspettando il momento in cui lo sportello o finestrella, fra tanti soffi e boati, batterà il suo colpo secco e ostinato.

*

Ho ricordato Via del ***, di notte. Forse d’inverno, un inverno di molti anni fa, gelido. Di notte è quasi insopportabile. Soffia teso, inarrestabile. In Via del *** c’erano pochi uomini, forse tre o quattro. Nelle case silenzio, oscurità, finestre e fessure ben tappate. I mulinelli afferravano carta, polvere; i residui di qualsiasi cosa venivano risucchiati verso l’alto o schiacciati sulle pietre.

Dall’angolo di Vico *** uscì lentamente un grande contenitore rettangolare di plastica poggiato su un carrello. Dall’interno proveniva una specie di sciabordio e ogni tanto si sentiva un colpo contro le pareti. Un uomo, attraverso la sciarpa, gridava ripetutamente di fare attenzione. Il contenitore oscillava su rotelle troppo piccole per quel carico e per quella pavimentazione sconnessa. Pochi lampioni illuminavano Via del ***. Dall’interno della vasca si sentivano fremiti. Un uomo sbucò dall’ombra e, appena sopraggiunto, stringendosi dentro i vestiti, disse: “Bisogna sbrigarsi. Dentro la vasca il movimento aumenta, le rotelle sono già piegate.” L’uomo che spingeva il vascone sembrava esausto, ma non dal peso, bensì dalla tensione di mantenere in equilibrio il carico. Si fermò per un attimo. Uno spruzzo lo raggiunse al viso. Un altro a una manica. Il bordo del vascone era più alto della sua testa di almeno venti centimetri. In una mano teneva una rete a maglie strettissime fissata a un lungo bastone. Il vento continuava a spazzare la strada. Un altro uomo si mise a spingere il carrello ma sembrava meno attento, benché più forte del suo compagno. Una delle ruote si era incastrata in una fessura del selciato. Intorno alla vasca adesso c’erano quattro uomini che tendevano un telo provando a circondarla. Il vento rendeva l’operazione molto difficile. Uno infilava una corda dentro gli occhielli e tirava e annodava. Le raffiche gelide gonfiavano e schiaffeggiavano telo e uomini. All’interno della vasca l’agitazione sembrava aumentare, si alzavano spruzzi il cui biancore sporco era illuminato dai lampioni. C’era uno strano odore. Come di grasso.

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Oggi faremo il tour degli animali. Fantastici e veri. A volte mischiati. Vedremo cavalli, capre, cani, basilischi, draghi, cigni, struzzi, maiali, pavoni, pesci, rapaci, leoni, serpenti, colombe, salamandre e molto altro. Vedremo anche un Tirannosauro di cartapesta ospitato nell’abside della chiesa di Santa ***, protetto da sbarre alte e spesse, come fosse in gabbia. Se volete possiamo aggiungere lo zoo sui muri: i graffiti, i disegni, gli stampi. Allora vedremo topi e pipistrelli, farfalle, gechi, bruchi, pesci mostruosi, formiche, ragni e impronte di chissà quale animale…

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Sono stanco. Chiudo il libro e tengo aperti gli occhi attraversati da immagini: acqua, ragnatele o crolli. L’acqua è una figura che dura un istante. Un colpo di vento fa tremare la ragnatela. Mi ritrovo in piedi dietro una grande finestra a due battenti e sto guardando una montagna. Sono solo. Da sette mesi vivo da qualche parte nell’entroterra. Il tronco bianco di una betulla si appoggia ai vetri. Nel cielo una miriade di stelle ed è scoppiato un incendio sul crinale dietro cui sorgerà la luna piena. Più tardi vedrò le fiamme agitarsi contro il chiarore abbagliante mentre mi avvicino alla città di C. Sono stanco e quelle fiamme erano convulse, il cielo nero, profondo, terso e gelido. La luna, luminosa e netta sembrava un disco tagliente. Appena chiudo gli occhi, i personaggi del libro si muovono accanto alle figure viste oggi, le incrociano, si scusano, le spingono. Le attraversano. Sembrano divertite e dispettose. Una goccia d’acqua cade dentro l’acqua e il tonfo dà il segnale a un edificio che crolla senza polvere e senza rumore.

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Li rivedo alti e scuri benché non lo fossero. Oppure col corpo e il viso largo e con la pelle bianca e opaca, appena arrossata dal sole. Li rivedo sotto gli alti cancelli della facoltà di ***, quasi silenziosi, a scambiarsi cenni, poche parole come in codice. Uno è appoggiato all’ingresso e un altro è in fondo alla scalinata, sotto l’imponente cancello di Stradone ***. Sembrano molto lontani l’uno dall’altro, separati da chilometri e dislivelli d’aria e muri. Una voce smorta richiama un cane. La terra dei Giardini *** è asciutta e compatta, le piante immobili, il copertone-altalena pende senza un’oscillazione, anche minima. Gli escrementi sono secchi. Le pesche settembrine sono verdi. Qualche raro soffio di vento infila le scale ripidissime, svolta fra un muro, un palazzo, una parte del complesso di San***. Rinfresca per un attimo. Li rivedo mentre sono appoggiati, trasognati, stanno quasi dormendo. O inghiottiti dall’ombra di Vico ***, mentre in fretta chiudono un portone. Sono tornato molte volte negli stessi luoghi, constatando piccoli cambiamenti, oggetti che non c’erano o avevano un’altra forma. Un tronco è stato sezionato. Com’è secca e screpolata la terra! Anche la ruggine è asciutta. Le scaglie di un telaio arrugginito con resti di vernice, brillano sotto il sole della metà di giugno. Salendo la ripida scalinata i cui gradini riflettono una luce fredda, incontro facce che non conosco, sento uno spostamento d’aria né piacevole né altro, solo uno spostamento d’aria.

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La facciata dell’ex chiesa di S.*** ha davanti un cantiere. Nell’ora più calda, un solo operaio dall’andatura dinoccolata entra dove i non addetti non possono entrare. Le ombre sono appuntite. Le baracche di lamiera abbagliano. I graffiti, in parte slavati, sembrano colare macchie sul selciato. Un edificio tagliente, azzurro e piatto impone la sua mole, estranea a quello che ha intorno.

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“Perché ritorni tutti gli anni negli stessi posti e quasi sempre da solo, che cosa cerchi ancora, che cosa pensi di vedere? Hai consumato il tuo tempo; sei ostinato e ancora brancoli in luoghi che dovresti conoscere a memoria. Stai fingendo? Ripeti il solito percorso con qualche deviazione, ne parli come di una scoperta, fosse un fico che per anni non avevi notato, un archetto di mattoni, un portone di lamiera, di toppe di lamiera, come ce ne sono tanti, e che solo tu trovi interessante. Quella grata polverosa a livello del pavimento, quella prospettiva con una luce diversa, un intonaco rifatto, non meritano di essere notati, e men che meno scritti o raccontati. Del resto che cosa raccontare di un intonaco? o di una porta? Eppure anche oggi hai notato un’apertura con le sbarre, le sbarre avvolte dalle ragnatele, sudicie, accanto a un magnifico portale. Appoggiato alle sbarre un quadro con la cornice sgangherata, una marina con il tipico borgo di pescatori, le casette colorate… una grande macchia blu, una specie di nube d’acqua enorme, si alzava da un angolo del quadro, la prospettiva era sbagliata, sembrava sbagliata, come le case e le altre linee, tutte sbilenche, il dipinto era rozzo e piatto, ma prendeva rilievo, si alzava nell’angolo trascinato da quella massa blu che incombeva sull’abitato, abitato peraltro che sembrava evacuato a guardar meglio, nessun uomo, né alle finestre, né sul molo, solo gabbiani in attesa.

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“Qui sorgeva l’officina dei mostri di cartapesta. Dinosauri, giraffe e altri animali il cui scheletro era costruito con giunchi ed erbe flessibili. Erano alti anche dieci metri. Una giraffa blu cobalto con grandi occhi bianchi affiancava un dinosauro dalle unghie affilate. Venivano pacificamente esibiti dentro le rovine di una chiesa, S.***, erano rozzi e simpatici. Ogni animale aveva una valvola dentro cui veniva soffiata aria; l’animale si gonfiava in certe parti dando l’idea di un aumento di muscolatura o di un cambiamento di espressione. Per esempio, il dinosauro aveva la valvola dietro il collo. Insufflata l’aria aumentava il volume della gola che sembrava enorme e palpitante. A volte l’aria in eccesso lacerava la cartapesta e gli animali venivano rattoppati come vecchie camere d’aria bucate. Le toppe però erano di vari colori, così l’animale perdeva la monocromia e prendeva una certa vivacità. Oggi sono rimasti pochissimi frammenti: qualche lacerto di cartapesta inchiodato alle pareti, una scarsa documentazione fotografica.”

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La struttura a corridoi o corsie intrecciate, svolte continue, ingressi senza porte, crea un senso di allarme, di attesa angosciosa di un qualche evento che s’immagina sgradevole, nocivo; l’ambiente sezionato in crepacci, migliaia di pareti in caduta, le gigantesche facce di marmo grottesche, il disorientamento… Si varca sempre una soglia. Si cerca un nome, un rumore, un’edicola votiva, come una barca di notte scruta il mare per individuare un gavitello lampeggiante e calcolare la propria posizione rispetto ad altri punti. Riferirsi a un rumore è ingannevole: questo rimbalza da una zona all’altra; riferirsi a un nome, nell’intreccio fittissimo di targhe, accentua lo smarrimento; il vicolo che si credeva già percorso è un altro, e alla prima deviazione – quale? – sotto un arco che si credeva già oltrepassato, davanti a un battiporta che si credeva già visto o un famoso palazzo di cui non si ricorda il nome, l’orientamento vacilla, la colonna di fronte sostiene una targa arrugginita, illeggibile.

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Sono le 17.10 di un lunedì che precede di un giorno l’estate. Il caldo è opprimente tranne in qualche vicolo buio, la cui oscurità è rafforzata dai ponteggi. Alla base dei tubi cartacce, mozziconi e liquidi. Fra le sbarre avvolte di nastro bianco e rosso sbuca una puttana. Una figura magra, alta, coi capelli lunghi quasi bianchi raccolti in parte sulla nuca, di una magrezza malata, s’intrattiene con qualcuno che non vedo e una porta spalancata per il caldo dà accesso a Vico ***, tutto spigoli, sporcizia, carrelli, lattine di birra schiacciate, cartoni, facce di cuoio screpolato, rosse o smorte. Le bottiglie di plastica schiacciate, quasi piatte, danno un curioso effetto ottico. Sembrano intarsiate nel selciato, un selciato variegato da oggetti dimenticati, abbandonati, corpi sdraiati. C’è un’ostinazione a riproporsi anno dopo anno nello stesso punto da cui si è stati scacciati tante volte; spostandosi di qualche metro si spera di non attirare l’attenzione; confondendosi all’uscita di un supermercato con altri consumatori si attua una specie di mimetismo e si ribadisce la propria presenza proprio lì, come un diritto acquisito.

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Dialogo minimo sul clima:

– Oggi fa caldissimo.

– Sì, ma meglio di ieri. Di mattina presto c’è fresco… mi sembra.

– Il problema è il caldo umido; quando ero a *** il caldo era secco. Qui, no.

– Forse pioverà nei prossimi giorni.

– Ho paura di qualche alluvione o bombe d’acqua. Il Po è in secca, l’acqua è razionata.

– I condizionatori vanno a metà regime.

– Staremo a vedere.

– Sì, ma camminare sotto il sole… al mare si sta bene…

– Sono andato al mare: c’era da morire.

– Forse qualche nuvola, ma al nord… nell’entroterra…

– Magari arriverà fresco anche qui.

– Se pioverà, qui dopo sarà peggio, ancora più caldo umido.

– In effetti…

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Mentre il mio gruppo si sparpaglia per la città a fare acquisti, io entro nella vineria di Vico *** e bevo uno, due, tre bicchieri. Seduto coi gomiti appoggiati sopra una botte considero la mia vista, soprattutto l’occhio destro, che si offusca. Non è niente di che: dopo un giro coi turisti mi accade spesso. Anche i gesti diventano opachi e lenti. E ho il solito tic alla spalla destra che salta. Mi tremano un po’ le mani. Di solito al terzo bicchiere la spalla si acquieta, la vista migliora, le mani tornano ferme. Scambio quattro chiacchiere col cantiniere e non so su che cosa. Ricordo scarpe di gomma che avevano una suola come una piattaforma larga e spessa su cui poggiava un’altra suola. Erano di un bianco immacolato. Tenevano il piede isolato dalla pavimentazione, rialzato di molti centimetri. Un vero carro armato o una chiglia di motoscafo. Dei miei gruppi non ricordo quasi mai una faccia o la ricordo per poco. I cappelli sono tutti uguali, gli occhiali anche. Il modo di ridere è fatto in serie. Un uomo senza un braccio entra nella vineria, ha un viso interessante, scuro, gli occhi astuti, piccoli. Magro. Si appoggia col fianco al bancone e mi guarda per un attimo. Poi fissa il vuoto o così sembra. Fissa il muro di fronte, tiene la testa ferma. I passanti scorrono lenti, veloci, a precipizio, quasi fermi, a indugiare davanti alla vetrina della vineria che espone bottiglie da collezione e vecchie botti, cavatappi di due secoli fa. Fra mezz’ora andrò a radunare il mio gruppo che sarà carico di pacchi, sudato, esaltato.

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Ci sono giornate che non si dimenticano; sono poche e spesso legate a un ricordo sgradevole o doloroso. La memoria di tutto ciò che rattrista, offende, disgusta è fortissima e assale quando uno è impreparato, crede di aver dimenticato o s’illude di essere sceso a patti con certi episodi della propria vita. Il disgusto non è quasi mai assoluto, inattaccabile, lascia un margine imprevisto da rosicchiare. Così oggi il volto di uno sconosciuto, un abito, un modo di parlare, un odore, un dettaglio. In apparenza niente degno di nota, niente di nocivo, tutto trascurabile, pronto per essere archiviato definitivamente. Invece tutto resta nell’angolo degli occhi, agganciato, trasportato, spostato di spazio e di tempo, sul punto, sempre, di rientrare al centro dell’attenzione, di imporsi, bucando la pupilla.

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“Andavamo, noi appassionati di lirica e di donne, in Piazza *** dove al pianterreno c’era un bordello e al secondo piano una scuola di canto”, dice uno con i capelli tinti e la pelle tesa dagli interventi di chirurgia plastica. “Non trovo la piazza sulle mappe, mi piacerebbe tornare sotto quel portone e ricordare meglio gli scambi di battute fra le cantanti e le puttane. Gustosissime. L’insegnante di canto soprattutto aveva il dono dell’umorismo colto e insieme popolare. E una delle puttane aveva una voce meravigliosa. A volte partivano duetti e anche cori, s’intrecciavano variazioni da caserma su arie celebri e canzoni napoletane. La scuola di canto era di fama internazionale, dicono, e il bordello era di fama nazionale, esemplare per gestione e pulizia. Chissà… adesso il palazzo non ci sarà più e Piazza *** non compare neppure sulle cartine…

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“È un errore, un errore di stampa. Le assicuro che è un errore, un refuso. Del resto ne avete fatti circa un centinaio. Avete sbagliato direzione, nome, posizione. Quel che è a destra è finito a sinistra, uno slargo è diventato una via, molti vicoli sono stati dimenticati, Piazza *** è diventata Piazza ***. E la mappa adesso è in tutta la città. Che cosa pensate di fare? Niente? No, non potete correggere, l’errore è strutturale, dovete rifare tutto. Dunque? Ma perché parla d’altro? Che cosa c’entra? Ma non c’entra nulla! Dovete rifare tutta la mappa…”

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Il giro delle pale è simile al vortice dei vicoli e manda lo stesso rumore di aria sottratta, succhiata via. Un tunnel. Laggiù avete un’uscita: un confine o soglia che immette su un altro vicolo sormontato da un arco che sbuca in un vicolo dove sui gradini di un palazzo vedrete un piccolo accampamento di ubriachi e alle sbarre di una finestra vestitini appesi ad asciugare e attraverso le sbarre un interno squallido le cui pareti sono abbellite da stelle adesive, cuoricini e scritte in rosa. Osservate anche la quantità di muffa fra i mattoncini sconnessi e la gigantesca ombra di una tettoia metà di plastica e metà di metallo: un locale profondo, fra due palazzi, dove s’innestano decine di tubature, protetto da una lamiera e da filo spinato. Se vi piacciono i graffiti fluorescenti venite qui di notte e osservate accendersi quelle pareti. Vico ***, piuttosto uno slargo che un vicolo, non è più sovrastato da un magnifico arco di cui restano le colonne e un inizio. Qui molte strutture iniziano e non finiscono. Quel terrazzo compresso fra due pareti, infossato, inizia con una balaustra di marmo e finisce come raspato via, limato, per dare spazio a una canna fumaria enorme, altissima. Il portale di San *** ha un’anta di ferro e una di legno scheggiato.

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Sui gradini pezzi di carta e lattine di birra, sui gradini che portano davanti all’ingresso bottiglie di birra e vino in cartoccio. Dietro la porta a due ante colpi di tosse convulsa. L’anta sinistra, di legno, è sfondata alla base tanto da far passare un braccio. Il quadro del citofono è appeso a un cavo. Dalla spaccatura esce un liquido, forse la condensa di un climatizzatore. Il palazzo si affaccia a sud sopra Via di ***. Di fronte all’ingresso c’è una finestra protetta da sbarre che servono per asciugare i vestiti. Accanto alla finestra, conficcata per metà nel muro, c’è una palla di cannone. In Vico *** dietro un cancello, spazzatura. Passando sotto un arco sordido, si sbuca in Via di ***. Sui tavolini di acciaio becchettano i piccioni. Passa un’ambulanza a sirena spiegata, la segue l’auto dei carabinieri, silenziosa. Che cosa è successo? Poco più avanti si sente il ronzio della folla che accorre, attirata da un incidente forse, forse è cosa da poco, del resto in ogni metropoli accade qualcosa tutti i giorni, la gente gira, telefona, si fotografa, fa le previsioni del tempo per la prossima ora, la serata, l’indomani, si affaccia sull’incidente. Il caldo umido è raddoppiato dopo una pioggia esile, i gabbiani roteavano schiamazzando stamattina in un cielo molto grigio, molto basso, ma non fermo, con accenni di schiarite temporalesche, e il vento soffia da nord, incontra aria calda e ci saranno temporali con piogge torrenziali per tutto il giorno. “No, non pioverà, dice uno, con grande sicurezza, avremo mesi di siccità, razioneranno l’acqua.” In piazza *** gettano grossi pezzi di pane ai piccioni e un odore di spezie e un odore di carne bollita e un odore di fritto sono le essenze dell’aria in quei metri, non pochi, e anche oltre, dove il vento sposta le particelle, la polvere, e le imbuca.

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… poi mi sembrava che la luce di un riflettore, una luce potente, esplorasse la facciata e poi puntasse sulla porta, restringendo l’angolo di campo come uno spot e illuminando solo il battiporta a forma di drago. Ero sdraiato sui gradini di marmo di un palazzo in Vico ***, fra pozze di vino, bottiglie di birra e cartacce. Qualcuno rideva. Mi guardava dall’alto standomi sopra a gambe divaricate, fissandomi il viso. Ero ancora annebbiato, facevo fatica a tenere gli occhi aperti. “Buongiorno!” mi ha detto sorridendo.

Mi diceva di asciugarmi la barba e di tirarmi su in fretta perché stavano arrivando gli spazzini a disinfettare la scala e il vicolo. “Getti forti, diceva, ti faranno male, ti andranno negli occhi, puzzerai di disinfettante. Alzati.” E mi tendeva la mano. La mano, mentre cercavo di afferrarla, arretrava. Così afferravo l’aria, il niente, e tuttavia cercavo di stringere anche quel niente come fosse carne o pietra o metallo, qualcosa di solido, insomma, a cui aggrapparsi. Sentivo che non sarei mai riuscito ad alzarmi: troppo vino, troppa fatica, troppo caldo. “Potresti rotolare giù dai gradini, sono pochi e poco ripidi, diceva.” E di nuovo mi tendeva la mano e di nuovo arretrava.

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“Certo che preferisco un intonaco spaccato, una pietra porosa, un tombino o qualcuno che corre e svolta l’angolo e sparisce, oppure una balaustra consumata dal salino o macchie di vernice, alla tela di un qualsiasi pittore famoso che ha addomesticato, controllato ogni dettaglio con una tecnica superba, anche lo schizzo di saliva di un cane che abbaia, anche le mani contratte dalla rabbia e l’impotenza sono neutralizzate da un’esecuzione perfetta. Non si sente neppure l’eco di un dramma o uno scoppio di risa. Che cosa me ne faccio? Ammiro? A bocca aperta? Sto zitto? Aspetto di girare per strada ancora una volta per incontrare una sterlizia sbucata chissà come da un’aiuola sporca contro uno sfondo degradato e ripasso per vederne la sfioritura, poi il secco definitivo, fino alla prossima stagione.”

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In Salita di S*** si appoggia a una rete di metallo, la stringe con le mani. Oltre la rete un gruppetto, forse sei o sette, fra uomini e donne. Il cielo è grigio, è caduta qualche goccia, si è alzato il vento. Sui mattoncini del selciato macchie nere e nòccioli di prugne. Fra una cancellata da caserma e l’altra un muro alto e compatto.

Si rivolge al gruppetto e dice:

– Scusate!

Il gruppetto si avvicina alle sbarre. Avanza una donna piccola sui 50 anni.

– Scusate che cos’è, chi siete?

– Un collettivo.

– Sì ma che collettivo?

– Un collettivo di persone.

– Ma che cosa fate?

– Organizziamo.

– Sì, ma che cosa?

– Stiamo preparando.

– Sì ma quei mostri di cartapesta?

– Serviranno.

– Ma avete un programma?

– Se entra dall’altro lato troverà un pieghevole.

– Mi scusi, siete quasi sempre chiusi. Vi autogestite?

– Sì.

Stringe più forte le mani intorno alle sbarre, si gira verso di me e scuote la testa.

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I Giardini *** sono terrazzamenti, forse rovine di un parco, forse qualcosa che non è mai stato e non è niente: cespugli di alloro malati, una ripida scalinata e una costruzione rossa che incombe. La scalinata è lunghissima, attraversa diversi livelli, passa accanto ai Giardini ***. La prospettiva verso il basso è una spaccatura ondulata. I terrazzamenti hanno pochissima erba e molta terra, oggi polvere.

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Non si vede bene. Scende la foschia sul mare, sul porto. Da lontano il rintocco di una campana; è la campana della giostra di Piazza ***, sembra ancora più lontana, come andasse alla deriva. Le locandine sono cadute. Diversi colpi di vento abbattono. Qualcuno cammina impettito in diagonale, impugna il cellulare come una spada, procede come su un carrello, come su una rotaia e parla ad alta voce. Su quel tronco sono raddoppiate le scritte; è inciso fino al bianco. Molti negozi chiusi. È aumentato il numero degli altoparlanti intorno a Via di ***, intorno a Piazza ***. A che cosa serviranno? Un gruppo di 60 turisti procede compatto, bandierina in testa, affronta Piazza S.***. Allora si cambia strada, si gira intorno a San***, si scantona. Un mobile bar in disuso è appoggiato a una parete, contiene qualche libro e una zuppiera di ceramica. Le lampade rosse illuminano un vicolo buio, le lampade dei ponteggi. In Piazza *** c’è una costruzione quadrata di legno e strisce di carta da cui la gente entra ed esce.

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“Guarda come cammina, guarda come cammina…” e non capisco se parla di una nuvola o di una donna.

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Mi ritrovo a fotografare angoli e palazzi ripresi tante volte, persone, insegne, la solita statua, oggi con una luce impastata, uniforme. Nessuna ombra portata. Perché in un passaggio stretto uno mi vede, mi squadra e torna indietro? Non subito. Ha indugiato ruotando per tre quarti su sé stesso poi, come avesse ricevuto un comando, è tornato indietro. Le pareti del breve passaggio sono gialle. Verso sud si vede l’arcata che ride di Palazzo S.***, ponteggi, cavi penzolanti, poca gente dato il caldo umido. C’è, come tutti i giorni, un uomo piccolo, grasso, dalla faccia gialla, sempre col sigaro in bocca. Il colore del viso è sgradevole come il modo di guardare, un modo padronale, come se lo spazio intorno fosse di sua proprietà. Il vento rinforza e i cappelli per turisti svolazzano, le corde di un’arpa vibrano da sole.

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“Vedrai che ci sarà tempesta… verso le due.” Sono seduto qui, in questo chiostro, e ascolto le chiacchiere degli altri, vedo scendere e salire, mi colpisce un vestito rosso fiamma, un passo energico, il bianco delle spalle, gli animali fantastici dei capitelli di S.*** e un odore di terra in cielo.

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In genere mi attira qualsiasi forma che accenni a un vuoto, a un’accoglienza, anche pericolosa, non troppo brusca. Dislivelli o un vaso; cavità, conchiglie, vasche, arcate, archi rovesciati, portici. Lo schiocco di una mano contro l’altra è un colpo di fucile in Piazza ***, oggi semideserta. Fra i mezzeri mossi dal vento sbuca la faccia del venditore.

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Ho dimenticato quello che volevo scrivere. Fisso la copertina di un libro sulla città di C. Una foto presa dall’alto: in primo piano Porta ***, in fondo, dopo qualche famosa cupola e campanile, il porto. Non ricordo quello che volevo scrivere. È legato alla città di C.? E se è così, a che cosa in particolare? Un rumore, un sogno, il ricordo di un episodio, di una strada? Lo avevo bene in mente, da pochi minuti. Doveva essere ben trascurabile per finire nell’oblio in pochissimo tempo! Sarà sommerso da vernici o strati d’acqua forse più insignificanti di quel che volevo scrivere. Non posso saperlo, non posso ancora saperlo, ammesso che venga mai a saperlo. Non sento nessun movimento sul fondo. La melma è compatta.

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Il volatile che ho visto ogni anno sul molo, a inizio primavera, azzurro e rosso, col becco affilato, in discesa rapida e precisa dentro l’acqua, è un Martin Pescatore fuori dalla sua zona. Non l’ho mai visto più di due o tre volte. Aspetta sopra una ringhiera, si tuffa e scompare non so dove. Ricordo piume quasi fluorescenti.

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“Più avanti. No, più indietro. Sì, sopra le lettere. Arrampicatevi. Così. Passami la bacchetta, annoda il nastro, assicuralo bene. Ieri è volato via, senza il nastro gli ultimi non mi vedevano, qualcuno si è perso. Uno l’ho ritrovato dentro un getto d’acqua, un altro contrattava per comprare dei fossili falsi.”

Sotto un tendone carico di escrementi di piccione, in Vico ***, che cosa fanno? Davanti hanno una parete grigio-nera, sotto i piedi un selciato sporco, sopra, molto in alto, una fessura di cielo, a pochi metri un bidone della spazzatura. Ristagna odore di calamari alla piastra come odore di pelle bruciata. Stanno sprofondati nell’ombra, sono circondati, guardano un monitor. Vico *** è oblungo, schiacciato, contiguo a un vicolo chiuso da cancelli. Passa un cane e accenna un movimento delle mascelle contro una gamba. “Se lo rifà, dice uno, gli sparo in bocca.” Arriva il camion della spazzatura seguito da un furgoncino con sirena lampeggiante e sonora.

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Avrei voluto essere da un’altra parte. Oppure non vedere quello che vedevo. Nessuna sorpresa, in realtà. Un ritorno di massa. La leccata in massa del gelato. La pittrice addossata a una vetrina, in Piazza di ***, disfatta dal caldo e dal vino pessimo, qualche foglio dipinto scivolato per terra. Meglio non guardare i dettagli: né edifici, né muri, né persone, né gesti, né scritte, né affissioni abusive, né tendoni instabili per il vento, né camion della spazzatura, né biciclette, né monopattini elettrici, neppure quei rigagnoli sospetti, quelle secchiate di ammoniaca. Non guardate i dettagli, i cavi a migliaia, la centrale termica con i fili annodati, un groviglio inestricabile, raccordi e ponti, vecchi, nuovi, tutto insieme in una scatola dietro un cancello incastrato fra muri.

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Un brusio, volevo solo un brusio, e un po’ di luce, ma non quei tamburi, quei gruppi elettrogeni, quelle voci acute, quei morsi all’aria, quel riflesso sulla plastica o sul metallo, quei cani a pelo corto, simili a sciacalli, le auto in coda, le carrozzerie bollenti, la corsa ad acchiappare un cartoccio di fritto, il camion della spazzatura che sosta all’altezza del naso. E il chiasso, il chiasso provocato da una persona sola, col cellulare, il vivavoce a tutto volume, il cellulare che fende la folla, innalzato come una lancia allo scopo di filmare, gli scambi di spazzatura, ritrovamenti, in un angolo, lo stemma di una celebre famiglia sfaldato, lo striscione arrotolato, sospeso, di una mostra finita da un anno.

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Il primo tombino è a labirinto, il secondo a zampa di gallina, il terzo è una variazione del primo. La grata con tre feritoie sotto cui passa l’acqua nera, ristagna. Mi sposto tre volte per l’insopportabile odore, ascolto la storia del cardellino che tolse le spine a Gesù e si macchiò di sangue, parliamo di un’edicola in Via S. *** lasciata andare in pezzi. Oggi mi accorgo che un commesso è mancino – mentre taglia la carne. Uno entra in un negozio schioccando le dita, un altro fischia, è acuto, insistente. Alzano altri ponteggi, calano e sollevano assi di metallo, corde, secchi, caschi. Una corda oscilla ma non per il vento oggi assente. Uno ha le ossa disarticolate e sporgenti. Un giorno gli bucheranno la pelle, penso, e si vedrà il telaio. “Ho scoperto nel levante tre pale d’altare, sono nel sotterraneo di una chiesa sconsacrata. Seguo certe tracce e incontro collaborazione.” Mi prude la pelle, forse per il caldo umido. “A Villetta *** ci sono circa undici colonne senza busto. Ne rimane uno, quello di ***, impiastrato di vernice. Una colonna è sdraiata in un’aiuola. Il busto è ben ventilato, guarda il mare a ponente con la faccia un po’ corrosa, come i capitelli del chiostro di S.***.” C’è un altro busto con un occhio bruciato, è in cima al parco della Villa di C. Dentro lo stagno dai riflessi smorti, s’impilano tartarughe nere e gialle. La collezione di busti ottocenteschi, che nessuno al mondo invidia, vigila sui passanti e sugli alberi. La rete nera ha lo stemma della repubblica, qualche volta abraso. Dentro le gabbie dove c’erano gli uccelli esotici è vuoto e polvere. Una pietra imita un volto. Il caldo aumenterà, dicono. Ma la parola d’ordine che oggi attraversa i vicoli è: arrivano i turisti, arrivano le navi. Aumenta il consumo di vaselina, aumentano i reticolati di tavoli, sedie, ombrelloni, diminuisce lo spazio per il cittadino. Il quarto tombino ha un motivo a virgole. Sarebbe un eccellente superficie per il frottage. Intorno agli scoli, liquidi lattescenti. La rete nera non scorre.

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Oggi verso le 13,30 entro nella Chiesa di S.*** e leggo un cartello scritto in cinque lingue: La visita alla chiesa è gratuita. La visita ai pochi metri che separano l’ingresso dalle navate è gratuita, vero, poi tre sbarre di legno ne vietano l’accesso. Mi guardo intorno: a ridosso delle sbarre un altro cartello: è gradito un contributo per la manutenzione della chiesa.

*

Stanotte, nel dormiveglia, registravo i versi dei gabbiani: a volte sembra uno sghignazzo, oppure una risata, a volte uno strumento a fiato, un incrocio fra clarinetto basso e sax baritono, oppure si modula a singhiozzo, o esprime collera, incitamento.

A volte è frastornante fra le pareti dei palazzi, gli abbaini, le terrazze, i cornicioni, le innumerevoli scatole con cui è costruita la città di C. Ho sognato che l’impatto sonoro sbriciolava bastioni, curvava campanili, spaccava vetrate. Bastava un piccolo stormo, e quel verso, che ricorda anche un barrito e una minaccia, faceva tremare i tetti. Una parte dei gabbiani si staccava dallo stormo e s’imbucava nei vicoli, emettendo una specie di fanfara di guerra.

*

Sopra una tettoia, lungo Via di ***, un paio di scarpe, lattine di birra e la carcassa quasi disseccata di un piccione.

*

Risalendo una scala quasi buia, sosto sul primo ballatoio e si apre una porta. Dall’interno nessuna luce. A pochi centimetri, in un debolissimo chiarore, il contorno di un corpo che sembra alto, è fermo sulla soglia. Forse avevo sentito girare una chiave, forse avevo rallentato. Venendo dall’esterno, con gli occhi ancora abbagliati dal riverbero di un cielo opaco e luminoso, sono passato troppo in fretta in un ambiente scuro. Quanto tempo è passato? Nessuna parola, nessun movimento. Dovrebbe essere il primo piano, penso. In alto, filtrata da un tessuto sporco, una debole luce, a cui comincio ad abituarmi, mi fa scorgere una grande testa eretta che tocca l’architrave. La porta, in realtà, non è alta. Sempre silenzio, solo rumori e voci dall’esterno. Non ho salito molti gradini e verso l’alto sembra ci siano parecchie rampe, con molte svolte. I gradini sono neri, di un nero opaco, senza riflessi. Ho portato la mano al volto, istintivamente. Dalla strada un rumore come di un grande telo di plastica strisciato lentamente. Poi una saracinesca si abbassa, il colpo del ferro che batte sul marmo, lo scatto del lucchetto massiccio, due voci.

*

Frammenti per strada:

– non me ne frega un cazzo

– il tuo vettore per guidare nella tua morale, non è il mio

– se questo è un principio risulta che bisogna assolutamente parlarne come priorità

– hai visto? ha i tatuaggi anche sulla punta dell’alluce

– domani andiamo al festival a Villa ***, dura tre giorni, c’è musica, gastronomia, lezioni di cucina, lezioni di teatro, rap italiano, rap bosniaco, quel comico che si vede in tv, tre schermi giganteschi, un comizio politico, un reading, un wisting, un torneo di cirulla a coppie, un maestro di tango, un corso di scrittura, un corso di fotografia, un incontro con il capo spirituale della Concrezione Orientale-Occidentale, un banchetto di miele, un corso di apicoltura…

– non riesco più a parlare

– faranno una grande opera, una monorotaia sorretta da decine e decine di piloni, un trenino come quello di un tempo

– quanti anni ha? che bello, che amore, che patatino, ma che amore, e sta dentro una borsetta! e non abbaia! che amore…

– non riesco più a lavorare

– va bene ma io trascino sacchi della misura sbagliata, si rompono per strada, lascio una scia di spazzatura

– fregatene

– i prezzi cambiano tutti i giorni, anche durante la giornata, dovete stare attenti

– aspettami, raccolgo la cacca del cane

– stasera bisogna assolutamente che prendiamo l’aperitivo insieme

– un film nuovo ogni giorno, capisci che meraviglia? Non costa tanto e puoi cambiare programma durante l’abbonamento

– non me ne frega un cazzo del vicino

– papà, pensa se un giorno non potremo più connetterci

*

Se ripasso gli ultimi anni, come un album di fotografie, mi sembra tutto irreale, sopra o sotto la realtà; forse è la fotografia, un ritaglio nello spazio, una caduta sospesa nel tempo, irrigidita, un po’ estranea, simile a qualcosa che conoscevo. Simile ma con scarti improvvisi, come un viso dai lineamenti in genere poco mobili e d’improvviso agitati, un viso che ho conosciuto bene, che ho creduto di conoscere bene. Era quasi sempre impassibile. Qual è il viso della fotografia? Una parabola di oltre dieci anni si è bloccata, si era messa in posa, è andata in pezzi. Eppure nella foto è sospesa e compatta. La sequenza non ha aggiunto movimento al movimento sospeso.

Sono rimasto impigliato fra gli ultimi ganci. Albeggiava, era mezzogiorno, poi tramonto, sera, notte. Ero lì nei passaggi, solo nei passaggi, un raccordo sottile, necessario forse, neppure un ponte. Le fasi si ripetevano. Ero un raccordo per collegare tre o quattro ante.

*

Facciamo un nome in mezzo a questa cancellazione toponomastica. Non lo troverete su nessuna delle innumerevoli targhe della città di C. Non è celebrato, non ha corone di marmo. Morì a 33 anni. E non scrivo “a soli 33 anni.” È un uomo da ascoltare. Per lui un altro uomo diede le dimissioni. Altri lo aiutarono quando seppe. Era già avanti di trent’anni. Toglieva polvere. Andate a trovarlo al confine, non il suo.

*

Altri frammenti (con vivavoce)

– Fatti i cazzi tuoi.

– Quando sei arrivato in Italia? (Voce di donna)

– Stamattina.

– Allora ti richiamo fra due anni. (Voce di donna)

*

Qualcuno è sbucato da Vico *** e si è appoggiato contro un muro accanto a una decina di bidoni della spazzatura. Dentro l’ennesima nicchia vuota sosta un piccione. Passa un uomo che cammina scalzo (lo rivedrò dopo, in Piazza ***). Fisso dall’alto il contenuto di un cartoccio a cono, il modo di spremere il limone e di gettare via il lungo stuzzicadenti. Dal distributore automatico non è sceso lo zucchero. Il caffè amaro è imbevibile. Osservo un volto di marmo con spaccature, una finestra alta con tenda bianca proiettata all’esterno, le smisurate tubature di metallo o di gomma, la sequenza dei cassoni per la condensa, alcuni zitti, altri agitati, una mela rossa sospesa fra vetrina e casse, braccia simili a ragnatele. Il chiarore opaco sembra luce artificiale. Il caldo aumenta. Qualche decina di turisti cammina con passo da sonnambulo, lo sguardo vitreo, fra i palazzi di Via X.

*

Così anche oggi mi sono mischiato ai passanti, alle ombre, ai tagli di luce. È il primo di luglio. Le sgargianti sterlizie, sotto la sede della ***, sono appassite; una ha conservato un ciuffo secco e disordinato color paglia, le altre due hanno arrotolato il becco come una pergamena stinta.

La città di C. con le centinaia di ponteggi è ancora più stratificata. La sensazione della gabbia, del labirinto fortificato si accentua. Sotto le reti sono sparite centinaia di metri quadri di facciate. Dietro s’intravedono figure, corpi o corpi affrescati, finte architetture velate dai tramagli1 edilizi. Altri corridoi, dunque, altro cordame, nodi, ancora più ombra, una foresta di pali dentro la foresta di pietra.

*

Sostare o andare avanti fra queste contorte spaccature. Le ho tutte in mente, come un marchio. Ripeto lo stesso tragitto anche se lo cambio. E dunque provo a guardare il cielo col suo movimento di nuvole. Di cui mi stanco presto perché il blu domina, è perfetto, smaltato. Il blu del cielo di mezzogiorno il primo di luglio, e i suoi riflessi sul metallo, sulle plastiche, sui tendoni bianchi: da qualche anno decuplicati. Le piazzette sono scomparse sotto tavolini, sedie e i massicci ombrelloni sorretti da braccia metalliche sproporzionate, vere gru, e tutte nere, come i tavolini e le sedie.

La deliziosa piazza *** rialzata, è una gran mangiatoia. Dopo aver osservato il cupo spettacolo masticatorio, devo andarmene perché un’improvvisa zaffata d’immondizia sorvola e scende su piazza, palazzi, porticato, via ***, e toglie il fiato.

*

“Graffiate e scrivete sui muri solo per ragioni territoriali e non ve ne accorgete. Vi impadronite di una zona o di un angolo o di una strada coprendola di segni. La firmate come se fosse la vostra opera. Si tratta di proprietà. Invece di pisciare, di secernere liquidi da ghiandole, voi graffiate, scrivete, disegnate, macchiate. Volete essere proprietari, ma di spazi pubblici.

Non siete diversi dai colonialisti che detestate.”

*

Speravo di essermi chiuso la porta alle spalle, di aver lasciato definitivamente la città di C. e non solo su carta, ma nei fatti. Sarebbe stato un gran sollievo sbattere in faccia la porta a una città che già dalle sue porte accoglie solo minacciando.

Qui si fanno affari, s’impila, si accumula. Senza idee, solo per il gusto perverso o tradizione dell’accumulo oppure per i privilegi comprati senza merito. Una grande passione, gli affari. Gli affari sono affari. Pecunia non olet. Tassa sui rifiuti: la più alta.

Oggi, come da un decennio, quasi una tradizione, Via dei *** era un vero cesso pubblico. Merda di cane e piscio. Merda secca o fresca; spalmata o appena deposta, e piscio a pozzanghera o a rigagnolo: per tutti i gusti. Selciato a pezzi, come da tradizione. Pecunia non olet.

La città di C. accoglie tutto e tutti. Non scarta niente e nessuno. Qui trovate lezioni bibliche di strada, poesia per strada, adoratori di Nostra Signora del Pesto, cani e urli, esercizi di pianoforte, esercizi di canto, opportunità, cibo di strada, fritto di strada, bottiglie spaccate per strada, artisti di strada, messaggi mistici a forma di fiore dipinti anche sui tronchi dei pochissimi alberi, dispensatori di baci schioccanti adornati di piumaggi simil-aztechi – sempre per strada. È la città mobile, è la città portatile, è la città del futuro. Si decora di farfalle e fiori. Sbatte i fiori ovunque: manifesti, striscioni, mostre. Mettete dei fiori nei vostri cannoni. Non fabbricate armi. Dipingete di giallo le bombe, fatele pop e poi potrete venderle. Qui non si discrimina, non si guarda in faccia a nessuno, il nome non conta. La città di C. è l’elenco del telefono, ferma gli autobus perché tutti, tranne l’autista e un passeggero, non hanno la mascherina. E le porte si aprono, sale la polizia e scappano tutti.

*

Mi chiedo perché vedo immagini di fango e cancelli. Un ricordo? Una fotografia? Durante l’ultima alluvione sotto le mie finestre scorreva un fiume in piena, uno andava a spalare fango, il fango seppelliva sottopassi e negozi poi sigillati per sempre. Sono passati anni ma non è finita. Adesso è siccità prolungata, il letto dei corsi d’acqua non assorbirà, la terra è compatta. Ripetizione. Si gira per anni e si torna al punto di partenza, davanti alla stessa ripida scalinata che non si ha più voglia di salire. Scoppiasse un temporale? La scalinata diventerebbe un orrido come in alta montagna, però in città. Qui è pieno di crepacci, dislivelli, precipizi, cavedi, e in fondo giardini, cemento, cortili per stendere e buttarci un pallone. La cancellata in ferro battuto, ampia, alta, a due ante, di Vico ***, arrugginisce. Oggi è domenica. Lo stretto davanzale ospita una coppia di piccioni e due uova. Il nido è fatto con pochi legnetti. Hanno ombra tutto il giorno.

*

– I cazzi miei sono i cazzi miei.

– Ma…

– I cazzi miei sono i cazzi miei.

– …

– Devono mettersi il berretto giallo argentato, tutti. Devo vederli subito e anche da lontano. Devo contarli rapidamente.

– Ma…

*

Le palme del parco dell’*** sono state tagliate. Una lunga fila di pietre tutte uguali delimita. La redola è eccessiva, il passo sprofonda. Anche una bella mimosa non c’è più. Ma l’odore di plastica surriscaldata dei giochi ovunque uguali c’è.

*

– La Storia… vaffanculo…

– Quando hai davvero bisogno, si allontanano tutti.

– Il vaiolo trasmesso dai pipistrelli… chissà…

*

Sono sempre più raccolti come un sacco. Sembrano inginocchiati dentro il corpo. Rosicchiano uno spazio esiguo di mensola in marmo ed è come fossero sdraiati o seduti per terra. Sbucano dai portoni. In Via dei ***, in Vico del ***, in Vico ***, un po’ dappertutto. Qualcuno si addormenta sui gradini della chiesa di S.***, un altro è riverso contro il portone della chiesa di S. ***. Il caldo e la siccità proseguono. Le ombre sono nitide: un lampione, un filo, una cancellata.

*

Li ammassano sulle panchine del Porto Antico, sotto le misere palme, accanto alla gabbia di vetro, recente struttura accanto alle biglietterie, fra catene e sbarre e cancelli, pali, tognolini, corsie intrecciate multicolori: bianche, azzurre per i pedoni, blu per le auto, gialle, rosse, simboli, segnaletica orizzontale, frecce adesive, tondi adesivi. Da mesi odore di uova marce.

*

Cerco di non guardare niente. Men che meno osservo. Soprattutto nella stagione in cui la voracità visiva è inesausta. Domina il genere autoritratto con cibo. Qui, autoritratto con focaccia, pesto e fritto. Ma la pancia piena di immagini e di cibo e di immagini di cibo non è mai abbastanza piena, benché tesa come un otre o sacca sul punto di straripare. Ci si accanisce su vetrine di ogni tipo, e su ogni tipo di variante: basta che ci sia la faccia, o le facce. Sono sempre operosi, occupati, impegnati a far rendere al massimo il tempo della vacanza con il massimo di multipli: filmati, fotografie, audio, audio video, messaggi scritti o vocali. Masticano e masticano.

Oggi, verso le 12, come ogni giorno c’era la pittrice, sdraiata quasi per terra, sul lato in ombra di Via dei ***. Tutti cercano l’ombra che non attenua la calura se non nei rari incroci attraversati dal vento che non si sa da dove arrivi. Come all’incrocio tra Via di*** e Via ***, luogo temuto d’inverno, molto apprezzato d’estate.

*

Nel mio ricordo questa strada, Via ***, viene evitata perché attraversata da un vento gelido. Vedo una figura che rasenta i muri, si protegge col bavero, ha un cappello. Altre figure, poche, più indietro, procedono controvento, chine, quasi di profilo. Oggi il caldo opprime e l’aria di Via *** è benedetta. Qualcuno si ferma all’incrocio con Via ***, allarga le braccia, chiude gli occhi. Chiudo gli occhi e un colpo sordo, forse un portone chiuso bruscamente, un carrello, un richiamo, non mi fanno ricordare niente, solo un presente sgradevole, che nella sua lentezza torpida, accaldato, fiacco, tuttavia non smette di aggredire.

*

In fondo al negozio, dietro al bancone, improvvisamente inizia ad agitarsi. Dopo, si agitano tutti. In Via dei ***, nel banco di marmo, si apre una fessura. Sono l’unico dei passanti che non continua a camminare, che si ferma, ascolta e guarda. Dietro ai banconi spuntano lunghi pali appuntiti rivolti verso l’entrata. Passano due moto della polizia e procedono oltre. Dal quarto piano cade una molletta per stendere. “Ha cercato di ferirmi!” grida un passante e si massaggia la testa ma in realtà non è stato colpito. Cerco di capire perché ha inventato, perché dentro una macelleria i commessi sono tutti alti e hanno la faccia grigia, molle, senza età. Con un sorriso ambiguo, uno dalla testa calva dice: “È iniziato tutto da qui, mangiavano qualsiasi animale.” Da Piazza *** proviene un brusio sempre più intenso. “Passami la tua chiave, sì, quella più lunga” mi dice uno sconosciuto. “Proiettano tutto su un grande schermo, lassù, in cima al grattacielo. Danno ordini, mandano musica da ballo, immagini di vacanze.”

*

Quando ho visto i primi alberi abbattersi non capivo. Poi è caduta la seconda fila. Il tonfo dei tronchi era smorzato, il fogliame, invece, per lo più secco, mandava un rumore fragoroso. Adesso cadeva una pioggia fitta, riempiva qualsiasi cavità. L’acqua saliva di livello, mi costringeva ad andare sempre più in alto. Da una rampa, ad un’altezza indefinita, vedevo l’acqua alzarsi a spirale trasportando i tronchi degli alberi abbattuti e già lavorati, privi di rami e foglie: puliti. “Ti offrono il materiale per una zattera” diceva qualcuno, e intanto l’acqua defluiva verso il Parco *** dove avevo visto abbattere gli alberi. Uomini in tuta imbracciavano seghe a motore. Altri risucchiavano le schegge con un tubo aspirante.

*

Tutta questa luce, da tanti giorni, e questo caldo continuo, anche di notte. La percezione è alterata. Si vede come attraverso un pezzo di plastica. Tutta la Città di C., che sembra scolpita in un unico blocco di marmo, abbaglia. E abbaglia d’improvviso, quando si sbuca da un lungo intrico di vicoli in ombra. Oggi, fra le 13 e le 15, rari i passanti. In Via S.*** qualche gruppo davanti alle gelaterie. Una faccia mi sembrava nota e mi volto subito per non incrociarne lo sguardo: sono stati pochi secondi ma sufficienti perché si stampasse e più tardi, prepotente, ritornasse con i lineamenti instabili, nel ricordo.

*

Ricominciano a parlare dopo una breve pausa. Fanno un brusio continuo, strascicato. Voci di donna, uomini, bambini, vivavoce. Tre o quattro lingue. Versi, risate sguaiate. La piccola barista oggi aveva un grembiule viola; si muove come una coccinella fra il bar e Piazza***, quattro tavoli all’ombra di fronte a un ponteggio-fortezza: pannelli altissimi di truciolato, metà piazza ostruita. Dagli scavi sono emersi come sempre resti del passato.

*

Dalla Rocca *** mi sparano addosso. Sono ex amici d’infanzia passati al nemico, un nemico che non ha volto, neppure nomi. Corro su un terreno sabbioso verso una porta che non trovo. La spostano sempre, penso. Qualche anno fa l’avevano messa lungo uno sterrato in costa, poi l’hanno sistemata nella zona di ***. So che trascinano palle da cannone lungo Salita *** per rifornire l’artiglieria pesante sulle alture. Vedo uno che misura con i passi il perimetro di *** per sostenere una teoria sulla costruzione di alcuni bastioni. Ripete quel percorso parecchie volte. Sfuggendo alle raffiche salto su un autobus che sbanda lungo una strada di campagna e si abbatte lentamente contro un gruppo di alberi. Uno si mette alla guida, fa aprire un paio d’ali, e mi riporta alla Rocca *** ma questa volta all’interno. L’autobus è flessibile, pieghevole come una sdraio da spiaggia, e penetra agevolmente. Dall’interno, guardando nello specchietto retrovisore, vedo una sala ampia, di pietra, con i soffitti altissimi. La sala è vuota di persone e cose. Le pareti hanno centinaia di feritoie. A un tratto compaiono i miei ex amici, quelli che mi sparavano addosso. Propongono una trattativa, una tregua, portano un rotolo di carta scritto e lo recitano quasi salmodiando. Scendo dall’autobus. Uno mi tende la mano. Sorride. Ha il viso tondo, pallido ed è pelato. Lo guardo, poi guardo la mano che mi tende. Anch’io sorrido. Da una feritoia, introdotto dall’esterno, vedo un oggetto che luccica. Guardo ancora la mano che mi viene tesa. Tendo la mia, sorrido., l’avvicino all’altra. Poi di colpo schiaffeggio quella mano con violenza. Fuori riprendono a sparare.

*

Mi era sembrato proprio lui mentre rasentava i muri di Via***, disegnato contro le pareti chiare, il cappotto nero, avvolto nella sciarpa nera, il bavero rialzato, il cappello nero ben calcato. Sempre pallido, sottile, controvento. Lo sguardo diffidente. Soffiava un vento gelido. Ci siamo incrociati, dopo anni. Non sapevo se avvicinarmi o tirare diritto accelerando il passo. Quali inconvenienti o dispiaceri avrebbe portato quell’incontro? Il vento tagliava. Non si poteva indugiare. Lui, pur continuando a camminare, si era rannicchiato. Procedeva lento col passo regolare. A un certo punto mi sono fermato qualche metro più avanti. Soffrivo il freddo, ero all’incrocio con via *** dove il vento turbinava. Il giorno prima aveva nevicato anche a bassa quota. Lo fissavo. Lo aspettavo. Avevo deciso. Avrei abbassato la sciarpa perché potesse vedermi bene e lo avrei colpito. Lo avrei colpito perché non sopportavo più quella voce querula, femminea, quel corpo esile eppure resistente, quell’aria da jettatore che sempre emanava da tutta la sua persona.

*

Avevamo appuntamento in Piazza ***, era primavera inoltrata. Lo guardavo da qualche metro di distanza. Aveva la barba lunga. Mi sembrava che nel tentativo di fare qualcosa annaspasse. Quello non era il suo quartiere. Quella non era la sua zona. Ero in anticipo, così potevo osservarlo. Cercava di allacciarsi una scarpa. Nel tentativo gli cadevano un sacchetto e una cartella. Anziché posarli per liberare le mani, ogni volta li raccoglieva, sempre provando ad allacciarsi la scarpa puntata contro un basso muretto. Si guardava intorno come se tutti lo stessero osservando, aveva la faccia rossa, sudata. A volte sbuffava ma non riusciva ad allacciarsi la scarpa. E sacchetto e cartella cadevano. Per un attimo avevo pensato di andargli incontro per farmi dare sacchetto e cartella e porre fine a quella scena penosa. Poi mi ero bloccato. Perché? Perché in realtà non volevo aiutarlo, volevo continuare a guardare quegli occhi che roteavano pieni di sgomento, quelle mani goffe, quei gesti scomposti. Doveva continuare a sentirsi come sotto una lente d’ingrandimento. Pressappoco un insetto.

*

Se avessi continuato ad aspettarlo senza scendere sarebbe calata la notte. Un po’ di ritardo era normale. O forse aveva sbagliato strada o portone. Conosceva male la zona ma sapeva arrivarci – mi aveva detto. In quel periodo abitavo in Via ***, all’ultimo piano. Il citofono non funzionava, ma lo sapeva. Doveva mettersi sotto la mia finestra, in linea col portone e chiamarmi. Avevo aperto tutte le finestre che davano su Via***, se avesse chiamato lo avrei sentito facilmente. Eravamo d’accordo così. Un paio di urli e gli avrei lanciato la chiave. Ma gli urli non si sentivano. Aveva mezz’ora di ritardo. Per il resto era una persona puntuale, meticolosa. Gran raziocinio. Squadrava le cose a minuscoli cubetti e tutti delle stesse dimensioni. Non uno diverso. Quando ragionava mi ricordava i cristalli di neve. O il caleidoscopio. Comunque, continuavo a non sentire il mio nome dalla strada. Quasi tre quarti d’ora di ritardo. Che cosa era successo? Mi sporgevo dalla finestra ma non lo vedevo. Così mi sono deciso e sono sceso. A una decina di metri dal mio portone… era lì. La testa verso l’alto, lo sguardo fisso a una finestra… era lì, immobile. Io lo guardavo, lui non mi vedeva. Sembrava ipnotizzato. Gli avrei chiesto da che cosa. Perché quasi un’ora di ritardo. In realtà era arrivato puntuale. Ma si era piazzato davanti al portone sbagliato che però riteneva quello giusto in assoluto. Con le mie indicazioni si era fatto una sua mappa che non poteva e non doveva essere sbagliata. Tornava tutto: via, piano, forma delle finestre, numero civico; nella sua mappa tornava tutto. Così era lì, impalato da circa un’ora, fissava in alto e ogni tanto mi chiamava. Non si era neppure accorto del tempo che passava.

*

“Dovresti conoscere bene tutte le voci, i versi, i suoni e i rumori che da quattordici anni senti sotto le tue finestre e nei dintorni del quartiere. Per esempio quei campanelli, quel vibrafono, quel colpo secco di una saracinesca sul marmo. Hai individuato la fonte? Le frequenze? Quale cane abbaia adesso? Chi tossisce? Chi traina che cosa? Sei allenato, l’orecchio si abitua, dopo anni le voci cambiano, alcuni oggetti vengono spostati, certi appartamenti cambiano inquilini, più o meno in fretta. A volte piantano le tende, si radicano, e si arrampicano come le piante parassite. A volte l’avvicendamento è basato sul sesso, la statura, l’età, la professione, la capacità di bere, di fumare, di far circolare certi beni, di ostacolare, di creare un blocco, alleanze, avamposti, tavolini sull’angolo, compiacenze, passaggi. Una catena di solidarietà.” Io sono stanco, rispondo. Solo stanco. Un tempo c’era il suono di un bel sax e il resto erano rumori. Adesso il sax non c’è più e mi accorgo che i rumori non sono mai andati via. Sono lamenti e alti lai nell’aer sanza tempo tinta. Per quanto cambino gli attori, lo spettacolo è sempre uguale. Una fossa. Una sponda di venti, venticinque metri. Approdano. Ma nessuno li traghetta altrove. E come i balani, bucano e s’incrostano.

1 Rete da pesca, spesso molto lunga, disposta in orizzontale. È una rete da posta.

(Narrazioni, 2)

KOTIK LETAEV. Andrej Belyj

Erik Derkenne

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Mondo e pensiero sono soltanto schiuma: di minaccianti figurazioni cosmiche; del loro volo pulsa il sangue nelle vene; dei loro fuochi s’illumina il pensiero; quelle figurazioni sono i miti.

I miri sono la vita dei primordi: come mari e continenti sorgevano un tempo; tra i miti il bambino, come tutti, vagò in delirio; tutti, in principio, vagarono tra i miti; quando questi sprofondarono, vaneggiando vagheggiarono quel vagare antico. Ora gli antichi miti sono sprofondati sotto i nostri piedi, e infuriano in oceani di deliri, e ci leccano i firmamenti; delle terre e delle coscienze; nei miti nacquero il visibile, nacquero “Io e “Non-io”, lo sdoppiamento…

Ma i mari si ritrassero: il cosmo, eredità fatale, si frantumò in realtà; invano tentarono di nascondersi tra i suoi brandelli; allo scoperto tutto si sciolse, tutto dilagò; le terre affondarono nei mari, la coscienza si lacerò nei miti della terribile pre-madre, e scrosciarono i diluvi.

Costruirono l’arca-pensiero: su di essa le coscienze, sfuggendo al mondo, che si ritraeva di sotto ai loro piedi, salparono per il nuovo mondo.

Diluvi fatali infuriano dentro di noi (precaria è la soglia della coscienza): stai in guardia – sono lì, pronti a scrosciare.

* I testi sono tratti da: Andrej Belyj, Kotik Letaev, a cura di Serena Vitale, La biblioteca Blu, Parma Milano 1973. La prima edizione dell’opera appare a Pietrogrado nel 1917-1918.

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Ettore Frani

GUIDA ALLA CITTA’ DI C. (SERVO E PADRONE). Albino Crovetto

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INDICE

Guida alla città di C. (Servo e padrone)

Guida turistica alla città di C.

Appendice

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Una guida menzognera, precaria nei percorsi, oscura nei riferimenti topografici, attenta a ciò che non esiste più, ai suoi innumerevoli strati, raccontata da voci diverse, ossessiva e labirintica come la città di C. 

Nella prima parte, il testimone è un valletto-marinaio al servizio di un gentiluomo gran viaggiatore che approda e soggiorna nella città di C. in un’epoca che potrebbe essere quella di fine ‘800.

Nella seconda, la voce principale è quella di una guida turistica, il tempo è il nostro presente, ma alterato da sogni, innesti di passato, presagi.

L’Appendice riferisce i nomi e sragiona.

Testo e fotografie dell’autore

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PRIMA PARTE

GUIDA ALLA CITTÀ DI C.

(Servo e padrone)

La citta di C. vista dal mare è meravigliosa. Arroccata dentro un semicerchio naturale ai piedi delle montagne sembra strapiombare nell’acqua con un effetto vertiginoso; il porto è piccolo ma perfettamente organizzato in settori, bacini, moli, darsene, cantieri, torri, magazzini, silos, banchine, gru, con una sconcertante varietà di imbarcazioni: a vela, a vapore, miste, a remi, con lo scafo di legno o di acciaio, chiatte, zattere, pescherecci multicolori, navi gigantesche, gozzi, velieri, alberature come una foresta, una foresta di cavi tesi e pizzicati dal vento, ganci e gru, bandiere di ogni paese, prue affilate, tonde, polene dorate dal corpo di sirena, poppe decorate con madonne e santi, amuleti, ossa di squali, strani pesci rotondi e irti, essiccati e usati come lanterne.

*

Appena sbarcati, percorrendo vie e vicoli tortuosi, sorprendenti per il decoro, la pulizia, il fresco odore di salmastro attraversato da una vena di aria più densa, con un sentore di catrame, pesce squartato, vernice, spezie, nasse e reti stese ad asciugare, colpisce una serie di portici in pietra, a ridosso della piazza più importante del porto dove sostano innumerevoli veicoli a braccia, tirati da animali, a due o quattro ruote, a due o quatto zampe, carretti e vetture raggruppate a centinaia sotto lo sguardo benevolo di una gloria cittadina effigiata in bronzo.

*

Non sono poche le glorie dei mari e dei monti raffigurate in ogni parte della città. I caduti, i cartografi, i navigatori, i poeti, i patrioti, i generali, i santi, i politici, i mecenati, le vittime, i carnefici. Così, al centro di piazza C., circondata da aiuole a forma di mandorla, ingentilite dai fiori, sopra una base di pietra gialla alta sei metri, svetta la cavalcatura in bronzo dalle natiche poderose, dai garretti muscolosi, dalle froge dilatate, tenuta con mano ferma e sapiente dal re che porge il cappello impennacchiato al cielo, alla terra, ai sudditi, in un gesto di solenne, vibrante omaggio.

E, poco più in alto, in cima a un obelisco di marmo immacolato, con le braccia conserte, col volto bonario e pensoso, vigila sulla città un condottiero di popoli.

Alle spalle, uno dei parchi più belli d’Europa, annunciato dal mormorio ancora lontano della sua famosa cascata.

Entriamo nel parco accolti da una serie di busti, con o senza braccia, tutti con i baffi, di marmo o di bronzo, piantati o eretti come sentinelle lungo l’entrata principale. Di fronte, svetta ancora lo stilita che ora vediamo di spalle. Più in basso, la statua equina di bronzo, imponente, sovrasta la piazza.

Sotto grandi magnolie fiorite, costeggiando un ruscello formato dalla cascata, saliamo lentamente verso la sommità del parco dove si trova la villa costruita dal celebre architetto C.

Nel ruscello spumeggiante nuotano pesci rossi e bianchi, tartarughe, gamberi di fiume. Si respira l’odore intenso dei fiori di magnolia. Le ninfee sono spettacolari. Continuiamo a salire lungo il viale serpeggiante. Sostiamo su un ponte affacciato sul ruscello. Il rumore della cascata adesso è più forte. In un punto più largo sorge una gigantesca voliera che accoglie uccelli esotici: aironi, colibrì, pernici verdi, una gran varietà di pappagalli, passerotti, pettirossi, gazze, quaglie.

Superata la voliera, stranamente silenziosa, senza quel chiasso che ci si potrebbe aspettare da una simile fauna, ma con la sensazione netta di essere osservati da centinaia di occhi piccoli e acuti, vediamo rimbalzare sopra enormi rocce e sentiamo il rumore fragoroso di acqua che precipita. Siamo in prossimità della famosa cascata di C.

*

La statua equina di piazza C., cavalcata da un re che tiene la briglia con la sinistra e ha tolto il cappello con la destra, è rivolta a sud. La base, alta circa sei metri, è di pietra gialla. La coda del cavallo è folta, esuberante, ben resa. Anche i finimenti sono lavorati con destrezza, sembrano ricami in bronzo.

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Fra le querce e le magnolie di piazza C. sorge la statua in bronzo di un poeta. Al posto delle braccia si allungano festoni di alloro che s’innestano in un libro conficcato per metà nello stomaco del poeta. Sul dorso del tomo si possono leggere titolo dell’opera e nome del poeta.

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La statua in marmo del poeta C. ha le braccia conserte. La statua in marmo del condottiero di popoli che dall’alto di una colonna domina piazza C., ha le braccia conserte.

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Quasi nessuno sente il crepitio del bronzo arrugginito mentre si stacca. Lamelle verde-ruggine sembrano stridere prima di staccarsi e disperdersi. Certi rigonfiamenti della materia, bolle, ondulazioni, esplodono liberando un debolissimo suono.

Qualcuno azzarda l’ipotesi di un richiamo di soccorso: la statua degradata, e che avverte il suo degrado, invocherebbe cure.

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Dopo che occhi e pelle si sono tuffati, inebriandosi, nei gorghi della famosa cascata, non senza un brivido di timore per il dislivello vertiginoso e il frastuono della massa d’acqua a precipizio che abbiamo osservato in diagonale contro lo sfondo del cielo; dopo che abbiamo goduto, attraverso gli spruzzi, di un incomparabile paesaggio a terrazze che digrada, tra prospettive lineari, palazzi e giardini, statue, alberi e fiori, fino all’orizzonte e al mare che s’intravede lontano in una nube di foschia, continuiamo a salire verso la cima della collina su cui sorge villa C.

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Nei ripidi giardini intorno a Piazza C. spicca un busto di donna in marmo. La donna, vetusta e nobile, l’enorme testa avvolta da una cuffia, sembra poggiare sulla sua base per un miracolo di equilibrio, un trionfo sulle leggi fisiche. È questa la prima sensazione se osservata da lontano; in realtà, la testa, quattro volte più grande di una testa normale, è sostenuta da una base potente, conficcata solidamente nel prato scosceso. Anche questa statua è priva di braccia ma la testa smisurata, addolcita dai merletti di marmo, dall’espressione severa e benevola, possiede un’eloquenza e occupa così tanto spazio che le braccia sarebbero state un ornamento superfluo.

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Superata Villa C. arriviamo in cima al parco. Una fontana a forma di trifoglio, asciutta, col fondo calcinato, e al centro un piccolo tritone che sembra lottare con un gronco; tre panchine in pietra, un belvedere di legno che aggetta sopra la città, e la fine ghiaia che ricopre questa sorta di piazzetta, il cielo di un blu smaltato, e rarissimi i visitatori; sotto, il basso continuo della cascata, qualche vago rumore della città.

Sul limite nord, un busto in pietra ci osserva. Sostiamo per riprendere fiato e godere dell’aria fresca che sembra arrivare, scavalcandolo, dal semicerchio delle montagne che sovrasta la città.

Sotto di noi, esposta verso sud, sorge la villa di C.: possiamo vederne il tetto, il retro e parte dell’entrata principale.

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Villa C. fu ampliata aggiungendo al corpo principale due torri di altezza diseguale; la prima, la torre C., ha una sola finestra costituita da un lungo e stretto rettangolo che la attraversa dalla base fino al tetto. La seconda, la torre C., venne eretta incautamente su terreno friabile incurvandosi in pochi mesi. L’architetto C. bloccò i lavori di innalzamento e fece rafforzare il terreno allargando anche la base della torre la cui costruzione fu terminata dopo circa 18 mesi.

Il corpo principale è formato da un blocco squadrato dove si aprono due alte porte di ferro separate da un muro costruito con pietra scura del promontorio. Ai due lati di questo blocco di pietra scura si allargano ventagli formati da una fitta trama di mattoni sovrapposti e incrociati. Un ventaglio s’incurva e si distende verso l’interno dell’edificio, l’altro verso l’esterno.

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“Se questo non fosse l’unico lavoro che sono riuscito a rimediare negli ultimi anni, non sarei qui. Accompagno i due viaggiatori che in questo momento stanno osservando Villa C. e, in particolare, uno dei due che è il mio padrone. Padrone non disprezzabile e anche sensibile, per quanto può esserlo un padrone nei confronti del suo valletto e un padrone dotato di grande energia, accanito viaggiatore, instancabile.

L’ho accompagnato in molte parti del mondo ma non sarei mai venuto qui, nella citta di C., nel parco di C., e non sarei qui a osservare chi osserva la villa di C. peraltro interessante, ma soprattutto inquietante, sia nell’insieme sia nei dettagli.

La città vecchia è sporca, buia, maleodorante. Dalle sue strettissime e interminabili viuzze emana un lezzo insopportabile che fa rimpiangere il mare aperto, le vette delle montagne o le foreste. Si vorrebbe fuggire all’istante perché gli edifici sono di altezza smisurata, accostati l’uno all’altro, e la luce del sole, anche in estate, entra solo a sciabolate, accecanti diagonali che si abbattono sulle pareti e incidono per pochi minuti lo sconnesso e sudicio lastricato.

I portoni sono massicci e altissimi, innumerevoli porte, piccole e grandi, murate, socchiuse, spalancate, cancelli, grate, acque di scolo, figure appostate sugli angoli come sentinelle, appena affacciate alle finestre, ingressi che danno su altri ingressi, scale interminabili, ombre rapidissime, un porto enorme eppure rinserrato, un’inestricabile bosco di alberature, una ragnatela di reti, cavi, ganci, cordame, una massa scura e compatta di chiatte, altissime gru, improvvisi e abbaglianti riflessi sull’acqua dei bacini, e un brusio costante, tonfi, richiami, colpi, come di un perpetuo cantiere sotterraneo, lunghi moli che s’innestano nella città, chiavistelli, serrature complicate simili a merletti di metallo, battiporta di ogni forma e grandezza, palazzi magnifici da cui vi guardano mascheroni di marmo grotteschi, e accanto a questo splendore di marmi policromi, decorazioni, affreschi dai colori vivacissimi, logge, colonnati smaglianti, ecco gli affreschi più deteriorati, il marmo più consumato, gli angoli più lerci e corrosi che abbia mai visto.

Basta una svolta per cadere e impigliarsi in un labirinto di sozzure, strisciare contro il degrado di persone e cose.

Non sarei mai venuto qui. Non sarei mai sbarcato.

Già dal lento avvicinarsi al porto avvertivo una sensazione di pericolo e crollo, forse per la montagna strapiombante sull’abitato, per la verticalità delle costruzioni, compatte e insieme inclinate, precarie per una strana luce, una strana prospettiva o il velo dei vapori di caldo che la rendevano ondulata; una sensazione di ostilità, forse per le fortificazioni sui rilievi delle montagne aspre, brulle alcune, altre verdeggianti ma sempre come se fossero spuntate di colpo dietro le vostre spalle, altissime, come le chiese, i palazzi, le muraglie, i vuoti, i dislivelli improvvisi, come ho sognato questa notte: palazzi altissimi di una città impervia, donne che per la calura dormivano sui terrazzi dentro grandi ceste di vimini; e io, da una posizione sopraelevata e sporgente nel vuoto, le guardavo dormire, e alle spalle, girandomi di colpo, vicinissima, una muraglia di granito dietro la quale s’innalzava un campanile molto alto contro lo sfondo nero del cielo e tutti i piani compressi, ravvicinati spaventosamente: il campanile schiacciato contro la muraglia, il cielo schiacciato contro il campanile e la muraglia schiacciata contro le mie spalle. E tutto come fosse germogliato in silenzio e in un attimo. Piatto eppure profondo, alto e massiccio.”

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I due viaggiatori, che accompagno in qualità di valletto e marinaio, non sospettano nulla del mio stato d’animo che, del resto, mi sforzo di nascondere.

L’entusiasmo del mio padrone per tutto ciò che vede è tale che sto bene attento a frenare ogni mio minimo malumore. Di sera, consegno le mie inquietudini, le mie paure e la mia solitudine a un taccuino che non abbandono mai.

La villa di C. cambia aspetto, talvolta quasi radicalmente, a seconda di una combinazione di luce e punto di vista. Questa è anche la caratteristica principale di tutta la città di C.

Quando pensate che il panorama finalmente si spalanchi, l’attimo dopo spiate dietro una fessura, e viceversa.

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Qui il senso di immobilità, o piuttosto di una deriva secolare, è fortissimo. Slittano lentamente i volti e le cose.

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La città è disseminata di teste scolpite; in genere bisogna guardare dal primo marcapiano in su, sono sparse a centinaia, sporgono dalle pareti, hanno cornici, talvolta, o ghirlande. Oppure dal muro emerge solo la testa levigata, l’ovale piccolo e perfetto di una santa dall’espressione triste, smarrita dentro una parete così ampia e alta, costruita con un materiale totalmente diverso dal suo e nel quale non può riconoscersi.

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Sul petto di una statua, un volto sbalzato ha l’aspetto di un seme.

Emblemi, insegne, edicole votive, bassorilievi, sovrapporte scolpite, colonne dove animali favolosi si divorano. Una testa di leone con la bocca spezzata sorregge una faretra piena di armi. Sulla parete di una chiesa, un santo ingrigito, sfaldato, quasi ridotto a scaglie e tuttavia ancora tenacemente aggrappato al suo muro.

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Nella città nuova c’è una galleria di ferro e vetro. Sono entrato. Dal soffitto a vetrate scendeva una luce polverosa, come attraverso una serra dai vetri sporchi.

Sugli angoli del soffitto troneggiano grandi aquile di ferro ad ali spalancate – i rapaci sono replicati in mille modi nella città di C.

Il pavimento a mosaico è tutto su toni scuri: neri, argentati, qualche rosso, dorature opache. Su queste tessere si spegne una luce già smorta.

Al centro della galleria, sul tetto, una specie di struttura a piramide sorregge la testa di una creatura bifronte. Si dice sia il simbolo di una città che accoppia gli opposti ma non sa unirli, limitandosi a registrare, a constatare le ripetute, innumerevoli contrapposizioni, gli attriti, i conflitti millenari che è incapace di sanare.

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Mi hanno detto che la città è molto arretrata nei suoi sistemi fognari. Sembra che le acque scure e quelle chiare scorrano in un unico canale.

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Appoggiati a una balaustra di marmo, sotto l’ampia ombra di un pino marittimo, osserviamo meravigliati la villa di C. I tetti delle due torri sono per metà identici nei materiali, nelle linee, nella forma spiovente. Uno spiovente dolce e lento, il lato di un triangolo poco inclinato. Nella torre C. l’altro lato è un semicerchio con lievi ondulazioni, come una mezzaluna sfumata dalle nubi. Nella torre C. sorprende la totale assenza di una metà del tetto. Lo spiovente dolce è tagliato da una linea retta perpendicolare che forma una parete senza finestre, senza affreschi, compatta, liscia, di pietra nera, fra il lucido e l’opaco e quasi refrattaria alla luce.

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Il mio padrone sembra accogliere ogni cosa con lo stesso umore curioso, stupito, vivace. Nessuna impressione sembra dominarne un’altra e tutte sembrano distribuite con equità per formare un panorama armonico.

A me sembra che guardi con un occhio solo e attraverso una lente acromatica. Le sue parole sono iridescenti anche quando il loro oggetto è buio, calcinato o grigio di un solo grigio. Calcinato come la vasca a quadrifoglio, nero e piatto come lo spiovente della torre C.

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Da una settimana accompagno il mio padrone attraverso la città di C.

Oggi, dopo aver osservato gli affreschi dai colori squillanti del palazzo C. e dopo un episodio violento che non voglio raccontare, anche se il ricordo, temo, disturberà il mio sonno, abbiamo visitato la chiesa di C., composita negli stili, stratificata. Ha un bellissimo campanile in pietra, un chiostro, una facciata bianchissima dalle linee semplici, tre navate, innumerevoli cappelle, innumerevoli lastre tombali, stucchi, dorature, una cupola mirabilmente affrescata, altari con marmi policromi, confessionali con i vetri gialli smerigliati; oltre il transetto, in fondo alla navata sinistra, un grande crocefisso di legno dal viso orientale, l’aureola sbreccata e spine lunghe quanto un braccio.

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Ho notato vetture il cui aspetto ricorda carri funebri: strette, lunghe, squadrate, con telaio e ruote nere, i finestrini scuri, i cavalli coi finimenti neri, prive di ogni decorazione, stemmi, monogrammi, stranamente silenziose anche quando procedono su un selciato sconnesso; all’interno è impossibile intravedere anche un’ombra; la gente, ho notato, si ferma e si scansa istintivamente, cede il passo, china la testa per pochi secondi. Eppure non compiono nessun ufficio funebre, mi hanno detto, facendomi capire, allo stesso tempo, che non sarebbe bene insistere con domande. Del resto, hanno aggiunto, non causano sofferenza a nessuno, tranne a coloro che trasportano, ma che vi salgono volontariamente ricambiando chi li ospita per quel viaggio del tutto segreto, dove l’imperativo, la condizione di chi mette a servizio le vetture e di chi lo accetta, è il totale anonimato fino al luogo di destinazione.

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Quando abbiamo iniziato a salire lungo i vialetti che portano alla villa C., fra i cespugli e dentro le pietre dei muri ho sentito qualcosa di simile a un brusio.

Quando siamo arrivati davanti a una balaustra ai cui piedi ci sono aiuole quasi senza vegetazione, alle mie spalle ho sentito un rumore come di una pietra smossa e poi uno scalpiccio rapidissimo.

Distratto dal panorama, da una sequenza di colonne che un tempo sostenevano i busti di cittadini illustri, ho dimenticato quei rumori.

Dei busti è rimasta la base; il nome inciso, attraversato da spaccature, è tuttavia leggibile. Solo uno, quasi intatto, sembra sporgersi dietro la balaustra; ha il viso rosicchiato dal tempo e dal salino. È girato e curvo verso il mare. Vi dà le spalle annerite dallo sporco, fissa un orizzonte opaco.

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Sul sagrato davanti alla chiesa di C. è incastrata una piccola targa. Sulle pareti di Palazzo C., sorrette da ganci poderosi, sono appese, a grandi frammenti, targhe di pietra che testimoniano atti infami. Alle pareti del chiostro dell’incantevole chiesa di C. sono appese decine e decine di targhe incise con cifre e lettere di vari secoli: danno l’effetto di un papiro di pietra srotolato sui muri.

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Un gigantesco frammento, un torso incompiuto, rimaneggiato, impastato, ferocemente tagliato come tutte le facciate di Via San C. arretrate di metri, decine di metri, come i capitelli amputati del lungo, strettissimo C. il ***. Gli ingressi ai palazzi non sono quasi mai quelli che si vedono; città sconnessa e insieme compatta, a trafori e a blocchi, con centinaia di logge murate, migliaia di finestre finte, la ripetizione nei marmi, nella pietra, sopra i portali, negli affreschi, della stessa scena dove un animale favoloso è trafitto e calpestato.

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Ho assistito ad atteggiamenti inesplicabili. Uno ruotava su sé stesso parlando senza sosta; un altro, davanti a una porta, sembrava che scalciasse; una donna minuta trasportava una pianta altissima dai fusti sottili e flessuosi: doveva fermarsi continuamente perché l’altezza della pianta, le raffiche del vento e la statura della donna rendevano il trasporto impossibile. E la donna rifiutava qualsiasi aiuto.

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Svoltando un angolo ho incrociato un corteo funebre: mi sono affrettato a lasciarmi indietro singhiozzi, fiori, litanie, accelerando per allontanarmi dal dolore, da quel dolore inaspettato, esibito, che non era il mio, ma per ritrovarmelo poi di fronte, a un tratto, in una piazza.

La chiesa, dalla facciata abbagliante, con l’enorme portone spalancato, lasciava scorgere l’altare, il corteo già disposto, la cerimonia appena iniziata.

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Tre quarti della città vecchia è degradata. Il degrado ha una scala: dall’intonaco un po’ sporco a muri spaccati, cornicioni pericolanti, fenditure, pozze di acqua lurida, infiltrazioni, infissi barcollanti, finestre senza vetri, ruggine, scolatoi a imbuto sospesi nel vuoto, rovine ammassate, travi sporgenti … un interminabile catalogo dell’incuria e della precarietà avvolto da un’apparenza compatta, fortificata.

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Sul cimitero monumentale che tanto ha entusiasmato il mio padrone (da giorni ricorre tenace nella sua conversazione), dirò solo che l’ho trovato grottesco, opprimente, una specie di museo delle cere in marmo.

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Osserviamo la copertura del corpo centrale, fitta di cifre e figure incise nel marmo. Una lieve, misurata pendenza del tetto, e un mirabile sistema di potenti getti d’acqua ne assicurano la pulizia. I getti d’acqua escono dalle bocche di una serie di volti in pietra quasi sferici, dall’espressione enigmatica. È un capolavoro d’ingegneria idraulica. L’acqua sale a forte pressione fino a raggiungere il tetto, viene scaricata con getti potenti sulle incisioni e poi convogliata, attraverso un sistema di passaggi quasi invisibile incorporato all’edificio, verso una cisterna collocata a metà della collina.

Successivamente, l’acqua raccolta nella cisterna, è usata per irrigare la vegetazione del parco di C.

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Qui l’oscurità si può vedere in pieno giorno. Dietro le Mura delle C., percorrendo vicoli tortuosi e strettissimi, piazzette minuscole, schiacciati da edifici alti come torri, aperture improvvise su vertiginose scalinate, spigoli taglienti, mi sono fermato a osservare un passaggio lungo, quasi buio alle due estremità – era circa mezzogiorno di una giornata limpidissima. Al soffitto era sospesa una grande lampada la cui luce giallastra rischiarava pochi metri formando un alone sporco sul soffitto a volta. Quel cerchio di luce, quel passaggio lungo e così stretto che per toccarne le pareti sarebbe bastato allargare un po’ le braccia, dissuadevano, erano un invito a non continuare in quella direzione.

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Gli sportelli. Una città di sportelli. Per lo più murati o legati con catene, a volte li trattiene una corda.

A volte sono spalancati e dentro la pietra nuda.

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Chi farà mai l’inventario delle porte, delle aperture, dei cancelli, delle grate, delle finestre, delle piccole porte dentro porte enormi, delle nicchie, di ogni variante di una soglia o passaggio?

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Il mio padrone partirà domani per la città di C. che si trova sulla costa di levante. L’ho pregato di lasciarmi qui e sono bastate poche parole perché capisse. Mi ha confessato di non essere sorpreso. Di recente, ha detto, mi ha visto stanco e ieri notte mi ha sentito gridare nel sonno, e non era la prima volta.

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Questa città stanca. Tutte le città labirintiche e scoscese stancano. Si cammina per ore, come guidati da una spinta invisibile, come sfere lanciate dentro un tubo innestato in altri tubi.

Succede questo: senza accorgersene, dopo ore, sembra di ritrovarsi nel punto da cui si è partiti: lo stesso tabernacolo, la stessa immagine, lo stesso angolo, le stesse pietre, gli stessi cornicioni… All’estremità opposta di una strada, lo stesso portone; sui muri le stesse spaccature.

*

Il mio padrone è partito all’alba accompagnato da un altro domestico di pelle scura ingaggiato qui. Sono rimasto con la cuoca e un altro servitore che prima di oggi non avevo mai visto. Dorme nell’altra ala della villa. Nessuno ci ha presentati. Per adesso lo vedo solo nel giardino, nel vasto giardino coltivato.

Sembra un uomo taciturno, interamente occupato dalle sue mansioni, poco disposto alle chiacchiere.

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Negli occhi, oggi, credo di avere solo il riflesso grigio delle pietre e qualche venatura di rosso acceso, di arancione squillante.

Il verde, nella città vecchia, è raro; il blu del cielo è segmentato in strisce fra un cornicione e l’altro.

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Ora passa una grande nuvola e il caldo già opprimente si rafforza. È una nuvola lenta, compatta, ha una luce opaca il cui riverbero fa male agli occhi. Non c’è aria; si sposterà lentissima.

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In mezzo alla strada, oggi, due neri si sono affrontati piantandosi silenziosi uno di fronte all’altro. Intorno, la gente si è bloccata senza interferire. Privi di armi, senza parlare, sono rimasti a fissarsi per un tempo interminabile. Tutta la scena sembrava un quadro vivente: nonostante la calura nessuno dei due sudava, e quel che c’era intorno restava immobile.

Non c’è stata lotta; neppure a parole.

Così come si erano bloccati l’uno di fronte all’altro, a un certo punto, agilissimi, sono scattati, girandosi intorno come in un balletto, restando schiena contro schiena.

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La sproporzione fra le dimensioni di un santo in terracotta e la sua nicchia fa provare un senso di pietà comica.

La statuina, alta pochi centimetri, è sovrastata da una cavità che sembra altissima e profonda come una caverna. Se la statuina non resta del tutto invisibile è perché una mano accorta l’ha posata sul bordo.

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Non capisco che cosa abbia visto il mio padrone. E soprattutto non capisco che cosa ho visto io. La Villa di C. nel parco C. non ha nulla d’interessante. La facciata a nord è piatta, suddivisa da quattro pilastri di cemento sporgenti, coperta da piastrelle marroni. Il tetto, a due spioventi, è di lamierino. Tutta la costruzione è squadrata, banale; nessun gioco di luce la ravviva.

E non capisco neppure quale parco abbia visto. Le ridicole voliere, in stato di abbandono, non hanno vita: né animale né vegetale. Sono polverose, sporche. Le reti sono arrugginite. All’interno, finti alberi secchi fatti col cemento che imita il legno. Gabbie vuote, cupe.

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In tutto il parco una collezione di busti, uomini celebri che hanno un legame con la città. Alcuni sono consumati nella faccia. Il parco è irrigato male: foglie verdi ma accartocciate, foglie secche, bacche rosse e avvizzite.

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I vialetti che salgono alla villa C. si snodano a serpente. Ogni tanto li taglia una scalinata. Avvolgono la collina, un tempo bastione, si biforcano e convergono su un pianoro o belvedere. Qui vi accoglie un grande busto di pietra con una pupilla annerita, una scacchiera dipinta sulla sezione di un tronco, un belvedere di finto legno inaccessibile perché pericolante, e alti pini dal fusto rossiccio. Intorno, a nord, le ultime costruzioni e dopo, a ridosso, i monti, verdissimi.

Una bassa ringhiera delimita, seguendone il perimetro ondulato, il pianoro. Una vasca di marmo a trifoglio, calcinata, alcune panchine e siepi di alloro; aghi di pino sulla piccola ghiaia chiara. Sale il brusio della città, la sirena delle ambulanze, spunta un uomo dall’andatura incerta, la testa bassa, su un angolo delle labbra una sigaretta spenta, appesa.

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Ieri, una donna che dormiva su una delle panchine si è sentita guardata, si è alzata ed è scomparsa in fretta.

Appoggiati alla ringhiera, il mio padrone e il suo anfitrione di C. discutono indicando questo o quell’altro punto.

È caduto un ramo e subito dopo un pezzo di corteccia col rumore secco di una pietra scagliata. Salendo ho visto pezzi di carta bruciata, tartarughe nere e gialle, immobili sulla pietra, sembravano idoli. Ci sono molte grotte sbarrate da cancelli; sono finte grotte, come finta è la cascata, finto il legno.

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Otto pini dal tronco rossiccio circondano la ringhiera di ferro che delimita a cerchio la vasca senza acqua. In realtà sono sette: l’ottavo è solo un ceppo su cui è stata disegnata una scacchiera. Anche i bellissimi pini sono disposti a cerchio.

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Sul belvedere a sud, una specie di terrazza piastrellata, crescono piante selvatiche, si accumulano sterpi e foglie secche. Da questa terrazza si vede il porto. Il blu impeccabile del cielo di ieri, oggi è velato. Non c’è vento. Pochi visitatori, torpidi, salgono e scendono la collina seguendo la torsione dei vialetti.

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All’inizio del parco di Villa C. c’è un platano secolare il cui tronco, a un tratto, si biforca; osservato da una certa angolazione riproduce la testa di un crocefisso per forma e inclinazione. I rami che si dipartono dietro il mento appoggiato al petto, la guancia sopra una spalla, imitano un crocefisso.

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Qui il cemento imita il legno, le grotte e i rami degli alberi.

Oggi la foschia si è mangiata il panorama. Appoggiato alla balaustra il mio padrone si sbraccia, indica, parla molto. A volte sento un frammento di frase, qualche parola sconnessa che rallenta, s’invischia nella calura.

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Anche oggi, ancora una volta, siamo tornati alla villa di C. Il mio padrone e il suo anfitrione sembrano stregati da questo luogo e non riesco a capirne la ragione. Che cosa vede? Che cosa lo affascina? Dopo mesi di siccità le piante sono avvizzite, le foglie sembrano colpite da un autunno precoce o da una malattia. In cima alla collina il panorama è bello, non c’è dubbio; ma in questa città verticale i punti panoramici non mancano. Il parco non è privo di fascino ma è un’eco, un residuo, un resto di qualcosa, un’imitazione goffa come la cascata, le grotte, le voliere di finto legno.

Dentro le grotte, sbarrate da alti cancelli, sporcizia e ombra. Che cosa ossessiona il mio padrone? La fitta trama di ringhiere in cemento, le voliere senza uccelli protette da reti arrugginite? uno strano elmo di metallo o bacile capovolto sorretto da sbarre? La vasca senz’acqua a forma di trifoglio al cui centro un fanciullo – forse Ercole bambino – strangola un serpente di mare?

Il fondo della vasca è così asciutto e velato di bianco che guardarlo fa male agli occhi. Il fanciullo e il serpe sono calcinati, tranne la schiena da cui affiora il verde cupo del bronzo.

Forse è il busto con l’occhio annerito, o i pini dal tronco rossiccio, o la scacchiera dipinta sull’ottavo tronco tagliato, oppure le nuvole, il porto, strane torrette, una massa di costruzioni che precipita verso il mare, oppure la villa di C. la cui descrizione che ho sentito per caso, dettagliata nei minimi particolari, non corrisponde a quello che vedo?

Anche oggi la calura è opprimente; qualcuno cammina come rallentato, si affaccia da un livello, guarda, è guardato da un livello superiore, riprende a salire o a scendere.

*

Sono dodici le colonnine prive di busto che sfilano equidistanti, piantate fra muro e ringhiera. Solo un tal C. ha conservato il busto. Una è abbattuta. Dai cilindri di pietra spuntano i perni di ferro su cui si avvita il niente.

*

Ieri siamo passati da Salita S. C. strada larga, sinuosa ed elegante, fiancheggiata da bei palazzi, al limite della città vecchia, quasi un raccordo. Il mio padrone si è fermato in una piazzetta indicando le facciate ricche di architetture dipinte: colonnati, capitelli, finestre, timpani, sbarre, balaustre, archi, logge: inganni ottici, quinte teatrali, ombre finte.

Non lontano da Salita S. C., sul palazzo C., grandi riquadri dove il marmo imita il ferro brunito di celate, cimieri e armature con un effetto di verosimiglianza stupefacente.

In cima a Salita S. C. siamo sbucati in Piazza C., piazza circolare da cui si dipartono quattro grandi strade, delimitata da alte magnolie, piante di alloro e altri alberi ad alto fusto, siepi, aiuole, e gli immancabili busti di poeti, patrioti, soldati che sbucano fra le piante o le sovrastano.

Ho lasciato proseguire il mio padrone e il suo anfitrione e ho deviato in un giardino seminascosto dove su quattro livelli, disposte ad anfiteatro, ho visto un gran numero di panchine arcuate di marmo bianco. Sembrano convergere, con un crollo o slittamento calcolato, verso un fondo di pietre bianche e nere delimitato da muri di pietra bianca a blocchi geometrici. Queste panchine, non troppo dissimili da lapidi, formano un triangolo equilatero i cui lati sembrano risucchiati verso il vertice.

*

Sbarre a protezione di una finestra murata.

*

Mentre camminavamo in Salita di Santa C. un mendicante è sbucato dall’alto e scendendo ci veniva incontro mormorando una litania incomprensibile. Mentre scendeva deviava verso altri passanti. Non tendeva la mano, stava curvo da un lato, e a quella distanza era di età e sesso indefinibili. Scartava i passanti oppure erano loro a evitarlo. Continuava a scendere verso di noi come fossimo la meta predestinata di quel percorso a zig zag. Il mio padrone si è immobilizzato e così il suo anfitrione. Io sono rimasto un po’ indietro, da un lato.

Mentre si avvicinava, quella specie di preghiera con cui il mendicante ritmava il passo, proseguiva e si definiva nei suoni.

*

Non so quante ore siano passate. Questi appunti notturni, mio malgrado, mi tolgono ore di sonno. Ma non sono stanco. Il mio padrone è assente e le mie mansioni, perciò, limitate. Uso le ore del mattino per recuperare energie.

I ricordi sfuggono. Quando credo di averli radunati, portandoli all’interno di un recinto, scivolano fuori. Quando credo di aver dato una cornice, anche sottile, a una scena, uno spigolo si apre, appare una luce non voluta, cede un altro spigolo e la luce irrompe, diventa abbagliante, dissolve l’intero quadro.

Non saprei dire quanto tempo mi occorra per incollare con affanno qualche pezzo sul foglio prima che un angolo mostri una fessura e quella luce importuna, parassita, cancelli.

A volte sono rapido a mettere insieme i ricordi e tengo insieme il quadro: i lati non si aprono, non ci sono fessure né porte socchiuse. Conservo quel buio, così prezioso, proteggo il silenzio, tengo lontano il chiasso della luce e scrivo.

*

Il mio padrone e il suo anfitrione sembrano ipnotizzati dal mendicante. È alto, magro, avvolto in un mantello che gli fascia anche la testa e nasconde una parte del volto. Immobile e curvo, dal basso appare imponente. S’intravede una barba folta, nerissima e per un attimo uno sguardo affermativo e insieme di richiesta. Rimane raccolto e fermo sotto il mantello senza pieghe che scende diritto fino ai piedi.

*

Oggi, con la scusa di un vago malessere, non ho accompagnato il mio padrone nelle sue perlustrazioni. So che andrà a visitare la Chiesa e il convento di S. M. di C. e la visita lo terrà occupato per buona parte della giornata.

Non so ancora quanto ci fermeremo in questa città; è come se il mio padrone ne fosse soggiogato.

Io rimpiango le vele, il cordame, la volta del cielo e il mare aperto. Il movimento e i colori dell’acqua, il paesaggio visto da lontano, il vento, le mie mansioni di marinaio, gli approdi e i brevi soggiorni in quei paesi con poche abitazioni colorate riflesse nell’acqua. Rimpiango le nuvole, ma non frantumate da cornicioni, grondaie, terrazzi, abbaini, compresse e ridotte a linee sottili e storte.

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C. è una città affascinante ma insidiosa, quasi malsana. Come il salino, col tempo sembra corrodere e intaccare sia le cose sia le persone. C’è una specie di accanimento o ripetizione nei suoni e nelle forme, un’eco che non trova sbocco e risuona all’infinito. Così le facce: a migliaia sulle pareti delle case, sotto i balconi, dipinte o scolpite, grottesche per le smorfie, o levigate in poche linee silenziose, a forma di sole, animale, fiore, le bocche spalancate, la lingua di fuori, l’espressione beffarda, demoniaca.

Così gli emblemi, le cifre, i cartigli, le insegne, le targhe. A ogni angolo un’edicola votiva, un lastricato sempre grigio e sconnesso, un odore forte e spigoli, gradini, rampe interminabili, case una sull’altra, pareti che si urtano.

Un volto sbuca da un petto, un cranio da un elmo. Il bronzo imita la stoffa, i ricami, le frange di una gualdrappa.

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… il mio padrone e il suo anfitrione sono sempre immobili. Il mendicante li fissa, continua la sua incomprensibile preghiera e muove la testa lentamente, oscilla lentamente con tutto il corpo; qualcuno si è avvicinato, altri si allontanano, io resto a guardare, immobile, per un tempo che non saprei dire. Il mendicante ha interrotto la sua giaculatoria, il corpo adesso è immobile, la testa ferma e reclinata sul petto.

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Se non continuo l’episodio del mendicante, è perché alla fine non è successo niente di particolare. Mi sarei aspettato un gesto, forse violento, un improvviso risveglio del mio padrone da quello stato di torpore in cui sembrava sprofondato, oppure che io stesso, avvicinandomi, interrompessi quello strano quadro dove due persone sembravano ormai statue davanti a una terza – quasi nemmeno un corpo ma un mantello – che oscillava lentissima mugolando parole sempre incomprensibili.

D’un tratto il mendicante si è inginocchiato.

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La città di C. è sporca, si sentono spesso cattivi odori. Anche se le strade sembrano pulite, le pietre esalano qualcosa di maleodorante. Due bambini, data l’altezza, sentono di più questa esalazione, scoppiano a ridere e si mettono a correre gridando: “C’è puzza di cacca!”

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Come un rogo dell’inquisizione, ma di stracci, una massa alta dieci metri e larga quindici si erge in una delle piazze principali. Una specie di grande covone formato con vestiti vecchi, scarti di sartoria, sacchi sfondati, tessuti consumati di ogni tipo s’innalza tra la facciata ovest di Palazzo C. e piazza De C.

Per quale scopo? Una festa?

Il mucchio è impressionante, sembra compresso da mani gigantesche, è compatto e domina una tonalità scura. Più che stoffa sembra pietra, un blocco unico di pietra nera.

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Un pomeriggio caldo rinfrescato da una brezza di mare. Seguo il mio padrone lungo Via C., una via importante per storia e architettura, così sento dire al mio padrone che mi precede, mentre la via s’inerpica, abbastanza larga e poco sinuosa.

In alto, un cane randagio spunta da uno dei tanti vicoli che incrociano Via C. Sul momento restiamo fermi e un po’ spaventati: il cane sembra non vederci, annusa, costeggia i muri. Poi prende una via laterale e scompare. Non sono pochi i cani randagi nella città vecchia e non conviene incontrarne uno, soprattutto in spazi così stretti. In genere sono solitari e scansano gli uomini.

Sotto le pietre di via C., come in molte parti della città vecchia, scorre un torrente. La via è animata e il brusio delle voci ha strani effetti di risonanza. Dove sostiamo per osservare un portale, che il mio padrone ritiene interessante, il brusio delle voci diventa simile all’acqua che scorre, ribolle come di fronte a un ostacolo, e sbocca col suono di una piccola, sorda esplosione.

Proseguiamo verso Piazza C.

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Il cane che ho visto oggi, si è fissato tenacemente nei miei ricordi e si mischia a un colore come di ombra profonda e al ferro arrugginito di tante grate, cancelli, portoni e ringhiere: sfondo ripetuto della città di C. Era magro, appuntito nel muso, di taglia media, marrone scuro chiazzato di bianco, con la coda corta.

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Siamo quasi fermi in un punto dove la folla comprime. Folla multicolore nei vestiti, nel portamento, nella parlata. Non siamo distanti da una piazza dove oggi è giorno di mercato. Riusciamo a deviare imbucando Vico del C, che è breve, a gradini larghi, lievemente in pendenza. In cima vediamo una cancellata chiusa e a destra un’edicola azzurra senza statua.

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Gli effetti acustici nella città vecchia sono sorprendenti e spesso sgradevoli. Una voce sembra un colpo di fucile improvvisamente sparato a poca distanza, una strada deserta si riempie di rumori di cui non si riesce a capire la provenienza. Capita spesso di voltarsi improvvisamente in una direzione per rintracciarne l’origine. Dentro un androne, dove una testa di leone getta acqua raccolta da una conchiglia, sotto volte decorate con figure fantastiche dai colori accesi, confluiscono i rumori della strada e si smorzano fra i colonnati, le balaustre e gli scaloni. Le pareti sembrano oscillare per il riflesso proiettato dall’acqua. Dopo tanto clamore di folla, trovo piacevole lo scrosciare dell’acqua di un verde-azzurro trasparente, riposante il bianco dei marmi e la regolarità degli spazi. Il mio padrone osserva incantato le splendide decorazioni delle volte e con i gesti delle mani imita le fluide ghirlande, i fiori che diventano corpi, i corpi che diventano piante.

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Dopo mesi il cielo è cambiato. Le nuvole hanno forma e movimenti autunnali, il caldo si attenua, le foglie del parco di C. si accartocciano e ingialliscono. Alcune cadono veloci e battono sul selciato con un colpo secco. I gialli spiccano sullo sfondo di quegli alberi che in apparenza non hanno mai autunno.

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Accovacciati fra stracci, vestiti di stracci, scoppiano a ridere, battono le mani e hanno voci stridenti, agitate, come se litigassero. Vorremmo allontanarci, tornare indietro, ma la strada che si restringe in un cunicolo ormai ci obbliga a passare in quel punto che suscita repulsione e allarme.

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Le nubi sono pesanti e scure: fra qualche ora pioverà. Il grigio del cielo e un bagliore bianco, l’ultimo del sole al tramonto, che ha rischiarato di colpo la facciata di un palazzo, annunciano un violento temporale.

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L’acqua trabocca da un tombino che sussulta e si solleva spinto dalla pressione. Siamo in piazza B, fra la loggia della M. e la chiesa di S. P. in B.

Sotto la piazza, dice il mio padrone, scorre un largo torrente che sfocia in mare.

Il tombino è saltato; intorno si spande un’acqua marrone, piena di ruggine. Passano venditori e carretti. Da una delle strade che convergono in piazza B, avanza un colosso nero che sovrasta tutti di due teste.

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Quando il mio padrone non ha bisogno di me, mi concede un po’ di tempo libero che uso per scendere nella città vecchia.

Procedo in fretta, imbocco scalinate, mi lascio andare per viottoli di mattoni e non mi guardo intorno finché non arrivo in piazza della M., piccola piazza quasi circolare sorvegliata da un paio di giganti in marmo, un orologio solare e negozi eleganti: una specie di preludio alla via più bella del centro storico.

Il mio padrone ha una grande memoria per i nomi; io, invece, ne ricordo pochissimi. La città vecchia, del resto, è un accavallarsi di nomi: piazze, piazzette, vicoli, strade, vie, stradoni, salite, vie con due nomi che differiscono solo per una parola, discese e tutti quei nomi che appartengono a un luogo dove sorge una chiesa, un monastero, un oratorio, e poi scalinate… un intreccio di nomi convulso come la città.

Eppure, ho scoperto che riesco a orientarmi. Con quale bussola o carta non so. Mi lascio andare ai ricordi che emergono mentre cammino, più o meno confusi, da cui estraggo, sfilo uno spigolo o un colore, un affresco o un qualsiasi dettaglio quando buca lo strato opaco dei ricordi e con cui riscostruisco una mappa personale. A volte afferro un odore o un suono e lo combino con facce che mi sembra di avere già visto. Oppure è una svolta che sembra cadere di colpo dietro qualcosa che non vedo, non ho visto prima o che forse non ricordavo.

Oggi, ad esempio, credevo di non ritrovare più una certa strada. Mi guardavo intorno perplesso, quasi smarrito, perché tutto mi sembrava identico a centinaia di altri luoghi già attraversati.

Poi ho ricostruito un tratto del percorso grazie a un dettaglio insignificante. Quasi al livello del lastricato di strada N., si apre una sequenza di finestre sbarrate molto simili fra di loro e quasi identiche a tantissime altre. Ma una, intorno alle sbarre, ha metri di catene attorcigliate e grandi lucchetti, e fra questa ferraglia arrugginita, dentro una cornice ovale, è incastrato il ritratto di una santa col volto che s’indovina dolce sotto uno strato spesso di sporco. L’immagine è alta circa 40 centimetri, la cornice sembra di legno, il volto sporge ondulato da uno sfondo ancora azzurro.

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Qual è il centro della città di C.? Sembra averne tanti ma finisce col non averne nessuno. E ogni abitante sembra avere una propria idea di centro. Domandate. E ad ogni risposta il centro si sposterà a nord, a est, o altrove. Sarà vicino a questo o a quell’altro quartiere, piazza, monumento, palazzo, zona… sarà in alto, in basso, sempre spostato un po’ più in là.

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Ho visto una scena di tempesta o battaglia. I vascelli avevano le vele ammainate o ripiegate, erano inclinati fra onde paurose e livide come il cielo. Erano quattro. L’alberatura della nave in primo piano sosteneva ancora qualche vela. In secondo piano, una strana colonna o torre bianca emergeva dall’acqua. Non capivo se le navi s’inseguivano o cercavano di scampare alla tempesta. La composizione formava un cerchio o piuttosto un ovale. I quattro punti principali, cioè le navi, sembravano spostarsi seguendo questa forma di rotazione.

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Ho notato che da certe piazze sono spariti gli orologi e un paio ritardano, ma nessuno sembra farci caso.

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Il trascorrere delle ore meridiane è affrescato, inchiodato, murato sui palazzi. Sine sole sileo, recita uno dei tanti detti che si leggono nei cartigli intorno agli orologi solari.

Un passaggio di nuvole, un cambiamento nella direzione del vento, ed ecco che l’ombra non segna più niente perché l’ombra portata non c’è più, il quadrante è muto, l’asta inutile.

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Oggi la giornata è molto limpida, il cielo sembra di porcellana, i contorni sono nettissimi. Il blu è sfrontato, aggressivo.

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Serata difficile.

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L’odore di salsedine che attraversa le strade, raschia i muri, assorbe polvere e vola verso la città alta, non è quello del mare aperto. È acre, fumoso, stantio. Come reti da pesca lasciate marcire.

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Il trasporto di un grande mosaico pavimentale da un convento a un palazzo, e la sua ricostruzione, tessera dopo tessera, è stato l’argomento di conversazione di oggi fra il mio padrone e il suo anfitrione. Il mosaico raffigura animali e fra questi alcuni segni dello zodiaco.

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Nel sogno di stanotte un vento forte sollevava parti del mosaico. Oscillavano, vorticavano, crollavano dentro un giardino: per un istante sembrava che formassero una figura.

Mi trovavo sotto un’arcata che dava sul giardino e vedevo il mio padrone trasportare dentro sacchi di iuta migliaia di tessere e rovesciarle in mare. Faceva sempre lo stesso percorso centinaia di volte: dal giardino al mare, dal mare al giardino. A poca distanza osservavo la scena. Mi chiedevo perché gettasse il mosaico in mare e che senso poteva avere visto che le onde lo avrebbero portato via, e perché quella penosa fatica. Cercavo di avvertirlo che in quel modo il mosaico sarebbe andato perduto, gridavo, ma un vento forte e ondate fragorose coprivano la mia voce. A un certo punto ho visto il mio padrone bloccarsi prima di raggiungere il mare: aveva un’espressione cupa, sembrava riflettere su quell’azione disperatamente inutile. Poi mi ha visto, ha gridato qualche parola, e si è messo a correre verso il mare. È entrato in acqua. Tentava disperatamente di raccogliere le tessere. Quando riusciva ad afferrarne una manciata correva verso la spiaggia e le gettava sulla sabbia.

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Oggi ho visto facce dai lineamenti ripiegati, quasi inestricabili. Difficile trovare un’espressione, un movimento disteso. E forse è stato meglio così. Certi occhi è meglio non guardarli, bisogna lasciarli in pace.

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Sono circa 700 i corsi d’acqua che attraversano il sottosuolo della città di C.

Durante piogge forti e persistenti, congiunte a mareggiate che penetrano all’interno, alcuni di questi corsi d’acqua s’ingrossano paurosamente. L’acqua spinge e fa tremare il selciato su cui si cammina. Trabocca dai tombini e allaga parti della città, scantinati, portici, seminterrati.

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Durante una delle ultime epidemie di colera, la città di C. ha ignorato le regole di prevenzione per continuare i suoi commerci appoggiandosi a teorie che accusano l’aria malsana, la sporcizia e la cattiva alimentazione piuttosto che il contatto.

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Per superare i cordoni marittimi le navi devono arrestarsi a distanza di sicurezza dal litorale, il responsabile dell’imbarcazione si avvicina alla costa con una scialuppa per esibire la patente sanitaria al ministro della sanità e per giurare solennemente che nessuno a bordo è infetto. La patente viene prelevata con una pinza e se ne verifica il contenuto: se il bastimento è ritenuto infetto o sospetto gli si vieta l’approdo pena la morte. Le lettere e i documenti vengono affumicati con un “suffumigio”, un fumo contenente zolfo, e poi immersi nell’aceto.

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Il XX luglio XXXX il cordone fu rotto da qualche contrabbandiere e l’epidemia cominciò a diffondersi da *** verso *** e ***. Il 2 agosto il colera scoppiò nella città di C. Dalla città di C. si diffuse lungo il litorale tirrenico toccando ***. Alcuni *** scapparono a *** che fu contagiata e contemporaneamente furono infettate anche *** e ***. A settembre una barca di un mercante della città di C. percorse il *** per raggiungere *** e ***. Il colera invase così anche il Regno *** che non aveva steso alcun cordone, nonostante le proteste popolari. A ottobre arrivò a ***, a novembre a ***. Da qui si estese in *** e da *** verso ****** e ***. A novembre arrivò a *** e da qui nella primavera dell’XXXX si diffuse a ***, a ***, a ***, a *** e a ***. A luglio raggiunse *** e di nuovo il litorale *** compresa, ancora una volta, la città di C.

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È una pozzanghera dopo l’altra, non si sa dove camminare, cade da ieri una pioggia fitta, scura. La conchiglia in cima alla fontana di Piazza C. si riempie di pioggia. Il popolo chiama questa fontana Il Barchile. Alla fontana si accosta una vettura. La sosta si prolunga. La pioggia batte furiosa sui cavalli. Cerco riparo sotto un portone e osservo la carrozza: il movimento rapido di una tendina. Qualche oscillazione che sembra provenire dall’interno, quasi impercettibile.

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Ieri la vettura è rimasta ferma accanto al Barchile per molto tempo. La pioggia ha smesso di colpo, è uscito il sole, ma con poca luce e poco calore. Piazza C., come a un segnale convenuto, si è riempita di gente. Al frastuono della pioggia torrenziale si è sostituito un brusio sordo, voci e passi, richiami, rumori, imprecazioni: tutta l’animazione sonora di una piazza di modeste dimensioni, il risultato di un vicolo che si è allargato spingendo i palazzi ai suoi lati.

Dalla vettura non è sceso nessuno. Dalle criniere e dalle code dei cavalli cadevano gocce. La vettura sembrava asciugarsi con sorprendente rapidità nonostante il sole fosse debole. Si asciugava più in fretta di tutte le altre cose intorno, quasi assorbendo un calore intenso respinto dagli altri oggetti e negato alle persone. In pochi minuti, dalle ruote ai finimenti, dal telaio ai vetri, la vettura era completamente asciutta, quasi arida e polverosa. Per terra, sulle pietre sconnesse, pozze d’acqua, riflessi torbidi.

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In Piazza C. sovrastante il Barchile, c’è un palazzo chiamato il palazzo del Melograno, perché quest’albero è cresciuto fra le spaccature della parete. In rapporto alle dimensioni del palazzo appare piccolo, quasi un arbusto insignificante. Dicono che non abbia mai dato frutti per non sporcare di rosso (un rosso troppo simile al sangue) il sottostante portale, portale di marmo con colonne, timpano, fregi – alto e arrogante.

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Dalla vettura avrebbe potuto scendere qualcuno. Almeno quando la pioggia scura e fitta ha smesso di rovesciarsi sulla piccola piazza C.

Sotto il portone, attraverso una cupa trama di gocce, osservavo. Forse ho immaginato il rapido movimento di una tendina. Le cose si vedevano come attraverso un vetro ondulato: oblunghe, precarie, sporche. Più lontane o più vicine, più storte. Sembravano il riflesso delle cose dentro l’acqua. Quando la pioggia è cessata e la gente ha riempito piazza C., mi aspettavo che arrivasse il passeggero atteso e che le ruote avrebbero ripreso a muoversi nell’acqua, finimenti e briglie a oscillare, i cavalli a scuotere criniere e code bagnate, e forse avrei intravisto un volto, una mano, avrei sentito una voce che non sarebbe stata quella del conducente. E la vettura si sarebbe asciugata con lo stesso tempo delle cose che la circondavano e non con quella sbalorditiva, innaturale rapidità che aveva prosciugato in pochi minuti metallo e legno e cuoio e vetri.

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I gabbiani sembrano sorretti dall’aria grigia, la gente è come schiacciata; le cose grigie si rafforzano, diventano profonde; i marmi risaltano; le facce si chiudono, guardano in basso.

Ieri da nord si è alzato un vento tagliente e oggi è più forte. In Piazza C. un gabbiano mi ha sfiorato urlando. La gente cammina in fretta come girata di schiena o di lato. Dai cantieri, dalle lastre di pietra, dai mucchi di terra volano frammenti. Nei portici di Via di C. s’ingolfa il vento, poi sbocca nei vicoli laterali: corridoi, imbuti che amplificano la forza dell’aria.

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Guardo le creste aguzze delle onde nel porto. L’acqua è livida, verde-grigia.

Ieri il mio padrone è rientrato dopo una settimana trascorsa nella località di C. Sembrava turbato, quasi scosso. In genere conserva, in un volto espressivo, una certa gioviale serietà; ma ieri, mentre scaricavo i bagagli, ho colto nel suo sguardo un peso, una gravità che non gli avevo mai visto. I gesti erano più lenti, la voce meno sicura, il passo esitante.

So che è stato ospite del dottor C. nella villa C. il cui magnifico parco arriva fino al mare. Il dottor C. è uno specialista ma non ricordo di quale disciplina. La villa in cui abita è decorata, mi hanno detto, da splendidi affreschi. La notevole varietà di piante secolari, nella lieve ma costante inclinazione del parco verso sud, precipita lenta verso il mare sul quale si affaccia dalla sommità di scogliere vertiginose. Qui si tendono verso la luce tronchi, rami e fogliame aggrovigliati alla boscaglia e aggrappati alla roccia.

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In piazza C., ma più che una piazza è uno slargo irregolare, c’è un bel palazzo in ardesia a strisce bianche e nere. Sulla facciata a sud fa bella mostra di sé un tabernacolo. In cima al tabernacolo, un piccolo busto del Padre Eterno, in un movimento di torsione, nella sinistra tiene il mondo: una sfera molto simile a una palla di cannone. La destra è sollevata in un gesto di benedizione sbriciolato dal polso in su. Dal polso spunta la sbarra di ferro del telaio.

In Vico C., piantata in un muro, si può vedere un’autentica palla di cannone simile alla sfera sorretta dalla sinistra del Padre Eterno.

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Stanotte ho sognato un vicolo: era attraversato freneticamente da puttane grasse, orribili. Nonostante la mole, si muovevano quasi correndo, andavano e tornavano spinte da un’urgenza incomprensibile. Ridevano. A volte staccavano le lunghe ciglia posticce o le capigliature finte.

Intanto, da uno strettissimo vicolo laterale sbucavano figure: una sopra l’altra si sporgevano contorcendo il volto e il collo teso; avevano pelle scura e denti bianchissimi. Si sentivano dei latrati e non se ne capiva la provenienza. A un tratto uno di loro mi dice: “guarda quell’imposta, sta crollando; guarda quel soffitto intriso d’acqua, quei pali, vecchie alberature di vascelli, tarlate e ammuffite. Non durerà.” Poi mi ritrovavo a contare il numero di ceste allineate su un molo, forse la diga esterna del porto, come dovessi farne l’inventario. Erano larghe e profonde ceste di vimini, il mare in burrasca sbatteva contro la diga, a volte oltrepassandola. Le ceste, nonostante la leggerezza, sembravano inamovibili. Intorno, tutto era scosso dal vento.

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Fra circa un mese sarà inverno. Il mio padrone aveva fissato una data di partenza e oggi l’ha annullata. Avevamo iniziato a preparare i bagagli quando il padrone ha dato ordine di non continuare ma, allo stesso tempo, di non rimettere tutto a posto. Così, ci ritroviamo fra bagagli che sembrano appartenere a qualcuno arrivato da pochi giorni o da qualcuno sul punto di andarsene: una specie di trasloco a metà.

Da parte mia non sento più l’urgenza di partire. Non appena arrivato avrei voluto scappare e, per mesi, ho sognato di risalire sul B.A. per salpare, lasciandomi alle spalle rapidamente la vertiginosa montagna, le palazzate a schiera, il porto della città di C., i suoi odori acri che afferrano alla gola, la sua sporcizia, il labirinto di corridoi, le minuscole piazze storte, le figure accovacciate negli angoli, le strade buie in pieno giorno, i selciati sconnessi, un cavaliere che trafigge una bestia centinaia di volte, una grande chiesa zoppa.

Adesso, mi sento preda di un torpore simile a quello degli animali che vanno in letargo.

Il mio padrone mi ha ordinato di recarmi al BA per alcuni lavori di manutenzione. Sono riuscito a mandare un altro servo poiché anche la sola idea di attraversare la banchina, adesso spazzata dal vento gelido, e di rivedere l’imbarcazione mi crea un malessere che fatico a comprendere. Un tempo il BA era la mia casa, e i mari attraversati, le coste, i porti e il cielo una specie di paese in movimento. I soggiorni sulla terraferma erano pause in attesa di ritornare sulla casa galleggiante a manovrare il timone, le vele, a fiutare i venti, le burrasche, a leggere carte e barometri, a stabilire col mio padrone questa o quella rotta.

Era euforia organizzata, febbrile disciplina di navigatori, scoperta.

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Dopo la visita al dottor C. nella località di C. il mio padrone esce raramente e le visite che riceve sono altrettanto rare.

Il taciturno giardiniere lo ha visto mentre passeggia nel parco: è assorto, si muove lento, e lo sguardo è poco rivolto alle cose intorno.

Non avevo mai parlato con lui ma un giorno, incontrandolo in giardino, mi ha indicato il padrone e ha detto: “L’ho sentito parlare da solo; parlava di affreschi, di una certa villa e di un dottore. Ha un volto inquieto. E non sorride.”

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Non guardo mai la posta del mio padrone che ho l’incarico di ritirare e consegnare. Tuttavia in questi giorni mi è capitato di notare un tipo di busta e una calligrafia che spiccavano in mezzo alle altre.

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Quando entro nello studio del mio padrone per consegnare la corrispondenza di solito esco subito. Oggi, invece, ho indugiato mentre il mio padrone scorreva le buste. Ho notato un cambiamento di espressione quando ha preso in mano una certa lettera: lo sguardo si è fatto inquieto e grave. Ha posato la lettera accanto alle altre e sembrava che non riuscisse più a concentrarsi su niente e a non guardare nient’altro che quella busta. Si era anche dimenticato della mia presenza.

D’un tratto mi sono sentito un intruso, uno che viola un segreto, o quanto meno un importuno. Allora ho chiesto se potevo andarmene cercando un tono di voce rispettoso e comprensivo.

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Da oggi importa poco se la città è quella di C., se il mio padrone si è ripiegato su sé stesso dopo la visita alla località di C., se il giardiniere prosegue coscienziosamente il suo lavoro e parla pochissimo, se il resto della servitù appare raramente, in fondo ai lunghi corridoi, nelle vaste sale, quasi sorpreso e imbarazzato quando vede altri domestici. Ciascuno continua nella propria occupazione, ma è come se il tempo non fosse scandito da niente: né orologi, né commissioni, né preparativi di pranzi, cene o partenze.

Il mio padrone si fa servire i pasti in studio, esce a orari imprevedibili, può passeggiare nel parco per ore o pochi minuti, rientrare bruscamente come per un dovere, (stavo per scrivere dolore) improvviso. Poche volte ha bisogno di me. In quelle rare occasioni l’incontro è rapido e le parole strettamente necessarie come i gesti. Solo qualche volta certe espressioni minime, come una lieve increspatura delle labbra o un movimento della testa, danno l’idea di qualcuno che vorrebbe parlare per ore, far saltare un tappo, spalancare una porta.

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Poiché sbrigo le mie mansioni in poco tempo, di tempo adesso ne ho in abbondanza.

S’intende che resto sempre a disposizione del mio padrone, perché una parte del mio tempo è sua per contratto, e perché in me il senso del dovere è spiccato. I rapporti col mio padrone sono sempre stati corretti, sul filo di una forma e di un rispetto che non ha impedito, all’occasione, qualche abbandono più confidenziale e, soprattutto durante la navigazione, un rapporto quasi da compagni di viaggio, al confine tra amicizia e discrezione.

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Ogni statua è rigata dallo sterco dei gabbiani; sul bronzo macchie bianche, strisce; sulle teste, con berretto o no, il guano abbonda. Il verde cupo del bronzo è puntinato di sterco. Le spalle e le teste sono trespoli.

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Il vento gelido da nord ieri ubriacava i gabbiani e incupiva l’umore della gente infagottata, stipata sotto i portici.

Sulle cime è caduta la prima neve. Nei prossimi giorni sembra che nevicherà a bassa quota.

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Nel parco ci sono due laghetti circolari al cui centro s’innalza un getto d’acqua che sale sottile per molti metri. Nei giorni senza vento, disegna una linea bianca, netta contro il cielo e in caduta si sfrangia.

Intorno ai laghetti, disposte a semicerchio, statue di divinità pagane con la testa o gli arti sbriciolati.

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Oggi stavano rastrellando la fine ghiaia dei viali e il rumore era simile a quello di un frangente continuo, sommesso.

Il mio padrone ha dato ordine di smettere immediatamente. Si è rivolto ai giardinieri con un tono violento, per lui del tutto inusuale. Sembrava esasperato da quell’incessante rumore di ciottoli rimestati, da quelle linee ondulate bianche e grigie simili a certe correnti quando increspano il mare.

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Ho sognato un giovane dal corpo atletico che portava per mano un bambino. Sembrava fuggire da una città in fiamme. A un certo punto lo vedevo drizzarsi sopra un piedistallo. Aveva l’aria costernata. Sentivo che diceva: “Adesso dove poso il piede, che movimento potrei fare, come proseguo la mia corsa? Se faccio un passo avanti, precipito. Potrei solo girare in tondo ma a che cosa servirebbe? Non salverei né il bambino né il carico prezioso che ho sulle spalle. Potrei solo ruotare come impazzito. Per saltare ho sotto di me troppi metri. E intorno vedo salire l’acqua e dietro sento crepitare le fiamme. Forse qualcuno mi sposterà con tutta questa altissima base portandomi in salvo. Non avrò bisogno dei miei muscoli né del mio coraggio. Sarò sollevato col bambino, il carico prezioso e fragile che il mio collo e la mia schiena sostengono, mi trasporteranno in aria e mi poseranno in un luogo sicuro da cui riprenderò a correre restando ben diritto e fiero.”

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Stanotte ha cominciato a piovere e continua a piovere anche oggi; è una pioggia smorta e tenace, insistente e ottusa. La nebbia è scesa sul porto. Il dorso dei gabbiani si confonde col grigio uniforme del cielo identico al mare che ha il grigio murato di una parete. Il Faro sventaglia e si riflette sul grigio rinviando la propria luce a sé stesso.

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In Vico C. il solito cavaliere, raffigurato in un sovrapporta, ammazza con la lancia il solito animale alato, stando ben saldo e al sicuro in groppa al suo mastodontico cavallo.

La porta del palazzo è quasi aperta e vedo un androne dalle dimensioni insospettate. Vasto, fitto di colonne simili ad alberi secolari e volte a crociera bianchissime. Sulle pietre grandi ceste a forma di culla scolpite nel marmo, ceste da giganti, vuote, bianchissime. Anche l’aria fra i colonnati appare bianca ma non trasparente, come un pulviscolo di calce.

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Dentro palazzo C. Ercole è rozzo, gonfio. Sovrasta una vasca senza acqua, calpesta e strangola un mostro a più teste di cui una gli sporge sopra la spalla come un teschio affilato.

Tutto l’animale è come prosciugato, secco, anche la fatica sembra conclusa da molto tempo, ma Ercole resta in posa, rigido e tronfio.

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Qui camminate sopra pietre scritte, marmi incisi. Qui i gendarmi, chiamati sbirri da sbura, cioè il brodo della trippa che bevevano per riscaldarsi, hanno tracciato con la punta del fucile una tela. Su questo gradino di marmo, in questo angolo di piazza C., potete vedere il classico quadrato del classico gioco. Ne vedrete altri sparsi per la città, una città dove iscrizioni, targhe, segni, emblemi vi assediano dall’alto e dal basso. Guardatevi intorno, chinatevi su quella buca: serve per l’elemosina, per il restauro di una Madonna, e quell’altra per imbucare l’anonima delazione a un magistrato.

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Finito il mercato in piazza C, hanno accumulato i rifiuti sotto un’edicola votiva. Formano una volta che ne sfiora la base. Sono resti di verdura, pesci, carta sporca, stracci. L’edicola ha una specie di tetto spiovente in ardesia, è poggiata su un muro alto circa tre metri che si affaccia sopra una piazzetta premuta da palazzi altissimi, scrostati. Il fondo della nicchia è blu, la piazzetta è grigia.

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Una figura regge nella destra il globo, è dipinta di giallo, guarda verso il mare, è dritta in piedi; accanto ha un cavallo bianco con le orbite sporgenti macchiate di rosso. Quei globi sono pieni di rabbia, di furore. La cavalca una figura con lo sguardo esangue, quasi distratto, con gli occhi di un verde scialbo e le labbra tumide; il cavaliere impugna una lancia e sta per vibrare un colpo sulla testa di un animale alato.

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Qui potete vedere quel che resta della Tomba dei Giganti, costruzione enigmatica, poiché si racconta che a dispetto del nome fosse molto piccola. I resti, ormai quasi sabbia mischiata al terreno, non rivelano nulla. Laggiù potete vedere – è quel mucchio di ferro mangiato dalla ruggine – i Giochi Meccanici di cui restano enormi scaglie corrose, qualche accenno di struttura in cemento, e un oggetto che può ricordare un triangolo: il tutto indecifrabile come le spoglie della Tomba dei Giganti. Sotto quella frana, verso il mare, scorreva un fiume il cui percorso girava intorno al monte e scendeva al laghetto artificiale che fra poco vedremo.

L’architetto C., scenografo, ha radunato nel parco una sorta di bazar etnico stupefacente, accostando obelischi egiziani, templi greci, pagode cinesi, e tutto ciò che la sua balzana immaginazione gli suggeriva. La parte a monte del parco è abbandonata da secoli, e l’accesso fu proibito per un numero imprecisato di anni. Sì, è là che abbiamo appena visto La Tomba dei Giganti e I Giochi Meccanici. Lassù gli alberi sono crollati uno dopo l’altro, la zona è stata transennata, l’accesso, come dicevo, proibito.

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In quella nicchia potete vedere un velivolo di carta simile a quelli ideati da Leonardo; più avanti, lungo vico C., vedremo una grande loggia in rovina, finestre sfondate; sempre in Vico C., una delle case più antiche del centro storico con una serie di archetti in mattoni, la casa dei C.; sull’angolo un grande fiore di carta, polveroso, dentro un vaso oblungo, dentro una nicchia col cielo stellato, la base di ardesia, due teste di angeli sbriciolate ma con le piccole ali intatte, e un’apertura a livello del selciato, il cui accesso è proibito, uno scantinato sbarrato da catene e lucchetti, sigillato col catrame. In cima a questa salita di mattoni non c’è più il palazzo dove abitò il poeta ***. Le sferzate di vento carico di vernici che vi solleticano il naso e vi fanno tossire arrivano dai cantieri, superano le mura della C., le vecchie mura di C., infilano Scalinata C., corrono verso Piazza C., aggirano ogni svolta, piombano sui tetti. L’odore di vernici e ferro e bitume è caratteristico della città di C. una cartolina olfattiva come l’odore di uova marce nei giorni di calura umida detta maccaia.

La città fu bombardata a tappeto, ferocemente, dal mare. Una cronaca andata perduta, la cui copia abbreviata si trova negli archivi di palazzo C., descrive incendi ovunque, massacri, impotenza difensiva.

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Durante un altro conflitto una bomba penetrò nella cattedrale ma non esplose. Nacque il culto dell’obice inesploso per volontà divina: lo spazio sacro avrebbe annullato la carica mortale del proiettile che è esposto all’inizio della navata destra. Sono centinaia i fedeli che si recano a baciare l’obice nel giorno in cui neutralizzato cadde pacificato.

Un culto di fertilità è legato all’immagine di una Madonna con bambino custodita sempre nella cattedrale. Le donne sterili si recano a pregare la madonna e restano finalmente incinta. Ciascuna offre in voto un bavaglino. Alla colonna sui cui è affrescata la Madonna sono attaccati centinaia di bavaglini come l’albero di una nave decorato da bandierine.

La colonna non è lontana dall’ingresso: quando l’uscio resta aperto e soffia vento forte, i bavaglini oscillano, si scuotono, come volessero abbandonare la colonna e volare attraverso le navate, sugli altari, sopra i pulpiti, fino a raggiungere il vertice della cupola, le finestre, la luce, una possibile fuga.

*

Il mio padrone ha ridotto al minimo le mie mansioni come le sue uscite; e non parlo delle uscite fuori dalla proprietà, ma delle uscite dal suo studio. Riceve raramente il suo amico e anfitrione della città di C., so che ha lasciato crescere barba e baffi, peraltro curati, vedo la sua posta, e lo vedo, poche volte, camminare in giardino.

Ormai lo osservo come osservo il passaggio di una nuvola o di un gabbiano. Sono stanco di aspettare il giorno in cui deciderà di abbandonare questo borgo marinaro che ha tentato di essere una città, questo ammasso di palazzi schiacciato dalla sua stessa storia, un’ombra fitta e millenaria, un’eco interminabile come gridare dentro una cattedrale altissima.

*

Non servendo quasi più il mio padrone, avendo affidato la cura della nostra imbarcazione ad altri marinai, passo una parte delle mie giornate in una vineria, sotto i portici di Palazzo San ***, una mescita senza pretese che sbuca fra legni, calcinacci, botti sfondate. Sto quasi sempre in piedi sulla porta, bevo in mezzo ad altri di cui non conosco il nome ma di cui ho imparato presto a conoscere i volti, l’impronta dei volti. Sono anche loro impronte, come quelle nei muri, nelle pietre, come il marmo scavato per secoli da zoccoli di legno, incurvati come l’ardesia dei gradini. E il vino non è male, il passaggio dei carretti mi distrae, passano a centinaia con i carichi più diversi sistemati con grande perizia oppure barcollanti. Gli urli dei venditori mi esasperano, a volte. Le richieste di elemosina anche. Oggi, un mendicante mi ha scagliato contro una moneta mentre passavo in Via San ***. Lo incontro spesso: dorme sui gradini di una strada di mattoni un po’ nascosta, non lontano dalla chiesa di San ***, chiesa dalla facciata bianchissima sui cui gradini si apposta di giorno, rannicchiandosi in cima; a volte esplode in una risata beffarda e demente. È basso, il busto corto, come schiacciato, ha capelli lunghi e grigi e la barba sporca.

Una volta, mi hanno detto, si sdraiava davanti all’ingresso di una banca con i testicoli di fuori, li esibiva e sghignazzava.

*

Guardando verso terra vedrete centinaia di laccetti colorati, sfilacciati, come braccialetti fuori uso; o lamelle lunghe circa venti centimetri, molto sottili, residui di cantieri, si suppone. E bulloni, viti, scaglie di ferro. Pezzi di legno minutissimi, quasi segatura addensata fra le commessure delle pietre, impigliata fra le maglie delle grate, stracci agganciati a filo spinato nei luoghi dove passò la guerra, indicazioni graffiate sui muri, avvisi, divieti, oggi una stella filante avvolta al piede di una statua si annoda per un capo a un lampione.

Qui di fronte sorgeva un famoso albergo; i nomi degli ospiti illustri sono incisi su una targa poco visibile all’inizio di Vico *** vico strettissimo, sempre in ombra, male illuminato. L’albergo ospitò, fra gli altri, l’inventore di un gigantesco animale bianco, l’artefice di una creatura costruita con i pezzi di altre creature, uno scrittore che non amava la città di C., e altri notabili.

*

Accanto alla vineria martellano, demoliscono, gridano ordini, spostano scale, assi, pulegge, carriole. L’architetto *** sta ristrutturando Palazzo San ***, svuota il porticato. I colpi fanno tremare pareti, pavimenti, tavoli, bicchieri. Il vino ondeggia nelle caraffe e sul banco c’è un dito di polvere. L’oste impreca.

Si sta fuori sotto l’arcata, oltre l’arcata, sulla strada fra il palazzo e Via di ***. Il fotografo ufficiale documenta l’opera di ristrutturazione e scatta una foto anche a noi avventori, accalcati davanti all’obiettivo. Osservo gli altri. Qualcuno si toglie il cappello come entrasse in chiesa o seguisse un corteo funebre. Assume anche un’espressione compunta. Sono tutti rigidi come ha chiesto il fotografo. “Fate finta di essere statue!” ha urlato. Qualche ragazzino si mette in posa, sporge il torace, uno gonfia le guance, uno, serissimo, come una sbarra stende un braccio verso il cielo.

*

Sono a dieci metri l’uno dall’altro, quasi di fronte. In mezzo c’è una mattonata: Salita di S. M. ***. Uno è alto, magro, di pelle scura, mastica uno stuzzicadenti; non si capisce dove stia guardando, ha le pupille mobilissime, sembra guardare tutto e niente. Non ha più di trent’anni. Fra i due è raro che passi qualcuno. Più in alto, dove la salita svolta, sembra ci sia molta gente, perché arrivano voci chiassose, rumori come di una festa e d’improvviso vuoti, intervalli silenziosi, e poi ancora baccano, e tutto a folate imprevedibili.

Io sono seduto e osservo una torre che termina con una serie di piani ad archetti, archetti di mattoni. Una vera torre per civette, con ciuffi di erbacce agitate dal vento.

I due sono poco più in alto. Il giovane di pelle scura mette una mano in tasca e ne estrae un biglietto: lo guarda, lo capovolge, lo guarda ancora, lo stringe nel pugno, lentamente. Dietro ha una parete bianca macchiata di salnitro, i resti di un affresco che ha lasciato tracce di porpora, giallo, blu e quei toni inventati dal passare del tempo.

Lungo la mattonata sale un uomo anziano appoggiato a un bastone; sembra fare molta fatica, come se l’aria fosse troppo densa per lui. S’irrigidisce mentre passa in mezzo ai due, stringe le labbra, e fa una specie di scatto in avanti, accelera, per pochi metri. Deve aver trovato un punto meno resistente, un’aria più sottile, più adeguata alle sue forze. Così penso e sorrido, e guardo verso il basso l’acciottolato su cui poggio i piedi: forme tonde, verde scuro, pietre di fiume, probabilmente.

*

Solo nella città di C. vedrete pezzi di balconate murati in orizzontale, colonne di balaustre come inserti piantati nelle pareti, incastri bianchissimi, forme neoclassiche di provenienza incerta, spostate non si sa da dove, murate non si sa perché, né quando. Orizzontali; ad altezza d’uomo e anche più in basso, in sequenza, come una segnaletica, lungo le pareti di un vicolo che si schiaccia contro le case di Piazzetta dei ***, piazzetta lurida, le finestre con le imposte pencolanti, imbrattata, cupa, sozza di merda di piccione. Non c’è intonaco che non sia scrostato, spaccato, pareti come manifesti scollati, appesi nel vuoto.

*

Dietro queste sbarre altissime vedete i resti della chiesa di S. M. ***, in parte restaurata. Senza copertura centrale entrano aria, pioggia, sole, uccelli, polvere, foglie, carta, pulviscoli. Quasi un tempio pagano.

Oggi vediamo un gigantesco cavallo di cartapesta monocromo. Faceva parte di uno spettacolo sulla guerra di Troia che andò in scena nel *** al teatro del ***.

Fra qualche giorno sarà chiazzato di escrementi, sarà un trespolo per gabbiani, piccioni e altri volatili; lo consumeranno il vento, la pioggia, il sole, lo mangerà il salino. Torneremo a vederne i resti.

*

Ho fatto un sogno convulso, come in preda alla febbre. Camminavo da parecchi giorni eppure non ero stanco. Avevo visto molti paesaggi diversi, animali bizzarri, costruzioni strane, mezzi di trasporto inusuali, avevo sentito lingue, musiche incomprensibili, visto luci dai colori fantastici. Una voce afferma: “tu non hai mai camminato, era il mondo esterno a scorrere. Per questo non sei stanco.”

Poi mi ritrovavo in Piazza C., dove la giostra girava a velocità vertiginosa e intorno alla giostra ridevano uomini e donne indicando i loro bambini che urlavano, impazziti di paura, dentro la giostra, aggrappati ai cavalli, ai personaggi di Disney. Ogni tanto qualcuno raccoglieva un pezzo di giostra e gridava: Te lo tengo io! Ti tengo un occhio di Bambi! A dopo!

Poi qualcuno fumava tantissimo, gonfiandosi a ogni boccata, si espandeva sulla piazza tremolando, traboccando sui gradini, come un cartone animato. Era una palla vischiosa. Io correvo cercando di scansare quella lenta marea che si era allargata per un raggio considerevole.

Intanto il mio padrone scalava la statua di ***. Arrivato in cima si era messo a demolirla a colpi di piccone. Urlava che l’armatore mandava le navi a picco per riscuotere l’assicurazione facendo annegare quasi tutto l’equipaggio tranne i complici, gli ufficiali, e pochi altri. Meritava di crollare, di affondare nella sua polvere, di soffocare nei suoi pezzi, di provare l’orrore del naufragio.

Adesso il mio padrone era immobile, la faccia striata dagli escrementi dei gabbiani. Era altissimo, più alto della statua che aveva demolito, un po’ curvo, lo sguardo severo, il naso aquilino, le fedine lunghe, la mano appoggiata su un tavolino a tre piedi. Sembra davvero la statua che c’era prima, dice uno. Anche la posa è identica. Non è cambiato granché. Chissà se la gireranno a sud, a ovest, a nord, a est.

Io lo metterei a guardare i palazzi, schiena al mare, dice un altro. Poi qualcuno si metteva a fare ginnastica saltellando con un cartoccio in mano da cui traboccava uno strano liquido scuro. Mi accorgevo che erano molti a saltellare col cartoccio in mano, e ridevano tutti di una risata idiota e sinistra, succhiando fette di limone.

Poi cercavo un cartello, un’indicazione per tornare a casa. Pensavo: “in fondo non è affar mio. Le giostre girano, i bambini gridano, la gente fa ginnastica; e le statue crollano. Che c’è di strano? Succede da sempre e quindi…”

Ricordo che accadevano altre cose ma era tutto mischiato e velocissimo. Mi è rimasto impresso uno che prendeva a calci l’aria e sembrava divertirsi un mondo.

*

Il brusio delle ruote fasciate di stoffa, il grido di un cocchiere, lo schiocco di una frusta; mi scanso, tutti si fanno da parte, la carrozza lunga, nera, con scritte dorate indecifrabili, i cavalli bardati di nero, attraversa Piazza ***, lenta, cadenzata. Tutti si tolgono il cappello, le donne abbracciano i figli, i bottegai stanno immobili nella penombra, tutti sono silenziosi, riverenti, raccolti, nessuno piange. Il putto in cima alla fontana non getta più acqua. La carrozza compie una mezza curva, rallenta, sembra quasi immobile. Accosta il muro di Palazzo ***, la cui facciata è adorna di angeli enormi, trombe enormi, stucchi e dorature spesse, grossolane. Accosta il grande, alto portone a due ante chiodate simile a uno strumento di tortura. Qualcuno scende ma nessuno vede. Chi scende si ritrova di colpo dentro l’atrio di Palazzo ***. Nel silenzio generale un fruscio ripetuto, il gemito di un’asse della carrozza, il tintinnio debole di un campanello arriva da una finestra del secondo piano spalancata ma protetta da tende massicce, rosse, come un muro di mattoni spesso e ondulato.

Chi solleva quelle cortine? Quale vento può spostarle?

La carrozza sembra piegarsi su un lato, il predellino tocca quasi il selciato, il cocchiere annaspa, tutto il telaio trema. Solo i cavalli restano impassibili, alteri.

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(Narrazioni, 1)

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE VA ALLA GUERRA. Andrea Balzola

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Avete fatto voi questo orrore, maestro?

No, è opera vostra.

Dialogo tra l’ambasciatore nazista Abetz e Picasso davanti a Guernica (1937).

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Nel 2023 il Castello di Rivoli ha dedicato una grande mostra al tema “Arte e guerra”, con più di 140 opere di artisti internazionali che hanno interpretato gli orrori della guerra, da Goya fino ai contemporanei. Non comparivva però ancora in questo tragico affresco l’Intelligenza Artificiale (IA) con i suoi software di applicazione bellica e di nuove armate di droni e robot combattenti, ultimo approdo di una Cyberwar in atto da tempo. Come è accaduto per tutte le grandi innovazioni tecnologiche, la creazione e la diffusione dell’IA è stata salutata e celebrata (in questi tempi con particolare enfasi) come una svolta della civiltà umana, l’apertura di una nuova stagione di progresso economico, produttivo, sociale e culturale. Il problema però è sempre lo stesso: quale uso l’essere umano sarà capace o sceglierà di farne?

[…]

Qualcuno ha parlato, a proposito dell’uso indiscriminato dell’IA in ambito bellico, soprattutto quando sono coinvolte popolazioni civili inermi, di uno sterminio programmato che evoca una nuova forma artificiale di “banalità del male” (per citare la famosa definizione di Hannah Arendt in relazione agli imputati nazisti del processo di Norimberga, quando tentarono di discolparsi dal genocidio degli ebrei dichiarandosi meri esecutori di ordini). Attribuire in futuro crimini di guerra all’IA non dispenserà gli esseri umani dalla loro responsabilità. L’arte, come ha fatto Picasso con il suo capolavoro Guernica, oppure Kubrick con il film Il Dottor Stranamore, dovrebbe rispondere in due modi, pacifici ma determinati, all’uso dell’innovazione tecnologica per la (auto)distruzione del genere umano. Denunciare gli orrori della guerra e dimostrare come la tecnologia possa essere non uno strumento più sofisticato di morte e sofferenza ma uno strumento di creatività, di immaginazione di un futuro più sostenibile, e di pace.

Pablo Picasso, Guernica

Graham Sutherland, Studio per una crocefissione

Francisco Goya, Desastres de la guerra

Alberto Burri, Texas

(Riviste, 2)

R-ESISTENZE. Artificiale Naturale

*R-ESISTENZE. Culture etiche e artistiche differenti. Antologia 2024. Edizione Gli Ori, Albertina press

www.resistenzemag.com

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LEZIONE DI VENTO

per Gustavo Giacosa

Siete arrivati. Ve lo hanno permesso. Quanti anni avete? Diciotto, diciannove, ventuno? Mi conforta sapere che siete qui, davanti me, e che quindi posso iniziare. Non c’è nulla di più bello che iniziare. Ogni volta che finite di leggere un libro, non vi respira dentro un demone sconsolato e insoddisfatto che vi costringe a iniziare ancora? Non sapete cosa. Restate attoniti a riascoltare il suono di un aggettivo, il ritmo di una frase; perdete di vista il discorso, vi immergete in suoni casuali, immaginate una certa musica. Bene. Non pensate di sbagliare ma, semmai, di fare un altro viaggio, dove sia naturale e indispensabile la bellezza. Quella bellezza, solo vostra, che non verrà mai messa a tacere. Un sopruso, un delitto, un crollo, la minerebbe. Ma lei si oppone perché così volete. Tutto è complesso (mente, fantasia, desideri, sogni, progetti), ma quando non vi arrendete a qualcosa di prevedibile diventa semplice, come acqua che scorre. Per essere semplici dovete sapere cosa potete e quando potrete. Poi sarete liberi di spiccare il volo verso il mondo che volete.

Certo, questa lezione vi arriva da un docente che parla dentro un edificio semicrollato. Ma come docente non sono vincolato a nessuna materia e, se questa casa è pericolante e piena di crepe, io e voi sappiamo perfettamente perché. Ma non dobbiamo parlarne ora: questo è un altro argomento. Oggi, si tratta di vedere come funziona, oltre ogni artificio, la libertà della psiche.

Il governo ha deciso che questa lezione sia possibile. E qui, nell’aula, non ci sono microfoni. Non hanno avuto tempo di organizzare controlli: tutto va di fretta, con la solita incuria, anche il potere. Noi entriamo in questa pausa, dove neppure si accorgono di noi. In ogni pausa c’è libertà, sempre, e salvezza, dentro un universo molteplice, non definito dall’intelligenza, sospeso fra prosa e poesia. Vi ricordo che siamo qui, per una lezione di vento, in un luogo estremo che avrebbe dovuto crollare.

Ogni sapere che noi pensiamo è dentro di noi. L’immagine che si forma adesso nei nostri occhi potrebbe esistere anche senza di noi ma ci attraversa proprio in quel momento: noi siamo come quelli che, affacciati a una finestra, vedono il lampo e lo trascrivono come possono. Innumerevoli sono i lampi, innumerevoli i racconti del messaggero che ha assistito all’evento o di tutti i messaggeri che hanno assistito all’evento. Il lampo esiste, certo, senza di loro, ma si racconta attraverso di loro. Noi tutti siamo le voci diverse di un unico racconto. E oggi questo racconto è aperto e possibile: siamo noi i portatori sani di questo possibile. Tutto è visione che non si appaga nell’essere capita: mistero senza enigma, fonte di meraviglia e di domande. Noi però vogliamo capire: vediamo non solo con gli occhi ma con tutto il corpo, con la speranza che domani nessuno ci riconsegnerà al mondo delle cose normali e ci lascerà vivere il nostro giusto delirio. Nessun paesaggio appartiene all’uomo se prima non lo ha calato nei luoghi della sua mente. In quei luoghi, dove parlare di inferno o di paradiso significa fare giochi di parole, niente può definirsi o astratto o figurativo. Tutto è un fluire di forme, e queste forme hanno un solo privilegio: non essere né rigide né curve né significative né bizzarre. In quei luoghi, immuni da ogni artificio, ci può essere accordo o disaccordo, macchia e figura, immagine e buio. Tutto diventa realmente possibile.

Queste non saranno lezioni di estetica, come immaginate, ma di libertà. Io non sono un filosofo ma uno psichiatra. Uno psichiatra, cosa insegna? La scienza discontinua e infelice della libertà. Ha il compito di vedere, nella voce, nei gesti dell’altro, che cosa lo abbia ferito in quel punto esatto. Si accanisce a cercare il vero in ogni persona, e non sono fondamentali le parole che l’altro dice ma il modo in cui le dice o le tace. Quelle mi hanno permesso di essere qui a parlarvi: chi ci comanda sa che io non istigo, non provoco, non faccio politica attiva: mi limito a osservazioni inattuali. Ma voi, di queste osservazioni, fate armi. La vera arma è sentire la possibilità dell’aria nel tessuto delle cose. Non si può nulla, senza aria. Ti avvolge, comune a tutti: ma per ognuno c’è la sua aria, nel tempo in cui vive la possiede e, quando sparirà dal mondo, la lascerà ad altri, traforata dai suoi segni. Qualcuno li vedrà, forse. Qualcuno no. Il destino è destino. Però è indegno non avere speranza, non credere allo gnomo, al folletto, al fascino, al fantasma: al duende. Ricordate che chiunque muove le mani su qualche superficie, foglio o muro o terra che sia, chiunque agita le dita cercando forme, lo fa perché cerca, nel suo tatto, la nostra metamorfosi. La materia non è mai quel numero esatto di protoni ma l’energia che li rende pulviscolo vibrante. Ecco, in sintesi, la mia lezione di vento (M.E.).

Giovanni Castiglia, Viver fluttuante

(Riviste, 1)

PER “LA FARRAGINE”. Alfonso Guida

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Quando scrivo, dipingo.

Quando scrivo, rammendo.

Alfonso Guida scrive La farragine (La casa del libro, Taranto 2024) come scrive ogni suo libro: in uno stato di “dettatura” sonnambolica che accoglie/rifrange l’io reale, le cose reali, gli spazi della visione. “Ciò che sono non può essere parlato/ per intero. Non posso farne voce”. Guida, con una scrittura secca, dura, antilirica, da “deportato” dell’esistenza, scava la disperazione di un’epica minore, dedicata alle vittime. Il libro è suddiviso in sei sezioni: Dio Deserto Eredità; Ricadute; Introspezioni Retrospezioni Fantasie; Poetalia; Conditio, consecutio; Dati Matricolari. La “farragine” non è, come vorrebbe l’etimologia della parola, un “miscuglio” ma piuttosto una galleria di frammenti descrittivi, dove il mondo vegetale, minerale, umano, è una moltitudine pervasa dal male: “… sei tutti gli uomini che ho amato,/ nel tuo volto un rovescio di ere, un cambio/ di città, una radice multiforme”. Non si ha mai la percezione di leggere un libro scritto in versi perché Guida resiste a ogni musica consolatoria, a ogni cantilena ritmica. Non è lui, ad adattarsi al canto delle parole: è piuttosto il suono delle parole a disossare i suoi timbri e le sue risonanze per diventare fedele autobiografia del poeta e sigillare il suo dolore di scorticato testimone in racconti, riflessioni, parabole, vite, riti, ricordi. “Perdo il pensiero, perdo il filo, arranco,/ slegato. So che sto al vertice inverso/ del corpo sociale. Occupo uno spazio minuto della coda. Sono nato/ per ultimare un accento, un ritratto”. Riassumere La farragine è impossibile: occorre che il lettore si inoltri da solo, leggendo, nella spinosa foresta del libro per scoprirsi ospite vivo-e-morto di un universo polifonico e allucinato, da cui non ricaverà le “sorti magnifiche e progressive” dell’umano e ignorerà più di prima il mistero, tastando questa poesia rocciosa, rupestre, visionaria. “La pioggia è questo blu artico.// Sta qui, accanto. È un tamburo/ la veranda di formica. / Nera di un nero Goya,/ di un nero che trapassa/ la testa, il lume pallido/ della mente, le mitrie,/ le campane dell’orto”. Guida narra sempre, ma narra per enigmi, soprassalti, cortocircuiti, all’interno di una disseminazione verbale che, nel suo eccesso, crepa le strutture del mondo e dell’io, rivelando la vita per quello che è: un carcere di pietra. “A che serve la polvere, il sangue che si addensa in graffio,/ le immagini in cui sprofondi dormendo? L’enigma/ si è rotto. Ora guardi un mistero inservibile, invernale,/ lo scheletro di calce a cui ogni fantasma si è ridotto,/ tendi a diminuire i sopralluoghi e ogni frazione/ del cervello reagisce come può, allargando le raffiche/ tese della paralisi”. Occorre, come sempre, essere vigile sentinella della propria follia, annotare e tradurre, appesi ai propri sogni, sopportare le lunghe ore di pioggia, il gioco della luce e della morte, perché “Non esiste un silenzio sereno. Non c’è un cielo muto” e occorre restare calmi, stringendo i propri quaderni, evitando che il dolore si incunei ancora di più nella mente e nel corpo, intollerabile. “…Devi valutare i baratri./ Lo so che stai facendo un resoconto/ di incubi e che ti affacci, ma ti ritrai,/ come quella volta a casa mia, a picco/ sull’abisso…” (M.E.)

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Antologia di testi

1996

L’anno in cui la brutta fine urtò il bulbo

della peste e il balcone della morte

per aria. Io scrivevo, seduto, nudo,

nella vecchia legnaia dell’estate.

Ero molto disperato e parlavo

di donne morte oppresse dalla cenere,

di un vento azzurro che bagnava lo Jonio.

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1981

Cominciò presto e non ebbe mai fine

la mia sensazione di emarginato

dal mondo e dalla vita. Calamita

che attrae il paradosso del suo contrario.

Gridando il proprio senso di sconfitta,

non si ottiene mai nessuna giustizia,

ma si diventa preda dei proiettili

del disprezzo. È per questo che le vittime

tendono sempre più all’affondo, al moto

di affossamento, all’inabissamento

costante, inesorabile. È tragedia

l’assenza totale di redenzione.

L’ostaggio sprofonda nell’occhio cieco

del crimine e del pozzo di Alfredino.

**

Ti lascio entrare perché io non distinguo.

Mi ometto come parte del discorso.

Non ho più soldi per pagare chi amo.

L’orlo è vuoto ed è vano che io sia vivo.

**

Sfido il pavimento che ammucchio dentro.

Le montagne si angustiano negli occhi.

Getto un chiodo nel baratro, un rosario

nel vuoto per sentire come brulica

quel senso di perla dell’abbandono.

Per sentire il rumore delle cose

che strisciano. Mi oppongo all’illusione

di non essere solo. Questo forse

vuol dire creare me stesso, credermi

figlio, senza soluzione o riscatto.

Sfilano, statue mutilate, i versi.

**

Prima di ricominciare, rifletto.

Mi avvicino ai nodi del mondo inverso.

Tesso, conforme alle corrispondenze,

le armonie elementari del pensiero.

La mia paura è un groviglio di strade.

La ferita della terra di Craco

mi spacca in due il torace, mi apre il cuore.

Quando rifletto, esamino i fantasmi.

Mi perdo nelle messi dei crepacci,

dentro e fuori, metà uomo metà muro.

L’ombra sei tu vuoto, di solo buio.

**

Ciò che sono non può essere parlato,

per intero. Non posso farne voce.

Mi volto in due parole tra colonne

mentali e mute di deportazione.

C’è una felicità di cani che unge

le mani impietrite dei vecchi. Piove.

Sta per piovere forte. Si è ingrigito,

tra le malve dei tuguri, lo sguardo

dei bambini che urlano bekos: pane.

Nel grigio scalcinato delle foglie,

stanco, mi slaccio le scarpe, cammino.

**

Ti sei smarrito in un vicolo cieco,

la notte di San Biagio, nel ritratto

di un cavaliere mutilato. Hai chiuso

nei vetri di un negozio quel disordine

di ombre esterrefatte che ti bloccava

le caviglie, hai tentato una strategica

mossa di liberazione. Sfollando

di te le urne e lasciando s’indurisse

la cenere, il cianuro è entrato a chiazze

nell’idea di principio e paradiso

che fissavi, combattuto, compatto.

Ti sei smarrito in un vicolo cieco,

la notte di S. Biagio, in un ritratto.

**

Il silenzio

Le labbra calme,

le labbra addormentate,

l’indice che sigilla.

**

Ero balordo, non sapevo di me.

Quando l’io non è l’io, in fretta, ti smascherano.

Eppure avevo bisogno di specchi

perché non ero. Ogni appoggio un feticcio

di me, ogni indizio, una frazione. Pochi,

nessuno lo capì. Ora ho superato

le scale e sono nudo, vedi, sono

completamente nudo. Coi vostri abiti,

potei dire, ho tentato, vi ho uguagliato,

ma è stato un fallimento. Stanco, ho scelto

me stesso. Ho un volto che si specchia poco.

Quando accade, ritiro il mio riflesso.

***

*Alfonso Guida, La farragine, La casa del libro, “Collana di poesia Due Mari” diretta da Barbara Gorlan, Taranto 2024.

(Poeti contemporanei, 5)

L’INSOLENZA DELLA NATURA E LA BELLEZZA ARTIFICIALE. Giuseppe Zuccarino

Costantin Guys

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1. Se, in vari suoi componimenti poetici, Charles Baudelaire mostra una certa fascinazione nei riguardi del mare e dei paesaggi esotici, non vale la stessa cosa per quanto concerne altri aspetti del mondo naturale. È indicativo in tal senso il modo in cui risponde all’invito a collaborare a una raccolta di testi il cui intento era quello di celebrare la bellezza della foresta di Fontainebleau: «Caro Desnoyers, lei mi chiede dei versi per il suo volumetto, dei versi sulla Natura, non è vero? sui boschi, le grandi querce, la verzura, gli insetti – e senza dubbio il sole, no? Ma sa bene che sono incapace di intenerirmi sui vegetali, e che la mia anima si ribella a questa singolare nuova Religione, che avrà sempre, mi sembra, un non so che di shocking per ogni essere spirituale. Io non crederò mai che l’anima degli Dèi abiti nelle piante, e quand’anche vi abitasse, me ne curerei poco, e attribuirei alla mia anima un valore ben maggiore rispetto a quella dei legumi santificati. Addirittura ho sempre pensato che ci fosse nella Natura, florida e ringiovanita, qualcosa di desolante, di duro, di crudele, qualcosa che sfiora l’impudenza. […] Nel folto dei boschi, racchiuso sotto volte simili a quelle delle sacrestie e delle cattedrali, io penso alle nostre sorprendenti città, e la prodigiosa musica che percorre le cime degli alberi mi sembra la traduzione dei lamenti umani»1.

Mentre altre persone avvertono un senso di pace quando si trovano in un bosco, a Baudelaire accade il contrario, sicché egli può scrivere in Obsession: «Foreste, mi impaurite come cattedrali!»2. Questa comparazione richiama alla memoria l’incipit della poesia Correspondances: «La Natura è un tempio ove colonne viventi / lasciano a volte uscire confuse parole; / l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli / che l’osservano con sguardi familiari»3. La natura rappresenta qualcosa di positivo per Baudelaire quando viene considerata come un repertorio di simboli a cui attingere, ma quando si mostra nel suo aspetto più comune suscita persino irritazione. In un altro testo si incontrano infatti i versi seguenti: «Certe volte, in un bel giardino / dove trascinavo la mia atonia, / ho sentito come un’ironia / straziarmi il petto i raggi del sole, // e la primavera e la verzura / hanno tanto umiliato il mio cuore / che ho punito su un fiore / l’insolenza della Natura»4.

L’ambiente naturale è consono a certi popoli rimasti ancora in stretto rapporto con esso, ma non si addice a un abitante della metropoli come Baudelaire. È significativo che il suo capolavoro poetico comprenda una sezione dal titolo Tableaux parisiens e che la sua incompiuta raccolta di poèmes en prose avrebbe dovuto chiamarsi Le Spleen de Paris. Anche quando egli fantastica su una città che non ha mai visto, Lisbona, gli piace immaginarla priva di ogni presenza arborea, e interloquisce così con se stesso: «Quella città è in riva all’acqua; si dice che sia costruita in marmo, e che la gente odi a tal punto il vegetale da sradicare tutti gli alberi. Ecco un paesaggio per il tuo gusto: un paesaggio fatto di luce e di minerale, e con un liquido per rispecchiarli!»5. Ancor più esplicita è la poesia Rêve parisien, incentrata su un sogno notturno: «Il sonno è pieno di miracoli! / per un capriccio singolare / avevo escluso da quegli spettacoli / il vegetale irregolare, // e, pittore fiero dell’arte mia, / assaporavo nel mio quadro / l’inebriante monotonia / dell’acqua, del metallo e del marmo. // Babele di scale e di arcate, / era un palazzo infinito, / pieno di fontane e cascate»6.

La preferenza per la città rispetto agli scenari boschivi o campestri, e per gli oggetti fabbricati o modificati dall’uomo rispetto a quelli presenti in natura, trova conferma in una testimonianza di Alexandre Schanne, il quale riferisce la seguente confidenza fattagli dal poeta: «La campagna mi è odiosa, specie col bel tempo. La persistenza del sole mi opprime […]. Ah! Parlatemi di quei cieli parigini sempre mutevoli, che ridono e piangono a seconda del vento, senza che mai le loro alternanze di caldo e di umidità possano essere proficue per gli stupidi cereali […]. Se faccio il bagno, è in una vasca; preferisco un carillon a un usignolo, e per me lo stato perfetto della frutta di un giardino comincia solo dalla fruttiera! In fin dei conti, mi è sempre parso che l’uomo sottomesso alla natura abbia fatto un passo indietro verso l’originario stato selvaggio!»7. L’ultima frase basta a far capire che non sono in causa soltanto dei gusti personali, ma anche una visione più ampia, non priva di implicazioni teoriche, che verte sulla differenza tra natura e artificio8.

2. Il poeta non condivide le idee dei filosofi illuministi. Anzi, pensatori come Voltaire e Rousseau gli appaiono assai poco meritevoli di stima, tanto che, in scritti rimasti inediti in vita, egli definisce il primo come «il re degli sciocchi, il principe dei superficiali», e il secondo come «un ciarlatano osceno»9. Antipatia a parte, il dissenso è di carattere intellettuale, e nel caso di Rousseau verte proprio sul tema della natura in generale, e più specificamente su quella dell’uomo. Il filosofo settecentesco, nel suo Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes, aveva cercato di ricostruire quale potesse essere stata la condizione originaria dell’essere umano, risalendo dunque col pensiero a uno stadio anteriore rispetto al processo di incivilimento. Rousseau considerava erronee le idee espresse al riguardo da altri pensatori, in quanto essi attribuivano all’uomo di natura capacità di giudizio, desideri e comportamenti che in realtà erano specifici solo dell’individuo civilizzato. A suo avviso, l’uomo delle origini era fisicamente robusto (dunque capace di difendersi dagli animali) e tuttavia di indole pacifica; era abile a sfruttare le risorse spontanee offerte dalla natura, ma al tempo stesso autosufficiente e privo di bisogni superflui.

Gli esseri umani dei primordi, pur lasciandosi guidare in parte dall’istinto, non dipendevano solo da esso come gli animali, ma erano capaci di operare una scelta fra le possibili azioni da compiere. Avevano inoltre due caratteristiche di grande rilievo. La prima era la perfettibilità, ossia «la facoltà di perfezionarsi, facoltà che, con l’aiuto delle circostanze, sviluppa successivamente tutte le altre e si trova tra noi tanto nella specie quanto nell’individuo»10. Si trattava, però, di un’arma a doppio taglio, poiché la capacità di trasformare se stesso faceva sì che l’uomo potesse migliorare in alcune cose ma peggiorare in altre, degenerando rispetto allo stato originario. Ad esempio, lo sviluppo del pensiero astratto comportava, secondo Rousseau, conseguenze negative: «Oso quasi affermare che lo stato di riflessione è uno stato contro natura, e che l’uomo che medita è un animale depravato»11. La seconda caratteristica è altrettanto importante: gli uomini di natura non vivevano ancora in società, né disponevano di una coscienza morale; questo però non significa che fossero malvagi ed egoisti. Anzi, avevano una disposizione spontanea alla pietà nei confronti delle sofferenze dei propri simili. Ne consegue che questa condizione, in cui l’essere umano non era più un bruto pur senza essere ancora inserito in un gruppo sociale, «dovette essere l’epoca più felice e più duratura […], e che tutti i progressi ulteriori sono stati in apparenza altrettanti passi verso la perfezione dell’individuo, ma in realtà hanno condotto verso la decrepitezza della specie»12.

Delle idee del filosofo, Baudelaire ne accetta soltanto una, quella cioè che la civiltà può anche aver accresciuto, per certi aspetti, la corruzione dell’uomo; ma a suo giudizio si tratta di un processo che era già in atto nello stadio idealizzato da Rousseau. Infatti, a meno che (prendendo alla lettera il mito ebraico-cristiano) non si voglia risalire col pensiero fino all’origine più remota, ossia all’effimera condizione prelapsaria di Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, l’essere umano non è mai stato esente da malvagità. Baudelaire sostiene che questo dato di fatto esaspera «le intelligenze oscure, come Jean-Jacques, nel quale una sensibilità ferita e pronta alla rivolta tiene luogo di filosofia. Che egli avesse ragione contro l’Animale depravato, è incontestabile; ma l’animale depravato ha il diritto di rimproverargli il suo invocare la semplice natura. La natura non genera altro che mostri»13.

Del resto, Rousseau non è stato l’unico a incorrere in tale errore, ossia «la falsa concezione del XVIII secolo riguardo alla morale. La natura, in quel periodo, era considerata come base, origine e archetipo di tutto il bene e di tutto il bello possibili. La negazione del peccato originale ebbe un ruolo di rilievo nell’accecamento generale di quell’epoca. […] Se passate in rassegna, esaminate tutto ciò che è naturale, tutte le azioni e i desideri del puro uomo naturale, non troverete nulla che non sia orribile. Tutto quanto è bello e nobile è il risultato della ragione e del calcolo. Il delitto, a cui l’animale umano ha preso gusto quand’era nel ventre della madre, è originariamente naturale. La virtù, al contrario, è artificiale e soprannaturale, giacché sono stati necessari, in tutti i tempi e in tutti i popoli, dèi e profeti per insegnarla all’umanità animalizzata, e l’uomo, da solo, sarebbe stato incapace di scoprirla. Il male si fa senza sforzo, naturalmente, per fatalità; ma il bene è sempre il prodotto di un’arte»14.

Nel lettore odierno, destano sorpresa sia questa visione cupa e pessimistica della condizione umana, sia l’accenno all’idea religiosa del peccato originale. Il poeta, che sostanzialmente non crede alla perfettibilità, dichiara che, se anche si volesse accettare l’ipotesi di un possibile miglioramento storico dell’umanità, esso non si troverebbe in ciò che viene definito dai più come il progresso: «Teoria della vera civilizzazione. Non è nel gas, o nel vapore, o nei tavolini spiritici, ma nella diminuzione delle tracce del peccato originale»15. Purtroppo, però, di tale peccato «resteranno sempre sufficienti tracce per constatarne l’immemoriale realtà!»16.

Se si vuole capire da dove derivino queste idee di Baudelaire, è opportuno far riferimento all’ammirazione da lui nutrita per un pensatore cattolico e di idee politicamente reazionarie, Joseph de Maistre. Il poeta lo considera come «il grande genio del nostro tempo – un veggente!», e afferma con decisione: «De Maistre ed Edgar Poe mi hanno insegnato a ragionare»17. Infatti anche il narratore americano, molto apprezzato da Baudelaire (che ne ha tradotto le opere, facendole conoscere al pubblico francese), «ha visto con chiarezza e ha imperturbabilmente affermato la malvagità naturale dell’Uomo»18. Tuttavia è stato proprio Maistre a indicare la causa di tale malvagità, sostenendo che essa va fatta risalire all’infrazione in cui sono incorsi i progenitori del genere umano quando, disobbedendo al comando del loro divino creatore, hanno voluto mangiare il frutto proibito, quello dell’albero della conoscenza del bene e del male19. Il fatto che i discendenti di Adamo ed Eva siano viziosi non è altro che la logica conseguenza della prima trasgressione. Infatti, «il peccato originale, che spiega tutto e senza il quale non si spiega nulla, si ripete purtroppo a ogni istante del tempo […]. Limitiamoci a un’osservazione comune, che si accorda facilmente con le nostre idee più naturali: ogni essere che abbia facoltà di riprodursi può produrre soltanto un essere simile a se stesso. La regola non ha eccezioni; è iscritta in ogni parte dell’universo. Se dunque un essere è degradato, la sua discendenza non sarà più uguale alla condizione primitiva di quell’essere, ma alla condizione alla quale esso è stato abbassato»20.

Per quanto certi esponenti dell’umanità abbiano dato prova, nel corso della storia, di possedere grandi capacità intellettuali, nulla può cancellare le conseguenze del primo peccato. Pertanto occorre chiedersi: «Dov’è il giusto? […] Cominciamo esaminando il male che si trova in noi, e impallidiamo gettando uno sguardo coraggioso sul fondo di tale abisso; infatti è impossibile conoscere il numero delle nostre trasgressioni, né meno impossibile è sapere in quale misura questa o quell’azione colpevole ha ferito l’ordine generale e ha contrastato i piani del Legislatore eterno»21.

Benché la religiosità di Baudelaire sia molto particolare, e non priva di vistose contraddizioni, le idee maistriane hanno fatto presa su di lui, come dimostrano non solo i suoi riferimenti al tema del peccato originale, ma anche quelli all’azione della Provvidenza divina, all’efficacia della preghiera, al concetto della reversibilità dei dolori degli innocenti a beneficio dei colpevoli, o ancora alla necessità della pena di morte. Ma un esame dettagliato dell’influsso che le teorie di Maistre hanno avuto sul poeta ci porterebbe troppo lontano.

3. Abbiamo già detto che Baudelaire, pur essendo pienamente consapevole di appartenere al mondo moderno, può talvolta, nei suoi testi poetici, sognare il ritorno a una natura vagheggiata come attraente, ma sul piano teorico non lo considera realizzabile. Egli accetta quindi l’idea di trovarsi nell’ambito dell’artificiale, e attribuisce anzi a questa realtà specifiche qualità estetiche. Ciò non vale soltanto nel campo degli oggetti, ma anche in quello delle persone umane. Pensiamo ad esempio alla sua concezione della figura femminile, figura che ai suoi occhi si scinde subito in due immagini idealmente contrapposte: «Mi sembra che mi vengano presentate due donne: una, matrona rustica, ripugnante per salute e virtù, senza stile e senza espressione, in breve totalmente debitrice alla semplice natura; l’altra invece, una di quelle bellezze che dominano e opprimono il ricordo, unisce al suo fascino profondo e originale tutta l’eloquenza dell’abito, è padrona del proprio incedere, cosciente e regina di se stessa, con una voce che parla come uno strumento ben accordato e sguardi carichi di pensiero, che lasciano trapelare solo ciò che vogliono. La mia scelta non potrebbe essere dubbia»22.

A questi due tipi di donna, Baudelaire riserva quindi nei suoi scritti un trattamento del tutto diverso. La prima è oggetto di disprezzo, sicché le vengono riservati giudizi misogini come il seguente: «La donna è naturale, cioè abominevole. Pertanto è sempre volgare»23. La seconda, all’opposto, viene idolatrata: «La donna è fatalmente suggestiva; vive, oltre alla propria, un’altra vita; vive spiritualmente nelle immaginazioni che assilla e feconda»24. Questa contrapposizione, a tutto vantaggio di colei che sa trasfigurarsi mediante il trucco e l’abito raffinato, è stata colta bene da Théophile Gautier, il quale ha sottolineato il gusto di Baudelaire per l’artificiale, nel caso della bellezza femminile: «Avrebbe preferito a una semplice ragazza, che avesse come cosmetico solo l’acqua della bacinella, un donna più matura, che impiegasse tutte le risorse di una sapiente civetteria […]. Un leggero tocco di fard color rosa di Cina o ortensia su una guancia fresca, qualche neo messo in modo provocante all’angolo della bocca o dell’occhio, palpebre scurite dal khol, capelli tinti di fulvo e cosparsi d’oro, una spolveratura di cipria sul petto e sulle spalle, labbra e unghie ravvivate dal carminio, non gli dispiacevano affatto. Amava questi ritocchi fatti dall’arte alla natura, queste lumeggiature argute e piccanti poste con mano abile per aumentare la grazia, l’incanto e il carattere di una fisionomia. […] Amava anche, negli abiti femminili, l’eleganza bizzarra, la ricchezza capricciosa, la fantasia insolente, in cui si mescolavano tratti dell’attrice e della cortigiana»25.

Non sorprende pertanto che, nel suo importante saggio Le Peintre de la vie moderne, incentrato sulle opere dell’artista Constantin Guys, Baudelaire dedichi un’intera sezione all’elogio della pratica femminile del trucco. In queste pagine, egli sostiene che la moda deve «essere considerata come un sintomo del gusto dell’ideale (che galleggia nel cervello umano sopra tutto ciò che la vita naturale vi accumula di grossolano, di terrestre e d’immondo), come una sublime deformazione della natura, o piuttosto come un tentativo inesauribile e ricorrente di riforma della natura»26. Dunque tutte le mode sono da considerare valide e affascinanti, in quanto ognuna di esse mira, con più o meno successo, a raggiungere la bellezza ideale. «La donna è nel suo pieno diritto, e anzi compie una sorta di dovere, quando si sforza di apparire magica e soprannaturale: è necessario che stupisca e incanti; idolo, deve indorarsi per essere adorata. Deve perciò prendere a prestito da tutte le arti i mezzi di elevarsi al di sopra della natura, per meglio soggiogare i cuori e colpire le menti»27. Baudelaire entra nei dettagli del maquillage, spiegando che la polvere di riso cancella le macchie della pelle e fa somigliare la donna a una statua, ossia a un essere superiore; inoltre cerchiare l’occhio col nero rende lo sguardo più profondo, e un po’ di rosso sugli zigomi fa apparire più luminosa la pupilla. A scanso di equivoci, chiarisce però che «la coloritura del viso non dev’essere usata allo scopo volgare, inconfessabile, di imitare la bella natura e di rivaleggiare con la giovinezza. […] Chi mai oserebbe assegnare all’arte la sterile funzione di imitare la semplice natura? Il trucco non deve nascondersi, né evitare di farsi percepire»28.

Finanche nell’ambito dell’erotismo la presenza di qualche elemento artificiale è indispensabile per accrescere la bellezza femminile. Così, in un suo componimento, il poeta elogia la donna che, quando si mostra a lui senza veli, ha cura di conservare i propri ornamenti: «La tanto amata era nuda e, del mio cuore esperta, / non aveva tenuto che i gioielli sonori, / il cui fasto le dava quell’aria vittoriosa / che nei giorni felici hanno le schiave dei Mori. // Quando emette danzando il suo rumore vivo e beffardo, / quel mondo splendente di metallo e di pietra / mi rapisce in estasi, e amo pazzamente / le cose in cui il suono si mescola alla luce»29. Ancor più significativo è un passo del racconto La Fanfarlo30. In esso, il giovane protagonista Samuel Cramer (che per gusti e carattere somiglia molto allo stesso Baudelaire) resta affascinato dalla bella danzatrice il cui nome è indicato nel titolo. La ammira specialmente in uno spettacolo nel quale lei indossa il costume di Colombina. Utilizzando una strategia contorta ma efficace, Samuel la induce infine a concedersi a lui. Quando però la Fanfarlo gli si mostra in tutto lo splendore della sua nudità, Samuel si comporta da bambino capriccioso, e le dice: «Voglio Colombina, ridammi Colombina! Ridammela come mi è apparsa la sera in cui mi ha fatto impazzire col suo travestimento bizzarro e il suo corpetto da saltimbanco!»31. La donna decide di acconsentire alle eccentriche richieste del suo nuovo amante, inclusa quella di mettersi il rossetto, e proprio questo segna l’inizio della loro relazione. L’anonimo narratore della vicenda dichiara di non stupirsi, in quanto sa bene che Samuel predilige il trucco e gli orpelli. Aggiunge persino: «Egli ridipingerebbe volentieri gli alberi e il cielo, e se Dio gli avesse confidato il piano della natura, forse lo avrebbe rovinato»32. E in effetti, agli occhi di Baudelaire, ciò che è artificiale va sempre preferito alla semplice natura.

4. Nel suo Traité de la vie élégante, Balzac elogia varie forme di raffinatezza (nel vestiario, nel modo di arredare la casa o di comportarsi in pubblico), ma al tempo stesso si mostra incline alla moderazione, il che lo induce a prendere le distanze dal dandismo. Sostiene infatti che questo fenomeno di costume è eccessivo e artificioso, dunque va considerato come «un’eresia della vita elegante»33. Pur mostrando rispetto per il più celebre dei dandy inglesi, ossia George Brummell, Balzac tratta con severità coloro che cercano di seguirne le orme. A suo parere, «nel farsi dandy, un uomo diventa un mobile da salotto, un manichino estremamente ingegnoso, che si può posare su un cavallo o su un divano, che morde o succhia abitualmente il manico di un bastone, ma un essere pensante… mai! L’uomo che nella moda vede soltanto la moda è uno sciocco. La vita elegante non esclude né il pensiero né la scienza, ma piuttosto li consacra. Non deve insegnare solo a godere del tempo, ma anche a impiegarlo in un ordine di idee estremamente elevato»34. In quest’ottica, l’opposto del dandy è l’artista, che grazie alla sua intensa vita mentale sa giungere all’eleganza pur senza bisogno di seguire alcuna moda precostituita35.

Molto diversa sarà, quindici anni dopo, l’opinione di un altro scrittore, Barbey d’Aurevilly, l’autore del libro Du dandysme et de Georges Brummell. Egli considera il dandismo come un fenomeno specificamente inglese; i francesi possono dunque imitarlo, ma non riprodurlo. Elogia poi Brummell per aver saputo assurgere, partendo da una condizione sociale modesta, al ruolo di dandy supremo, tanto da diventare oggetto di ammirazione e invidia persino per gli esponenti dell’alta nobiltà. Mentre altri personaggi di rilievo, oltre all’eleganza e alla distinzione nel comportamento, ebbero qualità ulteriori – nel caso di Byron, ad esempio, le nobili origini e il genio letterario – Brummell senza il dandismo non fu nulla, ma in compenso «fu il dandismo stesso»36. Barbey ricorda opportunamente che a caratterizzare il vero dandy non è soltanto la capacità di abbigliarsi in maniera raffinata e tale da sorprendere, pur evitando ogni vistosità: «Il dandismo è tutta una maniera di essere […], interamente composta da sfumature»37. In questa particolare arte di vivere, è importante saper giungere all’imprevisto, che è cosa diversa dall’eccentricità: infatti, mentre quest’ultima si ribella contro le regole, il dandismo gioca con esse ma le rispetta. Ancor più importante del vestiario, è il modo di comportarsi e di parlare. Da un lato, infatti, occorre mostrarsi sempre impassibili, non lasciandosi turbare da nulla. Ma dall’altro, è necessario saper assurgere a una tale autorità da poter con una semplice frase, inattesa e non di rado tagliente, creare oppure distruggere la reputazione di un’altra persona, facendola diventare a seconda dei casi apprezzabile o ridicola. Proprio il gusto per le osservazioni sarcastiche ha contribuito molto dapprima alla gloria e in seguito alla rovina economica (e in parte anche mondana) di Brummell, facendolo cadere in disgrazia presso il suo autorevole protettore, il principe di Galles.

Nella premessa alla seconda edizione del suo libro, Barbey d’Aurevilly dichiara con modestia di non essere mai stato un dandy38. E in effetti non lo era, se si considerano i suoi gusti in fatto di vestiario. Mentre il dandismo proibiva qualsiasi mise troppo appariscente, egli prediligeva i colori vistosi e i tessuti inconsueti: pantaloni a quadretti o a strisce, gilè azzurri di stoffa marezzata, come pure «numerosi accessori, colorati e ingombranti: anelli, bastoni enormi, guanti alla moschettiera, cravatte laminate d’oro, cappelli a larghe falde foderati di tessuto rosa o di velluto cremisi»39. Siamo dunque ben lontani dalla discrezione di quei dandy inglesi che, per non mostrarsi in pubblico con abiti appena usciti dalla sartoria, li facevano raspare con un pezzo di vetro, in modo da privare la stoffa della patina del nuovo, ai loro occhi volgare40.

Da questo punto di vista, Baudelaire – pur essendo amico di Barbey e pur condividendone in parte le idee – era molto più vicino, nella pratica dell’abbigliamento, allo spirito dandistico. Al riguardo, le testimonianze dei suoi amici e conoscenti sono concordi. Così Gautier descrive quello che definisce il «dandismo sobrio» del poeta: «Il suo vestito consisteva in un soprabito di stoffa nera lucida e brillante, pantaloni color nocciola, calze bianche e scarpine di vernice, il tutto meticolosamente pulito e corretto, con un tono voluto di semplicità inglese, e con l’intenzione di staccarsi dal genere artista (cappello moscio di feltro, giacche di velluto, camiciotti rossi, barba prolissa e criniera scompigliata). Nulla di troppo fresco e di eccentrico in quella tenuta rigorosa»41. Eugène Marsan, a sua volta, annota: «Portava una cravatta di un rosso sangue di bue e dei guanti rosa. […] Ora, Baudelaire non era il solo a portare questa cravatta color porpora o mattone, né il solo a indossare guanti rosa. Il suo tratto distintivo consisteva nella combinazione di questi due effetti sul nero dell’abito»42. In tutte le fasi della sua vita, comprese quelle di penuria economica, il poeta ha sempre curato il più possibile l’eleganza dell’abbigliamento. Ciò vale anche per gli ultimi anni, quelli del suo soggiorno in Belgio, come conferma il seguente passo di Camille Lemonnier, nel quale vediamo il poeta a Bruxelles: «A passi lenti, con un’andatura un po’ dondolante e leggermente femminile, Baudelaire attraversava il terrapieno della porta di Namur, evitando meticolosamente il fango e, se pioveva, saltellando sulla punta dei suoi scarpini di vernice, nei quali si compiaceva di potersi specchiare. Rasato di fresco, coi capelli spinti indietro a onda dietro le orecchie, e col morbido colletto della camicia, di un biancore assoluto, che sporgeva dal bavero della sua lunga palandrana, aveva l’aria nel contempo di un clergyman e di un attore»43. Le numerose immagini rimasteci del poeta, dovute a fotografi di grande valore come Nadar o Carjat, confermano il fatto che Baudelaire possedeva un proprio stile vestimentario, di notevole raffinatezza44.

5. Pur non essendo dotato di imperturbabilità di carattere – specie quando si tratta di rapportarsi alle altre persone –, il poeta considera se stesso come un rappresentante del dandismo. Ritiene anzi di aver avuto una predisposizione in tal senso fin dall’infanzia: infatti, parlando di sé quand’era bambino, dice: «Amavo mia madre per la sua eleganza. Ero dunque un dandy precoce»45. Da adulto, ritiene di aver conservato tale spirito, specie per quanto concerne l’atteggiamento. Così in una lettera alla madre dichiara: «Come mai mi conosci così poco da non sapere che per natura avverto il bisogno di nascondere quasi tutto ciò che penso? Chiamalo Dandismo, o amore assurdo per la Dignità, come preferisci»46. Anche nei momenti di scoraggiamento, la convinzione di saper mantenere un’attitudine da dandy lo consola: «Perduto in questo mondo orribile, preso a gomitate dalle folle, io sono come un uomo fiaccato, il cui occhio non vede dietro di sé, negli anni profondi, nulla se non disillusione e amarezza, e dinanzi a sé null’altro che una tempesta in cui non c’è niente di nuovo, né insegnamento né dolore. La sera in cui quest’uomo ha rubato al destino qualche ora di piacere […], inebriato dal suo sangue freddo e dal suo dandismo, fiero di non essere così vile come i passanti, egli si dice, contemplando il fumo del proprio sigaro: che m’importa dove vanno queste coscienze?»47.

Al di là dei fatti personali, conviene ricordare che Baudelaire aveva intenzione di scrivere un saggio sul dandismo di certi scrittori, saggio da lui annunciato più volte nelle lettere, ma poi rimasto allo stato di progetto. In una di queste missive egli elenca appunto, tra i lavori che spera di poter ultimare in breve tempo, un testo su «Le Dandysme dans les lettres (Chateaubriand, de Maistre, de Custine, Ferrari, Paul de Molènes, d’Aurevilly. – Analisi di una facoltà unica, particolare, delle epoche di decadenza)»48. Quelli indicati qui sono scrittori in senso lato, visto che, accanto ai letterati a pieno titolo come Chateaubriand e Barbey d’Aurevilly, ce ne sono altri la cui produzione è anche, o unicamente, di natura saggistico-politica (Joseph de Maistre, Astolphe de Custine, Giuseppe Ferrari) o addirittura memorialistico-militare (Paul de Molènes). Anche l’associazione fra il dandysmo e la decadenza va presa con cautela, poiché nel linguaggio baudelairiano il secondo termine non ha affatto un valore negativo: «Letteratura di decadenza! – Parole vuote che sentiamo cadere spesso, con la sonorità di uno sbadiglio enfatico, dalla bocca di quelle sfingi senza enigma che vegliano dinanzi alle sante porte dell’Estetica classica. Ogni volta che l’inconfutabile oracolo risuona, si può affermare che si tratta […] di una poesia o di un romanzo in cui tutte le parti sono abilmente disposte in vista della sorpresa, in cui lo stile è magnificamente ornato, in cui tutte le risorse del linguaggio e della prosodia vengono utilizzate da una mano impeccabile»49.

Anche se l’ipotizzato saggio non ha potuto trovare realizzazione concreta, vari riferimenti all’argomento si riscontrano negli scritti baudelairiani. Ai suoi occhi, il dandy non si riduce certo ad essere soltanto un uomo elegante, ma è la «suprema incarnazione dell’idea del bello trasposta nella vita materiale, è colui che detta la forma e regola le maniere»50. Ciò comporta l’assunzione della dura responsabilità di apparire sempre inappuntabile: «Il Dandy deve aspirare ad essere sublime senza interruzione; deve vivere e dormire davanti a uno specchio»51. Se c’è una «eterna superiorità del Dandy», essa consiste nel rifiuto di lavorare, dunque di essere utile alla società: «Che cos’è l’uomo superiore? Non è lo specialista. È l’uomo del Tempo libero e dell’Educazione generale»52. Sarebbe per lui impensabile, ad esempio, dedicarsi alla politica: «Un Dandy non fa nulla. Ve lo immaginate un Dandy che parla al popolo, eccetto che per schernirlo?»53.

Ma conviene tornare al saggio Le Peintre de la vie moderne per reperire indicazioni meno laconiche sul tema. Già in un passo in cui Baudelaire si dice tentato di definire Constantin Guys come un dandy, ciò gli offre l’occasione per precisare che «il termine dandy implica una quintessenza di carattere e una sottile intelligenza di tutto il meccanismo morale di questo mondo; ma, per un altro verso, il dandy aspira all’insensibilità»54. Nella sezione del testo intitolata appunto Le Dandy, Baudelaire spiega che gli uomini dediti all’eleganza sono caratterizzati da una fisionomia distinta, cosa che li rende individui a parte. «Tali esseri non hanno altro stato che quello di coltivare l’idea del bello nella loro persona, di soddisfare le loro passioni, di sentire e di pensare. Dispongono così, a piacimento e in larga misura, di tempo e denaro, senza i quali la fantasia, ridotta ad essere un sogno vago e passeggero, non può di solito tradursi in azione»55. Questo tuttavia non va inteso nel senso che essi aspirino ad acquisire denaro: a loro basta infatti possederne a sufficienza in rapporto a ciò che si prefiggono. Baudelaire, proprio come Barbey, è persuaso che il dandismo non si limiti alla cura della persona e all’eleganza vestimentaria: «Tali cose non sono altro, per il dandy perfetto, che un simbolo della superiorità aristocratica del proprio spirito. Così ai suoi occhi, avidi soprattutto di distinzione, la perfezione del vestire consiste nella semplicità assoluta, che in effetti è il modo migliore di distinguersi»56. La passione coltivata dal dandy, che ha saputo farne una dottrina e un’arte, consiste nell’«ardente bisogno di farsi un’originalità, entro i limiti esteriori delle convenzioni sociali. È una specie di culto di sé, che può sopravvivere alla ricerca della felicità da trovare nell’altro, ad esempio nella donna, e che può sopravvivere persino a tutto ciò cui si dà il nome di illusioni. È il piacere di stupire e la soddisfazione orgogliosa di non essere mai stupiti»57.

A questo si accompagna una forma di stoicismo (dettato da ragioni estetiche più che morali), per cui, se al dandy capita di soffrire, egli non dovrà manifestarne alcun segno esteriore. Può accadergli persino di commettere un crimine, ma in tal caso ne sarebbe disonorato solo se quell’atto fosse stato dovuto a motivi ignobili. Conscio del fatto che simili affermazioni appariranno paradossali a molti dei suoi lettori, Baudelaire commenta: «Strano spiritualismo! Per coloro che ne sono al tempo stesso i sacerdoti e le vittime, tutte le complesse condizioni materiali a cui si assoggettano, dall’abbigliamento impeccabile a ogni ora del giorno e della notte fino ai più spericolati virtuosismi sportivi, non sono altro che una ginnastica destinata a fortificare la volontà e a disciplinare l’animo. In verità, non avevo torto nel considerare il dandismo come una specie di religione. La regola monastica più rigorosa, l’ordine irresistibile del Vecchio della Montagna, che imponeva il suicidio ai suoi discepoli inebriati, non erano più dispotici né più obbediti di questa dottrina dell’eleganza e dell’originalità»58.

In effetti, se proprio di religiosità si volesse parlare a proposito del dandismo, sarebbe in causa una credenza altrettanto singolare di quella dei seguaci della setta ismailita fondata in Persia nel XII secolo da Hasan-i Sabbah e continuata poi in Siria dal suo successore Rachid ad-Din Sinan (entrambi conosciuti con l’epiteto di «Vecchio della Montagna»). Baudelaire aveva già ricordato nei Paradis artificiels che il capo di quella setta «chiudeva, dopo averli inebriati con l’hashish (da cui il termine Hashishin o Assassini), in un giardino pieno di delizie, quelli tra i suoi più giovani discepoli a cui voleva dare un’idea del paradiso, ricompensa intravista, per così dire, di un’obbedienza passiva e cieca»59. Per i dandy, si trattava in realtà solo di ubbidire a regole autoimposte, sacrificando la propria naturale passionalità all’esigenza di apparire sempre imperturbabili. Baudelaire ammira lo spirito eroico di questi protagonisti della vita mondana, anche se non è corretto sostenere che per lui «il dandismo rappresenta un ideale più elevato rispetto alla poesia»60.

L’atteggiamento altezzoso esibito dal dandy presenta anche implicazioni di ordine socio-politico: «Il dandismo fa la sua comparsa specialmente nelle epoche di transizione in cui la democrazia non è ancora onnipotente, e l’aristocrazia è solo in parte vacillante e svilita. Nel disordine di tali epoche, alcuni uomini declassati, disgustati, inoccupati, ma tutti ricchi di forza nativa, possono concepire il progetto di fondare una nuova specie di aristocrazia, tanto più difficile da infrangere in quanto sarà basata sulle facoltà più preziose, più indistruttibili, e su quei doni celesti che né il lavoro né il denaro possono concedere»61. Sembrerebbe che il poeta intenda descrivere un fenomeno sociale nuovo, destinato a svilupparsi, mentre in realtà sta facendo l’esatto contrario, poiché il suo è un discorso nostalgico: «Il dandismo è un sole al tramonto; come l’astro che declina, è superbo, senza calore e pieno di malinconia. Ma ahimè! la marea montante della democrazia, che tutto invade e tutto livella, annega giorno dopo giorno questi ultimi rappresentati dell’orgoglio umano»62.

Eppure, agli occhi del poeta, il dandismo non è soltanto un fenomeno legato a un periodo storico in procinto di estinguersi. È anche, per altri versi, un tratto specifico dell’intera epoca moderna. In questo senso ha ragione Michel Foucault quando sostiene che, per l’autore di Les Fleurs du Mal, «essere moderni non significa accettare se stessi per quel che si è nel flusso dei momenti che passano; significa assumersi quale oggetto di un’elaborazione complessa e dura: è quello che Baudelaire chiama, seguendo il vocabolario della sua epoca, il “dandismo”»63. Egli dunque «non concepisce che tale gioco della libertà con il reale per la sua trasfigurazione, tale elaborazione ascetica di sé, possano aver luogo nella società stessa o nel corpo politico. Possono prodursi soltanto in uno spazio altro, che Baudelaire chiama l’arte»64. Ciò equivale a dire che se il dandismo, nelle forme pittoresche descritte dal poeta, appare in effetti come qualcosa di desueto, l’esigenza a cui esso rispondeva, ossia quella di lavorare su di sé per trasformarsi e distinguersi – invece di accettare passivamente le consuetudini e il sistema di valori della società in cui ci si trova a vivere – resta ancor oggi pienamente attuale.

1 C. Baudelaire, lettera a Fernand Desnoyers (fine 1853 o inizio 1854, edita nel 1855), in Œuvres complètes, Paris, Gallimard, 2024 (= Œ. C.), vol. I, pp. 563-564 (tr. it. in Il vulcano malato. Lettere 1832-1866, Roma, Fazi, 2007, p. 108; si avverte che i passi delle traduzioni italiane cui si rimanda vengono spesso citati con modifiche). Baudelaire allude ironicamente al verso di Victor de Laprade: «Il calmo spirito degli dèi abita nelle piante», che si legge nella poesia À un grand arbre, in Odes et poèmes, Paris, Jules Labitte, 1843.

2 Obsession, in Les Fleurs du Mal (1861), in Œ. C., vol. II, p. 71 (tr. it. Ossessione, in I fiori del male, Milano, Rizzoli, 1980; 2001, p. 203).

3 Correspondances, ivi, p. 11 (tr. it. Corrispondenze, p. 81).

4 À celle qui est trop gaie, una delle poesie condannate dell’edizione 1857 di Les Fleurs du Mal, ripresa in Les Épaves (1866), in Œ. C., vol. II, p. 799 (tr. it. A colei che è troppo gaia, in I relitti, in appendice a I fiori del male, cit., p. 353).

5 Any where out of the world. N’importe où hors du monde, in Atelier du «Spleen de Paris», in Œ. C., vol. II, p. 924 (tr. it. Any where out of the world. Non importa dove, fuori dal mondo, in Lo Spleen di Parigi, in Opere, Milano, Mondadori, 1996, p. 466).

6 Rêve parisien, in Les Fleurs du Mal, cit., p. 96 (tr. it. Sogno parigino, p. 259).

7 A. Schanne, Les souvenirs de Schaunard, Paris, Charpentier et Cie, 1886, pp. 231-232.

8 Per alcuni spunti interessanti in proposito, si veda il saggio di Francesco Orlando L’artificio contro la natura nel mondo di Baudelaire (1967), Chieti, Solfanelli, 2014.

9 Mon cœur mis à nu (1862-65), in Œ. C., vol. II, p. 491 (tr. it. Il mio cuore messo a nudo, in Opere, cit., p. 1427) e lettera ad Armand Fraisse del 12 agosto 1860, in Nouvelles lettres, Paris, Fayard, 2000, p. 30.

10 Jean-Jacques Rousseau, Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes (1755), Paris, Flammarion, 2008, p. 79 (tr. it. Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini, in Discorso sull’origine della disuguaglianzaContratto sociale, Milano, Bompiani, 2012, p. 125).

11 Ivi, p. 75 (tr. it. p. 117).

12 Ivi, p. 118 (tr. it. p. 191).

13 Notes nouvelles sur Edgar Poe (1857), in Œ. C., vol. I, p. 627 (tr. it. Nuove note su Edgar Poe, in Opere, cit., p. 818).

14 Le Peintre de la vie moderne (1863), in Œ. C., vol. II, p. 448 (tr. it. Il pittore della vita moderna, in Opere, cit., pp. 1308-1309).

15 Mon cœur mis à nu, cit. p. 501 (tr. it. p. 1437).

16 «Les Misérables», par Victor Hugo (1862), in Œ. C., vol. II, p. 338 (tr. it. «I Miserabili» di Victor Hugo, in Saggi critici, Bologna, Pendragon, 2004, p. 72).

17 Cfr. rispettivamente lettera ad Alphonse Toussenel del 21 gennaio 1856, in Correspondance, Paris, Gallimard, 1973, vol. I, p. 337 (tr. it. in Il vulcano malato, cit., p. 141), e [Hygiène] (1862-63), in Œ. C., vol. II, p. 376 (tr. it. [Igiene], in Opere, cit., p. 1408).

18 Notes nouvelles sur Edgar Poe, cit., p. 625 (tr. it. p. 815).

19 È il notissimo episodio di Genesi, 2-3, in La Sacra Bibbia, tr. it. Milano, Garzanti, 1964, pp. 18-23.

20 Joseph de Maistre, Les Soirées de Saint-Pétersbourg (1821), in Œuvres, Paris, Laffont, 2007; 2021, pp. 484-485 (tr. it. Le serate di San Pietroburgo, Milano, Luni, 2023, pp. 62-63).

21 Ivi, p. 545 (tr. it. p. 175).

22 Notes nouvelles sur Edgar Poe, cit. p. 622 (tr. it. p. 811).

23 Mon cœur mis à nu, cit., p. 481 (tr. it. 1416).

24 Les Paradis artificiels. Opium et haschisch (1860), in Œ. C., vol. I, p. 1045 (tr. it. I paradisi artificiali, in Opere, cit., p. 547).

25 T. Gautier, Charles Baudelaire (1868), in Baudelaire, Bordeaux, Le Castor Astral, 1991, pp. 56-58 (tr. it. in Charles Baudelaire, Roma, Castelvecchi, 2017, p. 56).

26 Le Peintre de la vie moderne, cit., p. 449 (tr. it. pp. 1309-1310).

27 Ibidem (tr. it. p. 1310).

28 Ivi, p. 450 (tr. it. p. 1311).

29 Les Bijoux, poesia condannata dell’edizione 1857 di Les Fleurs du Mal, ripresa in Les Épaves, cit., p. 800 (tr. it. I gioielli, in I relitti, cit., p. 355).

30 La Fanfarlo (1847), in Œ. C., vol. I, pp. 311-339 (tr. it. La Fanfarlo, in Opere, cit., pp. 481-513).

31 Ivi, pp. 333-334 (tr. it. p. 509).

32 Ivi, p. 334 (tr. it. p. 509).

33 Honoré de Balzac, Traité de la vie élégante (1830), Paris, Mille et une nuits, 2023, p. 44.

34 Ivi, p. 45.

35 Cfr. ivi, pp. 13-14.

36 Jules-Amédée Barbey d’Aurevilly, Du dandysme et de Georges Brummell (1845; nuove edizioni ampliate 1861 e 1879), Paris, Rivages, 1997; 2018, p. 42 (tr. it. Del dandysmo e di George Brummell, Firenze, Passigli, 1993, p. 28).

37 Ivi, pp. 42-43 (tr. it. pp. 29-30).

38 Cfr. ivi, p. 26 (tr. it. p. 16).

39 Marie-Christine Natta, La Grandeur sans conviction. Essai sur le dandysme, Paris, Éditions du Félin, 1991; 2024, p. 61.

40 Cfr. Du dandysme et de Georges Brummell, cit., p. 43 (tr. it. p. 30).

41 T. Gautier, op. cit., p. 27 (tr. it. p. 38).

42 E. Marsan, Les cannes de M. Paul Bourget et Le bon choix de Philinte, Paris, Le Divan, 1923, pp. 236-237; cit. in Walter Benjamin, Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato (1935-40), tr. it. Vicenza, Neri Pozza, 2012, p. 292.

43 C. Lemonnier, La France en exil, in La vie belge, Paris, Charpentier, 1905, p. 64.

44 Cfr. le foto riprodotte in AA. VV., Baudelaire. La modernité mélancolique, a cura di Jean-Marc Chatelain, Paris, Bibliothèque nationale de France, 2021, pp. 192-209.

45 Fusées (1855-62), in Œ. C., vol. II, p. 359 (tr. it. Razzi, in Opere, cit., p. 1399).

46 Lettera a Madame Aupick del 20 gennaio 1858, in Correspondance, cit., vol. I, p. 448.

47 Fusées, cit., p. 365 (tr. it. p. 1406).

48 Lettera ad Armand du Mesnil del 9 febbraio 1861, in Correspondance, cit., vol. II, p. 128.

49 Notes nouvelles sur Edgar Poe, cit., p. 621 (tr. it. p. 811).

50 Ivi, p. 628 (tr. it. p. 819).

51 Mon cœur mis à nu, cit., p. 481 (tr. it. 1417).

52 Ivi, pp. 485 e 492-493 (tr. it. pp. 1421 e 1428).

53 Ivi, p. 487 (tr. it. p. 1423).

54 Le Peintre de la vie moderne, cit., p. 424 (tr. it. p. 1281).

55 Ivi, p. 442 (tr. it. p. 1302).

56 Ivi, p. 443 (tr. it. p. 1303).

57 Ibidem.

58 Ivi, pp. 443-444 (tr. it. pp. 1303-1304).

59 Les Paradis artificiels, cit., p. 1050 (tr. it. p. 553).

60 Jean-Paul Sartre, Baudelaire, Paris, Gallimard, 1947; 1988, p. 134 (tr. it. Baudelaire, Milano, Mondadori, 1989, p. 117).

61 Le Peintre de la vie moderne, cit., p. 444 (tr. it. p. 1304).

62 Ivi, p. 445 (tr. it. p. 1305).

63 M. Foucault, Qu’est-ce que les Lumières? (1984), in Dits et écrits, Paris, Gallimard, 2001, vol. II, p. 1389 (tr. it. Che cos’è l’Illuminismo?, in Immanuel Kant – M. Foucault, Che cos’è l’Illuminismo, Milano-Udine, Mimesis, 2012, p. 36).

64 Ivi, p. 1390 (tr. it. p. 37).

BAUDELAIRE E IL LINGUAGGIO DELL’INFINITO. Luigi Sasso

Eugène Delacroix

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La Natura e i geroglifici

L’immagine del libro della Natura è molto antica. Essa attraversa perlomeno tutta la cultura medievale, conosce aggiornamenti e ripensamenti, e approda nel cuore dell’Ottocento in una forma, possiamo dire, secolarizzata. Nel lungo percorso si sono smarrite le tracce dell’Autore, o forse la sua presenza, un tempo percepibile in ogni pagina di quel volume, si è nascosta, si è fatta più oscura1. La Natura è nel frattempo diventata il campo di sistematiche indagini scientifiche ‒ Galileo ne aveva parlato come di un libro scritto in caratteri matematici ‒, ma dietro i bagliori di sempre nuove scoperte i filosofi, gli artisti e i poeti hanno avvertito la presenza di una lingua ignota, negli elementi naturali hanno visto i lemmi di un vocabolario che toccava a loro rendere capace di comunicare ancora qualcosa, una dimensione più profonda o forse soltanto un residuo, il ricordo di una remota verità. In tal modo un altro libro sarebbe potuto nascere, una nuova realtà, con la sua musica e i suoi colori: l’opera così compiuta sarebbe apparsa come un mondo inedito, assoluto. Baudelaire ci ricorda, a tal proposito, come il pittore da lui più ammirato, Eugène Delacroix, fosse solito ripetere che la Natura non è che un dizionario; i pittori dotati di immaginazione, continuava il poeta, «cercano nel proprio dizionario gli elementi che convengono alla loro concezione, e inoltre, disponendoli con una certa arte, conferiscono ad essi una fisionomia del tutto nuova»2. E giungeva a questa significativa conclusione: «Un buon quadro, fedele e pari al sogno che lo genera, deve essere prodotto come un universo»3.

Baudelaire è forse lo scrittore che ha compreso e ha saputo esprimere meglio di altri questa svolta, il primo a lasciare intravedere la strada percorsa. Una strada lunga, a volte tortuosa, che passa dalla scoperta di un altro linguaggio delle cose, o meglio di un nesso, di un nodo che lega il linguaggio a una dimensione senza confini. Non mancano segnali in tal senso, a partire dalle Fleurs du mal. Si prenda una delle prime poesie, Élévation. Qui leggiamo di uno slancio che porta a sollevarsi al di sopra degli orrori e della noia, della nebbia della vita, che riesce a far comprendere a chi lo compie «il linguaggio dei fiori e delle cose mute». La Natura può, nelle pieghe del silenzio, mostrarci il suo volto, comunicare, anche se in modo non a tutti comprensibile. Non a caso in Correspondances questa intuizione potrà trovare una più ampia, e celebre, formulazione. Baudelaire sottolineerà come dalla Natura ci vengano confuse parole, come la selva in cui l’uomo è chiamato a muoversi sia tessuta di simboli, e i colori, e i profumi e i suoni si rispondano. Questa trama enigmatica, in cui si manifesta «l’espansione delle cose infinite», da cui la mente e i sensi vengono catturati e trascinati altrove, è il linguaggio delle corrispondenze. È questa esperienza a caratterizzare chi può essere definito un poeta. In una lettera ad Alphonse Toussenel del 21 gennaio 1856, Baudelaire osserva: «È da molto tempo che dico che il poeta è sovranamente intelligente, che egli è l’intelligenza per eccellenza, ‒ e che l’immaginazione è la più scientifica delle facoltà perché essa solamente concepisce l’analogia universale, o ciò che una religione mistica chiama la corrispondenza»4.

Siamo al cospetto di una delle questioni fondamentali e tra le più dibattute della poesia di Baudelaire, spesso interpretata in una chiave non priva, appunto, di sfumature mistiche. A collocare nella giusta prospettiva le corrispondenze baudelairiane è stato Walter Benjamin. Egli ha compreso che il ciclo di poesie che inaugura il suo volume, e in particolare il sonetto Correspondances, è la segreta architettura di questo libro, ed è dedicato a qualcosa di irrevocabilmente perduto. Baudelaire, secondo il filosofo, intendeva con queste corrispondenze un’esperienza che cerca di stabilirsi in una condizione immune da una possibile crisi. Annota Benjamin: «Le correspondances sono le date del ricordo. Non sono date storiche, ma date della preistoria»5. Questa verità è espressa con ferma chiarezza da Baudelaire in un altro sonetto, inequivocabilmente intitolato La Vie antérieure. Sentiamo ancora Benjamin: «Le immagini delle grotte e delle piante, delle nuvole e delle onde, evocate dall’inizio di questo sonetto, emergono dalla calda nebbia delle lacrime, che sono lacrime di nostalgia […]. Il passato mormora nelle corrispondenze; e l’esperienza canonica di esse ha luogo anch’essa in una vita anteriore»6.

Di fronte a questo tessuto di simboli e di analogie, si ridefinisce anche il ruolo del poeta. È lo stesso Baudelaire a fornircene un nitido ritratto, in una pagina dedicata a un monumento della sua epoca: Victor Hugo. In quella sezione dei Saggi sulla letteratura dedicata ai contemporanei possiamo leggere un testo pubblicato per la prima volta il 15 giugno del 1861. Qui la trama delle corrispondenze torna a essere protagonista e indica nel contempo il compito assegnato al poeta: «D’altronde Swedenborg, che aveva un’anima ben più grande, ci aveva già insegnato che il cielo è un uomo grandissimo; che tutto, forma, movimento, numero, colore, profumo, nello spirituale come nel naturale, è significativo, reciproco, vicendevole, corrispondente. Lavater, limitando al viso dell’uomo la dimostrazione dell’universale verità, ci aveva tradotto il senso spirituale del profilo, della forma, della dimensione»7.

Essere poeti, per Baudelaire, significa porsi in una simile disposizione nei confronti della Natura, comprendere che tutto in essa è verbo e allegoria, cercare un dialogo con i suoi enigmi, la lingua in cui restituire le sue pagine. È detto nel punto che segue: «Se noi estendiamo la dimostrazione (non solo ne abbiamo il diritto, ma ci sarebbe infinitamente difficile fare altrimenti), arriviamo a quella verità che tutto è geroglifico, e sappiamo che i simboli non sono oscuri che in modo relativo, vale a dire secondo la purezza, la buona volontà o la chiaroveggenza nativa delle anime. Ora che cos’è un poeta (prendo la parola nella sua accezione più ampia) se non è un traduttore, un decifratore? Nei poeti eccelsi non c’è metafora, comparazione o epiteto che non sia di un’adattabilità matematicamente esatta alla circostanza in atto, perché quelle comparazioni, quelle metafore e quegli epiteti sono tratti dall’inesauribile fondo dell’universale analogia, e non possono essere attinti altrove»8.

Tutto è geroglifico, dunque, e averlo compreso fa di Baudelaire il poeta moderno per eccellenza. La realtà, gli enigmi della Natura sono qualcosa di insondabile, di illimitato, ma il poeta è chiamato a muoversi in questo spazio, a coglierne i segnali, a tentare, anche a rischio di fallire9, di interpretarli, non per consegnare quei geroglifici all’immobilità di un significato, ma per trasformarli nella trama viva e balenante del suo tessuto di parole. L’espansione delle cose infinite è il suo orizzonte, il suo mondo, e forse anche la ragione della sua malinconia. Linguaggio e infinito giocano, nelle pagine del poeta de I fiori del male, un ruolo che a questo punto ci appare essenziale e che si presenta nella sua opera con diversi volti, tramite immagini a volte persino contrastanti. La prima che abbiamo potuto individuare non è priva di suggestione e di risonanze. È l’immagine del poeta come colui che è destinato a tradurre, nei ritmi e nelle sillabe di un verso, l’ambigua oscurità che lo circonda.

Un pezzo di cielo

Ma in che modo parlare dell’infinito? È possibile affrontare un tema che appare inafferrabile, sfuggente? Quale pagina o quale libro potrà mai contenere, o addirittura esaurire, l’idea di infinito? Borges, che pure non ha esitato a dare alle stampe Una storia dell’eternità, ci mette in guardia dai rischi connessi al tentativo di confrontarsi con la nozione di infinito. In un testo intitolato Metempsicosi della tartaruga, presenta tale concetto come «il corruttore e l’ammattitore degli altri»10. Una sorta di virus, una presenza destabilizzante. Eppure, o forse proprio per questo, subito dopo ci informa di aver desiderato, qualche volta, «di compilare la sua mobile storia». Un viaggio che gli avrebbe consentito di incontrare la «numerosa Idra», il mostro che è come «una prefigurazione o emblema delle progressioni geometriche», e di conoscere inoltre «i sordidi incubi di Kafka», le congetture di Niccolò Cusano, che «nella circonferenza vide un poligono con un numero infinito di angoli e lasciò scritto che una linea infinita sarebbe una retta, sarebbe un triangolo, sarebbe un circolo e sarebbe una sfera»11. Borges, la cui scrittura non difetta mai di ironia, ha calcolato anche il tempo a lui necessario per abbordare, con qualche probabilità di successo, una simile impresa: «Cinque, sette anni di apprendistato metafisico, teologico, matematico, mi metterebbero in grado (forse) di pianificare decorosamente questo libro».

Ma altri ostacoli hanno di fatto reso il compito impossibile: «Inutile aggiungere che la vita mi vieta la suddetta speranza, e anche il suddetto avverbio». Parole non proprio incoraggianti, ma ciò nonostante qualche pagina di questa fantomatica Biografia dell’infinito è uscita dalla penna di Borges a cominciare, per non andare troppo lontano, da quelle riguardanti il paradosso di Zenone e le letture a cui è stato, nel corso dei secoli, sottoposto. C’è stato poi chi, al posto di Borges, si è assunto il compito di tracciare tale complesso profilo biografico. Il riferimento è al libro Breve storia dell’infinito di Paolo Zellini. Il suo percorso ha inizio con Anassimandro, insegue la nozione di infinito nel corso dei secoli, individua la svolta operata da Cartesio (con la distinzione tra infinito e indefinito) fino ad approdare a Heidegger, alla testimonianza di Robert Musil, alla nozione di «inconscio gnoseologico» di Hermann Broch, vale a dire di «quel punto di raccordo delle varie attività dello spirito che culmina nella precognizione dell’infinito»12.

Ma non è possibile seguire le tappe e i continui spostamenti di questo secolare itinerario: è tempo di tornare a Baudelaire e ai volti che l’infinito ci mostra nella sua opera.

In una lettera indirizzata ad Armand Fraisse, redattore del «Salut public», e datata Parigi 18 febbraio 1860, Baudelaire si sofferma su una questione apparentemente di carattere metrico, ma tale da coinvolgere, in realtà, una vera e propria concezione della poesia, da compiere una svolta che si può definire, senza troppe esitazioni, epocale. Baudelaire prende in considerazione la forma del sonetto e osserva come essa sia ideale per esprimere la grandezza di sensazioni e pensieri: «Al Sonetto si confà tutto, la stravaganza, l’intrigo amoroso, la passione, la fantasticheria, la meditazione filosofica. Ha la bellezza del metallo e del minerale lavorato bene»13. Le ragioni di questa eccellenza sono dette subito dopo, e vanno ravvisate nella capacità di uno spazio circoscritto di suggerirci l’illimitato, di cogliere, dell’ambiente circostante, la dimensione più vicina al vero: «Avete osservato come un pezzo di cielo, scorto attraverso uno spiraglio o tra due camini, due rocce, o attraverso un’arcata, ecc., dia un’idea più profonda dell’infinito del grande panorama visto dall’alto di una montagna?»14.

L’immagine è suggestiva, ma a noi interessa soprattutto perché in grado di farci comprendere la straordinaria efficacia della forma breve, tale da aprire uno spiraglio verso l’infinito. L’intuizione di Baudelaire ‒ secondo cui il testo breve è più efficace della forma lunga ‒ non è casuale né estemporanea, ma poggia su alcune letture che furono per lui folgoranti, fondamentali. Si tratta delle pagine di Coleridge e di quelle dell’autore da Baudelaire più assiduamente letto, studiato e tradotto: Edgar Allan Poe. Nella Filosofia della composizione,lo scrittore americano osservava: «Inutile dimostrare che una poesia è tale solo in quanto eccita intensamente l’anima, elevandola, e tutte le eccitazioni intense sono, per necessità psichica, brevi»15, e nel Principio poetico ribadiva: «Sostengo che l’espressione “lungo poema” è non altro che una chiara contraddizione in termini. […] Il grado d’esaltazione grazie al quale una poesia acquista il diritto di essere chiamata tale, non può essere mantenuto per tutta la durata d’una composizione molto lunga»16.

Che si tratti di parole non trascurabili per la definizione di una nuova concezione del fare poetico ce lo conferma un articolo di Montale pubblicato nel 1940 sulla rivista «Primato». Ne stralciamo un paio di frasi. Montale sta facendo riferimento al noto saggio di Luciano Anceschi Autonomia ed eteronomia dell’arte: «La poesia, per limitarci a questa, ha ricercato se stessa, le leggi della propria purezza, è giunta talora a trarre diretta ispirazione da questa raggiunta autocoscienza»17. E prosegue indicando la genealogia di questa svolta: «Seguiamo, didatticamente un filo solo per orientarci (ma i fili sono moltissimi). È ben nota l’opinione – che il Poe riprese dal Coleridge – secondo la quale è solo ammissibile e legittimo il poema breve; non potendosi ammettere piaceri, o commozioni, di lunga durata. […] Ora è chiaro che il poema breve doveva guadagnare in intensità ciò che perdeva in estensione; dal poema breve al poema intenso, concentrato, è corto il passo; ancora più corto il passo dal poema intenso al poema oscuro»18.

Per Baudelaire tale processo, che conduce a una concentrazione della scrittura poetica, comporta una concisione e una densità che possono farci intravedere, in maniera nitida, una dimensione letteralmente sconfinata. Proprio se la forma è costrittiva, ci fa notare, l’idea scaturisce più intensa. Il frammento di cielo diviene pertanto l’immagine di un infinito in piccolo, diminuito. È proprio questa la particolarità che Baudelaire coglieva in Eugène Delacroix: «Si potrebbe dire che, con una immaginazione più ricca, egli esprime soprattutto ciò che è più segreto del cervello, l’aspetto stupefacente delle cose, tanto la sua opera ritiene, senza alterarli, l’impronta e l’umore della sua concezione. È l’infinito nel finito. Sì, è il sogno! E con questa parola non intendo il cafarnao della notte, ma la visione generata da un’intensa meditazione, o, nei cervelli meno fecondi, da un’eccitazione artificiale»19.

La formula dell’infinito nel finito, uno dei punti fondamentali della filosofia idealistica tedesca, era stata già utilizzata da Schelling come definizione del bello20. In Baudelaire quella formula acquisterà anche, e soprattutto, un altro sapore: il cielo diventerà, nella poesia Le Cygne, «crudelmente azzurro e ironico [ironique et cruellement bleu]», si trasformerà in allegoria. E l’infinito affiorerà soltanto nella melanconia di «chi ha perduto ciò che non si ritrova / mai più».

Una stregoneria evocatrice

«I vizi dell’uomo, per quanto li si supponga pieni di orrore, contengono la prova (non fosse altro che per la loro infinita espansione!) del suo gusto dell’infinito; ma è un gusto che spesso sbaglia strada»21. Nel passo appena citato, Baudelaire sta analizzando gli effetti dell’hascisc su chi ne fa uso. Il punto di partenza è costituito dall’espansione a oltranza della individualità. Da qui un dipanarsi dell’immaginazione umana che Baudelaire intende seguire fino alle estreme conseguenze. La metamorfosi delle forme e dei colori è il primo passo di questo processo: «I colori prenderanno un’energia inconsueta e entreranno nel cervello con un’intensità vittoriosa. Delicate, mediocri, o anche brutte, le pitture del soffitto si rivestiranno di una vita impressionante; le più grossolane tappezzerie che rivestono le pareti degli alberghi prenderanno rilievo e profondità come splendidi diorami. Le ninfe dagli sguardi abbaglianti vi guarderanno con grandi occhi più profondi e più limpidi del cielo e dell’acqua; i personaggi dell’antichità, bardati nei loro costumi sacerdotali o militari, scambiano con voi, col semplice sguardo, confidenze solenni. La sinuosità delle linee è un linguaggio definitivamente chiaro, nel quale leggete l’agitazione e il desiderio delle anime»22.

I punti focali della poetica di Baudelaire trovano ora nuovo spazio: le analogie, le corrispondenze si impongono allo sguardo; l’allegoria «riprende il suo legittimo dominio nell’intelligenza illuminata dall’ebbrezza». L’hascisc ricopre ogni cosa, si stende su «tutta la vita come una vernice magica». E i suoi effetti finiscono per coinvolgere anche il linguaggio: «La grammatica, la stessa arida grammatica diventa qualcosa come una stregoneria evocatrice; le parole risuscitano rivestite di carne e di ossa, il sostantivo, nella sua maestà sostanziale, l’aggettivo, abito trasparente che lo veste e lo colora come una vernice, e il verbo, angelo del movimento, che dà la spinta alla frase»23. Anche la musica, «lingua cara ai pigri o agli spiriti profondi», subisce una metamorfosi «e vi racconta il poema della vostra vita», a tal punto che ogni movimento del ritmo finisce per battere in sintonia con i movimenti dell’anima. È un esito sorprendente, è l’origine di un nuovo linguaggio. L’immagine del dizionario, che già abbiamo incontrato, ora si trasforma, diviene un corpo, un respiro: «ogni nota si trasforma in parola e l’intero poema entra nel vostro cervello come un dizionario dotato di vita»24. L’infinito coinvolge e contagia la fisionomia del soggetto, la cui individualità a questo punto, vede infrangersi i suoi stretti limiti, si colloca, «sotto l’impero del veleno», al centro dell’universo: «Nessuno si stupirà che un pensiero finale, supremo, scaturisca dal cervello del sognatore: “Io sono diventato Dio!”; che un grido selvaggio, ardente, gli prorompa dal petto con tale energia, tale potenza d’impeto che se gli atti di volontà e le credenze di un uomo ubriaco avessero una virtù efficace, questo grido farebbe precipitare gli angeli sparsi per i sentieri del cielo»25. Del resto nei versi della poesia Le poison, Baudelaire aveva messo a fuoco la paradossale dote, in quel caso dell’oppio, di estendere la percezione persino di uno spazio ormai senza più limiti: «L’oppio ingrandisce ciò che non ha fine, /l’illimitato estende»26.

Ma nelle pagine che Baudelaire dedica ai paradisi artificiali trovano spazio anche considerazioni sugli effetti inquietanti che l’hascisc provoca sul pensiero: «Qui il ragionamento non è più che un rottame in balìa di tutte le correnti, e il susseguirsi dei pensieri è infinitamente più accelerato e più rapsodico. Ciò significa, credo in modo abbastanza chiaro, che l’hascisc è, nel suo effetto presente, molto più veemente dell’oppio, molto più nemico della vita regolare e, in una parola, molto più perturbante»27.

Anche il bilancio offerto dall’oppio non è a sua volta meno inquietante. Dalla lettura delle Confessioni di un oppiomane di Thomas De Quincey, Baudelaire avrà notizia dell’effetto paralizzante causato dalla sistematica assunzione della sostanza: l’interruzione degli studi da parte del mangiatore di oppio; il riaffiorare, ma solo a intervalli, della sua capacità di nutrirsi dei grandi poeti, di leggere i testi di Wordsworth; l’impossibilità di dedicarsi alla sua vera vocazione, la filosofia, e di portare avanti il progetto di un’opera dal titolo De emendatione humani intellectus, lasciata pertanto incompiuta e sospesa, «con l’aspetto desolato di quelle grandi costruzioni intraprese da governi prodighi o da architetti imprudenti»28 .

In un passaggio della sua analisi, Baudelaire definisce le Confessioni di De Quincey un libro senza epilogo. Forse qualcosa di simile si potrebbe sostenere a proposito dei Paradisi artificiali. C’è però un’immagine che si impone con forza suggestiva, in cui l’eccitazione provocata dall’oppio gioca un ruolo non secondario, in grado di rivelarci la persistenza della scrittura, di ciò che a un primo sguardo non sembra altro che cenere. Tutto parte da un aneddoto. Lasciamo raccontare Baudelaire: «Un uomo di genio, malinconico, misantropo, volendo vendicarsi dell’ingiustizia del suo secolo, gettò un giorno nel fuoco tutte le sue opere manoscritte. E poiché gli veniva rimproverato questo terribile olocausto fatto all’odio, che d’altra parte era il sacrificio di tutte le sue speranze, rispose. “Che importa? L’importante era che quelle cose venissero create; sono state create, dunque esistono”»29.

Si può ipotizzare che quell’uomo fosse il compositore Émile Douay30, ma di certo la convinzione che esprimono le sue parole era pienamente condivisa da Baudelaire, che in Razzi, XLIII, 79 scriverà: «Ogni cosa creata, anche dall’uomo, è vita immortale»31. E tra gli esiti a cui l’oppio può condurre, del tutto simili in questo caso a quelli raggiunti «nell’ora della morte, o durante la febbre», va secondo Baudelaire annoverata la capacità di ridare vita e nitore a quanto giace sepolto nella nostra memoria, di ritrovarvi ciò che appariva perduto, di cogliere in ultimo, di questa facoltà, l’illimitata potenza. Un’arma a doppio taglio, ovviamente, e Baudelaire lo spiega con queste parole: «E se in questa credenza c’è qualcosa di infinitamente consolante, quando il nostro spirito si volta verso la parte di noi stessi che possiamo considerare con compiacimento, non c’è forse qualcosa di infinitamente terribile, nel caso futuro, inevitabile in cui il nostro spirito si volterà verso quella parte di noi stessi che non possiamo affrontare se non con orrore? Nell’ambito spirituale come in quello materiale nulla va perduto. […] Il palinsesto della memoria è indistruttibile»32.

Il riso e l’immaginazione

Tra i testi critici di Baudelaire, un posto di sicuro rilievo occupa il saggio De l’essence du rire et généralement du comique dans les arts plastiques, pubblicato su «Le Portefeuille» l’8 luglio del 1855, nel quale egli intende condividere col lettore alcune riflessioni sul genere della caricatura. Non un tema come un altro ma, confessa Baudelaire, qualcosa che si era trasformato col tempo nella sua mente in una sorta di ossessione. Per trattare l’argomento con un certo ordine e renderlo più facilmente assimilabile, Baudelaire ammette di aver dovuto ricorrere a doti di filosofo e di artista, e di essersi concentrato solo su quelle opere che «contengono un elemento misterioso, duraturo, eterno, che le raccomanda all’attenzione degli artisti»33. Tuttavia anche con questa avvertenza l’impresa avrebbe potuto, a suo giudizio, prestare il fianco alle obiezioni di qualche spirito pedante, pronto a negare lo statuto di genere alla caricatura e ad accusare l’autore di frivolezza. «Ma occorre allora dimostrare che niente di quanto viene dall’uomo è frivolo allo sguardo del filosofo», è pronto a replicare Baudelaire, il quale poche righe più sopra aveva individuato il vero argomento del saggio nel fatto «che questo elemento inafferrabile del bello s’insinui persino nelle opere chiamate a rappresentare all’uomo la sua bruttezza morale e fisica»34.

Si parte da una constatazione: il riso e il pianto non poterono figurare nel paradiso di delizie. Entrambi sono figli della sofferenza, e comparvero allorché al corpo dell’uomo fiaccato venne meno la forza per reprimerli. Il comico rientra pertanto tra i segni più satanici dell’uomo, è «uno dei tanti semi racchiusi nella simbolica mela»35. Alla base vi è una sorta di orgoglio inconscio, l’idea demoniaca della propria superiorità. Affermazione notevole, tanto da costituire una anticipazione della teoria sul riso di Bergson. Espressione tra le più ricorrenti della follia, il riso, aggiunge Baudelaire, è spesso provocato dalla vista della disgrazia altrui (un uomo che scivola sul ghiaccio e cade, per esempio). Il carattere satanico del riso trova il suo archetipo nel Melmoth di Charles Robert Maturin, vero e proprio «codice del Romanticismo», esplosione perenne della collera e della sofferenza. Melmoth è «l’esito necessario della sua duplice natura contraddittoria, infinitamente grande rispetto all’uomo, infinitamente vile e bassa rispetto al Vero e al Giusto assoluti»36; il suo riso è una presenza insonne, imperturbabile come una malattia che segue il suo corso. Date queste premesse, possiamo meglio comprendere l’affermazione di Baudelaire secondo la quale il riso è segno di una grandezza infinita e insieme di un’infinita miseria: «miseria infinita in rapporto all’Essere assoluto di cui possiede il concetto, grandezza infinita in rapporto agli animali»37. Tutta la baudelairiana teoria del comico si condensa in un’asserzione che ha in sé qualcosa di definitivo: «Dal continuo scontro di questi due infiniti promana il riso».

Questa dimensione scissa, doppia, ormai solidamente presente nella nostra cultura e di cui non sarebbe arduo individuare l’origine38, è il punto focale della riflessione di Baudelaire, che giunge a individuare la fisionomia del grottesco o comico assoluto, a distinguerlo dal comico significativo e a tratteggiare le differenti varietà del comico in base al clima, alle inclinazioni e alle qualità nazionali.

Un paio di anni più tardi, passando in rassegna l’opera di caricaturisti francesi e non, Baudelaire si sofferma con particolare attenzione sui lavori di Brueghel il Vecchio, forse anche perché sembra riassumersi, in questo artista, buona parte degli aspetti individuati fin qui: «Nei quadri fantastici di Brueghel il Vecchio si rivela tutta la potenza dell’allucinazione. Nessun artista potrebbe comporre opere così mostruosamente paradossali, se non vi fosse sospinto, sin dal nascere, da una qualche forza sconosciuta. Nell’arte, cosa troppo poco osservata, la parte rimessa alla volontà dell’uomo è molto meno ampia di quanto non si creda»39.

Poche righe più avanti Baudelaire parla di una sorta di mistero a proposito dell’arte di Brueghel, dove la Natura si trasforma continuamente in logogrifo, e infine sembra trovare le sue radici in un arcano psichico, vale a dire in «una sorta di grazia speciale e satanica», di follia. Affermazione significativa, e che non contrasta affatto con la reazione che a sua volta lo spettatore può provare di fronte a un’opera d’arte. Ce lo conferma un passo di un altro saggio, in cui Baudelaire riassume in poche righe quella che egli definisce una lezione di critica: «Mi accadrà spesso di apprezzare un quadro unicamente per l’insieme di idee o di immaginazioni fantastiche che saprà indurre nel mio spirito»40. Non serve l’erudizione, e nemmeno il ricorso a categorie come l’utile o il progresso per apprezzare la bellezza di un quadro. «La pittura è un’evocazione, un’operazione magica», un gesto che, come la scrittura, fa affidamento sul potere dell’immaginazione. In cosa consista tale potere, Baudelaire ce lo spiega in una pagina del Salon del 1859: «L’immaginazione invero ha appreso all’uomo il senso morale del colore, del contorno, del suono e del profumo. Essa ha creato, al principio del mondo, l’analogia e la metafora. Essa scompone tutta la creazione e, con i materiali raccolti e disposti secondo le regole di cui non si può trovare l’origine se non nel più profondo dell’anima, crea un mondo nuovo, produce la sensazione del nuovo»41.

Un guerriero, un diplomatico, uno scrittore, senza la spinta dell’immaginazione, sono inevitabilmente destinati al fallimento. La conclusione a cui giunge Baudelaire non ci sorprende, perché ci riporta al cuore del problema: «L’immaginazione è la regina del vero, e il possibile è una provincia del vero. Essa è concretamente congiunta con l’infinito»42.

Sentire l’infinito

Nel “Confiteor” dell’artista, una pagina che fa parte dello Spleen di Parigi, Baudelaire si sofferma su una sensazione, le cui principali qualità, sottolinea, appaiono del tutto in contrasto tra loro. Ecco il passo: «Come le fini dei giorni d’autunno sono penetranti! Ah! Penetranti fino al dolore! Poiché vi sono sensazioni deliziose in cui la vaghezza non esclude l’intensità, e non c’è punta più acuminata di quella dell’Infinito»43.

Non è molto importante, in questo caso, riscontrare un’ulteriore conferma della presenza del tema dell’infinito in Baudelaire; c’è piuttosto qualcosa di essenziale che le parole riportate suggeriscono. Per dirlo nel modo più semplice: l’infinito, per Baudelaire, non è un’idea, un concetto, una questione, non è nemmeno un problema di cui si possa fare la storia, breve o lunga che sia. L’infinito è, al contrario, una sensazione, qualcosa che si percepisce con il corpo, qualcosa la cui indeterminata vastità non impedisce di ferirci come la lama di un coltello. Le parole, al cospetto dell’infinito, mostrano tutta la loro insufficienza, faticano a cogliere la sua natura sfuggente, contraddittoria, estranea a ogni logica eppure così deliziosa, dice Baudelaire, e lacerante. Forse non siamo molto lontani dal nucleo oscuro che genera il linguaggio della poesia, che fa del dizionario non uno strumento per veicolare informazioni e concetti, ma una trama in grado di restituirci, in tutto o in parte, la vaghezza e l’intensità di quel che percepiamo, l’enigma ‒ orribile, seducente ‒ delle cose. La dinamica delle corrispondenze è solo l’esito più vistoso di una lingua, quella dei Fiori del male, capace di farsi veicolo di innumerevoli sensazioni, capace di nominare gli odori, i suoni e i colori di cui l’anima può inebriarsi, di rendere visibile il luccicare della pelle dell’amata «come seta che oscilla e trascolora» (Le serpent qui danse, v. 3), di farci percepire il profumo che «al canto degli equipaggi si mischia nel mio cuore» (Parfum exotique, v. 14), l’incanto e il mistico chiarore degli occhi di lei, «come di ceri che nel giorno il sole /sfuoca ma non cancella» (Le flambeau vivant, vv. 10-11).

I fiori del male parlano questa lingua delle sensazioni. Tutta l’opera di Baudelaire ci avverte che scrivere poesie, leggere un quadro o un romanzo, formulare un giudizio critico sono gesti che possono nascere soltanto dal valore sensibile, letteralmente estetico, delle cose. È proprio la poesia che s’intitola Hymne à la Beauté a darcene una prova: «Che importa che tu venga dall’inferno o dal cielo, / o mostro enorme, ingenuo, spaventoso! / se grazie al tuo sorriso, al tuo sguardo, al tuo piede /penetro un Infinito che ignoravo e che adoro?» (vv. 21-24)44.

L’alfabeto dell’abisso

L’infinito mostra spesso in Baudelaire, e non solo nelle deformazioni del comico, un volto inquietante, un lato demoniaco, che coinvolge anche il linguaggio. Una delle poesie aggiunte alla terza edizione delle Fleurs, vale a dire Le gouffre, ce ne fornisce un esempio. Tutto è abisso, vi si legge: «l’atto, il desiderio, il sogno» e, ovviamente, la parola, tutto indica una profondità in cui rischiamo di precipitare, uno spazio dentro di noi («Pascal aveva il proprio abisso, e sempre / se lo portava dietro») che ci affascina e ci spaventa, un vuoto che sembra inghiottire ogni cosa e non concedere la possibilità di un ritorno. Non è un caso che proprio Pascal venga citato nel primo verso del componimento. Forse rappresentava per Baudelaire uno spirito fraterno, il solo che, avendo compreso che non esiste certezza nella ragione, non avesse rifuggito l’eccessivo, l’assoluto, il profondo. Nel suo saggio Baudelaire e l’esperienza dell’abisso, Benjamin Fondane ci ricorda come per l’autore dei Fiori del male la poesia fosse una «recherche en gémissant»45. I suoi versi, le sue immagini non si attengono al giusto mezzo, i suoi sentimenti spesso danno spazio alla rabbia, all’odio, a un’angoscia senza rimedio. Così Baudelaire e Pascal percorrono strade diverse, ma forse il loro abisso in buona misura si assomiglia. Erano entrambi geometri (il matematico Pascal, il Baudelaire seguace, lo si è visto, della dottrina del Poetic Principle) prima che l’Abisso venisse a toglierli da un’impasse per gettarli in un’altra, mostrasse l’imprevedibile infondatezza delle loro convinzioni più salde. Pascal abbandonò la matematica, Baudelaire intuì che non è possibile liberarsi dall’io, per quanto detestabile, che la poesia è legata «alle vecchie superstizioni, al pensiero dei primitivi, e alle passioni fino a oggi attribuite alla carne»46.

Se interroghiamo la ragione, annotava Fondane, essa ci risponderà che l’arte può esistere solo mantenendosi nel finito: l’abisso è una minaccia, un’esperienza che compromette la riuscita dell’opera, che rompe l’equilibrio della forma e talvolta − ce lo ricordano i casi di Gogol’, di Rimbaud – arriva persino a bloccare il processo creativo. Ma Baudelaire aveva compreso che senza il tentativo di restituire il volto atroce e inesprimibile delle cose, senza lasciar sgorgare la vena irrazionale dentro di noi, non ci può essere arte, letteratura. I versi di Baudelaire, per quanto imperfetti, aprono su qualcosa. Egli ha preferito «le crepe all’eleganza, […] la magia consunta all’espressione priva di magia, la difformità vivente all’armonia minore e artificiale, il topo vivo al giocattolo»47, e così facendo ha cambiato definitivamente la concezione stessa della poesia.

La lettura di Fondane ci invita a inseguire altre immagini dell’abisso in Baudelaire. Nel testo in tal senso forse più noto, vale a dire L’Albatros, s’impone il movimento della nave, «in lieve corsa sugli abissi amari[les gouffres amers]», sulla quale l’uccello catturato viene irriso dai marinai. Commentando questo verso, Antonio Prete ha annotato: «L’ultimo sintagma, come si sa, ha nelle Fleurs du mal una sua trama di senso. Abissale cifra della perdita, orizzonte dello sprofondamento – dello sguardo, della coscienza – topos del rispecchiamento di sé nel mare oscuro di un’interiorità insondabile»48. Ed ecco affiorare, tra i nodi di questa trama, i versi di Le Voyage, il sapore amaro dei desideri di chi un giorno, «col fuoco nel cervello», decide finalmente di partire, di chi scopre che ormai l’infinito alberga dentro di sé, ed è disposto a calarsi nell’abisso («Plonger au fond du gouffre», v. 143) pur di incontrare qualcosa di nuovo. Infinito e abisso si fanno sinonimi, indicano l’oscurità dalla quale è avvolta l’anima del poeta e dalla quale si muove la sua disperata richiesta di aiuto: «Io t’imploro – Te, l’unica che amo! ‒ / dal buco senza luce dove giace il mio cuore» (De profundis clamavi, vv. 1-2).

L’abisso è la caduta, è il volo di Icaro, i cui occhi consunti vedono «soltanto ricordi di soli» (Les Plaintes d’un Icare, v. 8), è l’improprio, l’inappartenenza, un baratro a cui chi vi precipita non potrà mai donare il suo nome. È il terreno calcinato, ricoperto di cenere su cui si aggira, bersaglio di risa e di ammicchi, la figura del poeta (La Béatrice). Solo da un luogo simile potrà giungere ormai la lingua della poesia. Di questo infinito si comporrà il suo alfabeto.

Arabeschi

Di tutte le immagini passate davanti agli occhi di Baudelaire, sognate, generate dall’assunzione di una droga, prodotte da una macchina49, le più enigmatiche sono quelle che suggeriscono una dimensione labirintica, replicabile all’infinito. Per esempio, l’arabesco50. Baudelaire vi si sofferma brevemente in un passaggio del suo testo dedicato a Delacroix, nel punto in cui cerca di venire a capo dello straordinario fascino emanato dalle tele di colui che considerava «la mente più aperta a tutte le conoscenze e a tutte le impressioni»51. Quel potere di seduzione in gran parte risiedeva nella capacità dell’artista di operare con gli elementi formali ed essenziali del linguaggio pittorico: «La linea e il colore fanno entrambe pensare e sognare; i piaceri cui dànno origine sono di una natura diversa, ma perfettamente uguale e assolutamente autonoma dal soggetto del quadro»52. Si respira un’atmosfera magica in un quadro di Delacroix, cupa e tuttavia ammaliante, sostiene Baudelaire, che conclude: «È il segno certo del vero, perfetto colorista». L’analisi del soggetto nulla può togliere né aggiungere a quel piacere primitivo. E volendo rovesciare l’esempio, il risultato non cambia: una figura ben disegnata provoca a sua volta un piacere dovuto unicamente «all’arabesco che ritaglia nello spazio»53. L’atto pittorico, insomma, prescinde da ciò che il dipinto rappresenta. È la forma, l’accostamento dei colori, il movimento delle linee che, messo in secondo piano ogni riferimento concreto, viene a costituire l’essenza dell’operazione artistica54.

Ma non bisogna pensare che ciò indichi un gesto freddo, impersonale o puramente decorativo. La dinamica delle forme, l’intreccio delle linee, il cromatico contrappunto finiscono per farsi tramite di un palpito, di una vibrazione. È una verità che possiamo comprendere meglio se, per un momento, ci allontaniamo da tele e disegni e volgiamo lo sguardo a un aspetto della realtà quotidiana. Lo fa per noi Baudelaire, richiamando alla memoria un frammento di un’esperienza di viaggio. Qualcosa di simile a un arabesco si forma dinnanzi ai nostri occhi: un movimento circoscritto, ma potenzialmente senza fine, in cui si rendono percepibili le pulsioni più profonde, abissali, che fermentano in ogni individuo. Sono loro a generare un’interminabile sequenza di creature dell’immaginazione: «Io credo che il fascino infinito e misterioso che alberga nella contemplazione di una nave, e soprattutto di una nave in movimento, è legato, nel primo caso, alla regolarità e alla simmetria, che sono uno dei bisogni primordiali dello spirito umano allo stesso grado della complicazione e dell’armonia, ‒ e, nel secondo caso, alla moltiplicazione successiva e alla generazione di tutte le curve e figure immaginarie operate nello spazio dagli elementi reali dell’oggetto»55.

È la descrizione di un evento che si potrebbe persino definire banale, ma che agli occhi del poeta assume una straordinaria profondità, un significato, ancora una volta, esteso e insieme penetrante. Nei solchi tracciati dalla nave si può finalmente sfogliare l’archivio e la sintesi di ogni destino: «L’idea poetica che si sprigiona da questa operazione del movimento nelle linee è l’ipotesi di un essere vasto, immenso, complicato ma euritmico, di un animale pieno di genio, che soffre e sospira tutti i sospiri e tutte le ambizioni umane»56.

1 Sulla storia dell’immagine del libro della Natura cfr. Ernst Robert Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino, tr. it., Firenze, La Nuova Italia, 1992, pp. 354-361.

2 Charles Baudelaire, L’opera e la vita di Eugène Delacroix, in Opere, a cura di Giovanni Raboni e Giuseppe Montesano, Milano, Mondadori, 1996, p. 1326; da questa edizione sono tratte tutte le citazioni, fatta eccezione per le lettere.

3 Ivi, p. 1328.

4 Charles Baudelaire, Il vulcano malato, Lettere 1832-1866, tr. it., Roma, Fazi, 2007, p. 140.

5 Walter Benjamin, Su alcuni motivi in Baudelaire, in Opere complete, vol. VII: Scritti 1938-1940, a c. di Rolf Tiedemann, tr. it., Torino, Einaudi, 2006, p. 404.

6 Ivi, pp. 404-405.

7 C. Baudelaire, Riflessioni su alcuni dei miei contemporanei: Victor Hugo, p. 930.

8 Ibidem.

9 In una lettera a Charles Asselineau del 13 marzo 1856, per esempio, Baudelaire presenta i sogni come «un linguaggio quasi geroglifico di cui non ho la chiave» (Il vulcano malato, cit., p. 142).

10 Jorge Louis Borges, Discussione, in Opere complete, tr. it., Milano, Mondadori, 2005, I, p. 393.

11 Ibidem.

12 Paolo Zellini, Breve storia dell’infinito, Milano, Adelphi, 1980, p. 245.

13 Baudelaire, Il vulcano malato, cit., p. 221.

14 Cfr. anche Baudelaire, Razzi, XXX, 55, p. 1436: «Perché lo spettacolo del mare è così infinitamente ed eternamente piacevole? Perché il mare offre a un tempo l’idea di immensità e del suo movimento. Sei o sette leghe rappresentano per l’uomo il raggio dell’infinito. Ecco un infinito in piccolo. Che importa, se basta a suggerire l’idea dell’infinito totale? Dodici o quattordici leghe di liquido in movimento bastano a dare l’idea di bellezza più alta che sia offerta all’uomo sul suo transitorio abitacolo».

15 Edgar Allan Poe, Tutti i racconti e le poesie, a cura di Carlo Izzo, Firenze, Sansoni, 1974, p. 1073.

16 Ivi, p. 1085. Per Coleridge il riferimento è al cap. XIV della Biographia Literaria: «Un poema di una certa lunghezza non può essere, né è tenuto a essere, tutta poesia» (Poesie, a cura di Mario Luzi, Milano, Mondadori, 1973, p. 141).

17 Eugenio Montale, Parliamo di ermetismo, in Il secondo mestiere. Arte musica società, Milano, Mondadori, 1996, p. 1532.

18 Ibidem.

19 Baudelaire, Salon del 1859, p. 1218.

20 Ce lo ricordano in una nota (a p. 1664) i curatori dell’edizione italiana delle Opere, che rinviano anche al libro De l’Allemagne di Madame de Staël.

21 Baudelaire, I paradisi artificiali, p. 551.

22 Ivi, p. 582.

23 Ivi, p. 583.

24 Ibidem.

25 Ivi, p. 590.

26 Les Fleurs du mal, p. 105.

27 Baudelaire, I paradisi artificiali, p. 580.

28 Ivi, p. 637.

29 Ivi, p. 670.

30 Cfr. la nota a questo passo nella citata edizione delle Opere, p. 1613.

31 Baudelaire, Opere, cit., p. 1445.

32 Baudelaire, I paradisi artificiali, p. 670.

33 Baudelaire, Dell’essenza del riso e in generale del comico nelle arti plastiche, p. 1101.

34 Ibidem.

35 Ivi, 1105.

36 Ivi, p. 1107.

37 Ivi, p. 1108.

38 Baudelaire, sulla scia di Hugo, individuava nello sdoppiamento tra anima e corpo operato dal cristianesimo l’origine del grottesco: «Gli idoli indiani e cinesi non sanno di essere ridicoli; in noi soli, cristiani, risiede il comico» (ivi, p. 1110 e cfr. la nota relativa a p. 1657).

39 Baudelaire, Alcuni caricaturisti stranieri, p. 1156.

40 Ivi, p. 1163.

41 Ivi, p. 1199.

42 Ibidem.

43 Baudelaire, Lo Spleen di Parigi, p. 388.

44 Di qui l’idiosincrasia di Baudelaire per ogni sistema, di cui riconosce l’incapacità di cogliere «il bello multiforme e di colori cangianti, che si muove nelle spirali infinite della vita» (Esposizione universale – 1855 ‒ Belle arti, p. 1161).

45 Benjamin Fondane, Baudelaire e l’esperienza dell’abisso, tr. it. a cura di Luca Orlandini, Torino, Aragno, 2013, p. 226.

46 Ivi, p. 228.

47 Ivi, p. 353.

48 Antonio Prete, L’Albatros di Baudelaire, Parma, Pratiche, 1994, p. 22.

49 Interessante, in Baudelaire, l’ accenno al fenachistoscopio, oggetto scientifico di cui ci viene spiegato il funzionamento nella Morale del giocattolo, p. 1374: «Supponete un movimento qualsiasi, per esempio l’esercizio di un ballerino o di un giocoliere, suddiviso e scomposto in un certo numero di movimenti; supponete che ognuno di questi movimenti, ‒ diciamo venti, se volete, ‒ sia rappresentato da una figura intera di danzatore o di giocoliere, e che siano tutti disegnati intorno a un disco di cartone. Sistemate questo disco, così come un altro disco forato, a intervalli regolari, da venti finestrine, su un perno all’estremità di un manico che terrete come si tiene un parafuoco davanti al caminetto. Le venti piccole figure, che rappresentano il movimento scomposto di una sola figura, si riflettono in uno specchio posto di fronte a voi. Applicate il vostro occhio all’altezza delle finestrine, e fate ruotare rapidamente i dischi. La rapidità della rotazione trasforma le venti aperture in una sola apertura circolare, attraverso la quale voi vedete riflettersi nello specchio venti figure danzanti, perfettamente simili, che eseguono gli stessi movimenti con una precisione fantastica. Ogni figura ha beneficiato delle altre diciannove. Sul disco essa ruota, e la sua rapidità la rende invisibile; nello specchio, vista attraverso la finestra ruotante, essa è immobile, ed esegue in ordine tutti i movimenti distribuiti tra le venti figure. Il numero dei quadri che si possono creare in questo modo è infinito».

50 Sulla relazione tra l’arabesco e l’infinito si veda il saggio di Titus Burckhardt, L’arte islamica, tr., it., Milano, Abscondita, 2002, p. 82: «L’intreccio geometrico […] ricorda l’unità soggiacente alle cose, essendo generalmente costituito da un solo elemento, una sola corda, un solo tratto, che ritorna senza fine su se stesso».

51 Baudelaire, L’opera e la vita di Eugène Delacroix, p. 1324.

52 Ivi, p. 1333.

53 Ibidem.

54 Il distacco del disegno dal soggetto, lo smaterializzarsi dell’immagine trova conferma in due folgoranti annotazioni: «Il disegno arabesco è il più spiritualista dei disegni» (Razzi, IV, p.1390); e poco più avanti: «Il disegno arabesco è il disegno più ideale di tutti» (ivi, V, p. 1391).

55 Razzi, XV, 22, p. 1402.

56 Ibidem.

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Caspar David Friedrich

DODICI FRAMMENTI PER UNA NUOVA PROSA. Marco Ercolani

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Ettore Frani

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Niente sapere, non insegnare niente, non volere niente, non sentire niente: dormire e ancora dormire, questo è oggi il mio unico voto. Voto infame e disgustoso, ma sincero. (C. Baudelaire)

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«Nelle mie passeggiate solitarie per le città, suol destarmi piacevolissime sensazioni e bellissime immagini la vista dell’interno delle stanze che io guardo di sotto dalla strada per le loro finestre aperte. Le quali stanze nulla mi desterebbero se io le guardassi stando dentro. Non è questa un’immagine della vita umana, de’ suoi stati, de’ beni e diletti suoi?». Così scrive Giacomo Leopardi, nel suo Zibaldone, il 1° dicembre 18281. Qualche decennio dopo, nel 1863, Baudelaire pubblica un breve poème en prose, Les fenêtres, in cui si legge: «Colui che guarda dal di fuori attraverso una finestra aperta non vede mai tante cose come chi guarda una finestra chiusa. Non v’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso e più abbagliante di una finestra illuminata da una candela. Quel che si può vedere in pieno sole è sempre meno interessante di ciò che sfila dietro un vetro. In quel buco nero o luminoso vive la vita, e sogna, e soffre»2.

Leopardi, attratto dalla finestra aperta, guarda dal basso, oltre il vetro. Baudelaire fissa la finestra chiusa, che dietro il vetro nasconde segreti. Due sguardi opposti, ma altrettanto ricchi di un reciproco mistero, che sottolinea la mancanza di adeguamento del poeta ai canoni del reale.

2

Le segrete felicità leopardiane sono illusioni che, nel pensiero tenebroso e intimo di Baudelaire, si dissolvono: qui il “pieno sole” del vedere non ha mai diritto di cittadinanza. Il buio fitto, il filo di luce della candela: segnali di una fessura, di un buco che produrrà suggestioni e che non è solo buco nero d’angoscia, ma anche apertura da cui potrebbero emanare bagliori. La vita sogna e soffre in questi precipizi, dove l’invisibile inventa mondi. Scrive Odilon Redon: «Bisogna rispettare il nero. Nulla può corromperlo: non è piacevole all’occhio e non risveglia alcuna sensualità. È uno strumento dell’intelletto, ben più del più bel colore della tavolozza e del prisma»3. Se Redon pensa il nero come una sorgente di intensa energia, Baudelaire affida il suo pensiero del nero alla parola. Essa diventa l’intimità della riflessione, come dentro un libro sempre aperto che aspetta nuovi segni, rifiutandosi di essere un libro finito. Non esistono libri “finiti” nell’immaginazione dell’artista, ma solo notebooks e schizzi, simili alle “macchie” di Alexander Cozens, il pittore inglese del Settecento i cui paesaggi indefiniti annunciano incubi informi. Come accade in Baudelaire e nel “nero” della sua prosa: «Perché mai sempre la gioia? Forse per divertirvi. Perché la tristezza non avrebbe la sua bellezza? E così l’orrore? E tutto? E non importa cos’altro?»4.

3

Dove oggi è meno attuale, Baudelaire, è in certe visioni dove la retorica diabolica sembra un passaggio obbligato per eleggere perversioni ed eccentricità a simboli clamorosi del male, opposti alla vita mediocre dei contemporanei. Altre vie, nella sua prosa duttile e nervosa, seducono di più. Nel suo tempo Baudelaire era considerato un essere inadeguato, irresponsabile, semifolle. Ma nessuna follia, in sé, produce una qualche opera: ne è il substrato primario e l’artista lo strumento attraverso cui l’energia dell’atto creativo può tradursi in forme intelligibili. Certi eccentrici destini di artisti, che culminano nel malinconico isolamento o nella morte violenta, sono legittimi quando l’arte è vissuta come un “pensare oltre”, che provoca la vita oltre i limiti della percezione. Compito dell’artista, e Baudelaire lo inaugura nella sua opera, è confrontarsi con quanto di non prevedibile e di non apprendibile ci mostrano le emozioni. Suo dovere è andare oltre, ma difendersi da due realtà sostanzialmente opposte: silenzio e delirio. Il silenzio assoluto (non quello relativo, che sostanzia la materia delle opere) è inservibile. E opporsi al delirio come strategia personale, cristallizzata, è necessario: prenderne le distanze per trovare forme espressive fluide, condivise. L’opera vive in quello spazio dove tradire il silenzio è necessario quanto non essere succubi di un’allucinazione: Baudelaire coltiva questo spazio di tradimento e rappresenta la sua “follia regolata”, ancor più che in Les fleurs du mal, nella prosa di Mon cœur mis à nu.

4

Se chi scrive il proprio sogno ha il dovere di essere sveglio, Baudelaire conosce bene il dovere di questa veglia. Nella prosa che inaugura Le Spleen de Paris, L’étranger, qualcuno rimprovera quest’ultimo perché non ama la patria, gli amici, la bellezza, l’oro, Dio, i genitori, e gli chiede: «Eh! Ma allora che cosa ami, straordinario straniero?». Egli risponde: «Amo le nuvole… le nuvole che passano… laggiù!… laggiù!… le nuvole meravigliose!»5. Amare quel che fugge, una bellezza che non può prevedere le proprie forme, è l’insegnamento eretico di Baudelaire. Il poeta indica che è necessario legarsi a qualcosa di instabile, di non anticipabile, di sempre pericoloso. Celebre è la definizione, a preludio di Le Spleen de Paris, con cui Baudelaire tratteggia la natura della sua prosa: «Chi tra noi non ha, nei suoi giorni ambiziosi, sognato il miracolo di una prosa poetica, musicale senza ritmo e senza rima, così duttile e così risentita da adeguarsi ai movimenti lirici dell’anima, agli ondulamenti della fantasticheria, ai soprassalti della coscienza?»6.

Esempi degli «ondulamenti della fantasticheria» li troviamo in due, simili e diverse, descrizioni del mare. In Fusées: «Io credo che il fascino infinito e misterioso che alberga nella contemplazione di una nave, e soprattutto di una nave in movimento, è legato, nel primo caso, alla regolarità e alla simmetria, che sono uno dei bisogni primordiali dello spirito umano, allo stesso grado della complicazione e dell’armonia, – e, nel secondo caso, alla moltiplicazione successiva e alla generazione di tutte le curve e figure immaginarie operate nello spazio dagli elementi reali dell’oggetto»7. In Mon cœur mis à nu: «Perché lo spettacolo del mare è così infinitamente ed eternamente piacevole? Perché il mare offre a un tempo l’idea dell’immensità e del suo movimento. Sei o sette leghe rappresentano per l’uomo il raggio dell’infinito. Ecco un infinito in piccolo. Che importa, se basta a suggerire l’idea dell’infinito totale? Dodici o quattordici leghe di liquido in movimento bastano a dare l’idea di bellezza più alta che sia offerta all’uomo sul suo transitorio abitacolo»8. Baudelaire parla di bellezza non applicando la sua riflessione a un quadro o a una scultura “finiti”, afferrabili dallo sguardo e descrivibili dalla ragione, ma evocando il mare che, pur non essendo illimitato, suggerisce un “effetto di infinito” nel moto delle onde, nella moltiplicazione delle immagini.

5

«E poi, su ogni cosa, c’è una sorta di godimento aristocratico e misterioso, per chi non ha più ambizioni, più nessuna curiosità, nel contemplare, semisdraiato su un belvedere, o poggiato coi gomiti sul molo, tutti i movimenti di quelli che partono e che ritornano»9. A un attimo contemplativo come quello appena citato si alternano momenti di oscura irrequietudine, mai risolti: «A me sembra che starei sempre bene là dove non sono, e senza sosta dibatto con la mia anima il problema di dislocarmi»10. Ma la voglia di cambiare il luogo in cui vivere fa trapelare il carattere risentito della sua prosa, dal ritmo veloce e convulso, mai placato. «Non capisco come possa una mano pura toccare un giornale senza una convulsione di disgusto»11. La sua scrittura conosce a fondo questo tenebroso risentimento. Il gesto del poeta è anche atto di collera o di repulsione nei riguardi del proprio tempo. Baudelaire non sembra a suo agio se non muove la sua prosa come una freccia da scoccare. Quando è descrittivo o sereno, lascia rapidamente quella pausa felice, e lo afferra un’intima violenza contro chi non gli consente di essere pienamente se stesso. Ma poi, ragionando attentamente, si accorge di star bene solo dove non è, in una perenne dissoluzione dell’io che però non rinuncia mai del tutto alla propria centralità: «Della vaporizzazione e della centralizzazione dell’Io. Tutto è là»12.

6

«In Mon cœur mis a nu ogni frammento è una singola scossa dei nervi, che si brucia in poche parole. Ma quanto penetranti. Mai assistiamo al rimestamento di argomentazioni protratte in favore di se stesso. Baudelaire le fuggiva per un puro senso di tedio e per una ripulsa innanzitutto estetica»13. Il poeta francese sembra essere uno scrittore spinto fuori dalla sua scrittura, là dove non c’è posto per nessuno, neppure per lui. Il suo amore per la notte, per le rovine, per il nulla, è superiore ai piaceri della forma letteraria. Raccontando un sogno,scrive: «Sintomi di rovine. Edifici immensi. Innumerevoli, uno sull’altro, appartamenti, camere, templi, gallerie, scalinate, cortiletti ciechi, belvederi, lucernari, fontane, statue. – Crepe, lucertole. Umidità proveniente da un serbatoio vicino al cielo. – Come avvertire le persone, le nazioni –? diciamolo all’orecchio dei più intelligenti. In alto, una colonna scricchiola e le sue due estremità si spostano. Niente è ancora crollato. Non riesco più a ritrovare l’uscita. Scendo, poi risalgo. Una torre-labirinto. Non sono mai riuscito ad uscire. Abito per sempre un edificio che sta crollando, un edificio minato da una malattia segreta.– Calcolo tra me e me, per divagarmi, se una massa così prodigiosa di pietre, di marmi, di statue, di muri, che si urteranno reciprocamente, sarà molto insozzata da questa moltitudine di cervelli, di carni umane e di ossa frantumate. – Vedo in sogno cose tanto terribili che a volte non vorrei più dormire, se fossi sicuro di non essere poi troppo stanco»14 . Questi «sintomi di rovine», la «malattia segreta» che abita il poeta come se fosse un edificio sul punto di crollare, non compongono un decadente trattato di poetica, non costituiscono il manifesto di qualche estetico “rovinismo”, ma la traccia esatta di un’anima che si è sottratta al mondo, e alla quale restano soltanto sogni atroci di dissoluzione. Però frammenti simili a questo possono ancora rappresentare una scrittura estrema, fatta di guizzi nervosi, progetti incompiuti (ricordiamo L’ivrogne, molto simile al Woyzeck di Büchner), frasi isolate, elenchi di titoli o nomi, invettive straziate; una scrittura che oggi possiede l’immaginario dello scrittore contemporaneo, come la chimera aggrappata al collo degli esseri umani in uno dei suoi poèmes en prose15.

7

«Accade così che la grande novità di Baudelaire – la novità della sua poesia – si trova precisamente nella coscienza che egli ha della natura irreale dell’evasione, e nella coscienza che possiede dell’artificiale in quanto finzione. Non si inganna, come i suoi critici, sui suoi ingegnosi stratagemmi: lui sa – per esperienza! – che il cerchio che propone – che ci impone – non ci libera da ciò che più temiamo. E non è forse questa l’eredità che lascia a Rimbaud, il cui tema fondamentale, dopo ogni tentata evasione nell’idea, è il risveglio alla sconfitta?»16 Il «risveglio alla sconfitta», la non-libertà dalle paure, è la consapevolezza che ogni abisso, se popolato da terrori senza nome, non aggiunge nulla all’esperienza dell’arte. L’arte nasce non appena ci separiamo da quella paura e le doniamo la nostra parola. La parola, per Baudelaire, è sempre un risorgere dal buio, senza liberarci da ciò che temiamo.

8

Baudelaire scrive con una leggerezza solo apparente, senza assaporare le singole frasi. Sembra che voglia sbarazzarsi di un’idea. Scrive come se destrutturasse il paesaggio che descrive. Usa il linguaggio come si userebbe un ponte di corda per arrivare da un punto all’altro dell’abisso, fra due rive, e concludere così il viaggio raggiungendo una posizione di quiete. Solo in un secondo momento lavora, grazie alla letteratura, sulle parole: rivede, cancella, aggiunge, riscrive, arricchisce – ma quando ha già visto, nella sua interezza, i nodi e gli intrecci del ponte. Non un ponte di cemento, di ferro o di marmo, ma un legame pulsante, nervoso, lampeggiante, fatto di fibre diverse, oscillante ma resistente, composto dal lavoro ostinato, plurale, onirico, di mente e corpo. Il lettore è come obbligato a seguire le linee e le curve della sua prosa.

9

Forse si scrive per mettere a tacere qualcosa che, dentro di noi, scatena un urlo. Ma quest’urlo non deve esibirsi, poiché se lo facesse si dissolverebbe. Va frantumato in segmenti di frasi, come accade in Mon cœur mis à nu. Solo così lo scrittore mostra chi è realmente. Il poeta non desidera riappacificarsi con il mondo o con le parole. Se non fosse così, non sentirebbe l’impulso a scrivere, la necessità di colmare una mancanza con un sogno eretico. Mette a nudo il proprio cuore, sta con i nervi scoperti. Va alla ricerca di qualcosa che ancora non conosce e intorno a cui non riesce a fare chiarezza, pervaso com’è da una febbre senza oggetto. La poesia si confronta con la necessità di questa febbre. Baudelaire, come ogni poeta, vive stati di trance. Senza questa sospensione visionaria, l’impulso a “fare arte” non avrebbe senso. La poesia richiede di sperimentare emozioni, nodi che soffocano il respiro, e di farli emergere nel testo con nitida chiarezza. Ogni poesia è dissipazione, dispersione, desiderio di libertà. È energia destinata a dissolversi, ma testimoniata dalla scia dei testi. Il primo poeta dal quale impariamo questi concetti è proprio Charles Baudelaire: «Grande delizia annegare lo sguardo nell’immenso del cielo e del mare! Solitudine, silenzio, purezza incomparabile dell’azzurro! all’orizzonte una minuscola vela in brividi che imita, nella sua solitudine e piccolezza, la mia irrimediabile vita, monotona melodia della risacca: tutte queste cose pensano attraverso di me, o io attraverso di loro, – poiché nella grandezza del sognare, l’io si dissipa veloce»17.

10

Baudelaire parla di sogni e dissipazioni, ma altrove invoca il comico assoluto. In alcune sue frasi mette in rapporto la comicità con la perdita dell’equilibrio della ragione. «Nello stesso istante fa ingresso la vertigine; circola nell’aria; la si respira; è la vertigine che riempie i polmoni e rinnova il sangue nei ventricoli. Ma cos’è questa vertigine? È il comico assoluto, impadronitosi di ogni essere. Leandro, Pierrot, Cassandro compiono gesti fuori dall’ordinario, che dimostrano come si sentano introdotti di forza in una nuova esistenza. Essi non ne sono scossi. Si preparano ai grandi disastri e al destino tumultuoso che li attende, come chi si frega le mani, dopo averci sputato sopra, prima di compiere una prodezza. Fanno mulinello con le braccia, simili ai mulini a vento sferzati dalla tempesta»18. Alla fine di De l’essence du rire, Baudelaire definisce in modo conclusivo l’artista contemporaneo: «Allo stesso modo, per una legge opposta, l’artista non è tale se non a condizione di essere duplice e di non ignorare nessun fenomeno della sua doppia natura»19.

Baudelaire ne è consapevole quando, nel suo saggio su Quelques caricaturistes étrangers, cita Goya e descrive, con immagini di inusitata potenza, una sua incisione. Essa «ritrae un paesaggio fantastico, un impasto di nubi e di rocce. È un angolo di Sierra sconosciuta e disabitata? un’immagine del caos? Qui, in questo teatro abominevole, si svolge una lotta accanita fra due streghe sospese in aria. Una è a cavallo sull’altra; la bastona e la soggioga. I due mostri rotolano per l’aria tenebrosa. Tutta la laidezza, tutto il luridume morale, tutti i vizi che può concepire la mente umana sono iscritti sui due volti, che, secondo un’abitudine frequente e un procedimento misterioso dell’artista, hanno insieme dell’uomo e della bestia»20.

L’artista, immerso nella sua duplice natura, è armonico e razionale, vulcanico e indocile. I suoi giorni sono ora pieni e ora vuoti, dominati da una Wahnstimmung, da una “tempesta emotiva” che rende le comuni parole strumenti di una lingua da cui scaturisce un’irripetibile e violenta genesi poetica. Anche studiando ogni frammento di Baudelaire, non riusciremo mai a decifrarne la natura bizzarra, il risultato visibile, immenso, fiammeggiante, ma mutevole, infedele, limpido e corrotto insieme. «Vi è in ogni mutamento qualcosa di infame e insieme di piacevole, qualcosa che ha dell’infedeltà e del trasloco»21. In effetti, il sentimento della dislocazione, dell’esserci non essendoci, abita sempre la prosa di Baudelaire: è la sua metafora di elezione. Anche la passione con cui descrive i suoi amori e i suoi disgusti è un sismografo oscillante e non assoluto. Con lui la poesia non parla solo di se stessa, non si chiude in un’esterna griglia retorica. Scrive Calasso: «Anche il funambolismo della veggenza, che Rimbaud praticò con superbo fiuto teatrale, non era congeniale a Baudelaire. Quando scrive sullo scrivere, non c’è mai in lui abuso di termini ieratici o altisonanti, quasi per una allergia o per una diffidenza radicata verso le dimostrazioni troppo puntigliose. […] I suoi grandi passi teorici giungono come folate imprevedibili che attraversano un paesaggio accidentato»22. Non è un caso se, mentre leggiamo il seguente passo di Mon cœur mis à nu, proviamo una sottile empatia per la sua mai placata inquietudine: «Studio della grande Malattia dell’orrore per il Domicilio. Ragioni della Malattia. Progressivo aggravamento della Malattia»23.

11

L’artista moderno, per Baudelaire, è assillato dalla curiosità, che può considerarsi il principale motore del genio artistico. La curiosità non è mai sedentaria. «Chi non ricorda un quadro (perché è davvero un quadro!) scritto dalla penna più robusta del nostro tempo, che ha per titolo L’Uomo delle folle? Dietro il vetro di un caffè, un convalescente mentre contempla gioioso la folla, si fonde con il pensiero a tutti i pensieri che gli si agitano attorno. Reduce dalle ombre della morte, egli aspira con delizia tutti i germi e gli effluvi della vita; e siccome è stato sul punto di un oblio totale, ora ricorda e vuole intensamente ricordare ogni cosa. Alla fine, si precipita in mezzo alla folla in cerca di uno sconosciuto la cui fisionomia appena intravista lo ha, nel giro di uno sguardo, affascinato. La curiosità è divenuta una passione fatale, irresistibile»24. L’autore de L’uomo della folla è lo scrittore americano Edgar Allan Poe, l’anima più congeniale a Charles Baudelaire, quella che lui segue nei minimi anfratti delle sue riflessioni. Baudelaire si incontra con Poe, fra l’altro, proprio nel modo di concepire la poesia: «Una folla di persone si figurano che il fine della poesia sia un insegnamento qualunque, che essa debba ora fortificare la coscienza, ora perfezionare i costumi, ora infine dimostrare un qualche cosa di utile. Edgar Poe pretende che gli Americani abbiano specialmente patrocinato questa idea eterodossa; ahimè! non c’è bisogno di andare fino a Boston per incontrare l’eresia in questione. Anche qui essa ci assedia, e tutti i giorni batte in breccia la vera poesia. La poesia, per poco che si voglia scendere in se stessi, interrogare la propria anima, richiamare i ricordi entusiasti, non ha altro fine che se stessa; non può averne altri, e nessuna poesia sarà così nobile, così grande, così veramente degna del nome di poesia, se non quella che sarà stata scritta unicamente per il piacere di scrivere una poesia»25.

12

Non è una riflessione troppo audace quella che ora vi propongo: chiunque legga, oggi e in futuro, Baudelaire, si troverà sempre un passo indietro rispetto a un autore che, pur fingendo di amare la noia e il sonno, non smette mai di essere lucido, clinico, vigile. Quando si penserà di averlo afferrato, lui sfuggirà a ogni definizione. Baudelaire occupa gli spazi che non ci sono ancora: quelli riservati alla libertà della ribellione (Rimbaud) e al rigore della forma (Mallarmé), e che lui è sempre in atto di inventare o contestare, a frammenti e sussulti, perché si trova sempre un passo oltre. «Baudelaire agisce come Chopin (il primo che accostò i due nomi fu Gide, in nota a un articolo del 1910). Penetra là dove altri non arrivano, come un sussurro insopprimibile, perché la sua fonte sonora è indefinita e troppo vicina. Chopin e Baudelaire si riconoscono innanzitutto per il timbro, che può sopraggiungere a folate da un pianoforte celato dietro persiane socchiuse o distaccarsi dal pulviscolo della memoria. E comunque ferisce»26. Alla fine, è difficile non concordare con la sua inevitabile perplessità, che è lui stesso a confessare: «Dunque la mia esistenza ha uno scopo. Quale scopo? Io lo ignoro. Non sono dunque io che l’ho stabilito. È dunque qualcuno, più sapiente di me. Bisogna dunque pregare questo qualcuno di illuminarmi»27. Mai questo “qualcuno” avrà un nome, per il poeta. Sarà forse l’amico demone, il compagno segreto che lo “illumina” così com’è, fermo in un paesaggio di rovine con i frammenti della sua nuova prosa, libero scrittore che, con il bisturi della penna, lascia la sua traccia per altri scrittori liberi. Sempre un passo oltre la morte.Come Giacomo Leopardi prima di lui: «E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quest’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora»28.

Avvertenza

A Genova, nel 2023, all’interno di un seminario filosofico e letterario, nasce l’idea di scrivere intorno ad alcuni temi di Charles Baudelaire. Da questa idea prendono forma i saggi seguenti: Marco Ercolani, Dodici frammenti per una nuova prosa; Luigi Sasso, Baudelaire e il linguaggio dell’infinito; Giuseppe Zuccarino, L’insolenza della natura e la bellezza artificiale.

1 G. Leopardi, Zibaldone, vol. II, Milano, Mondadori, 1997, p. 2980.

2 C. Baudelaire, Le finestre, in Lo Spleen di Parigi, in Opere, tr. it. Milano, Mondadori, 1996, p. 449.

3 O. Redon, A se stesso, tr. it. Torino, Il Quadrante, 1991, p. 161.

4 [Progetto di lettera a Jules Janin], in Opere, cit., p. 1463.

5 Lo straniero, in Lo Spleen de Parigi, cit., p. 387.

6 Ad Arsène Houssaye, ivi, pp. 385-386.

7 Razzi, in Opere, cit., p. 1402.

8 Il mio cuore messo a nudo, in Opere, cit., p. 1436.

9 Il porto, in Lo Spleen di Parigi, cit., p. 454.

10 Any where out of the world. Non importa dove fuori del mondo, ivi, p. 466.

11 Il mio cuore messo a nudo, cit., p. 1446.

12 Ivi, p. 1415.

13 Roberto Calasso, Ciò che si trova solo in Baudelaire, Milano, Adelphi, 2021, p. 47.

14 [Liste di titoli e appunti per romanzi e racconti], in Opere, cit., p. 1513.

15 Cfr. Ognuno la sua chimera, in Lo Spleen di Parigi, cit., pp. 392-393.

16 Benjamin Fondane, Baudelaire e l’esperienza dell’abisso, tr. it. Firenze, Le Lettere, 2024, p. 100.

17 Il «confiteor» dell’artista, in Lo Spleen di Parigi, cit., p. 388.

18 Dell’essenza del riso e in generale del comico nelle arti plastiche, in Opere, cit., p. 1118.

19 Ivi, p. 1121.

20 Alcuni caricaturisti stranieri, ivi, p. 1151.

21 Il mio cuore messo a nudo, cit., p. 14181285.

22 R. Calasso, op. cit., p. 30.

23 Il mio cuore messo a nudo, cit., p. 1429.

24 Il pittore della vita moderna, in Opere. cit., pp. 1279-1280.

25 Nuove note su Edgar Poe, in Opere, cit., pp. 827-828.

26 R. Calasso, op. cit., p. 46.

27 Il mio cuore messo a nudo, cit., p. 1417.

28 G. Leopardi, Dialogo di Plotino e di Porfirio, in Operette morali, Milano, Feltrinelli, 1992, p. 225.

Giovan Battista Piranesi

O SCRITTORE. Leonardo da Vinci

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O scrittore, con quali lettere scriverrai tu con tal perfezione la intera figurazione qual fa qui il disegno? Il quale tu per non avere notizia, scrivi confuso e lasci poca cognizione delle vere figure delle cose, la quale tu, ingannandoti, ti fai credere di poter saddisfare appieno all’uditore, avendo a parlare di figurazione, in qualunque cosa corporea circundata di superfizie. Ma io ricordo che tu non t’impacci colle parole se non di parlare con orbi, o se pur tu voi dimostrar con parole alli orecchi e non all’occhi delli omini, parla di cose di sustanzie o di nature, e non t’impacciare di cose appartenenti all’occhi col farle passare per li orecchi, perché sarai superato di gran lunga dall’opera del pittore.

Con quali lettere descriverai questo core che tu non empia un libro? E quanto più lungamente scriverrai alla minuta, tanto più confonderai la mente dello uditore e sempre arai bisogno di sponitori o di ritornare alla sperienzia, la quale in voi è brevissima e dà notizia di poche cose rispetto al tutto del subbietto di che desideri integral notizia.

Il testo è tratto da: “Leonardo da Vinci, Scritti letterari, a cura di Augusto Marinoni, Rizzoli, Milano 1974.