NOTIZIA. Nanni Cagnone

Se restate alle sue spalle, osservandolo seduto e dedicato cose invisibili – poeta – chiedetevi se egli non stia pensando a sé come ad un traduttore, il quale intenda trasporre nell’abit0 del genere poetico pensieri venuti non diversamente dai vili e negletti trucioli quotidiani.

Se restaste tacendo alle sue spalle, curiosi del suo lambiccarsi impaziente, chiedetevi se egli non tenti invece la via più breve, tastando e figurando parole la cui momentanea musica si pone già nella temperie poetica. In tal caso, egli sarà un trovatore, amante delle buone maniere.

Né l’uno né l’altro è poeta, poiché il primo indossa un abito superfluo e il secondo è costretto nell’anima.

*

Il poeta assiste dapprima all’apparizione di un vuoto, entro il quale prenderà a oscillare fino a trovarvisi presente, di un’irritata e felice presenza. E un poeta che non sappia aderire a un tale vuoto porterà con sé un mondo incompleto e partorirà, con fatica, un frutto immobile, incapace di ritorno. Immerso in un completo stato di veglia, egli si attira una decorosa consolazione.

Ma poesia non è che un momento tra due, nel quale deve ancora nascere la terra e l’anima dà oscuri barlumi; momento in cui – preceduti, senza più scorta né bagaglio – per la dolcezza di ogni legame l’anima emana dentro sé una lingua. Così viene pensata la poesia, senza caso né calcolo, pensata e lasciata indecisa…

**

Il testo è tratto da: Nuova Corrente. Poesia per gli anni 80, 1, anno XXIX (1982), a cura di Stefano Verdino, pp. 309-310.

EPSON MFP image

I GIORNI QUASI NOSTRI. Toni Begani

Fingiamo ch’io sia felice,

triste pensiero, un momento;

forse potrai persuadermi,

sebbene io sappia il contrario.

ll mondo è tutto opinioni,

che sono così discorsi

xhe quel che per uno è nero

l’altro dimostra che è bianco.

Suor Juana Ines de la Cruz

*

Bianco sporco.

Un cielo di polvere bianca diffonde luce opaca sulle cose.

Fiacca e noia.

Poteva essere un dolce sipario soleggiato di settembre, poteva essere una preparazione di autunno nella città.

Ma è un tentativo a oltranza di mantenere la banalità di un’estate formale a tutti costi come sempre. La luce giusta per la necropoli di riviera che si attrezza per la sera.

Questo ritorno richiama gli altri alla memoria. Stessi treni, stesse stazioni, sentimenti ed emozioni ibernate vive dilagano ancora. La casa di mio padre, la raffineria, dichiaratamente dismessa oggi, fantasma già allora.

“Dormono sulla collina”

Tempo senz’anima. Emozioni azzerate che consentono la fuoruscita controllata dei ricordi e dei sentimenti.

**

*Il testo è tratto da: Toni Begani, La forma vera delle cose, gattomerlino editore, Roma 2025.

RIVELARSI E DISSOLVERSI. Donato Di Poce

*I testi sono tratti da: Donato Di Poce, Lo strip-tease del linguaggio. Poesismi, Eretica edizioni 2026.

Scrivo sulle pagine di vento

I miei esercizi di libertà.

*

L’arte è immaginazione

Liberata dall’ossessione della bellezza

E dai difetti della realtà.

*

Lo scrittore è un vagabondo

Che cerca idee per un libro futuro.

*

L’unico modo per rivelarsi

È quello di dissolversi.

WALTER BENJAMIN E L’ELEFANTE. Luigi Sasso

Un racconto di Walter Benjamin, Del perché l’elefante si chiama elefante [Warum der Elefant ‘Elefant’ heißt] si presenta con i toni e la sintassi di una fiaba. Si tratta di un testo del 1933, che inizia così: «Era un giorno. A quel tempo, viveva un uomo che si chiamava Elefante». Niente di strano, almeno fino a quando non si giunge alla conclusione della frase: «ma allora l’elefante, come è oggi, non lo si conosceva ancora, era molte migliaia di anni fa». Quel nome proprio non può dunque provenire dal nome comune dell’animale, dato che l’esistenza del nostro elefante, in quel contesto, non era né nota né in alcun modo attestata. E quando finalmente il pachiderma si appalesa, esso appare con una fisionomia significativamente diversa da quella a noi familiare: «E d’improvviso – tutti si meravigliarono molto – arrivò un animale, che non aveva alcun nome e l’uomo lo vide e, siccome aveva un naso corto e appariva tanto simile all’uomo, lo prese con sé ed esso restò con lui». L’uomo prova a lanciare un pezzo di legno all’animale, che cerca di afferrarlo, non con le mani che – precisa il narratore – non possedeva ancora, ma con il naso, benché, come s’è detto, fosse poco adatto allo scopo. Solo col tempo, e con l’esercizio, il naso diventerà lungo e prensile. Ma non siamo ancora giunti alla vera conclusione del racconto, perché il punto focale è costituito dalla storia del nome e ci riporta molto indietro nel tempo, «quando il naso era ancora corto». Il nocciolo della questione, insomma, viene, nello sviluppo narrativo, solo ora: «Siccome l’animale rimase con l’uomo che si chiamava Elefante, la gente chiamò anche lui elefante». Quello che col garbo di un racconto per l’infanzia Benjamin vuole in poche righe suggerire è che i nomi comuni, prima di essere tali, sono stati dei nomi propri. E che, ampliando un po’ la prospettiva, il linguaggio è il riverbero di una lingua dei Nomi, già ipotizzata altrove, per esempio nel saggio del 1916 Sulla lingua in generale e sulla lingua degli uomini. Là il tono era ben diverso da quello del nostro racconto, ma vale in ogni caso la pena di citare qualche passaggio: «L’uomo è colui che nomina, e da ciò vediamo che parla da lui la pura lingua. Ogni natura, in quanto si comunica, si comunica nella lingua, e quindi in ultima istanza nell’uomo. Perciò egli è il signore della natura e può nominare le cose […] La creazione di Dio si completa quando le cose ricevono il loro nome dall’uomo, da cui nel nome parla solo la lingua». Ma, dopo la cacciata dall’Eden, «l’uomo esce dalla pura lingua del nome, fa della lingua un mezzo […], un semplice segno». Ciò che in modo meno palese, e tuttavia felice, si insinua nel nostro racconto, è l’idea che compito di chi legge, come del resto, e forse a maggior ragione, di chi scrive, consiste nel liberare le parole dai loro panni quotidiani e sdruciti, per provare a riconoscervi finalmente dei nomi unici e inconfondibili, enigmatici, propri. Leggere e scrivere, per Benjamin, solo in questa metamorfosi si rendono davvero praticabili.

FORSE SOPRAVVISSUTI. Carola Allemandi

**

Forse sopravvissuti

Noi siamo anche chi è venuto prima

cercando una risoluzione in tempi

molto più lunghi di una vita. Senza

farsi vedere qualcuno pure

ci difende. L’impulso generale

è quello di calmare gli eventi,

aspettarne uno soltanto, intanto sedersi.

Il sole cala sull’abitudine

ed è perfetto: scoprire che cosa

succede nella mani di chi tiene,

tocca, rende propria l’estensione.

E non capirlo, questo continuo senso

della stessa cosa che ora torna

e ci fa mangiare a questo stesso

tavolo; saperci immobili eppure

così nuovi, forse sopravvissuti.

*

Siamo nelle mani di chi ci chiama

fuggendo; di chi seduto ci ordina

il cammino. Minuscoli per vie

traverse arriviamo dove arrivano

i cani, né sappiamo dove porti

questa vita che non riesce a unirsi,

disperso che rimane in un tragitto

orribilmente lungo. Questo solo

tra molte interruzioni. Aspettare

una chiamata. Di questo solo

sappiamo essere fatto l’universo.

*

Parlavamo dei centimetri, quanti

necessari per spostarsi perché

da riva spuntasse a noi la terra

placando l’ansia di saperla ancora

nostra. E sentirla allora; e farci noi

più brevi verso il passo minore

che chiedeva, ora, per toccarla.

Conteneva tutto, il senso di quanti

altri già passati, la maniera

giusta per risolversi, per essere

guardata. Per questo ci assomiglia,
e non ci chiama vedendoci cadere.

*

La terra in lontananza correva

veloce quanto noi, mentre gli stormi

annunciavano tempesta: era quello

che ognuno vedeva, realtà intere

portate via dalla corrente, sparse

tra l’incolto. Sul precipizio, tutto

per un attimo restava come

per esserci ancora prima del salto,

del grido di voci sparse ancora pieno.

*

Così il sole era tutto il nostro sfondo.

Capitavamo come altre stelle

nella città deserta. Una ferita leggera,

breve come la luce propria

di una stanza, una felice insonnia.

*

Il credo dei giorni è lo stesso per noi:

ogni tipo di luce segmenta

un mondo accettato solo col respiro

e chiude gli occhi su tutto ciò

non accaduto ancora.

Le rive scarse di materia

prima che sia notte

concluse ora in un limite di cielo,

sono soltanto la loro forma

vera: un messaggio offertoci comunque.

*

Il tempo preferiva non toccare

niente di quanto apparso tra le rocce

all’improvviso: lasciare tutto

a un altro corso, a ciò che avviene senza

il volere di nessuno. Come se

dalla salita si potesse ancora

immaginare il volo, ogni cosa avuta.

Il testo è tratto da:

R-ESISTENZE, Antologia 2025-2026. Save the world. Connecting cultures. coordinamento editoriale Andrea Balzola, Albertina Press. Gli Ori, 2026.

L’UTOPICA GIUSTIZIA. Per “Doppio fuoco” di Rossella Maiore Tamponi

Alcuni libri poetici non hanno bisogno di versi: è il caso di Doppio fuoco, di Rossella Maiore Tamponi (Editrice Zona, 2026). Il volume, che ha vinto il Premio Nazionale Elio Pagliarani 2026, si compone di dodici scene in prosa, che si susseguono in due paesaggi diversi: il Belvedere del Righi e la New York dell’11 settembre 2001. Leggiamo la pagina introduttiva dell’autrice: «Alcune di queste cose sono accadute, altre sarebbero potute accadere… Alcuni avrebbero potuto pensare queste cose mentre guardavano, altri avrebbero potuto guardare mentre le pensavano… C’è chi avrebbe potuto leggerle, c’è chi realisticamente potrebbe averle lette. Certuni hanno sentito e altri ancora ascoltato, molti hanno scritto, i più hanno fotografato… Convogliata da una lente concava la luce brucia, affoca. Ma il fuoco è l’arte di regolare la distanza tra ciò o colui che vede e il piano dell’immagine… E c’è chi immagina che si faccia silenzio, che l’angelo ricolmi l’incensiere di brace, lo scagli sulla terra. La fine del mondo dura un’ora e quaranta, o poco più. Poi si rivede il mondo salire dalla cenere, si cerca un nuovo fuoco, si gira”.

Queste parole definiscono Doppio fuoco comeun libro distopico e ipotetico, ironico e tragico, che raduna in scrittura un arcipelago di voci e di pensieri colti in due mondi remoti: come un nodo, nel tempo e nello spazio, dove le voci si ritrovano, si confondono, si perdono, in nebbia e fumo, grida e macerie. Doppio fuoco, frutto di una pluriennale e laboriosa stesura, appare alla lettura come un poemetto i cui frammenti compongono un paesaggio disperato e sfuggente. Il doppio registro della visione, dal Belvedere del Righi alle torri gemelle di New York, richiede la complice attenzione del lettore, scagliato in due paesaggi contrastanti, in due diversi abissi, in cui è legittimo sentirsi disorientati. “È normale cominciare a parlare ogni volta alla fine del pasto, estinto almeno uno dei languori, il fondo nei bicchieri, i coltelli deposti. Lui fissa il centro e la tovaglia buona, io le mani nell’acquaio. Le cose che credo guarderò quando avrò smesso di guardare tutto il resto, le bottiglie nei bicchieri, le mani nell’acquaio”. “Le urla qui sono sempre vocali, nessuno che urli consonanti. Urlano vocali come la a, come la o, come la i e come oh my god, un dio senza risparmio.Come le fiamme che vanno verso l’altro, così la gente sta gridando vocali, oppure grida un prolungato no. E dalla parte opposta il fumo è un nastro sopra il capo. Da qui è un tessuto ovattato. Sirene. Wow. Le torri in dagherrotipo. La gente è risalita sui tetti per vedere, la gente è risalita sui tetti per filmare, per gridare oh my god”.

Il tessuto delle conversazioni genovesi e l’atmosfera da day after dell’11 settembre newyorchese si rifrangono come dentro uno specchio che cattura i riflessi di ogni gesto in un vortice ostile alle logiche della ragione. Lo smarrimento umano è il tessuto del poema, ma l’ars scribendi dell’autrice è la ragnatela che trattiene le voci in questa o in quella inquadratura enigmatica, regolando il fuoco dell’obiettivo solo su certi dettagli. Suscita un senso di perturbamento evocare storie di superstiti, pensieri di vittime, bicchieri di carta, sacchi di rifiuti, grumi di terra, in un unico flusso sonoro che li rende fotogrammi di una tragedia, fra paesaggi d’ombra e creature terrorizzate. Sembra esistere una tragedia comune, un comune tempo di apocalissi, che avvicina i minimi oggetti quotidiani agli echi del disastro collettivo, i panorami di un belvedere al disastro delle Torri infrante. Doppio fuoco persuade per le frasi-frammenti che guidano il lettore nel vortice segreto delle dodici scene. Non è un unico piano sequenza a mostrarci quello che accade: il film del libro, affannato, ansioso, convulso, è girato con la macchina a mano, come nel cinema dei fratelli Dardenne, e il lettore vi partecipa quasi fosse presente; confuso e angosciato come le vittime delle torri, come le creature del belvedere, non sa come districarsi. Il libro ha questo potere: renderci testimoni della tragedia epocale di New York e del paesaggio inquinato sulle alture del Righi. Tornano in mente le parole che precedono il libro: “ La fine del mondo dura un’ora e quaranta, o poco più. Poi si rivede il mondo salire dalla cenere, si cerca un nuovo fuoco, si gira”.

Doppio fuoco è un libro di poesia, ma la sua poesia non è nel ritmo dei versi: è nel pensiero che crea le sequenze, è nel rendere tattile e palpabile il dolore collettivo, è nell’inventare sinestesie che sono lampi di storie, cronache reali, lacerti di visioni, pensieri interrotti. Rossella Maiore Tamponi si assume la responsabilità di mostrare (e talora ricomporre) vite spezzate da traumi diversi. Nel succedersi del poemetto (che non caso termina l’ultima scena con un “continua”), accade qualcosa di indefinito e di tragico, si snoda una lunga sequenza di dolori evidenziati dal doppio fuoco della parola, che è obiettivo e cosa vista. Il poeta, immune da lirismi, è immerso nei suoni delle sue storie, in quei “suoni vocalici” che continuano a echeggiare. Non osserva da lontano: i suoi fotogrammi sono vicini, spie di un disagio inconsolato. “Tutto ciò che l’esperienza avidamente non raggiunge, e della quale resta l’immagine protesa delle braccia contro i rami discosti, glabri e nodosi, impassibili. Cadranno le stelle come i fichi di un albero agitato dal vento ma qui, oggi, non c’è vento. È un uomo che cade. Due si affacciano sul bordo dello squarcio. Finestra con bambino, proteso sopra un vuoto. Verso le nove e un quarto c’è chi è diventata un pezzo di ghiaccio, chi rompe le aperture e le scavalca e chi nuota nell’aria, mentre di fronte guarda chi chi credeva di aver visto già tutto e scatta qualche foto. Ci siamo abituati a osservare gli alberi accanto alle bottiglie, a portare lenti scure per rialzare la luce. La prima cosa che s’impara di solito è a guardare, ma la seconda oramai a fotografare, duplicare le cose in un quadrato, come se le immagini fossero forme, misure, regolarità”.

Sorprende fino a un certo punto l’immagine del bambino proteso nel vuoto, che potrebbe appartenere all’una come all’altra sequenza del poemetto. Lo sguardo dell’autrice non è travolto dall’empatia ma sempre è toccato, trasfigurato, dalle cose viste o che immagina di vedere: cerca le “forme” e la “misura” del gesto, cosciente che talora basti il racconto dei fatti e delle azioni a suggerire la percezione di un incubo. Nessun atto poetico è innocente, protetto nella serra delle parole, ma viene spesso disturbato, sporcato, reso vivo, complesso, molteplice, dalla realtà esterna: narrare questo dialogo, questo contrasto, è compito del poeta, che lo fa scorrere dentro le sue parole. “Il vento che da Nord respira verso sud porta fuori ceneri e rottami nella baia. La calma è diventata artificiale, un manufatto. Ingorghi indistricabili direzionano le code all’ingresso del tunnel. Il senso unico è oramai un’opinione”. “Pini-ombra – d’incendio coi rami mozzi, poi sbiancati dalla pace. Il ponte ferroviario retto dai suoi cinque sorrisi all’incontrario, archi a tutto sesto che dicono – andremo avanti noi, anche quando le rotaie troveranno un vuoto”. È difficile attribuire simili descrizioni all’uno o all’altro dei paesaggi contrapposti. L’obiettivo del regista-poeta, come nel caso di Werner Herzog, inquadra una vaga apocalisse da “fine del mondo”. “Le assenze che bruciano ancora” sono tutte presenti e tengono accesa la fiamma in cui tutte le voci evocate non smettono di esistere. Il “fuoco” che regola l’obiettivo dell’inquadratura, avvicinando o allontanando l’oggetto della percezione, è anche il “fuoco” che divora le campagne genovesi e riduce le Torri gemelle a un ammasso di macerie.

“Se mi contatta il prima possibile gliene sarò molto grato, quali che siano i fatti…cosa succede là fuori? sidera terra ut distant et flamma mari sic utile recto”… La frase di Lucano (dal poemetto Farsaglia) citata nel poemetto, “l’utile dista dall’equo come gli astri dalla terra e il fuoco dal mare”, ci conferma la lontananza dell’universo da qualsiasi forma di giustizia. Questo libro è la vibrante testimonianza di come i poeti cerchino nel linguaggio, comunque vadano le cose, una qualche impossibile giustizia postuma che, nelle parole, diventa l’utopica costruzione di una speranza, arrampicata per una salita difficile. “Giovedì – Tomorrow. Siamo tutti appesi al giorno dopo come a un rampino”. (M.E.)

UN GIOVANE POETA. Nanni Cagnone

Un giovane poeta dovrebbe innanzitutto aver cura di sé: più del proprio carattere e della mentalità che delle vicissitudini della scrittura. Dovrebbe impedire alla documentata realtà di soverchiare. Non farsi incantare dall’avvenenza del linguaggio, ma confidare nella sua qualità asintotica. Un giovane poeta dovrebbe aspirare ad essere il custode di una biblioteca dai vuoti scaffali, imparare la concavità, pensare il percepire, rasente le cose disperare parole, contemplare non pretendere, farsi incostante e tenersi lontano dai fatti, poiché essi non sono incontentabili.

Il testo è tratto da: Nanni Cagnone, Discorde, Lavis, Trento 2015, p. 121.

EPSON MFP image

FARSI DIRE DA CHI TACE. Nanni Cagnone

Per Lezioni di eresia di Marco Ercolani

Ercolani non si rassegna all’irrevocabilità della sua storia: la rende insufficiente. La fa confluire e – mentre corregge altre vite – aggrava ingrandisce la propria, la riscrive: questa, forse è una speranza del passato, forse une uchronie. Nei Taccuini si legge: «L’essere intatti è una qualità del vuoto che non appartiene alla nostra natura terrena». E lui è tutt’altro che intatto – è infetto, contagiato ogni volta da coloro con cui si trova a parlare.

La figura prevalente sembra essere la fictio personae, la prosopopea in cui Hillman scorge una risposta all’egocentrismo. Fare dei propri sentimenti altre persone, equivale a cercare in sé i propri simili, ad andare verso quel nome segreto che non può essere ingannato da un’omonimia. Se l’altro è un’ossessione per lui, allora deve scinderlo; l’uno che diventa molti non chiede di essere immedesimato, e lui può aumentare la distanza, lasciare che le cose accadano, fuori; può dar nomi a tutte le presenze della mente. Nessuna invenzione: gli basta ricordare.

Anziché un solo dio, dunque, gli dèi: non potrà fermarsi in nessuno, dovrà trovarne altri e altri ancora, come un luttuoso Don Giovanni. Ercolani si sostituisce a chi lo precede, occupa tutte le posizioni, si rende indistinguibile, ma tenendo per sé la speranza d’una reciprocità paradossale: farsi dire da chi tace.

Ercolani ha il talento della fedeltà, della fatale gratitudine, e un talento esercitato è di per sé coraggioso. Gli auguro di finire il peso di questo sistema costrittivo, di quest’autoritratto che ha il gusto dell’insuccesso, e d’abbandonarsi alle sue visioni senza smarrirsi nell’immenso bisbiglio di quelle voci; d’incontrare un dio generoso, che lo lasci accadere lì dove si trova, nell’insonnia del suo irriducibile, unico nome. (1997)

Ora in: Nanni Cagnone, Discorde, p. 296, La Finestra editrice, Lavis 2015.

ALLUSIVI. Nanni Cagnone

Anche se incapaci di visioni, possiamo percepire intensamente, fino a un’esclamazione somatica, benché non ci sia per noi qualcosa di visibile, udibile, tangibile. E spesso l’oggetto di questa percezione senza percepito ha una pretesa di fisicità. D’altronde, si possono immaginare cose di cui non si ha esperienza. Lo provano quei narratori che non ambiscono a raccontare i fatti loro.

Gli ubriachi, gli psicotici e coloro che sognano, sono allusivi, qualità che altrove perde d’esistere.

(Nanni Cagnone, 1939-2026)

Nanni Cagnone

IL MONDO ESOTERICO. Nanni Cagnone

Il mondo viene turbato da sempre nuove descrizioni. Unica certezza, il progresso dei nostri dolori – penso all’empia amministrazione delle eredità profetiche, alla decadenza dei sogni, alle spaventose ingiustizie che miseria e paura non possono impedire. E sarebbe vano tentar di separare una storia individuale dalla storia del mondo – non è incolume la solitudine. “Ed io sfoglio il libro dei morti/ come colui che teme e chiama”.

*

Non tento di comprendere le segrete cose: intendo semplicemente approfittarne, sapendo inferiore a molti fenomeni la mente, e difettosa incompleta la visione. Sarebbe erroneo considerare tale atteggiamento una rinuncia. Il mondo è esoterico, dunque perché non restare accanto all’inesausta allusività dell’ignoto, umilmente completando luce con ombra? Superàti perciò, e perciò in pace.

(Nanni Cagnone, 1939-2026)

Opicino de Canistris, Disegno