LE ORE CORTE, 2. Ercolani, Lumelli

È raro viaggiare fra gli antichi poeti avendo l’impressione di scherzare con loro, di rotolare nell’universo “dove tutto è abbandono e vicinanza”, e intanto sentirsi vicini, come per la prima volta, alle loro verità poetiche, come in questi inediti testi lumelliani, Poeti del liceo. Afferma Lumelli: «La poesia sembra fatta per interrompere il pensiero ed esclamare», e, ancora, che in amore «affermazione è monotona» mentre «amore galleggia sulla negazione». Angelo si lascia guidare da voci antiche che ci restituiscono in modo inequivocabile il rapporto fra prosa e poesia:

«Il margine non si può togliere, come andando a zonzo – esso è presente nell’intenzione di fare poesia, da tempo immemorabile. Da tale margine dipende lo spazio stretto a disposizione, a volte quel disperato marciare da fermi, brutto segno – parole che s’arrampicano come felini, scalando i muri, disperate pantere.

Pur essendo un trucco, il margine esige che si dica una verità – in pratica che uno venga compromesso, con le spalle al muro. In poesia non si tratta di trovare il linguaggio che colpisca qualcosa, facendola apparire, ma che colpisca noi, sbiancandoci, come chi si punta la pila negli occhi, di notte. La poesia dunque è fatta per venirci addosso, con messaggi che aspettavamo da tempo, rivelazioni sul nostro conto, ignote. Infine essa ci ammutolisce, come un messaggero che lascia la sua missiva senza scambiare una parola.

La prosa, per fortuna, è dalla nostra parte – nel senso che proviene da noi, incurante dell’errore – e ci lascia dire e disdire, senza una vera conclusione, pronta a ricominciare, a smerdare, a compatire – falsissima perciò, trascinando una sua limacciosa verità, impura, quantitativa, come l’acqua torbida delle piene. Finalmente! – la finzione, la menzogna, i depistaggi ci portavano nelle stanze segrete della vita, dove un filo sottile di rettitudine viene attorcigliato nelle malizie…»

La poesia che abbaglia. La prosa che si fa dire e disdire. Angelo è immerso nel guado di entrambi i fiumi. E si sente, giustamente, con le spalle al muro, con quella sua aria da conversatore malgré lui, felicemente innamorato delle circonvoluzioni del suo pensiero. Con Lumelli non possiamo che ammirare un pensiero laterale, lontano da ogni centralità: un pensiero-chimera. Volatile e fluttuante, veloce e mobilissima, Chimera appare e scompare, scoraggiando ogni tentativo di senso. Non pone domande, non cerca risposte. La sua virtù è l’inesauribilità, la sua tentazione l’onnipotenza. Non docile, non addomesticabile, la sua aerea sostanza continuamente ci sfugge. La differenza con la Sfinge è quella che separa l’enigma – il segreto di cui si può trovare la soluzione – e il mistero – il segreto la cui soluzione è impossibile. «Fantasia dell’illimitato», «Metafora di metafore», Chimera è affine all’immaginazione assoluta, e quindi al delirio. La storia del mito mostra come inscindibile la coppia Chimera-Bellerofonte, dove si intrecciano la leggerezza volatile del mostro e la cecità malinconica dell’eroe. Chimera, come scrive Baudelaire in Le spleen de Paris, è la bestia che afferra il poeta alla nuca, il demone tenace che conferisce un invincibile bisogno di camminare: «Nessuno dei viaggiatori aveva l’aria irritata contro la bestia feroce sospesa al suo collo e incollata alla sua schiena: si sarebbe detto che la considerasse come parte integrante di sé». Il poeta porta alle estreme conseguenze il significato del mito: l’enigma dell’illimitato si radica nel corpo del poeta come ossessione inconscia,e lo spinge a proseguire il suo cammino. La poesia mozza il fiato e prende alla nuca; esige la parola definitiva di chi sta per essere spossessato di sé; pretende l’Impresa. L’ossessione supera il silenzio e si fa parola nell’atto con cui tenta di afferrarlo. Chimera diventa chimere: progetto impossibile da perseguire, con irrazionale ostinazione ed esatta follia, attraverso atti possibili. Che sono gli atti del poeta, in questo caso Angelo Lumelli.

«Ho sempre pensato, allora – ma perché dovrei cambiare idea proprio adesso’ – che tra parola e silenzio ci fosse una vicinanza indispensabile, un affiorare dell’uno nell’altra, un respirarsi senza timori, infine un oblio benefico, la conservazione della memoria sotto le palpebre, richiamabile, aprendo gli occhi – tutto questo nei tempi felici. Questo apologo, pudicamente interrotto, segnala la mia difficoltà di allora a riflettere su mistica e linguaggio.

La questione si aggravava quando il mistico era anche un poeta, come Jacopone. mNon mi angustiava quando parlava per interposte figure – scalcagnate, deturpate dalla vita – né m’impressionava la sua invettiva politica – il linguaggio collerico e forsennato – quelle sue parole corpulente vestite di lana grezza. Mi commuoveva invece – e ancora adesso – il modo con cui Maria apprende, con dettagli sempre più crudeli, ciò che sta accadendo a suo figlio – Donna de Paradiso, |lo tuo figliolo è preso, | Iesù Cristo beato. – esempio ineguagliato di teatro del dolore. Ciò che in Jacopone mi causò problemi irrisolti, fu il silenzio mistico, che non andò a buon fine. A un passo da dio, nel momento del grande incontro, invece di “transire” in quell’unione, ecco che l’incontro è rimandato, alzandosi una sconvolta preghiera che, in pratica dice: è troppo presto, non adesso!

Il linguaggio era l’arte di differire, come se fosse una protesta – vanto dell’umanità – contro l’accadere irrevocabile? L’uomo si è tanto spaurito della perfetta attualità, da inventare un giro a vuoto, un finto niente? Come dire che noi abbiamo soprattutto bisogno di mancanza? O declamare il silenzio? – la prima avvisaglia della poesia barocca, ma scritta da colpevoli? Fu allora che mi sembrò di imparare come la lingua possa guardare avanti, al di là – retrocedendo».

Come in un pensiero-chimera, dove tutto è destinato a retrocedere, a essere fumo e ombra di quel fumo. Chi scrive poesia deve sempre dire “non adesso”. Se accade l’adesso, non c’è più bisogno di nessuna lingua che vaghi nell’irrisolto delle cose e del linguaggio. La parola poetica non deve trovare quiete nella forma di un testo ma essere un’oasi provvisoria nel deserto.

«Lo sguardo, incessantemente, cerca l’unione con il lontano – non visto, in solitudine, esso passa e ripassa sul visibile, facendosi carico di un contatto cruciale, non essendo certa la risposta di quanto è guardato – se esso ricambierà lo sguardo, se dal vedere nascerà qualcosa».

La smania oscura che pervade la poesia di Lumelli è il sogno di un corpo poetico che si posi sulle cose, al di là dei sensi delle parole. Ma questo corpo è anche un inciampo, in quanto troppo dicibile. La terra, per un poeta, deve sempre tremare sotto i piedi, deve essere “ai confini del pensabile”. Una parola che sia questi confini è, finalmente, la parola poetica, che vive oltre ogni “finta totalità” – parola realmente leopardiana.

«Io pensavo che Leopardi abbandonasse, nella poesia, ogni bravura, ogni protezione intelligente per essere finalmente inerme, come la vita voleva – come voleva il pensiero stesso, appena urtando il proprio limite – si trattava dell’onestà, profondissima, di dirlo, di esclamare senza vergogna, disarmati.

Le grandi poesie di Leopardi sono inermi ed oneste. La loro bellezza derivava dal loro tremore, dalla novità sconcertante di essere non linguaggio che fonda e giustifica, bensì linguaggio che si rende bambino e che chiede con gli occhi.

Al volo avevo letto qualcosa dalle Operette morali e avevo visto quanto fosse vasto lo Zibaldone – con sgomento. Le poesie erano poco più di cento pagine a fronte di duemila e forse più. La loro esiguità, il loro coraggio di essere puro desiderio, la loro bellezza senza aggiunte, mi spronavano a non cercare riparo attraverso tutto il linguaggio per finalmente precipitare. La poesia, astuta, non voleva il nulla anticipato, bensì il nulla conquistato costantemente, attraverso l’arte onesta del linguaggio fallito».

Il “nulla conquistato costantemente” è l’arte di inseguire la poesia per la sua disarmata bellezza, quella che non sopporta concetti o formule o precetti e scaturisce solo quando è necessaria, vibrante cantilena: «Slanci / del nostro acclamare / lampioncini di carta / qualcosa che sussiste / senza disperare» (cosa, bella cosa).

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