«Non so come dirlo: diventiamo veri quando siamo sollevati da noi, presi alla sprovvista, ombre senza paura… Un “sentirci rapiti” da noi stessi, come il famoso sollevarsi per i capelli, un’impresa più che un dono… tu, quasi profeticamente, annunci la tragica bellezza della mente come l’unica patria possibile – lasci intendere si possa essere una comunità (due, più di due…) che cerca fino all’osso il linguaggio che ci faccia diventare un’esplosione di verità. È così?».
Alla domanda del poeta devo rispondere: sì. Dobbiamo restare “ombre senza paura”, mai collocate in un “posto fisso”, cercando “Il linguaggio che ci faccia diventare un’esplosione di verità”. e, dopo quell’esplosione, continuare a giocare, con il foglio bianco, nelle ore che ci sono ancora concesse. Si parla spesso della pagina bianca come del luogo dove potrebbero apparire le parole, dettate da ingegno e volontà, dello scrittore. Per il poeta è il contrario: scrive, nello schermo del foglio, come un pittore/scrittore che addensa i segni bianchi dell’alfabeto nel bianco tessuto della tela, avendo ormai dimenticato quale sia il primo, esatto progetto. Leggere le sue pagine è leggere pagine che la scrittura renderà ancora più bianche, qualcosa che dovrà pur accecarci, splendendo senza significare. Qualcosa che reinizia sempre. Un ri-cominciare, disperato dal non “poter finire”. Immerso dentro un arrivo senza fine, il poeta parte: bisbiglia di finte fughe, di un’alba viva nel tramonto, di foglie che come puledri galoppano via, fuori dall’albero, senza fuggire dai rami.

