
Giovanni Castiglia, Reliquia di mare
I
porte che saltano, e gole. mia madre che vive con me in un bunker mi chiede di buttare veleno sul pavimento. quando mi sveglio, l’apnea dei luoghi sotterranei. ed elicotteri. c’è un cielo, dice mia madre, un cielo divelto.
la zona di casa ha un odore di braci e mare. il coltello lasciato sul piano rafforza l’immagine del cielo. ogni volta che parlo, lei parla sopra ogni finire di frase per ricordarsi cosa dico. si sono aperte le guance per complicazioni. ora la faccia è un collasso e la pancia un campo grigio assunto dal marmo. risacca. davanti all’acqua si ferma. nell’acqua l’aria si ferma. anche se il desiderio di aria la porta a vivere ma senza ossigenare la lingua. ancora parla sopra chi le parla. non è continuare a sostare nell’aria che rende la carne una zona viva. la porta non è stata più chiusa e la voce si è ripetuta fino a levigarsi. Un marmo dove lasciare fiori. la giovinezza reale è un’infinita fine.
la tavola è ancora preparata dietro di noi. poi la polvere poi la guerra che fa lasciare le stanze. è un crepitio. una parola dolce dentro il boato. lasciami prendere la collana, l’ametista. lasciami prendere un amuleto nella morte, dice, un oggetto che finisce nelle mani. come il semplice diventa semplice. Un ricordo di guerra è sempre dentro la carne. c’è un punto che ricorda più di altri poi si dipana. c’è un punto di estrema memoria che non si deteriora. è un fiore sul marmo. lei finisce il cibo con la voracità della fine di tutto. prima era il contrario sempre nella fine di tutto. non si torna indietro a guardare. sbaglia la strada perché la strada era sempre quella di un’altra.
II
il buco degli occhi è riempito di terra. lei vede attraverso la gola. emette suoni cosi acuti che entrano, non restano mai fuori. perfora e beve acqua prima del viaggio. che fine faranno quelle bambine con la terra dentro negli occhi. con tutta quella terra. e in pigiama in quel crollo. poi nelle mani resta l’unica capacità di fare impronta col suolo farsi strada, a livello delle serpi. poi delle parole finisce il senso ne comincia un altro più devoto alle armi. non cede agli stimoli del bagno per scrivere tutto il retinico paesaggio. quel suo paesaggio quel fiume strozzato di polvere. le ciglia dei bambini che corrono. Hai sentito, è come un aereo che sfiora la punta della testa. trattiene tutto continua risale e poi osserva con la gola. un altro acuto per spostare la nebbia poi un verso catacombale per registrare la profondità del pozzo. un forte sentimento nazionale. liquefatto sì. camminarci dall’interno. c’era il campo e c’era la coperta del campo. la coperta le ricordava il sonno con la porta chiusa e poi la sveglia di un giorno normale che si è divorato il volto e tutte le pelvi. per sempre. come a dire si è divaricata per sempre tirandosi giù. e la mano che la portava nel mucchio.
III
infine il giorno non soffre è un respiro molto folto che le comanda di tenersi su come un fuso. Sì, impenetrabile ma non è finita. brucia in fondo lungo la strada divampa ancora la guerra illumina tutto nella sua sillabazione. è un paese unico dicono, un paese ma anche delle membra. è un paese ma anche delle cellule. è un paese ma anche della fame o del fingere di procreare. la creatura della fossa e della voce. la giovinezza si prende il grilletto, una specie di nascondiglio. lei incontra un campo e racconta per sé gli oggetti che mancano. sembra una coperta il suo palato
IV
dice, la fedeltà a un’alba intoccabile, ma solo a questa. il resto si confessa in determinati vicoli. Per l’amore dice, un rimando mitologico per tramandare il senso scolastico. nel paese ci sono queste forme che rimandano ad altre forme di prima. è obsoleta la voce quando parla di amore. ma non degrada.
anche l’espressione è un modo per far regredire il cancro. a parte le medicine. a parte la pulizia la routine la radioterapia gli ospedali che diventano case con tutti i tubi e i libri di scarto del paese. Il cancro è dentro la guerra che è dentro il cancro. la riunione sociale decide che chi scrive fa dilatare gli sfinteri. è una transizione conosciuta. la bomba che salta sotto un’auto alcune donne morte ammazzate dalla fissazione mitologica.
V
dare delle mani alla madre è un alimento abnorme. poi comunque non manca di esserci uno spazio vuoto, dopo il parto e anche prima sempre. come un umore limbico. con un grido la madre passa oltre per salvare una vita. pezzi di vite tutt’intorno al paese. teste spinte fuori dai corpi. la chiama: nascita che
si abbatte al suolo.
il bambino per le strade finge di sparare nel paese.
VI
comunque con tutto il tempo, ha investito puntando solo un corpo estraneo. le dice, hai una pessima sorte. ma credere alle parole è credere all’infinità della pulizia. è una censura speciale del paese. lei si porta le parole come un balbettio per cospirare senza farsi viva. che c’è un amore vuol dire: essere circondata di mani. c’è anche la raccolta di ossa divise per età con una sacca a parte per gli organi. e le gabbie per il confinamento di straniere e animali contaminanti. spesso animali e straniere si trovano assieme. il contagio è dentro la pianta e cresce nella glottide. il paese dice che poi lei si prende troppo sul serio se scrive, se canta. fa rumore nel paese guardare con la gola. il lavoro è la massima lontananza dalla gola del paese. quando vengono portati via, i resti del paese fondano un altro paese una specie di campo senza fame. tra i due campi c’è un appello permanente. ciò che conta è non rispondere al richiamo del proprio nome. sai che il paese ti insegna a essere assente per una forma di combattimento
*Il testo è tratto da La terza immagine.
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Serena Dibiase è una ricercatrice indipendente attiva tra performance, pratiche somatiche, ricerca vocale e sound art. Ha studiato e collaborato con artisti della danza e del teatro di ricerca. Il suo lavoro esplora la dimensione fenomenologica del corpo–voce, componendo pratiche di ricerca somatica e di approfondimento della vocalità intesa come ritrovamento, generazione selvatica e archivio antropologico. Collabora in contesti di fragilità sociale — comunità e centri antiviolenza — orientando politicamente le pratiche per esplorare le possibilità emergenti dei corpi costretti. Come autrice ha pubblicato con Manni editore, Italic Pequod, MC edizioni.












