UNA FORMA DI COMBATTIMENTO. Serena Dibiase

Giovanni Castiglia, Reliquia di mare

I

porte che saltano, e gole. mia madre che vive con me in un bunker mi chiede di buttare veleno sul pavimento. quando mi sveglio, l’apnea dei luoghi sotterranei. ed elicotteri. c’è un cielo, dice mia madre, un cielo divelto.

la zona di casa ha un odore di braci e mare. il coltello lasciato sul piano rafforza l’immagine del cielo. ogni volta che parlo, lei parla sopra ogni finire di frase per ricordarsi cosa dico. si sono aperte le guance per complicazioni. ora la faccia è un collasso e la pancia un campo grigio assunto dal marmo. risacca. davanti all’acqua si ferma. nell’acqua l’aria si ferma. anche se il desiderio di aria la porta a vivere ma senza ossigenare la lingua. ancora parla sopra chi le parla. non è continuare a sostare nell’aria che rende la carne una zona viva. la porta non è stata più chiusa e la voce si è ripetuta fino a levigarsi. Un marmo dove lasciare fiori. la giovinezza reale è un’infinita fine.

la tavola è ancora preparata dietro di noi. poi la polvere poi la guerra che fa lasciare le stanze. è un crepitio. una parola dolce dentro il boato. lasciami prendere la collana, l’ametista. lasciami prendere un amuleto nella morte, dice, un oggetto che finisce nelle mani. come il semplice diventa semplice. Un ricordo di guerra è sempre dentro la carne. c’è un punto che ricorda più di altri poi si dipana. c’è un punto di estrema memoria che non si deteriora. è un fiore sul marmo. lei finisce il cibo con la voracità della fine di tutto. prima era il contrario sempre nella fine di tutto. non si torna indietro a guardare. sbaglia la strada perché la strada era sempre quella di un’altra.

II

il buco degli occhi è riempito di terra. lei vede attraverso la gola. emette suoni cosi acuti che entrano, non restano mai fuori. perfora e beve acqua prima del viaggio. che fine faranno quelle bambine con la terra dentro negli occhi. con tutta quella terra. e in pigiama in quel crollo. poi nelle mani resta l’unica capacità di fare impronta col suolo farsi strada, a livello delle serpi. poi delle parole finisce il senso ne comincia un altro più devoto alle armi. non cede agli stimoli del bagno per scrivere tutto il retinico paesaggio. quel suo paesaggio quel fiume strozzato di polvere. le ciglia dei bambini che corrono. Hai sentito, è come un aereo che sfiora la punta della testa. trattiene tutto continua risale e poi osserva con la gola. un altro acuto per spostare la nebbia poi un verso catacombale per registrare la profondità del pozzo. un forte sentimento nazionale. liquefatto sì. camminarci dall’interno. c’era il campo e c’era la coperta del campo. la coperta le ricordava il sonno con la porta chiusa e poi la sveglia di un giorno normale che si è divorato il volto e tutte le pelvi. per sempre. come a dire si è divaricata per sempre tirandosi giù. e la mano che la portava nel mucchio.

III

infine il giorno non soffre è un respiro molto folto che le comanda di tenersi su come un fuso. Sì, impenetrabile ma non è finita. brucia in fondo lungo la strada divampa ancora la guerra illumina tutto nella sua sillabazione. è un paese unico dicono, un paese ma anche delle membra. è un paese ma anche delle cellule. è un paese ma anche della fame o del fingere di procreare. la creatura della fossa e della voce. la giovinezza si prende il grilletto, una specie di nascondiglio. lei incontra un campo e racconta per sé gli oggetti che mancano. sembra una coperta il suo palato

IV

dice, la fedeltà a un’alba intoccabile, ma solo a questa. il resto si confessa in determinati vicoli. Per l’amore dice, un rimando mitologico per tramandare il senso scolastico. nel paese ci sono queste forme che rimandano ad altre forme di prima. è obsoleta la voce quando parla di amore. ma non degrada.

anche l’espressione è un modo per far regredire il cancro. a parte le medicine. a parte la pulizia la routine la radioterapia gli ospedali che diventano case con tutti i tubi e i libri di scarto del paese. Il cancro è dentro la guerra che è dentro il cancro. la riunione sociale decide che chi scrive fa dilatare gli sfinteri. è una transizione conosciuta. la bomba che salta sotto un’auto alcune donne morte ammazzate dalla fissazione mitologica.

V

dare delle mani alla madre è un alimento abnorme. poi comunque non manca di esserci uno spazio vuoto, dopo il parto e anche prima sempre. come un umore limbico. con un grido la madre passa oltre per salvare una vita. pezzi di vite tutt’intorno al paese. teste spinte fuori dai corpi. la chiama: nascita che

si abbatte al suolo.

il bambino per le strade finge di sparare nel paese.

VI

comunque con tutto il tempo, ha investito puntando solo un corpo estraneo. le dice, hai una pessima sorte. ma credere alle parole è credere all’infinità della pulizia. è una censura speciale del paese. lei si porta le parole come un balbettio per cospirare senza farsi viva. che c’è un amore vuol dire: essere circondata di mani. c’è anche la raccolta di ossa divise per età con una sacca a parte per gli organi. e le gabbie per il confinamento di straniere e animali contaminanti. spesso animali e straniere si trovano assieme. il contagio è dentro la pianta e cresce nella glottide. il paese dice che poi lei si prende troppo sul serio se scrive, se canta. fa rumore nel paese guardare con la gola. il lavoro è la massima lontananza dalla gola del paese. quando vengono portati via, i resti del paese fondano un altro paese una specie di campo senza fame. tra i due campi c’è un appello permanente. ciò che conta è non rispondere al richiamo del proprio nome. sai che il paese ti insegna a essere assente per una forma di combattimento

*Il testo è tratto da La terza immagine.

**

Serena Dibiase è una ricercatrice indipendente attiva tra performance, pratiche somatiche, ricerca vocale e sound art. Ha studiato e collaborato con artisti della danza e del teatro di ricerca. Il suo lavoro esplora la dimensione fenomenologica del corpo–voce, componendo pratiche di ricerca somatica e di approfondimento della vocalità intesa come ritrovamento, generazione selvatica e archivio antropologico. Collabora in contesti di fragilità sociale — comunità e centri antiviolenza — orientando politicamente le pratiche per esplorare le possibilità emergenti dei corpi costretti. Come autrice ha pubblicato con Manni editore, Italic Pequod, MC edizioni.

FURIA SENZA SOSTA. Ilaria Seclì

Giovanni Castiglia, Crudo feroce

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Furia senza sosta di elementi

accecano confondono: bianco,

azzurro, rosso cipro marte siena,

poi cieli in ocra, cattedrali di fuoco

nessuna distanza, macina e macina

la macchina e non procede.

Non si tiene questa luce, sfiata

il genovese. Fino a Mercurio,

lancia e drago crepuscolo quieto,

dormiveglia bluastro sonno ceruleo

acciaio, suono ossessivo di patria,

lingua a riposo dopo le tormente

alberi sul dormiente lago, pioppo nero

acero ontano fino a fare di tensione

misura del vissuto. Alla fune un gioco

ripetuto di venti e cardini, e il magro

e in perenne piena, gioco capitale.

LA VISTA DELL’ABISSO. Angela Suppo

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Coma

Essere quelli che giunti sulla porta

li salva l’Angelo,

e il demone va via,

forse un ricordo che su sé

li piega,

la vista dell’abisso che li frena.

Le vecchie signore

Le vecchie signore

si rompono facilmente:

non è colpa dell’osteoporosi,

del calcio insufficiente.

È l’anima che si è stancata,

e si distrae troppo spesso,

voltandosi per ricordare.

**

I testi sono tratti da: Angela Suppo, Il filo torto (prefazione di Daniela Bisagno e postfazione di Alfredo Rienzi), Puntoacapo, Pasturana 2022.

NOTIZIA. Nanni Cagnone

Se restate alle sue spalle, osservandolo seduto e dedicato cose invisibili – poeta – chiedetevi se egli non stia pensando a sé come ad un traduttore, il quale intenda trasporre nell’abit0 del genere poetico pensieri venuti non diversamente dai vili e negletti trucioli quotidiani.

Se restaste tacendo alle sue spalle, curiosi del suo lambiccarsi impaziente, chiedetevi se egli non tenti invece la via più breve, tastando e figurando parole la cui momentanea musica si pone già nella temperie poetica. In tal caso, egli sarà un trovatore, amante delle buone maniere.

Né l’uno né l’altro è poeta, poiché il primo indossa un abito superfluo e il secondo è costretto nell’anima.

*

Il poeta assiste dapprima all’apparizione di un vuoto, entro il quale prenderà a oscillare fino a trovarvisi presente, di un’irritata e felice presenza. E un poeta che non sappia aderire a un tale vuoto porterà con sé un mondo incompleto e partorirà, con fatica, un frutto immobile, incapace di ritorno. Immerso in un completo stato di veglia, egli si attira una decorosa consolazione.

Ma poesia non è che un momento tra due, nel quale deve ancora nascere la terra e l’anima dà oscuri barlumi; momento in cui – preceduti, senza più scorta né bagaglio – per la dolcezza di ogni legame l’anima emana dentro sé una lingua. Così viene pensata la poesia, senza caso né calcolo, pensata e lasciata indecisa…

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Il testo è tratto da: Nuova Corrente. Poesia per gli anni 80, 1, anno XXIX (1982), a cura di Stefano Verdino, pp. 309-310.

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I GIORNI QUASI NOSTRI. Toni Begani

Fingiamo ch’io sia felice,

triste pensiero, un momento;

forse potrai persuadermi,

sebbene io sappia il contrario.

ll mondo è tutto opinioni,

che sono così discorsi

xhe quel che per uno è nero

l’altro dimostra che è bianco.

Suor Juana Ines de la Cruz

*

Bianco sporco.

Un cielo di polvere bianca diffonde luce opaca sulle cose.

Fiacca e noia.

Poteva essere un dolce sipario soleggiato di settembre, poteva essere una preparazione di autunno nella città.

Ma è un tentativo a oltranza di mantenere la banalità di un’estate formale a tutti costi come sempre. La luce giusta per la necropoli di riviera che si attrezza per la sera.

Questo ritorno richiama gli altri alla memoria. Stessi treni, stesse stazioni, sentimenti ed emozioni ibernate vive dilagano ancora. La casa di mio padre, la raffineria, dichiaratamente dismessa oggi, fantasma già allora.

“Dormono sulla collina”

Tempo senz’anima. Emozioni azzerate che consentono la fuoruscita controllata dei ricordi e dei sentimenti.

**

*Il testo è tratto da: Toni Begani, La forma vera delle cose, gattomerlino editore, Roma 2025.

RIVELARSI E DISSOLVERSI. Donato Di Poce

*I testi sono tratti da: Donato Di Poce, Lo strip-tease del linguaggio. Poesismi, Eretica edizioni 2026.

Scrivo sulle pagine di vento

I miei esercizi di libertà.

*

L’arte è immaginazione

Liberata dall’ossessione della bellezza

E dai difetti della realtà.

*

Lo scrittore è un vagabondo

Che cerca idee per un libro futuro.

*

L’unico modo per rivelarsi

È quello di dissolversi.

WALTER BENJAMIN E L’ELEFANTE. Luigi Sasso

Un racconto di Walter Benjamin, Del perché l’elefante si chiama elefante [Warum der Elefant ‘Elefant’ heißt] si presenta con i toni e la sintassi di una fiaba. Si tratta di un testo del 1933, che inizia così: «Era un giorno. A quel tempo, viveva un uomo che si chiamava Elefante». Niente di strano, almeno fino a quando non si giunge alla conclusione della frase: «ma allora l’elefante, come è oggi, non lo si conosceva ancora, era molte migliaia di anni fa». Quel nome proprio non può dunque provenire dal nome comune dell’animale, dato che l’esistenza del nostro elefante, in quel contesto, non era né nota né in alcun modo attestata. E quando finalmente il pachiderma si appalesa, esso appare con una fisionomia significativamente diversa da quella a noi familiare: «E d’improvviso – tutti si meravigliarono molto – arrivò un animale, che non aveva alcun nome e l’uomo lo vide e, siccome aveva un naso corto e appariva tanto simile all’uomo, lo prese con sé ed esso restò con lui». L’uomo prova a lanciare un pezzo di legno all’animale, che cerca di afferrarlo, non con le mani che – precisa il narratore – non possedeva ancora, ma con il naso, benché, come s’è detto, fosse poco adatto allo scopo. Solo col tempo, e con l’esercizio, il naso diventerà lungo e prensile. Ma non siamo ancora giunti alla vera conclusione del racconto, perché il punto focale è costituito dalla storia del nome e ci riporta molto indietro nel tempo, «quando il naso era ancora corto». Il nocciolo della questione, insomma, viene, nello sviluppo narrativo, solo ora: «Siccome l’animale rimase con l’uomo che si chiamava Elefante, la gente chiamò anche lui elefante». Quello che col garbo di un racconto per l’infanzia Benjamin vuole in poche righe suggerire è che i nomi comuni, prima di essere tali, sono stati dei nomi propri. E che, ampliando un po’ la prospettiva, il linguaggio è il riverbero di una lingua dei Nomi, già ipotizzata altrove, per esempio nel saggio del 1916 Sulla lingua in generale e sulla lingua degli uomini. Là il tono era ben diverso da quello del nostro racconto, ma vale in ogni caso la pena di citare qualche passaggio: «L’uomo è colui che nomina, e da ciò vediamo che parla da lui la pura lingua. Ogni natura, in quanto si comunica, si comunica nella lingua, e quindi in ultima istanza nell’uomo. Perciò egli è il signore della natura e può nominare le cose […] La creazione di Dio si completa quando le cose ricevono il loro nome dall’uomo, da cui nel nome parla solo la lingua». Ma, dopo la cacciata dall’Eden, «l’uomo esce dalla pura lingua del nome, fa della lingua un mezzo […], un semplice segno». Ciò che in modo meno palese, e tuttavia felice, si insinua nel nostro racconto, è l’idea che compito di chi legge, come del resto, e forse a maggior ragione, di chi scrive, consiste nel liberare le parole dai loro panni quotidiani e sdruciti, per provare a riconoscervi finalmente dei nomi unici e inconfondibili, enigmatici, propri. Leggere e scrivere, per Benjamin, solo in questa metamorfosi si rendono davvero praticabili.

FORSE SOPRAVVISSUTI. Carola Allemandi

**

Forse sopravvissuti

Noi siamo anche chi è venuto prima

cercando una risoluzione in tempi

molto più lunghi di una vita. Senza

farsi vedere qualcuno pure

ci difende. L’impulso generale

è quello di calmare gli eventi,

aspettarne uno soltanto, intanto sedersi.

Il sole cala sull’abitudine

ed è perfetto: scoprire che cosa

succede nella mani di chi tiene,

tocca, rende propria l’estensione.

E non capirlo, questo continuo senso

della stessa cosa che ora torna

e ci fa mangiare a questo stesso

tavolo; saperci immobili eppure

così nuovi, forse sopravvissuti.

*

Siamo nelle mani di chi ci chiama

fuggendo; di chi seduto ci ordina

il cammino. Minuscoli per vie

traverse arriviamo dove arrivano

i cani, né sappiamo dove porti

questa vita che non riesce a unirsi,

disperso che rimane in un tragitto

orribilmente lungo. Questo solo

tra molte interruzioni. Aspettare

una chiamata. Di questo solo

sappiamo essere fatto l’universo.

*

Parlavamo dei centimetri, quanti

necessari per spostarsi perché

da riva spuntasse a noi la terra

placando l’ansia di saperla ancora

nostra. E sentirla allora; e farci noi

più brevi verso il passo minore

che chiedeva, ora, per toccarla.

Conteneva tutto, il senso di quanti

altri già passati, la maniera

giusta per risolversi, per essere

guardata. Per questo ci assomiglia,
e non ci chiama vedendoci cadere.

*

La terra in lontananza correva

veloce quanto noi, mentre gli stormi

annunciavano tempesta: era quello

che ognuno vedeva, realtà intere

portate via dalla corrente, sparse

tra l’incolto. Sul precipizio, tutto

per un attimo restava come

per esserci ancora prima del salto,

del grido di voci sparse ancora pieno.

*

Così il sole era tutto il nostro sfondo.

Capitavamo come altre stelle

nella città deserta. Una ferita leggera,

breve come la luce propria

di una stanza, una felice insonnia.

*

Il credo dei giorni è lo stesso per noi:

ogni tipo di luce segmenta

un mondo accettato solo col respiro

e chiude gli occhi su tutto ciò

non accaduto ancora.

Le rive scarse di materia

prima che sia notte

concluse ora in un limite di cielo,

sono soltanto la loro forma

vera: un messaggio offertoci comunque.

*

Il tempo preferiva non toccare

niente di quanto apparso tra le rocce

all’improvviso: lasciare tutto

a un altro corso, a ciò che avviene senza

il volere di nessuno. Come se

dalla salita si potesse ancora

immaginare il volo, ogni cosa avuta.

Il testo è tratto da:

R-ESISTENZE, Antologia 2025-2026. Save the world. Connecting cultures. coordinamento editoriale Andrea Balzola, Albertina Press. Gli Ori, 2026.

L’UTOPICA GIUSTIZIA. Per “Doppio fuoco” di Rossella Maiore Tamponi

Alcuni libri poetici non hanno bisogno di versi: è il caso di Doppio fuoco, di Rossella Maiore Tamponi (Editrice Zona, 2026). Il volume, che ha vinto il Premio Nazionale Elio Pagliarani 2026, si compone di dodici scene in prosa, che si susseguono in due paesaggi diversi: il Belvedere del Righi e la New York dell’11 settembre 2001. Leggiamo la pagina introduttiva dell’autrice: «Alcune di queste cose sono accadute, altre sarebbero potute accadere… Alcuni avrebbero potuto pensare queste cose mentre guardavano, altri avrebbero potuto guardare mentre le pensavano… C’è chi avrebbe potuto leggerle, c’è chi realisticamente potrebbe averle lette. Certuni hanno sentito e altri ancora ascoltato, molti hanno scritto, i più hanno fotografato… Convogliata da una lente concava la luce brucia, affoca. Ma il fuoco è l’arte di regolare la distanza tra ciò o colui che vede e il piano dell’immagine… E c’è chi immagina che si faccia silenzio, che l’angelo ricolmi l’incensiere di brace, lo scagli sulla terra. La fine del mondo dura un’ora e quaranta, o poco più. Poi si rivede il mondo salire dalla cenere, si cerca un nuovo fuoco, si gira”.

Queste parole definiscono Doppio fuoco comeun libro distopico e ipotetico, ironico e tragico, che raduna in scrittura un arcipelago di voci e di pensieri colti in due mondi remoti: come un nodo, nel tempo e nello spazio, dove le voci si ritrovano, si confondono, si perdono, in nebbia e fumo, grida e macerie. Doppio fuoco, frutto di una pluriennale e laboriosa stesura, appare alla lettura come un poemetto i cui frammenti compongono un paesaggio disperato e sfuggente. Il doppio registro della visione, dal Belvedere del Righi alle torri gemelle di New York, richiede la complice attenzione del lettore, scagliato in due paesaggi contrastanti, in due diversi abissi, in cui è legittimo sentirsi disorientati. “È normale cominciare a parlare ogni volta alla fine del pasto, estinto almeno uno dei languori, il fondo nei bicchieri, i coltelli deposti. Lui fissa il centro e la tovaglia buona, io le mani nell’acquaio. Le cose che credo guarderò quando avrò smesso di guardare tutto il resto, le bottiglie nei bicchieri, le mani nell’acquaio”. “Le urla qui sono sempre vocali, nessuno che urli consonanti. Urlano vocali come la a, come la o, come la i e come oh my god, un dio senza risparmio.Come le fiamme che vanno verso l’altro, così la gente sta gridando vocali, oppure grida un prolungato no. E dalla parte opposta il fumo è un nastro sopra il capo. Da qui è un tessuto ovattato. Sirene. Wow. Le torri in dagherrotipo. La gente è risalita sui tetti per vedere, la gente è risalita sui tetti per filmare, per gridare oh my god”.

Il tessuto delle conversazioni genovesi e l’atmosfera da day after dell’11 settembre newyorchese si rifrangono come dentro uno specchio che cattura i riflessi di ogni gesto in un vortice ostile alle logiche della ragione. Lo smarrimento umano è il tessuto del poema, ma l’ars scribendi dell’autrice è la ragnatela che trattiene le voci in questa o in quella inquadratura enigmatica, regolando il fuoco dell’obiettivo solo su certi dettagli. Suscita un senso di perturbamento evocare storie di superstiti, pensieri di vittime, bicchieri di carta, sacchi di rifiuti, grumi di terra, in un unico flusso sonoro che li rende fotogrammi di una tragedia, fra paesaggi d’ombra e creature terrorizzate. Sembra esistere una tragedia comune, un comune tempo di apocalissi, che avvicina i minimi oggetti quotidiani agli echi del disastro collettivo, i panorami di un belvedere al disastro delle Torri infrante. Doppio fuoco persuade per le frasi-frammenti che guidano il lettore nel vortice segreto delle dodici scene. Non è un unico piano sequenza a mostrarci quello che accade: il film del libro, affannato, ansioso, convulso, è girato con la macchina a mano, come nel cinema dei fratelli Dardenne, e il lettore vi partecipa quasi fosse presente; confuso e angosciato come le vittime delle torri, come le creature del belvedere, non sa come districarsi. Il libro ha questo potere: renderci testimoni della tragedia epocale di New York e del paesaggio inquinato sulle alture del Righi. Tornano in mente le parole che precedono il libro: “ La fine del mondo dura un’ora e quaranta, o poco più. Poi si rivede il mondo salire dalla cenere, si cerca un nuovo fuoco, si gira”.

Doppio fuoco è un libro di poesia, ma la sua poesia non è nel ritmo dei versi: è nel pensiero che crea le sequenze, è nel rendere tattile e palpabile il dolore collettivo, è nell’inventare sinestesie che sono lampi di storie, cronache reali, lacerti di visioni, pensieri interrotti. Rossella Maiore Tamponi si assume la responsabilità di mostrare (e talora ricomporre) vite spezzate da traumi diversi. Nel succedersi del poemetto (che non caso termina l’ultima scena con un “continua”), accade qualcosa di indefinito e di tragico, si snoda una lunga sequenza di dolori evidenziati dal doppio fuoco della parola, che è obiettivo e cosa vista. Il poeta, immune da lirismi, è immerso nei suoni delle sue storie, in quei “suoni vocalici” che continuano a echeggiare. Non osserva da lontano: i suoi fotogrammi sono vicini, spie di un disagio inconsolato. “Tutto ciò che l’esperienza avidamente non raggiunge, e della quale resta l’immagine protesa delle braccia contro i rami discosti, glabri e nodosi, impassibili. Cadranno le stelle come i fichi di un albero agitato dal vento ma qui, oggi, non c’è vento. È un uomo che cade. Due si affacciano sul bordo dello squarcio. Finestra con bambino, proteso sopra un vuoto. Verso le nove e un quarto c’è chi è diventata un pezzo di ghiaccio, chi rompe le aperture e le scavalca e chi nuota nell’aria, mentre di fronte guarda chi chi credeva di aver visto già tutto e scatta qualche foto. Ci siamo abituati a osservare gli alberi accanto alle bottiglie, a portare lenti scure per rialzare la luce. La prima cosa che s’impara di solito è a guardare, ma la seconda oramai a fotografare, duplicare le cose in un quadrato, come se le immagini fossero forme, misure, regolarità”.

Sorprende fino a un certo punto l’immagine del bambino proteso nel vuoto, che potrebbe appartenere all’una come all’altra sequenza del poemetto. Lo sguardo dell’autrice non è travolto dall’empatia ma sempre è toccato, trasfigurato, dalle cose viste o che immagina di vedere: cerca le “forme” e la “misura” del gesto, cosciente che talora basti il racconto dei fatti e delle azioni a suggerire la percezione di un incubo. Nessun atto poetico è innocente, protetto nella serra delle parole, ma viene spesso disturbato, sporcato, reso vivo, complesso, molteplice, dalla realtà esterna: narrare questo dialogo, questo contrasto, è compito del poeta, che lo fa scorrere dentro le sue parole. “Il vento che da Nord respira verso sud porta fuori ceneri e rottami nella baia. La calma è diventata artificiale, un manufatto. Ingorghi indistricabili direzionano le code all’ingresso del tunnel. Il senso unico è oramai un’opinione”. “Pini-ombra – d’incendio coi rami mozzi, poi sbiancati dalla pace. Il ponte ferroviario retto dai suoi cinque sorrisi all’incontrario, archi a tutto sesto che dicono – andremo avanti noi, anche quando le rotaie troveranno un vuoto”. È difficile attribuire simili descrizioni all’uno o all’altro dei paesaggi contrapposti. L’obiettivo del regista-poeta, come nel caso di Werner Herzog, inquadra una vaga apocalisse da “fine del mondo”. “Le assenze che bruciano ancora” sono tutte presenti e tengono accesa la fiamma in cui tutte le voci evocate non smettono di esistere. Il “fuoco” che regola l’obiettivo dell’inquadratura, avvicinando o allontanando l’oggetto della percezione, è anche il “fuoco” che divora le campagne genovesi e riduce le Torri gemelle a un ammasso di macerie.

“Se mi contatta il prima possibile gliene sarò molto grato, quali che siano i fatti…cosa succede là fuori? sidera terra ut distant et flamma mari sic utile recto”… La frase di Lucano (dal poemetto Farsaglia) citata nel poemetto, “l’utile dista dall’equo come gli astri dalla terra e il fuoco dal mare”, ci conferma la lontananza dell’universo da qualsiasi forma di giustizia. Questo libro è la vibrante testimonianza di come i poeti cerchino nel linguaggio, comunque vadano le cose, una qualche impossibile giustizia postuma che, nelle parole, diventa l’utopica costruzione di una speranza, arrampicata per una salita difficile. “Giovedì – Tomorrow. Siamo tutti appesi al giorno dopo come a un rampino”. (M.E.)

UN GIOVANE POETA. Nanni Cagnone

Un giovane poeta dovrebbe innanzitutto aver cura di sé: più del proprio carattere e della mentalità che delle vicissitudini della scrittura. Dovrebbe impedire alla documentata realtà di soverchiare. Non farsi incantare dall’avvenenza del linguaggio, ma confidare nella sua qualità asintotica. Un giovane poeta dovrebbe aspirare ad essere il custode di una biblioteca dai vuoti scaffali, imparare la concavità, pensare il percepire, rasente le cose disperare parole, contemplare non pretendere, farsi incostante e tenersi lontano dai fatti, poiché essi non sono incontentabili.

Il testo è tratto da: Nanni Cagnone, Discorde, Lavis, Trento 2015, p. 121.

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