Comunque un uomo in cammino, solitario, segreto e che, per questo stesso atteggiamento, diddifa dell’interiorità come prestigio, ricusa i trabocchetti della soggettività, indagando dove e come sia possibile un discorso di superficie, risplendente sì, ma privo di ogni miraggio; un uomo non già estraneo, come lo si è creduto, alla ricerca della verità, ma che ha lasciato intravedere (dopo altri) le trappole di questa ricerca, oltre ai suoi rapporti ambigui con i vari apparati di potere.
*Il testo è tratto da: Maurice Blanchot, Michel Foucault come io l’immagino, a cura di Viana Conti, Mimesis inneschi, Milano-Udine 2026.
Io e la mia troupe ci troviamo nel Sahara. Il deserto è un paese senza sponde, dove esiste tutto quanto occorre a un sentire vigile e inquieto. Le grandi distese di sabbia che si aprono davanti a noi permettono di fare luce su quel lembo di deserto che ciascuno porta dentro, che altro non è se non la condizione umana e il suo mistero. È in forza di una sovrabbondanza di sole che l’inconscio disvela i suoi segreti. Qui quelli che chiamiamo “Uomini del Sud” non parlano la nostra lingua ma, a differenza di noi che non capiamo ciò che dicono, loro colgono esattamente ogni nostra intenzione; ci squadrano con gli occhi e poi si scambiano cenni di intesa. Mentre noi dobbiamo tradurre, le poche volte che ne siamo in grado, i loro discorsi, essi interpretano i nostri con un intuito straordinario. Nei giorni scorsi abbiamo iniziato ad allestire le attrezzature, montando i carrelli di ripresa; la presenza di questi uomini era palpabile, anche se non così visibile. Avvolti nei loro mantelli arabici, il viso coperto fino agli occhi, si muovevano furtivamente intorno a noi: mai da soli, sempre a gruppetti e, soprattutto, sempre armati. Penso che una guerra, come noi europei l’abbiamo vissuta nei campi delle Fiandre e della Somme, non potrebbe combattersi in mezzo a tutta questa sabbia e a temperature insopportabili. Le truppe non potrebbero percorrere di corsa centinaia di metri sotto il peso degli zaini e dei fucili. Crollerebbero esauste dopo pochi passi e, prive di qualunque riparo, verrebbero spazzate via dalle armi automatiche. Una guerra in un luogo come questo la si potrebbe concepire soltanto con l’ausilio di mezzi meccanici veloci, in grado di trasportare i soldati senza che affondino nella sabbia oppure, come nel caso dei carri armati che costituiscono ormai la nuova frontiera degli armamenti, di offrire la necessaria copertura. D’altra parte, io mi considero un esperto in materia bellica: nel film che ho girato due anni fa sulle carneficine del fronte occidentale ho utilizzato alcuni di quei mostri metallici. Ma le mie sono soltanto futili divagazioni; siamo qui per girare L’Atlantide e non per effettuare un corso accelerato sulle future strategie militari. Dal canto suo il deserto ci ha subito mostrato un suo segno, come uno dei fili della trama che ci apprestiamo a snodare. Ieri mattina, durante le prime ore di riprese, il vento ha scoperto uno scheletro perfettamente conservato sotto uno strato di sabbia. Ci siamo domandati se fosse una vittima dell’ultimo ghibli oppure se si trattasse di resti antichissimi. Le ossa, illuminate dai dardi implacabili, erano diventate come specchi che riflettevano una luce accecante, insostenibile per dei deboli occhi umani. Evento, questo, del tutto improvviso e all’apparenza piuttosto inquietante ma noi, anziché restarne spiazzati, ce ne siamo rallegrati prendendolo come un buon auspicio.
Antinea
Ho immaginato uno svolgimento di questo tipo. Giunto nel villaggio, il tenente Saint-Avit cammina tra i vicoli alla ricerca dell’amico, il capitano Morhange, imbattendosi in gruppetti di persone intente a recitare nenie e preghiere e che, a prima vista, sembrano ignorarlo. Ad un certo punto si vedono alcuni di costoro seduti in cerchio intorno a un grammofono da cui escono le note del Can Can. Nel frattempo il tenente, sempre più affannato e confuso in quel dedalo di stradine, viene come risucchiato in un vero e proprio labirinto sotterraneo il quale, all’improvviso, lascia spazio alla grande sala che ospita Antinea. Per me hanno lavorato attrici come Louise Brooks e Greta Garbo, ma come interprete di questo ruolo ho pensato a una figura ieratica, capace di sfidare il tempo come sanno fare i megaliti. Quando la chiamai al telefono, lì per lì sentii soltanto un lungo respiro emesso dal fumo della sigaretta. “Buonasera, Herr Pabst. Sì, penso di essere in grado di assolvere il compito che mi vuole affidare.” È evidente che fosse già al corrente di tutto. So quanto Brigitte Helm è in grado di affascinare il pubblico con lo sguardo magnetico di cui è in possesso, dall’alto dei suoi quasi due metri: non ho dubbi, quindi, sia lei – entrata cinque anni fa nel ‘gotha’ del cinema con Metropolis – la più adatta a un tale frangente. Vedremo Antinea distesa su un letto coperto di lenzuola e di pelli appoggiare il gomito sinistro sul cuscino mentre, accovacciato ai suoi piedi, un grosso felino sorveglia la stanza con un’aria pigra. Saint-Avit è subito affascinato dalla donna, che lo invita a giocare a scacchi. La partita è un susseguirsi di mosse fulminee in cui ben presto, braccato e messo in un angolo, l’uomo è costretto alla resa. Nella scena successiva la regina ascolta le parole di una serva che la informa che Saint-Avit ha perso totalmente il senno dopo la sconfitta e che, per tale ragione, dovrà morire oppure uccidere. A questo punto egli si rifà vivo nella stanza, con il volto segnato dalla follia. Dopo un breve contatto erotico tra i due, lei gli ordina di uccidere Morhange, presente anche lui nell’edificio e vittima dei medesimi sortilegi. Saint-Avit, in stato di completa trance, vaga alla ricerca del capitano e, sorpresolo alle spalle, lo colpisce più volte alla testa con un martello, sotto lo sguardo di Antinea che sembra pilotarne i movimenti. Compiuto il delitto, verrà aiutato a fuggire dalla serva travestito da beduino.
La tempesta
Le riprese sono terminate da oltre un mese, ma noi siamo ancora tutti qui e non ci diamo pace per quanto è accaduto. Io ho trascorso alcuni giorni sotto sedazione e sto cercando di rimettermi in sesto; non so francamente come affrontare il ritorno e dover dare una spiegazione dei fatti. La pellicola si sarebbe dovuta concludere con il suicidio di Saint-Avit, oppresso dal rimorso dopo aver attraversato il deserto ed essere riuscito miracolosamente a raggiungere l’avamposto. Perciò avevo fatto piazzare due grosse ventole sulle dune che circondano il fortino, allo scopo di simulare la tempesta di sabbia che avrebbe dovuto inghiottirlo. Ma Pierre si rifiutava di girare la scena in questo modo: voleva a tutti i costi che vi fosse una tempesta vera. E questa purtroppo arrivò quella sera stessa. Il suo corpo non è ancora stato rinvenuto. Non riesco a fare altro che ripensare allo scheletro che la rena aveva restituito e che magari un giorno farà altrettanto con quello di Pierre. Forse per i tanti come lui, incapaci di adattarsi alla vita, il deserto è la dimora più gradita.
Nino Iacovella (La parte arida della pianura, Pietrevive editore, 2026),
Fra le epigrafi di questo nuovo libro di Nino Iacovella ne scopro una a firma Gilles Deleuze: “il mondo è l’insieme dei sintomi di una malattia che coincide con l’uomo”: Questa frase accompagna il lettore a visitare la politica poetica del libro.”Io credo in un solo Io, creatore del ceto e della guerra…//Io credo in te, dio che hai la mia stessa faccia,/credo nella mia generazione che ha eretto/cattedrali egotiche e scavato fossati comuni/ per difenderci dagli assedi della morte”. Il credo disperante e beffardo di Iacovella è gemello della sua contrastata speranza per le forme della vita: “Amo il giorno che riesce a vivere/ della sua abitudine di nascere e morire,/ l’autunno che affiora da una pagina bianca,/ e questo vento, che riempie il vuoto del silenzio,/ mentre noi siamo e seguiamo la strada”. L’ostinato illuminismo permette all’io di combattere i soprusi costanti del mondo con una poesia nitida, graffiata nel foglio come i graffiti di Lascaux: “La lunga carovana di notti e giorni/ giunse al riposo//Uomini come filari tra i solchi della terra//Accampati tra le ferite del tempo/erigevano strutture fragili/recintando le cose che non avevano/ ancora un nome// Avrebbero seminato nascite/dai bivacchi, corpi uniti per tenere/ alta la fiamma del calore…”.
Iacovella compone il suo libro in dieci capitoli: Il bianco della pagina, Olocene, Il bianco della pagina, Lande, Antropia, Dall’alto della storia, Entropia, Madre della violenza, Crash test, La grotta di Lascaux.
Il poeta ci racconta di destini minori, lacerati, dolenti: “il dito dello spastico, puntato verso dio,/mi porta al giorno del giudizio//Così come la poesia/ agli affreschi della Creazione”; “Era come se il tagliarsi le vene/ fosse un modo per perdere peso/ una forma di vanità per il suo/girovita abbondante”. Iacovella sa quanto il suo essere poeta, perseverando nei riti della parola, sia la speranza/disperanza nel mutamento del mondo: mutamento che è sempre l’utopia a cui ogni atto poetico aspira, quale che sia la sua materia verbale. “E siamo soli, un uomo e una donna/ in cerca di riparo/ come da millenni i primi uomini/ negli inverni freddi e spietati//Ora, è nelle notti come questa/ che potrei tracciare/ a mani nude il mio disegno:/sulle pareti di casa lasciare/ vividi colori del nostro passaggio//Il calore dei corpi farà da testimonianza,/ un segno di vita in una terra graffiata/ dal gelo e d al distacco”.
Iacovella è poeta che si esprime in rari libri, ma ognuno di questi nasce da una necessità etica imprescindibile. “La parte arida della pianura” appartiene a ognuno di noi: e ognuno di noi ha il compito di non rimuoverla e di non tradirla. “A tu per tu, il gelo in volto io fisso:/lui fissa il nulla, e io fisso dl nulla./ Stirato, pieghettato, senza grinze,/ respirante miracolo, pianura”: questa epigrafe di Osip Mandel’stam, a inizio libro, ci turba non tanto per le immagini del gelo e del nulla, prevedibili corollari della condizione umana, quanto per il “respirante miracolo” della pianura. Quale miracolo può definirsi “respirante”? Quello che non sigilla la speranza in un blocco assoluto. Quello che la esige increspata, umana, mossa da un respiro, che ne sconvolga gli aridi sassi per trasformarli in linfa: “ama quel corpo e non crederai alla morte,// poi chiudi gli occhi dinanzi al buio/ come se il buio non bastasse/ a fermarti”. Questo libro arriva dal buio: è fitto di cronache atroci, di esecuzioni, di torture, di morti. La voce del poeta si sofferma su scene senza scampo, dove viene detto quanto è indicibile, ma non smette di mostrarci che, prima del suono di ogni lingua, la poesia è atto di pietà che ci congiunge a persone morte o vive, narrate al centro del loro dolore. Non si può che provare, da abitanti del pianeta, un senso di sconcertato, sgomento dolore. Non sarà la parola, né nostra né altrui, a salvarci, ma la parola resta il solo mezzo con cui possiamo traghettare quel dolore, rappresentarlo come invincibile integrità umana. “Arrivati a destinazione,/ il portellone non tiene la forza/ di chi cerca da sempre luce e aria//Marta si sorprende al primo sole/del mattino: vede nascere dalla pianura/ una promessa che non riesce a decifrare//Si abbraccia in solitudine,/ mentre gli altri sciamano ignari/nel recinto umano fatto di noi,/corda di braccia,/ paratoia dove è possibile/ soltanto spingersi per sfociare/ da un giorno all’altro”. Pur essendo evocata con potente realismo questa scena cosa ci descrive? È parte di un ricovero, di un massacro, di un arresto? Il lettore vive nella “sospensione dell’incredulità”, persuaso a credere in ciò che accade ma incapace di definirlo. La poesia di Iacovella ci costringe a entrare in un mondo dove la voce lirica è tramontata e dove la sola domanda del poeta è: “Ma cosa torna da ciò che sconfina?” Qualcosa torna sempre, non fosse che il desiderio di un abbraccio. Anche se “il fiume sarà un muro d’acqua/ che ti arriverà addosso trascinando/ via ogni fondamenta umana”, chi resta sa cosa dire, da sconfitto, alla fine dell’assedio. Il dolore è dolore, e spegne l’immaginazione, Ma, se la riattiviamo oltre ogni speranza, se mettiamo la parola al centro della nostra indagine umana, vivremo ancora la possibilità. E saremo, nonostante stragi e delusioni, visionari costruttori di un nostro futuro.
Donato Di Poce, Alberto Casiraghy.I sogni di un Pulcinoelefante tra Arte e Poesia (IQDB, 2026)
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In un’altra stanza
Tra le rotative scorreva
L’inchiostro dei pensieri brevi
L’inchiostro delle combustioni
L’inchiostro delle ciliegie
L’inchiostro dei desiderio
L’inchiostro delle contaminazioni
L’inchiostro dei gesti
L’inchiostro delle materie.
D. Di Poce
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Quando penso
di sapere tutto
ho paura
*
Quando il vento dorme
io ascolto
*
Io sono di tutti.
*
La morte è
un fiume segreto
che ci aspetta
A. Casiraghy
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In Alberto Casiraghy.I sogni di un Pulcinoelefante tra Arte e Poesia (IQDB, 2026) di Donato Di Poce, il lettore osserva i mille e mille libri nati dalla fantasia di Casiraghy, aforista, poeta, violinista, come creature che, dal 1998, scorrono in cataloghi, mostre, libri critici, laboratori. L’assoluto incarnato da queste felici plaquette è l’assoluto di una lettura veloce e immediata, ripartita fra immagine e testo, una iper-metafora della libertà che trasforma quella che era una spiritosa collezione privata, uno “scherzo” innocente, nel simbolo di una universale e celeste anarchia di immagini e parole formata da costellazioni non infinite ma mai finite: “Aspetta un attimo/ Vado a casa mi impicco e torno”; “la mia vita senza me stesso/ sarebbe un disastro”; “Scrivo aforismi/ perché quando/ inizio/ ho già finito”; “la gioia del fuoco/ attraversa”. E poi, i titoli dei suoi libri aforistici (Pericoli indispensabili, Dove volano gli occhi, Se gli angeli sono inquieti, I miei labirinti felici, I pesci non parlano mai ai rinoceronti) mostrano il sorriso ironico di una ostinazione poetica che traversa i propri libri e quelli del Pulcinoelefante senza mai alzare la voce ma incrinando ogni canone. In Alberto la tirannide dell’immagine e del senso non ha ragion d’essere. Tutto quello che appare nelle sue edizioni si trasforma in un coro polifonico che, nell’eternità del suo breve respiro, non ammette pause e anzi invoca altri frammenti. Ogni autore, in questa collana di ormai undicimila titoli, è un nome fra i nomi, un arabesco, un suono. E il lettore è chi capita per caso nella sua foresta di segni, deviando da ogni ragione per cercare il suo unico, molteplice sogno.
Franz Sussmayr: Io concludo i capolavori che la morte ha interrotto e che i loro autori hanno lasciato incompiuti nell’attimo in cui le forze li abbandonarono.
*Il testo è tratto da: Pascal Quignard La barca silenziosa, p. 162, Seuil éditions, 2009.
** Quando Mozart si recò a Praga per realizzare La clemenza di Tito si avvalse della collaborazione di Franz Süßmayr a cui affidò la stesura di alcuni recitativi. Secondo la tradizione, il grande compositore gli affidò, sul letto di morte, il compito di terminare il suo Requiem e lo istruì per questo lavoro fino al momento in cui cessò di vivere.
VIA – non vista come tracciato, piuttosto il cammino, da completare, un itinerario verso il senso lontano, il compimento della disciplina. Gli kaiku mostrano rispettivamente: una strada cittadina piena di traffico, un lungomare, un viale di sera e il deserto di notte.
Un lungo giro
per evitare il chiasso –
nuvole bianche
*
come ogni giorno
ritorno a casa –
sale nebbia dal mare
*
viale deserto
nel buio – qualcuno
ha scordato un cappello di paglia
*
le grandi stelle –
nelle notturne dune
i sussurri di sabbia
**
Rabbia
La sola strada,
e non porta lontano.
Questa uniformità, questo obbedire
a opache, intime leggi…
Mietitura
Figura storta
voci di mietitura;
blu molto intenso
curv nell’assolato
arancio della sera
Tortura
Dodici punte
nella calma apparente.
Dileggio interno, ferro.
Dodici dove meglio
possano non dar morte.
Osservatorio
Scendiamo. Non da qui
dal celebrato picco
dei multipli orizzonti.
Più giù dove la luce
manca: teso lo sguardo!
Acqua
che sola puoi
riconciliare i segni
diritti e duri
infissi nella mente
oltre i sogni fluttuanti.
Elegia
Piccola bara
bianca. Veniamo dietro
affaticati.
E già pronti a scordare,
nel nome della vita.
**
I testi sono tratti da: Giorgio Gazzolo, Cinque idee giapponesi e venti haiku (s.e, 2004) e Sguardi, Edizioni del Leone, 2000.
Certains de ces aphorismes étaient placardés, en écriture phonétique, sur les arbres de son domaine
Alcuni di questi aforismi erano fissati come scritture fonetiche agli alberi della sua foresta.
Guérir par le refus de la connaissance.
Guarire attraverso il rifiuto della conoscenza.
*
Attention au gouffre du raisonnement.
Attenzione all’abisso della ragione.
*
Une seule porte de sortie: le rêve.
Una sola via d’uscita: il sogno.
*
L’homme a plus besoin de mystère que de pain.
L’uomo ha più bisogno di mistero che di pane.
*
L’illuminé, c’est celui qui croit à l’impossible.
L’illuminato: chi crede nell’impossibile.
*
Je ne suis pas instruit des hommes mais du ciel.
Non sono istruito dagli uomini ma dal cielo.,
*
La religion meurt avec sa définition.
La relgione muore definendosi religione.
*
Je suis riche de pauvreté, ils sont pauvres de richesse.
Io sono ricco di povertà, loro sono poveri di ricchezza.
*
L’homme doit vivre debout ou couché, s’il est assis, c’est un malade.
L’umo, che viva in piedi o coricato, mai seduto: questa è la malattia.
*
La crasse, c’est le commencement d’une nouvelle planète.
La muffa: l’inizio di un nuovo pianeta.
*
La vitesse est une insulte au créateur.
La velocità: un insulto al creatore.
*
Le temps n’existe pas dans la pensée.
Nel pensiero il tempo non esiste.
*
S’appuyer sur un mensonge pour mieux dire la vérité.
Appoggiarsi alle menzogna per dire meglio la verità.
*
Dépassée la frontière de la souffrance c’est la béatitude.
Oltre la frontiera della sofferenza c’è la beatitudine.
*
Avoir osé aller jusqu’aux extrémités de l’âme.
Aver osato fino agli estremi dell’anima,
*
Aucun trésor n’est comparable à un sourire de femme.
Nessun tesoro come un sorriso di donna.
*
Femme, quand tu passes, tu déranges le repos.
Donna, quando tu passi, turbi il riposo.
*
Tout ce qui est beau est un piège.
Tutto ciò che è bello è una trappola
*
Aimer c’est se préparer à souffrir.
Amare è preprarsi a soffrire.
*
Emettez des cellules d’amour.
Sprigionate celule amorose.
*
Le rire, c’est la consommation des valeurs spirituelles.
Ridere, è consumare i valori spirituali.
*
L’alcool abrutit l’imbécile mais divinise le guide.
L’acool abbrutisce l’imbecille ma divinizza la guida.
*
Vivre non pas pour être mais pour devenir.
Vivere non è essere ma diventare.
*
L’artiste pur est un médium disponible à toutes les sensibilités.
L’artista non è un medium disponibile a ogni sensibilità.
*
Dans l’extrême futur, le créateur sera total ou il ne sera plus.
Nel futuro estremo, il creatore sarà totale, o non sarà.,
*
L’art n’est pas fait pour être vendu.
L’arte non è fatta per essere merce.
*
Chomo, l’homme qui va mourir, vous parle.
Chomo, l’uomo che morrà, vi parla.
*
Dernier message à une civilisation défunte.
Ultimo messaggio di una civiltà defunta.
*
Quelle empreinte auras-tu laissée sur la terre pour que ton Dieu soit
content?
Quale impronta avrai lasciato sulla terra perché il tuo Dio sia soddisfatto?
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HOMMAGE A CHOMO
Il y a dix Il y a dix ans mourait Chomo, l’ermite de la forêt de Fontainebleau, artiste total à la fois poète, musicien, peintre, sculpteur, architecte, et auteur d’un film récapitulatif de toute son œuvre, plus long que le Mahâbhârata : Le Débarquement Spirituel. Une véritable légende vivante, dont l’empreinte est profonde sur tous ceux qui l’ont rencontrée. Des milliers de visiteurs, de toutes conditions, ont été admis, au fil des ans, dans le territoire mythique de son Village d’Art Préludien, sur la commune d’Achères-la-Forêt, non loin du Cyclope de Tinguely et de la chapelle Saint-Blaise-des-Simples, où est enterré Cocteau, à Milly-la-Forêt. D’Angleterre, des Etats-Unis, d’Allemagne, du Japon, la télévision est venue filmer l’Eglise des Pauvres, le Sanctuaire des Bois Brûlés ou le Refuge, trois chefs d’œuvre de l’architecture spontanée de Chomo, réalisés, comme toute son œuvre, en matériaux de récupération : bois morts de la forêt, grillage, plâtre, bouteilles, tôles de voitures, glanés dans les sous-bois, les décharges publiques et les casses automobiles des environs. Déjà, en 1960, les derniers surréalistes, André Breton, Dali, Joyce Mansour, Henri Michaux, mais aussi Cocteau, Anaïs Nin, le peintre Atlan, les galeristes Claude Bernard et Iris Clert ou même Picasso, avaient admiré, à Paris, les Bois Brûlés de Chomo, ses assemblages de verre et ses toiles lacérées, dans l’unique exposition qu’il devait consentir avant de se retirer du monde. Par la suite, sur les traces de Clara Malraux, mandatée en son temps par le Ministère des Affaires Culturelles pour faire protéger le site à ses débuts, des personnalités aussi différentes que Bernard Anthonioz, Jacques Attali, Henri-Claude Cousseau, Jean-Hubert Martin, se sont rendues dans le « Royaume » de Chomo, pour voir de plus près celui qui se disait aussi médium et guérisseur et vivait dans une telle symbiose avec ses abeilles qu’une séquence « choc » lui a été consacrée, en 1965 dans un film d’Edouard Logereau, Paris-Secret. Bernard Lassus, Michel Ragon, les peintres Jean Revol, Lisette Combe et Jean de Maximy, le sculpteur Josette Rispal, les photographes Jean-Paul Vidal, Marcus Schubert, Jean-Claude David, Pascal Brousse, Minot-Gormezano, le psychiatre Gaston Ferdière, Michel Thévoz, de la Collection de l’Art Brut de Lausanne, Jean-Paul Favand du Musée des Arts Forains, John Maizels, de la revue internationale Raw Vision, et beaucoup d’autres ont été parmi les admirateurs et défenseurs de l’univers de Chomo. Clovis Prévost et Antoine de Maximy lui ont consacré un film. J’ai moi-même recueilli les souvenirs et les pensées de Chomo, dans un livre iconoclaste publié en 1978. France Inter, France Culture, Radio Libertaire sont venus enregistrer la poésie sonore, les musiques expérimentales et les propos détonants de cet écologiste avant l’heure, grand pourfendeur de la société de consommation, auquel une Fondation a même été un temps dédiée, destinée à protéger le lieu et l’oeuvre de Chomo. Mais Chomo était un irréductible, et s’il avait décidé de poursuivre son œuvre en-dehors du circuit des galeries et du marché, payant sa rébellion au prix fort de l’inconfort et de la solitude, c’était pour préserver sa liberté totale d’esprit et de création, pour pouvoir sans entraves enseigner sa voie à tous ceux qu’il prenait au piège de son rêve, et pour rester jusqu’au bout fidèle à sa révolte contre une société qu’il estimait gravement dévoyée, sur une planète elle-même en grand danger. Depuis dix ans, l’univers de Chomo n’est plus accessible au public, et ce créateur inoubliable, ce visionnaire tourmenté par tous les excès de l’inspiration, auteur de centaines d’expériences de tous genres en sculpture, peinture, poésie, musique, cinéma, est en passe de disparaître de l’écran de nos mémoires. Il était temps que la France reconnaisse le génie de cet artiste extraordinaire, trop longtemps cantonné dans les curiosités du bord des routes, et rende hommage à celui que le chanteur britannique Jarvis Cocker, dans son road movie Journeys into the Outside (Voyages dans l’ailleurs), tourné l’année même du décès de Chomo, considérait déjà comme un monument du XXème siècle. Ce sera l’honneur et la fierté de la Halle Saint Pierre d’avoir eu, la première, ce souci et ce privilège. Puissent, dans cette lancée, les pouvoirs publics prendre les décisions qui s’imposent afin de consacrer à Chomo, sur le lieu où il a vécu, le musée qu’il mérite. (2009) Laurent Danchin
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CREAZIONE DISSIDENTE. Eva di Stefano
La scena dell’arte che amiamo ha perso all’inizio di quest’anno uno dei suoi più appassionati e competenti paladini: Laurent Danchin (1946-2017). Intellettuale generosissimo nel condividere il suo sapere e il suo archivio, battagliero contro tutti i compromessi e conformismi culturali, lucido ed empatico promotore degli artisti del margine. Abbiamo avuto la fortuna di godere della sua amicizia e del suo appoggio fin dall’inizio dell’avventura dell’Osservatorio di Arte Outsider, e di pubblicare nel corso del tempo alcuni suoi preziosi articoli su questioni che ci stanno a cuore: le ragioni dell’attuale successo dell’Art Brut nel contesto dell’arte contemporanea (n.2, 2011), le caratteristiche dell’arte medianica (n.3, 2011), la storia della ricezione in Italia delle creazioni fuori norma (n.6, 2013), l’esperienza di tutela delle costruzioni outsider (n.10, 2015).
Per cultura e vocazione, Danchin apparteneva ad una specie in estinzione: era un umanista e non solo un brillante critico e curatore di mostre, era più di uno scrittore come lui amava definirsi, e cioè un uomo libero e uno studioso dalla prospettiva ampia e labirintica, non ingabbiata negli specialismi disciplinari, spinto da una curiosità insaziabile verso ogni campo delle scienze umane. Con l’impronta libertaria del maggio francese della sua formazione, ma affrancato da ideologismi di ogni sorta. Si esprimeva con forza polemica contro un’idea di cultura come produzione e consumo di eventi, e contro la parcellizzazione del sapere e il riparo asfissiante delle puntiformi specializzazioni accademiche, che mortificano il pensiero del mondo ma spianano la carriera universitaria, a cui lui, pur con un percorso di eccellenza all’Ecole Normale Supérieure e negli studi in storia dell’arte ed estetica, aveva rinunciato preferendo insegnare lettere nei licei ‘difficili’ della periferia parigina. Guardava perciò con diffidenza al recente interesse degli ambienti accademici verso l’Art Brut e alle conseguenti mortifere speculazioni teoriche, e rifletteva con prudenza critica sulle nuove aperture istituzionali e commerciali, temendo a ragione la calata di opportunisti ed impostori. Anche nel nostro primo incontro parigino, nel 2010, accolse con cautela iniziale il nostro progetto, nato all’interno dell’Università di Palermo, ma per aderire con
entusiasmo subito dopo, avendo accertato che, nonostante il mio ruolo, condividevo una spregiudicata attitudine antiaccademica. La sua insofferenza verso i binari precostituiti e la sua fedeltà agli ‘scartati’ della società lo avevano indotto ad approfondire il pensiero dissidente di Jean Dubuffet, a cui aveva dedicato un ‘importante monografia (Lione, 1988, riedita a Parigi nel 2001), e di Antonin Artaud, di cui aveva documentato accuratamente l’intera vicenda manicomiale (Parigi 2015). Ma, come accade il più delle volte, sarà l’esperienza vissuta a determinare la sua iniziale scelta di campo: il legame che stabilisce con Chomo, artista che, per rifiuto della società dei consumi e del sistema culturale ufficiale, ha vissuto per decenni in eremitaggio nella foresta di Fontainebleau dove ha realizzato in povertà e disinteressata solitudine la sua ‘opera d’arte totale’. Danchin gli fa visita ogni settimana tra il 1975 e il 1983, e ne raccoglie le dichiarazioni in una pubblicazione del 1978. Infine, dopo la morte dell’artista, si batterà fino all’ultimo respiro per la salvaguardia del luogo, realizzando due grandi mostre (Halle Saint-Pierre, 2009-2010; Castello di Tours, 2015-2016) e fondando nel 2015 un’ apposita associazione. Dal tempo di quei pellegrinaggi nella foresta, lo scrittore dedica tutte le sue energie alla creazione dissidente, ne ripercorre la storia, si addentra nelle vie dei creatori, scopre, promuove, polemizza con l’arte contemporanea ufficiale, scrive e raccoglie documenti. Il suo volumetto Art brut, L’istinct créateur, pubblicato da Gallimard nel 2006, è un ottimo esempio di divulgazione, sintetico e completissimo, anche per la capacità di scrittura chiara e coinvolgente. Ma, la sua riflessione forse più originale, che esplora -fuori dai sentieri battuti- sia l’arte contemporanea che la creazione irregolare (medianica o virtuosistica), si trova in Le dessin à l’ère des nouveaux médias (Parigi 2009, purtroppo senza illustrazioni) dedicato al fantasma della padronanza tecnica del disegno, “scheletro delle arti visuali”, generalmente avversata nel novecento, ma che riemerge in età contemporanea in settori sottostimati come i cartoni animati, l’illustrazione, il fumetto e l’infografica.
(Primavera del 2017, Osservatorio Outsider Art, n. 13)
Nel 2014 Leonardo Rosa pubblica, per la collana “Le Carte nascoste” delle Edizioni Campanotto, Racconto di uno sguardo. Il libro è un complesso quaderno di appunti, riflessioni, ricordi, pitture, raccolti nell’arco di una vita intera: è un oggetto indefinibile e cangiante, che si può leggere sincronicamente come autobiografia e diacronicamente come zibaldone. Una pagina riporta dei fili d’erba bruciati collocati dentro rigorosi quadrati; la pagina contigua queste parole: «Caro Pierre, la nostra pelle è spiegazzata / ma l’entusiasmo è ancora respiro fresco. / Bisogna continuare a dipingere…/ Non abbiamo tempo di perdere tempo. / Dove siete arrivati? chiedono. / Siamo sempre in viaggio nel nostro mondo interiore / Orsi in libertà». E ancora, qualche pagina dopo: «Mi è venuta un’idea? / Stanotte? / Stanotte. / Ma il tuo cervello non rallenta mai? / Di notte ha dei lampi». E, alla fine del libro, in omaggio a chi scrive questa breve nota, questa citazione: «Abbiamo scritto. Abbiamo modulato il nostro nulla. Adesso aspettiamo».
Anche se non è facile, perché il tempo scorre veloce, occorre aspettare. E occupare il tempo con libri inesauribili, come Racconto di uno sguardo; libri da percorrere come diari, taccuini, memorie personali, frammenti poetici, dall’infanzia alla giovinezza all’età matura. Il titolo del volume è un omaggio al poeta Bernard Noël che ha dedicato a diversi artisti visivi, tra cui Leonardo Rosa, il suo Diario di uno sguardo, dove apre un dialogo inesauribile fra poesia e pittura. Dialogo che percorre anche questo libro di Leonardo, oggi ottantaseienne.
Riascoltiamo ancora, dal libro, la sua voce, come se parlasse a se stesso: «Dice dalla tua prima opera sono passati cinquant’anni. / Che artista pensi di essere? Come ti definisci? / Semplicemente artista a come anomalo / a disagio in un ambiente di trappole rispondo».
Anomalo, Leonardo lo è sempre stato. Nel 1948, nell’immediato dopoguerra, fonda la rivista poetica, “Momenti”; negli anni cinquanta conosce Emilio Scanavino e inizia la sua ricerca informale; nel 1974 si ritira a Castelvecchio, un borgo medioevale ligure, e inizia a lavorare con cenere e carbone; viaggia in Corsica e in Grecia; espone in Germania, Olanda, Svizzera; nel 1992 incontra Raphaël Monticelli, poeta e critico d’arte, con cui inizia una lunga intimità creativa; inventa i bois flottés – legni di deriva – che intitola Tjuringa, ispirandosi alle Vie dei canti di Bruce Chatwin; lavora con imballi alimentari, pelli vegetali, filtri da thè, erba bruciata; inizia i suoi soggiorni nelle Isole Cicladi e a Iraklia torna a scrivere componendo proprio Taccuino delle Cicladi, tradotto da Raphaël Monticelli con il titolo Les chariots du ciel. Nel 2009 scrive Blu al quadrato, un libro che anticipa Racconto di uno sguardo, e che è ancora un diario-zibaldone, una sorta di jam session del poeta-pittore su temi a lui cari.
Riascoltiamolo ancora: «La sera dopo il mercato cronaca in forma di lettera. // Cele cara / mi trovo in una falsa antica osteria. / Bevo vino che non è. Sul mio tavolo c’è un piatto ovale / con polpettone e torta di cipolle. / Al tavolo vicino tre giovani coppie dissertano / su Mozart e Mahler / con brividi di acciughe affogate in un catino di limone».
Qual’è la capacità sottile e intrigante di Leonardo Rosa? Quella di giustapporre i toni con felice, selvatica, innocente disinvoltura. Si parla di Miss Maremma, Miss Estate, Baglioni, tabaccherie, biciclette, uva barbarossa, e di teorie pittoriche, con un tono sempre svagato, da ragazzo che prende appunti, disorganizzato e anarchico, addolorato e scherzoso, sentimentale e grottesco.
«Attraverso una periferia di ciminiere e pedalo tra i campi. / Lontano appare un capannone schiacciato fra le zolle. / È la filatura. / Avvicinandomi il portale di ferro ingigantisce / e le inferriate dei finestroni diventano più massicce. / Mi sento libero».
Rosa dispone in versi il materiale della sua scrittura, ma sono versi liberi da qualsiasi intenzione poetica; sembrano ancora una volta annotazioni sparse, dove l’andare a capo è la tonalità emotiva del momento.
Il libro si suddivide in lunghi capitoli: Tempo uno, Tempo due, Tempo Tre, e cinque Intermezzi, in cui Rosa continua a raccontare le sue storie: «intanto l’autore novizio / raccontandole s’è distaccato dalle sue memorie / e noi siamo diventati personaggi di un racconto». Racconto di uno sguardo non si vergogna di non avere un centro. Lo scrittore-artista intreccia la scrittura come se dipingesse: «No, non userò le tele ma povera carta / e in un giorno brucerà sarà cenere di cenere». In queste sue “carte nascoste” Leonardo è pienamente libero: assembla schizzi inconsci, fumetti, poesie visive, fotografie, versi, frammenti; divaga come se tracciasse uno schizzo della sua vita d’artista.
In una pagina annota: «Ricomincio. / Voglio conoscere il materiale carbone e disegnare corpi / a grandezza naturale. / Non cerco idee ma l’emozione di avere davanti un foglio / più alto di me e misurarmi con l’ampiezza del gesto». Nella seguente riproduce un suo nudo arcaico, giacomettiano, tracciato col carbone.
Contrasti continui, che rendono il libro increspato, imprevedibile, doloroso, umano, talvolta buffo, dove la riflessione sull’arte è contigua a una percezione sarcastica della realtà e dei suoi imprevisti dettagli. Ecco un’altra annotazione, di sorprendente autoironia: «Vorrei avere la rabbia ironica di Bukowski. / Invece scrivo lagni lagni d’infante». O quando festeggia il suo compleanno con un graffiante viaggio à rebours: «2009 14 marzo mi sveglio alle 3.28 compleanno. / Ero vecchio a sedici anni frusto a ventiquattro. / Senescente a trentotto. Poi mi sono fermato. Magia di Cele. / Adesso sono un ragazzo ottantenne. Chioma abbondante. / Pelle e tutto il resto a norma senza coloranti e conservanti».
Leonardo Rosa, indomabile ragazzo, non smette di mostrare, libro dopo libro, disegno dopo disegno, la sua non placata energia vitale, associata a una cupa malinconia distruttiva, a un fotogramma in negativo: «non ho visto / non ho ascoltato / non ho detto / non ho fatto / non ho capito», al quale noi lettori non riusciamo mai del tutto a credere, convinti, leggendo questo libro, autoritratto di artista puer e senex insieme, che brinderemo sempre a un possibile futuro: «Brindiamo / A che cosa? / Brindiamo all’anima a quella che il borgo non ha più. / All’anima che se n’è andata con l’ultimo vecchio. / E l’idea? / E’ in una domanda. Assurda alla nostra età. / Quale? / Cosa ne dici di mollare tutto e cercare un luogo nuovo?». E chiuderò questa mia divagazione con un frammento dalla Lettre Verticale XXXVII dedicata da Bernard Noël a Leonardo: «alla fine del soffio visuale trema / ora un essere là senza viso / si percepisce un pensiero un luogo / un gesto dove l’amicizia / riunisce tutto il presente». (M.E.)
(2014)
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Leonardo Rosa (1929-1924) muore a Castelvecchio di Rocca Barbena. Noto per la continua ricerca e utilizzo di materiali poveri: da legni di deriva, imballaggi alimentari, a ciò che apparentemente può sembrare scarto, ma che per Rosa diviene materiale suggestivo e poetico. Realizza preziosi libri d’arte con Michel Butor e Raphael Monticelli: uno di questi ha come titoloSerena 5.
I suoi libri:Respiro di un luogo, Esilio dell’isola, Racconti minimi, Paesaggi di una linea, Paysage de passage, Melange, Blu al quadrato, Racconto di uno sguardo.
Ha avuto contatti con Eugenio Montale, Fernanda Pivano, Salvatore Quasimodo, Arturo Schwartz, Giuseppe Ungaretti, Elio Vittorini. Emilio Scanavino, Lucio Fontana, Mimmo Rotella, Michel Butor, Bernard Noël.