DA DOVE VIENE TUTTA QUESTA INFELICITÀ? Marco Sbrana

su Bluets di Maggie Nelson

Non si cerca divertimento in un colore che gli ospedali hanno usato per calmare i neonati urlanti o sedare i pazienti affetti da disturbi emotivi. Gli antichi egizi avvolgevano le mummie in stoffe blu; i guerrieri celti si tingevano i corpi con il guado prima di lanciarsi in battaglia […] Maggie Nelson, Bluets

È giugno e piove: come si fa a credere che arrivi l’estate? Seduto in un bar, misuro le alterazioni del battito cardiaco, che si è sincronizzato all’angoscia. Ed è nel senso di vertigine che apro il libro alla pagina, previamente segnalata, che riporta la citazione apposta.

In Bluets di Maggie Nelson (Nottetempo, 2023, traduzione di Alessandra Castellazzi), Van Gogh, dopo il tentato suicidio, dice: La tristezza durerà per sempre, mentre l’amica quadriplegica dell’autrice si chiede cosa possa rendere vivibile la vita e “come lei possa viverla”.

Il libro, si dice, è già scritto; resta all’autore il compito di sezionarlo. Perché è immenso, dura una vita, nel grande libro ti ci perdi. Wittgenstein coevo di Goethe; William Carlos Williams accanto a Schopenhauer.

Fuori di metafora, immaginiamoci impaginato tutto ciò che l’uomo ha scritto. Immaginiamoci tutte le tracce, come le chiamava Derrida. Maggie Nelson sfoglia questo tomo immenso e, per raccontare la sua depressione, vi attinge, selezionando da esso materiale che poi assembla.

E se iniziasse a raccontare, apre Nelson, dicendo che si è innamorata di un colore? Cosa significa? si/ci chiede. Come ci si fa a innamorare di qualcosa (o qualcuno?) che non può ricambiare il sentimento? Eppure, lei vede solo blu. È contrariata, scrive: gli alimenti blu sono rari in natura (addirittura, si sconsiglia di servire le pietanze in piatti blu, riducono l’appetito). È contrariata perché lei il blu lo mangerebbe. Se ne farebbe mangiare. Intingere le mani nella vernice. Inzuppare la veste di una vergine nella tintura (blu). E col blu masturbarsi.

Dirà Maggie Nelson, a un certo punto, di non sapere scrivere altro che lettere. Bluets è una lettera, in fondo. L’interlocutore, il “tu”, è il compagno che l’ha lasciata. La trama di Bluets – se vogliamo proprio rintracciarla, cosa innecessaria (Maggie Nelson è tutto fuorché storyteller) – è questa: il racconto di una separazione.

Scritta attraverso un collage di tracce provenienti da media differenti, l’opera non vuole fare psicoanalisi del dramma privato, non vuole cadere nello psicologismo sterile.

Cosa vuole fare? Cospargere di blu la carne del testo. Nelson, dice, non crede che la bellezza celi la verità o la offuschi (sta commentando testi greci); la bellezza si diffonde. Così come si diffonde il colore. Mi è parso, leggendo (si deve specificare che quanto è scritto è visione soggettiva?), che Maggie Nelson non volesse raccontare una depressione ma fare della depressione materia in cui imbevere il testo. Ogni frammento è colorato di blu, è depresso. Ed è solo incidentalmente – pare – che il dramma privato dell’autrice ek-siste, sbuca, salta, dal testo.

Già ne Gli Argonauti – romanzo sulla transessualità – il fuoco dell’uomo era la carne, non la psiche; in Bluets, idem. Sia per gli aneddoti dell’amica quadriplegica di Nelson sia per frammenti in cui è il corpo e lui soltanto. Memorabile, a mio avviso, il frammento – anche divertente, per certi versi – in cui l’autrice si chiede come potremmo chiamare una persona che “scopa come una professionista”, ossia che si guarda allo specchio mentre scopa, come se lo scopato e lo scopante esistessero – scrive Maggie Nelson – solo nell’atto dello scopare, e nient’altro sapessero o potessero fare che sesso.

Furtivo, si fa strada il “tu”, nell’alternarsi di citazioni (tutte inerenti il blu: che sia Wittgenstein, che sia Goethe) e aneddoti (blu anch’essi). E il “tu” riesce a emozionare perché magari posto al termine di un blocco, in un terminale, definitorio: Mi manchi.

Fortunatamente, Maggie Nelson non si è limitata (forse non lo fa affatto) a tracciare una similitudine tra il blu e il suo dolore. Se è vero ciò che diceva Duchamp – che l’arte, oggi, consente all’autore, quanto a originalità, solo il progetto, la forma, il contenitore – Bluets è un progetto artistico di caratura intellettuale altissima. Nonché difficilmente catalogabile, perché si parla di letteratura, relazioni, salute mentale. E si parla di colori, ovviamente.

Rigurgiti (direbbe Nelson), ma forse più neutralmente “tracce”, di racconto psicologico si possono trovare nella seguente facile deduzione, che riassume non la trama ma il progetto: una donna trova il punto nevralgico (il blu) che funga da leitmotiv della propria narrazione biografica, consentendo l’atto psicologicamente necessario del raccontarsi. Ma il fatto che Maggie Nelson condivida il suo sé con gli altri universalizza il racconto, che non è più dell’autrice sull’autrice ma dove l’autrice è personaggio di una depressione più grande, quella collettiva, quella che si diffonde come tintura nell’acqua.

Democratica opera aperta, Bluets compie l’atto politico di riflettere e riflettersi nel lettore. Bluets ci riguarda. Più ancora se dal blu siamo affetti.

“Per chissà quale motivo le donne nel libro imparano tutte a dire. È la mia depressione che parla. Non sono ‘io’. Come se potessimo grattar via il colore dall’iride e continuare a vedere”

Van Gogh (parafraso il frammento 98 di Nelson), vedeva i colori del mondo troppo vividi per sopportarli. Dopo essersi sparato alla pancia, fallendo il suicidio, disse: La tristezza durerà per sempre. “Immagino,” scrive Maggie Nelson, “che avesse ragione.” Spero non avesse ragione. Prego, non so chi, che non avesse ragione.

*Marco Sbrana è nato il 26/03/2003. Studia scrittura creativa presso la scuola Mohole, a Milano. Collabora con le riviste Zona di disagio e Evidenzialibri. Ha scritto un romanzo sui disturbi mentali e una raccolta di poesia, finora inediti. Si occupa di cinema, letteratura e filosofia.

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