DUE TESTI SUL CINEMA. Piero Zino

Un attore favoloso

“Amaro e noia / La vita, altro mai nulla; e fango il mondo” (A se stesso vv. 9-10)

Elio Germano (Roma, 1980) interpreta Leopardi nel film di Mario Martone Il giovane favoloso (2014). È stato capace di trasfondere il proprio corpo in quello del recanatese, di incarnarne le deformità, di evocare in ogni minimo gesto ed inflessione della voce la forza di quella poesia che Antonio Prete certifica come pensiero poetante.1 Elio si è fatto Giacomo, il corpo fragile e la mente potente, al tempo stesso timido, violento e coraggioso.Lo vediamo all’inizio aggirarsi in mezzo a una pineta alla ricerca spasmodica dell’ispirazione per i suoi versi, gli occhi socchiusi e il respiro affannoso, infine giacere sdraiato come in deliquio. È il corpo che recita al posto della voce, anche se poi essa erompe all’improvviso come un uragano. “Io odio questa vile prudenza che ci agghiaccia, ci lega, ci rende impossibile ogni grande azione, ci riduce ad animali che aspirano soltanto alla conservazione della propria vita, infelice, senza altro pensiero!” Ed eccolo, ancora, quel corpo sempre più fragile, sferzato da un vento impetuoso, faccia a faccia con il colosso dalle fattezze femminee, la cui fragilità è minacciata da sgretolamenti che in un attimo potrebbero trasformarsi in rovina e che pure risponde con calma indifferente alle sue invettive. Che proseguono in una caffetteria davanti a una coppa di gelato, al cospetto di alcuni ottusi detrattori della sua poesia, i quali ne attribuiscono il pessimismo alle sofferenze fisiche. “Le mie opinioni non hanno nulla a che vedere con le mie infermità. Fatemi la grazia di non attribuire al mio stato ciò che si deve solo al mio intelletto!”. Infine Napoli, ultima tappa del suo percorso terreno, è per il poeta una vera e propria discesa agli Inferi. Nella scena del “lupanare”, dove lo conduce l’amico Ranieri per fargli conoscere l’amore carnale dopo aver istruito a dovere le prostitute, Giacomo, sempre più gobbo e storto, viene crudelmente sfottuto da un branco di scugnizzi che lo insultano e lo obbligano a fuggire. Più il film procede e più si è al cospetto di un uomo ormai quasi spezzato dalle sofferenze corporali, ma che tuttavia riesce a camminare per la città devastata dal colera osservando, esplorando ogni più piccolo angolo di strada. E proprio questa menomazione è quella che lo libera paradossalmente di una parte della sua sofferenza, mentre la poesia avanza, occupa sempre più spazio, diventa ragione assoluta di vita. Ecco allora che si apre il poderoso finale con i versi de La ginestra magnificamente recitati da Germano ai piedi di un vulcano in eruzione nel buio notturno, in cui l’essere umano non cerca più improbabili rassicurazioni cognitive dalla natura, ma crea un connubio inscindibile con quella forza immane e primordiale che gli sta di fronte e che pure si appresta ad annientarlo.

  1. Antonio Prete, Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi, Feltrinelli, Milano, 2006.

Elio Germano in Il giovane favoloso

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Campi di battaglia

Le trincee furono i campi di concentramento della Prima guerra mondiale. (John Keegan, Il volto della battaglia)

I Dispute sanitarie

All’imbrunire, in una vasta area aperta un soldato si aggira intorno a un enorme cumulo di cadaveri cosparsi di calce viva e disposti in modo da formare una sorta di pira funeraria, in attesa di essere seppelliti dentro una fossa comune. L’uomo è intento a sottrarre denaro e altri oggetti da quei poveri resti quando, con uno scatto fulmineo, un braccio emerge dall’ammasso. La scena, girata in piano sequenza circolare, sembra tolta di peso da un quadro di Otto Dix.

[…]

Campo di battaglia (2024) è un film di Gianni Amelio il quale, intervistato al riguardo, si premura di dire: “Se bastasse un film avremmo risolto tutto. Purtroppo i film sono piccole cose rispetto agli interessi di potere. Perché le guerre, sia quelle passate che attuali, nascono dai potenti e dalla bramosia di conquista”. Se, per un verso, la pellicola si regge su quella che potremmo definire una ‘chiave minore’ evocata in qualche modo già dalle parole del regista, per un altro è proprio l’atmosfera umbratile e antiretorica in cui si svolgono gli eventi, lontani dai sanguinosi scontri che caratterizzarono la guerra sul fronte italo-austriaco a costituirne il vigore, il cui fulcro è rappresentato dai dialoghi espressi in tono sommesso e in italiano con un marcato accento veneto dai due protagonisti, ai quali fanno da contraltare i vari dialetti parlati dai soldati ricoverati nell’ospedale militare della città situata dietro la linea delle operazioni militari. Uno degli aspetti più riusciti di Campo di battaglia si può dire che risieda nell’utilizzo dei molteplici linguaggi dialettali che, tutti insieme, rappresentano una variegata, anche se povera, “lingua parlata della realtà” ove “la preminenza del suono sul concetto è assoluta”. Siamo dunque al cospetto di un linguaggio del quale a buon diritto si può affermare che “non vuole dire, bensì evocare, sognare”(1) come scriveva Pasolini, il cui percorso letterario conobbe i suoi esordi proprio nelle terre in cui il film è ambientato.

[…]

Nel cortile c’è un carro ambulanza che attende. Scorgo dai finestrini le barelle sovrapposte colme di cenci ammucchiati. Un viluppo si arrotola su una barella, pigramente. – Mi devono tagliare i piedi, signor dottore, tutti e due! Il mio tenente mi aveva mandato qui già due volte, ma il medico che c’era prima mi ha rispedito al fronte accompagnato dai carabinieri: diceva che in trincea ci si può stare benissimo anche seduti. Lui però non ci va.(2)

Un ospedale militare in Friuli Venezia-Giulia, autunno 1918. Il dottor Stefano Zorzi (Gabriel Montesi) in qualità di ispettore sanitario è coadiuvato da un altro medico, nonché amico d’infanzia, Giulio Farradi (Alessandro Borghi). Essi hanno il compito di curare, ma ancora più di sorvegliare i militari feriti esaminando la natura delle loro lesioni, allo scopo di capire se esse siano state realmente subite durante i combattimenti oppure siano il frutto di gesti di autolesionismo, eseguiti con l’intento di scampare all’orrore delle trincee nella speranza di tornare a casa, magari invalidi, ma vivi. I due, però, agiscono con metodi diametralmente opposti. Per Stefano il rigore prescinde da tutto, non importa se il più delle volte sfocia in brutali sentenze. – S’è sfasciato una mano. – Come te la sei fatta? Al tornio, signor Capitano. – Eri in licenza, lo sai che è proibito lavorare. – Davo una mano a mio padre. – Io questo lo denuncio… comunque, si può combattere anche senza una mano lanciando bombe, o impugnando un coltello. Dico bene, soldato? Per me sei guarito e puoi tornare al fronte. –

Tuttavia nell’ospedale si verificano sempre più spesso strani episodi. Feriti che sembrano leggeri appena arrivati, improvvisamente si aggravano al punto da non poter essere dimessi in tempi brevi; non solo, ma i più devono essere diagnosticati inidonei al servizio. Si scopre ben presto che dietro a ciò c’è lo ‘zampino’ di Stefano, l’amico di Giulio, il quale provoca di proposito complicazioni alle ferite dei soldati che di conseguenza verranno rispediti a casa, pur se storpi o incapaci di udire e di vedere in modo permanente.

Il medico era riuscito a farsi amare da noi. Provavamo per lui un sincero affetto. Se qualcuno avesse avuto male a un piede, si sarebbe inginocchiato a dargli un’occhiata. Se si doveva incidere una vescica, molto probabile che lo facesse lui stesso. C’era qualcosa di religioso che mostrava per la cura dei nostri piedi, una cura in cui si avvertiva un’eco di Cristo.(3)

In realtà non vi è nulla di evangelico nel comportamento di Giulio, che agisce con apatica indifferenza e sembra spinto non tanto da un sentimento di umanità verso tutta quella sofferenza, quanto da una sorda invidia nei confronti di Stefano il quale, invece, appare del tutto a proprio agio nel suo ruolo di medico chirurgo e, ancor più, di inflessibile servitore della Patria, mentre quell’altro è più portato per la ricerca, al punto che avrebbe voluto diventare biologo.

Nella vicenda fa il suo ingresso Anna (Federica Rosellini), amica di entrambi dai tempi dell’Università, ora volontaria nella Croce Rossa. Non si è laureata, anche se aveva le qualità per riuscirci (“Ho messo la testa a posto”), tuttavia si sottopone di buon grado a quel duro lavoro che offre poche gratificazioni. Lei si accorge quasi subito che il ‘sabotatore’ è Giulio, ma non ne fa parola con Stefano cercando, per quanto possibile, di preservare il legame di amicizia tra i due giovani medici, pur comprendendo che ciò è ormai impossibile.

[…]

La guerra è finita. È la voce gracchiante del Generale Diaz che legge il Bollettino della Vittoria a darne notizia. Stefano cammina solitario nelle corsie dell’ospedale. Giulio è stato dislocato in un’altra struttura sanitaria, con il compito di scoprire l’origine di un virus sconosciuto che, dopo aver serpeggiato per mesi tra le file dell’esercito, sta dilagando con estrema violenza anche tra i civili. Chiuso in un laboratorio semibuio e asfittico il giovane, assistito da Anna, può finalmente mettere in atto le sue competenze nell’ambito di ricerca delle patologie virali, anche per farlo deve stare a contatto con una quantità di soldati che giacciono nelle brande con sintomi di asfissia.

È una gelida mattina di inverno. Anna esce a rapidi passi nel cortile dell’edificio alla ricerca di Giulio. Lo vede camminare lentamente sul selciato e gli corre incontro con il viso pieno di gioia. Lui ha solo la camicia, lei immediatamente si toglie il cappotto e glielo appoggia sulle spalle; i loro visi si sfiorano. – Come ti senti? – Ho sete. – Vado subito a prenderti qualcosa. – Lui la guarda a lungo. Poi si volta e fa ancora qualche passo. Gli occhi sembrano fissare un punto lontano e la bocca accenna un sorriso. Infine si accascia.

Di nuovo fra i letti dell’ospedale. I civili colpiti dal virus hanno preso il posto dei militari feriti. Anna è al capezzale di un bambino ancora debole, ma in via di guarigione. – Qui non muore nessuno.

II Obbedire, disobbedire

“Per Uomini contro (1970) venni denunciato per vilipendio dell’esercito, ma sono stato assolto in istruttoria. Il film fu tolto dalle sale in cui passava con la scusa che arrivavano telefonate minatorie.” (Francesco Rosi)

[…]

Il sergente si chinò per raccogliere il tascapane. In quella echeggiò una fucilata lontana. L’elmetto si rovesciò dalla testa del sergente. Poi tutto il suo corpo, facendo perno sul ginocchio, si capovolse. Gli occhi rimasero sbarrati, immobili. Un proiettile fiacco, lanciato chissà da dove, gli era entrato dalla nuca nel cervello. Una morte stupida, ma completa. Così si moriva sul Carso in una giornata tranquilla del 1917. (4)

Una colonna di fanti avvolta nelle mantelle grigio-verde, le teste basse sotto il peso degli elmetti d’acciaio attraversa silenziosa una fitta boscaglia per raggiungere le pendici del Monte Fior, il punto strategico che i comandi militari italiani hanno individuato come “la chiave dell’Altipiano” di Asiago, ora occupato dagli austriaci. Alcuni spari arrestano il loro incedere. Il generale Leone (Alain Cuny), che ha il compito di dirigere le operazioni in quella zona del fronte, chiama a rapporto il tenente Ottolenghi (Gian Maria Volontè) e gli chiede con fare brusco il motivo per il quale è stata interrotta la marcia. – L’esploratore ha avvistato truppe nemiche nei dintorni, signor generale. – Lo faccia fucilare! – Lo sguardo del tenente è attonito. – Ha sentito l’ordine, tenente? Lo esegua immediatamente. Il tenente e il giovane soldato sono seduti sull’erba, uno di fronte all’altro. Fumano. Gli chiede da dove viene, quanti anni ha, il lavoro. – Contadino, signor tenente. – Vicino c’è un soldato morto; dice a quelli che sono lì presenti di sparare alcuni colpi in aria, di mettere il corpo sulla barella e di mostrarlo al generale.

[…]

Il battaglione ha raggiunto le trincee che si ramificano intorno al Monte Fior. Tutta la cresta è solcata da cunicoli, come un enorme formicaio scavato nella roccia e protetto da un groviglio di reticolati. Il generale Leone ispeziona i reparti. Si ferma in un punto qualunque e, senza dire una parola, sale la scaletta e monta in cima ai sacchetti di sabbia. Partono immediatamente prima uno, poi un altro colpo di fucile che lo lambiscono. Con la calma di un automa, scende e tocca la spalla di un soldato. – Dimostra lo stesso coraggio del tuo generale – e gli indica il parapetto. Quello esita mentre un altro lì accanto avverte che il cecchino, nel frattempo, ha corretto il tiro. Allora lui dà in escandescenze minacciando il tribunale militare per tutti i presenti. Il soldato non fa in tempo a sporgere il busto che un proiettile lo fa ricadere pesantemente all’indietro. Il generale si avvicina al moribondo, estrae dalla tasca una moneta e gliela pone in mano dicendo a voce bassa, quasi con dolcezza: – Sei un valoroso, quando andrai in licenza bevi alla mia e alla tua salute.

[…]

Balzati fuori dalle trincee urlando “Savoia!” i nostri fanti, ancorché storditi dall’acquavite, venivano investiti da una tempesta di proiettili. Coloro che erano riusciti a superare il fuoco dei mortai, si trovavano di fronte ai nidi di mitragliatrici disposti all’interno di buche e caverne pronti a falciarli. Ovunque il terreno era coperto di nostri soldati e se molti avevano terminato di soffrire, altrettanti gemevano e invocavano pietà. (5)

In una pausa della carneficina il tenente Ottolenghi si sfoga con un suo pari grado, il tenente Sassu (Mark Frechette). – Basta ucciderci tra noi! poveri Cristi che uccidono altri poveri Cristi! Il nemico non è davanti, ma alle nostre spalle. Dobbiamo essere tutti uniti contro i padroni, così l’avremo vinta. Ci sarà il socialismo! –

Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi. (6)

Il quadro trionfante che emerge dalla cronaca ufficiale, eco del potere, ha il suo contraltare nella figura del “cronista che racconta gli avvenimenti, senza distinguere tra grandi e piccoli, tiene conto della verità che per la storia nulla deve essere mai dato per perso.” (7) Una storia fatta di uomini fragili e impauriti, non di medaglie, di encomi, di mausolei e di monumenti ai caduti e, proprio per questo, il cronista “non è la figura paradigmatica che scrive la storia dal punto di vista dei vincitori, dei re, dei principi, degli imperatori” (8), ma rappresenta “quella storia ‘integrale’” invocata da Benjamin: “una storia che non esclude alcun dettaglio, alcun evento, per quanto insignificante, e per la quale nulla è perduto” (9), nemmeno la morte insensata di un umile soldato provocata dal folle capriccio di un generale.

[…]

L’ennesimo, vano assalto al Monte Fior costa la vita al tenente Ottolenghi. Il suo corpo adagiato su una barella è rimasto intatto ed egli sembra semplicemente addormentatosi. Così lo vede il tenente Sassu con il quale aveva costruito, anche se per il breve tempo che il destino aveva loro concesso, un rapporto che andava al di là del puro cameratismo. Gli resta accanto per qualche attimo, pulisce con il fazzoletto i piccoli grumi di terra presenti sulla fronte e con un gesto delicato della mano gli riassetta i capelli un poco arruffati.

L’intera brigata è in subbuglio. Le perdite spaventose, unite agli stenti di settimane di trincea hanno creato un clima di acceso contrasto fra la truppa e gli ufficiali. Un evento, tutt’altro che raro in quei frangenti, fa precipitare la situazione. Le linee sono bersagliate dai proiettili dell’artiglieria italiana, che ha maldestramente accorciato il tiro diretto sulle trincee austriache. I soldati fuggono imprecando, vanamente trattenuti dai superiori, mentre alcuni di loro danno fuoco ai fucili dopo averli accatastati. Il maggiore che invoca la decimazione sarà ucciso non prima, però, di avere più volte ordinato al tenente Sassu di sparare contro gli ammutinati. Lui disobbedisce.

Con indosso ancora la divisa senza più i gradi, viene scortato da un plotone tra le mura di un poligono di tiro. Poco prima aveva chiesto la grazia per i suoi soldati.

  1. Pier Paolo Pasolini, Poesie a Casarsa, Bologna, 1942.
  1. Carlo Salsa, Trincee. Confidenze di un fante, Rizzoli, Milano, 2022, p.91.
  1. Mario Silvestri, Isonzo 1917, Rizzoli, Milano, 2014, p.212.
  1. M. Silvestri, Ibid., pp.7-8.
  1. Ibid., p.427.
  1. Emilio Lussu, Un anno sull’Altipiano, Einaudi, Torino, 2005, p.127.
  1. Michael Lowy, Segnalatore d’incendio. Una lettura delle tesi sul Concetto di storia di Walter Benjamin, Bollati Boringhieri, Torino, 2004, p.49.
  1. M. Lowy, Ibid., p.49.
  1. Ibid., p.49.

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