Marco Ercolani, Francesco Denini
GROUND. Lettere sulla musica
I Libri dell’Arca, Edizioni Joker, Novi Ligure 2024

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Marco Ercolani, Francesco Denini, Lettere sulla musica
Francesco Denini, Marsia. La pelle del tempo
Marco Ercolani, Apocrifi musicali
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Perché un libro “a quattro mani” di lettere e di saggi sulla musica, antica e contemporanea? Perché uno scrittore e un musicista si confrontano sul tema? Quale necessità li muove? Forse la più semplice: dare voce a un’antica amicizia che, da sempre, li vede interrogare la musica come una filosofia sonora che traversa il mondo. Non è di sola musica, che parla questo libro, né di solo pensiero, ma di una corrente comune che non esige soltanto la materia sonora o la riflessione sul suono ma li convoca insieme, in un dialogo concertato e inattuale dove Dioniso, Marsia, Bach, Beethoven, Couperin, non smettono di parlarsi. Ground è il fondo oscuro della musica e della parola, quel basso ostinato che chiede alla musica di narrarsi e alla scrittura di risuonare. “Perché amo così tanto Couperin? Perché a volte oppongo il suo fluido improvvisare alla serietà magistrale di Bach? Non ho mai creduto che Couperin fosse privo di un suo personale rigore ma trovo nella fluida ossessione delle sue note una libertà rara, che ritrovo solo nell’ultimo Mozart” (M.E.). “La poesia è un chiedere alla parola di aiutarci a individuare forme di senso così penetranti e sottili da spiazzare ogni luogo comune del senso, la stessa sensatezza presunta dell’essere rispetto ai percorsi supposti del divenire, la stessa sua oggettività rispetto al fluire delle nostre coscienze? “ (F.D.)
M.E., F.D.
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Erik Satie, o della depressione traslucida
Ascoltare le musiche di Satie e del mondo musicale in cui era immerso mi fa a pensare alla ‘cura’. Satie sembra affidarsi a una sorta di fiducia ‘perdente’ nella depressione, a un ascolto mai rabbioso, ai colori screziati di certi abbassamenti della soglia dell’io. Non quindi una depressione aggressiva, anche se probabilmente non è una dimensione intimamente e propriamente creativa. Una depressione piuttosto che ha i connotati di un raffinatissimo ‘bagnomaria’, un gioco alchemico con lo sfondo preterintenzionale della coscienza, il suo retro, qualcosa che sembra ritirarsi dalla relazione, ma che forse, proprio per questo, coglie un aspetto notevole della musica nella sua genericissima essenza: il suo voltarsi a guardare ‘sotto’ la coscienza, ‘dietro’ al senso, il suo inevitabile apparire come un ritrarsi dal mondo, e dalla relazione, ma senza perdersi completamente. Anzi. La vertigine di Satie è terapeutica come lo sono per Freud l’associazione libera, l’ascolto del sogno, dei suoi moti traslucidi, del suo parlare reticente, parabolico, declinante. La vitalità di Satie è radicata nella sua depressione congeniale, capace anche di spiritose rimozioni, motti di spirito e disincantati paradossi della noncuranza (penso a canzoni come Alons-y Chochotte nell’interpretazione perfettamente spiritosa di Gabriel Bacquier e Aldo Ciccolini). Sempre però memore, in un modo o nell’altro, della rinuncia che tali divagazioni implicano; rinuncia che è anche in parte un’astuzia del la curiosità, un occhio vigile alla non-vigilanza, alla vaghezza intrisa di attenzione al retro della vita, a ciò che risulta inascoltato dai luoghi comuni della coscienza o da ciò che comunemente si presume sia il ‘cosciente’. Questa interpretazione mi sembra efficace nel evidenziare – in un tale ‘bagnomaria’ ricco di colori non evidenti – un aspetto essenziale di Satie, davvero aperto a tutto, fosse anche alla partecipazione ad una seduta spiritica o ad un rituale misterico. Non c’è mai paura dell’inconscio in Satie. Non c’è mai paura della depressione. Una garbata, borghese nekyia è di casa nelle sue linee melodiche. Si direbbe possibile cogliere in lui un sapere fiducioso perfino nell’accostarsi alle soglie della perdita di sé più estrema. Perché probabilmente ne conosce la drammatizzazione, che è in realtà funzionale a una resistenza celata dietro il rappresentarsi come ‘estrema’. Anche la tragedia mostra la sua maschera. Non però nella commedia, in questo caso, o nella farsa, ma in una porzione di ascolto ulteriore.
(F.D.)
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François Couperin, o del dolore silenzioso
L’ascolto ulteriore? Mi rimanda al mio dolente, magico Couperin. Ricordo i nomi dei suoi pezzi preferiti: Le petit rien, La Muse Plantine. Les ombres errantes. La visionnaire, Les Barricades Mystérieuses. Quando inventava quei titoli, non credo sapesse fino a che punto, nei secoli a venire, sarebbero stati enigmatici. Un genio tedesco ti costringe a contrappunti perfetti, a velocità esasperate, a prodigi tecnici. Con Couperin, dentro il suo dolore silenzioso, puoi nuotare anche lentamente, far accadere sulla tastiera sonorità che soltanto secoli dopo, nella musica contemporanea, da Messiaen a Nono, saranno realmente possibili. Tutto ciò che è nuovo arriva dall’antico: ascoltando L’amphibie, con la sua sospensione tonale e cromatica, si può immaginare una barca che scivola sull’acqua di un lago portando nei suoi flutti lenti una piccola bara bianca; sono sequenze impossibili da udire e da immaginare per il secolo di Couperin, ma esistono, e rendono reale la scena, come i madrigali di Monteverdi rendono reale la parola di Tasso. All’antico il nuovo paga sempre il suo debito: prima della musica che conosciamo, prima dei suoni che conosceremo, da Tallis a Sciarrino a Bill Evans, con il suo Peace Piece. L’arte non è mai casuale. Evans inventa quella musica sul basso continuo della Berceuse di Chopin. Ricordo quando, ragazzo, suonavo i frammenti di quella Berceuse, benché in modo imperfetto, e ogni volta cercavo di ampliare il mio limite, di far scaturire la magia di un’esecuzione vera, che mi restituisse il mondo con totale simultaneità. Quella simultaneità che posso sentire in Pas sur la neige: qui Debussy si smaschera dei suoi fuochi d’artificio e fa emergere il lento, tragico gioco con l’abisso, impalpabile ma decisivo, come nella frase di Proust sul Settimino di Vinteuil. Il nulla trova la letale dolcezza dell’ipnosi sonora, dove chi ascolta non sa se i suoni vengono dal regno dei vivi o dal regno dei morti.
(M.E.)
