La Germania romantica: romanticismo e follia (1). Michel Foucault
Serge Jouhet: Michel Foucault, sembra dunque che, nell’interessarci oggi a certi testi letterari e filosofici che concedono spazio a un’esperienza irrazionale, stiamo rispondendo a un’esigenza del nostro tempo. Ciò le sembra vero? Quando ha avuto inizio questo fenomeno?
Michel Foucault: Effettivamente credo che ci sia stata una rinascita dei valori letterari e filosofici della sragione, a partire della seconda metà del XVIII secolo. È molto probabile che siamo ancora coinvolti in questo grande movimento. L’esistenza e il prestigio che hanno per noi esperienze come quelle di Nietzsche, di Artaud o di Raymond Roussel, basterebbero a dimostrare che davvero ci troviamo ancora all’interno di quel movimento di resurrezione dell’esperienza della sragione. Un tale lavoro di assimilazione è stato lentissimo, lunghissimo; senza dubbio c’è voluto più di un secolo perché quelle esperienze della follia, scoperte alla fine del Settecento, e probabilmente piuttosto marginali rispetto a ciò che era la cultura occidentale, siano venute adesso a collocarsi al centro delle nostre preoccupazioni e forse perfino alla sorgente del nostro linguaggio. Credo che si dovrebbero citare due casi indubbiamente assai dissimili fra loro. C’è innanzitutto il caso del Neveau de Rameau2, che è proprio, fino a un certo punto, una sorta di prima rappresentazione, un po’ teatrale, ironica, a distanza, di quella che in fondo è una forma di ebbrezza e di follia. È degno di nota, d’altronde, il fatto che il nipote di Rameau non parla granché nel testo di Diderot; lo si vede piuttosto cantare, danzare, gesticolare, imitare dei musicisti, imitare la musica stessa, preso com’è in una sorta di ebbrezza dionisiaca, mentre ha poco diritto alla parola. Ma vorrei citare anche un altro esempio: si tratta evidentemente del caso di Sade, che è interessante per due motivi. In lui, in effetti, si vede bene l’esperienza di una sragione fondamentale che è quella del desiderio. Ma, da un lato, tale sragione è sempre ripresa all’interno di un discorso razionale, straordinariamente ben strutturato, e che è una sorta di gigantesco pastiche di tutta la filosofia più razionalista del XVIII secolo. Dall’altro, bisogna senza dubbio ricordare che il linguaggio di Sade, quel linguaggio così razionale della sragione del desiderio, evidentemente non è stato riconosciuto né ritenuto valido nella nostra cultura prima dello sforzo compiuto da Apollinaire3.
Serge Jouhet: Il nipote di Rameau, come lei ha mostrato, non lo si fa parlare direttamente. Sade assume un linguaggio razionalizzante. Come fa lei a riconoscere, attraverso tale linguaggio razionalista, che si tratta di sragione?
Michel Foucault: La sua domanda porta a distinguere due cose: il linguaggio sulla follia e un linguaggio assillato, al proprio interno, dalla follia. Io credo che, partendo dal Settecento, il primo grande linguaggio letterario di cui si possa dire che sia stato effettivamente assillato, abitato, animato da cima a fondo dalla follia, sia quello di Hölderlin. E allora credo che la cultura occidentale abbia fatto, attraverso di lui, un’esperienza. Hölderlin era al seminario di Tübingen con Hegel. Entrambi, come la maggior parte dei giovani della loro epoca, hanno tentato la grande esperienza di riconsiderare tutti i valori, tutta la storia mondiale e quella della cultura dell’Occidente, a partire dal mondo greco. E questo ritorno al mondo greco, che è il grande segno della fine del XVIII secolo, è stata indubbiamente un’esperienza comune a un filosofo come Hegel e a un poeta come Hölderlin. Nel suo punto d’origine, è stata la stessa per entrambi. Ma ciò che è strano e curioso, è vedere come, in fondo, sia stata poi interpretata dall’uno e dall’altro in maniera del tutto diversa.
Serge Jouhet: Opposta, persino.
Michel Foucault: Assolutamente opposta. Credo che per Hegel la filosofia greca sia stata l’inizio di quella grande avventura dialettica che, pur attraverso tutta la sua tragicità, ha nondimeno raggiunto un’architettura logica, totale e completa, che doveva condurre al sapere assoluto. Quel che c’è d’irrazionale, in un certo senso di folle, nel mondo occidentale proverrebbe piuttosto dalla cultura ebraica, e poi da quell’esplosione del cristianesimo che ha bruscamente fatto morire il figlio di Dio sulla croce; la nozione di peccato, la nozione di morte di Dio erano evidentemente estranee a una cultura greca abitata per intero dalle belle forme divine che non cessavano di popolare la realtà della vita quotidiana.
Serge Jouhet: Tuttavia la tragedia – come Nietzsche farà notare più tardi – ha in sé qualcosa di oscuro.
Michel Foucault: Non c’è dubbio, ma per Hegel la tragedia greca è la dialettica stessa della ragione dei greci. Ed è vero che per Nietzsche – che a sua volta farà della tragedia greca un’esperienza del tutto particolare – la cultura greca, il lato dionisiaco di essa, costituisce una certa esperienza della non-razionalità.
Per Hölderlin, il problema è ben diverso. Io credo che ciò che egli ha visto essenzialmente nella cultura greca sia senz’altro la presenza degli dèi, come Hegel, ma al tempo stesso una presenza fuggevole degli dèi, che sono già sul punto di abbandonare la terra. E il grande dramma che Hölderlin ha voluto scrivere, e che in realtà non ha mai scritto, l’Empedocle4, di cui ha redatto tanti piani differenti, era sì il dramma del filosofo, ma anche il dramma del poeta, obbligato in certo modo a situarsi in quel grande vuoto, in quella grande distesa desertica che gli dèi hanno appena abbandonato.
Serge Jouhet: È strano: gli uomini di Port-Royal non sembravano affatto colpiti da follia, ma non si potrebbe trovare nella loro dialettica qualcosa di simile? Non so, faccio questa associazione perché c’è lo stesso movimento: Dio si è ritirato dal mondo, siamo…
Michel Foucault: Credo che effettivamente esista, dal fondo del cristianesimo, tutta una tradizione di pensiero e di esperienza che è quella dell’assenza di Dio. Ed è indubbio che, fino a un certo punto, tutta la cultura protestante, tutto il pietismo e, nel cattolicesimo, il giansenismo, rappresentano in effetti questo lato «assenza di Dio» del cristianesimo. È assai probabile che Hölderlin, che di certo era compenetrato di pietismo, sia stato indirizzato verso questa esperienza dell’assenza di Dio. E fino a che punto l’assenza degli dèi (che è in certo modo lo spazio entro cui si muove la poesia di Hölderlin) e l’assenza del padre (che è lo spazio in cui la sua vita si svolge e finisce per sprofondare) non costituiscono precisamente lo stesso spazio? In ogni caso una cosa è sicura: la poesia di Hölderlin e la sua esistenza sono andate convergendo verso quella specie di vuoto, di notte, di assenza, di deserto che sono stati gli ultimi quarant’anni del suo silenzio e della sua vita.
Serge Jouhet: Il romanticismo, in diversi autori, si è sempre interessato alla follia, così come si è sempre interessato al sogno. Secondo lei, in quale misura tale preoccupazione è sincera? Non si potrebbe perfino dire che, proprio per via di questo interesse, il romanticismo è in se stesso una follia?
Michel Foucault: Mi sembra che Hölderlin – fino a Nietzsche escluso, beninteso – sia l’unico scrittore tedesco di cui si possa dire che l’opera e la follia hanno una sorgente comune e offrono un linguaggio che è identico da entrambi i lati. Direi che per gli altri romantici tedeschi la follia sia stata un tema di straordinaria importanza ma, in fondo, un tema di cui hanno parlato, che è servito ad essi da oggetto, da paesaggio. Forse è stata per loro, fino a un certo punto, una nostalgia. Il desiderio di ritrovare quella specie di linguaggio assolutamente libero e scatenato, quel linguaggio che si crea da sé a partire dal fondo della notte, li ha probabilmente condotti a soluzioni che definirei sostitutive, a strade diagonali. Mi pare ad esempio che l’idea di pervenire a una letteratura, a una poesia o a dei racconti puramente e semplicemente onirici, fosse per loro un modo per raggiungere quella terra tragica e mattutina della follia, la stessa da cui Hölderlin partiva e da cui parlava.
Serge Jouhet: Non si può forse far intervenire anche la nozione di desiderio? Non esiste forse nella logica del desiderio non soltanto un germe di follia ma, in fin dei conti, una delle cause della follia stessa?
Michel Foucault: Mi chiedo se questa sia stata proprio un’esperienza romantica. Il desiderio smisurato, irragionevole, è un’esperienza reperibile in Sade, e poi anche in Nietzsche. Mi pare che la follia romantica, ciò che fa sì che essa sia, in un certo senso, più seducente, ma soprattutto più rassicurante…
Serge Jouhet: Più saggia.
Michel Foucault: … più saggia, che la follia del romanticismo sia una follia di pensiero, di un’esperienza un po’ speculativa. In fondo, il modello stesso del desiderio folle, per Sade, è evidentemente il desiderio sessuale in ciò che ha di più scatenato, di meno vincolato a una qualsiasi norma. Mi sembra che l’ideale della poesia folle, per il romanticismo, sia il sogno. E credo che si diano qui due esperienze che sono, in fondo, piuttosto incompatibili. Nessuno è meno sognatore di Sade, nessuno è più sveglio e più lucido di lui. Credo pure che Nietzsche, il quale ha ben conosciuto, da parte sua, tale delirio dell’appetito, non sia un uomo del sogno. D’altronde egli dice sul sogno, anzi contro il sogno – a cui oppone l’ebbrezza –, cose che sono straordinariamente dure. E allora, tra la follia del desiderio e la follia dell’ebbrezza, tra Sade e Nietzsche, c’è stato effettivamente tutto un lungo periodo caratterizzato dalla follia del pensiero, del sogno. Però questa mi pare essere una follia dolce, una follia quasi, se non proprio addomesticata, perlomeno notevolmente civilizzata. È il grande tema della notte, che si trova in Novalis e beninteso, nell’ambito francese, in Nerval.
(Traduzione di Giuseppe Zuccarino)
1 L’Allemagne romantique: romantisme et folie, intervista di Serge Jouhet a Foucault, trasmessa da France III National il 23 febbraio 1963 e pubblicata in M. Foucault, Entretiens radiophoniques 1961-1983, Paris, Flammarion-Vrin-INA, 2024, pp. 217-221. [N. d. T., come le successive].
2 Denis Diderot, Le Neveau de Rameau (1762-1773, edito postumo nel 1891), Paris, Garnier-Flammarion, 1967 (tr. it. Il nipote di Rameau, Milano, Rizzoli, 1981).
3 Il riferimento è all’antologia di testi scelti e introdotti da Guillaume Apollinaire: L’Œuvre du Marquis de Sade, Paris, Bibliothèque des curieux, 1909.
4 Friedrich Hölderlin, La morte di Empedocle (1797-1800, edito postumo nel 1846), tr. it. Milano, Bompiani, 2003.
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