Ribadisci, poeta,
ribadisci e smantella
il tuo bel piano
di scrivere per la certezza.
Alexandre O’Neill
E quando, del tutto all’improvviso,
il dio fermandolo con piglio addolorato
esclamo: Si è voltato -,
lei non comprese e disse piano: Chi?
Rainer Maria Rilke
**
Scrivere è sottrarre gli occhi dalla pagina bianca, è il voltarsi di Orfeo, è lo sguardo che interrompe la risalita e rende impossibile la salvezza.
Torna nero, l’invisibile,
per chi fissa il nulla, muto.
Stregava animali e ammaliava pietre,
incantando terra e inferno,
preda delle tante voci che abbandonò
diventandone una.
Decapitata, la sua testa si disperde nell’acqua
come mai avesse avuto
un nome. Le pietre?
Crani traversati da raffiche.
*
Sulla soglia tradire il patto, voltarsi verso la notte, fallire: non più il canto armonioso ma il grido nutrito dalla mancanza della ferita, dall’inferno attraversato. Il grido scaturisce dalla bocca di Orfeo nel momento in cui, condivisa la sorte di Dioniso, sarà squartato. Non il simbolo solare che respinge la notte con il canto ma il dio complesso la cui lira ha, come radice, etimologicamente, l’arco letale. Apollo, che è Dioniso. Dioniso, che è Orfeo.
Vede la trottola rotante e rombante,
la bambola piegata dalla curva dello specchio
Vede mela d’oro, dado, astragalo.
Guarda in fondo al cristallo
dove il cuore del frutto è riflesso, spaccato,
Dove il corpo, che si credeva pieno di canti,
è smembrato.
Il vello che rimane, pelle scuoiata nella barca vuota,
è l’incomprensibile bellezza che cercava.
*
Rinunciare alla parola dell’incantesimo per scegliere la verità del grido.
Impaziente di ricavare dal suo viaggio un senso, contrasta le forme in cui si esprimeva il suono della sua lira. Non vive più per e del suo canto. Comincia a soffrire per qualcosa di ignoto anche a se stesso, nella dolorosa coscienza della perdita e non nella magica certezza del possesso. Fugge dai mortali per cercare l’oltre da sé, per liberare il proprio corpo dalla tirannia del vivente. Dopo avere perso Euridice, inventa una religione che lo consoli. Ma la sua angoscia non si placa.
Lontano dal regno dei morti
non sente ancora i suoi passi.
Si volta e lei, in un lampo,
torna alle tenebre.
Non imprudenza, non desiderio,
ma bisogno della notte. La loro notte,
condivisa.
Prima del sole, la verità è buia.
Nel sole resta buia, ma calda dei suoi raggi.
Bellezza. Resistenza. Imperfetto
viaggio. Vello riflesso nello specchio.
Essere visti dalla notte:
il rischio estremo.
*
Necessità che ogni illusione crolli e l’arte si dimostri inservibile, costretta a fallire, impossibile dunque reale.
La voce di Orfeo è la presenza di quei suoni efficaci che, nel senso univoco e nella incisiva verità, conservano le radici sonore che li hanno generati, come le melodie non possono fare a meno delle armonie che la sostanziano.
Gettata nel buio per impazienza umana, amore della notte, sete dell’oltre, la sua voce si rivolge alla terra per un progetto della coscienza che sia straziato dalla mancanza, dalla ferita notturna e incurabile.
Pesci e uccelli accorrono,
chi scende dall’aria,
chi sale dall’acqua.
Ma il canto finisce, lui
ammutolisce.
La cetra non si torce più
in inni lamentosi.
Fischia ai vogatori. Decide, lento o veloce,
il ritmo della rotta,
I remi d’abete ora riposano,
ora battono l’acqua febbrili.
*
All’inizio dell’universo vivente non c’è la parola articolata del Verbo ma il grido che dal Nulla scaturisce. Nella tradizione vedica il mondo è all’inizio canto sacrificale, che in mezzo alle tenebre primordiali fa nascere il mondo acustico. Prima che i ritmi diventino raggi luminosi e linguaggio verbale e compattezza della materia, all’inizio c’è un suono-sacrificio, un canto di lode che fa nascere il mondo come forma acustica da una notte muta, e dove la nascita dell’uomo segue alla morte del dio. Questo suono ha un nome – ark – che in sanscrito significa dissolversi. Poi, in un secondo momento, scaturiscono i ritmi, che si tramutano dopo in luce sonora: da quella luce emana una materia ancora trasparente e infine il suono della parola, che troverà forma nella materia degli oggetti visibili, degli esseri viventi.
La sua lingua è contraria alla sua lingua.
Cerca l’energia del sole e trova la bellezza della notte.
Ma anche così condurrà ogni cosa alla gioia, con la sua voce.
Vede i prati e i boschi di Persefone.
Lascia la luce del sole, cammina muto.
La notte, dentro di lui, risplende.
*
Sbranato sulle rive dell’Ebro. Le sue assassine, le donne trace, inchiodano la sua testa alle corde della lira, poi gettano cranio e strumento nel fiume. La testa, fluttuando nell’acqua trasportata dalle correnti, fa vibrare una delle corde. La forza dionisiaca della corrente ne genera un canto casuale, selvaggio. Non è la forma a dividersi in frammenti: sono le onde molteplici del fiume a generare la nuova melodia. La testa di Orfeo sarà sepolta nel santuario di Dioniso e la lira nel tempio di Apollo, per ricordare la natura apollinea e il destino dionisiaco del figlio di Eagro.
Madre di dèi e di uomini,
origine di tutto,
notte.
Manda sotterranea luce,
soffio scuro di bellezza.
Chi si rallegra della potenza del sole,
chi delle rose rosse,
chi del vento nelle pianure,
chi dei frutti d’oro.
Ma qui in basso è notte.
I cavalli galoppano nel buio,
gli uomini corrono invisibili,
le donne cantano, le facce nell’ombra.
Tutto è profumato, abbondante, felice.
Ma qui è notte.
C’è speranza, ma nel fuoco che si scorge lontano.
Va lontano, l’uomo.
Sorride all’aria e, dal dirupo, si abbandona.
*
Euridice – sposa amata, fragile oggetto interno di Orfeo. Mentre la riporta alla luce, il poeta non è sicuro, esita. Non è più certo di volere che la natura apollinea e solare controlli le forze oscure della notte. Vuole umanamente accertarsi che lei esista ancora (non la sente camminare) e si volta per guardarla: così la perde e la consegna definitivamente alla notte. La vittoria di una verità fatta di ombre è il fallimento della verità solare del canto. Scegliere l’impenetrabile buio, il rischio del silenzio, l’esperienza di un oltre che non si affidi al compimento dell’illusione conoscitiva, della chiarezza analitica: è questo il versante d’ombra creato dallo sguardo eretico di Orfeo, l’atto estremo che non garantisce più la sicurezza dell’anima, l’integrità fra notte e luce. L’anima si nega all’attualità del giorno; inattuale e barbara, preferisce i difficili enigmi della poesia alle risposte razionali della scienza. Orfeo, come Nietzsche e al contrario di Freud, sceglie di non risalire con un’anima risolta, pronta per essere svelata al mondo. L’atto molto umano di voltarsi per vedere l’amata i cui passi non risuonano ancora, della cui resurrezione è facile dubitare, si trasforma nella letteralità della sua scomparsa. La necessità dell’invisibile supera senza esitazioni l’amore del visibile.
Vivo, come non chiedere ai morti?
Morto, come non ascoltare le voci dei vivi?
Ci si sveglia e addormenta.
Dolore e amore: provvisorie sentinelle.
Riarso dalla sete, muore. Ma non muore.
Beve dalla fonte sempre corrente, a destra,
dove il cipresso oscilla,
fra i sotterranei abissi, agli estremi limiti,
dove non si possiede principio e fine.
Pesci smeraldo
si librano in volo sul suo capo.
Rifiutano l’abituale dimora dell’acqua
per vivere l’impossibile spazio dell’aria.
L’estasi inattesa.
*
Dominatore felice dei suoni della natura, Orfeo ritorna sulla terra e piange per sette mesi ininterrottamente. Il contrasto fra il miraggio demiurgico della forma conquistata e lo scacco del possesso incrina il vaso del corpo. L’unica reale ricomposizione è il definitivo attuarsi della frattura, la vendetta dionisiaca delle Baccanti, il violento non esistere più. Nella morte di Orfeo la separazione del poeta da Euridice si fa carne di quell’assenza: passione che, nel momento di massimo dolore, mentre il corpo va a pezzi, diventa gaia scienza; genesi e non opera; viaggio e non guarigione.
Verrà la notte
e solo allora soffieranno i venti
e chi sarà vivo incontrerà nella luce del buio
chi fu vivo con lui
e chi lo sarebbe stato.
*
Di sete sono arsa e vengo meno.
Troverai a sinistra delle case di Ade una fonte,
e accanto ad essa eretto un bianco cipresso:
a questa fonte non avvicinarti neppure.
Ma ne troverai un’altra, la fredda acqua che scorre
dal lago di Mnemosyne: vi stanno immersi custodi.
Dì: “Sono figlia della Terra e del Cielo stellato;
urania è la mia stirpe, e ciò sapete anche voi.
Ardo di sete e muoio; ma date, subito,
fredda acqua che scorre dalla palude di Mnemosine.
Ed essi ti lasceranno per bere dalla fonte divina,
e in seguito con gli altri eroi sarai sovrana”.
(A63, Laminetta trovata a Petelia)
Il canto orfico è l’acqua fredda in cui dimenticare, placando la sete perenne del grido. Bere alla fonte divina, regnare con gli eroi, significa dimenticare la sete che strazia e consuma. La dimenticanza genera regno e canto finché il canto non sparirà, diventando consapevole del proprio essere riarso, della sua forma originaria di fuoco, di secco respiro.
*
Tamiri, come lo descrive Omero nel III canto dell’Iliade, si vantava di superare le Muse nella bellezza del canto. A causa di questo orgoglio fu punito dagli dei: gli venne tolta la memoria del canto e Tamiri non seppe più nulla delle melodie meravigliose che avrebbe potuto intonare la sua cetra. Visse come un uomo qualsiasi, inconsapevole del suo talento. Quanto in Orfeo viene espresso dallo smembramento, in Tamiri è sigillato dall’amnesia.
*
Orfeo, posseduto ormai dal dio, compose gli inni che Museo mise per iscritto.
(B21, Papiro Berlinese 44)
Museo è colui che riferisce e tramanda il canto.
Chi è posseduto non sa quello che dice.
Chi ascolta e fissa nel foglio ciò che si è detto, sa.
Se la scrittura, nella tradizione platonica, è tradimento della parola orale, sistema di segni che impedisce alla memoria di esercitare il suo potere, la scrittura, per come si imporrà metaforicamente al pensiero dell’uomo, è “sapere di verità”, inizio del “lasciare traccia”, atto di “finzione suprema” dove l’esperienza apollinea della luce si struttura, alchemicamente, dallo strazio dionisiaco della notte.
*
Secondo la coreografa Marta Graham «Un artista cammina e la sua opera lo segue come Euridice. Se si volta scompare, non c’è più nulla. Un creatore non guarda mai nulla dietro di sé, avanza fino alla morte: tocca agli altri il compito di sezionare e di esaminare la sua opera». Ma lo “sguardo all’indietro” di Orfeo non è solo lo sguardo critico che seziona l’atto creativo come in un’operazione autoptica: è, al contrario, lo sguardo non demiurgico, critico e creativo insieme, che smette di vedere la mèta davanti a sé, perseguìta con onnipotente sicurezza, ma riposa perplesso nella propria ombra, esitante ed errabondo, cercando di essere vero. Scrive Ungaretti: «La verità, per crescita di buio / più a volare vicino s’alza l’uomo / si va facendo la frattura fonda». Gli fa eco Paul Celan: «Dice la verità, chi dice ombra». Orfeo, voltandosi, è custode della frattura cupa, della ferita aperta. Depone la lira magica del sovrano armonioso. Non chiede più. Il suo sguardo è, come indica Maurice Blanchot: «l’ultimo dono di Orfeo all’opera, in cui la rifiuta e la sacrifica portandosi, con lo smisurato impulso del desiderio, verso l’origine […] ancora verso l’opera, verso l’origine dell’opera». Perché, alla fine, scrivere sia ancora un inizio. E, se verità assoluta e fragileè per ogni uomo la discontinuità della vita, verità relativa e potente è la continuità dell’invenzione nei riflessi dell’arte: la magica intransigenza della poesia, la sua inesorabile continuità.

Georges Braque, Uranie
(Saggi, 1)
