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Quando scrivo, dipingo.
Quando scrivo, rammendo.
Alfonso Guida scrive La farragine (La casa del libro, Taranto 2024) come scrive ogni suo libro: in uno stato di “dettatura” sonnambolica che accoglie/rifrange l’io reale, le cose reali, gli spazi della visione. “Ciò che sono non può essere parlato/ per intero. Non posso farne voce”. Guida, con una scrittura secca, dura, antilirica, da “deportato” dell’esistenza, scava la disperazione di un’epica minore, dedicata alle vittime. Il libro è suddiviso in sei sezioni: Dio Deserto Eredità; Ricadute; Introspezioni Retrospezioni Fantasie; Poetalia; Conditio, consecutio; Dati Matricolari. La “farragine” non è, come vorrebbe l’etimologia della parola, un “miscuglio” ma piuttosto una galleria di frammenti descrittivi, dove il mondo vegetale, minerale, umano, è una moltitudine pervasa dal male: “… sei tutti gli uomini che ho amato,/ nel tuo volto un rovescio di ere, un cambio/ di città, una radice multiforme”. Non si ha mai la percezione di leggere un libro scritto in versi perché Guida resiste a ogni musica consolatoria, a ogni cantilena ritmica. Non è lui, ad adattarsi al canto delle parole: è piuttosto il suono delle parole a disossare i suoi timbri e le sue risonanze per diventare fedele autobiografia del poeta e sigillare il suo dolore di scorticato testimone in racconti, riflessioni, parabole, vite, riti, ricordi. “Perdo il pensiero, perdo il filo, arranco,/ slegato. So che sto al vertice inverso/ del corpo sociale. Occupo uno spazio minuto della coda. Sono nato/ per ultimare un accento, un ritratto”. Riassumere La farragine è impossibile: occorre che il lettore si inoltri da solo, leggendo, nella spinosa foresta del libro per scoprirsi ospite vivo-e-morto di un universo polifonico e allucinato, da cui non ricaverà le “sorti magnifiche e progressive” dell’umano e ignorerà più di prima il mistero, tastando questa poesia rocciosa, rupestre, visionaria. “La pioggia è questo blu artico.// Sta qui, accanto. È un tamburo/ la veranda di formica. / Nera di un nero Goya,/ di un nero che trapassa/ la testa, il lume pallido/ della mente, le mitrie,/ le campane dell’orto”. Guida narra sempre, ma narra per enigmi, soprassalti, cortocircuiti, all’interno di una disseminazione verbale che, nel suo eccesso, crepa le strutture del mondo e dell’io, rivelando la vita per quello che è: un carcere di pietra. “A che serve la polvere, il sangue che si addensa in graffio,/ le immagini in cui sprofondi dormendo? L’enigma/ si è rotto. Ora guardi un mistero inservibile, invernale,/ lo scheletro di calce a cui ogni fantasma si è ridotto,/ tendi a diminuire i sopralluoghi e ogni frazione/ del cervello reagisce come può, allargando le raffiche/ tese della paralisi”. Occorre, come sempre, essere vigile sentinella della propria follia, annotare e tradurre, appesi ai propri sogni, sopportare le lunghe ore di pioggia, il gioco della luce e della morte, perché “Non esiste un silenzio sereno. Non c’è un cielo muto” e occorre restare calmi, stringendo i propri quaderni, evitando che il dolore si incunei ancora di più nella mente e nel corpo, intollerabile. “…Devi valutare i baratri./ Lo so che stai facendo un resoconto/ di incubi e che ti affacci, ma ti ritrai,/ come quella volta a casa mia, a picco/ sull’abisso…” (M.E.)
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Antologia di testi
1996
L’anno in cui la brutta fine urtò il bulbo
della peste e il balcone della morte
per aria. Io scrivevo, seduto, nudo,
nella vecchia legnaia dell’estate.
Ero molto disperato e parlavo
di donne morte oppresse dalla cenere,
di un vento azzurro che bagnava lo Jonio.
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1981
Cominciò presto e non ebbe mai fine
la mia sensazione di emarginato
dal mondo e dalla vita. Calamita
che attrae il paradosso del suo contrario.
Gridando il proprio senso di sconfitta,
non si ottiene mai nessuna giustizia,
ma si diventa preda dei proiettili
del disprezzo. È per questo che le vittime
tendono sempre più all’affondo, al moto
di affossamento, all’inabissamento
costante, inesorabile. È tragedia
l’assenza totale di redenzione.
L’ostaggio sprofonda nell’occhio cieco
del crimine e del pozzo di Alfredino.
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Ti lascio entrare perché io non distinguo.
Mi ometto come parte del discorso.
Non ho più soldi per pagare chi amo.
L’orlo è vuoto ed è vano che io sia vivo.
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Sfido il pavimento che ammucchio dentro.
Le montagne si angustiano negli occhi.
Getto un chiodo nel baratro, un rosario
nel vuoto per sentire come brulica
quel senso di perla dell’abbandono.
Per sentire il rumore delle cose
che strisciano. Mi oppongo all’illusione
di non essere solo. Questo forse
vuol dire creare me stesso, credermi
figlio, senza soluzione o riscatto.
Sfilano, statue mutilate, i versi.
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Prima di ricominciare, rifletto.
Mi avvicino ai nodi del mondo inverso.
Tesso, conforme alle corrispondenze,
le armonie elementari del pensiero.
La mia paura è un groviglio di strade.
La ferita della terra di Craco
mi spacca in due il torace, mi apre il cuore.
Quando rifletto, esamino i fantasmi.
Mi perdo nelle messi dei crepacci,
dentro e fuori, metà uomo metà muro.
L’ombra sei tu vuoto, di solo buio.
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Ciò che sono non può essere parlato,
per intero. Non posso farne voce.
Mi volto in due parole tra colonne
mentali e mute di deportazione.
C’è una felicità di cani che unge
le mani impietrite dei vecchi. Piove.
Sta per piovere forte. Si è ingrigito,
tra le malve dei tuguri, lo sguardo
dei bambini che urlano bekos: pane.
Nel grigio scalcinato delle foglie,
stanco, mi slaccio le scarpe, cammino.
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Ti sei smarrito in un vicolo cieco,
la notte di San Biagio, nel ritratto
di un cavaliere mutilato. Hai chiuso
nei vetri di un negozio quel disordine
di ombre esterrefatte che ti bloccava
le caviglie, hai tentato una strategica
mossa di liberazione. Sfollando
di te le urne e lasciando s’indurisse
la cenere, il cianuro è entrato a chiazze
nell’idea di principio e paradiso
che fissavi, combattuto, compatto.
Ti sei smarrito in un vicolo cieco,
la notte di S. Biagio, in un ritratto.
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Il silenzio
Le labbra calme,
le labbra addormentate,
l’indice che sigilla.
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Ero balordo, non sapevo di me.
Quando l’io non è l’io, in fretta, ti smascherano.
Eppure avevo bisogno di specchi
perché non ero. Ogni appoggio un feticcio
di me, ogni indizio, una frazione. Pochi,
nessuno lo capì. Ora ho superato
le scale e sono nudo, vedi, sono
completamente nudo. Coi vostri abiti,
potei dire, ho tentato, vi ho uguagliato,
ma è stato un fallimento. Stanco, ho scelto
me stesso. Ho un volto che si specchia poco.
Quando accade, ritiro il mio riflesso.
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*Alfonso Guida, La farragine, La casa del libro, “Collana di poesia Due Mari” diretta da Barbara Gorlan, Taranto 2024.
(Poeti contemporanei, 5)
