QUI HO VISSUTO. Ida Vallerugo

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Batte le tua mano

“Questo è il muro portante. Sotto di lui vi salverete

se un giorno la terra tremerà ancora”.

E battevi la mano contro.

Ma quando trema la terra di dentro, cosa fa

una vita persa che si è amata in chi l’ha amata?

E batte la tua mano, da oltre il tempo batte.

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Corridoi

In quanti corridoi ho camminato

a luoghi di passaggio destinata.

E nei chiostri dei templi.

Ma cosa ci facevo lì, se il dio era fuori, nei volti vostri?

E in questo corridoio di vetro smerigliato ora.

Non spezza. E l’unghia a scalfire la vernice, di là forse una

pianura

di neve con statua acefala e gabbiani in volo.

E insiste l‘anima unghia col suo fare misterioso.

Sì, forse anche di là c’è qualcuno a scalfire

incessantemente. Tu, Assente?

E in corridoi di vetro ho camminato, i muri più duri.

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Due sedie

Bianche. Accostate. Di ferro.

La spiaggia, il mare non sono solo per loro.

Mi siedo con calma a fumare.

Sono così due che l’altra non può restare vuota.

Immagino te seduto là. Ma sfumi.

Che piccola libertà sei. Non posso immaginare voi qui,

è un gioco, e poi perché tu e non tu?

E poso lo specchio, l’orologio.

Sfumano. Non si libera dello sguardo

lo specchio e il tempo vuole prede vive e in fuga.

Eppure qualcosa di noi dovrebbe restare.

Allontanandomi mi giro di scatto.

Férmati, dicono, sarà stato uguale.

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La poesia

Dormi, mi dico. Lei la senti bussare

anche nel sonno. Esce da te, poi si finge alla porta.

Dopo anni di assenza torna all’improvviso,

chiede dove ha lasciato la sciarpa

e di seguirla senza troppe domande.

Questo non è vivere. Ma senza di lei non c’è vita.

E vuole essere attesa.

“Come dio?” mi chiede il venditore arabo

dal quadro, oggi non ha fatto affari, ha spento la lampada

all’ingresso della tenda. Gli animali dormono.

Si accinge a scrutare le stelle lui, a prostrarsi.

“Come dio?” insiste del suo silenzio grande.

Lei vive e muore in questa scorza.

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