LA CASA DELLE FIABE

La casa delle fiabe. Charles Lamb, Mary Lamb, Samuel Taylor Coleridge

Mary a Charles

13 dicembre 1806, ore 5,30 a.m.

Fratellino caro,

ti sento camminare nella stanza, dunque sei già sveglio in queste prime ore dell’alba, in queste tremende prime luci del mattino. Sei sveglio, quindi puoi leggere la mia lettera e correre subito qui, vicino a me. Sì, hai capito bene, potrai finalmente correre da me, perché io ti ho liberato.

Tremo tutta, ma obbedisco ai consigli che mi hai sempre ripetuto: scrivere calma i cuori più agitati, lenisce ogni sofferenza e allontana da noi le atrocità del presente.

Sono calma – stai tranquillo per me – sono calmissima mentre scrivo anche se per ciò che scrivo non ci sono parole adeguate e non oso quasi toccare il foglio con lo stesso strumento con cui ho compiuto un atto innominabile. Ma, credimi, era necessario. Tu, di là, prigioniero, e io di qua, a farle da serva, a obbedire a ogni suo capriccio. Come si poteva continuare così?

Perdonami, ti scongiuro. Sei così paziente, tu. Lascia che ti racconti: le prime, tremende luci dell’alba penetravano dalle fessure delle imposte, subito dopo il canto del gallo che squarcia il silenzio così greve della casa, quando ho udito uno strano rumore. Mi sono svegliata del tutto, ho aperto bene gli occhi. E che cosa ho visto? No, non era un incubo, era mattino e io perfettamente sveglia; lei, la mia vecchia bambola, la mia dolce, tenera Mary che sta seduta nell’angolo del divano da quando ero piccola – ha cominciato a fissarmi con i suoi occhi azzurri, mi guardava ostinatamente con i suoi occhi azzurri e feroci, finchè non si è alzata e si è messa a camminare verso di me sempre fissandomi – camminava verso di me con aria spaventosa facendo orribili smorfie e alzando le sue manine rosate che si ingrandivano, si ingrandivano…

Lo so che ti è difficile crederlo, ma è la verità, te lo giuro. Io cercavo di alzarmi dal letto e fuggire ma non potevo, non potevo, ero inchiodata sul materasso, la testa piombata contro il guanciale e il cuore mi batteva così forte da scoppiare. Ma come! La mia dolce, tenera Mary che una volta sapeva cullarmi e mi cantava la ninnananna tutte le sere, che mi nutriva del suo dolce latte tutte le mattine, voleva uccidermi?! Se uccide prima me, ho pensato, non c’è più nessuna possibile salvezza per te, Hansel, così piccolo piccolo, indifeso… Allora – non so come ho fatto – sono riuscita a svincolarmi dalla sua stretta – mentre mi dominava un solo pensiero: trovare qualcosa di tagliente e di acuminato, per trafiggerla.

In tutta la stanza non ho nulla di simile, tu lo sai, nulla. Ma mentre lei mi afferrava per la gola, per i capelli, lottando disperatamente, ci siamo trovate davanti alla scrivania – io e lei avvinte – e cosa ho visto? La mia penna in piedi, dritta nel calamaio, sottile e affilata. Hai capito, vero, caro?

Sì, l’ho colpita più volte, ripetutamente, non mi ricordo più, sono stanchissima, ora, e dopo… Ho riacceso piano piano il camino, mio caro fratellino, mentre lei se ne stava lì, morta sul tappeto, una cosa di pezza così floscia e brutta da farmi quasi pietà.

Che bel fuoco, finalmente! Che bel fuoco! Mai visto uno più bello! Devi venire subito, caro Hänsel, ho buttato dentro la vecchia strega! Mentre ti scrivo sta ancora bruciando.

Vieni subito, spalanca la porta, le finestre, i muri di questa casa terribile. Voglio che anche tu la veda bruciare, non devi perderti questo straordinario spettacolo. D’altra parte, stai tranquillo, qui non c’è sangue, neppure una goccia! La strega non aveva sangue nelle vene, ma latte, latte bianchissimo. Ne sono tutta coperta, redenta, purificata dal suo latte. Mi affaccio dalla finestra e fuori, vedo il giardino tutto bianco, immacolato Che meraviglia! Chi si copre di bianco non è umano, ma una fata o un angelo – liberi dalle pericolose passioni.

Così sono io, adesso. Così sarai tu, grazie a me. Ora che sono riuscita a scrivere tutto questo mi sento leggera, leggerissima. È una sensazione esattamente simile a quella che ho provato dopo il fatto.

Tua Gretel

P.S. Come d’abitudine, passo la lettera sotto la tua porta con il solito segnale: due piccoli colpi sulla maniglia.

**

Charles a Mary

13 dicembre 1806, ore 6,30 a.m.

Cara Gretel,

c’era una volta una vecchia che viveva in una casa bianca in un piccolo paese, e sapeva tutto di tutti. Nello stesso paesino viveva una donna di nome Emily che aveva una figlia di nome Mary. Il giorno del suo compleanno Emily regalò a Mary una penna dalla piuma di pavone. «Stai attenta a non perderla – le raccomandò. Mary, orgogliosa della sua penna, promise. Ma purtroppo era una bimba sventata e un giorno la smarrì nel bosco. Allora andò a bussare di casa in casa, chiedendo a tutti se l’avevano vista. Ma tutti scrollavano il capo. Mary chiedeva e chiedeva, ma nessuno ne sapeva niente. Disperata, scoppiò in lacrime. Allora un giovane contadino le consigliò di chiedere alla vecchia della casa bianca.

Mary corse a perdifiato e in un baleno raggiunse la casa bianca e chiese alla vecchia se aveva visto la penna di pavone. Quella rispose – «Ce l’ho io, la tua penna, e te la restituirò. Ma non dovrai dire a nessuno dove l’hai trovata. E ricordati che, se mi disubbidirai, io verrò a prenderti nel tuo letto, a mezzanotte in punto». E le restituì la penna.

Ma la madre, che sapeva della sbadataggine di Mary, al suo ritorno le chiese:

-Dove l’hai trovata?

-Non posso dirlo, mamma.

-Perché?

-Se osassi dirtelo, la vecchia verrebbe a prendermi nel mio letto a mezzanotte in punto.

-Sbarrerò porte e finestre, così non potrà entrare e non ti prenderà.

E così Mary si convinse a dirle dove aveva trovato la penna di pavone. La madre la accarezzò e la baciò: poi sbarrò porta e finestre.

Mary alle dieci andò a letto. Nascose la penna sotto il cuscino e si addormentò. Le ore passavano lentissime. Al primo tocco di mezzanotte sentì un fruscìo.

-Mary, salgo il primo gradino.

Era la voce della vecchia.

-Mary, salgo il secondo gradino.

Il fruscìo divenne passo.

-Mary, salgo il terzo gradino.

Il passo echeggiò.

-Mary, salgo il quarto gradino.

La voce divenne rauca.

-Mary, salgo il quinto gradino.

Il passo era sempre più vicino.

-Mary, salgo il sesto gradino.

La voce quasi gridava.

-Mary, salgo il settimo gradino.

-MARY, ECCOMI CHE TI PRENDOOOO !!!

Fu in quel momento che Mary vide la faccia della vecchia che viveva nella casa bianca. Spaventata, agitò la penna di pavone nell’aria e al posto di quella faccia terribile apparve il volto chiaro della madre: che le sorrise, si chinò su Mary e la colmò di carezze e parole deliziose. Mary aprì le dita e lasciò cadere la penna sul pavimento: che si trasformò in prato, un prato pieno di fiori di ogni colore, incantevole.

Così finisce la fiaba, Mary.

Ma ora torniamo subito a lavorare al nostro Racconto d’inverno. Entreremo nella nostra bella biblioteca, affacciata sul giardino. Fuori nevica, ma la brutta stagione presto passerà. Dalla terra bianca nasceranno, come splendide piante, leggende e fiabe da raccontare, e che continueremo a raccontare insieme. Rassicurati: sto bene. Non mi è successo nulla. Non ti è successo nulla. Non è successo nulla. E tra poco, come sempre, risveglieremo la nostra penna, che ora sta dormendo sulla scrivania.

Quante cose è una penna! Può calmare l’anima e scrivere fiabe, scaldando il cuore nei giorni troppo freddi; può trasformarsi nel ventaglio che ci rinfrescherà il viso nei giorni troppo caldi.

Tra poco accenderemo insieme il camino nella biblioteca e faremo un fuoco caldo e bellissimo. Poi riprenderemo a riscrivere per i bambini il Racconto d’inverno di Shakespeare.

Buongiorno, Mary cara. Stai calma, molto calma e aspettami.

Tuo Hänsel

**

A Samuel Coleridge

14 dicembre 1806

Caro Samuel,

hai presente un uomo disperato, con la verità sulla punta della lingua, ma costretto a tacere? Io e Mary passiamo troppe ore insieme, chiusi nella nostra casa a scrivere di orfani infelici che trovano scuole accoglienti, di bambine scambiate che ritrovano la famiglia originaria, di zie streghe che perdono il loro potere maligno, di figlie di mercanti che fanno traversate avventurose e approdano a porti stupendi; descriviamo teatri favolosi dove si accendono tutte le candele ed è bello vedere gli orchestrali che spuntano da sotto il palcoscenico, e mentre il sipario si alza al suono di una musica soave una signora sussurra: «La musica ha incanti che placano un cuore affannato».

Ma io non posso dimenticare. Accadde il 26 settembre 1796. L’Evening Post riporta nome, cognome, professione dell’assassina. Il Morning Chronicle, più melodrammatico e volgare, descrive la scena: «La madre trafitta al cuore, accasciata senza vita sulla sedia, la figlia ancora su di lei, col fatale coltello in mano, completamente fuori di sé, il vecchio padre in lacrime, lì accanto, sanguinante per una ferita alla fronte procuratagli da una delle forchette che la giovane donna, in preda alla furia, aveva lanciato per tutta la stanza».

Per quanto tempo potrò guardare la casa di oggi, piena di favole e incanti, e non ricordare la casa di allora, sigillata dal silenzio del delitto?

Mia sorella Mary ha ucciso nostra madre.

Mi prendo la responsabilità di dirlo, Samuel, e l’angoscia si attenua. Dopo il matricidio, Mary passò tre settimane nel manicomio di Islington. Fu liberata solo perchè io mi feci garante della sua salute e della sua vita davanti alle autorità inglesi. Da allora, come una di quelle severe precettrici che censurano i racconti paurosi e li sostituiscono con fiabe edulcorate, sorveglio mia sorella. È il mio compito morale e il mio dovere poliziesco.

Ma chi sono io – per essere sempre costretto a curare e mai a essere curato? Chi mi da’ la forza di vivere nella nostra casa e cancellare il sangue dalle pareti, dai pensieri, dalle parole, dai libri, come se non fosse mai stato versato? Io, che per tutta l’esistenza ho avuto orrore della paura e mi sono svegliato più di una volta in preda agli incubi, devo essere il guardiano di un’assassina e lenire il suo dolore. Io, che non vorrei pensare ad altro che alla mia malinconia, io che ho sempre desiderato leggere e bere e fumare in un giardino pieno d’aria, mi trovo a passare tutti i miei giorni prigioniero di un mefitico ufficio buio, all’India House, dannato a copiare elenchi di mercanzie – cotone, spezie, caffé – e sotto i piedi mi si agita un inferno; continuo a copiare numeri e nomi, ed è come se vivessi sopra una galera: sento strani rumori, come di gente trascinata lungo scale che non vedo, e penso a corpi di schiavi, a cadaveri, a pazzi furiosi che vengono portati via, per pudore, dalla vista degli uomini.

Forse Mary migliorerà, Samuel, ma sarà sempre soggetta a ricadute, e ciò è spaventoso. Che anche il vicinato conosca la nostra storia non è il minore dei nostri mali. Noi siamo, in un certo modo, segnati. Io sono un naufrago alla deriva. La testa mi duole sempre. Quasi mi augurerei che Mary fosse morta. E io con lei.

Tu, Samuel, che ecciti le tue visioni con l’oppio, sai quanto sia impossibile non vedere: si deve parlare, confessare, gridare, se occorre, e io non finirei mai questa lettera e ti parlerei sempre di Mary, se non fossero già le due di notte e una stanchezza mortale non mi assalisse e dovessi, fra qualche istante, vegliare la sua stanza e controllare se lei dorme veramente o se ha ancora riafferrato il coltello per sventrare la pancia della bambola…

Per fortuna la mia Gretel sta ancora dormendo. Ma temo sempre che, da un momento all’altro, possa alzarsi e accostarsi al mio letto e, credendo che io sia una di quelle figure di santi che bruciano nel rogo delle fiamme dipinte del Libro dei Martiri, dare fuoco, sorridendo, al mio letto, e ripetere così l’antico delitto.

Per questo, quando la vedo più inquieta, riempio la casa con le nostre fiabe, costruisco paradisi di parole, divento il saggio e divagante Elia. Ho strappato da tutti i libri della biblioteca tutte le pagine che parlano di delitti. Otello non strangola mai Desdemona e Macbeth non uccide mai Banquo. Così deve essere, ma io sono esausto, Samuel, esausto di vivere qui, in questa casa di pandizucchero, la casa della strega… Come vorrei non dover più cancellare dietro di me le tracce di sangue che colano dall’abitino della piccola Gretel. La vedi? Non si è accorta di nulla e corre lontano, tutta felice, nel bosco! Io, il suo Hänsel, devo ancora trovare la strada per uscirne.

Addio.

Charles

***

In un’esplosione acuta di follia, la trentaduenne Mary Lamb accoltella a morte la madre Mary. Il fratello più giovane, Charles, il futuro autore degli Essays of Elia, la prende sotto tutela, vegliandone le periodiche ricadute nella malattia mentale. Insieme cureranno i Tales of Shakespeare (1807), riscritture per ragazzi delle trame shakespeariane, Children’s poems (1809), un libro di poesie per bambini, e i dieci racconti di Mrs. Leicester’s School (1809), ispirati a comuni ricordi d’infanzia. Charles Lamb morrà nel 1834 e Mary gli sopravviverà di tredici anni.

Paul Klee, Fiaba

RISVEGLIO

Cornel Woolrich (1903-1968), noto anche con gli pseudonimi di William Irish e George Hopley, è l’autore di diversi romanzi neri, da L’incubo nero a La donna fantasma, da Il sipario nero a Vertigine senza fine, da Si parte alle sei a La notte ha mille occhi, da cui spesso sono stati ricavati thriller minori ma inquietanti. Da un suo racconto inedito Awakening (Risveglio), Robert Siodmak avrebbe voluto ricavare un film dal titolo provvisorio Murder in the night, ma il film non venne mai girato per contrasti con i produttori.


Mi sveglio e allungando il braccio a sinistra sfioro qualcosa di umido. Accanto alla mia mano, nel lenzuolo tiepido, una macchia – le mie dita si muovono lentamente. E’ una macchia fredda, di consistenza vischiosa. Nessun dubbio: è sangue. Mi giro e vedo, giovane e nudo, il cadavere di una donna. Dimostra meno di trent’an­ni. È snella, quasi magra, il pugnale affondato per parecchi centimetri sotto il seno sinistro. Il capezzolo eretto, per il rigor mortis. Il manico dell’arma è ricurvo, marrone chiaro. Il corpo giace supino nel mio letto, le cosce pudicamente accostate. Gli occhi sono severamente chiusi, le labbra rosee, non ancora cianotiche. Qualche goccia di sudore sulla fronte, sotto la frangia nera dei capelli. Orecchie piccole, naso appuntito, mento regolare. Le guance terree, con gli zigomi in rilievo. Non ho mai visto questo volto. Mi è perfettamente estra­neo.

Mi alzo, mi accosto alla porta, abbasso la maniglia. Inutile. La porta è chiusa. Gettato sopra un tavolino, un mazzo di chiavi: le mie. Le riconosco. È sconcertante, impossibile. Perché mi sarei chiuso a chiave nella mia stanza se avessi avuto la necessità di nascondere un delitto così evidente? La finestra è aperta. La spalanco tutta, il giardino è chiaro, inondato dal sole. Dorothy e Terry ridono, mi fanno cenno con la mano. Il castagno stormisce, nell’aria fresca. Cosa sta succedendo? Sono assolutamente certo che quegli esseri in fondo al giardino, così sereni e felici, sono mia moglie e mio figlio? Oppure, sapendo di essere qui, con un cadavere al fianco, devo crederli due fantasmi? E Sonny? Dov’è Sonny, il mio primo figlio? Perché non mi saluta con loro? È partito? È scomparso?

La donna giace morta a pochi centimetri da me. Nella stanza siamo soli: io e lei. Questa realtà è incancellabile dagli occhi. L’ho uccisa io: non può esserci un altro assassino. Guardo davanti a me. Una porta. La porta della mia stanza. La riconosco con orrore. Se almeno fosse diversa! Se avesse la maniglia arrugginita, gli infissi scrostati! Potrei dire: ho preso in affitto la stanza di uno squallido motel, ho amato una puttana, di cui non ricordo niente, e in un accesso di furore o di rimorso l’ho uccisa. Ma non è andata così. Sono nella mia stanza. E là, nel mio giardino, come ogni giorno di primavera, Dorothy gioca con Terry e Terry strilla, cade dall’amaca… Almeno, così credo. Ma se fossero passati molti anni da quelle felici primavere? Se entrambi fossero morti un incidente che adesso non ricordo e se quelle che vedo laggiù fossero proiezioni della mia mente? Io sono rimasto solo. Mi ubriaco, passo la notte con le prostitute, e una di loro giace qui al mio fianco, il corpo immobile e insanguinato. Abbasso la mano, sfioro l’avam­braccio. Non è freddo. Non ancora. La pelle non è rigida. Guardo le palpebre, un po’ scure sopra gli occhi invisibili. Meno di trent’anni. Accarezzo i suoi capelli lisci e neri. Il sangue si è ormai coagulato. La ferita è un alone scuro. Osservo la bocca sottile: non si aprirà più. Guardo il manico del pugnale. Sono proprio io ad aver vibrato il colpo decisivo dentro questo corpo?

Non devo fantasticare. Forse questa morta, che i miei sensi percepiscono come corpo reale, è la figura di un sogno: riaddormentandomi la cancellerò. Accadrà certamente così. Mi sdraierò accanto a lei, toccando per l’ultima volta il suo fianco freddo, poi chiuderò gli occhi. Qualche minuto dopo svanirà il coltello; quindi la macchia viola nel petto, i seni, la bocca, le cosce. Più affonderò nel sonno e più il corpo dell’uccisa, livido e reale al mio fianco solo per la forza del sogno, ripiomberà nell’inconscio, ritornerà semplice fantasia. E io sorriderò, svegliandomi marito e padre felice. Chiudo gli occhi. Mi costringo a dormire. Ma i miei pensieri sono incubi. Cosa vedrò veramente al mio risveglio? Sarà il corpo della morta la cosa che sparirà dal letto, restituendomi al sorriso di Dorothy e ai giochi di Terry? O non svanirà invece il giardino luminoso e io sarò qui, nella mia vera stanza, squallida tana di motel, tappezzeria grigia e moquette polverosa, lampadi­na nuda sul soffitto scrostato, fissando gli occhi sulla porta chiusa a chiave, aspettando l’inevitabile sirena, l’irrevocabile arresto, l’ineluttabile condanna, perché accanto a me c’è il corpo di una prostituta che non respira più, il coltello conficcato nel seno sinistro…

Un ronzio mi distrae da questo pensiero. Alzo gli occhi. In alto, nell’angolo destro del soffitto, vedo una telecamera. Da quanto tempo è in funzione? Da quante ore registra quello che accade nella stanza? Il ronzio si attenua, poi si spegne. Il film è finito. Sento un piccolo scatto. Qualcuno ritira la pellicola. Chi ha diretto la scena? Chi ha visto? Lì, in quelle poche bobine, è racchiusa la mia verità: il crimine che ho commesso o l’incubo che mi ha tormentato, il mio delitto o la mia innocenza. Dentro quei fotogrammi è registrata la realtà del fatto. Chi ha diretto la scena? Chi ha visto? Chi è il regista?

Devo restare. Aspettare.

*I testi sono tratti da: Marco Ercolani, A schermo nero, QuiEdit, Verona 2010

ARIA LIMPIDA INSANABILE. Laura Caccia

Le voci:

sopra vento, vicine al cuore,

sepolte nell’incendio

Paul Celan

**

Alcuni libri sembrano sopraffatti da voci che non appartengono all’autore e che nascono all’interno della sua lingua come echi dove la necessità del discorso cede all’estasi del dire. (M.E.)

**

La corda al collo della voce l’altra cellula in

allarme nell’aria limpida insanabile a squarci non ha pace

contro i muri il vento le scale neanche a dirla ininterrotta

in fondo nulla rimette a posto le cose per un tratto di strada

*

fino a strapparsi l’abito una piccola morte nel contagio di

un nome da rifare di tutta la terra a capo l’opera torna

indietro fuori è ancora mondo insepolto e vuoto il solo da

riaccordare il solo non tenuto a mente uno scacco al dolore

**

*I testi sono tratti da: Laura Caccia, Le voci insorte (à rebours), Book editore, Riva del Po 2024.

TAVOLA DEI PRECETTI. Carlo Battistella

tavola dei precetti

[reperto BC2sZ, tavole a di argilla incisa a secco con stile tt rovente; datazione incerta ma ben prima di Babele; nascosto in una grotta, nei pressi dei Carpazi Orientali, nell’incavo di una parete; stato di conservazione: sbreccata e parzialmente illeggibile]

1 in principio stanno Fermezza Prudenza Temperanza Costanza

2 la Fermezza è la terra

3 la Prudenza è l’acqua

4 la Temperanza è l’aria

5 la Costanza è il fuoco

6 dunque

7 per primo reggerai il fermo

8 alimentando il moto

9 per ultimo reggerai il moto

10 per fermarlo

11 dal fermo al fermo

12 condurrai la potenza a maturazione

13 non temerai l’informe

14 poiché esso è la madre di tu e le forme

15 non disprezzerai il deforme

16 poiché in esso c’è la chiave per la forma

17 più i tuoi passi sembreranno immoti

18 più volte tornerai su di essi

**

metamorfosi

[reperto AW8xY, foglio spessore 2 cm, in rame sbalzato a freddo con una punta di freccia; datazione tribolata, ma si suppone di mano celtica; sepolto nel tronco di una quercia, dalle parti della foresta di Sherwood; stato di conservazione: superficie graffiata e rilievi consuma in più parti]

17 giacché molte sono le vie

18 per ciascuna cosa

19 cercherai la radice

20 e da essa svilupperai la tua

21 col favore dell’intelletto

22 sarà maestra la natura, unica e sola

23 in favore di ciò che vorrai realizzare

24 non dimenticherai che alcune cose

25 nella congiunzione

26 perdono una parte di sé stesse per divenire altro

27 se non è ciò che cerchiamo, non significa sia inutile

28 ciò che è invisibile opera nel mondo e nel modo di ciò che è visibile

29 come il bambino che scavando la sabbia, cerca l’acqua

30 non generalizzerai

31 non otterrai nulla con la forza

32 forgerai l’acqua e scioglierai la terra

33 l’equilibrio è il tuo traguardo

34 disprezzerai le forzature e l’aggressività

35 non sarai volgare

36 disprezzerai il denaro e il potere

37 ti ritirerai dal mondo mondano

38 disprezzerai i mistiicatori e i sofistiatori, i mistagoghi e gli invidiosi

39 ti applicherai nella sottigliezza

40 non temerai la via lunga, perché in essa c’è la verità

41 terrai in massimo conto ciò che sta nel mezzo della via, perché in esso sta la ricchezza

42 trascurerai le scorciatoie

43 non tratterai nulla e nessuno con sufficienza né con presuntuosa sicumera

44 ti accontenterai di saperne, poco a poco, sempre un po’ di più

45 non avrai fretta

46 secondo proporzione

47 realizzerai

48 la metamorfosi

49 se nella ricerca

50 riconoscerai queste parole vane

51 non esitare

52 gettale al fuoco

53 ritorna al principio

**

come pietra [reperto QK0nM; tela bianca grezza con testo cucito in filo rosso a rilievo, leggibile in recto e verso, tecnica ignota; attribuito a Chirone il Centauro, datazione zoppicante; ritrovata in una caverna del Monte Pelio, avvolta sotto le ceneri di un fuoco estinto da tempo immemore; stato di conservazione: macchiata e sfilacciata ma nel complesso in buone condizioni]

1 osserva come un bambino

2 opera come un adulto

3 ascolta tu

4 non fidarti di nessuno

5 per mezzo della terra

6 il fuoco e l’acqua si ammaestrano l’un l’altro

7 finché la terra

8 stremata dalla battaglia

9 e fortificata dal duello

10 si approprierà di entrambi

11 testimone del patto fra nemici

12 allora si farà Pietra

13 insolubile e incombustibile

14 perché né l’acqua la scioglierà

15 né il fuoco la brucerà

16 sarà acqua permanente

17 fuoco perenne

18 perché è compito della terra

19 abbracciare le alluvioni

20 per trattenere l’acqua

21 contenere gli incendi

22 per sigillare il fuoco

23 affinché nella terra

24 essi prendano dimora eterna

25 poiché è nella natura delle acque

26 svanire

27 e nella natura del fuoco

28 estinguersi

29 l’acqua ritira il fuoco

30 il fuoco ritira l’acqua

31 in un moto perpetuo, senza soluzione

32 per mezzo della terra

33 solo essa permetterà la congiunzione dei nemici, nel proprio seno

34 nel loro duello che si ripete

35 ogni volta lasciano alla terra

36 un po’ della loro anima

37 se starai dunque attento

38 e non sarai impaziente

39 apprenderai come versare e ritirare

40 le acque

41 e come accendere e mitigare

42 i fuochi

43 avrai l’arte

44 ricorda

45 solo quando la terra non sentirà più i morsi della sete

46 solo quando avrà abbastanza acqua

47 da non soffrire la siccità

48 allora la esporrai al Sole più forte

49 perché

50 all’inizio ci sono terra e acqua elementari, e fuoco e aria deriva

51 solo quando la terra sarà congiunta alla sua acqua

52 potrai esporla al Sole e ai venti

53 per completare

54 la sua maturazione

55 nel fuoco e nell’aria rovente

56 né per eccesso, né per difetto

57 così come si sa, che

58 ciò che è leggero, sale

59 e ciò che è pesante, scende

Giovanni Castiglia, Pergamena brunita

PER “POLVERE”. Francesco Marotta

Francesco Marotta, Polvere, Anterem Edizioni, Verona 2024.

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La partitura della polvere di Francesco Marotta, nel suo ‘tempo sospeso’, musica una tensione altissima verso l’origine, l’inudbile, l’inconosciuto. A cui avvicinarsi come nelle immagini fotografiche a “pupille spente” di E. Bavcar. Al quale è rivolta un’’interrogazione che appare la domanda di senso dell’intera opera, nella sua messa in povere del visibile, per una visione altra, una lingua altra: “quale / altra luce, quale altro nome sai / che il giorno non conosce?

(Laura Caccia)

**

Antologia

CONTRO-LUCE

(contro-luce)

La luce – tu la conosci in perdita

la (ri)conosci che emerge

dal sogno desolato della preda

e torna dove fa pensiero

il corso delle ombre –dove

lo sguardo inciampa

nel conforto che genera sete

*

la notte

–cecità visibile

d’ombre

che aspira il mare

(vuoto)

degli occhi

–un mare, un male

(un

vuoto)

il dolore di essere

altro, la soglia

*

ALTROQUANDO

(altro-quando)

a Evgen Bavcar

quale altra luce – Evgen

nel senzatempo del

le pupille spente, quale

l’origine, il suono, la voce

l’alfabeto – quale il nome

segreto delle rondini

che liberi dal sogno

per scardinare il portale

delle ombre – quale

altra luce, quale altro nome sai

che il giorno non conosce?

**

Evgen Bavcar

“VI PREGO DI NON ESSERE SOTTERRATO VIVO”

1

Lorenzo Giovanni Antonio Calogero nasce il 28 maggio 1910 nel piccolo centro di Melicuccà, in provincia di Reggio Calabria, da Michelangelo Calogero e Maria Giuseppa Cardone. Terzo di sei fratelli, Lorenzo inizia le scuole elementari a Melicuccà e le conclude a Bagnara Calabra, dove vive presso gli zii materni. Nel 1922 la famiglia Calogero si trasferisce a Reggio Calabria, dove Lorenzo frequenta prima l’Istituto Tecnico, poi cambia corso di studi conseguendo la maturità scientifica.

Nel 1929 la famiglia Calogero si trasferisce a Napoli per avviare i figli agli studi universitari. E’ di questi anni la scrittura dei primi versi, che legge solo alla madre. Lorenzo inizia ad Ingegneria, ma l’anno successivo decide di cambiare facoltà iscrivendosi a Medicina. Nel 1934, per ristrettezze economiche, la famiglia Calogero è costretta a tornare in Calabria. Segue con profitto gli studi ma contemporaneamente legge i poeti e scrive: in questo periodo compone buona parte dei versi che formeranno le raccolte 25 Poesie, Poco suono e Parole del Tempo. Comincia a manifestare le prime patofobie.

Di formazione cattolica, segue la scena letteraria che si raccoglie intorno a “Il Frontespizio”, di Pietro Bargellini e Carlo Betocchi, ai quali invia le prime poesie con la speranza che vengano pubblicate. I versi gli vengono però restituiti, allora scrive a premi letterari e riviste spurie, vuole pubblicare ad ogni costo. Nel 1936 esce a sue spese il primo libro, Poco suono, presso Centauro Editore. Nel ’37 si laurea in Medicina, ma continua la corrispondenza con Betocchi, che gli promette di pubblicarlo ne “Il Frontespizio”; la pubblicazione non avviene ed egli ne trae la conclusione che il suo destino non è quello del poeta. Inizia un lungo periodo di distanza dalla scrittura, in cui non v’è traccia di tentativi di pubblicazione o contatti con il mondo letterario. La sua salute è precaria, tuttavia consegue l’abilitazione e nel 1939 inizia ad esercitare la professione medica in diversi centri della Calabria. Ma tende a tornare a Melicuccà, a rifugiarsi dalla madre, con cui intrattiene un’intensa corrispondenza. E’ sempre più instabile. Nel 1942 tenta per la prima volta il suicidio sparandosi in direzione del cuore. Viene salvato a fatica. I fratelli sono in guerra, fa il medico sempre più a malincuore: “sono vissuto nella mia professione come se scrivessi versi”.

Nel 1944 inizia una lunga corrispondenza epistolare con una studentessa di Reggio Calabria, Graziella, cui seguirà un fidanzamento di cinque anni. La sua vita è sempre più caotica, abbandona i posti di lavoro, si rifugia dalla madre con più frequenza.  Si getta in tutte le letture: filosofia, scienze biologiche, matematica, teologia, poesia. Rompe con Graziella ma non la dimentica, e tenta invano di riallacciare il rapporto attraverso lunghissime lettere disperate. Ha ricominciato a scrivere: dal 1946 al 1952 compone le poesie poi incluse in Ma questo… e Come in dittici. Dal 1951 al 1953 invia i suoi manoscritti a molti scrittori, poeti, uomini di cultura, l’esito è sempre negativo. Nel 1954 invia dattiloscritti all’editore Einaudi, da cui non riceve risposta. Decide allora di partire per incontrare Giulio Einaudi personalmente, ma va a Milano e sbaglia redazione. Giunge a Torino ma Einaudi  è fuori sede e i suoi scritti non si trovano. E’ sempre più sfiduciato ma continua a scrivere a editori e riviste , che gli rispondono evasivamente. Lo stesso anno riceve l’incarico come medico condotto a Campiglia d’Orcia, in provincia di Siena; qui scrive in soli undici giorni Avaro nel tuo pensiero, che rimarrà inedito. Dopo appena un anno, una delibera del consiglio comunale lo dimette dall’incarico di medico-condotto, così nel 1955 si ritira definitivamente nel suo paese. Riscrive a Einaudi che risponde, ma negativamente. Nel settembre, sempre a sue spese, pubblica Ma questo…, presso Maia.

Scrive anche a Betocchi, di nuovo dopo vent’anni, chiedendogli di pubblicare con Vallecchi. Nel gennaio del 1956 esce la raccolta  Parole del tempo, che contiene 25 Poesie, Poco Suono, Parole del Tempo. A causa di un peggioramento delle sue nevrosi viene ricoverato nella casa di cura “Villa Nuccia” a Gagliano di Catanzaro. Tornato nel suo paese, scrive invano a numerosi critici e poeti per farsi recensire Ma questo… Ne spedisce una copia anche a Leonardo Sinisgalli, accompagnata da una lunga lettera in cui chiede la prefazione per un nuovo libro che sta per essere pubblicato “anche se dovesse dirne tutto il male che si può immaginare”. Inizia così il rapporto con chi invece sarà il primo a riconoscere le sue qualità poetiche, e che gli sarà amico fino alla fine. Nel mese di settembre esce Come in dittici con la prefazione di Sinisgalli. In seguito alla morte della sua amatissima madre, però, avvenuta poco dopo, viene nuovamente ricoverato per un tracollo nervoso a “Villa Nuccia”. Si innamora di un’infermiera, Concettina. Tenta nuovamente il suicidio recidendosi le vene dei polsi.

Nel 1957 vince il premio letterario “Villa San Giovanni”, conferitogli dalla giuria presieduta da Falqui, e composta da G. Selvaggi,  G. B. Angioletti, G. Doria, S. Solmi. Sinisgalli  presenzia alla premiazione. Nonostante il prestigio del premio non riceve nessuna proposta editoriale, che cerca disperatamente, sempre più stretto da una ingenerosa  incomprensione. Mangia pochissimo, sostenendosi con sonniferi, sigarette, caffè. Tra il 1956 e il 1958 scrive le novantanove poesie della raccolta Sogno più non ricordo. Viene ricoverato nuovamente a “Villa Nuccia”. Nel 1960 si reca per alcuni giorni a Roma, dove conosce Giuseppe Tedeschi, che racconterà il loro incontro nell’introduzione al primo volume di “Opere Poetiche”, pubblicato postumo. La sua irrefrenabile necessità di scrivere si intensifica, scrive i 35 Quaderni di Villa Nuccia, così come li intitolerà Roberto Lerici, editore di “Opere Poetiche”, che costituiscono forse la sua più alta produzione letteraria.

Trascorre gli ultimi anni nel suo paese natale, consacrato alla poesia, corteggiando la morte. Il corpo del poeta senza vita fu trovato nella sua casa di Melicuccà il 25 marzo 1961. Nell’ultima pagina di un quaderno trovato sulla sua scrivania, è stata trovata quella che forse è la sua ultima poesia, “Inno alla morte”. Un biglietto trovato accanto al suo corpo, recita la frase: “Vi prego di non essere sotterrato vivo”.

Nel fascicolo di aprile 1961 di “Europa Letteraria”, Giancarlo Vigorelli pubblica alcune sue poesie con note di Leonardo Sinisgalli. Nel 1962 con l’uscita del I vol. di “Opere Poetiche” in un’elegante edizione della collana “Poeti europei” della casa editrice Lerici, grazie alle cure di Roberto Lerici e Giuseppe Tedeschi esplode il “caso letterario Lorenzo Calogero”. Centinaia di articoli della stampa italiana e straniera lo definiscono “nuovo Rimbaud italiano”. Il clamore dura quasi ininterrotto fino al 1966, quando, quasi subito dopo la pubblicazione del II vol. di “Opere Poetiche,” la casa editrice Lerici pone fine alla sua attività editoriale. Per anni è stato atteso l’ultimo dei volumi della Lerici che avrebbe dovuto contenere Avaro nel tuo pensiero, ancora oggi inedito, insieme ai circa 800 quaderni manoscritti, fittissimi di liriche, numerosi scritti in prosa e lettere con poeti, critici, editori, intellettuali. Attualmente il corpus inedito è composto da più di 15.000 versi che attendono un’adeguata collocazione nella più alta letteratura del ‘900.

Resteranno ancora parecchie cose che io non conosco e forse non conoscerò mai? E pure quello che ho appreso è veramente tanto, per cui il titolo che avevo pensato per un mio libro di poesie e che, dentro i miei limiti e le mie capacità poetiche, avrebbe dovuto essere quello di Città fantastica intendendo con tale titolo di designare la possibilità di una capacità espressiva che avesse quasi del fantastico, essendo intercomunicante in tutti i punti di essa, (…) pensavo anche quasi ad una città del tutto notturna, dove ogni punto di essa fosse in relazione e comunicante con tutti gli altri.»

(Lorenzo Calogero, dalla lettera-saggio del 1960 a Vittorio Sereni)

Leggiamo, da quel numero della rivista, queste pagine di Leonardo Sinisgalli su Calogero dal titolo: “Un caso di poesia fra Campana e Artaud”: «Un’opera così serrata – migliaia e migliaia di versi – non può essere il frutto di illuminazioni improvvise, non si giustifica come una scommessa o un miracolo. Il poeta ha rifiutato i soccorsi delle retoriche più fertili: l’incanto del numero, della simmetria, degli accenti, gli attriti degli oggetti, delle occasioni, della memoria. Si è fidato soltanto delle sue capacità espressive, di una vitalità insita nel linguaggio (la “vita acre dei segni”), per cui l’arabesco, che è senza dubbio l’acquisto più glorioso delle pagine più aperte, non è mai nomenclatura o contorno, ma diventa, esso stesso, più che strumento, sostanza spirituale».

Dopo la pubblicazione postuma delle Opere poetiche presso l’editore Lerici (il primo volume esce nel 1962, il secondo nel 1966), e dopo un rapido fiorire di giudizi poetici positivi o entusiasti (da citare, tra tutti, Montale, Luzi, Caproni, Sinisgalli, Solmi, che salutavano in Calogero un genio misconosciuto della poesia italiana), l’autore di Come in dittici è rapidamente ritornato nell’ombra da cui era emerso, almeno fino ad oggi, e la sua opera in versi è oggi introvabile tra i volumi di poesia contemporanea come lo furono le sue giovanili plaquettes come Parole del tempo (Siena, Maia, 1956) e Ma questo… (ivi, 1955). Nel numero 37 di Nuovi argomenti sono pubblicate alcune poesie inedite. I suoi manoscritti sono conservati presso la Casa della Cultura Leonida Repaci di Palmi fino al marzo 2009, quando per iniziativa della Regione Calabria e dell’Università della Calabria vengono prelevati per essere archiviati in forma digitale così da permetterne l’accesso agli studiosi. Recentemente sono apparse due raccolte poetiche: Parole del Tempo (Donzelli, Roma 2011) e Avaro nel tuo pensiero (Donzelli, Roma 2014), ed è stata pubblicata un’antologia poetica in lingua francese nel 2015. Esiste un sito web dedicato a “Lorenzo Calogero, poeta universale”: www.lorenzocalogero.it

2.

«Relegato nel ghetto della malattia mentale» (Stefano Lanuzza) resta un “poeta per poeti”, Lorenzo Calogero è uno scrittore che non ha esitato a trasformare la sua intera opera poetica nella modulazione musicale e reiterata di un nulla interminabile, senza altro argine che una parola dai confini fluttuanti. Di lui dice Leonardo Sinisgalli: «Sono più vispe le sue pulci./ Cantano di più le sue parole/ perdute insensate fragranti». «Perciò scrivo/ colla tacita mano/ rivolta ai sonni». Lontana dal discorso furioso e immaginifico di Dino Campana e dalla superba suggestione di un linguaggio ostile a ogni significato come nella ricerca di Edoardo Cacciatore, la poesia di Calogero vive nel regno di una follia fragile e senza echi, dove le melodiose assonanze dei versi sono gli unici rifugi consentiti a una mente perturbata, quasi sempre in stato di narcosi, da farmaci o da caffè. Scrive di se stesso Calogero: «Le sole cose che per me valgono di uno scrittore sono gli estremi attraverso cui si muove il suo pensiero». Il poeta abita questo pensiero vago, smemorante, amniotico, dove ogni poesia si autocancella per creare quella successiva, all’interno di una estenuata e monumentale incompiutezza. «Questa è la voce/ che si ripete da tempo/ tuttavia immemorabile/ in me». Alla fine, dentro il fluire di una poesia che cercando di essere visibile mostra i nodi indicibili del linguaggio, il poeta decide di «sopravvivere al fallimento mettendosi a morte» (Lanuzza) e diventa fantasma fra le sue parole, poeta che va verso la sua fine terrena.

La poesia di Calogero sembra nascere e rinascere a ogni “a capo”, come se il pensiero gli scappasse dalla mente ogni volta che il verso finisce e fuggisse a capofitto nel prossimo: un pensiero, il suo, che non ha niente in comune col ragionamento tradizionale, con la meditazione di una struttura; è impeto lirico, discontinuo, tormentoso struggente. Si percepiscono diversi livelli di profondità, di immersione della voce nel linguaggio. Esistono, in questa poesia instabile, mai del tutto organizzata e impeccabile, delle scosse, delle vibrazioni, come di una materia psichica in continuo assestamento. Il materiale verbale, quando predominano gli impulsi inconsci, è un terreno mobile, incandescente, lavico, che può raffreddarsi solo in certe pause, in certi giri di parole.

Il discorso è sempre sospeso, esitante. La sintassi, scucita, non assicura stabilità; il significato, ma anche gli stessi suoni, sono sul punto di sgretolarsi. E la poesia è sempre il miracolo linguistico che, in quell’attimo, salda e riunisce materiali diversi, refrattari, impossibili; ovvero insegna a “tenere” un tessuto che sta per esplodere – improvvisa un ordine, una forma, uno steccato qualsiasi – ma lì sull’istante, come se si stesse per cadere e si inventasse la balaustra proprio adesso, per arrestare la caduta.

Calogero si arrende alle parole, si fa trasportare dal loro flusso, sembra limitarsi a scegliere solo alcune parole, proprio per non sgomentare il lettore, per non sommergerlo in un flusso ininterrotto e indistricabile. Qui si sente come la storia personale, che in questo poeta è vicenda esistenziale di dolore e disagio psichico, venga usata in modo insistente, quasi martellante, ma non come dato biografico, bensì come suono fra i suoni, come leitmotiv a cui ancorare i ritmi della poesia, perché non si disperdano. La sua vita gli consente appena che siano dicibili i suoni delle parole che lo hanno visitato e consolato. Calogero non fa mistero, con la lieve compattezza della sua opera ripetitiva e proustiana, aliena da qualsiasi frammentismo ermetico, di essersi riservato per sé, nella storia della poesia italiana, con il suo flusso torrenziale di versi, il ruolo di fantasma. Esaltato e narcisistico cantore di una materia lavica e irrefrenabile, non avulsa dai luoghi comuni de linguaggio poetico, Calogero non appare mai, in nessun punto della sua opera, in modo circostanziato e preciso, come io. Non esiste probabilmente un suo solo verso in cui sia riconoscibile la sua identità umana e biografica. Le sue poesie sono l’opera di una persona neutra, anonima, vissuta in uno stato poetico continuo e indissolubile. Pur esibendosi senza vergogna nel teatro delle sue emozioni, Calogero non esiste. È e rimane ombra.

Un attivo sopore occupa i suoi versi, che ci regalano momenti supremi di vertiginosa dolcezza, di rapimento assoluto. La parola, in lui, non si “ferma” mai, non trova i confini giusti, deborda. Non possiede mai del tutto la sua cifra, la sua struttura. Così sfugge a se stessa e al suo artefice, e nella memoria del lettore resta un pulviscolo, quasi che migliaia di poesie siano state scritte e riscritte solo per apparire come una lunga “scrittura sull’acqua”, solo per annullarsi l’una nell’altra, indistinguibili l’una dall’altra, perché tutte simili, tutte composte nello stesso anelito di una creazione ininterrotta, che non si ferma nella sua piena.

I versi di Calogero, a differenza delle poesie lapidarie e conclusive di un Montale o di un Caproni, sembrano già pronte a essere cancellate, a non venir più ricordate da chi le ha lette. Effimere ed extra-ordinarie, non hanno l’autorità del monumento e neppure l’icasticità del frammento: sono flashes impressionisti, accorati e straziati richiami, melopee che si incrociano, si sovrappongono si confondono. Nessuna poesia vuole delinearsi con chiarezza, come nessun giorno ha l’ambizione di essere ricordato più di un altro. La vita prosegue nel suo flusso e il poeta può solo stare lì, appena vivo, a farsi scuotere dalle parole che la vita gli detta: «Erano le tenebre slogate. Un punto / fermo erano fuori».

Calogero, nella sua intera opera in due volumi (Opere poetiche, Lerici 1962, 1966), ci mostra la sua unica sensazione: nascere e morire a ogni singola poesia. Il suo canzoniere potrebbe essere composto di dieci versi, di venti poesie, di centinaia di sillogi. Non è esauribile e resta impossibile, in quanto poesia che tende a ripetere se stessa all’infinito, luce che si affanna a moltiplicarsi in un numero inverosimile di riflessi per potersi finalmente contemplare. Calogero non vuole imporre un repertorio di testi significativi, buoni per una bella antologia scolastica: la sua vocazione – il contrario di qualsiasi ambizione – è quella di farsi piovere addosso suoni diversi, sviluppati in un flusso di parole, e poi disporli in versi, in modo allucinato e ipnotico, esatto ma astratto, sensuale e disperso. Sopraffatto da una sorta di ipnosi, l’artista sembra dimenticare la poesia che sta scrivendo nel momento esatto in cui la sta scrivendo: «Un suono bisbigliato era di quiete / e, sbagliata la tua gioia, / rapida fuggì chiusa dentro un’ala / e sola». Restare invisibili praticando una poesia incessante e interminabile è sempre stato lo scopo della poesia di Calogero.

Amelia Rosselli, intrigata da questa poesia snervante, anomala, interdetta, elusiva, che utilizza le parole dell’immaginario poetico per non essere mai definita da nessun linguaggio facilmente dicibile, nel suo saggio Un’opera inedita di Calogero e la corrispondenza letteraria scrive: «Solo ora molti giovani si chiedono quali formule vi fossero nascoste dietro a uno stile nuovo non facilmente classificabile come di “scuola ermetica”, e quale fosse la reale ambizione d’un medico di provincia così disastrato nei suoi insuccessi presso gli editori e anche sul piano umano, ammalato, non sposato, isolato e apparentemente anche ammalato di nervi al punto tale da tentare due volte il suicidio, sia da giovane che in fine». E cita alcuni suoi pensieri di poetica: «Gli estremi di una parola sono condizionati da estremi di un sentimento a volte diversissimi e che sono quelli entro i quali si avventura il discorso […]. …Nessun realismo o neorealismo o altro del genere è possibile, in termini veramente poetici, senza l’immaginarietà originale della parola».

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ANTOLOGIA

E racconti ma il viavai

va e viene. Sono corpi morti

qui a terra e seduti. Si rompono

in dialetto una violetta, una lontana

statua viola perdute insieme

altrove. Ma sono rosso sangue le tempie…

e sembra un sogno, ma non ho nessuno.

O anima, madre dei poeti

e al tuo benigno regno, io poveruomo,

forse nessuno. E languisco nelle tenebre

che mi ha lasciato il tuo smaltato

smalto; io due volte, pronto,

sul punto di uccidermi, e anche questo

mi assale in dubbio. I detriti potranno fare

povere cose miracolose, e questo mi sale

al labbro, ove io avevo un punto povero

un punto povero di poeta…

**

Sapevo umiliarmi

e stare in continua attesa

da quello che meglio dici

da questi scarni rami

e fu una vita cortissima,

una foresta vastissima,

quello che tu solevi additarmi:

e fu umile quello che resta.

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Splendida rupe era una magia,

inerme è ora… Appari appena e ti muovi,

ferma, in fumo e sonno. Glaciali

ai tuoi capelli giardini spalancati

erano densi nell’immenso

giro rotondo quale fiato

degli aridi tramonti.

**

Forse inutili stille a vuoto

erano i tuoi sensi caduti a terra

nelle pause strette e brevi

una sull’altra sempre più dense

più lentamente cieche a smarrirsi

come rifugio da una ad un’altra età

nella tua età morente».

**

Se furore con pane. Una lunga gioia

il desiderio mantenne. Qua frane

e una migrazione gelidissima erano

e, sul fiume tentennando, le vele. Non parlarono

di te invano uomini ch’erano

verso te protesi. Me pure sangue nuovo

già prese quando tu appena

eri presente. Risvegli nella veloce

corsa della notte avvennero ed apparvero

e disparvero penne.

Non vale silenzio

a modificare una palpebra ruvida

o una gocciola d’assenzio.

Quando nacque

la tua febbre era già sparsa. Arsa solitaria

una mattina era ferma nell’aria.

Dentro,

nuda, era una pausa.

Non più chiusa

in se stessa era ed erra, ora, una favola.

Lorenzo Calogero

PER “L’ERETISTA”, di Chiara Daino

Chiara Daino, L’eretista, Sigismundus editore, 2011.

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1. I libri non sono conforti

“Ho una matassa di voci che mi alberga e che mi alloggia”.

Partiamo da questa frase di Chiara.

Il libro è questa matassa di voci che sta al lettore districare.

Il libro si chiama l’Eretista (Sigismundus, 2011).

Si definisce come “eretismo” uno stato di agitazione del cuore e della mente. Una sorta di fibrillazione dei tessuti, a cui talvolta partecipa anche la pelle, quando rabbrividisce. Questo è il titolo, il tema, la materia del libro. Titolo quanto mai opportuno e adeguato.

Il suo genere! Non pervenuto. Giallo? Noir? Una pagina precisa chiarirà l’enigma, ma non ve la svelo. Forse è proprio un noir, come è vero che Delitto e castigo è un romanzo poliziesco.

Di cosa parla l’Eretista? Alcuni dei temi: Milla e Nemi, Milla e Isaak, la rivista di cultura Gelb, la duchessa di Bretagna e la caccia all’ermellino, il patto col diavolo di Robert Johnson e la maledizione del 27, il formulario di Fraser e Omero, Monaldo Leopardi e Mimi Bluette, il deserto di Talora e Tito Schipa Junior, il monologo di Pamela Morrison e il dondolìo dei pinguini. E infine una donna misteriosa, la rockstar Milla, la Beatrice infera che percorre tutto il libro.

L’Eretista è un libro a strati, godibile da un lettore che cerca una trama bizzarra ma anche e soprattutto da artisti e intellettuali che vi troveranno infinite citazioni ed eccitazioni, veri e propri tour de force virtuosistici di scrittura. È un libro che si impregna della lettura di altri libri. Ricordiamo che è nato in pochi mesi, da gennaio a settembre, ed è stato scritto e riscritto diverse volte.

I diversi capitoli sono intonati da io diversi, in luoghi diversi, in modi diversi (diari, carteggi, dialoghi, monologhi, inserti inattuali, da un commento a Omero al monologo dell’ermellino). Tutti concorrono a costruire una polifonia che complica la comprensione (il lettore ha molto da lavorare), ma invita a sprofondare nel tessuto della trama, e soprattutto a perdersi/ritrovarsi nei dettagli, nelle divagazioni.

È un libro erudito, ricchissimo di riferimenti musicali, filosofici, mitologici, letterari. Ma esiste un’erudizione esangue, senile, accademica, e un’erudizione eretistica, che rende la citazione uno stato di eccitazione permanente. È il caso de l’Eretista.

Daino compone un trattato di poetica per maschere. Ritratto di un autore e delle sue maschere. Autobiografia indiretta. Scrittura fosforescente, fitta di dialoghi e invettive. Libro grottesco? Ironico? Serissimo? Tutte e tre le cose, e molte altre. Un esempio di massimalismo barocco, di polifonia, ma non certo un esempio di “scrittura informe”, semmai il contrario.

«Nell’ora di frontiera, in questa striscia di Langa piemontese, una striscia di luce mi racconta del sole ciccione che, proprio adesso, sta mulinando un meraviglioso mezzogiorno. Nell’ora di frontiera, il sole ciccione piroetta alto in alto, in un altro spicchio di cielo. Non è bellissimo? Ho sempre trovato un capolavoro “il sole ciccione”! Una superstar: fiammeggia e tempesta i suoi vortici di grano, dardeggia maculato con la sua corona e non si cura di tutto l’orbitare che lo circonda. C’è sempre uno scoglio indorato dal sole. E miconsola saperlo: è sempre un giorno nuovo, basta cambiare parallelo. Per questo vivo sempre un giorno nuovo, aspetto sempre un nuovo giorno. Per capriccio del mio ipotalamo rivoltoso, rifiuto ogni orologio circadiano: l’altalena che avvicenda le mie ore di veglia alle mie ore di nanna – è fuori ritmo. Oh ciccione di un sole, non sei forse tu, abbastanza per me? Obeso di un sole, perché non sei in grado di essermi un “adeguato stimolo esterno?” Adiposo di un sole, perché non vuoi abitarmi come Zeitgeber, come donatore di tempo? Prendimi e lasciami! Non invadermi di continuo: sei peggio di un maschio arrapato e non mi concedi riposo. Tu, lardoso di un sole omertoso! Io lo so che avevi un gemello! L’astronomo rapallino, Pascàl del campo di Luppolo, mi ha svelato la verità: manca un fuoco. Al principio del tempo, eravate in due. Tu, pingue di un sole, avevi una pingue copia dall’altra parte dell’ellisse. Perché ne hai taciuto la scomparsa? La leggenda del « fuoco mancante » non è una leggenda. Hai insabbiato, rutilante ammasso di vampe scomposte, i raggi di tuo fratello. Non ti vergogni? Volevi essere da solo, oh sole? Tu e quel cornuto di Morfeo siete malati di protagonismo! Monologo senza tregua…».

Ecco una caratteristica del romanzo: essere una struttura porosa e onnivora, triturare la realtà dell’io e del mondo in un vortice sia linguistico sia di intreccio.

Antecedenti della Daino: difficile trovarli. Forse l’autrice ha dei precedenti ma non degli antecedenti. Mi sono imbattuto, io lettore, in qualcosa che mi ricorda Russia scompigliata di Remizov, Pietroburgo di Belji, i romanzi di Bernhard, le nevrosi di Gadda, il comico di Rabelais, forse anche certa letteratura sudamericana (Bolano). Sicuramente il cinema di Tarantino e di Almodòvar.

Questo romanzo vive nel campo dell’iperbole barocca, nel regno inafferrabile della poesia. Daino è poeta (leggete l’autobiografico Virus 71 e la comica e potente Metallicommedia per averne le prove), ma la sua prosa ci sorprende di più per la complicazione, la stratificazione, la fibrillazione dell’intreccio, e per il rigore serrato della scrittura e riscrittura, dal disegno complessivo della trama fino alle sarcastiche note finali. E il ritmo è sempre tenuto alto e forte, proprio per provocare, attirare, toccare il lettore, mettergli le mani nel sangue. Questo romanzo è un fiume limaccioso che trascina con sé sensazioni, impressioni, riflessioni, rigurgiti, invettive, che l’autrice ha vissuto mentre faceva il libro, lavorando quindi non in una fortezza d’avorio ma nel suo antro personale, nella grotta della sua mente, che assomiglia a un porticato aperto, dove entra ed esce di tutto.

No, i libri non sono strumenti di conforto. Sono mezzi per vivere di più. Daino vive dentro i libri. Scrive ininterrottamente. E’ pervasa. E ne L’eretista c’è una fame di vita, di vivente, che nasce da un vuoto che solo la scrittura può colmare, e una voglia irrefrenabile, capricciosa, infantile, di coinvolgere il lettore in un gioco. In un immenso scherzo. Si ride, ne L’eretista. Basta leggere le note, che non sono smisurate come in Metallicommedia, ma sono sempre un esempio di virtuosistica, sferzante ironia. Ecco due fra le tante.

«Narciso e bugiardo […] mi assorda l’eco»: l’autore, trattenutosi dallo scrivere Eco maiuscolo, intesse il mito di Narciso e di Eco. Narciso, innamorato della propria immagine, trascorreva le giornate a rimirarsi nello specchio delle acque. Peccato che avesse una relazione con la giovane Eco. Trascurata, Eco si consumava di giorno in giorno. Narciso, inseguendo la sua immagine si gettò nel fiume e schiattò. Eco, consunta, rimase solo una voce, diventando la prima anoressica dell’intero universo. Amen

«Pas»: acronimo di Parental Alienation Syndrome, sindrome di alienazione genitoriale, scatenata nei bambini da situazioni conflittuali di separazione o divorzio».

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2. Stilus

C’è un accordo profondo fra la trama sfuggente del libro – insieme romanzo noir, trattato di poetica, intrico di maschere, ritratto psichico dell’autrice – e la materia linguistica vorticosa, mai placata, della scrittura. Dovrei chiamarlo romanzo postmoderno, esaminare le analogie con altri strani romanzi come 2066 di Roberto Bolano e Jest di Favid Foster Wallace, ma questo romanzo caleidoscopico sfugge alla “noia” di questi modelli, assomiglia di più a un blocco esploso in frammenti, e ogni frammento restituisce la suggestione dell’insieme. Non si tratta di un difetto di composizione ma di una precisa volontà compositiva. Un romanzo unitario è oggi impensabile. Qui abbiamo una girandola di fondali diversi e spiazzanti, che formano un cocktail alcolico e beffardo, un giro di vortice sulle “montagne russe” della scrittura, inventano un orgasmo letterario che si realizza sia nella bizzarria dell’immaginazione sia nella logica della composizione.

Daino ci presenta un romanzo ad enigma di cui, se è importante scoprire l’enigma, il plot, non è poi così determinante scoprirlo (anche se una pagina lo rivela). In questo romanzo polifonico e frammentario, un’accelerazione febbrile percorre le frasi, un tempo velocissimo (l’azione si svolge in 27 giorni), che l’autore sì, controlla, ma solo in parte, perché vuole rendere quest’aura di fibrillazione che percorre le frasi. Per intenderci: come in un film di Tarantino. Ma anche come in un altro film, Sin city, la graphic novel potente e violenta di Roberto Rodriguez, il cui protagonista ha la sagoma, cara a Chiara, di Bruce Willis. Ricordiamo Willis nel tarantiniano Pulp fiction, un film dove il continuo intersecarsi dei piani temporali ha qualcosa in comune con L’eretista. Dice Tarantino di sé: “Se non fossi diventato regista, sarei diventato un criminale”. Frase che Chiara potrebbe condividere. Con la materia “cinema” il film ha in comune qualcosa di preciso: il nome della protagonista, Milla, trasparente allusione a Milla Jovovic, protagonista del Quinto elemento e di Resident Evil.

Questo romanzo è la percezione di un film esagerato, clamoroso, frastornante. Evidente la scrittura colorata, vocale, invettivante, mai pacificata: un vortice “in atto”, preciso opposto di una scrittura lineare e riflessiva. Ecco l’aggettivo lineare va eliminato dal vocabolario della Daino. Lo sostituiamo con complesso? Sì, ma direi anche multiverso opposto a universo. Un mondo dove le anime, dantescamente, si inmillano: “ed eran tante, che ‘l numero loro / più che ‘l doppiar de li scacchi s’inmilla (Dante, Divina Commedia, Paradiso Canto XXIII)

“La logica è solo un modo per essere ignoranti in modo abissale”, dice Terry Prachett, autore di fantasy umoristici amati dalla Daino, dove un Mondo-Disco cammina in groppa a quattro elefanti che si reggono sul corpo della Grande Tartaruga. Che da quelle parti ci siano le remote radici di questo romanzo multiverso, nel senso di universo barocco, plurale?

Ogni romanzo si costruisce su una retorica. La retorica della Daino è l’iperbole. Tutto è sempre sopra le righe. Non tende al silenzio. Noia e lamento sono messi al bando. Esiste, nel libro, una follia ipomaniacale sotterranea. Un atto di accusa contro il mondo, l’atto violento di accusa di un bambino frainteso contro un mondo adulto stupido, limitante, violento.

Ma esiste anche un discorso teatrale della parola. Scaturisce la vocazione al palcoscenico, all’esibizione, di una scrittura ostentata, veemente, di originale intelligenza.

Leggete questo libro, leggetelo ma non cercate di capirlo tutto subito, di arrendervi alla logica di un unico genere, perché sarete spiazzate, circuìti, sbeffeggiati, cercate di farvi afferrare dalla sua non-linearità romanzesca. Come lettori, dovrete lavorare. Il libro è una lama aperta, che vi invita ad avvicinarvi, che vuole ferirvi. Non è innocuo, lo sappiamo: basta conoscere l’autrice. Ma ne sarete ripagati.

«Tu sei sempre stato più bravo di me anche in questo e, da quando mi hai lasciata, mi hai lasciato un buco così profondo nel centro del petto, che non riesco più a colmarlo. Lo vedi che si ritorna sempre al buco? Lo studente che ha due ore di buco all’università, ne approfitta per trovare un nuovo arpeggio; il maschio tradito usa le donne come tappabuco per le sue serate; le mani bucate conducono alla rovina; lo scrittore si dispera per un buco nel romanzo; un attore deve bucare lo schermo…

Per quanto mi riguarda, ho fatto un altro buco nella cintura, sono sempre più magra, ma non conta, non ora che uso la cintura come un laccio emostatico per centrare una stramaledetta vena. Questo è il buco che ho scelto io, ma uno sciamano mi ha detto che il 5 aprile del 1994, un angelo triste si farà un buco in testa con una pistola. Per fortuna non ci sarò più, non potrei sopportare la vista di un altro buco, un buco nero.

Sono già piena di buchi: nelle braccia, nelle mani, tra le dita dei piedi e sotto le unghie. Non voglio altri buchi, buchi nell’acqua e buchi nei vetri, buchi nei vestiti, per i mozziconi di sigaretta che mi spengo addosso quando sono in acido.

Ho anche un buco nello stomaco e, Amore mio, vorrei solo fare un buco nella sabbia, come quando ero una bimba e scavavo una buca grande grande, pensando di raggiungere l’altra parte del mondo. Ora che sono cresciuta, so che i buchi sono pericolosi: i buchi per cercare il petrolio scatenano guerre infinite, il buco nell’ozono, prima o poi, inghiottirà ogni forma di vita e il silenzio che mi hai hai lasciato in eredità, è un buco che non so più come riempire».

Se musicalmente dovesse venirmi in mente un autore classico, che la Daino ama molto, citerei un genio dell’ironia, Gioacchino Rossini, e il quartetto da La Cenerentola: “Questo è un nodo rintrecciato. Questo è un nodo avviluppato”. I protagonisti del quartetto, immersi nella trama, cantano e sprofondano nella demenza di non capire. E il virtuosismo acrobatico di Daino è degno del più puro belcantismo. Ma Chiara ama sonorità rock e hard metal che sostanziano la pulsazione forsennata de L’eretista, come le straziate polifonie di Stratos e di Tran Huang Hai, il maestro vietnamita di Stratos.

Daino è Maschera nella sua arte (uso il maiuscolo, Chiara mi capirà). Ci sono maschere che è semplice indossare e maschere che non si separano dalla pelle. Ecco, Daino è Maschera tra l’uno e l’altro modo. Non maschera semplice, che ci si toglie tranquillamente, e neppure maschera che aderisce tanto alla pelle da distruggere il corpo. E’ maschera relativa ma assoluta, “maschera sospesa”, nel senso che a toglierla ci si scorticano le dita e sanguinano. Chiara è sempre scorticata. Non vi fate beffare dalla sua maschera-per-tutti, aggressiva e hard metal, buona à tout faire. Affondate lo sguardo nella sua scrittura che è ancora Schiaffo al gusto del pubblico, come in qualche appassionata serata futurista.

Spero, con queste parole, di avervi invitato a leggere un libro urticante e preciso, pubblicato con coraggio da Sigismundus editore, la cui veste grafica, curata ossessivamente da Chiara, è elegante e luminosa. Non vi conforterà, questo libro, ma vi sveglierà. Ce n’è bisogno. Come dicevo: di libri belli ne troviamo tanti, ma i libri necessari afferriamoli quando capita (raramente) l’occasione.

Finirei con una citazione della Daino tratta da un altro libro in prosa, Siamo soli [morire a Parigi], che ho avuto la fortuna di leggere inedito, dove Chiara ci dice senza ambiguità cosa pensa realmente della scrittura:

«E avanzo con un piccolo scudo per sopportare il peso: una pagina che è coperta, è sacra, è calda. Una pagina serra. Una pagina resuscita. La pagina è sorella, è stirpe simile, perché è una pagina sola. E non è solo una pagina: è la sola che mi suturi… Ora siamo soli: tu mi leggi, io ti scrivo [sempre, anche se non mi rispondi]. Ti dedico tutte le mie parole: sai, io ho solo loro…»,

Ecco lo stile della Daino. Ma “stile”, come scrivevo nel mio Il ritardo della caduta, è stilus, coltello. Il fatto è semplice: questo autore è un raro animale della scrittura. Cercate di leggerlo: ne sarete arricchiti. Oggi le anime liriche sono tante, ma i veri, barbari poeti della prosa, pochi.

Un vero autore vive come un “sospeso dalla vita”. Gli artisti veri sono solo strumenti da cui passa l’energia della metamorfosi e della sovversione. Lo scrittore Daino sostiene e sosterrà ancora la vita biologica di Chiara Daino. Cioè il “fantasma” della scrittura le infonderà vita. E spero per molto, molto tempo. Il tempo, per lei, di essere felice, come in questo giorno in si celebra il suo libro. Il tempo, per noi, di godere altri suoi libri, eccellenti come questo, e chissà, migliori di questo. Vi ricorderò che Chiara ha 30 anni, e invito gli scrittori presenti, me compreso, a ricordare cosa scrivevano nei loro 30 anni. Senza mai dimenticare che l’Allegria di Ungaretti fu scritta da un giovane di 28 anni. L’adultità non è necessariamente maturità, a volte è solo avvizzimento e vecchiaia.

“Ognuno canta con la sua voce, indossa la sua maschera, cammina con il suo passo. Ed è osando il proprio tono e non un altro, preso a prestito dalle tradizioni della letteratura, che la scrittura smette di essere inoffensiva e diventa energia pulsante e trasgressiva, diagramma spezzato di una febbre”. Con queste parole, che scrissi nel 1989 come apocrifo di Ingeborg Bachmann e che sono tratte dal mio libro Vite dettate, vorrei concludere questo mio piccolo homenaje a Chiara Daino. Il presente si riverbera nel passato, il passato nel presente. Così è (se vi pare). Un applauso a questo libro tragico e spassoso, alla sua autrice e anche al coraggioso editore. Chiudo con le parole di Chiara, che solo lei potrebbe avere scritto: «Io sto morendo, ma quella puttana di Emma Bovary vivrà in eterno».

(M. E., 2021)

Version 1.0.0

CONOSCERCI FINO AL SILENZIO. Angelo Lumelli, Marco Ercolani

***

Che significato può avere pubblicare nel mio blog queste lettere private fra me e Angelo Lumelli, a quasi due mesi dalla sua morte? Non saprei rispondere a questa domanda. Significa forse mostrare un rimpianto per testi non venuti alla luce e che qui si vogliono evidenziare? No: queste scritture non sono testi autonomi ma lettere o frammenti di lettere. Io parlo di “significati” ma dovrei dire “necessità”. Conoscerci fino al silenzio indaga l’urgenza dei superstiti: l’urgenza che lo Spirito ampio e felice di un uomo scomparso trovi ancora una nicchia per essere qui. A noi piace che Angelo sia ancora qui, con noi. Il fatto che taccia e non risponda alle nostre domande è più fonte di sorpresa che di dolore. Scrive il poeta: “La poesia corre pericoli diversi e terribili, primo fra tutti le sue mani mozze, senza il linguaggio che porta il linguaggio a parlare. Non è strano: la poesia è senza parole. Le poche che trova la catturano interamente, senza lasciarle nemmeno una sillaba per farsi sentire”. Il linguaggio è sempre rimasto sospeso, interrogativo, indecifrato, quasi impronunciato, anche da lui. Non saranno queste brevi lettere intime a fornircene la chiave. Ma ci serviranno per tessere ancora una preghiera con le sue parole erratiche, indisciplinate, giocose, fortuite, segrete, lampeggianti, oscure, guizzi in attesa di lampi gemelli. Una delle massime felicità della mia vita è avere incontrato Angelo e uno dei massimi dolori è averlo perso dopo pochi anni. Al di là della nostra età anagrafica, eravamo due giovani amici entusiasti. Molto giovani e con molte cose da fare insieme, che non potremo più fare. Ma smettere di piangerlo è stringergli i lembi della giacca e trascinarlo giù per pochi istanti ancora in questa vita, ancora una volta, a pronunciare sibilline invocazioni con il suo linguaggio infantile, cifrato, scherzoso, meno metafisico che amoroso, meno vacillante che assoluto, sempre “con le spalle al muro”. Scrive Nanni Cagnone: ”Si dubita dell’ultima parola proferita, e la si tenta ancora. La sostanza di Lumelli è in un’errabonda fermezza”. E Angelo, commentando un mio racconto breve, afferma: “Magnifico è concludere perché si lascia libero un altro inizio”.

(M.E.)

La tentazione del vento

Settembre-Novembre 2024

1.

Scrive Friedrich Nietzsche: “Dove spira più tagliente il vento, dove il mare si leva alto e i pericoli non sono lievi, mi sento a mio agio”. Ecco, da qui si re-inizia. Dal vento, Angelo. Mi sento a mio agio, nella sferzata improvvisa. Esisto. Smetto di dormire, di cedere al male. Forse sogno, ma non credo. Considero il sogno un dannoso episodio della notte. I miei veri sogni pulsano quando veglio. Brulicano, annaspano, fanno rumore. La chiarezza è un dono che le parole fanno soltanto supporre. Un racconto chiaro è un fatto inaudito che è accaduto. Come ogni poesia reale è la fulminea distruzione del mondo. Racconta – quale leggenda? – che il ventottesimo patriarca del buddismo, Daruma, non riuscendo a mantenersi sveglio durante la meditazione, si tagliò le palpebre e da queste, cadute nella terra, nacque la pianta del tè, che appartiene alla specie delle magnolie. Una nascita lunghissima, simile a un turbine, poi più nulla. Ricordo sei numeri visti in sogno. Le parole, scritte e riscritte, non pérdono energia: anzi si sollevano come una folata di vento. Hanno ragione quelli che dicono che tutti i morti sono uguali? Non credo. La conciliazione che cerchiamo tra ciò che è percettibile e ciò che sconvolge, tra la vita e il sogno, è una grata di canne che oltrepasseremo per avanzare nella sola maniera valida: attraverso le ultime fiamme. Dèi sconosciuti mostrano il rischio necessario, la qualità del fuoco che brucia guizzando nell’aria. La poesia non vive solo di insonnie ma del lungo sonno che ne matura il risveglio. Cosa diceva quello scultore? Che i suoi pensieri, tutti rigorosamente scolpiti, erano sempre minacciati dalla frana che li avrebbe dissolti. Marco

**

2.

Caro Marco, con quale tentazione mi vuoi tentare? L’hai indovinata, perché io, non per vantarmi, sono un esperto di venti, essendo nato sulla cima di una collina ventosa. Tra i grandi venti ne amo in particolare due: il vent pervìn che, gelido e sottile, spoglia poeticamente gli alberi dalle foglie e il vent marìn soprattutto quando soffia come un tiepido fiume nelle notti di gennaio facendo sciogliere la neve dai tetti e correre l’acqua nelle grondaie. Oltre questi due venti particolarmente amati t’informo che nascono su quella mia collina le arie locali, brevi e improvvise, annunciandosi sulle cime degli alberi, per scendere a terra, gentilissime.

Detto ciò, pur accordando ogni comprensione sia a Nietzsche che a te, devo riconoscere che non mi sento, in questo periodo della vita, come il vento che risveglia – mi sento piuttosto come la collina sulla quale esso s’infrange, pesante, chiaro e, soprattutto, vuoto. Per quanto l’aria non sia vuota, essa, nella sua invisibilità, non è un oggetto dello sguardo, che l’attraversa senza trovare l’opacità che rende le cose visibili.

Con ciò, visto che tu tratti con parole alte e magiche questioni di poesia e di vento, ti dirò la mia opinione: la poesia apparirà quando il vento cala, come un suo residuo. Con ciò intendo che la poesia, nel suo sito nativo e ventoso, sia vuota. Per mostrarsi dovrà ridursi a un pieno opaco, nel quale il vento sarà un ricordo.

Con queste premesse, se devo parlare di me, al momento non faccio che ascoltare il vento, il quale non cala, non lasciando che sul foglio cadano parole. Si potrebbe anche dire che io sia la mia poesia in attesa, allo stato ventoso.

Quella collina sapeva tutto, da tempo.

Ricominciamo, caro Marco. Angelo

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3.

Scriveva Nicolas De Staël a Renè Char: «Dobbiamo lavorare a un libro insieme. Non andare in ansia. Sarà un libro speciale e saremo tra gli ultimi a farlo. Ma siano beati gli ultimi, perché dopo di loro il paesaggio sarà ancora più cancellato, di qualche segno in più. La storia del bianco nel bianco e del nero nel nero non avrà mai fine». Già. Il libro del bianco nel bianco e del nero nel nero è interminabile. Due poeti soli non ce la faranno. Ma viene in loro soccorso il vento, che sfoglia le pagine. Ma non è uno sfogliare per aprire: è infilare un turbine dentro i fogli, lo si veda o non lo si veda, un vero turbine, silenzioso e presente, dove occorre abitare oltre la vita che gli altri vedono. Ma cosa vuoi che possano vedere? Il soffio ha una grazia fragile: ti ferma dove non sei, lì ti rende vero. Lavorare alla pagina, scavare la mente o la terra, è rendere vero il nostro sentirci rapiti. E noi lo siamo, rapiti. Possiamo dubitarne? Ogni volta, certo, diversamente rapiti. Ma ciò che è nuovo, per la stessa ragione è vecchio: questione di tempo. O non solo. È forse anche questione di vento? Rinfrescami la mente. Marco

**

4.

Avrei ancora voluto parlare del vento marino, che passa da te prima di arrivare sulla mia collina – vento viaggiatore che porta con sé i segreti di Genova? Invece tu la metti giù dura, tramite Nicolas De Staël: il bianco nel bianco il nero nel nero… La poesia invece è nero su bianco, nel senso, come già detto, che tocca terra e diventa visibile quando cala il vento.

A me sembra di conoscere l’anelito del bianco su bianco – è un’esperienza che faccio quasi quotidianamente, un desiderio di non essere strumentale a me stesso, desiderio sempre incompiuto, per cui mi affido al linguaggio, massimo strumento di alienazione e massimo strumento di riparazione, per cui eccomi, come corpo grave spinto dal vento, non osando ascoltarlo fino in fondo, ricadendo in me, come un ostacolo, ostacolando la purezza dei semplici, di ciò che mai sarà doppio, ma soltanto numeroso. È la solita storia della poesia che invidia la mistica, perché il proprio linguaggio è solo, è impotente – allora c’è la nostalgia di uscire e – miracolo! all’uscita c’è una parola sacra, l’indicibile – e il poeta torna fare il poeta, il mestiere, sforzandosi di raggiungere l’estremo, l’unico luogo sicuro.

Inoltre tu dici: il soffio […] ti ferma dove non sei, lì ti rende vero.

Dove non sei” è il luogodella nostra ombra bianca? – non quella che proiettiamo sotto il bel sole, ma quella che proietta noi, vivi come ombre di un nostro sogno d’esistere? Non so, non sono sicuro, non so come dirlo: diventiamo veri quando siamo sollevati dal posto fisso, presi alla sprovvista, ombre senza paura?

Ecco, “sentirci rapiti” – da noi stessi, come il famoso sollevarsi per i capelli, un’impresa più che un dono, troppo facile…

Tu scrivi, quasi profeticamente, annunciando la tragica bellezza della mente, i suoi estremi come l’unica patria possibile – lasci intendere che si possa essere una comunità (due, più di due..) che cerca fino all’osso il linguaggio che ci faccia diventare un’esplosione di verità. È cosi?

Angelo

**

5.

Non posso più dirti se ci sarò in quella comunità “che cerca fino all’osso il linguaggio che ci faccia diventare un’esplosione di verità”: ti sei allontanato per tacere. Ma io non smetterò di parlarti, di indagare il nostro spazio come è sempre accaduto da quando ti conosco, da quando la tua “poesia incessante” si è insediata dentro di me come un orizzonte. Tu lo hai scritto: “È un dovere, per mantenere fermi i punti cardinali, l’orizzonte!”.

***

Conoscerci fino al silenzio (2021-2024)

1/12/ 2021

A.L.

Ah caro fulmineo, fulminante!

Festa in casa per la mia perdurante sopravvivenza! Ma ci vedremo in quel Vicolo delle Grazie – è così che si chiama?

10/12/2021

Caro, carissimo Marco, ormai è chiaro: tu scrivi ciò che penso, quindi io ne posso fare a meno. Scrivi tu! La folgorazione dell’indecisione, solo l’impuro è vivo (oh il mio nostro Hölderlin!), Il cinema come evento senza mediatori! – ecco, anche questa volta mi hai detto! Io, dopo la fine di Matteo, sono rimasto da solo. Ho iniziato una prosa delinquenziale, un film, dove l’attore non esiste fuori dalla scena! Anch’ io ti penso, oltre che a farmi pensare. La mia salute è ancora tra il chiaro e lo scuro, ho fatto una biopsia, aspetto il risultato. Vorrei tornare in gioco, a giocare un po’, a dire e disdire. Ti abbraccio, con tanta nostalgia. Angelo.

30/12/21

M.E.: Anche io ho molta nostalgia. Almeno scriviamoci.

***

20/3/2021

A.L. Grazie, Marco. Guardo orgogliosamente i tuoi libri – leggo righe qua e là. È un momento magico. Amo seguire i tuoi passi – a volte le impronte spariscono e allora i passi diventano solo miei? apocrifi? Buon fine settimana.

25/04/22, 14:35

M.E.: Un giorno mi dicesti che tradurre in H “ciò che resta lo fondano i poeti” era errato, e che quel “fondano” richiama ad altri significati. Ma non ricordo quali?

25/04/22, 15:09

A.L.: Forse riguardava il verbo ” stiften”, il quale appartiene a un’area vasta, ai marini della quale c’ è perfino il significato di “portare nel cuore” o addirittura quello di ” gestazione” ( = portare nel ventre) , qualcosa che richiama il famoso “bleiben”/rimanere o il “wohnen”/abitare. Ti prometto che ci penserò su, lungo la settimana – anche le follie hanno il dovere di capirci qualcosa. Ieri mi ha chiamato Nanni – sono molto contento.

02/05/22, 08:54

A.L. Sono tutt’ora critico sulla parola “fondare” e sono (quasi)ossessionato dal concetto di “rimanere”/bleiben – che contiene il senso di “rimanere indietro”, senza trasformazione, quindi avanzo sacro, rifiuto – forse, in anteprima, augurio di un’economia circolare, in pratica una raccolta differenziata. Perdona il tono spiritoso per un tema che appartiene al tremendo. Mi piacerebbe trattare con te questioni del genere, eretiche. Grazie per gli scritti che non ho ancora letto : i lavori agricoli sono andato per le lunghe, ho due albicocchi malati che ho dovuto potare drasticamente, quindi trattare con mezzi energici come una chemioterapia. Se lo shock andrà a buon fine li consolerò con la propoli delle api. Comunque non piove; in direzione di Genova era scuro, segno di pioggia lontana. Ciao.

**

18/05/22, 16:36

M.E.: Grazie, Angelo, dell’allucinazione se ti ha procurato una allegria della mente. Qui alcune parole mie su Sentinella. Quello che tu dicevi. È tutto sempre un inizio. Ma come si fa ad andare oltre l’inizio? La fine è immediata. Quando Mozart suonò giovane a qualche principe, lui rispose che in quella musica c’erano troppe note. Oggi ho questa sensazione leggendo e scrivendo. Troppe parole.

18/05/22, 16:42

A. L.: Leggo seguendo i tuoi suggerimenti. Leggo come inizio continuo. Smetto, ricomincio. Uso trucchi – oblio, disattenzioni, tutt’altro – per poter tornare. Evito la fine, che stringe da un lato, impudente. Insomma mi sembra di essere il ” tuo” lettore, perdona la sfacciataggine.

16/02/23, 12:20

A.L. Marco, come vanno le ore, giorno e notte? Come stai nelle stanze interne della mente? ( splendidamente arredate?) – dovrai pure, ogni tanto, sfuggire agli esercizi del buon cammino! Ho letto una lettera di Rilke (a una certa Amman-Volkart): ringrazia questa signora per avergli fatto notare che gli “amenti” (= caratteristiche spighe floreali, pendule, chiamate anche “gattine”) sono caratteristiche dei noccioli e non dei salici (come lui forse aveva scritto). Dunque ringrazia e corregge in ” amenti penduli di nocciolo”. A parte il fatto che anche i salici, i carpini ecc… hanno fioriture in “amenti” , mi ha colpito, con vera soddisfazione, questa necessità di “corrispondere” – di nominare in modo giusto, per non fuorviare, non prestarsi all’ inganno. Bello, no? A presto. Angelo

16/02/23, 12:42

M.E: Bello davvero:io sono ancora qui sarò dimesso nella prossima settimana, non sono in splendida forma ma può andare: in ospedale mi sono portato Cechov Hrabal Urzidil, così mi sono chiuso a Praga diverse ore. Ciao e a prestissimo Marco

16/02/23, 12:43

A.L.: Buon soggiorno a Praga, caro Marco.

**

22/02/23, 09:59

A.L.: Come va, Marco? Spero senza troppi disagi. La malattia è uno stato di presenza esagerata – senza poterci dimenticare di noi, del corpo, delle sue parti che, di solito, non sentiamo. Non è che assomigli un po’ alla poesia? Bah, importante è tornare smemorati, non accorgersi delle gambe, figurarsi delle anche – impensabili. Stai bene, mi raccomando. Io sto facendo pochissimo, non ho ancora scritto le note a Mario Mieli, non ho finito Merleau- Ponty che stavo studiando con qualche cura…insomma aspetto di riprendere le nostre lettere, come una guida…

05/03/23, 14:14

M. E.: Buona domenica a te, carissimo. Io sono ancora zoppicante ma spero di migliorare. Ah le opere e i giorni! difendiamo i ciliegi…. Oggi ho mangiato delle paste deliziose tutte siciliane… Da mesi non rendevo tributo alla dolcezza…

06/03/23, 12:13

M.E.: Angelo, tutto ricevuto. Leggerò. Senti Lux ha tradotto Maurice Sceve, un poemetto amoroso mirabile del 500, DELIE. Ti vengono in mente delle soluzioni per una eventuale pubblicazione?

06/03/23, 12:15

A.L.: Provo a pensarci – povero me, dalla profonda campagna! …

06/03/23, 12:16

M.E.: Ma mi fido solo di te…

**

09/03/23, 10:04

A.L.: Marco, perdona la caotica lettera di ieri. Ho apportato una modifica:
“Le parole mi spaventano. Attraversarle di corsa – un danzante pensiero primitivo!”
Non miglioro la situazione, ma provo. Andiamo avanti. Prima o poi ci metteremo il cartoccio di pesciolini.

20/04/23, 11:47

M.E: Vieni il 4 per pranzo. Vieni con Flavia? Ti/vi vengo a prendere a Principe…

20/04/23, 13:05

A.L: Allora sia per il 4 maggio – ti faccio sapere gli orari dei treni. Penso che verrò da solo. Sono contento di rivederti. Angelo

03/05/23, 21:41

M.E.: Buona notte e… in gamba. Augurio per te e per me.

03/05/23, 21:43

A.L.: Arrivoooo! Buona notte anche a voi.

**

03/06/23, 16:55

M.E.: Angelo non sono tanto certo di mettere tutte le lettere nel blog rivelando tutto il lavoro. Potremmo mettere le prime venti come un invito alla lettura e poi aspettare di pubblicarle tutte. Non so. Sono diviso.

03/06/23, 17:15

A.L.: Anche tu diviso? La divisione moltiplica, caro amico. Io la penso ‘divisionalmente”, vale a dire: non le metterei tutte, a puntate, una serie troppo lunga…va bene metterne una ventina, sufficienti per lasciare intendere di che si tratta… Mettere le prime venti o venti scelte opportunamente? Forse meglio le prime venti e finirla lì. Invece io credo assai al libro, sul quale lavorare. In quelle lettere ci sono temi fondamentali, che non riguardano soltanto noi, ma l’atto stesso dello scrivere… Penso che dovremo vederci e parlarne a voce. Nel frattempo, cioè nel mentre che ti scrivo, mi sto convincendo che non bisogna mettere tutte le lettere. Venti sono un buon numero.

**

19/09/23, 19:05

M.E.: Sto riordinando… Monica mi ha chiesto la quarta di copertina. Che a parer mio è esattamente la letterina al lettore. La tua letterina che, inter nos, è un capolavoro che contiene in nuce l intero libro.

19/09/23, 19:11

A.L.: La letterina è la nostra, o guai a te! Magari non è un capolavoro, ma si lascia leggere, speriamo. Sono contento che tu non mi abbia mandato tutte le seconde bozze – la mia fiducia, eccezionale, sia ad onor tuo ed anche mio. Forse nelle mie correzioni di ieri ( lettera 74) c’ è un refuso in Logos. Grazie davvero, oggi con allegria e gamba paralitica.

19/09/23, 19:16

M.E: Nostra nostra…accidenti alle gambe, nostre anche quelle… Logos è già corretto. Ho aggiunto una parola alla mia lettera. Cito gli Stramparloni di Hrabal, euforici ubriachi che raccontano tiritere… Ma così, un lieve tocco…

19/09/23, 19:17

A.L.: Bene, caro Marco, benissimo.

16/10/23, 11:14

M.E.: Angelo, sei ancora in ospedale? Un abbraccio.

16/10/23, 11:19

A.L.: Hic manebimus optime! Sono qui, ma va meglio. Mi manderanno nelle fiere come enciclopedia vivente dei mali! Me la caverò. Grazie del pensiero. Saluta la cara Lucetta.

**

04/11/23, 13:49

M.E.: Ti dirò del pensiero che mi traversa. Riprendere a scriverci e a ogni lettera scrivere tre aforismi o pensieri o poesie che, da soli, troveranno il loro spazio. Non per forza come libro. Ma come terreno nostro.

04/11/23, 14:32

A.L.: Possiamo provare. Non vorrei, però, fossero esercizi di fitness, come fanno i giovinastri in palestra, sottoponendosi ad attrezzi infernali, con il risultato di uscirne visibilmente muscolosi, armati di forza sovrumana, pur ben educata, incapace di vere risse, un po’ ebete. Evitati i pericoli dei “palestrati”, possiamo provare.Con mille affetti. Angelo

04/11/23, 14:36

M.E.: Palestrati mai. Ma figuriamoci. Si prova la voce e si vede. Baci.

**

15/11/23, 10:29

M.E.:

Da Alfonso Guida:

“Per favore, ringrazia Angelo Lumelli, digli che nelle sue parole per me vi ho letto le pulsazioni del frugare dell’aruspice. Digli che dovrà ringraziare ogni sera ogni albero e pianta che gli viene in mente, enumerando, elencando, dongiovannesco secondo Blanchot, per pura gratitudine. Digli che può fare per tutto questo come faccio io il nome breve e sintetico di: Dio. Le mie parole come “res extensa”: io quando scrivo premo, spingo, mi faccio strada, chiedo qualcosa, voglio qualcosa, mi riscuoto dalla morte, dalla larva delle origini, do strattoni a suon di jazz come il carro di stracci di una poesia di Celan, il suono delle mie parole che si spazializza come il respiro, come la voce, come il vomito.
Lumelli deve ringraziare i suoi luoghi perché solo noi abitanti della campagna possiamo testimoniare il battito del cuore muto e indifferente della natura, Mater et Matrigna, Natura, donna abbandonata, desolata, come la Sfinge del deserto, la Sfinge, anzi, al bivio di Tebe, come Angelo, con la brevitas rude dei veri contadini, dice. Occhi che guardano e non vivono di solo vedere. Lumelli è oltre il primo passo, è oltre e basta. Devi ringraziarlo perché è stato uno dei pochissimi a immaginare la costruzione: pietra su pietra, mattone su mattone, del mio altare azteco o del mio Castillo teresiano, di cui tu, caro Marco, sei tra i testimoni, pochi, assidui. Questo mio entusiasmo di una mattina un po’ grigia di metà novembre nasce dal libro appena arrivato. Ho aperto a caso. Mi è apparsa subito la lettera in cui Angelo fa il mio nome e ne parla.
Ha chiamato la mia terra come sono abituato a chiamarla io, Lucania, non Basilicata, l’altra terra, quella di Brancale. Ma sempre sacro è.
Basilischi e luchi (da “Lucus” bosco sacro, che ha dentro “lux”) siamo lì, figli della necessità del mito. Dici bene nella tua risposta a Lumelli: mi sarò stancato di impazzire. Attraverso il tuo ritratto, mi sono visto nel futuro, due istanti fa, come monaco amanuense e studioso di testi sacri , filosofici. Non dimenticare la nostra necessaria, utile passione per lo sguardo analitico. Al di là dei suoi limiti, concepibili, Freud ci ha donato un vero alternativo altro nuovo punto di vista, ci ha fatti fare un passo decisivo nella verità di noi stessi, ha superato lo sguardo religioso, che prima deteneva il primato,lo ha smentito.
Grazie.
Salutami il caro Lumelli, a cui va l’ugurio di una vita da giglio dei campi e da uccello dei cieli. Ti stringo”.

15/11/23, 10:30

M.E.: Guarda che lungo messaggio per te mi manda Alfonso Guida, a cui il libro è arrivato

15/11/23, 10:35

A.L.: Non è possibile. Come faccio a rispondere, a tenere testa a un diluvio! Sono commosso, frastornato…in questo momento sono al day hospital, ti chiamo nel pomeriggio…

**

26/11/23, 16.10

A.L.: Non sapevo niente dei tuoi Quaderni dell’attenzione– non riesco a starti dietro. A domani.


27/11/23, 17:03

M.E.: Neppure io mi sto dietro. Mi sono perso da anni…

27/11/23, 17:09

A.L.: San Bernardo scrive: “Ma proprio in ciò sta la meraviglia, che nessuno può cercarti, se non colui che ti abbia già prima trovato. Tu vuoi dunque essere trovato per essere cercato, vuoi essere cercato per essere trovato ancora.” (Sul dovere di amare Dio, VII, 22).

27/11/23, 17:26

M.E.: Questa è la mia epigrafe.

27/11/23, 17:36

A.L.: Bellissima. Te la regalo a nome di San Bernardo, che sarà d’accordo. Vai avanti a scrivere, con attenzione! Io sono inchiodato davanti a un microsaggio che sembrava già fatto, invece fischia! – riguarda il ” brutto” . Sto armeggiando intorno all’ opera di Rosenkranz: L’ estetica del brutto (1853) . Ci sono espressioni che sembrano di Hoelderlin, che era morto da 10 anni. Rosenkranz è stato il biografo di Hegel. Quanti bei casi per le tue lettere!

27/11/23, 17:38

M.E.: Ottimo… Poi mi dici dove va la tua penna…

27/11/23, 17:38

A.L.: Va a fondo!

**

15/12/23, 16:24

A.L.: Ho in mente che dobbiamo farci omaggi da soli. È divertente, pietosamente. Ammiro la tua paziente attestazione di esistere – io, in quanto più vecchio, non ho più tempo per aspettare e mi dedico all’immediato possibile: oggi, per esempio, all’Annunciazione di Francesco del Cossa (Gemaeldegalerie, Dresda) con una lumaca che sfiora la cornice in primo piano e, strabiliante, l’aureola dell’Angelo Gabriele che sembra fatta da un fabbro, pesante, innestata su un berretto di cuoio con un perno… È strabiliante… è un segno illimitato, tanto da far ridere, da sconvolgere… Ho un po’ di nostalgia delle nostre lettere, quando erano per noi, con un occhio laterale al linguaggio…lettere beatificate dalla continua dimenticanza, dalla ritorno di memoria, come le foto in bianco e nero trovate nella scatola da scarpe… Ieri sera ho riletto Il duello di Kleist…mi sono quasi commosso…ho amato quell’uomo così difficile da amare…il duello non era finito…il tempo giuridico non era il tempo reale…la verità era fuori dal tempo…con astuzia bisognava fare il giro largo… la traiettoria ellittica, in modo da andarle incontro…nel cammino inverso…magnifico magnifico! – adesso che siamo vicini al solstizio, arrivare da occidente incontro al sole, fargli questa sorpresa, questo amore, per vendetta… Perdona il delirio, sei tu lo psichiatra!

**

18/12/23, 17:40

A.L: Marco, sto lavorando alla traduzione – nel frattempo sento il desidero, accanito, di tornare sulle lettere e, appunto, accanirmi, nel senso di approfittare di quanto accaduto per proiettarne la portata, vale a dire sviluppare il volume del solido fino alla sua in-definizione celeste…mah non è che tu conosci uno psichiatra, anche in pensione? Vado avanti con le traduzioni, un martirio…

18/12/23, 17:43

M.E: Eccomi. Psichiatra in pensione con vena di pazzia.

18/12/23, 17:46

A.L.: Ti curerò io, sarà pazzesco!

**


21/12/23, 21:57

A.L.:

Marco, hai visto la recensione di Silvia Comoglio su Tellusfoglio.it? Per me è una sorpresa. Oggi fatta la visita. Hmmmm! Riprendo la chemioterapia il 5 gennaio – tre settimane + una vuota × tre volte / praticamente 3 mesi. Sai cosa ti dico? – sento in giro un’aria infida, nei rapporti umani, nel linguaggio – invece di te mi fido, sono pronto a compromettermi, felicemente. Mi viene in mente la faccia di Belmondo nei film dei marsigliesi – a volte mi sento questa faccia e sono contento. Caterina Galizia l’ ha visto: queste lettere hanno creato un varco nel linguaggio e siamo andati a mangiare le acciughe ripiene. Risultato memorabile, come quello dei pani e dei pesci. Buona serata. Ricordati sempre di salutare Lucetta lucina. Angelo.


21/12/23, 22:28 –

M.E.: https://ercolani.art.blog/2023/12/21/autoritratto-con-specchio-dario-capello/
Seconda sorpresa, il nostro Dario. Spero che tu stia bene. Spero io di stare bene. Spero che lotteremo e apriremo ancora varchi. Silvia è ragazza gentile e assorta nella parola.

***


30/12/23, 18:37

A.L.: La tua recensione l’ ho considerata come ho considerato le nostre lettere: per quanto venissero divulgate mai perderanno l’ intimità. In ogni caso, grazie. Come s’ usa dire: ricambiero’. Ma più ancora mi piscerebbe lavorare sui dettagli, sui segreti della frase, sulla frase mancata, su qualche nostra parola che non ci ha ancora esauriti, che continua a chiedere, a farsi rincorrere. Ho voglia di ricominciare un lavoro con te. Ho sentito Nanni. Sono preoccupato. Ti chiamo domani. Angelo

14/01/24, 19:13

A.L.: Marco, sono estasiato da Delie – è stato scritto in italiano da Lucetta su insistenti preghiere di Maurice Scève in persona. Da quanto tempo non sentivo un’ immobilità vibrante ( il tremito delle stelle irraggiungibili, perché già sullo schermo della mente). Abbraccia almeno due volte Lucetta da parte mia. A domani. Angelo

14/01/24, 19:38

M.E.: Grazie carissimo. Lucetta ne è felice.

***

16/01/24, 18:42

A.L.: Marco! Sursum corda! Mi piacerebbe venirti a trovare, con qualcosa di buono… come si usava in campagna. Purtroppo non posso muovermi – muoverò i pensieri, come al solito… Questa sera la Giusi è in gloria perché presentano il suo libro alla Chiesa Rossa con Cucchi. Giovannetti… Cerca di fare una buona serata e una buona notte – io oggi non sto molto bene, si vede che la terapia comincia ad accumularsi. Terremo duro. Ogni tanto penso che per noi due – scusa la presunzione – la mente sia andata oltre noi, e dobbiamo raggiungerla. C’ è da correre, quindi…. Un abbraccio.

16/01/24, 18:48 –

M..: La mente oltre di noi… te la rubo…guarda che ti scriverò lettere ospedaliere, vere e certamente false…

***

19/01/24, 08:40

A.L.: Buon giorno Marco. Sono qua al day hospital per la terapia. Guardo dolcemente l’ umanità. Tu stai bene? Abbastanza? E la tetraggine? Ricordo il Covid : una grande finestra , al settimo piano, che lasciava vedere lo spiovente di un tetto, il campanile del duomo di Alessandria e per il resto: cielo. Ho osservato il volo dei piccioni giorni interi. Ho trovato un titolo, adesso, per il mio nuovo romanzo: Il grande viaggio esteriore. Ti vorrei felice.

19/01/24, 08:44

M.E. Non sei un amico sei un tesoro. Qui c è gente che va e.vieme. nel pomeriggio ti chiamo. che bel titolo Il grande viaggio esteriore.…

**

22/01/24, 16:52

A.L.: Quando è tardi è il momento buono! Ti piace come battuta?

22/01/24, 16:56

M.E: Me la segno e la metto in faretra.

**

25/01/24, 11:21

A.L.: Marco, come va? Sto annoiandomi al day hospital, nonostante le mie compagne di viaggio che stanno insegnandomi l’ arte del conversare. Dopo la visita di questa mattina, domani ho la terapia, temo aumentata di intensità. Ti avevo detto che c’era in programma un mini raduno poetico? Proprio non posso. Sono lontano anche con la testa. Forse diventerò santo. Almeno tu stai bene! – è un dovere, per mantenere fermi i punti cardinali, l’ orizzonte!

25/01/24, 12:01

M.E.: Cerco. Cerco. Di essere santo anche io. Non ho dolori ma ho una gran paura a muovermi. Eppure un po’ esco. Rari minuti per sentirmi vivo. E acquistare un ottima panera da un gelataio che si chiama Marco Ercolani.

25/01/24, 12:05

A.L.: Davvero? Un Marco Ercolani che non sei tu? Che fa gelati? Ciò la dice lunga sui nomi!

**

26/01/24, 17:30

M.E.: Ciao caro. Quando hai voglia di parlarmi chiamami. Io sono qui, sempre un po’ in ansia per te.

26/01/24, 17:44

A.L.: Ho sempre voglia di parlarti. Desidero che tu stia bene. Oggi non è una buona giornata per me, ma passerà. Ormai sono esperto in materia. Ti chiamo domani, finita la nausea e affini. Grazie, amico mio necessario. Questa mattina ho ricevuto una mail dal traduttore delle poesie che ha finito il lavoro. Mi ha mandato la poesia di Whitman che s’ intitola “Song of myself” . Sono stato lì per piangere. Mi domando cosa voglia dire parlare! A domani.

26/01/24, 17:52

M.E.: Le maschere non sono velamenti ma svelamenti. Fondamentale è cercarsi essere in viaggio errare. Non ostinarsi a essere se stessi dentro una sola cornice ma esserlo dentro il.deserto.in cui cammini, avendo come punto di riferimento solo granelli di sabbia che cambiano posizione e direzione.

26/01/24, 18:02

A.L.: ” I contain multitudes” può trasformarsi in “sono contenuto dalle moltitudini” . Mi capita di insinuarmi tra le parole del mondo, di farmi dire…poi, improvvisamente, l’ audio viene tolto, torna una parola per volta davanti a una cosa per volta…

**

30/01/24, 18:43

A.L.: Oggi è una giornata così. Bonifacio Vincenzi mi ha telefonato adesso. Mi dice che vuole fare il libro (monografico). Mi dice anche se ho preferenze per una “curatela” , se la lascio all’editore, se me la gestisco in proprio o se ho qualcuno di fiducia. Io ho risposto che la persona di fiducia saresti tu. Se tu potessi o volessi o desiderassi io sarei molto felice. Forse sarebbe la volta buona perché anch’io capisca qualcosa della mia poesia. Se hai un angolo della tua mente disponibile per questa piccola avventura, ne sarei felice. Angelo

30/01/24, 19:27

M.E: Io accetto Angelo. Ma non so bene come si fa una curatela. Vedo i vari saggi, le tue poesie scelte, e poi faccio una sorta di presentazione introduzione che tenga conto dei vari saggi e della tua voce? Potrebbe andar bene così?

30/01/24, 20:36

A.L.: Non so cosa sia una “curatela “; immagino che da qualche parte ci sia scritto: a cura di… Impareremo. Penso che sia, in questo caso, un occhio vigile che, alzando un sopracciglio (tipo Govi), impedisca di fare cagate. Sono contento che tu assista a questa cosa, che tu faccia assistenza in realtà.
Sarà bello lavorare un po’ insieme. Io so pochissimo del format che caratterizza questa collana di Macabor – cercheremo di capirlo. per adesso davvero grazie.

**

01/02/24, 15:48

A.L.: Immaginavo che tu avessi un nome e cognome segreto, e adesso ne ho conferma. Cosa posso fare contro di te? – contro l’Altro di un Altro? Invano mi querelo. In compenso mi è venuta la febbre e domani ho la terapia. Ogni tanto mi dimentico di essere malato. Non posso avere anche mali secondari che rallentano il mio piano di scritture. Ho trovato invece la punizione per te, proprio in questo momento : ti consegnerò (quando saranno in-finiti) i miei scritti con dovere di custodia per l’ eternità. Il contrappasso è rispettato e perfettamente valido. Così impari. Un abbraccio con frasi svolazzanti. Angelo

01/02/24, 16:00

M.E.: Accetto la temibile punizione. Io sono Sentinella. Ma che bravo Dario, il tappeto, il duende… Che felice raffinatezza…

01/02/24, 16:04

A.L.: Sì, continua a nascondersi, ma è una mente fidata, soltanto all’apparenza pigra come un pomeriggio messicano. Lo stimo molto, anche sotto l’aspetto ombra del sombrero.

**

02/02/24, 15:58

A.L.: Nanni l’ho sentito quindici giorni fa. Era stato, con fatica, a fare una visita di controllo. Mi ha parlato brevemente. La sua voce è cambiata, si è incrinata. Dopo mi ha chiamato Sandra, raccontandomi, per quanto possibile, la difficile situazione, la grande difficoltà nei movimenti, la fatica, l’ immobilità. Sono molto angosciato. Sandra mi ha detto che è ancora dimagrito e allora mi è apparso, in mente, soltanto con i grandi occhi, come l’ ultima volta ad Alassio, temibili, magnifici. Con timore cercherò di sapere qualcosa e ti farò sapere. Angelo

02/02/24, 16:00

M. E.: Grazie Angelo. Sono molto ansioso per lui. Proprio per i suoi occhi temibili, magnifici.

02/02/24, 16:22

A.L.: A volte tutto si rivolta, stupendamente. Ho mandato un messaggio a Sandra. Mi ha chiamato adesso. Nanni sta meglio, ha preso addirittura un chilo di peso, riesce a portare il busto per parecchie ore. Ha ripreso a scrivere poesie! Questa sera, per la prima volta dopo mesi, escono a cena. La cosa mi ha reso felice come un bambino, stupito di poter camminare! C’ era da aspettarselo: davanti alla Sfinge non ha risposto, ma l’ ha guardata, come chi sa che tra le parole c’ è lo sguardo, dove le risposte sono sospese e le domande ridicole. Lei si è suicidata e lui va a cena fuori. Gli amori dei maschi sono strazianti. Angelo

2/02/24, 16:27

M.E.: Temibile sempre. Il Nanni. Ma sono felice dei suoi slanci vitali. Lunga vita a lui…

02/02/24, 16:35

A.L.: Sì, è necessario che lui ci sia! Temo la sua mancanza. E’ bello pensare che abbiamo amici in comune, triangoli divini che si generano, l’ uno dall’altro…

**

16/02/24, 10:07 –

M. E.: Ciao Angelo. Entro domani ti mando il libro su di te in fieri, così cominciamo a ragionarci insieme.

16/02/24, 10:17

A.L.: Oh grazie, magnifico! Io non sarei nemmeno riuscito, nei pochi giorni, a fare la punta alle matite Oggi sono al dh in compagnia della mie signore. Sto scrivendo Con le spalle al muro – con una calma esasperante. Nanni sembra che mi abbia dedicato una poesia. Mi piace da matti farmi benvolere!

17/02/24, 14:37

A.L.: Ho letto di corsa, dal telefonino. Ammirevole, professionale, coraggioso, affettuoso, generoso, sobillante/sobilloso – insomma sono felicemente colpito, un colpo destro non mancino, ah quante cose avrei da scoprire nelle mie poesie! Mi viene questa voglia, mi viene da te questo incoraggiamento. Per adesso mille grazie. Angelo

17/02/24, 14:39

M.E.: Poi guardalo con calma. Si farà un ottimo lavoro, caro ragazzo.

17/02/24, 15:35

A.L. Ok. Agli ordini. Ti ricordo che sei il capitano. Tra un po’ vado a comprare un paio di cesoie nuove fiammanti e comincio a potare le poche viti, le rose. Poi mi rimetto al lavoro serio, ai piccoli saggi. Rileggerò con calma la tua introduzione che è già un miracolo di chiarezza e di allusioni, in merito a testi che chiedono al lettore una rischiosa collaborazione, d’ essere parte in causa, almeno in quanto implicati in ” significanti” comuni, esterni a noi, nel grande gioco…insomma cercherò di onorare il tuo impegno…

**

28/02/24, 18:37

M.E.: Ti sono vicino Angelo. Sappimi dire al più presto di te. Tutto il resto è nulla. Conta l amicizia, che fra i sentimenti umani è il più vicino all eternità.

28/02/24, 18:39

A.L.: Ci credo e non riesco a cancellare la gioia. A domani.

**


18/03/24, 18:40

A.L.: Mi dispiace che tu non stia bene, proprio mi dispiace – magari per mio interesse privato, chi lo sa? – che almeno uno possa essere il samaritano! Leggerò con qualche ansia le pagine di Milo.

18/03/24, 18:54

A.L.: Ho letto. Grazie della premura. Sì, è affettuoso.

20/03/24, 18:34

A .L.: Marco, ho letto adesso. Le tue pagine stanno diventando sempre più meravigliose – stai camminando in modo straordinario tra i miei versi, al buio, non sbagliando un passo.
Stai facendo accadere qualcosa, che le mie parole non sapevano – chiedevano non soltanto a nome mio e qualcuno, tu, ha ascoltato e risposto. Ho voglia di ripensare tutto, come la voglia di nascere – tu non immagini il bene che mi stai facendo. Vengo da una giornata veramente stressante: va in stampa il libro in inglese e il PDF non si lascia usare – allora ho dovuto, dall’ slba di questa mattina, prendere il mio vecchio Wird e portare tutte le modifiche successive. Spero di avere finito! Ragioni che comprendersi hanno rallentato la mia attenzione verso le tue scritture. Sai che recupererò. Un abbraccio fraterno. Angelo

20/03/24, 18:39

M.E.: Un abbraccio fraterno a te. Sono davvero felice che le mie incursioni al buio ti siano familiari e gradite. Una grande gioia per me.

**

31/03/24, 15:04

A.L.: Marco, ho letto. Un po’ ho capito, un po’ no. Cioè avrei voluto capire più di quanto il testo “dice”, impedito dall’ombra della mano che lo scrisse. Ecco, vorrei capire la tua scrittura spogliata della tua ombra. Prima o poi accadrà. Ormai ti saranno noti i miei “meandri”, ancor più quelli tirati dritti da opere di bonifica, che ancor più si ricordano…

01/04/24, 11:58

M.E.: Ma sarò davvero pazzo, Angelo? Ho smesso il tuo Macabor e ora affronto il Macabor Pittaluga. Prevedo un mese di lavoro, anche meno. Forse ho la miccia che mi arde sempre il culo o forse devo accelerare perché la vita mi obbliga?

01/04/24, 16:06

A.L.: Rallenta! Non accelerare, frena! – o non sappiamo più dove siamo! O è questo che vogliamo? – confondere i luoghi, non essere bersaglio! Pittaluga aspetta anche me…. Buona Pasquetta!

**

05/04/24, 21:50

M.E.: Oggi sfogliavo Viceverso dove apparimmo insieme nel 1980

05/04/24, 21:52

A.L.: Non mi ricordo proprio. Non ne voglio sapere. Dopo il battesimo ogni creatura ha il diritto di essere nuova (o così dicono…). È quasi ora di vederci!

08/04/24, 11:05 –

M. E.: Angelo, ma Nanni non lo hai contattato per il tuo libro a ragion veduta? La sua intro a Bianco è l istante è bellissima… Tu non la ricordi mentre citi quel libro neppure in bibliografia…Poteva anche scrivere una cosa nuova per l antologia Macabor…

08/04/24, 11:14

A.L.: Marco! Io non ho osato chiedere a Nanni uno scritto, mentre non stava bene, lo sentivo affranto… Certo che ricordo l’ introduzione a Bianco è l’istante, ma non pensavo fosse possibile inserirla nel libro. Nella bibliografia “bianco è l’ istante” c’ è di sicuro ( potremmo aggiungere: con l’ introduzione di Nanni Cagnone, non so….). Insomma, io ho agito per delicatezza, e va a finire che ho fatto un torto! Ci sentiamo e ne parliamo.

**

13/04/24, 11:42

M.E.: C è nella tua poesia perfino troppo evidente la realtà che chi legge poesia debba stupirsi di come le parole si combinino insieme creando nuovi sapori e non insipidi pasticci. Il lettore è obbligato non solo a leggere ma a viaggiare in paesaggi nuovi. Se pensi che alcune oscure poesie di Celan si riferiscono a luoghi e persone che i versi nominano ma per fortuna con ellissi gustose…

14/04/24, 11:26

A.L.: Ah, dimenticavo di ringraziato per il link del tempo sospeso. Lo conoscevo già, compresi gli utili commenti (francesco marotta, cristina annino…). Io sarò sicuramente più cauto, ma spero di riuscire a stare vicino alle parole di Lorenzo Pittaluga. Mi piacerebbe sapere dove ha fatto le scuole.

14/04/24, 11:55

M.E.: Elementari e medie di Cremeno. La provincia è Genova ma proprio ai limiti del Comune di S Olcese.

**


18/04/24, 09:45

M.E.: Pensavo, Angelo, di mandarti, quando ne ho voglia, una frase del mio.journal che poi tu potresti commentare. Ovvio che si può fare anche viceversa. Pensiamoci. Intanto ora aspettiamo il tuo libro.

18/04/24, 09:49

A.L.: Mi piace di più commentare una frase che un intero trattato. Io sono favorevole alle porte strette, ai segni fugaci, alla coda della volpe che si è messa in salvo. Tu curati gli occhi. Sto leggendo tutto ciò che trovo su Lorenzo.

**

21/05/24, 17:13

M..: Ciao Angelo. Mi hanno appena operato. Spero che sia l inizio di una luce. E lo spero per te.

22/05/24, 09:10

A.L.: Bene! Vedi un lumino lontano lontano? Buon segno! Coraggio. Io vedo la luce disfarsi come in un quadro di Turner? Cosa sarà? Sarà l’ indistinto che chiama? Bah, cerchiamo di raccogliere briciole di benessere…. A presto, mio caro amico.

22/05/24, 09:35

M.E.: Teniamoci stretti. Turner si dissolve ma resta.

**

23/05/24, 20:18

M.E.: Cammino. Spero in un futuro senza dolori. Per me e per te. Mi viene in mente un libro di aforismi spietati.

24/05/24, 09:27

A.L. Sono felice per te e di riflesso per me! Vorrei lavorare di più sui fenomeni di “riflesso”. Aforismi spietati? Tu saresti capace – io mi farei intenerire a metà strada, dedicando l’altra metà a fare le mie scuse! Che tu possa scendere come un fulmine a dividere i falsi congiunti! Quando esci? Oggi domani. Sei già fuori? Angelo

24/05/24, 09:28

M. E.: Esco domani. Incrocio le dita.

25/05/24, 11:30

A.L.: Sei libero? Hai visto che il mondo c’ è ancora? È un bel sollievo, per noi antichi… Ho deciso che la poesia la attenderò, la vedrò arrivare, la lascerò passare, la vedrò ormai lontana, intatta, senza doversi lavare dopo gli incontri clandestini…

***

05/06/24, 09:09

A.L.: Ho visto l’abbondantissima, generosa antologia dell’ antologia… Grazie caro Marco. Vorrei scrivere una poesia terminale, ho innumerevoli appunti, ma non stanno insieme – la poesia mi scappa, mi attira nel suo dileguarsi e, come forse ti ho già detto o scritto una volta, mi porta nel ” luogo del testo”, riducendomi a poesia vivente, illimitata…quindi niente. Buona giornata, c’ è il sole.

10/06/24, 15:38

M.E.: Come stai Angelo? Io emotivamente sto un po’ crollando… Aspetto le tue pagine.

10/06/24, 16:30

A.L.: Sto arrancando per salite mozzafiato. Vorrei essere di sostegno, immediatamente, ma ogni mezz’ ora mi devo coricare. A fine settimana ti mando il mio piccolo compito in classe. Non so… Sono impaurito, mi sembra di non sapere più scrivere…. E magari è un bene. Coraggio.

**

17/06/24, 16:20

M.E.: Angelo caro, come stai?

17/06/24, 16:29

A.L.: Oh Marco, non troppo bene, ma sto meditando su di te. Il tuo libro continua a interrogarmi, chiede conto anche a me, non solo a te. Apre una crisi meravigliosa, che vorrei essere all’altezza di reggere, di restituire… La settimana prossima andrò a Casale per una ulteriore visita pneumologica. Spero di avere davanti giorni miti, senza vane ribellione… Un grande abbraccio, per questa strana commovente amicizia.

17/06/24, 16:32

M.E: Davvero commovente. Ma sono contento di questa crisi meravigliosa e che avvenga il miracolo del tuo benessere..

18/06/24, 11:10

A.L.: Anch’io sono ansioso di capire. Vorrei farti un bel regalo, ma mancano non soltanto i nastrini – nella scatola si agitano pensieri ora felici ora impauriti. Mi dicono che ci vuole ancora una settimana. Una settimana per due o tre paginette? – si’, mi hanno risposto. Perdona i miei passi lenti.

**

01/07/24, 22:33

M.E.:

https://ercolani.art.blog/2024/04/10/amore/

01/07/24, 22:34

M.E.: A me questo mio racconto piace…

01/07/24, 22:41

A.L: Piace molto anche a me. Che meraviglia la brevità. Uno comincia e comincia l’ansia, poi sente che la fine s’avvicina, come il barlume dell’alba ed è fatta! Magnifico. Magnifico è concludere perché si lascia libero un altro inizio. Buona notte o buona nottata.

**

27/07/24, 17:42

A.L.: Oggi ho avuto la forza di andare a casa tua, di dare un’occhiata. Hai continuato ad esistere, affacciato sugli altri, anche nelle lunghe settimane della mia assenza. Ho avuto un grande sentimento di amore per te e per l’incredibile Lucetta, filo d’ erba con miracolosa elasticità. Oggi sono così, un po’ vivo, dopo giorni e giorni di assenza da me. Accoglietemi, vi prego.

27/07/24, 19:04

M. E.: Sei il primo benvenuto. Noi siamo dentro l odore di legno di una bella stanza sul Rosa. Ho guidato per tre ore senza affanno. Stai qui con noi.

**

07/08/24, 18:44

M.E.: Angelo, come stai? Duemila anni che non ti sento…

07/08/24, 20:13

A.L.: Nella nostra vita millenaria i secoli sono una bazzecola. Ci ritroveremo come fosse passato un breve istante, il tempo che ci vuole per andare a fare la spesa. Riprenderemo esattamente da quel punto, con la mente ripulita, come nuova. Io ci conto tantissimo, pur nella situazione penosa nella quale mi trovo. Quindi aspettami. Domani si vedrà se fare la chemio o no – questione non da poco. Il 13 vado all’Humanitas a sentire altri pareri. Insomma cerco di oppormi.

07/08/24, 21:15

M.E: Ti aspetto per un nuovo inizio. La vita resta millenaria. Ma fammi sapere. Sono sempre ansioso per le persone a me care. Qui fresca montagna. Ripartiamo venerdì.

08/08/24, 08:52

A.L.: Cioè domani? Io aspetto con ansia e curiosità la visita del giorno 13. Poi mi comporterò di conseguenza. Spero che l’ eternità sia un po’ lunga, che non sia un cieco istante ma un’ astuta lentezza. Bisogna inventare qualcosa, una sub- felicità, in qualche nascondiglio. Sono contento d’avere voglia di riparlare con te, in un modo che non farei con nessun altro. Ciao

**

08/08/24, 09:03 – Marco Ercolani: Domani. O stagioni o castelli! Forse tutti e due. Ciao. Nel sub-rifugio dell’ anima.

13/08/24, 19:07 – Marco Ercolani: https://www.doppiozero.com/praga-la-citta-magica-che-resiste

21/08/24, 18:02

M.E.: Mi manchi, Angelo. Dammi notizie di te.

21/08/24, 20:04

A.L.: Anche tu mi manchi. Dov’è andato il tempo delle lettere? Sto mediocremente male (reni, creatinina…) – domani ho la visita e si deciderà quale terapia intraprendere o nessuna più. Ti faccio sapere domani. Grazie.

27/08/24, 18:46

M.E.: Ciao Angelo. Un abbraccio forte. Aspetto tue nuove. Sempre

28/08/24, 08:25

A.L.: Oh Marco, le mie nuove sono vecchie e monotone. Sto sempre così così, tra malessere e vomito. I medici stanno decidendo quali terapie fare. Oggi di nuovo analisi… Il giorno 15 è uscito il mio libro americano. Per ora ho soltanto le foto…appena mi arrivano le copie te ne mando una. Matteo è pronto per il 13 settembre…insomma sono ancora vivo….un po’…

28/08/24, 11:27

M.E.: Spero un po’ tanto. Sono ansioso di leggerti. Vorrei averti incontrato venti anni fa ma forse non ci saremmo riconosciuti.

28/08/24, 11:27

M.E.: https://ercolani.art.blog/2024/08/26/luomo-di-notte-marco-ercolani/

28/08/24, 13:48

A.L.: Leggerò. Sì che ci saremmo conosciuti. Anche adesso c’è ancora tanto cammino da fare per conoscerci fino al silenzio. Ambizione giovanile. Ciao

***

25/10/24, 16:32

[…] Sono sempre impacciato, come se dovessi cadere da un sentiero di montagna. […] Ho nostalgia delle nostre lettere quando erano per noi, con un occhio laterale al linguaggio.

**

27/10/24, 15:13

M.E.: Ciao Angelo. Non ci siamo più sentiti né a voce né per mail. Penso che tu non stia bene e non ti disturbo. A presto. Marco

27/10/24, 15:47

A.L.: Non sto bene, caro Marco. Avrei dovuto cominciare la nuova terapia (radioterapia) venerdì scorso, ma ci sono stati inconvenienti così tutto è stato rimandato a domani, lunedì 28 ottobre. Spero che questa volta funzioni. E la nostra Lucetta? Sta meglio? E tu, come te la cavi? È un periodo difficile per tutti. Resistiamo! Un abbraccio, Angelo.

27/10/24, 15:48

M.E.: Periodo duro, Angelo. Mi tengo la tristezza e spero che passi.


01/11/24, 11:21

A.L.: Oh caro Marco! – cerchiamo di stare bene. Penso molto a te e a Lucetta. Sto facendo una flebo, tanto per cambiare! Coraggio.

01/11/24, 12:05

M.E.: https://ercolani.art.blog/2024/11/01/lenigma-di-una-voce-3-dario-capello-angelo-lumelli/
Cerchiamo di stare meglio…

(2023-2024)

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LA GERMANIA ROMANTICA: ROMANTICISMO E FOLLIA. Michel Foucault

La Germania romantica: romanticismo e follia (1). Michel Foucault

Serge Jouhet: Michel Foucault, sembra dunque che, nell’interessarci oggi a certi testi letterari e filosofici che concedono spazio a un’esperienza irrazionale, stiamo rispondendo a un’esigenza del nostro tempo. Ciò le sembra vero? Quando ha avuto inizio questo fenomeno?

Michel Foucault: Effettivamente credo che ci sia stata una rinascita dei valori letterari e filosofici della sragione, a partire della seconda metà del XVIII secolo. È molto probabile che siamo ancora coinvolti in questo grande movimento. L’esistenza e il prestigio che hanno per noi esperienze come quelle di Nietzsche, di Artaud o di Raymond Roussel, basterebbero a dimostrare che davvero ci troviamo ancora all’interno di quel movimento di resurrezione dell’esperienza della sragione. Un tale lavoro di assimilazione è stato lentissimo, lunghissimo; senza dubbio c’è voluto più di un secolo perché quelle esperienze della follia, scoperte alla fine del Settecento, e probabilmente piuttosto marginali rispetto a ciò che era la cultura occidentale, siano venute adesso a collocarsi al centro delle nostre preoccupazioni e forse perfino alla sorgente del nostro linguaggio. Credo che si dovrebbero citare due casi indubbiamente assai dissimili fra loro. C’è innanzitutto il caso del Neveau de Rameau2, che è proprio, fino a un certo punto, una sorta di prima rappresentazione, un po’ teatrale, ironica, a distanza, di quella che in fondo è una forma di ebbrezza e di follia. È degno di nota, d’altronde, il fatto che il nipote di Rameau non parla granché nel testo di Diderot; lo si vede piuttosto cantare, danzare, gesticolare, imitare dei musicisti, imitare la musica stessa, preso com’è in una sorta di ebbrezza dionisiaca, mentre ha poco diritto alla parola. Ma vorrei citare anche un altro esempio: si tratta evidentemente del caso di Sade, che è interessante per due motivi. In lui, in effetti, si vede bene l’esperienza di una sragione fondamentale che è quella del desiderio. Ma, da un lato, tale sragione è sempre ripresa all’interno di un discorso razionale, straordinariamente ben strutturato, e che è una sorta di gigantesco pastiche di tutta la filosofia più razionalista del XVIII secolo. Dall’altro, bisogna senza dubbio ricordare che il linguaggio di Sade, quel linguaggio così razionale della sragione del desiderio, evidentemente non è stato riconosciuto né ritenuto valido nella nostra cultura prima dello sforzo compiuto da Apollinaire3.

Serge Jouhet: Il nipote di Rameau, come lei ha mostrato, non lo si fa parlare direttamente. Sade assume un linguaggio razionalizzante. Come fa lei a riconoscere, attraverso tale linguaggio razionalista, che si tratta di sragione?

Michel Foucault: La sua domanda porta a distinguere due cose: il linguaggio sulla follia e un linguaggio assillato, al proprio interno, dalla follia. Io credo che, partendo dal Settecento, il primo grande linguaggio letterario di cui si possa dire che sia stato effettivamente assillato, abitato, animato da cima a fondo dalla follia, sia quello di Hölderlin. E allora credo che la cultura occidentale abbia fatto, attraverso di lui, un’esperienza. Hölderlin era al seminario di Tübingen con Hegel. Entrambi, come la maggior parte dei giovani della loro epoca, hanno tentato la grande esperienza di riconsiderare tutti i valori, tutta la storia mondiale e quella della cultura dell’Occidente, a partire dal mondo greco. E questo ritorno al mondo greco, che è il grande segno della fine del XVIII secolo, è stata indubbiamente un’esperienza comune a un filosofo come Hegel e a un poeta come Hölderlin. Nel suo punto d’origine, è stata la stessa per entrambi. Ma ciò che è strano e curioso, è vedere come, in fondo, sia stata poi interpretata dall’uno e dall’altro in maniera del tutto diversa.

Serge Jouhet: Opposta, persino.

Michel Foucault: Assolutamente opposta. Credo che per Hegel la filosofia greca sia stata l’inizio di quella grande avventura dialettica che, pur attraverso tutta la sua tragicità, ha nondimeno raggiunto un’architettura logica, totale e completa, che doveva condurre al sapere assoluto. Quel che c’è d’irrazionale, in un certo senso di folle, nel mondo occidentale proverrebbe piuttosto dalla cultura ebraica, e poi da quell’esplosione del cristianesimo che ha bruscamente fatto morire il figlio di Dio sulla croce; la nozione di peccato, la nozione di morte di Dio erano evidentemente estranee a una cultura greca abitata per intero dalle belle forme divine che non cessavano di popolare la realtà della vita quotidiana.

Serge Jouhet: Tuttavia la tragedia – come Nietzsche farà notare più tardi – ha in sé qualcosa di oscuro.

Michel Foucault: Non c’è dubbio, ma per Hegel la tragedia greca è la dialettica stessa della ragione dei greci. Ed è vero che per Nietzsche – che a sua volta farà della tragedia greca un’esperienza del tutto particolare – la cultura greca, il lato dionisiaco di essa, costituisce una certa esperienza della non-razionalità.

Per Hölderlin, il problema è ben diverso. Io credo che ciò che egli ha visto essenzialmente nella cultura greca sia senz’altro la presenza degli dèi, come Hegel, ma al tempo stesso una presenza fuggevole degli dèi, che sono già sul punto di abbandonare la terra. E il grande dramma che Hölderlin ha voluto scrivere, e che in realtà non ha mai scritto, l’Empedocle4, di cui ha redatto tanti piani differenti, era sì il dramma del filosofo, ma anche il dramma del poeta, obbligato in certo modo a situarsi in quel grande vuoto, in quella grande distesa desertica che gli dèi hanno appena abbandonato.

Serge Jouhet: È strano: gli uomini di Port-Royal non sembravano affatto colpiti da follia, ma non si potrebbe trovare nella loro dialettica qualcosa di simile? Non so, faccio questa associazione perché c’è lo stesso movimento: Dio si è ritirato dal mondo, siamo…

Michel Foucault: Credo che effettivamente esista, dal fondo del cristianesimo, tutta una tradizione di pensiero e di esperienza che è quella dell’assenza di Dio. Ed è indubbio che, fino a un certo punto, tutta la cultura protestante, tutto il pietismo e, nel cattolicesimo, il giansenismo, rappresentano in effetti questo lato «assenza di Dio» del cristianesimo. È assai probabile che Hölderlin, che di certo era compenetrato di pietismo, sia stato indirizzato verso questa esperienza dell’assenza di Dio. E fino a che punto l’assenza degli dèi (che è in certo modo lo spazio entro cui si muove la poesia di Hölderlin) e l’assenza del padre (che è lo spazio in cui la sua vita si svolge e finisce per sprofondare) non costituiscono precisamente lo stesso spazio? In ogni caso una cosa è sicura: la poesia di Hölderlin e la sua esistenza sono andate convergendo verso quella specie di vuoto, di notte, di assenza, di deserto che sono stati gli ultimi quarant’anni del suo silenzio e della sua vita.

Serge Jouhet: Il romanticismo, in diversi autori, si è sempre interessato alla follia, così come si è sempre interessato al sogno. Secondo lei, in quale misura tale preoccupazione è sincera? Non si potrebbe perfino dire che, proprio per via di questo interesse, il romanticismo è in se stesso una follia?

Michel Foucault: Mi sembra che Hölderlin – fino a Nietzsche escluso, beninteso – sia l’unico scrittore tedesco di cui si possa dire che l’opera e la follia hanno una sorgente comune e offrono un linguaggio che è identico da entrambi i lati. Direi che per gli altri romantici tedeschi la follia sia stata un tema di straordinaria importanza ma, in fondo, un tema di cui hanno parlato, che è servito ad essi da oggetto, da paesaggio. Forse è stata per loro, fino a un certo punto, una nostalgia. Il desiderio di ritrovare quella specie di linguaggio assolutamente libero e scatenato, quel linguaggio che si crea da sé a partire dal fondo della notte, li ha probabilmente condotti a soluzioni che definirei sostitutive, a strade diagonali. Mi pare ad esempio che l’idea di pervenire a una letteratura, a una poesia o a dei racconti puramente e semplicemente onirici, fosse per loro un modo per raggiungere quella terra tragica e mattutina della follia, la stessa da cui Hölderlin partiva e da cui parlava.

Serge Jouhet: Non si può forse far intervenire anche la nozione di desiderio? Non esiste forse nella logica del desiderio non soltanto un germe di follia ma, in fin dei conti, una delle cause della follia stessa?

Michel Foucault: Mi chiedo se questa sia stata proprio un’esperienza romantica. Il desiderio smisurato, irragionevole, è un’esperienza reperibile in Sade, e poi anche in Nietzsche. Mi pare che la follia romantica, ciò che fa sì che essa sia, in un certo senso, più seducente, ma soprattutto più rassicurante…

Serge Jouhet: Più saggia.

Michel Foucault: … più saggia, che la follia del romanticismo sia una follia di pensiero, di un’esperienza un po’ speculativa. In fondo, il modello stesso del desiderio folle, per Sade, è evidentemente il desiderio sessuale in ciò che ha di più scatenato, di meno vincolato a una qualsiasi norma. Mi sembra che l’ideale della poesia folle, per il romanticismo, sia il sogno. E credo che si diano qui due esperienze che sono, in fondo, piuttosto incompatibili. Nessuno è meno sognatore di Sade, nessuno è più sveglio e più lucido di lui. Credo pure che Nietzsche, il quale ha ben conosciuto, da parte sua, tale delirio dell’appetito, non sia un uomo del sogno. D’altronde egli dice sul sogno, anzi contro il sogno – a cui oppone l’ebbrezza –, cose che sono straordinariamente dure. E allora, tra la follia del desiderio e la follia dell’ebbrezza, tra Sade e Nietzsche, c’è stato effettivamente tutto un lungo periodo caratterizzato dalla follia del pensiero, del sogno. Però questa mi pare essere una follia dolce, una follia quasi, se non proprio addomesticata, perlomeno notevolmente civilizzata. È il grande tema della notte, che si trova in Novalis e beninteso, nell’ambito francese, in Nerval.

(Traduzione di Giuseppe Zuccarino)

1 L’Allemagne romantique: romantisme et folie, intervista di Serge Jouhet a Foucault, trasmessa da France III National il 23 febbraio 1963 e pubblicata in M. Foucault, Entretiens radiophoniques 1961-1983, Paris, Flammarion-Vrin-INA, 2024, pp. 217-221. [N. d. T., come le successive].

2 Denis Diderot, Le Neveau de Rameau (1762-1773, edito postumo nel 1891), Paris, Garnier-Flammarion, 1967 (tr. it. Il nipote di Rameau, Milano, Rizzoli, 1981).

3 Il riferimento è all’antologia di testi scelti e introdotti da Guillaume Apollinaire: L’Œuvre du Marquis de Sade, Paris, Bibliothèque des curieux, 1909.

4 Friedrich Hölderlin, La morte di Empedocle (1797-1800, edito postumo nel 1846), tr. it. Milano, Bompiani, 2003.

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Michel Foucault