GUIDA ALLA CITTA’ DI C. (SERVO E PADRONE). Albino Crovetto

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INDICE

Guida alla città di C. (Servo e padrone)

Guida turistica alla città di C.

Appendice

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Una guida menzognera, precaria nei percorsi, oscura nei riferimenti topografici, attenta a ciò che non esiste più, ai suoi innumerevoli strati, raccontata da voci diverse, ossessiva e labirintica come la città di C. 

Nella prima parte, il testimone è un valletto-marinaio al servizio di un gentiluomo gran viaggiatore che approda e soggiorna nella città di C. in un’epoca che potrebbe essere quella di fine ‘800.

Nella seconda, la voce principale è quella di una guida turistica, il tempo è il nostro presente, ma alterato da sogni, innesti di passato, presagi.

L’Appendice riferisce i nomi e sragiona.

Testo e fotografie dell’autore

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PRIMA PARTE

GUIDA ALLA CITTÀ DI C.

(Servo e padrone)

La citta di C. vista dal mare è meravigliosa. Arroccata dentro un semicerchio naturale ai piedi delle montagne sembra strapiombare nell’acqua con un effetto vertiginoso; il porto è piccolo ma perfettamente organizzato in settori, bacini, moli, darsene, cantieri, torri, magazzini, silos, banchine, gru, con una sconcertante varietà di imbarcazioni: a vela, a vapore, miste, a remi, con lo scafo di legno o di acciaio, chiatte, zattere, pescherecci multicolori, navi gigantesche, gozzi, velieri, alberature come una foresta, una foresta di cavi tesi e pizzicati dal vento, ganci e gru, bandiere di ogni paese, prue affilate, tonde, polene dorate dal corpo di sirena, poppe decorate con madonne e santi, amuleti, ossa di squali, strani pesci rotondi e irti, essiccati e usati come lanterne.

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Appena sbarcati, percorrendo vie e vicoli tortuosi, sorprendenti per il decoro, la pulizia, il fresco odore di salmastro attraversato da una vena di aria più densa, con un sentore di catrame, pesce squartato, vernice, spezie, nasse e reti stese ad asciugare, colpisce una serie di portici in pietra, a ridosso della piazza più importante del porto dove sostano innumerevoli veicoli a braccia, tirati da animali, a due o quattro ruote, a due o quatto zampe, carretti e vetture raggruppate a centinaia sotto lo sguardo benevolo di una gloria cittadina effigiata in bronzo.

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Non sono poche le glorie dei mari e dei monti raffigurate in ogni parte della città. I caduti, i cartografi, i navigatori, i poeti, i patrioti, i generali, i santi, i politici, i mecenati, le vittime, i carnefici. Così, al centro di piazza C., circondata da aiuole a forma di mandorla, ingentilite dai fiori, sopra una base di pietra gialla alta sei metri, svetta la cavalcatura in bronzo dalle natiche poderose, dai garretti muscolosi, dalle froge dilatate, tenuta con mano ferma e sapiente dal re che porge il cappello impennacchiato al cielo, alla terra, ai sudditi, in un gesto di solenne, vibrante omaggio.

E, poco più in alto, in cima a un obelisco di marmo immacolato, con le braccia conserte, col volto bonario e pensoso, vigila sulla città un condottiero di popoli.

Alle spalle, uno dei parchi più belli d’Europa, annunciato dal mormorio ancora lontano della sua famosa cascata.

Entriamo nel parco accolti da una serie di busti, con o senza braccia, tutti con i baffi, di marmo o di bronzo, piantati o eretti come sentinelle lungo l’entrata principale. Di fronte, svetta ancora lo stilita che ora vediamo di spalle. Più in basso, la statua equina di bronzo, imponente, sovrasta la piazza.

Sotto grandi magnolie fiorite, costeggiando un ruscello formato dalla cascata, saliamo lentamente verso la sommità del parco dove si trova la villa costruita dal celebre architetto C.

Nel ruscello spumeggiante nuotano pesci rossi e bianchi, tartarughe, gamberi di fiume. Si respira l’odore intenso dei fiori di magnolia. Le ninfee sono spettacolari. Continuiamo a salire lungo il viale serpeggiante. Sostiamo su un ponte affacciato sul ruscello. Il rumore della cascata adesso è più forte. In un punto più largo sorge una gigantesca voliera che accoglie uccelli esotici: aironi, colibrì, pernici verdi, una gran varietà di pappagalli, passerotti, pettirossi, gazze, quaglie.

Superata la voliera, stranamente silenziosa, senza quel chiasso che ci si potrebbe aspettare da una simile fauna, ma con la sensazione netta di essere osservati da centinaia di occhi piccoli e acuti, vediamo rimbalzare sopra enormi rocce e sentiamo il rumore fragoroso di acqua che precipita. Siamo in prossimità della famosa cascata di C.

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La statua equina di piazza C., cavalcata da un re che tiene la briglia con la sinistra e ha tolto il cappello con la destra, è rivolta a sud. La base, alta circa sei metri, è di pietra gialla. La coda del cavallo è folta, esuberante, ben resa. Anche i finimenti sono lavorati con destrezza, sembrano ricami in bronzo.

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Fra le querce e le magnolie di piazza C. sorge la statua in bronzo di un poeta. Al posto delle braccia si allungano festoni di alloro che s’innestano in un libro conficcato per metà nello stomaco del poeta. Sul dorso del tomo si possono leggere titolo dell’opera e nome del poeta.

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La statua in marmo del poeta C. ha le braccia conserte. La statua in marmo del condottiero di popoli che dall’alto di una colonna domina piazza C., ha le braccia conserte.

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Quasi nessuno sente il crepitio del bronzo arrugginito mentre si stacca. Lamelle verde-ruggine sembrano stridere prima di staccarsi e disperdersi. Certi rigonfiamenti della materia, bolle, ondulazioni, esplodono liberando un debolissimo suono.

Qualcuno azzarda l’ipotesi di un richiamo di soccorso: la statua degradata, e che avverte il suo degrado, invocherebbe cure.

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Dopo che occhi e pelle si sono tuffati, inebriandosi, nei gorghi della famosa cascata, non senza un brivido di timore per il dislivello vertiginoso e il frastuono della massa d’acqua a precipizio che abbiamo osservato in diagonale contro lo sfondo del cielo; dopo che abbiamo goduto, attraverso gli spruzzi, di un incomparabile paesaggio a terrazze che digrada, tra prospettive lineari, palazzi e giardini, statue, alberi e fiori, fino all’orizzonte e al mare che s’intravede lontano in una nube di foschia, continuiamo a salire verso la cima della collina su cui sorge villa C.

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Nei ripidi giardini intorno a Piazza C. spicca un busto di donna in marmo. La donna, vetusta e nobile, l’enorme testa avvolta da una cuffia, sembra poggiare sulla sua base per un miracolo di equilibrio, un trionfo sulle leggi fisiche. È questa la prima sensazione se osservata da lontano; in realtà, la testa, quattro volte più grande di una testa normale, è sostenuta da una base potente, conficcata solidamente nel prato scosceso. Anche questa statua è priva di braccia ma la testa smisurata, addolcita dai merletti di marmo, dall’espressione severa e benevola, possiede un’eloquenza e occupa così tanto spazio che le braccia sarebbero state un ornamento superfluo.

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Superata Villa C. arriviamo in cima al parco. Una fontana a forma di trifoglio, asciutta, col fondo calcinato, e al centro un piccolo tritone che sembra lottare con un gronco; tre panchine in pietra, un belvedere di legno che aggetta sopra la città, e la fine ghiaia che ricopre questa sorta di piazzetta, il cielo di un blu smaltato, e rarissimi i visitatori; sotto, il basso continuo della cascata, qualche vago rumore della città.

Sul limite nord, un busto in pietra ci osserva. Sostiamo per riprendere fiato e godere dell’aria fresca che sembra arrivare, scavalcandolo, dal semicerchio delle montagne che sovrasta la città.

Sotto di noi, esposta verso sud, sorge la villa di C.: possiamo vederne il tetto, il retro e parte dell’entrata principale.

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Villa C. fu ampliata aggiungendo al corpo principale due torri di altezza diseguale; la prima, la torre C., ha una sola finestra costituita da un lungo e stretto rettangolo che la attraversa dalla base fino al tetto. La seconda, la torre C., venne eretta incautamente su terreno friabile incurvandosi in pochi mesi. L’architetto C. bloccò i lavori di innalzamento e fece rafforzare il terreno allargando anche la base della torre la cui costruzione fu terminata dopo circa 18 mesi.

Il corpo principale è formato da un blocco squadrato dove si aprono due alte porte di ferro separate da un muro costruito con pietra scura del promontorio. Ai due lati di questo blocco di pietra scura si allargano ventagli formati da una fitta trama di mattoni sovrapposti e incrociati. Un ventaglio s’incurva e si distende verso l’interno dell’edificio, l’altro verso l’esterno.

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“Se questo non fosse l’unico lavoro che sono riuscito a rimediare negli ultimi anni, non sarei qui. Accompagno i due viaggiatori che in questo momento stanno osservando Villa C. e, in particolare, uno dei due che è il mio padrone. Padrone non disprezzabile e anche sensibile, per quanto può esserlo un padrone nei confronti del suo valletto e un padrone dotato di grande energia, accanito viaggiatore, instancabile.

L’ho accompagnato in molte parti del mondo ma non sarei mai venuto qui, nella citta di C., nel parco di C., e non sarei qui a osservare chi osserva la villa di C. peraltro interessante, ma soprattutto inquietante, sia nell’insieme sia nei dettagli.

La città vecchia è sporca, buia, maleodorante. Dalle sue strettissime e interminabili viuzze emana un lezzo insopportabile che fa rimpiangere il mare aperto, le vette delle montagne o le foreste. Si vorrebbe fuggire all’istante perché gli edifici sono di altezza smisurata, accostati l’uno all’altro, e la luce del sole, anche in estate, entra solo a sciabolate, accecanti diagonali che si abbattono sulle pareti e incidono per pochi minuti lo sconnesso e sudicio lastricato.

I portoni sono massicci e altissimi, innumerevoli porte, piccole e grandi, murate, socchiuse, spalancate, cancelli, grate, acque di scolo, figure appostate sugli angoli come sentinelle, appena affacciate alle finestre, ingressi che danno su altri ingressi, scale interminabili, ombre rapidissime, un porto enorme eppure rinserrato, un’inestricabile bosco di alberature, una ragnatela di reti, cavi, ganci, cordame, una massa scura e compatta di chiatte, altissime gru, improvvisi e abbaglianti riflessi sull’acqua dei bacini, e un brusio costante, tonfi, richiami, colpi, come di un perpetuo cantiere sotterraneo, lunghi moli che s’innestano nella città, chiavistelli, serrature complicate simili a merletti di metallo, battiporta di ogni forma e grandezza, palazzi magnifici da cui vi guardano mascheroni di marmo grotteschi, e accanto a questo splendore di marmi policromi, decorazioni, affreschi dai colori vivacissimi, logge, colonnati smaglianti, ecco gli affreschi più deteriorati, il marmo più consumato, gli angoli più lerci e corrosi che abbia mai visto.

Basta una svolta per cadere e impigliarsi in un labirinto di sozzure, strisciare contro il degrado di persone e cose.

Non sarei mai venuto qui. Non sarei mai sbarcato.

Già dal lento avvicinarsi al porto avvertivo una sensazione di pericolo e crollo, forse per la montagna strapiombante sull’abitato, per la verticalità delle costruzioni, compatte e insieme inclinate, precarie per una strana luce, una strana prospettiva o il velo dei vapori di caldo che la rendevano ondulata; una sensazione di ostilità, forse per le fortificazioni sui rilievi delle montagne aspre, brulle alcune, altre verdeggianti ma sempre come se fossero spuntate di colpo dietro le vostre spalle, altissime, come le chiese, i palazzi, le muraglie, i vuoti, i dislivelli improvvisi, come ho sognato questa notte: palazzi altissimi di una città impervia, donne che per la calura dormivano sui terrazzi dentro grandi ceste di vimini; e io, da una posizione sopraelevata e sporgente nel vuoto, le guardavo dormire, e alle spalle, girandomi di colpo, vicinissima, una muraglia di granito dietro la quale s’innalzava un campanile molto alto contro lo sfondo nero del cielo e tutti i piani compressi, ravvicinati spaventosamente: il campanile schiacciato contro la muraglia, il cielo schiacciato contro il campanile e la muraglia schiacciata contro le mie spalle. E tutto come fosse germogliato in silenzio e in un attimo. Piatto eppure profondo, alto e massiccio.”

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I due viaggiatori, che accompagno in qualità di valletto e marinaio, non sospettano nulla del mio stato d’animo che, del resto, mi sforzo di nascondere.

L’entusiasmo del mio padrone per tutto ciò che vede è tale che sto bene attento a frenare ogni mio minimo malumore. Di sera, consegno le mie inquietudini, le mie paure e la mia solitudine a un taccuino che non abbandono mai.

La villa di C. cambia aspetto, talvolta quasi radicalmente, a seconda di una combinazione di luce e punto di vista. Questa è anche la caratteristica principale di tutta la città di C.

Quando pensate che il panorama finalmente si spalanchi, l’attimo dopo spiate dietro una fessura, e viceversa.

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Qui il senso di immobilità, o piuttosto di una deriva secolare, è fortissimo. Slittano lentamente i volti e le cose.

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La città è disseminata di teste scolpite; in genere bisogna guardare dal primo marcapiano in su, sono sparse a centinaia, sporgono dalle pareti, hanno cornici, talvolta, o ghirlande. Oppure dal muro emerge solo la testa levigata, l’ovale piccolo e perfetto di una santa dall’espressione triste, smarrita dentro una parete così ampia e alta, costruita con un materiale totalmente diverso dal suo e nel quale non può riconoscersi.

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Sul petto di una statua, un volto sbalzato ha l’aspetto di un seme.

Emblemi, insegne, edicole votive, bassorilievi, sovrapporte scolpite, colonne dove animali favolosi si divorano. Una testa di leone con la bocca spezzata sorregge una faretra piena di armi. Sulla parete di una chiesa, un santo ingrigito, sfaldato, quasi ridotto a scaglie e tuttavia ancora tenacemente aggrappato al suo muro.

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Nella città nuova c’è una galleria di ferro e vetro. Sono entrato. Dal soffitto a vetrate scendeva una luce polverosa, come attraverso una serra dai vetri sporchi.

Sugli angoli del soffitto troneggiano grandi aquile di ferro ad ali spalancate – i rapaci sono replicati in mille modi nella città di C.

Il pavimento a mosaico è tutto su toni scuri: neri, argentati, qualche rosso, dorature opache. Su queste tessere si spegne una luce già smorta.

Al centro della galleria, sul tetto, una specie di struttura a piramide sorregge la testa di una creatura bifronte. Si dice sia il simbolo di una città che accoppia gli opposti ma non sa unirli, limitandosi a registrare, a constatare le ripetute, innumerevoli contrapposizioni, gli attriti, i conflitti millenari che è incapace di sanare.

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Mi hanno detto che la città è molto arretrata nei suoi sistemi fognari. Sembra che le acque scure e quelle chiare scorrano in un unico canale.

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Appoggiati a una balaustra di marmo, sotto l’ampia ombra di un pino marittimo, osserviamo meravigliati la villa di C. I tetti delle due torri sono per metà identici nei materiali, nelle linee, nella forma spiovente. Uno spiovente dolce e lento, il lato di un triangolo poco inclinato. Nella torre C. l’altro lato è un semicerchio con lievi ondulazioni, come una mezzaluna sfumata dalle nubi. Nella torre C. sorprende la totale assenza di una metà del tetto. Lo spiovente dolce è tagliato da una linea retta perpendicolare che forma una parete senza finestre, senza affreschi, compatta, liscia, di pietra nera, fra il lucido e l’opaco e quasi refrattaria alla luce.

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Il mio padrone sembra accogliere ogni cosa con lo stesso umore curioso, stupito, vivace. Nessuna impressione sembra dominarne un’altra e tutte sembrano distribuite con equità per formare un panorama armonico.

A me sembra che guardi con un occhio solo e attraverso una lente acromatica. Le sue parole sono iridescenti anche quando il loro oggetto è buio, calcinato o grigio di un solo grigio. Calcinato come la vasca a quadrifoglio, nero e piatto come lo spiovente della torre C.

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Da una settimana accompagno il mio padrone attraverso la città di C.

Oggi, dopo aver osservato gli affreschi dai colori squillanti del palazzo C. e dopo un episodio violento che non voglio raccontare, anche se il ricordo, temo, disturberà il mio sonno, abbiamo visitato la chiesa di C., composita negli stili, stratificata. Ha un bellissimo campanile in pietra, un chiostro, una facciata bianchissima dalle linee semplici, tre navate, innumerevoli cappelle, innumerevoli lastre tombali, stucchi, dorature, una cupola mirabilmente affrescata, altari con marmi policromi, confessionali con i vetri gialli smerigliati; oltre il transetto, in fondo alla navata sinistra, un grande crocefisso di legno dal viso orientale, l’aureola sbreccata e spine lunghe quanto un braccio.

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Ho notato vetture il cui aspetto ricorda carri funebri: strette, lunghe, squadrate, con telaio e ruote nere, i finestrini scuri, i cavalli coi finimenti neri, prive di ogni decorazione, stemmi, monogrammi, stranamente silenziose anche quando procedono su un selciato sconnesso; all’interno è impossibile intravedere anche un’ombra; la gente, ho notato, si ferma e si scansa istintivamente, cede il passo, china la testa per pochi secondi. Eppure non compiono nessun ufficio funebre, mi hanno detto, facendomi capire, allo stesso tempo, che non sarebbe bene insistere con domande. Del resto, hanno aggiunto, non causano sofferenza a nessuno, tranne a coloro che trasportano, ma che vi salgono volontariamente ricambiando chi li ospita per quel viaggio del tutto segreto, dove l’imperativo, la condizione di chi mette a servizio le vetture e di chi lo accetta, è il totale anonimato fino al luogo di destinazione.

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Quando abbiamo iniziato a salire lungo i vialetti che portano alla villa C., fra i cespugli e dentro le pietre dei muri ho sentito qualcosa di simile a un brusio.

Quando siamo arrivati davanti a una balaustra ai cui piedi ci sono aiuole quasi senza vegetazione, alle mie spalle ho sentito un rumore come di una pietra smossa e poi uno scalpiccio rapidissimo.

Distratto dal panorama, da una sequenza di colonne che un tempo sostenevano i busti di cittadini illustri, ho dimenticato quei rumori.

Dei busti è rimasta la base; il nome inciso, attraversato da spaccature, è tuttavia leggibile. Solo uno, quasi intatto, sembra sporgersi dietro la balaustra; ha il viso rosicchiato dal tempo e dal salino. È girato e curvo verso il mare. Vi dà le spalle annerite dallo sporco, fissa un orizzonte opaco.

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Sul sagrato davanti alla chiesa di C. è incastrata una piccola targa. Sulle pareti di Palazzo C., sorrette da ganci poderosi, sono appese, a grandi frammenti, targhe di pietra che testimoniano atti infami. Alle pareti del chiostro dell’incantevole chiesa di C. sono appese decine e decine di targhe incise con cifre e lettere di vari secoli: danno l’effetto di un papiro di pietra srotolato sui muri.

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Un gigantesco frammento, un torso incompiuto, rimaneggiato, impastato, ferocemente tagliato come tutte le facciate di Via San C. arretrate di metri, decine di metri, come i capitelli amputati del lungo, strettissimo C. il ***. Gli ingressi ai palazzi non sono quasi mai quelli che si vedono; città sconnessa e insieme compatta, a trafori e a blocchi, con centinaia di logge murate, migliaia di finestre finte, la ripetizione nei marmi, nella pietra, sopra i portali, negli affreschi, della stessa scena dove un animale favoloso è trafitto e calpestato.

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Ho assistito ad atteggiamenti inesplicabili. Uno ruotava su sé stesso parlando senza sosta; un altro, davanti a una porta, sembrava che scalciasse; una donna minuta trasportava una pianta altissima dai fusti sottili e flessuosi: doveva fermarsi continuamente perché l’altezza della pianta, le raffiche del vento e la statura della donna rendevano il trasporto impossibile. E la donna rifiutava qualsiasi aiuto.

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Svoltando un angolo ho incrociato un corteo funebre: mi sono affrettato a lasciarmi indietro singhiozzi, fiori, litanie, accelerando per allontanarmi dal dolore, da quel dolore inaspettato, esibito, che non era il mio, ma per ritrovarmelo poi di fronte, a un tratto, in una piazza.

La chiesa, dalla facciata abbagliante, con l’enorme portone spalancato, lasciava scorgere l’altare, il corteo già disposto, la cerimonia appena iniziata.

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Tre quarti della città vecchia è degradata. Il degrado ha una scala: dall’intonaco un po’ sporco a muri spaccati, cornicioni pericolanti, fenditure, pozze di acqua lurida, infiltrazioni, infissi barcollanti, finestre senza vetri, ruggine, scolatoi a imbuto sospesi nel vuoto, rovine ammassate, travi sporgenti … un interminabile catalogo dell’incuria e della precarietà avvolto da un’apparenza compatta, fortificata.

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Sul cimitero monumentale che tanto ha entusiasmato il mio padrone (da giorni ricorre tenace nella sua conversazione), dirò solo che l’ho trovato grottesco, opprimente, una specie di museo delle cere in marmo.

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Osserviamo la copertura del corpo centrale, fitta di cifre e figure incise nel marmo. Una lieve, misurata pendenza del tetto, e un mirabile sistema di potenti getti d’acqua ne assicurano la pulizia. I getti d’acqua escono dalle bocche di una serie di volti in pietra quasi sferici, dall’espressione enigmatica. È un capolavoro d’ingegneria idraulica. L’acqua sale a forte pressione fino a raggiungere il tetto, viene scaricata con getti potenti sulle incisioni e poi convogliata, attraverso un sistema di passaggi quasi invisibile incorporato all’edificio, verso una cisterna collocata a metà della collina.

Successivamente, l’acqua raccolta nella cisterna, è usata per irrigare la vegetazione del parco di C.

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Qui l’oscurità si può vedere in pieno giorno. Dietro le Mura delle C., percorrendo vicoli tortuosi e strettissimi, piazzette minuscole, schiacciati da edifici alti come torri, aperture improvvise su vertiginose scalinate, spigoli taglienti, mi sono fermato a osservare un passaggio lungo, quasi buio alle due estremità – era circa mezzogiorno di una giornata limpidissima. Al soffitto era sospesa una grande lampada la cui luce giallastra rischiarava pochi metri formando un alone sporco sul soffitto a volta. Quel cerchio di luce, quel passaggio lungo e così stretto che per toccarne le pareti sarebbe bastato allargare un po’ le braccia, dissuadevano, erano un invito a non continuare in quella direzione.

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Gli sportelli. Una città di sportelli. Per lo più murati o legati con catene, a volte li trattiene una corda.

A volte sono spalancati e dentro la pietra nuda.

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Chi farà mai l’inventario delle porte, delle aperture, dei cancelli, delle grate, delle finestre, delle piccole porte dentro porte enormi, delle nicchie, di ogni variante di una soglia o passaggio?

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Il mio padrone partirà domani per la città di C. che si trova sulla costa di levante. L’ho pregato di lasciarmi qui e sono bastate poche parole perché capisse. Mi ha confessato di non essere sorpreso. Di recente, ha detto, mi ha visto stanco e ieri notte mi ha sentito gridare nel sonno, e non era la prima volta.

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Questa città stanca. Tutte le città labirintiche e scoscese stancano. Si cammina per ore, come guidati da una spinta invisibile, come sfere lanciate dentro un tubo innestato in altri tubi.

Succede questo: senza accorgersene, dopo ore, sembra di ritrovarsi nel punto da cui si è partiti: lo stesso tabernacolo, la stessa immagine, lo stesso angolo, le stesse pietre, gli stessi cornicioni… All’estremità opposta di una strada, lo stesso portone; sui muri le stesse spaccature.

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Il mio padrone è partito all’alba accompagnato da un altro domestico di pelle scura ingaggiato qui. Sono rimasto con la cuoca e un altro servitore che prima di oggi non avevo mai visto. Dorme nell’altra ala della villa. Nessuno ci ha presentati. Per adesso lo vedo solo nel giardino, nel vasto giardino coltivato.

Sembra un uomo taciturno, interamente occupato dalle sue mansioni, poco disposto alle chiacchiere.

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Negli occhi, oggi, credo di avere solo il riflesso grigio delle pietre e qualche venatura di rosso acceso, di arancione squillante.

Il verde, nella città vecchia, è raro; il blu del cielo è segmentato in strisce fra un cornicione e l’altro.

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Ora passa una grande nuvola e il caldo già opprimente si rafforza. È una nuvola lenta, compatta, ha una luce opaca il cui riverbero fa male agli occhi. Non c’è aria; si sposterà lentissima.

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In mezzo alla strada, oggi, due neri si sono affrontati piantandosi silenziosi uno di fronte all’altro. Intorno, la gente si è bloccata senza interferire. Privi di armi, senza parlare, sono rimasti a fissarsi per un tempo interminabile. Tutta la scena sembrava un quadro vivente: nonostante la calura nessuno dei due sudava, e quel che c’era intorno restava immobile.

Non c’è stata lotta; neppure a parole.

Così come si erano bloccati l’uno di fronte all’altro, a un certo punto, agilissimi, sono scattati, girandosi intorno come in un balletto, restando schiena contro schiena.

*

La sproporzione fra le dimensioni di un santo in terracotta e la sua nicchia fa provare un senso di pietà comica.

La statuina, alta pochi centimetri, è sovrastata da una cavità che sembra altissima e profonda come una caverna. Se la statuina non resta del tutto invisibile è perché una mano accorta l’ha posata sul bordo.

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Non capisco che cosa abbia visto il mio padrone. E soprattutto non capisco che cosa ho visto io. La Villa di C. nel parco C. non ha nulla d’interessante. La facciata a nord è piatta, suddivisa da quattro pilastri di cemento sporgenti, coperta da piastrelle marroni. Il tetto, a due spioventi, è di lamierino. Tutta la costruzione è squadrata, banale; nessun gioco di luce la ravviva.

E non capisco neppure quale parco abbia visto. Le ridicole voliere, in stato di abbandono, non hanno vita: né animale né vegetale. Sono polverose, sporche. Le reti sono arrugginite. All’interno, finti alberi secchi fatti col cemento che imita il legno. Gabbie vuote, cupe.

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In tutto il parco una collezione di busti, uomini celebri che hanno un legame con la città. Alcuni sono consumati nella faccia. Il parco è irrigato male: foglie verdi ma accartocciate, foglie secche, bacche rosse e avvizzite.

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I vialetti che salgono alla villa C. si snodano a serpente. Ogni tanto li taglia una scalinata. Avvolgono la collina, un tempo bastione, si biforcano e convergono su un pianoro o belvedere. Qui vi accoglie un grande busto di pietra con una pupilla annerita, una scacchiera dipinta sulla sezione di un tronco, un belvedere di finto legno inaccessibile perché pericolante, e alti pini dal fusto rossiccio. Intorno, a nord, le ultime costruzioni e dopo, a ridosso, i monti, verdissimi.

Una bassa ringhiera delimita, seguendone il perimetro ondulato, il pianoro. Una vasca di marmo a trifoglio, calcinata, alcune panchine e siepi di alloro; aghi di pino sulla piccola ghiaia chiara. Sale il brusio della città, la sirena delle ambulanze, spunta un uomo dall’andatura incerta, la testa bassa, su un angolo delle labbra una sigaretta spenta, appesa.

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Ieri, una donna che dormiva su una delle panchine si è sentita guardata, si è alzata ed è scomparsa in fretta.

Appoggiati alla ringhiera, il mio padrone e il suo anfitrione di C. discutono indicando questo o quell’altro punto.

È caduto un ramo e subito dopo un pezzo di corteccia col rumore secco di una pietra scagliata. Salendo ho visto pezzi di carta bruciata, tartarughe nere e gialle, immobili sulla pietra, sembravano idoli. Ci sono molte grotte sbarrate da cancelli; sono finte grotte, come finta è la cascata, finto il legno.

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Otto pini dal tronco rossiccio circondano la ringhiera di ferro che delimita a cerchio la vasca senza acqua. In realtà sono sette: l’ottavo è solo un ceppo su cui è stata disegnata una scacchiera. Anche i bellissimi pini sono disposti a cerchio.

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Sul belvedere a sud, una specie di terrazza piastrellata, crescono piante selvatiche, si accumulano sterpi e foglie secche. Da questa terrazza si vede il porto. Il blu impeccabile del cielo di ieri, oggi è velato. Non c’è vento. Pochi visitatori, torpidi, salgono e scendono la collina seguendo la torsione dei vialetti.

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All’inizio del parco di Villa C. c’è un platano secolare il cui tronco, a un tratto, si biforca; osservato da una certa angolazione riproduce la testa di un crocefisso per forma e inclinazione. I rami che si dipartono dietro il mento appoggiato al petto, la guancia sopra una spalla, imitano un crocefisso.

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Qui il cemento imita il legno, le grotte e i rami degli alberi.

Oggi la foschia si è mangiata il panorama. Appoggiato alla balaustra il mio padrone si sbraccia, indica, parla molto. A volte sento un frammento di frase, qualche parola sconnessa che rallenta, s’invischia nella calura.

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Anche oggi, ancora una volta, siamo tornati alla villa di C. Il mio padrone e il suo anfitrione sembrano stregati da questo luogo e non riesco a capirne la ragione. Che cosa vede? Che cosa lo affascina? Dopo mesi di siccità le piante sono avvizzite, le foglie sembrano colpite da un autunno precoce o da una malattia. In cima alla collina il panorama è bello, non c’è dubbio; ma in questa città verticale i punti panoramici non mancano. Il parco non è privo di fascino ma è un’eco, un residuo, un resto di qualcosa, un’imitazione goffa come la cascata, le grotte, le voliere di finto legno.

Dentro le grotte, sbarrate da alti cancelli, sporcizia e ombra. Che cosa ossessiona il mio padrone? La fitta trama di ringhiere in cemento, le voliere senza uccelli protette da reti arrugginite? uno strano elmo di metallo o bacile capovolto sorretto da sbarre? La vasca senz’acqua a forma di trifoglio al cui centro un fanciullo – forse Ercole bambino – strangola un serpente di mare?

Il fondo della vasca è così asciutto e velato di bianco che guardarlo fa male agli occhi. Il fanciullo e il serpe sono calcinati, tranne la schiena da cui affiora il verde cupo del bronzo.

Forse è il busto con l’occhio annerito, o i pini dal tronco rossiccio, o la scacchiera dipinta sull’ottavo tronco tagliato, oppure le nuvole, il porto, strane torrette, una massa di costruzioni che precipita verso il mare, oppure la villa di C. la cui descrizione che ho sentito per caso, dettagliata nei minimi particolari, non corrisponde a quello che vedo?

Anche oggi la calura è opprimente; qualcuno cammina come rallentato, si affaccia da un livello, guarda, è guardato da un livello superiore, riprende a salire o a scendere.

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Sono dodici le colonnine prive di busto che sfilano equidistanti, piantate fra muro e ringhiera. Solo un tal C. ha conservato il busto. Una è abbattuta. Dai cilindri di pietra spuntano i perni di ferro su cui si avvita il niente.

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Ieri siamo passati da Salita S. C. strada larga, sinuosa ed elegante, fiancheggiata da bei palazzi, al limite della città vecchia, quasi un raccordo. Il mio padrone si è fermato in una piazzetta indicando le facciate ricche di architetture dipinte: colonnati, capitelli, finestre, timpani, sbarre, balaustre, archi, logge: inganni ottici, quinte teatrali, ombre finte.

Non lontano da Salita S. C., sul palazzo C., grandi riquadri dove il marmo imita il ferro brunito di celate, cimieri e armature con un effetto di verosimiglianza stupefacente.

In cima a Salita S. C. siamo sbucati in Piazza C., piazza circolare da cui si dipartono quattro grandi strade, delimitata da alte magnolie, piante di alloro e altri alberi ad alto fusto, siepi, aiuole, e gli immancabili busti di poeti, patrioti, soldati che sbucano fra le piante o le sovrastano.

Ho lasciato proseguire il mio padrone e il suo anfitrione e ho deviato in un giardino seminascosto dove su quattro livelli, disposte ad anfiteatro, ho visto un gran numero di panchine arcuate di marmo bianco. Sembrano convergere, con un crollo o slittamento calcolato, verso un fondo di pietre bianche e nere delimitato da muri di pietra bianca a blocchi geometrici. Queste panchine, non troppo dissimili da lapidi, formano un triangolo equilatero i cui lati sembrano risucchiati verso il vertice.

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Sbarre a protezione di una finestra murata.

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Mentre camminavamo in Salita di Santa C. un mendicante è sbucato dall’alto e scendendo ci veniva incontro mormorando una litania incomprensibile. Mentre scendeva deviava verso altri passanti. Non tendeva la mano, stava curvo da un lato, e a quella distanza era di età e sesso indefinibili. Scartava i passanti oppure erano loro a evitarlo. Continuava a scendere verso di noi come fossimo la meta predestinata di quel percorso a zig zag. Il mio padrone si è immobilizzato e così il suo anfitrione. Io sono rimasto un po’ indietro, da un lato.

Mentre si avvicinava, quella specie di preghiera con cui il mendicante ritmava il passo, proseguiva e si definiva nei suoni.

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Non so quante ore siano passate. Questi appunti notturni, mio malgrado, mi tolgono ore di sonno. Ma non sono stanco. Il mio padrone è assente e le mie mansioni, perciò, limitate. Uso le ore del mattino per recuperare energie.

I ricordi sfuggono. Quando credo di averli radunati, portandoli all’interno di un recinto, scivolano fuori. Quando credo di aver dato una cornice, anche sottile, a una scena, uno spigolo si apre, appare una luce non voluta, cede un altro spigolo e la luce irrompe, diventa abbagliante, dissolve l’intero quadro.

Non saprei dire quanto tempo mi occorra per incollare con affanno qualche pezzo sul foglio prima che un angolo mostri una fessura e quella luce importuna, parassita, cancelli.

A volte sono rapido a mettere insieme i ricordi e tengo insieme il quadro: i lati non si aprono, non ci sono fessure né porte socchiuse. Conservo quel buio, così prezioso, proteggo il silenzio, tengo lontano il chiasso della luce e scrivo.

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Il mio padrone e il suo anfitrione sembrano ipnotizzati dal mendicante. È alto, magro, avvolto in un mantello che gli fascia anche la testa e nasconde una parte del volto. Immobile e curvo, dal basso appare imponente. S’intravede una barba folta, nerissima e per un attimo uno sguardo affermativo e insieme di richiesta. Rimane raccolto e fermo sotto il mantello senza pieghe che scende diritto fino ai piedi.

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Oggi, con la scusa di un vago malessere, non ho accompagnato il mio padrone nelle sue perlustrazioni. So che andrà a visitare la Chiesa e il convento di S. M. di C. e la visita lo terrà occupato per buona parte della giornata.

Non so ancora quanto ci fermeremo in questa città; è come se il mio padrone ne fosse soggiogato.

Io rimpiango le vele, il cordame, la volta del cielo e il mare aperto. Il movimento e i colori dell’acqua, il paesaggio visto da lontano, il vento, le mie mansioni di marinaio, gli approdi e i brevi soggiorni in quei paesi con poche abitazioni colorate riflesse nell’acqua. Rimpiango le nuvole, ma non frantumate da cornicioni, grondaie, terrazzi, abbaini, compresse e ridotte a linee sottili e storte.

*

C. è una città affascinante ma insidiosa, quasi malsana. Come il salino, col tempo sembra corrodere e intaccare sia le cose sia le persone. C’è una specie di accanimento o ripetizione nei suoni e nelle forme, un’eco che non trova sbocco e risuona all’infinito. Così le facce: a migliaia sulle pareti delle case, sotto i balconi, dipinte o scolpite, grottesche per le smorfie, o levigate in poche linee silenziose, a forma di sole, animale, fiore, le bocche spalancate, la lingua di fuori, l’espressione beffarda, demoniaca.

Così gli emblemi, le cifre, i cartigli, le insegne, le targhe. A ogni angolo un’edicola votiva, un lastricato sempre grigio e sconnesso, un odore forte e spigoli, gradini, rampe interminabili, case una sull’altra, pareti che si urtano.

Un volto sbuca da un petto, un cranio da un elmo. Il bronzo imita la stoffa, i ricami, le frange di una gualdrappa.

*

… il mio padrone e il suo anfitrione sono sempre immobili. Il mendicante li fissa, continua la sua incomprensibile preghiera e muove la testa lentamente, oscilla lentamente con tutto il corpo; qualcuno si è avvicinato, altri si allontanano, io resto a guardare, immobile, per un tempo che non saprei dire. Il mendicante ha interrotto la sua giaculatoria, il corpo adesso è immobile, la testa ferma e reclinata sul petto.

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Se non continuo l’episodio del mendicante, è perché alla fine non è successo niente di particolare. Mi sarei aspettato un gesto, forse violento, un improvviso risveglio del mio padrone da quello stato di torpore in cui sembrava sprofondato, oppure che io stesso, avvicinandomi, interrompessi quello strano quadro dove due persone sembravano ormai statue davanti a una terza – quasi nemmeno un corpo ma un mantello – che oscillava lentissima mugolando parole sempre incomprensibili.

D’un tratto il mendicante si è inginocchiato.

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La città di C. è sporca, si sentono spesso cattivi odori. Anche se le strade sembrano pulite, le pietre esalano qualcosa di maleodorante. Due bambini, data l’altezza, sentono di più questa esalazione, scoppiano a ridere e si mettono a correre gridando: “C’è puzza di cacca!”

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Come un rogo dell’inquisizione, ma di stracci, una massa alta dieci metri e larga quindici si erge in una delle piazze principali. Una specie di grande covone formato con vestiti vecchi, scarti di sartoria, sacchi sfondati, tessuti consumati di ogni tipo s’innalza tra la facciata ovest di Palazzo C. e piazza De C.

Per quale scopo? Una festa?

Il mucchio è impressionante, sembra compresso da mani gigantesche, è compatto e domina una tonalità scura. Più che stoffa sembra pietra, un blocco unico di pietra nera.

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Un pomeriggio caldo rinfrescato da una brezza di mare. Seguo il mio padrone lungo Via C., una via importante per storia e architettura, così sento dire al mio padrone che mi precede, mentre la via s’inerpica, abbastanza larga e poco sinuosa.

In alto, un cane randagio spunta da uno dei tanti vicoli che incrociano Via C. Sul momento restiamo fermi e un po’ spaventati: il cane sembra non vederci, annusa, costeggia i muri. Poi prende una via laterale e scompare. Non sono pochi i cani randagi nella città vecchia e non conviene incontrarne uno, soprattutto in spazi così stretti. In genere sono solitari e scansano gli uomini.

Sotto le pietre di via C., come in molte parti della città vecchia, scorre un torrente. La via è animata e il brusio delle voci ha strani effetti di risonanza. Dove sostiamo per osservare un portale, che il mio padrone ritiene interessante, il brusio delle voci diventa simile all’acqua che scorre, ribolle come di fronte a un ostacolo, e sbocca col suono di una piccola, sorda esplosione.

Proseguiamo verso Piazza C.

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Il cane che ho visto oggi, si è fissato tenacemente nei miei ricordi e si mischia a un colore come di ombra profonda e al ferro arrugginito di tante grate, cancelli, portoni e ringhiere: sfondo ripetuto della città di C. Era magro, appuntito nel muso, di taglia media, marrone scuro chiazzato di bianco, con la coda corta.

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Siamo quasi fermi in un punto dove la folla comprime. Folla multicolore nei vestiti, nel portamento, nella parlata. Non siamo distanti da una piazza dove oggi è giorno di mercato. Riusciamo a deviare imbucando Vico del C, che è breve, a gradini larghi, lievemente in pendenza. In cima vediamo una cancellata chiusa e a destra un’edicola azzurra senza statua.

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Gli effetti acustici nella città vecchia sono sorprendenti e spesso sgradevoli. Una voce sembra un colpo di fucile improvvisamente sparato a poca distanza, una strada deserta si riempie di rumori di cui non si riesce a capire la provenienza. Capita spesso di voltarsi improvvisamente in una direzione per rintracciarne l’origine. Dentro un androne, dove una testa di leone getta acqua raccolta da una conchiglia, sotto volte decorate con figure fantastiche dai colori accesi, confluiscono i rumori della strada e si smorzano fra i colonnati, le balaustre e gli scaloni. Le pareti sembrano oscillare per il riflesso proiettato dall’acqua. Dopo tanto clamore di folla, trovo piacevole lo scrosciare dell’acqua di un verde-azzurro trasparente, riposante il bianco dei marmi e la regolarità degli spazi. Il mio padrone osserva incantato le splendide decorazioni delle volte e con i gesti delle mani imita le fluide ghirlande, i fiori che diventano corpi, i corpi che diventano piante.

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Dopo mesi il cielo è cambiato. Le nuvole hanno forma e movimenti autunnali, il caldo si attenua, le foglie del parco di C. si accartocciano e ingialliscono. Alcune cadono veloci e battono sul selciato con un colpo secco. I gialli spiccano sullo sfondo di quegli alberi che in apparenza non hanno mai autunno.

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Accovacciati fra stracci, vestiti di stracci, scoppiano a ridere, battono le mani e hanno voci stridenti, agitate, come se litigassero. Vorremmo allontanarci, tornare indietro, ma la strada che si restringe in un cunicolo ormai ci obbliga a passare in quel punto che suscita repulsione e allarme.

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Le nubi sono pesanti e scure: fra qualche ora pioverà. Il grigio del cielo e un bagliore bianco, l’ultimo del sole al tramonto, che ha rischiarato di colpo la facciata di un palazzo, annunciano un violento temporale.

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L’acqua trabocca da un tombino che sussulta e si solleva spinto dalla pressione. Siamo in piazza B, fra la loggia della M. e la chiesa di S. P. in B.

Sotto la piazza, dice il mio padrone, scorre un largo torrente che sfocia in mare.

Il tombino è saltato; intorno si spande un’acqua marrone, piena di ruggine. Passano venditori e carretti. Da una delle strade che convergono in piazza B, avanza un colosso nero che sovrasta tutti di due teste.

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Quando il mio padrone non ha bisogno di me, mi concede un po’ di tempo libero che uso per scendere nella città vecchia.

Procedo in fretta, imbocco scalinate, mi lascio andare per viottoli di mattoni e non mi guardo intorno finché non arrivo in piazza della M., piccola piazza quasi circolare sorvegliata da un paio di giganti in marmo, un orologio solare e negozi eleganti: una specie di preludio alla via più bella del centro storico.

Il mio padrone ha una grande memoria per i nomi; io, invece, ne ricordo pochissimi. La città vecchia, del resto, è un accavallarsi di nomi: piazze, piazzette, vicoli, strade, vie, stradoni, salite, vie con due nomi che differiscono solo per una parola, discese e tutti quei nomi che appartengono a un luogo dove sorge una chiesa, un monastero, un oratorio, e poi scalinate… un intreccio di nomi convulso come la città.

Eppure, ho scoperto che riesco a orientarmi. Con quale bussola o carta non so. Mi lascio andare ai ricordi che emergono mentre cammino, più o meno confusi, da cui estraggo, sfilo uno spigolo o un colore, un affresco o un qualsiasi dettaglio quando buca lo strato opaco dei ricordi e con cui riscostruisco una mappa personale. A volte afferro un odore o un suono e lo combino con facce che mi sembra di avere già visto. Oppure è una svolta che sembra cadere di colpo dietro qualcosa che non vedo, non ho visto prima o che forse non ricordavo.

Oggi, ad esempio, credevo di non ritrovare più una certa strada. Mi guardavo intorno perplesso, quasi smarrito, perché tutto mi sembrava identico a centinaia di altri luoghi già attraversati.

Poi ho ricostruito un tratto del percorso grazie a un dettaglio insignificante. Quasi al livello del lastricato di strada N., si apre una sequenza di finestre sbarrate molto simili fra di loro e quasi identiche a tantissime altre. Ma una, intorno alle sbarre, ha metri di catene attorcigliate e grandi lucchetti, e fra questa ferraglia arrugginita, dentro una cornice ovale, è incastrato il ritratto di una santa col volto che s’indovina dolce sotto uno strato spesso di sporco. L’immagine è alta circa 40 centimetri, la cornice sembra di legno, il volto sporge ondulato da uno sfondo ancora azzurro.

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Qual è il centro della città di C.? Sembra averne tanti ma finisce col non averne nessuno. E ogni abitante sembra avere una propria idea di centro. Domandate. E ad ogni risposta il centro si sposterà a nord, a est, o altrove. Sarà vicino a questo o a quell’altro quartiere, piazza, monumento, palazzo, zona… sarà in alto, in basso, sempre spostato un po’ più in là.

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Ho visto una scena di tempesta o battaglia. I vascelli avevano le vele ammainate o ripiegate, erano inclinati fra onde paurose e livide come il cielo. Erano quattro. L’alberatura della nave in primo piano sosteneva ancora qualche vela. In secondo piano, una strana colonna o torre bianca emergeva dall’acqua. Non capivo se le navi s’inseguivano o cercavano di scampare alla tempesta. La composizione formava un cerchio o piuttosto un ovale. I quattro punti principali, cioè le navi, sembravano spostarsi seguendo questa forma di rotazione.

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Ho notato che da certe piazze sono spariti gli orologi e un paio ritardano, ma nessuno sembra farci caso.

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Il trascorrere delle ore meridiane è affrescato, inchiodato, murato sui palazzi. Sine sole sileo, recita uno dei tanti detti che si leggono nei cartigli intorno agli orologi solari.

Un passaggio di nuvole, un cambiamento nella direzione del vento, ed ecco che l’ombra non segna più niente perché l’ombra portata non c’è più, il quadrante è muto, l’asta inutile.

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Oggi la giornata è molto limpida, il cielo sembra di porcellana, i contorni sono nettissimi. Il blu è sfrontato, aggressivo.

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Serata difficile.

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L’odore di salsedine che attraversa le strade, raschia i muri, assorbe polvere e vola verso la città alta, non è quello del mare aperto. È acre, fumoso, stantio. Come reti da pesca lasciate marcire.

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Il trasporto di un grande mosaico pavimentale da un convento a un palazzo, e la sua ricostruzione, tessera dopo tessera, è stato l’argomento di conversazione di oggi fra il mio padrone e il suo anfitrione. Il mosaico raffigura animali e fra questi alcuni segni dello zodiaco.

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Nel sogno di stanotte un vento forte sollevava parti del mosaico. Oscillavano, vorticavano, crollavano dentro un giardino: per un istante sembrava che formassero una figura.

Mi trovavo sotto un’arcata che dava sul giardino e vedevo il mio padrone trasportare dentro sacchi di iuta migliaia di tessere e rovesciarle in mare. Faceva sempre lo stesso percorso centinaia di volte: dal giardino al mare, dal mare al giardino. A poca distanza osservavo la scena. Mi chiedevo perché gettasse il mosaico in mare e che senso poteva avere visto che le onde lo avrebbero portato via, e perché quella penosa fatica. Cercavo di avvertirlo che in quel modo il mosaico sarebbe andato perduto, gridavo, ma un vento forte e ondate fragorose coprivano la mia voce. A un certo punto ho visto il mio padrone bloccarsi prima di raggiungere il mare: aveva un’espressione cupa, sembrava riflettere su quell’azione disperatamente inutile. Poi mi ha visto, ha gridato qualche parola, e si è messo a correre verso il mare. È entrato in acqua. Tentava disperatamente di raccogliere le tessere. Quando riusciva ad afferrarne una manciata correva verso la spiaggia e le gettava sulla sabbia.

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Oggi ho visto facce dai lineamenti ripiegati, quasi inestricabili. Difficile trovare un’espressione, un movimento disteso. E forse è stato meglio così. Certi occhi è meglio non guardarli, bisogna lasciarli in pace.

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Sono circa 700 i corsi d’acqua che attraversano il sottosuolo della città di C.

Durante piogge forti e persistenti, congiunte a mareggiate che penetrano all’interno, alcuni di questi corsi d’acqua s’ingrossano paurosamente. L’acqua spinge e fa tremare il selciato su cui si cammina. Trabocca dai tombini e allaga parti della città, scantinati, portici, seminterrati.

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Durante una delle ultime epidemie di colera, la città di C. ha ignorato le regole di prevenzione per continuare i suoi commerci appoggiandosi a teorie che accusano l’aria malsana, la sporcizia e la cattiva alimentazione piuttosto che il contatto.

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Per superare i cordoni marittimi le navi devono arrestarsi a distanza di sicurezza dal litorale, il responsabile dell’imbarcazione si avvicina alla costa con una scialuppa per esibire la patente sanitaria al ministro della sanità e per giurare solennemente che nessuno a bordo è infetto. La patente viene prelevata con una pinza e se ne verifica il contenuto: se il bastimento è ritenuto infetto o sospetto gli si vieta l’approdo pena la morte. Le lettere e i documenti vengono affumicati con un “suffumigio”, un fumo contenente zolfo, e poi immersi nell’aceto.

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Il XX luglio XXXX il cordone fu rotto da qualche contrabbandiere e l’epidemia cominciò a diffondersi da *** verso *** e ***. Il 2 agosto il colera scoppiò nella città di C. Dalla città di C. si diffuse lungo il litorale tirrenico toccando ***. Alcuni *** scapparono a *** che fu contagiata e contemporaneamente furono infettate anche *** e ***. A settembre una barca di un mercante della città di C. percorse il *** per raggiungere *** e ***. Il colera invase così anche il Regno *** che non aveva steso alcun cordone, nonostante le proteste popolari. A ottobre arrivò a ***, a novembre a ***. Da qui si estese in *** e da *** verso ****** e ***. A novembre arrivò a *** e da qui nella primavera dell’XXXX si diffuse a ***, a ***, a ***, a *** e a ***. A luglio raggiunse *** e di nuovo il litorale *** compresa, ancora una volta, la città di C.

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È una pozzanghera dopo l’altra, non si sa dove camminare, cade da ieri una pioggia fitta, scura. La conchiglia in cima alla fontana di Piazza C. si riempie di pioggia. Il popolo chiama questa fontana Il Barchile. Alla fontana si accosta una vettura. La sosta si prolunga. La pioggia batte furiosa sui cavalli. Cerco riparo sotto un portone e osservo la carrozza: il movimento rapido di una tendina. Qualche oscillazione che sembra provenire dall’interno, quasi impercettibile.

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Ieri la vettura è rimasta ferma accanto al Barchile per molto tempo. La pioggia ha smesso di colpo, è uscito il sole, ma con poca luce e poco calore. Piazza C., come a un segnale convenuto, si è riempita di gente. Al frastuono della pioggia torrenziale si è sostituito un brusio sordo, voci e passi, richiami, rumori, imprecazioni: tutta l’animazione sonora di una piazza di modeste dimensioni, il risultato di un vicolo che si è allargato spingendo i palazzi ai suoi lati.

Dalla vettura non è sceso nessuno. Dalle criniere e dalle code dei cavalli cadevano gocce. La vettura sembrava asciugarsi con sorprendente rapidità nonostante il sole fosse debole. Si asciugava più in fretta di tutte le altre cose intorno, quasi assorbendo un calore intenso respinto dagli altri oggetti e negato alle persone. In pochi minuti, dalle ruote ai finimenti, dal telaio ai vetri, la vettura era completamente asciutta, quasi arida e polverosa. Per terra, sulle pietre sconnesse, pozze d’acqua, riflessi torbidi.

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In Piazza C. sovrastante il Barchile, c’è un palazzo chiamato il palazzo del Melograno, perché quest’albero è cresciuto fra le spaccature della parete. In rapporto alle dimensioni del palazzo appare piccolo, quasi un arbusto insignificante. Dicono che non abbia mai dato frutti per non sporcare di rosso (un rosso troppo simile al sangue) il sottostante portale, portale di marmo con colonne, timpano, fregi – alto e arrogante.

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Dalla vettura avrebbe potuto scendere qualcuno. Almeno quando la pioggia scura e fitta ha smesso di rovesciarsi sulla piccola piazza C.

Sotto il portone, attraverso una cupa trama di gocce, osservavo. Forse ho immaginato il rapido movimento di una tendina. Le cose si vedevano come attraverso un vetro ondulato: oblunghe, precarie, sporche. Più lontane o più vicine, più storte. Sembravano il riflesso delle cose dentro l’acqua. Quando la pioggia è cessata e la gente ha riempito piazza C., mi aspettavo che arrivasse il passeggero atteso e che le ruote avrebbero ripreso a muoversi nell’acqua, finimenti e briglie a oscillare, i cavalli a scuotere criniere e code bagnate, e forse avrei intravisto un volto, una mano, avrei sentito una voce che non sarebbe stata quella del conducente. E la vettura si sarebbe asciugata con lo stesso tempo delle cose che la circondavano e non con quella sbalorditiva, innaturale rapidità che aveva prosciugato in pochi minuti metallo e legno e cuoio e vetri.

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I gabbiani sembrano sorretti dall’aria grigia, la gente è come schiacciata; le cose grigie si rafforzano, diventano profonde; i marmi risaltano; le facce si chiudono, guardano in basso.

Ieri da nord si è alzato un vento tagliente e oggi è più forte. In Piazza C. un gabbiano mi ha sfiorato urlando. La gente cammina in fretta come girata di schiena o di lato. Dai cantieri, dalle lastre di pietra, dai mucchi di terra volano frammenti. Nei portici di Via di C. s’ingolfa il vento, poi sbocca nei vicoli laterali: corridoi, imbuti che amplificano la forza dell’aria.

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Guardo le creste aguzze delle onde nel porto. L’acqua è livida, verde-grigia.

Ieri il mio padrone è rientrato dopo una settimana trascorsa nella località di C. Sembrava turbato, quasi scosso. In genere conserva, in un volto espressivo, una certa gioviale serietà; ma ieri, mentre scaricavo i bagagli, ho colto nel suo sguardo un peso, una gravità che non gli avevo mai visto. I gesti erano più lenti, la voce meno sicura, il passo esitante.

So che è stato ospite del dottor C. nella villa C. il cui magnifico parco arriva fino al mare. Il dottor C. è uno specialista ma non ricordo di quale disciplina. La villa in cui abita è decorata, mi hanno detto, da splendidi affreschi. La notevole varietà di piante secolari, nella lieve ma costante inclinazione del parco verso sud, precipita lenta verso il mare sul quale si affaccia dalla sommità di scogliere vertiginose. Qui si tendono verso la luce tronchi, rami e fogliame aggrovigliati alla boscaglia e aggrappati alla roccia.

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In piazza C., ma più che una piazza è uno slargo irregolare, c’è un bel palazzo in ardesia a strisce bianche e nere. Sulla facciata a sud fa bella mostra di sé un tabernacolo. In cima al tabernacolo, un piccolo busto del Padre Eterno, in un movimento di torsione, nella sinistra tiene il mondo: una sfera molto simile a una palla di cannone. La destra è sollevata in un gesto di benedizione sbriciolato dal polso in su. Dal polso spunta la sbarra di ferro del telaio.

In Vico C., piantata in un muro, si può vedere un’autentica palla di cannone simile alla sfera sorretta dalla sinistra del Padre Eterno.

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Stanotte ho sognato un vicolo: era attraversato freneticamente da puttane grasse, orribili. Nonostante la mole, si muovevano quasi correndo, andavano e tornavano spinte da un’urgenza incomprensibile. Ridevano. A volte staccavano le lunghe ciglia posticce o le capigliature finte.

Intanto, da uno strettissimo vicolo laterale sbucavano figure: una sopra l’altra si sporgevano contorcendo il volto e il collo teso; avevano pelle scura e denti bianchissimi. Si sentivano dei latrati e non se ne capiva la provenienza. A un tratto uno di loro mi dice: “guarda quell’imposta, sta crollando; guarda quel soffitto intriso d’acqua, quei pali, vecchie alberature di vascelli, tarlate e ammuffite. Non durerà.” Poi mi ritrovavo a contare il numero di ceste allineate su un molo, forse la diga esterna del porto, come dovessi farne l’inventario. Erano larghe e profonde ceste di vimini, il mare in burrasca sbatteva contro la diga, a volte oltrepassandola. Le ceste, nonostante la leggerezza, sembravano inamovibili. Intorno, tutto era scosso dal vento.

*

Fra circa un mese sarà inverno. Il mio padrone aveva fissato una data di partenza e oggi l’ha annullata. Avevamo iniziato a preparare i bagagli quando il padrone ha dato ordine di non continuare ma, allo stesso tempo, di non rimettere tutto a posto. Così, ci ritroviamo fra bagagli che sembrano appartenere a qualcuno arrivato da pochi giorni o da qualcuno sul punto di andarsene: una specie di trasloco a metà.

Da parte mia non sento più l’urgenza di partire. Non appena arrivato avrei voluto scappare e, per mesi, ho sognato di risalire sul B.A. per salpare, lasciandomi alle spalle rapidamente la vertiginosa montagna, le palazzate a schiera, il porto della città di C., i suoi odori acri che afferrano alla gola, la sua sporcizia, il labirinto di corridoi, le minuscole piazze storte, le figure accovacciate negli angoli, le strade buie in pieno giorno, i selciati sconnessi, un cavaliere che trafigge una bestia centinaia di volte, una grande chiesa zoppa.

Adesso, mi sento preda di un torpore simile a quello degli animali che vanno in letargo.

Il mio padrone mi ha ordinato di recarmi al BA per alcuni lavori di manutenzione. Sono riuscito a mandare un altro servo poiché anche la sola idea di attraversare la banchina, adesso spazzata dal vento gelido, e di rivedere l’imbarcazione mi crea un malessere che fatico a comprendere. Un tempo il BA era la mia casa, e i mari attraversati, le coste, i porti e il cielo una specie di paese in movimento. I soggiorni sulla terraferma erano pause in attesa di ritornare sulla casa galleggiante a manovrare il timone, le vele, a fiutare i venti, le burrasche, a leggere carte e barometri, a stabilire col mio padrone questa o quella rotta.

Era euforia organizzata, febbrile disciplina di navigatori, scoperta.

*

Dopo la visita al dottor C. nella località di C. il mio padrone esce raramente e le visite che riceve sono altrettanto rare.

Il taciturno giardiniere lo ha visto mentre passeggia nel parco: è assorto, si muove lento, e lo sguardo è poco rivolto alle cose intorno.

Non avevo mai parlato con lui ma un giorno, incontrandolo in giardino, mi ha indicato il padrone e ha detto: “L’ho sentito parlare da solo; parlava di affreschi, di una certa villa e di un dottore. Ha un volto inquieto. E non sorride.”

*

Non guardo mai la posta del mio padrone che ho l’incarico di ritirare e consegnare. Tuttavia in questi giorni mi è capitato di notare un tipo di busta e una calligrafia che spiccavano in mezzo alle altre.

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Quando entro nello studio del mio padrone per consegnare la corrispondenza di solito esco subito. Oggi, invece, ho indugiato mentre il mio padrone scorreva le buste. Ho notato un cambiamento di espressione quando ha preso in mano una certa lettera: lo sguardo si è fatto inquieto e grave. Ha posato la lettera accanto alle altre e sembrava che non riuscisse più a concentrarsi su niente e a non guardare nient’altro che quella busta. Si era anche dimenticato della mia presenza.

D’un tratto mi sono sentito un intruso, uno che viola un segreto, o quanto meno un importuno. Allora ho chiesto se potevo andarmene cercando un tono di voce rispettoso e comprensivo.

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Da oggi importa poco se la città è quella di C., se il mio padrone si è ripiegato su sé stesso dopo la visita alla località di C., se il giardiniere prosegue coscienziosamente il suo lavoro e parla pochissimo, se il resto della servitù appare raramente, in fondo ai lunghi corridoi, nelle vaste sale, quasi sorpreso e imbarazzato quando vede altri domestici. Ciascuno continua nella propria occupazione, ma è come se il tempo non fosse scandito da niente: né orologi, né commissioni, né preparativi di pranzi, cene o partenze.

Il mio padrone si fa servire i pasti in studio, esce a orari imprevedibili, può passeggiare nel parco per ore o pochi minuti, rientrare bruscamente come per un dovere, (stavo per scrivere dolore) improvviso. Poche volte ha bisogno di me. In quelle rare occasioni l’incontro è rapido e le parole strettamente necessarie come i gesti. Solo qualche volta certe espressioni minime, come una lieve increspatura delle labbra o un movimento della testa, danno l’idea di qualcuno che vorrebbe parlare per ore, far saltare un tappo, spalancare una porta.

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Poiché sbrigo le mie mansioni in poco tempo, di tempo adesso ne ho in abbondanza.

S’intende che resto sempre a disposizione del mio padrone, perché una parte del mio tempo è sua per contratto, e perché in me il senso del dovere è spiccato. I rapporti col mio padrone sono sempre stati corretti, sul filo di una forma e di un rispetto che non ha impedito, all’occasione, qualche abbandono più confidenziale e, soprattutto durante la navigazione, un rapporto quasi da compagni di viaggio, al confine tra amicizia e discrezione.

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Ogni statua è rigata dallo sterco dei gabbiani; sul bronzo macchie bianche, strisce; sulle teste, con berretto o no, il guano abbonda. Il verde cupo del bronzo è puntinato di sterco. Le spalle e le teste sono trespoli.

*

Il vento gelido da nord ieri ubriacava i gabbiani e incupiva l’umore della gente infagottata, stipata sotto i portici.

Sulle cime è caduta la prima neve. Nei prossimi giorni sembra che nevicherà a bassa quota.

*

Nel parco ci sono due laghetti circolari al cui centro s’innalza un getto d’acqua che sale sottile per molti metri. Nei giorni senza vento, disegna una linea bianca, netta contro il cielo e in caduta si sfrangia.

Intorno ai laghetti, disposte a semicerchio, statue di divinità pagane con la testa o gli arti sbriciolati.

*

Oggi stavano rastrellando la fine ghiaia dei viali e il rumore era simile a quello di un frangente continuo, sommesso.

Il mio padrone ha dato ordine di smettere immediatamente. Si è rivolto ai giardinieri con un tono violento, per lui del tutto inusuale. Sembrava esasperato da quell’incessante rumore di ciottoli rimestati, da quelle linee ondulate bianche e grigie simili a certe correnti quando increspano il mare.

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Ho sognato un giovane dal corpo atletico che portava per mano un bambino. Sembrava fuggire da una città in fiamme. A un certo punto lo vedevo drizzarsi sopra un piedistallo. Aveva l’aria costernata. Sentivo che diceva: “Adesso dove poso il piede, che movimento potrei fare, come proseguo la mia corsa? Se faccio un passo avanti, precipito. Potrei solo girare in tondo ma a che cosa servirebbe? Non salverei né il bambino né il carico prezioso che ho sulle spalle. Potrei solo ruotare come impazzito. Per saltare ho sotto di me troppi metri. E intorno vedo salire l’acqua e dietro sento crepitare le fiamme. Forse qualcuno mi sposterà con tutta questa altissima base portandomi in salvo. Non avrò bisogno dei miei muscoli né del mio coraggio. Sarò sollevato col bambino, il carico prezioso e fragile che il mio collo e la mia schiena sostengono, mi trasporteranno in aria e mi poseranno in un luogo sicuro da cui riprenderò a correre restando ben diritto e fiero.”

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Stanotte ha cominciato a piovere e continua a piovere anche oggi; è una pioggia smorta e tenace, insistente e ottusa. La nebbia è scesa sul porto. Il dorso dei gabbiani si confonde col grigio uniforme del cielo identico al mare che ha il grigio murato di una parete. Il Faro sventaglia e si riflette sul grigio rinviando la propria luce a sé stesso.

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In Vico C. il solito cavaliere, raffigurato in un sovrapporta, ammazza con la lancia il solito animale alato, stando ben saldo e al sicuro in groppa al suo mastodontico cavallo.

La porta del palazzo è quasi aperta e vedo un androne dalle dimensioni insospettate. Vasto, fitto di colonne simili ad alberi secolari e volte a crociera bianchissime. Sulle pietre grandi ceste a forma di culla scolpite nel marmo, ceste da giganti, vuote, bianchissime. Anche l’aria fra i colonnati appare bianca ma non trasparente, come un pulviscolo di calce.

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Dentro palazzo C. Ercole è rozzo, gonfio. Sovrasta una vasca senza acqua, calpesta e strangola un mostro a più teste di cui una gli sporge sopra la spalla come un teschio affilato.

Tutto l’animale è come prosciugato, secco, anche la fatica sembra conclusa da molto tempo, ma Ercole resta in posa, rigido e tronfio.

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Qui camminate sopra pietre scritte, marmi incisi. Qui i gendarmi, chiamati sbirri da sbura, cioè il brodo della trippa che bevevano per riscaldarsi, hanno tracciato con la punta del fucile una tela. Su questo gradino di marmo, in questo angolo di piazza C., potete vedere il classico quadrato del classico gioco. Ne vedrete altri sparsi per la città, una città dove iscrizioni, targhe, segni, emblemi vi assediano dall’alto e dal basso. Guardatevi intorno, chinatevi su quella buca: serve per l’elemosina, per il restauro di una Madonna, e quell’altra per imbucare l’anonima delazione a un magistrato.

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Finito il mercato in piazza C, hanno accumulato i rifiuti sotto un’edicola votiva. Formano una volta che ne sfiora la base. Sono resti di verdura, pesci, carta sporca, stracci. L’edicola ha una specie di tetto spiovente in ardesia, è poggiata su un muro alto circa tre metri che si affaccia sopra una piazzetta premuta da palazzi altissimi, scrostati. Il fondo della nicchia è blu, la piazzetta è grigia.

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Una figura regge nella destra il globo, è dipinta di giallo, guarda verso il mare, è dritta in piedi; accanto ha un cavallo bianco con le orbite sporgenti macchiate di rosso. Quei globi sono pieni di rabbia, di furore. La cavalca una figura con lo sguardo esangue, quasi distratto, con gli occhi di un verde scialbo e le labbra tumide; il cavaliere impugna una lancia e sta per vibrare un colpo sulla testa di un animale alato.

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Qui potete vedere quel che resta della Tomba dei Giganti, costruzione enigmatica, poiché si racconta che a dispetto del nome fosse molto piccola. I resti, ormai quasi sabbia mischiata al terreno, non rivelano nulla. Laggiù potete vedere – è quel mucchio di ferro mangiato dalla ruggine – i Giochi Meccanici di cui restano enormi scaglie corrose, qualche accenno di struttura in cemento, e un oggetto che può ricordare un triangolo: il tutto indecifrabile come le spoglie della Tomba dei Giganti. Sotto quella frana, verso il mare, scorreva un fiume il cui percorso girava intorno al monte e scendeva al laghetto artificiale che fra poco vedremo.

L’architetto C., scenografo, ha radunato nel parco una sorta di bazar etnico stupefacente, accostando obelischi egiziani, templi greci, pagode cinesi, e tutto ciò che la sua balzana immaginazione gli suggeriva. La parte a monte del parco è abbandonata da secoli, e l’accesso fu proibito per un numero imprecisato di anni. Sì, è là che abbiamo appena visto La Tomba dei Giganti e I Giochi Meccanici. Lassù gli alberi sono crollati uno dopo l’altro, la zona è stata transennata, l’accesso, come dicevo, proibito.

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In quella nicchia potete vedere un velivolo di carta simile a quelli ideati da Leonardo; più avanti, lungo vico C., vedremo una grande loggia in rovina, finestre sfondate; sempre in Vico C., una delle case più antiche del centro storico con una serie di archetti in mattoni, la casa dei C.; sull’angolo un grande fiore di carta, polveroso, dentro un vaso oblungo, dentro una nicchia col cielo stellato, la base di ardesia, due teste di angeli sbriciolate ma con le piccole ali intatte, e un’apertura a livello del selciato, il cui accesso è proibito, uno scantinato sbarrato da catene e lucchetti, sigillato col catrame. In cima a questa salita di mattoni non c’è più il palazzo dove abitò il poeta ***. Le sferzate di vento carico di vernici che vi solleticano il naso e vi fanno tossire arrivano dai cantieri, superano le mura della C., le vecchie mura di C., infilano Scalinata C., corrono verso Piazza C., aggirano ogni svolta, piombano sui tetti. L’odore di vernici e ferro e bitume è caratteristico della città di C. una cartolina olfattiva come l’odore di uova marce nei giorni di calura umida detta maccaia.

La città fu bombardata a tappeto, ferocemente, dal mare. Una cronaca andata perduta, la cui copia abbreviata si trova negli archivi di palazzo C., descrive incendi ovunque, massacri, impotenza difensiva.

*

Durante un altro conflitto una bomba penetrò nella cattedrale ma non esplose. Nacque il culto dell’obice inesploso per volontà divina: lo spazio sacro avrebbe annullato la carica mortale del proiettile che è esposto all’inizio della navata destra. Sono centinaia i fedeli che si recano a baciare l’obice nel giorno in cui neutralizzato cadde pacificato.

Un culto di fertilità è legato all’immagine di una Madonna con bambino custodita sempre nella cattedrale. Le donne sterili si recano a pregare la madonna e restano finalmente incinta. Ciascuna offre in voto un bavaglino. Alla colonna sui cui è affrescata la Madonna sono attaccati centinaia di bavaglini come l’albero di una nave decorato da bandierine.

La colonna non è lontana dall’ingresso: quando l’uscio resta aperto e soffia vento forte, i bavaglini oscillano, si scuotono, come volessero abbandonare la colonna e volare attraverso le navate, sugli altari, sopra i pulpiti, fino a raggiungere il vertice della cupola, le finestre, la luce, una possibile fuga.

*

Il mio padrone ha ridotto al minimo le mie mansioni come le sue uscite; e non parlo delle uscite fuori dalla proprietà, ma delle uscite dal suo studio. Riceve raramente il suo amico e anfitrione della città di C., so che ha lasciato crescere barba e baffi, peraltro curati, vedo la sua posta, e lo vedo, poche volte, camminare in giardino.

Ormai lo osservo come osservo il passaggio di una nuvola o di un gabbiano. Sono stanco di aspettare il giorno in cui deciderà di abbandonare questo borgo marinaro che ha tentato di essere una città, questo ammasso di palazzi schiacciato dalla sua stessa storia, un’ombra fitta e millenaria, un’eco interminabile come gridare dentro una cattedrale altissima.

*

Non servendo quasi più il mio padrone, avendo affidato la cura della nostra imbarcazione ad altri marinai, passo una parte delle mie giornate in una vineria, sotto i portici di Palazzo San ***, una mescita senza pretese che sbuca fra legni, calcinacci, botti sfondate. Sto quasi sempre in piedi sulla porta, bevo in mezzo ad altri di cui non conosco il nome ma di cui ho imparato presto a conoscere i volti, l’impronta dei volti. Sono anche loro impronte, come quelle nei muri, nelle pietre, come il marmo scavato per secoli da zoccoli di legno, incurvati come l’ardesia dei gradini. E il vino non è male, il passaggio dei carretti mi distrae, passano a centinaia con i carichi più diversi sistemati con grande perizia oppure barcollanti. Gli urli dei venditori mi esasperano, a volte. Le richieste di elemosina anche. Oggi, un mendicante mi ha scagliato contro una moneta mentre passavo in Via San ***. Lo incontro spesso: dorme sui gradini di una strada di mattoni un po’ nascosta, non lontano dalla chiesa di San ***, chiesa dalla facciata bianchissima sui cui gradini si apposta di giorno, rannicchiandosi in cima; a volte esplode in una risata beffarda e demente. È basso, il busto corto, come schiacciato, ha capelli lunghi e grigi e la barba sporca.

Una volta, mi hanno detto, si sdraiava davanti all’ingresso di una banca con i testicoli di fuori, li esibiva e sghignazzava.

*

Guardando verso terra vedrete centinaia di laccetti colorati, sfilacciati, come braccialetti fuori uso; o lamelle lunghe circa venti centimetri, molto sottili, residui di cantieri, si suppone. E bulloni, viti, scaglie di ferro. Pezzi di legno minutissimi, quasi segatura addensata fra le commessure delle pietre, impigliata fra le maglie delle grate, stracci agganciati a filo spinato nei luoghi dove passò la guerra, indicazioni graffiate sui muri, avvisi, divieti, oggi una stella filante avvolta al piede di una statua si annoda per un capo a un lampione.

Qui di fronte sorgeva un famoso albergo; i nomi degli ospiti illustri sono incisi su una targa poco visibile all’inizio di Vico *** vico strettissimo, sempre in ombra, male illuminato. L’albergo ospitò, fra gli altri, l’inventore di un gigantesco animale bianco, l’artefice di una creatura costruita con i pezzi di altre creature, uno scrittore che non amava la città di C., e altri notabili.

*

Accanto alla vineria martellano, demoliscono, gridano ordini, spostano scale, assi, pulegge, carriole. L’architetto *** sta ristrutturando Palazzo San ***, svuota il porticato. I colpi fanno tremare pareti, pavimenti, tavoli, bicchieri. Il vino ondeggia nelle caraffe e sul banco c’è un dito di polvere. L’oste impreca.

Si sta fuori sotto l’arcata, oltre l’arcata, sulla strada fra il palazzo e Via di ***. Il fotografo ufficiale documenta l’opera di ristrutturazione e scatta una foto anche a noi avventori, accalcati davanti all’obiettivo. Osservo gli altri. Qualcuno si toglie il cappello come entrasse in chiesa o seguisse un corteo funebre. Assume anche un’espressione compunta. Sono tutti rigidi come ha chiesto il fotografo. “Fate finta di essere statue!” ha urlato. Qualche ragazzino si mette in posa, sporge il torace, uno gonfia le guance, uno, serissimo, come una sbarra stende un braccio verso il cielo.

*

Sono a dieci metri l’uno dall’altro, quasi di fronte. In mezzo c’è una mattonata: Salita di S. M. ***. Uno è alto, magro, di pelle scura, mastica uno stuzzicadenti; non si capisce dove stia guardando, ha le pupille mobilissime, sembra guardare tutto e niente. Non ha più di trent’anni. Fra i due è raro che passi qualcuno. Più in alto, dove la salita svolta, sembra ci sia molta gente, perché arrivano voci chiassose, rumori come di una festa e d’improvviso vuoti, intervalli silenziosi, e poi ancora baccano, e tutto a folate imprevedibili.

Io sono seduto e osservo una torre che termina con una serie di piani ad archetti, archetti di mattoni. Una vera torre per civette, con ciuffi di erbacce agitate dal vento.

I due sono poco più in alto. Il giovane di pelle scura mette una mano in tasca e ne estrae un biglietto: lo guarda, lo capovolge, lo guarda ancora, lo stringe nel pugno, lentamente. Dietro ha una parete bianca macchiata di salnitro, i resti di un affresco che ha lasciato tracce di porpora, giallo, blu e quei toni inventati dal passare del tempo.

Lungo la mattonata sale un uomo anziano appoggiato a un bastone; sembra fare molta fatica, come se l’aria fosse troppo densa per lui. S’irrigidisce mentre passa in mezzo ai due, stringe le labbra, e fa una specie di scatto in avanti, accelera, per pochi metri. Deve aver trovato un punto meno resistente, un’aria più sottile, più adeguata alle sue forze. Così penso e sorrido, e guardo verso il basso l’acciottolato su cui poggio i piedi: forme tonde, verde scuro, pietre di fiume, probabilmente.

*

Solo nella città di C. vedrete pezzi di balconate murati in orizzontale, colonne di balaustre come inserti piantati nelle pareti, incastri bianchissimi, forme neoclassiche di provenienza incerta, spostate non si sa da dove, murate non si sa perché, né quando. Orizzontali; ad altezza d’uomo e anche più in basso, in sequenza, come una segnaletica, lungo le pareti di un vicolo che si schiaccia contro le case di Piazzetta dei ***, piazzetta lurida, le finestre con le imposte pencolanti, imbrattata, cupa, sozza di merda di piccione. Non c’è intonaco che non sia scrostato, spaccato, pareti come manifesti scollati, appesi nel vuoto.

*

Dietro queste sbarre altissime vedete i resti della chiesa di S. M. ***, in parte restaurata. Senza copertura centrale entrano aria, pioggia, sole, uccelli, polvere, foglie, carta, pulviscoli. Quasi un tempio pagano.

Oggi vediamo un gigantesco cavallo di cartapesta monocromo. Faceva parte di uno spettacolo sulla guerra di Troia che andò in scena nel *** al teatro del ***.

Fra qualche giorno sarà chiazzato di escrementi, sarà un trespolo per gabbiani, piccioni e altri volatili; lo consumeranno il vento, la pioggia, il sole, lo mangerà il salino. Torneremo a vederne i resti.

*

Ho fatto un sogno convulso, come in preda alla febbre. Camminavo da parecchi giorni eppure non ero stanco. Avevo visto molti paesaggi diversi, animali bizzarri, costruzioni strane, mezzi di trasporto inusuali, avevo sentito lingue, musiche incomprensibili, visto luci dai colori fantastici. Una voce afferma: “tu non hai mai camminato, era il mondo esterno a scorrere. Per questo non sei stanco.”

Poi mi ritrovavo in Piazza C., dove la giostra girava a velocità vertiginosa e intorno alla giostra ridevano uomini e donne indicando i loro bambini che urlavano, impazziti di paura, dentro la giostra, aggrappati ai cavalli, ai personaggi di Disney. Ogni tanto qualcuno raccoglieva un pezzo di giostra e gridava: Te lo tengo io! Ti tengo un occhio di Bambi! A dopo!

Poi qualcuno fumava tantissimo, gonfiandosi a ogni boccata, si espandeva sulla piazza tremolando, traboccando sui gradini, come un cartone animato. Era una palla vischiosa. Io correvo cercando di scansare quella lenta marea che si era allargata per un raggio considerevole.

Intanto il mio padrone scalava la statua di ***. Arrivato in cima si era messo a demolirla a colpi di piccone. Urlava che l’armatore mandava le navi a picco per riscuotere l’assicurazione facendo annegare quasi tutto l’equipaggio tranne i complici, gli ufficiali, e pochi altri. Meritava di crollare, di affondare nella sua polvere, di soffocare nei suoi pezzi, di provare l’orrore del naufragio.

Adesso il mio padrone era immobile, la faccia striata dagli escrementi dei gabbiani. Era altissimo, più alto della statua che aveva demolito, un po’ curvo, lo sguardo severo, il naso aquilino, le fedine lunghe, la mano appoggiata su un tavolino a tre piedi. Sembra davvero la statua che c’era prima, dice uno. Anche la posa è identica. Non è cambiato granché. Chissà se la gireranno a sud, a ovest, a nord, a est.

Io lo metterei a guardare i palazzi, schiena al mare, dice un altro. Poi qualcuno si metteva a fare ginnastica saltellando con un cartoccio in mano da cui traboccava uno strano liquido scuro. Mi accorgevo che erano molti a saltellare col cartoccio in mano, e ridevano tutti di una risata idiota e sinistra, succhiando fette di limone.

Poi cercavo un cartello, un’indicazione per tornare a casa. Pensavo: “in fondo non è affar mio. Le giostre girano, i bambini gridano, la gente fa ginnastica; e le statue crollano. Che c’è di strano? Succede da sempre e quindi…”

Ricordo che accadevano altre cose ma era tutto mischiato e velocissimo. Mi è rimasto impresso uno che prendeva a calci l’aria e sembrava divertirsi un mondo.

*

Il brusio delle ruote fasciate di stoffa, il grido di un cocchiere, lo schiocco di una frusta; mi scanso, tutti si fanno da parte, la carrozza lunga, nera, con scritte dorate indecifrabili, i cavalli bardati di nero, attraversa Piazza ***, lenta, cadenzata. Tutti si tolgono il cappello, le donne abbracciano i figli, i bottegai stanno immobili nella penombra, tutti sono silenziosi, riverenti, raccolti, nessuno piange. Il putto in cima alla fontana non getta più acqua. La carrozza compie una mezza curva, rallenta, sembra quasi immobile. Accosta il muro di Palazzo ***, la cui facciata è adorna di angeli enormi, trombe enormi, stucchi e dorature spesse, grossolane. Accosta il grande, alto portone a due ante chiodate simile a uno strumento di tortura. Qualcuno scende ma nessuno vede. Chi scende si ritrova di colpo dentro l’atrio di Palazzo ***. Nel silenzio generale un fruscio ripetuto, il gemito di un’asse della carrozza, il tintinnio debole di un campanello arriva da una finestra del secondo piano spalancata ma protetta da tende massicce, rosse, come un muro di mattoni spesso e ondulato.

Chi solleva quelle cortine? Quale vento può spostarle?

La carrozza sembra piegarsi su un lato, il predellino tocca quasi il selciato, il cocchiere annaspa, tutto il telaio trema. Solo i cavalli restano impassibili, alteri.

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(Narrazioni, 1)

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE VA ALLA GUERRA. Andrea Balzola

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Avete fatto voi questo orrore, maestro?

No, è opera vostra.

Dialogo tra l’ambasciatore nazista Abetz e Picasso davanti a Guernica (1937).

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Nel 2023 il Castello di Rivoli ha dedicato una grande mostra al tema “Arte e guerra”, con più di 140 opere di artisti internazionali che hanno interpretato gli orrori della guerra, da Goya fino ai contemporanei. Non comparivva però ancora in questo tragico affresco l’Intelligenza Artificiale (IA) con i suoi software di applicazione bellica e di nuove armate di droni e robot combattenti, ultimo approdo di una Cyberwar in atto da tempo. Come è accaduto per tutte le grandi innovazioni tecnologiche, la creazione e la diffusione dell’IA è stata salutata e celebrata (in questi tempi con particolare enfasi) come una svolta della civiltà umana, l’apertura di una nuova stagione di progresso economico, produttivo, sociale e culturale. Il problema però è sempre lo stesso: quale uso l’essere umano sarà capace o sceglierà di farne?

[…]

Qualcuno ha parlato, a proposito dell’uso indiscriminato dell’IA in ambito bellico, soprattutto quando sono coinvolte popolazioni civili inermi, di uno sterminio programmato che evoca una nuova forma artificiale di “banalità del male” (per citare la famosa definizione di Hannah Arendt in relazione agli imputati nazisti del processo di Norimberga, quando tentarono di discolparsi dal genocidio degli ebrei dichiarandosi meri esecutori di ordini). Attribuire in futuro crimini di guerra all’IA non dispenserà gli esseri umani dalla loro responsabilità. L’arte, come ha fatto Picasso con il suo capolavoro Guernica, oppure Kubrick con il film Il Dottor Stranamore, dovrebbe rispondere in due modi, pacifici ma determinati, all’uso dell’innovazione tecnologica per la (auto)distruzione del genere umano. Denunciare gli orrori della guerra e dimostrare come la tecnologia possa essere non uno strumento più sofisticato di morte e sofferenza ma uno strumento di creatività, di immaginazione di un futuro più sostenibile, e di pace.

Pablo Picasso, Guernica

Graham Sutherland, Studio per una crocefissione

Francisco Goya, Desastres de la guerra

Alberto Burri, Texas

(Riviste, 2)

R-ESISTENZE. Artificiale Naturale

*R-ESISTENZE. Culture etiche e artistiche differenti. Antologia 2024. Edizione Gli Ori, Albertina press

www.resistenzemag.com

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LEZIONE DI VENTO

per Gustavo Giacosa

Siete arrivati. Ve lo hanno permesso. Quanti anni avete? Diciotto, diciannove, ventuno? Mi conforta sapere che siete qui, davanti me, e che quindi posso iniziare. Non c’è nulla di più bello che iniziare. Ogni volta che finite di leggere un libro, non vi respira dentro un demone sconsolato e insoddisfatto che vi costringe a iniziare ancora? Non sapete cosa. Restate attoniti a riascoltare il suono di un aggettivo, il ritmo di una frase; perdete di vista il discorso, vi immergete in suoni casuali, immaginate una certa musica. Bene. Non pensate di sbagliare ma, semmai, di fare un altro viaggio, dove sia naturale e indispensabile la bellezza. Quella bellezza, solo vostra, che non verrà mai messa a tacere. Un sopruso, un delitto, un crollo, la minerebbe. Ma lei si oppone perché così volete. Tutto è complesso (mente, fantasia, desideri, sogni, progetti), ma quando non vi arrendete a qualcosa di prevedibile diventa semplice, come acqua che scorre. Per essere semplici dovete sapere cosa potete e quando potrete. Poi sarete liberi di spiccare il volo verso il mondo che volete.

Certo, questa lezione vi arriva da un docente che parla dentro un edificio semicrollato. Ma come docente non sono vincolato a nessuna materia e, se questa casa è pericolante e piena di crepe, io e voi sappiamo perfettamente perché. Ma non dobbiamo parlarne ora: questo è un altro argomento. Oggi, si tratta di vedere come funziona, oltre ogni artificio, la libertà della psiche.

Il governo ha deciso che questa lezione sia possibile. E qui, nell’aula, non ci sono microfoni. Non hanno avuto tempo di organizzare controlli: tutto va di fretta, con la solita incuria, anche il potere. Noi entriamo in questa pausa, dove neppure si accorgono di noi. In ogni pausa c’è libertà, sempre, e salvezza, dentro un universo molteplice, non definito dall’intelligenza, sospeso fra prosa e poesia. Vi ricordo che siamo qui, per una lezione di vento, in un luogo estremo che avrebbe dovuto crollare.

Ogni sapere che noi pensiamo è dentro di noi. L’immagine che si forma adesso nei nostri occhi potrebbe esistere anche senza di noi ma ci attraversa proprio in quel momento: noi siamo come quelli che, affacciati a una finestra, vedono il lampo e lo trascrivono come possono. Innumerevoli sono i lampi, innumerevoli i racconti del messaggero che ha assistito all’evento o di tutti i messaggeri che hanno assistito all’evento. Il lampo esiste, certo, senza di loro, ma si racconta attraverso di loro. Noi tutti siamo le voci diverse di un unico racconto. E oggi questo racconto è aperto e possibile: siamo noi i portatori sani di questo possibile. Tutto è visione che non si appaga nell’essere capita: mistero senza enigma, fonte di meraviglia e di domande. Noi però vogliamo capire: vediamo non solo con gli occhi ma con tutto il corpo, con la speranza che domani nessuno ci riconsegnerà al mondo delle cose normali e ci lascerà vivere il nostro giusto delirio. Nessun paesaggio appartiene all’uomo se prima non lo ha calato nei luoghi della sua mente. In quei luoghi, dove parlare di inferno o di paradiso significa fare giochi di parole, niente può definirsi o astratto o figurativo. Tutto è un fluire di forme, e queste forme hanno un solo privilegio: non essere né rigide né curve né significative né bizzarre. In quei luoghi, immuni da ogni artificio, ci può essere accordo o disaccordo, macchia e figura, immagine e buio. Tutto diventa realmente possibile.

Queste non saranno lezioni di estetica, come immaginate, ma di libertà. Io non sono un filosofo ma uno psichiatra. Uno psichiatra, cosa insegna? La scienza discontinua e infelice della libertà. Ha il compito di vedere, nella voce, nei gesti dell’altro, che cosa lo abbia ferito in quel punto esatto. Si accanisce a cercare il vero in ogni persona, e non sono fondamentali le parole che l’altro dice ma il modo in cui le dice o le tace. Quelle mi hanno permesso di essere qui a parlarvi: chi ci comanda sa che io non istigo, non provoco, non faccio politica attiva: mi limito a osservazioni inattuali. Ma voi, di queste osservazioni, fate armi. La vera arma è sentire la possibilità dell’aria nel tessuto delle cose. Non si può nulla, senza aria. Ti avvolge, comune a tutti: ma per ognuno c’è la sua aria, nel tempo in cui vive la possiede e, quando sparirà dal mondo, la lascerà ad altri, traforata dai suoi segni. Qualcuno li vedrà, forse. Qualcuno no. Il destino è destino. Però è indegno non avere speranza, non credere allo gnomo, al folletto, al fascino, al fantasma: al duende. Ricordate che chiunque muove le mani su qualche superficie, foglio o muro o terra che sia, chiunque agita le dita cercando forme, lo fa perché cerca, nel suo tatto, la nostra metamorfosi. La materia non è mai quel numero esatto di protoni ma l’energia che li rende pulviscolo vibrante. Ecco, in sintesi, la mia lezione di vento (M.E.).

Giovanni Castiglia, Viver fluttuante

(Riviste, 1)

PER “LA FARRAGINE”. Alfonso Guida

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Quando scrivo, dipingo.

Quando scrivo, rammendo.

Alfonso Guida scrive La farragine (La casa del libro, Taranto 2024) come scrive ogni suo libro: in uno stato di “dettatura” sonnambolica che accoglie/rifrange l’io reale, le cose reali, gli spazi della visione. “Ciò che sono non può essere parlato/ per intero. Non posso farne voce”. Guida, con una scrittura secca, dura, antilirica, da “deportato” dell’esistenza, scava la disperazione di un’epica minore, dedicata alle vittime. Il libro è suddiviso in sei sezioni: Dio Deserto Eredità; Ricadute; Introspezioni Retrospezioni Fantasie; Poetalia; Conditio, consecutio; Dati Matricolari. La “farragine” non è, come vorrebbe l’etimologia della parola, un “miscuglio” ma piuttosto una galleria di frammenti descrittivi, dove il mondo vegetale, minerale, umano, è una moltitudine pervasa dal male: “… sei tutti gli uomini che ho amato,/ nel tuo volto un rovescio di ere, un cambio/ di città, una radice multiforme”. Non si ha mai la percezione di leggere un libro scritto in versi perché Guida resiste a ogni musica consolatoria, a ogni cantilena ritmica. Non è lui, ad adattarsi al canto delle parole: è piuttosto il suono delle parole a disossare i suoi timbri e le sue risonanze per diventare fedele autobiografia del poeta e sigillare il suo dolore di scorticato testimone in racconti, riflessioni, parabole, vite, riti, ricordi. “Perdo il pensiero, perdo il filo, arranco,/ slegato. So che sto al vertice inverso/ del corpo sociale. Occupo uno spazio minuto della coda. Sono nato/ per ultimare un accento, un ritratto”. Riassumere La farragine è impossibile: occorre che il lettore si inoltri da solo, leggendo, nella spinosa foresta del libro per scoprirsi ospite vivo-e-morto di un universo polifonico e allucinato, da cui non ricaverà le “sorti magnifiche e progressive” dell’umano e ignorerà più di prima il mistero, tastando questa poesia rocciosa, rupestre, visionaria. “La pioggia è questo blu artico.// Sta qui, accanto. È un tamburo/ la veranda di formica. / Nera di un nero Goya,/ di un nero che trapassa/ la testa, il lume pallido/ della mente, le mitrie,/ le campane dell’orto”. Guida narra sempre, ma narra per enigmi, soprassalti, cortocircuiti, all’interno di una disseminazione verbale che, nel suo eccesso, crepa le strutture del mondo e dell’io, rivelando la vita per quello che è: un carcere di pietra. “A che serve la polvere, il sangue che si addensa in graffio,/ le immagini in cui sprofondi dormendo? L’enigma/ si è rotto. Ora guardi un mistero inservibile, invernale,/ lo scheletro di calce a cui ogni fantasma si è ridotto,/ tendi a diminuire i sopralluoghi e ogni frazione/ del cervello reagisce come può, allargando le raffiche/ tese della paralisi”. Occorre, come sempre, essere vigile sentinella della propria follia, annotare e tradurre, appesi ai propri sogni, sopportare le lunghe ore di pioggia, il gioco della luce e della morte, perché “Non esiste un silenzio sereno. Non c’è un cielo muto” e occorre restare calmi, stringendo i propri quaderni, evitando che il dolore si incunei ancora di più nella mente e nel corpo, intollerabile. “…Devi valutare i baratri./ Lo so che stai facendo un resoconto/ di incubi e che ti affacci, ma ti ritrai,/ come quella volta a casa mia, a picco/ sull’abisso…” (M.E.)

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Antologia di testi

1996

L’anno in cui la brutta fine urtò il bulbo

della peste e il balcone della morte

per aria. Io scrivevo, seduto, nudo,

nella vecchia legnaia dell’estate.

Ero molto disperato e parlavo

di donne morte oppresse dalla cenere,

di un vento azzurro che bagnava lo Jonio.

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1981

Cominciò presto e non ebbe mai fine

la mia sensazione di emarginato

dal mondo e dalla vita. Calamita

che attrae il paradosso del suo contrario.

Gridando il proprio senso di sconfitta,

non si ottiene mai nessuna giustizia,

ma si diventa preda dei proiettili

del disprezzo. È per questo che le vittime

tendono sempre più all’affondo, al moto

di affossamento, all’inabissamento

costante, inesorabile. È tragedia

l’assenza totale di redenzione.

L’ostaggio sprofonda nell’occhio cieco

del crimine e del pozzo di Alfredino.

**

Ti lascio entrare perché io non distinguo.

Mi ometto come parte del discorso.

Non ho più soldi per pagare chi amo.

L’orlo è vuoto ed è vano che io sia vivo.

**

Sfido il pavimento che ammucchio dentro.

Le montagne si angustiano negli occhi.

Getto un chiodo nel baratro, un rosario

nel vuoto per sentire come brulica

quel senso di perla dell’abbandono.

Per sentire il rumore delle cose

che strisciano. Mi oppongo all’illusione

di non essere solo. Questo forse

vuol dire creare me stesso, credermi

figlio, senza soluzione o riscatto.

Sfilano, statue mutilate, i versi.

**

Prima di ricominciare, rifletto.

Mi avvicino ai nodi del mondo inverso.

Tesso, conforme alle corrispondenze,

le armonie elementari del pensiero.

La mia paura è un groviglio di strade.

La ferita della terra di Craco

mi spacca in due il torace, mi apre il cuore.

Quando rifletto, esamino i fantasmi.

Mi perdo nelle messi dei crepacci,

dentro e fuori, metà uomo metà muro.

L’ombra sei tu vuoto, di solo buio.

**

Ciò che sono non può essere parlato,

per intero. Non posso farne voce.

Mi volto in due parole tra colonne

mentali e mute di deportazione.

C’è una felicità di cani che unge

le mani impietrite dei vecchi. Piove.

Sta per piovere forte. Si è ingrigito,

tra le malve dei tuguri, lo sguardo

dei bambini che urlano bekos: pane.

Nel grigio scalcinato delle foglie,

stanco, mi slaccio le scarpe, cammino.

**

Ti sei smarrito in un vicolo cieco,

la notte di San Biagio, nel ritratto

di un cavaliere mutilato. Hai chiuso

nei vetri di un negozio quel disordine

di ombre esterrefatte che ti bloccava

le caviglie, hai tentato una strategica

mossa di liberazione. Sfollando

di te le urne e lasciando s’indurisse

la cenere, il cianuro è entrato a chiazze

nell’idea di principio e paradiso

che fissavi, combattuto, compatto.

Ti sei smarrito in un vicolo cieco,

la notte di S. Biagio, in un ritratto.

**

Il silenzio

Le labbra calme,

le labbra addormentate,

l’indice che sigilla.

**

Ero balordo, non sapevo di me.

Quando l’io non è l’io, in fretta, ti smascherano.

Eppure avevo bisogno di specchi

perché non ero. Ogni appoggio un feticcio

di me, ogni indizio, una frazione. Pochi,

nessuno lo capì. Ora ho superato

le scale e sono nudo, vedi, sono

completamente nudo. Coi vostri abiti,

potei dire, ho tentato, vi ho uguagliato,

ma è stato un fallimento. Stanco, ho scelto

me stesso. Ho un volto che si specchia poco.

Quando accade, ritiro il mio riflesso.

***

*Alfonso Guida, La farragine, La casa del libro, “Collana di poesia Due Mari” diretta da Barbara Gorlan, Taranto 2024.

(Poeti contemporanei, 5)

L’INSOLENZA DELLA NATURA E LA BELLEZZA ARTIFICIALE. Giuseppe Zuccarino

Costantin Guys

**

1. Se, in vari suoi componimenti poetici, Charles Baudelaire mostra una certa fascinazione nei riguardi del mare e dei paesaggi esotici, non vale la stessa cosa per quanto concerne altri aspetti del mondo naturale. È indicativo in tal senso il modo in cui risponde all’invito a collaborare a una raccolta di testi il cui intento era quello di celebrare la bellezza della foresta di Fontainebleau: «Caro Desnoyers, lei mi chiede dei versi per il suo volumetto, dei versi sulla Natura, non è vero? sui boschi, le grandi querce, la verzura, gli insetti – e senza dubbio il sole, no? Ma sa bene che sono incapace di intenerirmi sui vegetali, e che la mia anima si ribella a questa singolare nuova Religione, che avrà sempre, mi sembra, un non so che di shocking per ogni essere spirituale. Io non crederò mai che l’anima degli Dèi abiti nelle piante, e quand’anche vi abitasse, me ne curerei poco, e attribuirei alla mia anima un valore ben maggiore rispetto a quella dei legumi santificati. Addirittura ho sempre pensato che ci fosse nella Natura, florida e ringiovanita, qualcosa di desolante, di duro, di crudele, qualcosa che sfiora l’impudenza. […] Nel folto dei boschi, racchiuso sotto volte simili a quelle delle sacrestie e delle cattedrali, io penso alle nostre sorprendenti città, e la prodigiosa musica che percorre le cime degli alberi mi sembra la traduzione dei lamenti umani»1.

Mentre altre persone avvertono un senso di pace quando si trovano in un bosco, a Baudelaire accade il contrario, sicché egli può scrivere in Obsession: «Foreste, mi impaurite come cattedrali!»2. Questa comparazione richiama alla memoria l’incipit della poesia Correspondances: «La Natura è un tempio ove colonne viventi / lasciano a volte uscire confuse parole; / l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli / che l’osservano con sguardi familiari»3. La natura rappresenta qualcosa di positivo per Baudelaire quando viene considerata come un repertorio di simboli a cui attingere, ma quando si mostra nel suo aspetto più comune suscita persino irritazione. In un altro testo si incontrano infatti i versi seguenti: «Certe volte, in un bel giardino / dove trascinavo la mia atonia, / ho sentito come un’ironia / straziarmi il petto i raggi del sole, // e la primavera e la verzura / hanno tanto umiliato il mio cuore / che ho punito su un fiore / l’insolenza della Natura»4.

L’ambiente naturale è consono a certi popoli rimasti ancora in stretto rapporto con esso, ma non si addice a un abitante della metropoli come Baudelaire. È significativo che il suo capolavoro poetico comprenda una sezione dal titolo Tableaux parisiens e che la sua incompiuta raccolta di poèmes en prose avrebbe dovuto chiamarsi Le Spleen de Paris. Anche quando egli fantastica su una città che non ha mai visto, Lisbona, gli piace immaginarla priva di ogni presenza arborea, e interloquisce così con se stesso: «Quella città è in riva all’acqua; si dice che sia costruita in marmo, e che la gente odi a tal punto il vegetale da sradicare tutti gli alberi. Ecco un paesaggio per il tuo gusto: un paesaggio fatto di luce e di minerale, e con un liquido per rispecchiarli!»5. Ancor più esplicita è la poesia Rêve parisien, incentrata su un sogno notturno: «Il sonno è pieno di miracoli! / per un capriccio singolare / avevo escluso da quegli spettacoli / il vegetale irregolare, // e, pittore fiero dell’arte mia, / assaporavo nel mio quadro / l’inebriante monotonia / dell’acqua, del metallo e del marmo. // Babele di scale e di arcate, / era un palazzo infinito, / pieno di fontane e cascate»6.

La preferenza per la città rispetto agli scenari boschivi o campestri, e per gli oggetti fabbricati o modificati dall’uomo rispetto a quelli presenti in natura, trova conferma in una testimonianza di Alexandre Schanne, il quale riferisce la seguente confidenza fattagli dal poeta: «La campagna mi è odiosa, specie col bel tempo. La persistenza del sole mi opprime […]. Ah! Parlatemi di quei cieli parigini sempre mutevoli, che ridono e piangono a seconda del vento, senza che mai le loro alternanze di caldo e di umidità possano essere proficue per gli stupidi cereali […]. Se faccio il bagno, è in una vasca; preferisco un carillon a un usignolo, e per me lo stato perfetto della frutta di un giardino comincia solo dalla fruttiera! In fin dei conti, mi è sempre parso che l’uomo sottomesso alla natura abbia fatto un passo indietro verso l’originario stato selvaggio!»7. L’ultima frase basta a far capire che non sono in causa soltanto dei gusti personali, ma anche una visione più ampia, non priva di implicazioni teoriche, che verte sulla differenza tra natura e artificio8.

2. Il poeta non condivide le idee dei filosofi illuministi. Anzi, pensatori come Voltaire e Rousseau gli appaiono assai poco meritevoli di stima, tanto che, in scritti rimasti inediti in vita, egli definisce il primo come «il re degli sciocchi, il principe dei superficiali», e il secondo come «un ciarlatano osceno»9. Antipatia a parte, il dissenso è di carattere intellettuale, e nel caso di Rousseau verte proprio sul tema della natura in generale, e più specificamente su quella dell’uomo. Il filosofo settecentesco, nel suo Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes, aveva cercato di ricostruire quale potesse essere stata la condizione originaria dell’essere umano, risalendo dunque col pensiero a uno stadio anteriore rispetto al processo di incivilimento. Rousseau considerava erronee le idee espresse al riguardo da altri pensatori, in quanto essi attribuivano all’uomo di natura capacità di giudizio, desideri e comportamenti che in realtà erano specifici solo dell’individuo civilizzato. A suo avviso, l’uomo delle origini era fisicamente robusto (dunque capace di difendersi dagli animali) e tuttavia di indole pacifica; era abile a sfruttare le risorse spontanee offerte dalla natura, ma al tempo stesso autosufficiente e privo di bisogni superflui.

Gli esseri umani dei primordi, pur lasciandosi guidare in parte dall’istinto, non dipendevano solo da esso come gli animali, ma erano capaci di operare una scelta fra le possibili azioni da compiere. Avevano inoltre due caratteristiche di grande rilievo. La prima era la perfettibilità, ossia «la facoltà di perfezionarsi, facoltà che, con l’aiuto delle circostanze, sviluppa successivamente tutte le altre e si trova tra noi tanto nella specie quanto nell’individuo»10. Si trattava, però, di un’arma a doppio taglio, poiché la capacità di trasformare se stesso faceva sì che l’uomo potesse migliorare in alcune cose ma peggiorare in altre, degenerando rispetto allo stato originario. Ad esempio, lo sviluppo del pensiero astratto comportava, secondo Rousseau, conseguenze negative: «Oso quasi affermare che lo stato di riflessione è uno stato contro natura, e che l’uomo che medita è un animale depravato»11. La seconda caratteristica è altrettanto importante: gli uomini di natura non vivevano ancora in società, né disponevano di una coscienza morale; questo però non significa che fossero malvagi ed egoisti. Anzi, avevano una disposizione spontanea alla pietà nei confronti delle sofferenze dei propri simili. Ne consegue che questa condizione, in cui l’essere umano non era più un bruto pur senza essere ancora inserito in un gruppo sociale, «dovette essere l’epoca più felice e più duratura […], e che tutti i progressi ulteriori sono stati in apparenza altrettanti passi verso la perfezione dell’individuo, ma in realtà hanno condotto verso la decrepitezza della specie»12.

Delle idee del filosofo, Baudelaire ne accetta soltanto una, quella cioè che la civiltà può anche aver accresciuto, per certi aspetti, la corruzione dell’uomo; ma a suo giudizio si tratta di un processo che era già in atto nello stadio idealizzato da Rousseau. Infatti, a meno che (prendendo alla lettera il mito ebraico-cristiano) non si voglia risalire col pensiero fino all’origine più remota, ossia all’effimera condizione prelapsaria di Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, l’essere umano non è mai stato esente da malvagità. Baudelaire sostiene che questo dato di fatto esaspera «le intelligenze oscure, come Jean-Jacques, nel quale una sensibilità ferita e pronta alla rivolta tiene luogo di filosofia. Che egli avesse ragione contro l’Animale depravato, è incontestabile; ma l’animale depravato ha il diritto di rimproverargli il suo invocare la semplice natura. La natura non genera altro che mostri»13.

Del resto, Rousseau non è stato l’unico a incorrere in tale errore, ossia «la falsa concezione del XVIII secolo riguardo alla morale. La natura, in quel periodo, era considerata come base, origine e archetipo di tutto il bene e di tutto il bello possibili. La negazione del peccato originale ebbe un ruolo di rilievo nell’accecamento generale di quell’epoca. […] Se passate in rassegna, esaminate tutto ciò che è naturale, tutte le azioni e i desideri del puro uomo naturale, non troverete nulla che non sia orribile. Tutto quanto è bello e nobile è il risultato della ragione e del calcolo. Il delitto, a cui l’animale umano ha preso gusto quand’era nel ventre della madre, è originariamente naturale. La virtù, al contrario, è artificiale e soprannaturale, giacché sono stati necessari, in tutti i tempi e in tutti i popoli, dèi e profeti per insegnarla all’umanità animalizzata, e l’uomo, da solo, sarebbe stato incapace di scoprirla. Il male si fa senza sforzo, naturalmente, per fatalità; ma il bene è sempre il prodotto di un’arte»14.

Nel lettore odierno, destano sorpresa sia questa visione cupa e pessimistica della condizione umana, sia l’accenno all’idea religiosa del peccato originale. Il poeta, che sostanzialmente non crede alla perfettibilità, dichiara che, se anche si volesse accettare l’ipotesi di un possibile miglioramento storico dell’umanità, esso non si troverebbe in ciò che viene definito dai più come il progresso: «Teoria della vera civilizzazione. Non è nel gas, o nel vapore, o nei tavolini spiritici, ma nella diminuzione delle tracce del peccato originale»15. Purtroppo, però, di tale peccato «resteranno sempre sufficienti tracce per constatarne l’immemoriale realtà!»16.

Se si vuole capire da dove derivino queste idee di Baudelaire, è opportuno far riferimento all’ammirazione da lui nutrita per un pensatore cattolico e di idee politicamente reazionarie, Joseph de Maistre. Il poeta lo considera come «il grande genio del nostro tempo – un veggente!», e afferma con decisione: «De Maistre ed Edgar Poe mi hanno insegnato a ragionare»17. Infatti anche il narratore americano, molto apprezzato da Baudelaire (che ne ha tradotto le opere, facendole conoscere al pubblico francese), «ha visto con chiarezza e ha imperturbabilmente affermato la malvagità naturale dell’Uomo»18. Tuttavia è stato proprio Maistre a indicare la causa di tale malvagità, sostenendo che essa va fatta risalire all’infrazione in cui sono incorsi i progenitori del genere umano quando, disobbedendo al comando del loro divino creatore, hanno voluto mangiare il frutto proibito, quello dell’albero della conoscenza del bene e del male19. Il fatto che i discendenti di Adamo ed Eva siano viziosi non è altro che la logica conseguenza della prima trasgressione. Infatti, «il peccato originale, che spiega tutto e senza il quale non si spiega nulla, si ripete purtroppo a ogni istante del tempo […]. Limitiamoci a un’osservazione comune, che si accorda facilmente con le nostre idee più naturali: ogni essere che abbia facoltà di riprodursi può produrre soltanto un essere simile a se stesso. La regola non ha eccezioni; è iscritta in ogni parte dell’universo. Se dunque un essere è degradato, la sua discendenza non sarà più uguale alla condizione primitiva di quell’essere, ma alla condizione alla quale esso è stato abbassato»20.

Per quanto certi esponenti dell’umanità abbiano dato prova, nel corso della storia, di possedere grandi capacità intellettuali, nulla può cancellare le conseguenze del primo peccato. Pertanto occorre chiedersi: «Dov’è il giusto? […] Cominciamo esaminando il male che si trova in noi, e impallidiamo gettando uno sguardo coraggioso sul fondo di tale abisso; infatti è impossibile conoscere il numero delle nostre trasgressioni, né meno impossibile è sapere in quale misura questa o quell’azione colpevole ha ferito l’ordine generale e ha contrastato i piani del Legislatore eterno»21.

Benché la religiosità di Baudelaire sia molto particolare, e non priva di vistose contraddizioni, le idee maistriane hanno fatto presa su di lui, come dimostrano non solo i suoi riferimenti al tema del peccato originale, ma anche quelli all’azione della Provvidenza divina, all’efficacia della preghiera, al concetto della reversibilità dei dolori degli innocenti a beneficio dei colpevoli, o ancora alla necessità della pena di morte. Ma un esame dettagliato dell’influsso che le teorie di Maistre hanno avuto sul poeta ci porterebbe troppo lontano.

3. Abbiamo già detto che Baudelaire, pur essendo pienamente consapevole di appartenere al mondo moderno, può talvolta, nei suoi testi poetici, sognare il ritorno a una natura vagheggiata come attraente, ma sul piano teorico non lo considera realizzabile. Egli accetta quindi l’idea di trovarsi nell’ambito dell’artificiale, e attribuisce anzi a questa realtà specifiche qualità estetiche. Ciò non vale soltanto nel campo degli oggetti, ma anche in quello delle persone umane. Pensiamo ad esempio alla sua concezione della figura femminile, figura che ai suoi occhi si scinde subito in due immagini idealmente contrapposte: «Mi sembra che mi vengano presentate due donne: una, matrona rustica, ripugnante per salute e virtù, senza stile e senza espressione, in breve totalmente debitrice alla semplice natura; l’altra invece, una di quelle bellezze che dominano e opprimono il ricordo, unisce al suo fascino profondo e originale tutta l’eloquenza dell’abito, è padrona del proprio incedere, cosciente e regina di se stessa, con una voce che parla come uno strumento ben accordato e sguardi carichi di pensiero, che lasciano trapelare solo ciò che vogliono. La mia scelta non potrebbe essere dubbia»22.

A questi due tipi di donna, Baudelaire riserva quindi nei suoi scritti un trattamento del tutto diverso. La prima è oggetto di disprezzo, sicché le vengono riservati giudizi misogini come il seguente: «La donna è naturale, cioè abominevole. Pertanto è sempre volgare»23. La seconda, all’opposto, viene idolatrata: «La donna è fatalmente suggestiva; vive, oltre alla propria, un’altra vita; vive spiritualmente nelle immaginazioni che assilla e feconda»24. Questa contrapposizione, a tutto vantaggio di colei che sa trasfigurarsi mediante il trucco e l’abito raffinato, è stata colta bene da Théophile Gautier, il quale ha sottolineato il gusto di Baudelaire per l’artificiale, nel caso della bellezza femminile: «Avrebbe preferito a una semplice ragazza, che avesse come cosmetico solo l’acqua della bacinella, un donna più matura, che impiegasse tutte le risorse di una sapiente civetteria […]. Un leggero tocco di fard color rosa di Cina o ortensia su una guancia fresca, qualche neo messo in modo provocante all’angolo della bocca o dell’occhio, palpebre scurite dal khol, capelli tinti di fulvo e cosparsi d’oro, una spolveratura di cipria sul petto e sulle spalle, labbra e unghie ravvivate dal carminio, non gli dispiacevano affatto. Amava questi ritocchi fatti dall’arte alla natura, queste lumeggiature argute e piccanti poste con mano abile per aumentare la grazia, l’incanto e il carattere di una fisionomia. […] Amava anche, negli abiti femminili, l’eleganza bizzarra, la ricchezza capricciosa, la fantasia insolente, in cui si mescolavano tratti dell’attrice e della cortigiana»25.

Non sorprende pertanto che, nel suo importante saggio Le Peintre de la vie moderne, incentrato sulle opere dell’artista Constantin Guys, Baudelaire dedichi un’intera sezione all’elogio della pratica femminile del trucco. In queste pagine, egli sostiene che la moda deve «essere considerata come un sintomo del gusto dell’ideale (che galleggia nel cervello umano sopra tutto ciò che la vita naturale vi accumula di grossolano, di terrestre e d’immondo), come una sublime deformazione della natura, o piuttosto come un tentativo inesauribile e ricorrente di riforma della natura»26. Dunque tutte le mode sono da considerare valide e affascinanti, in quanto ognuna di esse mira, con più o meno successo, a raggiungere la bellezza ideale. «La donna è nel suo pieno diritto, e anzi compie una sorta di dovere, quando si sforza di apparire magica e soprannaturale: è necessario che stupisca e incanti; idolo, deve indorarsi per essere adorata. Deve perciò prendere a prestito da tutte le arti i mezzi di elevarsi al di sopra della natura, per meglio soggiogare i cuori e colpire le menti»27. Baudelaire entra nei dettagli del maquillage, spiegando che la polvere di riso cancella le macchie della pelle e fa somigliare la donna a una statua, ossia a un essere superiore; inoltre cerchiare l’occhio col nero rende lo sguardo più profondo, e un po’ di rosso sugli zigomi fa apparire più luminosa la pupilla. A scanso di equivoci, chiarisce però che «la coloritura del viso non dev’essere usata allo scopo volgare, inconfessabile, di imitare la bella natura e di rivaleggiare con la giovinezza. […] Chi mai oserebbe assegnare all’arte la sterile funzione di imitare la semplice natura? Il trucco non deve nascondersi, né evitare di farsi percepire»28.

Finanche nell’ambito dell’erotismo la presenza di qualche elemento artificiale è indispensabile per accrescere la bellezza femminile. Così, in un suo componimento, il poeta elogia la donna che, quando si mostra a lui senza veli, ha cura di conservare i propri ornamenti: «La tanto amata era nuda e, del mio cuore esperta, / non aveva tenuto che i gioielli sonori, / il cui fasto le dava quell’aria vittoriosa / che nei giorni felici hanno le schiave dei Mori. // Quando emette danzando il suo rumore vivo e beffardo, / quel mondo splendente di metallo e di pietra / mi rapisce in estasi, e amo pazzamente / le cose in cui il suono si mescola alla luce»29. Ancor più significativo è un passo del racconto La Fanfarlo30. In esso, il giovane protagonista Samuel Cramer (che per gusti e carattere somiglia molto allo stesso Baudelaire) resta affascinato dalla bella danzatrice il cui nome è indicato nel titolo. La ammira specialmente in uno spettacolo nel quale lei indossa il costume di Colombina. Utilizzando una strategia contorta ma efficace, Samuel la induce infine a concedersi a lui. Quando però la Fanfarlo gli si mostra in tutto lo splendore della sua nudità, Samuel si comporta da bambino capriccioso, e le dice: «Voglio Colombina, ridammi Colombina! Ridammela come mi è apparsa la sera in cui mi ha fatto impazzire col suo travestimento bizzarro e il suo corpetto da saltimbanco!»31. La donna decide di acconsentire alle eccentriche richieste del suo nuovo amante, inclusa quella di mettersi il rossetto, e proprio questo segna l’inizio della loro relazione. L’anonimo narratore della vicenda dichiara di non stupirsi, in quanto sa bene che Samuel predilige il trucco e gli orpelli. Aggiunge persino: «Egli ridipingerebbe volentieri gli alberi e il cielo, e se Dio gli avesse confidato il piano della natura, forse lo avrebbe rovinato»32. E in effetti, agli occhi di Baudelaire, ciò che è artificiale va sempre preferito alla semplice natura.

4. Nel suo Traité de la vie élégante, Balzac elogia varie forme di raffinatezza (nel vestiario, nel modo di arredare la casa o di comportarsi in pubblico), ma al tempo stesso si mostra incline alla moderazione, il che lo induce a prendere le distanze dal dandismo. Sostiene infatti che questo fenomeno di costume è eccessivo e artificioso, dunque va considerato come «un’eresia della vita elegante»33. Pur mostrando rispetto per il più celebre dei dandy inglesi, ossia George Brummell, Balzac tratta con severità coloro che cercano di seguirne le orme. A suo parere, «nel farsi dandy, un uomo diventa un mobile da salotto, un manichino estremamente ingegnoso, che si può posare su un cavallo o su un divano, che morde o succhia abitualmente il manico di un bastone, ma un essere pensante… mai! L’uomo che nella moda vede soltanto la moda è uno sciocco. La vita elegante non esclude né il pensiero né la scienza, ma piuttosto li consacra. Non deve insegnare solo a godere del tempo, ma anche a impiegarlo in un ordine di idee estremamente elevato»34. In quest’ottica, l’opposto del dandy è l’artista, che grazie alla sua intensa vita mentale sa giungere all’eleganza pur senza bisogno di seguire alcuna moda precostituita35.

Molto diversa sarà, quindici anni dopo, l’opinione di un altro scrittore, Barbey d’Aurevilly, l’autore del libro Du dandysme et de Georges Brummell. Egli considera il dandismo come un fenomeno specificamente inglese; i francesi possono dunque imitarlo, ma non riprodurlo. Elogia poi Brummell per aver saputo assurgere, partendo da una condizione sociale modesta, al ruolo di dandy supremo, tanto da diventare oggetto di ammirazione e invidia persino per gli esponenti dell’alta nobiltà. Mentre altri personaggi di rilievo, oltre all’eleganza e alla distinzione nel comportamento, ebbero qualità ulteriori – nel caso di Byron, ad esempio, le nobili origini e il genio letterario – Brummell senza il dandismo non fu nulla, ma in compenso «fu il dandismo stesso»36. Barbey ricorda opportunamente che a caratterizzare il vero dandy non è soltanto la capacità di abbigliarsi in maniera raffinata e tale da sorprendere, pur evitando ogni vistosità: «Il dandismo è tutta una maniera di essere […], interamente composta da sfumature»37. In questa particolare arte di vivere, è importante saper giungere all’imprevisto, che è cosa diversa dall’eccentricità: infatti, mentre quest’ultima si ribella contro le regole, il dandismo gioca con esse ma le rispetta. Ancor più importante del vestiario, è il modo di comportarsi e di parlare. Da un lato, infatti, occorre mostrarsi sempre impassibili, non lasciandosi turbare da nulla. Ma dall’altro, è necessario saper assurgere a una tale autorità da poter con una semplice frase, inattesa e non di rado tagliente, creare oppure distruggere la reputazione di un’altra persona, facendola diventare a seconda dei casi apprezzabile o ridicola. Proprio il gusto per le osservazioni sarcastiche ha contribuito molto dapprima alla gloria e in seguito alla rovina economica (e in parte anche mondana) di Brummell, facendolo cadere in disgrazia presso il suo autorevole protettore, il principe di Galles.

Nella premessa alla seconda edizione del suo libro, Barbey d’Aurevilly dichiara con modestia di non essere mai stato un dandy38. E in effetti non lo era, se si considerano i suoi gusti in fatto di vestiario. Mentre il dandismo proibiva qualsiasi mise troppo appariscente, egli prediligeva i colori vistosi e i tessuti inconsueti: pantaloni a quadretti o a strisce, gilè azzurri di stoffa marezzata, come pure «numerosi accessori, colorati e ingombranti: anelli, bastoni enormi, guanti alla moschettiera, cravatte laminate d’oro, cappelli a larghe falde foderati di tessuto rosa o di velluto cremisi»39. Siamo dunque ben lontani dalla discrezione di quei dandy inglesi che, per non mostrarsi in pubblico con abiti appena usciti dalla sartoria, li facevano raspare con un pezzo di vetro, in modo da privare la stoffa della patina del nuovo, ai loro occhi volgare40.

Da questo punto di vista, Baudelaire – pur essendo amico di Barbey e pur condividendone in parte le idee – era molto più vicino, nella pratica dell’abbigliamento, allo spirito dandistico. Al riguardo, le testimonianze dei suoi amici e conoscenti sono concordi. Così Gautier descrive quello che definisce il «dandismo sobrio» del poeta: «Il suo vestito consisteva in un soprabito di stoffa nera lucida e brillante, pantaloni color nocciola, calze bianche e scarpine di vernice, il tutto meticolosamente pulito e corretto, con un tono voluto di semplicità inglese, e con l’intenzione di staccarsi dal genere artista (cappello moscio di feltro, giacche di velluto, camiciotti rossi, barba prolissa e criniera scompigliata). Nulla di troppo fresco e di eccentrico in quella tenuta rigorosa»41. Eugène Marsan, a sua volta, annota: «Portava una cravatta di un rosso sangue di bue e dei guanti rosa. […] Ora, Baudelaire non era il solo a portare questa cravatta color porpora o mattone, né il solo a indossare guanti rosa. Il suo tratto distintivo consisteva nella combinazione di questi due effetti sul nero dell’abito»42. In tutte le fasi della sua vita, comprese quelle di penuria economica, il poeta ha sempre curato il più possibile l’eleganza dell’abbigliamento. Ciò vale anche per gli ultimi anni, quelli del suo soggiorno in Belgio, come conferma il seguente passo di Camille Lemonnier, nel quale vediamo il poeta a Bruxelles: «A passi lenti, con un’andatura un po’ dondolante e leggermente femminile, Baudelaire attraversava il terrapieno della porta di Namur, evitando meticolosamente il fango e, se pioveva, saltellando sulla punta dei suoi scarpini di vernice, nei quali si compiaceva di potersi specchiare. Rasato di fresco, coi capelli spinti indietro a onda dietro le orecchie, e col morbido colletto della camicia, di un biancore assoluto, che sporgeva dal bavero della sua lunga palandrana, aveva l’aria nel contempo di un clergyman e di un attore»43. Le numerose immagini rimasteci del poeta, dovute a fotografi di grande valore come Nadar o Carjat, confermano il fatto che Baudelaire possedeva un proprio stile vestimentario, di notevole raffinatezza44.

5. Pur non essendo dotato di imperturbabilità di carattere – specie quando si tratta di rapportarsi alle altre persone –, il poeta considera se stesso come un rappresentante del dandismo. Ritiene anzi di aver avuto una predisposizione in tal senso fin dall’infanzia: infatti, parlando di sé quand’era bambino, dice: «Amavo mia madre per la sua eleganza. Ero dunque un dandy precoce»45. Da adulto, ritiene di aver conservato tale spirito, specie per quanto concerne l’atteggiamento. Così in una lettera alla madre dichiara: «Come mai mi conosci così poco da non sapere che per natura avverto il bisogno di nascondere quasi tutto ciò che penso? Chiamalo Dandismo, o amore assurdo per la Dignità, come preferisci»46. Anche nei momenti di scoraggiamento, la convinzione di saper mantenere un’attitudine da dandy lo consola: «Perduto in questo mondo orribile, preso a gomitate dalle folle, io sono come un uomo fiaccato, il cui occhio non vede dietro di sé, negli anni profondi, nulla se non disillusione e amarezza, e dinanzi a sé null’altro che una tempesta in cui non c’è niente di nuovo, né insegnamento né dolore. La sera in cui quest’uomo ha rubato al destino qualche ora di piacere […], inebriato dal suo sangue freddo e dal suo dandismo, fiero di non essere così vile come i passanti, egli si dice, contemplando il fumo del proprio sigaro: che m’importa dove vanno queste coscienze?»47.

Al di là dei fatti personali, conviene ricordare che Baudelaire aveva intenzione di scrivere un saggio sul dandismo di certi scrittori, saggio da lui annunciato più volte nelle lettere, ma poi rimasto allo stato di progetto. In una di queste missive egli elenca appunto, tra i lavori che spera di poter ultimare in breve tempo, un testo su «Le Dandysme dans les lettres (Chateaubriand, de Maistre, de Custine, Ferrari, Paul de Molènes, d’Aurevilly. – Analisi di una facoltà unica, particolare, delle epoche di decadenza)»48. Quelli indicati qui sono scrittori in senso lato, visto che, accanto ai letterati a pieno titolo come Chateaubriand e Barbey d’Aurevilly, ce ne sono altri la cui produzione è anche, o unicamente, di natura saggistico-politica (Joseph de Maistre, Astolphe de Custine, Giuseppe Ferrari) o addirittura memorialistico-militare (Paul de Molènes). Anche l’associazione fra il dandysmo e la decadenza va presa con cautela, poiché nel linguaggio baudelairiano il secondo termine non ha affatto un valore negativo: «Letteratura di decadenza! – Parole vuote che sentiamo cadere spesso, con la sonorità di uno sbadiglio enfatico, dalla bocca di quelle sfingi senza enigma che vegliano dinanzi alle sante porte dell’Estetica classica. Ogni volta che l’inconfutabile oracolo risuona, si può affermare che si tratta […] di una poesia o di un romanzo in cui tutte le parti sono abilmente disposte in vista della sorpresa, in cui lo stile è magnificamente ornato, in cui tutte le risorse del linguaggio e della prosodia vengono utilizzate da una mano impeccabile»49.

Anche se l’ipotizzato saggio non ha potuto trovare realizzazione concreta, vari riferimenti all’argomento si riscontrano negli scritti baudelairiani. Ai suoi occhi, il dandy non si riduce certo ad essere soltanto un uomo elegante, ma è la «suprema incarnazione dell’idea del bello trasposta nella vita materiale, è colui che detta la forma e regola le maniere»50. Ciò comporta l’assunzione della dura responsabilità di apparire sempre inappuntabile: «Il Dandy deve aspirare ad essere sublime senza interruzione; deve vivere e dormire davanti a uno specchio»51. Se c’è una «eterna superiorità del Dandy», essa consiste nel rifiuto di lavorare, dunque di essere utile alla società: «Che cos’è l’uomo superiore? Non è lo specialista. È l’uomo del Tempo libero e dell’Educazione generale»52. Sarebbe per lui impensabile, ad esempio, dedicarsi alla politica: «Un Dandy non fa nulla. Ve lo immaginate un Dandy che parla al popolo, eccetto che per schernirlo?»53.

Ma conviene tornare al saggio Le Peintre de la vie moderne per reperire indicazioni meno laconiche sul tema. Già in un passo in cui Baudelaire si dice tentato di definire Constantin Guys come un dandy, ciò gli offre l’occasione per precisare che «il termine dandy implica una quintessenza di carattere e una sottile intelligenza di tutto il meccanismo morale di questo mondo; ma, per un altro verso, il dandy aspira all’insensibilità»54. Nella sezione del testo intitolata appunto Le Dandy, Baudelaire spiega che gli uomini dediti all’eleganza sono caratterizzati da una fisionomia distinta, cosa che li rende individui a parte. «Tali esseri non hanno altro stato che quello di coltivare l’idea del bello nella loro persona, di soddisfare le loro passioni, di sentire e di pensare. Dispongono così, a piacimento e in larga misura, di tempo e denaro, senza i quali la fantasia, ridotta ad essere un sogno vago e passeggero, non può di solito tradursi in azione»55. Questo tuttavia non va inteso nel senso che essi aspirino ad acquisire denaro: a loro basta infatti possederne a sufficienza in rapporto a ciò che si prefiggono. Baudelaire, proprio come Barbey, è persuaso che il dandismo non si limiti alla cura della persona e all’eleganza vestimentaria: «Tali cose non sono altro, per il dandy perfetto, che un simbolo della superiorità aristocratica del proprio spirito. Così ai suoi occhi, avidi soprattutto di distinzione, la perfezione del vestire consiste nella semplicità assoluta, che in effetti è il modo migliore di distinguersi»56. La passione coltivata dal dandy, che ha saputo farne una dottrina e un’arte, consiste nell’«ardente bisogno di farsi un’originalità, entro i limiti esteriori delle convenzioni sociali. È una specie di culto di sé, che può sopravvivere alla ricerca della felicità da trovare nell’altro, ad esempio nella donna, e che può sopravvivere persino a tutto ciò cui si dà il nome di illusioni. È il piacere di stupire e la soddisfazione orgogliosa di non essere mai stupiti»57.

A questo si accompagna una forma di stoicismo (dettato da ragioni estetiche più che morali), per cui, se al dandy capita di soffrire, egli non dovrà manifestarne alcun segno esteriore. Può accadergli persino di commettere un crimine, ma in tal caso ne sarebbe disonorato solo se quell’atto fosse stato dovuto a motivi ignobili. Conscio del fatto che simili affermazioni appariranno paradossali a molti dei suoi lettori, Baudelaire commenta: «Strano spiritualismo! Per coloro che ne sono al tempo stesso i sacerdoti e le vittime, tutte le complesse condizioni materiali a cui si assoggettano, dall’abbigliamento impeccabile a ogni ora del giorno e della notte fino ai più spericolati virtuosismi sportivi, non sono altro che una ginnastica destinata a fortificare la volontà e a disciplinare l’animo. In verità, non avevo torto nel considerare il dandismo come una specie di religione. La regola monastica più rigorosa, l’ordine irresistibile del Vecchio della Montagna, che imponeva il suicidio ai suoi discepoli inebriati, non erano più dispotici né più obbediti di questa dottrina dell’eleganza e dell’originalità»58.

In effetti, se proprio di religiosità si volesse parlare a proposito del dandismo, sarebbe in causa una credenza altrettanto singolare di quella dei seguaci della setta ismailita fondata in Persia nel XII secolo da Hasan-i Sabbah e continuata poi in Siria dal suo successore Rachid ad-Din Sinan (entrambi conosciuti con l’epiteto di «Vecchio della Montagna»). Baudelaire aveva già ricordato nei Paradis artificiels che il capo di quella setta «chiudeva, dopo averli inebriati con l’hashish (da cui il termine Hashishin o Assassini), in un giardino pieno di delizie, quelli tra i suoi più giovani discepoli a cui voleva dare un’idea del paradiso, ricompensa intravista, per così dire, di un’obbedienza passiva e cieca»59. Per i dandy, si trattava in realtà solo di ubbidire a regole autoimposte, sacrificando la propria naturale passionalità all’esigenza di apparire sempre imperturbabili. Baudelaire ammira lo spirito eroico di questi protagonisti della vita mondana, anche se non è corretto sostenere che per lui «il dandismo rappresenta un ideale più elevato rispetto alla poesia»60.

L’atteggiamento altezzoso esibito dal dandy presenta anche implicazioni di ordine socio-politico: «Il dandismo fa la sua comparsa specialmente nelle epoche di transizione in cui la democrazia non è ancora onnipotente, e l’aristocrazia è solo in parte vacillante e svilita. Nel disordine di tali epoche, alcuni uomini declassati, disgustati, inoccupati, ma tutti ricchi di forza nativa, possono concepire il progetto di fondare una nuova specie di aristocrazia, tanto più difficile da infrangere in quanto sarà basata sulle facoltà più preziose, più indistruttibili, e su quei doni celesti che né il lavoro né il denaro possono concedere»61. Sembrerebbe che il poeta intenda descrivere un fenomeno sociale nuovo, destinato a svilupparsi, mentre in realtà sta facendo l’esatto contrario, poiché il suo è un discorso nostalgico: «Il dandismo è un sole al tramonto; come l’astro che declina, è superbo, senza calore e pieno di malinconia. Ma ahimè! la marea montante della democrazia, che tutto invade e tutto livella, annega giorno dopo giorno questi ultimi rappresentati dell’orgoglio umano»62.

Eppure, agli occhi del poeta, il dandismo non è soltanto un fenomeno legato a un periodo storico in procinto di estinguersi. È anche, per altri versi, un tratto specifico dell’intera epoca moderna. In questo senso ha ragione Michel Foucault quando sostiene che, per l’autore di Les Fleurs du Mal, «essere moderni non significa accettare se stessi per quel che si è nel flusso dei momenti che passano; significa assumersi quale oggetto di un’elaborazione complessa e dura: è quello che Baudelaire chiama, seguendo il vocabolario della sua epoca, il “dandismo”»63. Egli dunque «non concepisce che tale gioco della libertà con il reale per la sua trasfigurazione, tale elaborazione ascetica di sé, possano aver luogo nella società stessa o nel corpo politico. Possono prodursi soltanto in uno spazio altro, che Baudelaire chiama l’arte»64. Ciò equivale a dire che se il dandismo, nelle forme pittoresche descritte dal poeta, appare in effetti come qualcosa di desueto, l’esigenza a cui esso rispondeva, ossia quella di lavorare su di sé per trasformarsi e distinguersi – invece di accettare passivamente le consuetudini e il sistema di valori della società in cui ci si trova a vivere – resta ancor oggi pienamente attuale.

1 C. Baudelaire, lettera a Fernand Desnoyers (fine 1853 o inizio 1854, edita nel 1855), in Œuvres complètes, Paris, Gallimard, 2024 (= Œ. C.), vol. I, pp. 563-564 (tr. it. in Il vulcano malato. Lettere 1832-1866, Roma, Fazi, 2007, p. 108; si avverte che i passi delle traduzioni italiane cui si rimanda vengono spesso citati con modifiche). Baudelaire allude ironicamente al verso di Victor de Laprade: «Il calmo spirito degli dèi abita nelle piante», che si legge nella poesia À un grand arbre, in Odes et poèmes, Paris, Jules Labitte, 1843.

2 Obsession, in Les Fleurs du Mal (1861), in Œ. C., vol. II, p. 71 (tr. it. Ossessione, in I fiori del male, Milano, Rizzoli, 1980; 2001, p. 203).

3 Correspondances, ivi, p. 11 (tr. it. Corrispondenze, p. 81).

4 À celle qui est trop gaie, una delle poesie condannate dell’edizione 1857 di Les Fleurs du Mal, ripresa in Les Épaves (1866), in Œ. C., vol. II, p. 799 (tr. it. A colei che è troppo gaia, in I relitti, in appendice a I fiori del male, cit., p. 353).

5 Any where out of the world. N’importe où hors du monde, in Atelier du «Spleen de Paris», in Œ. C., vol. II, p. 924 (tr. it. Any where out of the world. Non importa dove, fuori dal mondo, in Lo Spleen di Parigi, in Opere, Milano, Mondadori, 1996, p. 466).

6 Rêve parisien, in Les Fleurs du Mal, cit., p. 96 (tr. it. Sogno parigino, p. 259).

7 A. Schanne, Les souvenirs de Schaunard, Paris, Charpentier et Cie, 1886, pp. 231-232.

8 Per alcuni spunti interessanti in proposito, si veda il saggio di Francesco Orlando L’artificio contro la natura nel mondo di Baudelaire (1967), Chieti, Solfanelli, 2014.

9 Mon cœur mis à nu (1862-65), in Œ. C., vol. II, p. 491 (tr. it. Il mio cuore messo a nudo, in Opere, cit., p. 1427) e lettera ad Armand Fraisse del 12 agosto 1860, in Nouvelles lettres, Paris, Fayard, 2000, p. 30.

10 Jean-Jacques Rousseau, Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes (1755), Paris, Flammarion, 2008, p. 79 (tr. it. Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini, in Discorso sull’origine della disuguaglianzaContratto sociale, Milano, Bompiani, 2012, p. 125).

11 Ivi, p. 75 (tr. it. p. 117).

12 Ivi, p. 118 (tr. it. p. 191).

13 Notes nouvelles sur Edgar Poe (1857), in Œ. C., vol. I, p. 627 (tr. it. Nuove note su Edgar Poe, in Opere, cit., p. 818).

14 Le Peintre de la vie moderne (1863), in Œ. C., vol. II, p. 448 (tr. it. Il pittore della vita moderna, in Opere, cit., pp. 1308-1309).

15 Mon cœur mis à nu, cit. p. 501 (tr. it. p. 1437).

16 «Les Misérables», par Victor Hugo (1862), in Œ. C., vol. II, p. 338 (tr. it. «I Miserabili» di Victor Hugo, in Saggi critici, Bologna, Pendragon, 2004, p. 72).

17 Cfr. rispettivamente lettera ad Alphonse Toussenel del 21 gennaio 1856, in Correspondance, Paris, Gallimard, 1973, vol. I, p. 337 (tr. it. in Il vulcano malato, cit., p. 141), e [Hygiène] (1862-63), in Œ. C., vol. II, p. 376 (tr. it. [Igiene], in Opere, cit., p. 1408).

18 Notes nouvelles sur Edgar Poe, cit., p. 625 (tr. it. p. 815).

19 È il notissimo episodio di Genesi, 2-3, in La Sacra Bibbia, tr. it. Milano, Garzanti, 1964, pp. 18-23.

20 Joseph de Maistre, Les Soirées de Saint-Pétersbourg (1821), in Œuvres, Paris, Laffont, 2007; 2021, pp. 484-485 (tr. it. Le serate di San Pietroburgo, Milano, Luni, 2023, pp. 62-63).

21 Ivi, p. 545 (tr. it. p. 175).

22 Notes nouvelles sur Edgar Poe, cit. p. 622 (tr. it. p. 811).

23 Mon cœur mis à nu, cit., p. 481 (tr. it. 1416).

24 Les Paradis artificiels. Opium et haschisch (1860), in Œ. C., vol. I, p. 1045 (tr. it. I paradisi artificiali, in Opere, cit., p. 547).

25 T. Gautier, Charles Baudelaire (1868), in Baudelaire, Bordeaux, Le Castor Astral, 1991, pp. 56-58 (tr. it. in Charles Baudelaire, Roma, Castelvecchi, 2017, p. 56).

26 Le Peintre de la vie moderne, cit., p. 449 (tr. it. pp. 1309-1310).

27 Ibidem (tr. it. p. 1310).

28 Ivi, p. 450 (tr. it. p. 1311).

29 Les Bijoux, poesia condannata dell’edizione 1857 di Les Fleurs du Mal, ripresa in Les Épaves, cit., p. 800 (tr. it. I gioielli, in I relitti, cit., p. 355).

30 La Fanfarlo (1847), in Œ. C., vol. I, pp. 311-339 (tr. it. La Fanfarlo, in Opere, cit., pp. 481-513).

31 Ivi, pp. 333-334 (tr. it. p. 509).

32 Ivi, p. 334 (tr. it. p. 509).

33 Honoré de Balzac, Traité de la vie élégante (1830), Paris, Mille et une nuits, 2023, p. 44.

34 Ivi, p. 45.

35 Cfr. ivi, pp. 13-14.

36 Jules-Amédée Barbey d’Aurevilly, Du dandysme et de Georges Brummell (1845; nuove edizioni ampliate 1861 e 1879), Paris, Rivages, 1997; 2018, p. 42 (tr. it. Del dandysmo e di George Brummell, Firenze, Passigli, 1993, p. 28).

37 Ivi, pp. 42-43 (tr. it. pp. 29-30).

38 Cfr. ivi, p. 26 (tr. it. p. 16).

39 Marie-Christine Natta, La Grandeur sans conviction. Essai sur le dandysme, Paris, Éditions du Félin, 1991; 2024, p. 61.

40 Cfr. Du dandysme et de Georges Brummell, cit., p. 43 (tr. it. p. 30).

41 T. Gautier, op. cit., p. 27 (tr. it. p. 38).

42 E. Marsan, Les cannes de M. Paul Bourget et Le bon choix de Philinte, Paris, Le Divan, 1923, pp. 236-237; cit. in Walter Benjamin, Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato (1935-40), tr. it. Vicenza, Neri Pozza, 2012, p. 292.

43 C. Lemonnier, La France en exil, in La vie belge, Paris, Charpentier, 1905, p. 64.

44 Cfr. le foto riprodotte in AA. VV., Baudelaire. La modernité mélancolique, a cura di Jean-Marc Chatelain, Paris, Bibliothèque nationale de France, 2021, pp. 192-209.

45 Fusées (1855-62), in Œ. C., vol. II, p. 359 (tr. it. Razzi, in Opere, cit., p. 1399).

46 Lettera a Madame Aupick del 20 gennaio 1858, in Correspondance, cit., vol. I, p. 448.

47 Fusées, cit., p. 365 (tr. it. p. 1406).

48 Lettera ad Armand du Mesnil del 9 febbraio 1861, in Correspondance, cit., vol. II, p. 128.

49 Notes nouvelles sur Edgar Poe, cit., p. 621 (tr. it. p. 811).

50 Ivi, p. 628 (tr. it. p. 819).

51 Mon cœur mis à nu, cit., p. 481 (tr. it. 1417).

52 Ivi, pp. 485 e 492-493 (tr. it. pp. 1421 e 1428).

53 Ivi, p. 487 (tr. it. p. 1423).

54 Le Peintre de la vie moderne, cit., p. 424 (tr. it. p. 1281).

55 Ivi, p. 442 (tr. it. p. 1302).

56 Ivi, p. 443 (tr. it. p. 1303).

57 Ibidem.

58 Ivi, pp. 443-444 (tr. it. pp. 1303-1304).

59 Les Paradis artificiels, cit., p. 1050 (tr. it. p. 553).

60 Jean-Paul Sartre, Baudelaire, Paris, Gallimard, 1947; 1988, p. 134 (tr. it. Baudelaire, Milano, Mondadori, 1989, p. 117).

61 Le Peintre de la vie moderne, cit., p. 444 (tr. it. p. 1304).

62 Ivi, p. 445 (tr. it. p. 1305).

63 M. Foucault, Qu’est-ce que les Lumières? (1984), in Dits et écrits, Paris, Gallimard, 2001, vol. II, p. 1389 (tr. it. Che cos’è l’Illuminismo?, in Immanuel Kant – M. Foucault, Che cos’è l’Illuminismo, Milano-Udine, Mimesis, 2012, p. 36).

64 Ivi, p. 1390 (tr. it. p. 37).

BAUDELAIRE E IL LINGUAGGIO DELL’INFINITO. Luigi Sasso

Eugène Delacroix

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La Natura e i geroglifici

L’immagine del libro della Natura è molto antica. Essa attraversa perlomeno tutta la cultura medievale, conosce aggiornamenti e ripensamenti, e approda nel cuore dell’Ottocento in una forma, possiamo dire, secolarizzata. Nel lungo percorso si sono smarrite le tracce dell’Autore, o forse la sua presenza, un tempo percepibile in ogni pagina di quel volume, si è nascosta, si è fatta più oscura1. La Natura è nel frattempo diventata il campo di sistematiche indagini scientifiche ‒ Galileo ne aveva parlato come di un libro scritto in caratteri matematici ‒, ma dietro i bagliori di sempre nuove scoperte i filosofi, gli artisti e i poeti hanno avvertito la presenza di una lingua ignota, negli elementi naturali hanno visto i lemmi di un vocabolario che toccava a loro rendere capace di comunicare ancora qualcosa, una dimensione più profonda o forse soltanto un residuo, il ricordo di una remota verità. In tal modo un altro libro sarebbe potuto nascere, una nuova realtà, con la sua musica e i suoi colori: l’opera così compiuta sarebbe apparsa come un mondo inedito, assoluto. Baudelaire ci ricorda, a tal proposito, come il pittore da lui più ammirato, Eugène Delacroix, fosse solito ripetere che la Natura non è che un dizionario; i pittori dotati di immaginazione, continuava il poeta, «cercano nel proprio dizionario gli elementi che convengono alla loro concezione, e inoltre, disponendoli con una certa arte, conferiscono ad essi una fisionomia del tutto nuova»2. E giungeva a questa significativa conclusione: «Un buon quadro, fedele e pari al sogno che lo genera, deve essere prodotto come un universo»3.

Baudelaire è forse lo scrittore che ha compreso e ha saputo esprimere meglio di altri questa svolta, il primo a lasciare intravedere la strada percorsa. Una strada lunga, a volte tortuosa, che passa dalla scoperta di un altro linguaggio delle cose, o meglio di un nesso, di un nodo che lega il linguaggio a una dimensione senza confini. Non mancano segnali in tal senso, a partire dalle Fleurs du mal. Si prenda una delle prime poesie, Élévation. Qui leggiamo di uno slancio che porta a sollevarsi al di sopra degli orrori e della noia, della nebbia della vita, che riesce a far comprendere a chi lo compie «il linguaggio dei fiori e delle cose mute». La Natura può, nelle pieghe del silenzio, mostrarci il suo volto, comunicare, anche se in modo non a tutti comprensibile. Non a caso in Correspondances questa intuizione potrà trovare una più ampia, e celebre, formulazione. Baudelaire sottolineerà come dalla Natura ci vengano confuse parole, come la selva in cui l’uomo è chiamato a muoversi sia tessuta di simboli, e i colori, e i profumi e i suoni si rispondano. Questa trama enigmatica, in cui si manifesta «l’espansione delle cose infinite», da cui la mente e i sensi vengono catturati e trascinati altrove, è il linguaggio delle corrispondenze. È questa esperienza a caratterizzare chi può essere definito un poeta. In una lettera ad Alphonse Toussenel del 21 gennaio 1856, Baudelaire osserva: «È da molto tempo che dico che il poeta è sovranamente intelligente, che egli è l’intelligenza per eccellenza, ‒ e che l’immaginazione è la più scientifica delle facoltà perché essa solamente concepisce l’analogia universale, o ciò che una religione mistica chiama la corrispondenza»4.

Siamo al cospetto di una delle questioni fondamentali e tra le più dibattute della poesia di Baudelaire, spesso interpretata in una chiave non priva, appunto, di sfumature mistiche. A collocare nella giusta prospettiva le corrispondenze baudelairiane è stato Walter Benjamin. Egli ha compreso che il ciclo di poesie che inaugura il suo volume, e in particolare il sonetto Correspondances, è la segreta architettura di questo libro, ed è dedicato a qualcosa di irrevocabilmente perduto. Baudelaire, secondo il filosofo, intendeva con queste corrispondenze un’esperienza che cerca di stabilirsi in una condizione immune da una possibile crisi. Annota Benjamin: «Le correspondances sono le date del ricordo. Non sono date storiche, ma date della preistoria»5. Questa verità è espressa con ferma chiarezza da Baudelaire in un altro sonetto, inequivocabilmente intitolato La Vie antérieure. Sentiamo ancora Benjamin: «Le immagini delle grotte e delle piante, delle nuvole e delle onde, evocate dall’inizio di questo sonetto, emergono dalla calda nebbia delle lacrime, che sono lacrime di nostalgia […]. Il passato mormora nelle corrispondenze; e l’esperienza canonica di esse ha luogo anch’essa in una vita anteriore»6.

Di fronte a questo tessuto di simboli e di analogie, si ridefinisce anche il ruolo del poeta. È lo stesso Baudelaire a fornircene un nitido ritratto, in una pagina dedicata a un monumento della sua epoca: Victor Hugo. In quella sezione dei Saggi sulla letteratura dedicata ai contemporanei possiamo leggere un testo pubblicato per la prima volta il 15 giugno del 1861. Qui la trama delle corrispondenze torna a essere protagonista e indica nel contempo il compito assegnato al poeta: «D’altronde Swedenborg, che aveva un’anima ben più grande, ci aveva già insegnato che il cielo è un uomo grandissimo; che tutto, forma, movimento, numero, colore, profumo, nello spirituale come nel naturale, è significativo, reciproco, vicendevole, corrispondente. Lavater, limitando al viso dell’uomo la dimostrazione dell’universale verità, ci aveva tradotto il senso spirituale del profilo, della forma, della dimensione»7.

Essere poeti, per Baudelaire, significa porsi in una simile disposizione nei confronti della Natura, comprendere che tutto in essa è verbo e allegoria, cercare un dialogo con i suoi enigmi, la lingua in cui restituire le sue pagine. È detto nel punto che segue: «Se noi estendiamo la dimostrazione (non solo ne abbiamo il diritto, ma ci sarebbe infinitamente difficile fare altrimenti), arriviamo a quella verità che tutto è geroglifico, e sappiamo che i simboli non sono oscuri che in modo relativo, vale a dire secondo la purezza, la buona volontà o la chiaroveggenza nativa delle anime. Ora che cos’è un poeta (prendo la parola nella sua accezione più ampia) se non è un traduttore, un decifratore? Nei poeti eccelsi non c’è metafora, comparazione o epiteto che non sia di un’adattabilità matematicamente esatta alla circostanza in atto, perché quelle comparazioni, quelle metafore e quegli epiteti sono tratti dall’inesauribile fondo dell’universale analogia, e non possono essere attinti altrove»8.

Tutto è geroglifico, dunque, e averlo compreso fa di Baudelaire il poeta moderno per eccellenza. La realtà, gli enigmi della Natura sono qualcosa di insondabile, di illimitato, ma il poeta è chiamato a muoversi in questo spazio, a coglierne i segnali, a tentare, anche a rischio di fallire9, di interpretarli, non per consegnare quei geroglifici all’immobilità di un significato, ma per trasformarli nella trama viva e balenante del suo tessuto di parole. L’espansione delle cose infinite è il suo orizzonte, il suo mondo, e forse anche la ragione della sua malinconia. Linguaggio e infinito giocano, nelle pagine del poeta de I fiori del male, un ruolo che a questo punto ci appare essenziale e che si presenta nella sua opera con diversi volti, tramite immagini a volte persino contrastanti. La prima che abbiamo potuto individuare non è priva di suggestione e di risonanze. È l’immagine del poeta come colui che è destinato a tradurre, nei ritmi e nelle sillabe di un verso, l’ambigua oscurità che lo circonda.

Un pezzo di cielo

Ma in che modo parlare dell’infinito? È possibile affrontare un tema che appare inafferrabile, sfuggente? Quale pagina o quale libro potrà mai contenere, o addirittura esaurire, l’idea di infinito? Borges, che pure non ha esitato a dare alle stampe Una storia dell’eternità, ci mette in guardia dai rischi connessi al tentativo di confrontarsi con la nozione di infinito. In un testo intitolato Metempsicosi della tartaruga, presenta tale concetto come «il corruttore e l’ammattitore degli altri»10. Una sorta di virus, una presenza destabilizzante. Eppure, o forse proprio per questo, subito dopo ci informa di aver desiderato, qualche volta, «di compilare la sua mobile storia». Un viaggio che gli avrebbe consentito di incontrare la «numerosa Idra», il mostro che è come «una prefigurazione o emblema delle progressioni geometriche», e di conoscere inoltre «i sordidi incubi di Kafka», le congetture di Niccolò Cusano, che «nella circonferenza vide un poligono con un numero infinito di angoli e lasciò scritto che una linea infinita sarebbe una retta, sarebbe un triangolo, sarebbe un circolo e sarebbe una sfera»11. Borges, la cui scrittura non difetta mai di ironia, ha calcolato anche il tempo a lui necessario per abbordare, con qualche probabilità di successo, una simile impresa: «Cinque, sette anni di apprendistato metafisico, teologico, matematico, mi metterebbero in grado (forse) di pianificare decorosamente questo libro».

Ma altri ostacoli hanno di fatto reso il compito impossibile: «Inutile aggiungere che la vita mi vieta la suddetta speranza, e anche il suddetto avverbio». Parole non proprio incoraggianti, ma ciò nonostante qualche pagina di questa fantomatica Biografia dell’infinito è uscita dalla penna di Borges a cominciare, per non andare troppo lontano, da quelle riguardanti il paradosso di Zenone e le letture a cui è stato, nel corso dei secoli, sottoposto. C’è stato poi chi, al posto di Borges, si è assunto il compito di tracciare tale complesso profilo biografico. Il riferimento è al libro Breve storia dell’infinito di Paolo Zellini. Il suo percorso ha inizio con Anassimandro, insegue la nozione di infinito nel corso dei secoli, individua la svolta operata da Cartesio (con la distinzione tra infinito e indefinito) fino ad approdare a Heidegger, alla testimonianza di Robert Musil, alla nozione di «inconscio gnoseologico» di Hermann Broch, vale a dire di «quel punto di raccordo delle varie attività dello spirito che culmina nella precognizione dell’infinito»12.

Ma non è possibile seguire le tappe e i continui spostamenti di questo secolare itinerario: è tempo di tornare a Baudelaire e ai volti che l’infinito ci mostra nella sua opera.

In una lettera indirizzata ad Armand Fraisse, redattore del «Salut public», e datata Parigi 18 febbraio 1860, Baudelaire si sofferma su una questione apparentemente di carattere metrico, ma tale da coinvolgere, in realtà, una vera e propria concezione della poesia, da compiere una svolta che si può definire, senza troppe esitazioni, epocale. Baudelaire prende in considerazione la forma del sonetto e osserva come essa sia ideale per esprimere la grandezza di sensazioni e pensieri: «Al Sonetto si confà tutto, la stravaganza, l’intrigo amoroso, la passione, la fantasticheria, la meditazione filosofica. Ha la bellezza del metallo e del minerale lavorato bene»13. Le ragioni di questa eccellenza sono dette subito dopo, e vanno ravvisate nella capacità di uno spazio circoscritto di suggerirci l’illimitato, di cogliere, dell’ambiente circostante, la dimensione più vicina al vero: «Avete osservato come un pezzo di cielo, scorto attraverso uno spiraglio o tra due camini, due rocce, o attraverso un’arcata, ecc., dia un’idea più profonda dell’infinito del grande panorama visto dall’alto di una montagna?»14.

L’immagine è suggestiva, ma a noi interessa soprattutto perché in grado di farci comprendere la straordinaria efficacia della forma breve, tale da aprire uno spiraglio verso l’infinito. L’intuizione di Baudelaire ‒ secondo cui il testo breve è più efficace della forma lunga ‒ non è casuale né estemporanea, ma poggia su alcune letture che furono per lui folgoranti, fondamentali. Si tratta delle pagine di Coleridge e di quelle dell’autore da Baudelaire più assiduamente letto, studiato e tradotto: Edgar Allan Poe. Nella Filosofia della composizione,lo scrittore americano osservava: «Inutile dimostrare che una poesia è tale solo in quanto eccita intensamente l’anima, elevandola, e tutte le eccitazioni intense sono, per necessità psichica, brevi»15, e nel Principio poetico ribadiva: «Sostengo che l’espressione “lungo poema” è non altro che una chiara contraddizione in termini. […] Il grado d’esaltazione grazie al quale una poesia acquista il diritto di essere chiamata tale, non può essere mantenuto per tutta la durata d’una composizione molto lunga»16.

Che si tratti di parole non trascurabili per la definizione di una nuova concezione del fare poetico ce lo conferma un articolo di Montale pubblicato nel 1940 sulla rivista «Primato». Ne stralciamo un paio di frasi. Montale sta facendo riferimento al noto saggio di Luciano Anceschi Autonomia ed eteronomia dell’arte: «La poesia, per limitarci a questa, ha ricercato se stessa, le leggi della propria purezza, è giunta talora a trarre diretta ispirazione da questa raggiunta autocoscienza»17. E prosegue indicando la genealogia di questa svolta: «Seguiamo, didatticamente un filo solo per orientarci (ma i fili sono moltissimi). È ben nota l’opinione – che il Poe riprese dal Coleridge – secondo la quale è solo ammissibile e legittimo il poema breve; non potendosi ammettere piaceri, o commozioni, di lunga durata. […] Ora è chiaro che il poema breve doveva guadagnare in intensità ciò che perdeva in estensione; dal poema breve al poema intenso, concentrato, è corto il passo; ancora più corto il passo dal poema intenso al poema oscuro»18.

Per Baudelaire tale processo, che conduce a una concentrazione della scrittura poetica, comporta una concisione e una densità che possono farci intravedere, in maniera nitida, una dimensione letteralmente sconfinata. Proprio se la forma è costrittiva, ci fa notare, l’idea scaturisce più intensa. Il frammento di cielo diviene pertanto l’immagine di un infinito in piccolo, diminuito. È proprio questa la particolarità che Baudelaire coglieva in Eugène Delacroix: «Si potrebbe dire che, con una immaginazione più ricca, egli esprime soprattutto ciò che è più segreto del cervello, l’aspetto stupefacente delle cose, tanto la sua opera ritiene, senza alterarli, l’impronta e l’umore della sua concezione. È l’infinito nel finito. Sì, è il sogno! E con questa parola non intendo il cafarnao della notte, ma la visione generata da un’intensa meditazione, o, nei cervelli meno fecondi, da un’eccitazione artificiale»19.

La formula dell’infinito nel finito, uno dei punti fondamentali della filosofia idealistica tedesca, era stata già utilizzata da Schelling come definizione del bello20. In Baudelaire quella formula acquisterà anche, e soprattutto, un altro sapore: il cielo diventerà, nella poesia Le Cygne, «crudelmente azzurro e ironico [ironique et cruellement bleu]», si trasformerà in allegoria. E l’infinito affiorerà soltanto nella melanconia di «chi ha perduto ciò che non si ritrova / mai più».

Una stregoneria evocatrice

«I vizi dell’uomo, per quanto li si supponga pieni di orrore, contengono la prova (non fosse altro che per la loro infinita espansione!) del suo gusto dell’infinito; ma è un gusto che spesso sbaglia strada»21. Nel passo appena citato, Baudelaire sta analizzando gli effetti dell’hascisc su chi ne fa uso. Il punto di partenza è costituito dall’espansione a oltranza della individualità. Da qui un dipanarsi dell’immaginazione umana che Baudelaire intende seguire fino alle estreme conseguenze. La metamorfosi delle forme e dei colori è il primo passo di questo processo: «I colori prenderanno un’energia inconsueta e entreranno nel cervello con un’intensità vittoriosa. Delicate, mediocri, o anche brutte, le pitture del soffitto si rivestiranno di una vita impressionante; le più grossolane tappezzerie che rivestono le pareti degli alberghi prenderanno rilievo e profondità come splendidi diorami. Le ninfe dagli sguardi abbaglianti vi guarderanno con grandi occhi più profondi e più limpidi del cielo e dell’acqua; i personaggi dell’antichità, bardati nei loro costumi sacerdotali o militari, scambiano con voi, col semplice sguardo, confidenze solenni. La sinuosità delle linee è un linguaggio definitivamente chiaro, nel quale leggete l’agitazione e il desiderio delle anime»22.

I punti focali della poetica di Baudelaire trovano ora nuovo spazio: le analogie, le corrispondenze si impongono allo sguardo; l’allegoria «riprende il suo legittimo dominio nell’intelligenza illuminata dall’ebbrezza». L’hascisc ricopre ogni cosa, si stende su «tutta la vita come una vernice magica». E i suoi effetti finiscono per coinvolgere anche il linguaggio: «La grammatica, la stessa arida grammatica diventa qualcosa come una stregoneria evocatrice; le parole risuscitano rivestite di carne e di ossa, il sostantivo, nella sua maestà sostanziale, l’aggettivo, abito trasparente che lo veste e lo colora come una vernice, e il verbo, angelo del movimento, che dà la spinta alla frase»23. Anche la musica, «lingua cara ai pigri o agli spiriti profondi», subisce una metamorfosi «e vi racconta il poema della vostra vita», a tal punto che ogni movimento del ritmo finisce per battere in sintonia con i movimenti dell’anima. È un esito sorprendente, è l’origine di un nuovo linguaggio. L’immagine del dizionario, che già abbiamo incontrato, ora si trasforma, diviene un corpo, un respiro: «ogni nota si trasforma in parola e l’intero poema entra nel vostro cervello come un dizionario dotato di vita»24. L’infinito coinvolge e contagia la fisionomia del soggetto, la cui individualità a questo punto, vede infrangersi i suoi stretti limiti, si colloca, «sotto l’impero del veleno», al centro dell’universo: «Nessuno si stupirà che un pensiero finale, supremo, scaturisca dal cervello del sognatore: “Io sono diventato Dio!”; che un grido selvaggio, ardente, gli prorompa dal petto con tale energia, tale potenza d’impeto che se gli atti di volontà e le credenze di un uomo ubriaco avessero una virtù efficace, questo grido farebbe precipitare gli angeli sparsi per i sentieri del cielo»25. Del resto nei versi della poesia Le poison, Baudelaire aveva messo a fuoco la paradossale dote, in quel caso dell’oppio, di estendere la percezione persino di uno spazio ormai senza più limiti: «L’oppio ingrandisce ciò che non ha fine, /l’illimitato estende»26.

Ma nelle pagine che Baudelaire dedica ai paradisi artificiali trovano spazio anche considerazioni sugli effetti inquietanti che l’hascisc provoca sul pensiero: «Qui il ragionamento non è più che un rottame in balìa di tutte le correnti, e il susseguirsi dei pensieri è infinitamente più accelerato e più rapsodico. Ciò significa, credo in modo abbastanza chiaro, che l’hascisc è, nel suo effetto presente, molto più veemente dell’oppio, molto più nemico della vita regolare e, in una parola, molto più perturbante»27.

Anche il bilancio offerto dall’oppio non è a sua volta meno inquietante. Dalla lettura delle Confessioni di un oppiomane di Thomas De Quincey, Baudelaire avrà notizia dell’effetto paralizzante causato dalla sistematica assunzione della sostanza: l’interruzione degli studi da parte del mangiatore di oppio; il riaffiorare, ma solo a intervalli, della sua capacità di nutrirsi dei grandi poeti, di leggere i testi di Wordsworth; l’impossibilità di dedicarsi alla sua vera vocazione, la filosofia, e di portare avanti il progetto di un’opera dal titolo De emendatione humani intellectus, lasciata pertanto incompiuta e sospesa, «con l’aspetto desolato di quelle grandi costruzioni intraprese da governi prodighi o da architetti imprudenti»28 .

In un passaggio della sua analisi, Baudelaire definisce le Confessioni di De Quincey un libro senza epilogo. Forse qualcosa di simile si potrebbe sostenere a proposito dei Paradisi artificiali. C’è però un’immagine che si impone con forza suggestiva, in cui l’eccitazione provocata dall’oppio gioca un ruolo non secondario, in grado di rivelarci la persistenza della scrittura, di ciò che a un primo sguardo non sembra altro che cenere. Tutto parte da un aneddoto. Lasciamo raccontare Baudelaire: «Un uomo di genio, malinconico, misantropo, volendo vendicarsi dell’ingiustizia del suo secolo, gettò un giorno nel fuoco tutte le sue opere manoscritte. E poiché gli veniva rimproverato questo terribile olocausto fatto all’odio, che d’altra parte era il sacrificio di tutte le sue speranze, rispose. “Che importa? L’importante era che quelle cose venissero create; sono state create, dunque esistono”»29.

Si può ipotizzare che quell’uomo fosse il compositore Émile Douay30, ma di certo la convinzione che esprimono le sue parole era pienamente condivisa da Baudelaire, che in Razzi, XLIII, 79 scriverà: «Ogni cosa creata, anche dall’uomo, è vita immortale»31. E tra gli esiti a cui l’oppio può condurre, del tutto simili in questo caso a quelli raggiunti «nell’ora della morte, o durante la febbre», va secondo Baudelaire annoverata la capacità di ridare vita e nitore a quanto giace sepolto nella nostra memoria, di ritrovarvi ciò che appariva perduto, di cogliere in ultimo, di questa facoltà, l’illimitata potenza. Un’arma a doppio taglio, ovviamente, e Baudelaire lo spiega con queste parole: «E se in questa credenza c’è qualcosa di infinitamente consolante, quando il nostro spirito si volta verso la parte di noi stessi che possiamo considerare con compiacimento, non c’è forse qualcosa di infinitamente terribile, nel caso futuro, inevitabile in cui il nostro spirito si volterà verso quella parte di noi stessi che non possiamo affrontare se non con orrore? Nell’ambito spirituale come in quello materiale nulla va perduto. […] Il palinsesto della memoria è indistruttibile»32.

Il riso e l’immaginazione

Tra i testi critici di Baudelaire, un posto di sicuro rilievo occupa il saggio De l’essence du rire et généralement du comique dans les arts plastiques, pubblicato su «Le Portefeuille» l’8 luglio del 1855, nel quale egli intende condividere col lettore alcune riflessioni sul genere della caricatura. Non un tema come un altro ma, confessa Baudelaire, qualcosa che si era trasformato col tempo nella sua mente in una sorta di ossessione. Per trattare l’argomento con un certo ordine e renderlo più facilmente assimilabile, Baudelaire ammette di aver dovuto ricorrere a doti di filosofo e di artista, e di essersi concentrato solo su quelle opere che «contengono un elemento misterioso, duraturo, eterno, che le raccomanda all’attenzione degli artisti»33. Tuttavia anche con questa avvertenza l’impresa avrebbe potuto, a suo giudizio, prestare il fianco alle obiezioni di qualche spirito pedante, pronto a negare lo statuto di genere alla caricatura e ad accusare l’autore di frivolezza. «Ma occorre allora dimostrare che niente di quanto viene dall’uomo è frivolo allo sguardo del filosofo», è pronto a replicare Baudelaire, il quale poche righe più sopra aveva individuato il vero argomento del saggio nel fatto «che questo elemento inafferrabile del bello s’insinui persino nelle opere chiamate a rappresentare all’uomo la sua bruttezza morale e fisica»34.

Si parte da una constatazione: il riso e il pianto non poterono figurare nel paradiso di delizie. Entrambi sono figli della sofferenza, e comparvero allorché al corpo dell’uomo fiaccato venne meno la forza per reprimerli. Il comico rientra pertanto tra i segni più satanici dell’uomo, è «uno dei tanti semi racchiusi nella simbolica mela»35. Alla base vi è una sorta di orgoglio inconscio, l’idea demoniaca della propria superiorità. Affermazione notevole, tanto da costituire una anticipazione della teoria sul riso di Bergson. Espressione tra le più ricorrenti della follia, il riso, aggiunge Baudelaire, è spesso provocato dalla vista della disgrazia altrui (un uomo che scivola sul ghiaccio e cade, per esempio). Il carattere satanico del riso trova il suo archetipo nel Melmoth di Charles Robert Maturin, vero e proprio «codice del Romanticismo», esplosione perenne della collera e della sofferenza. Melmoth è «l’esito necessario della sua duplice natura contraddittoria, infinitamente grande rispetto all’uomo, infinitamente vile e bassa rispetto al Vero e al Giusto assoluti»36; il suo riso è una presenza insonne, imperturbabile come una malattia che segue il suo corso. Date queste premesse, possiamo meglio comprendere l’affermazione di Baudelaire secondo la quale il riso è segno di una grandezza infinita e insieme di un’infinita miseria: «miseria infinita in rapporto all’Essere assoluto di cui possiede il concetto, grandezza infinita in rapporto agli animali»37. Tutta la baudelairiana teoria del comico si condensa in un’asserzione che ha in sé qualcosa di definitivo: «Dal continuo scontro di questi due infiniti promana il riso».

Questa dimensione scissa, doppia, ormai solidamente presente nella nostra cultura e di cui non sarebbe arduo individuare l’origine38, è il punto focale della riflessione di Baudelaire, che giunge a individuare la fisionomia del grottesco o comico assoluto, a distinguerlo dal comico significativo e a tratteggiare le differenti varietà del comico in base al clima, alle inclinazioni e alle qualità nazionali.

Un paio di anni più tardi, passando in rassegna l’opera di caricaturisti francesi e non, Baudelaire si sofferma con particolare attenzione sui lavori di Brueghel il Vecchio, forse anche perché sembra riassumersi, in questo artista, buona parte degli aspetti individuati fin qui: «Nei quadri fantastici di Brueghel il Vecchio si rivela tutta la potenza dell’allucinazione. Nessun artista potrebbe comporre opere così mostruosamente paradossali, se non vi fosse sospinto, sin dal nascere, da una qualche forza sconosciuta. Nell’arte, cosa troppo poco osservata, la parte rimessa alla volontà dell’uomo è molto meno ampia di quanto non si creda»39.

Poche righe più avanti Baudelaire parla di una sorta di mistero a proposito dell’arte di Brueghel, dove la Natura si trasforma continuamente in logogrifo, e infine sembra trovare le sue radici in un arcano psichico, vale a dire in «una sorta di grazia speciale e satanica», di follia. Affermazione significativa, e che non contrasta affatto con la reazione che a sua volta lo spettatore può provare di fronte a un’opera d’arte. Ce lo conferma un passo di un altro saggio, in cui Baudelaire riassume in poche righe quella che egli definisce una lezione di critica: «Mi accadrà spesso di apprezzare un quadro unicamente per l’insieme di idee o di immaginazioni fantastiche che saprà indurre nel mio spirito»40. Non serve l’erudizione, e nemmeno il ricorso a categorie come l’utile o il progresso per apprezzare la bellezza di un quadro. «La pittura è un’evocazione, un’operazione magica», un gesto che, come la scrittura, fa affidamento sul potere dell’immaginazione. In cosa consista tale potere, Baudelaire ce lo spiega in una pagina del Salon del 1859: «L’immaginazione invero ha appreso all’uomo il senso morale del colore, del contorno, del suono e del profumo. Essa ha creato, al principio del mondo, l’analogia e la metafora. Essa scompone tutta la creazione e, con i materiali raccolti e disposti secondo le regole di cui non si può trovare l’origine se non nel più profondo dell’anima, crea un mondo nuovo, produce la sensazione del nuovo»41.

Un guerriero, un diplomatico, uno scrittore, senza la spinta dell’immaginazione, sono inevitabilmente destinati al fallimento. La conclusione a cui giunge Baudelaire non ci sorprende, perché ci riporta al cuore del problema: «L’immaginazione è la regina del vero, e il possibile è una provincia del vero. Essa è concretamente congiunta con l’infinito»42.

Sentire l’infinito

Nel “Confiteor” dell’artista, una pagina che fa parte dello Spleen di Parigi, Baudelaire si sofferma su una sensazione, le cui principali qualità, sottolinea, appaiono del tutto in contrasto tra loro. Ecco il passo: «Come le fini dei giorni d’autunno sono penetranti! Ah! Penetranti fino al dolore! Poiché vi sono sensazioni deliziose in cui la vaghezza non esclude l’intensità, e non c’è punta più acuminata di quella dell’Infinito»43.

Non è molto importante, in questo caso, riscontrare un’ulteriore conferma della presenza del tema dell’infinito in Baudelaire; c’è piuttosto qualcosa di essenziale che le parole riportate suggeriscono. Per dirlo nel modo più semplice: l’infinito, per Baudelaire, non è un’idea, un concetto, una questione, non è nemmeno un problema di cui si possa fare la storia, breve o lunga che sia. L’infinito è, al contrario, una sensazione, qualcosa che si percepisce con il corpo, qualcosa la cui indeterminata vastità non impedisce di ferirci come la lama di un coltello. Le parole, al cospetto dell’infinito, mostrano tutta la loro insufficienza, faticano a cogliere la sua natura sfuggente, contraddittoria, estranea a ogni logica eppure così deliziosa, dice Baudelaire, e lacerante. Forse non siamo molto lontani dal nucleo oscuro che genera il linguaggio della poesia, che fa del dizionario non uno strumento per veicolare informazioni e concetti, ma una trama in grado di restituirci, in tutto o in parte, la vaghezza e l’intensità di quel che percepiamo, l’enigma ‒ orribile, seducente ‒ delle cose. La dinamica delle corrispondenze è solo l’esito più vistoso di una lingua, quella dei Fiori del male, capace di farsi veicolo di innumerevoli sensazioni, capace di nominare gli odori, i suoni e i colori di cui l’anima può inebriarsi, di rendere visibile il luccicare della pelle dell’amata «come seta che oscilla e trascolora» (Le serpent qui danse, v. 3), di farci percepire il profumo che «al canto degli equipaggi si mischia nel mio cuore» (Parfum exotique, v. 14), l’incanto e il mistico chiarore degli occhi di lei, «come di ceri che nel giorno il sole /sfuoca ma non cancella» (Le flambeau vivant, vv. 10-11).

I fiori del male parlano questa lingua delle sensazioni. Tutta l’opera di Baudelaire ci avverte che scrivere poesie, leggere un quadro o un romanzo, formulare un giudizio critico sono gesti che possono nascere soltanto dal valore sensibile, letteralmente estetico, delle cose. È proprio la poesia che s’intitola Hymne à la Beauté a darcene una prova: «Che importa che tu venga dall’inferno o dal cielo, / o mostro enorme, ingenuo, spaventoso! / se grazie al tuo sorriso, al tuo sguardo, al tuo piede /penetro un Infinito che ignoravo e che adoro?» (vv. 21-24)44.

L’alfabeto dell’abisso

L’infinito mostra spesso in Baudelaire, e non solo nelle deformazioni del comico, un volto inquietante, un lato demoniaco, che coinvolge anche il linguaggio. Una delle poesie aggiunte alla terza edizione delle Fleurs, vale a dire Le gouffre, ce ne fornisce un esempio. Tutto è abisso, vi si legge: «l’atto, il desiderio, il sogno» e, ovviamente, la parola, tutto indica una profondità in cui rischiamo di precipitare, uno spazio dentro di noi («Pascal aveva il proprio abisso, e sempre / se lo portava dietro») che ci affascina e ci spaventa, un vuoto che sembra inghiottire ogni cosa e non concedere la possibilità di un ritorno. Non è un caso che proprio Pascal venga citato nel primo verso del componimento. Forse rappresentava per Baudelaire uno spirito fraterno, il solo che, avendo compreso che non esiste certezza nella ragione, non avesse rifuggito l’eccessivo, l’assoluto, il profondo. Nel suo saggio Baudelaire e l’esperienza dell’abisso, Benjamin Fondane ci ricorda come per l’autore dei Fiori del male la poesia fosse una «recherche en gémissant»45. I suoi versi, le sue immagini non si attengono al giusto mezzo, i suoi sentimenti spesso danno spazio alla rabbia, all’odio, a un’angoscia senza rimedio. Così Baudelaire e Pascal percorrono strade diverse, ma forse il loro abisso in buona misura si assomiglia. Erano entrambi geometri (il matematico Pascal, il Baudelaire seguace, lo si è visto, della dottrina del Poetic Principle) prima che l’Abisso venisse a toglierli da un’impasse per gettarli in un’altra, mostrasse l’imprevedibile infondatezza delle loro convinzioni più salde. Pascal abbandonò la matematica, Baudelaire intuì che non è possibile liberarsi dall’io, per quanto detestabile, che la poesia è legata «alle vecchie superstizioni, al pensiero dei primitivi, e alle passioni fino a oggi attribuite alla carne»46.

Se interroghiamo la ragione, annotava Fondane, essa ci risponderà che l’arte può esistere solo mantenendosi nel finito: l’abisso è una minaccia, un’esperienza che compromette la riuscita dell’opera, che rompe l’equilibrio della forma e talvolta − ce lo ricordano i casi di Gogol’, di Rimbaud – arriva persino a bloccare il processo creativo. Ma Baudelaire aveva compreso che senza il tentativo di restituire il volto atroce e inesprimibile delle cose, senza lasciar sgorgare la vena irrazionale dentro di noi, non ci può essere arte, letteratura. I versi di Baudelaire, per quanto imperfetti, aprono su qualcosa. Egli ha preferito «le crepe all’eleganza, […] la magia consunta all’espressione priva di magia, la difformità vivente all’armonia minore e artificiale, il topo vivo al giocattolo»47, e così facendo ha cambiato definitivamente la concezione stessa della poesia.

La lettura di Fondane ci invita a inseguire altre immagini dell’abisso in Baudelaire. Nel testo in tal senso forse più noto, vale a dire L’Albatros, s’impone il movimento della nave, «in lieve corsa sugli abissi amari[les gouffres amers]», sulla quale l’uccello catturato viene irriso dai marinai. Commentando questo verso, Antonio Prete ha annotato: «L’ultimo sintagma, come si sa, ha nelle Fleurs du mal una sua trama di senso. Abissale cifra della perdita, orizzonte dello sprofondamento – dello sguardo, della coscienza – topos del rispecchiamento di sé nel mare oscuro di un’interiorità insondabile»48. Ed ecco affiorare, tra i nodi di questa trama, i versi di Le Voyage, il sapore amaro dei desideri di chi un giorno, «col fuoco nel cervello», decide finalmente di partire, di chi scopre che ormai l’infinito alberga dentro di sé, ed è disposto a calarsi nell’abisso («Plonger au fond du gouffre», v. 143) pur di incontrare qualcosa di nuovo. Infinito e abisso si fanno sinonimi, indicano l’oscurità dalla quale è avvolta l’anima del poeta e dalla quale si muove la sua disperata richiesta di aiuto: «Io t’imploro – Te, l’unica che amo! ‒ / dal buco senza luce dove giace il mio cuore» (De profundis clamavi, vv. 1-2).

L’abisso è la caduta, è il volo di Icaro, i cui occhi consunti vedono «soltanto ricordi di soli» (Les Plaintes d’un Icare, v. 8), è l’improprio, l’inappartenenza, un baratro a cui chi vi precipita non potrà mai donare il suo nome. È il terreno calcinato, ricoperto di cenere su cui si aggira, bersaglio di risa e di ammicchi, la figura del poeta (La Béatrice). Solo da un luogo simile potrà giungere ormai la lingua della poesia. Di questo infinito si comporrà il suo alfabeto.

Arabeschi

Di tutte le immagini passate davanti agli occhi di Baudelaire, sognate, generate dall’assunzione di una droga, prodotte da una macchina49, le più enigmatiche sono quelle che suggeriscono una dimensione labirintica, replicabile all’infinito. Per esempio, l’arabesco50. Baudelaire vi si sofferma brevemente in un passaggio del suo testo dedicato a Delacroix, nel punto in cui cerca di venire a capo dello straordinario fascino emanato dalle tele di colui che considerava «la mente più aperta a tutte le conoscenze e a tutte le impressioni»51. Quel potere di seduzione in gran parte risiedeva nella capacità dell’artista di operare con gli elementi formali ed essenziali del linguaggio pittorico: «La linea e il colore fanno entrambe pensare e sognare; i piaceri cui dànno origine sono di una natura diversa, ma perfettamente uguale e assolutamente autonoma dal soggetto del quadro»52. Si respira un’atmosfera magica in un quadro di Delacroix, cupa e tuttavia ammaliante, sostiene Baudelaire, che conclude: «È il segno certo del vero, perfetto colorista». L’analisi del soggetto nulla può togliere né aggiungere a quel piacere primitivo. E volendo rovesciare l’esempio, il risultato non cambia: una figura ben disegnata provoca a sua volta un piacere dovuto unicamente «all’arabesco che ritaglia nello spazio»53. L’atto pittorico, insomma, prescinde da ciò che il dipinto rappresenta. È la forma, l’accostamento dei colori, il movimento delle linee che, messo in secondo piano ogni riferimento concreto, viene a costituire l’essenza dell’operazione artistica54.

Ma non bisogna pensare che ciò indichi un gesto freddo, impersonale o puramente decorativo. La dinamica delle forme, l’intreccio delle linee, il cromatico contrappunto finiscono per farsi tramite di un palpito, di una vibrazione. È una verità che possiamo comprendere meglio se, per un momento, ci allontaniamo da tele e disegni e volgiamo lo sguardo a un aspetto della realtà quotidiana. Lo fa per noi Baudelaire, richiamando alla memoria un frammento di un’esperienza di viaggio. Qualcosa di simile a un arabesco si forma dinnanzi ai nostri occhi: un movimento circoscritto, ma potenzialmente senza fine, in cui si rendono percepibili le pulsioni più profonde, abissali, che fermentano in ogni individuo. Sono loro a generare un’interminabile sequenza di creature dell’immaginazione: «Io credo che il fascino infinito e misterioso che alberga nella contemplazione di una nave, e soprattutto di una nave in movimento, è legato, nel primo caso, alla regolarità e alla simmetria, che sono uno dei bisogni primordiali dello spirito umano allo stesso grado della complicazione e dell’armonia, ‒ e, nel secondo caso, alla moltiplicazione successiva e alla generazione di tutte le curve e figure immaginarie operate nello spazio dagli elementi reali dell’oggetto»55.

È la descrizione di un evento che si potrebbe persino definire banale, ma che agli occhi del poeta assume una straordinaria profondità, un significato, ancora una volta, esteso e insieme penetrante. Nei solchi tracciati dalla nave si può finalmente sfogliare l’archivio e la sintesi di ogni destino: «L’idea poetica che si sprigiona da questa operazione del movimento nelle linee è l’ipotesi di un essere vasto, immenso, complicato ma euritmico, di un animale pieno di genio, che soffre e sospira tutti i sospiri e tutte le ambizioni umane»56.

1 Sulla storia dell’immagine del libro della Natura cfr. Ernst Robert Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino, tr. it., Firenze, La Nuova Italia, 1992, pp. 354-361.

2 Charles Baudelaire, L’opera e la vita di Eugène Delacroix, in Opere, a cura di Giovanni Raboni e Giuseppe Montesano, Milano, Mondadori, 1996, p. 1326; da questa edizione sono tratte tutte le citazioni, fatta eccezione per le lettere.

3 Ivi, p. 1328.

4 Charles Baudelaire, Il vulcano malato, Lettere 1832-1866, tr. it., Roma, Fazi, 2007, p. 140.

5 Walter Benjamin, Su alcuni motivi in Baudelaire, in Opere complete, vol. VII: Scritti 1938-1940, a c. di Rolf Tiedemann, tr. it., Torino, Einaudi, 2006, p. 404.

6 Ivi, pp. 404-405.

7 C. Baudelaire, Riflessioni su alcuni dei miei contemporanei: Victor Hugo, p. 930.

8 Ibidem.

9 In una lettera a Charles Asselineau del 13 marzo 1856, per esempio, Baudelaire presenta i sogni come «un linguaggio quasi geroglifico di cui non ho la chiave» (Il vulcano malato, cit., p. 142).

10 Jorge Louis Borges, Discussione, in Opere complete, tr. it., Milano, Mondadori, 2005, I, p. 393.

11 Ibidem.

12 Paolo Zellini, Breve storia dell’infinito, Milano, Adelphi, 1980, p. 245.

13 Baudelaire, Il vulcano malato, cit., p. 221.

14 Cfr. anche Baudelaire, Razzi, XXX, 55, p. 1436: «Perché lo spettacolo del mare è così infinitamente ed eternamente piacevole? Perché il mare offre a un tempo l’idea di immensità e del suo movimento. Sei o sette leghe rappresentano per l’uomo il raggio dell’infinito. Ecco un infinito in piccolo. Che importa, se basta a suggerire l’idea dell’infinito totale? Dodici o quattordici leghe di liquido in movimento bastano a dare l’idea di bellezza più alta che sia offerta all’uomo sul suo transitorio abitacolo».

15 Edgar Allan Poe, Tutti i racconti e le poesie, a cura di Carlo Izzo, Firenze, Sansoni, 1974, p. 1073.

16 Ivi, p. 1085. Per Coleridge il riferimento è al cap. XIV della Biographia Literaria: «Un poema di una certa lunghezza non può essere, né è tenuto a essere, tutta poesia» (Poesie, a cura di Mario Luzi, Milano, Mondadori, 1973, p. 141).

17 Eugenio Montale, Parliamo di ermetismo, in Il secondo mestiere. Arte musica società, Milano, Mondadori, 1996, p. 1532.

18 Ibidem.

19 Baudelaire, Salon del 1859, p. 1218.

20 Ce lo ricordano in una nota (a p. 1664) i curatori dell’edizione italiana delle Opere, che rinviano anche al libro De l’Allemagne di Madame de Staël.

21 Baudelaire, I paradisi artificiali, p. 551.

22 Ivi, p. 582.

23 Ivi, p. 583.

24 Ibidem.

25 Ivi, p. 590.

26 Les Fleurs du mal, p. 105.

27 Baudelaire, I paradisi artificiali, p. 580.

28 Ivi, p. 637.

29 Ivi, p. 670.

30 Cfr. la nota a questo passo nella citata edizione delle Opere, p. 1613.

31 Baudelaire, Opere, cit., p. 1445.

32 Baudelaire, I paradisi artificiali, p. 670.

33 Baudelaire, Dell’essenza del riso e in generale del comico nelle arti plastiche, p. 1101.

34 Ibidem.

35 Ivi, 1105.

36 Ivi, p. 1107.

37 Ivi, p. 1108.

38 Baudelaire, sulla scia di Hugo, individuava nello sdoppiamento tra anima e corpo operato dal cristianesimo l’origine del grottesco: «Gli idoli indiani e cinesi non sanno di essere ridicoli; in noi soli, cristiani, risiede il comico» (ivi, p. 1110 e cfr. la nota relativa a p. 1657).

39 Baudelaire, Alcuni caricaturisti stranieri, p. 1156.

40 Ivi, p. 1163.

41 Ivi, p. 1199.

42 Ibidem.

43 Baudelaire, Lo Spleen di Parigi, p. 388.

44 Di qui l’idiosincrasia di Baudelaire per ogni sistema, di cui riconosce l’incapacità di cogliere «il bello multiforme e di colori cangianti, che si muove nelle spirali infinite della vita» (Esposizione universale – 1855 ‒ Belle arti, p. 1161).

45 Benjamin Fondane, Baudelaire e l’esperienza dell’abisso, tr. it. a cura di Luca Orlandini, Torino, Aragno, 2013, p. 226.

46 Ivi, p. 228.

47 Ivi, p. 353.

48 Antonio Prete, L’Albatros di Baudelaire, Parma, Pratiche, 1994, p. 22.

49 Interessante, in Baudelaire, l’ accenno al fenachistoscopio, oggetto scientifico di cui ci viene spiegato il funzionamento nella Morale del giocattolo, p. 1374: «Supponete un movimento qualsiasi, per esempio l’esercizio di un ballerino o di un giocoliere, suddiviso e scomposto in un certo numero di movimenti; supponete che ognuno di questi movimenti, ‒ diciamo venti, se volete, ‒ sia rappresentato da una figura intera di danzatore o di giocoliere, e che siano tutti disegnati intorno a un disco di cartone. Sistemate questo disco, così come un altro disco forato, a intervalli regolari, da venti finestrine, su un perno all’estremità di un manico che terrete come si tiene un parafuoco davanti al caminetto. Le venti piccole figure, che rappresentano il movimento scomposto di una sola figura, si riflettono in uno specchio posto di fronte a voi. Applicate il vostro occhio all’altezza delle finestrine, e fate ruotare rapidamente i dischi. La rapidità della rotazione trasforma le venti aperture in una sola apertura circolare, attraverso la quale voi vedete riflettersi nello specchio venti figure danzanti, perfettamente simili, che eseguono gli stessi movimenti con una precisione fantastica. Ogni figura ha beneficiato delle altre diciannove. Sul disco essa ruota, e la sua rapidità la rende invisibile; nello specchio, vista attraverso la finestra ruotante, essa è immobile, ed esegue in ordine tutti i movimenti distribuiti tra le venti figure. Il numero dei quadri che si possono creare in questo modo è infinito».

50 Sulla relazione tra l’arabesco e l’infinito si veda il saggio di Titus Burckhardt, L’arte islamica, tr., it., Milano, Abscondita, 2002, p. 82: «L’intreccio geometrico […] ricorda l’unità soggiacente alle cose, essendo generalmente costituito da un solo elemento, una sola corda, un solo tratto, che ritorna senza fine su se stesso».

51 Baudelaire, L’opera e la vita di Eugène Delacroix, p. 1324.

52 Ivi, p. 1333.

53 Ibidem.

54 Il distacco del disegno dal soggetto, lo smaterializzarsi dell’immagine trova conferma in due folgoranti annotazioni: «Il disegno arabesco è il più spiritualista dei disegni» (Razzi, IV, p.1390); e poco più avanti: «Il disegno arabesco è il disegno più ideale di tutti» (ivi, V, p. 1391).

55 Razzi, XV, 22, p. 1402.

56 Ibidem.

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Caspar David Friedrich

DODICI FRAMMENTI PER UNA NUOVA PROSA. Marco Ercolani

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Ettore Frani

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Niente sapere, non insegnare niente, non volere niente, non sentire niente: dormire e ancora dormire, questo è oggi il mio unico voto. Voto infame e disgustoso, ma sincero. (C. Baudelaire)

1

«Nelle mie passeggiate solitarie per le città, suol destarmi piacevolissime sensazioni e bellissime immagini la vista dell’interno delle stanze che io guardo di sotto dalla strada per le loro finestre aperte. Le quali stanze nulla mi desterebbero se io le guardassi stando dentro. Non è questa un’immagine della vita umana, de’ suoi stati, de’ beni e diletti suoi?». Così scrive Giacomo Leopardi, nel suo Zibaldone, il 1° dicembre 18281. Qualche decennio dopo, nel 1863, Baudelaire pubblica un breve poème en prose, Les fenêtres, in cui si legge: «Colui che guarda dal di fuori attraverso una finestra aperta non vede mai tante cose come chi guarda una finestra chiusa. Non v’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso e più abbagliante di una finestra illuminata da una candela. Quel che si può vedere in pieno sole è sempre meno interessante di ciò che sfila dietro un vetro. In quel buco nero o luminoso vive la vita, e sogna, e soffre»2.

Leopardi, attratto dalla finestra aperta, guarda dal basso, oltre il vetro. Baudelaire fissa la finestra chiusa, che dietro il vetro nasconde segreti. Due sguardi opposti, ma altrettanto ricchi di un reciproco mistero, che sottolinea la mancanza di adeguamento del poeta ai canoni del reale.

2

Le segrete felicità leopardiane sono illusioni che, nel pensiero tenebroso e intimo di Baudelaire, si dissolvono: qui il “pieno sole” del vedere non ha mai diritto di cittadinanza. Il buio fitto, il filo di luce della candela: segnali di una fessura, di un buco che produrrà suggestioni e che non è solo buco nero d’angoscia, ma anche apertura da cui potrebbero emanare bagliori. La vita sogna e soffre in questi precipizi, dove l’invisibile inventa mondi. Scrive Odilon Redon: «Bisogna rispettare il nero. Nulla può corromperlo: non è piacevole all’occhio e non risveglia alcuna sensualità. È uno strumento dell’intelletto, ben più del più bel colore della tavolozza e del prisma»3. Se Redon pensa il nero come una sorgente di intensa energia, Baudelaire affida il suo pensiero del nero alla parola. Essa diventa l’intimità della riflessione, come dentro un libro sempre aperto che aspetta nuovi segni, rifiutandosi di essere un libro finito. Non esistono libri “finiti” nell’immaginazione dell’artista, ma solo notebooks e schizzi, simili alle “macchie” di Alexander Cozens, il pittore inglese del Settecento i cui paesaggi indefiniti annunciano incubi informi. Come accade in Baudelaire e nel “nero” della sua prosa: «Perché mai sempre la gioia? Forse per divertirvi. Perché la tristezza non avrebbe la sua bellezza? E così l’orrore? E tutto? E non importa cos’altro?»4.

3

Dove oggi è meno attuale, Baudelaire, è in certe visioni dove la retorica diabolica sembra un passaggio obbligato per eleggere perversioni ed eccentricità a simboli clamorosi del male, opposti alla vita mediocre dei contemporanei. Altre vie, nella sua prosa duttile e nervosa, seducono di più. Nel suo tempo Baudelaire era considerato un essere inadeguato, irresponsabile, semifolle. Ma nessuna follia, in sé, produce una qualche opera: ne è il substrato primario e l’artista lo strumento attraverso cui l’energia dell’atto creativo può tradursi in forme intelligibili. Certi eccentrici destini di artisti, che culminano nel malinconico isolamento o nella morte violenta, sono legittimi quando l’arte è vissuta come un “pensare oltre”, che provoca la vita oltre i limiti della percezione. Compito dell’artista, e Baudelaire lo inaugura nella sua opera, è confrontarsi con quanto di non prevedibile e di non apprendibile ci mostrano le emozioni. Suo dovere è andare oltre, ma difendersi da due realtà sostanzialmente opposte: silenzio e delirio. Il silenzio assoluto (non quello relativo, che sostanzia la materia delle opere) è inservibile. E opporsi al delirio come strategia personale, cristallizzata, è necessario: prenderne le distanze per trovare forme espressive fluide, condivise. L’opera vive in quello spazio dove tradire il silenzio è necessario quanto non essere succubi di un’allucinazione: Baudelaire coltiva questo spazio di tradimento e rappresenta la sua “follia regolata”, ancor più che in Les fleurs du mal, nella prosa di Mon cœur mis à nu.

4

Se chi scrive il proprio sogno ha il dovere di essere sveglio, Baudelaire conosce bene il dovere di questa veglia. Nella prosa che inaugura Le Spleen de Paris, L’étranger, qualcuno rimprovera quest’ultimo perché non ama la patria, gli amici, la bellezza, l’oro, Dio, i genitori, e gli chiede: «Eh! Ma allora che cosa ami, straordinario straniero?». Egli risponde: «Amo le nuvole… le nuvole che passano… laggiù!… laggiù!… le nuvole meravigliose!»5. Amare quel che fugge, una bellezza che non può prevedere le proprie forme, è l’insegnamento eretico di Baudelaire. Il poeta indica che è necessario legarsi a qualcosa di instabile, di non anticipabile, di sempre pericoloso. Celebre è la definizione, a preludio di Le Spleen de Paris, con cui Baudelaire tratteggia la natura della sua prosa: «Chi tra noi non ha, nei suoi giorni ambiziosi, sognato il miracolo di una prosa poetica, musicale senza ritmo e senza rima, così duttile e così risentita da adeguarsi ai movimenti lirici dell’anima, agli ondulamenti della fantasticheria, ai soprassalti della coscienza?»6.

Esempi degli «ondulamenti della fantasticheria» li troviamo in due, simili e diverse, descrizioni del mare. In Fusées: «Io credo che il fascino infinito e misterioso che alberga nella contemplazione di una nave, e soprattutto di una nave in movimento, è legato, nel primo caso, alla regolarità e alla simmetria, che sono uno dei bisogni primordiali dello spirito umano, allo stesso grado della complicazione e dell’armonia, – e, nel secondo caso, alla moltiplicazione successiva e alla generazione di tutte le curve e figure immaginarie operate nello spazio dagli elementi reali dell’oggetto»7. In Mon cœur mis à nu: «Perché lo spettacolo del mare è così infinitamente ed eternamente piacevole? Perché il mare offre a un tempo l’idea dell’immensità e del suo movimento. Sei o sette leghe rappresentano per l’uomo il raggio dell’infinito. Ecco un infinito in piccolo. Che importa, se basta a suggerire l’idea dell’infinito totale? Dodici o quattordici leghe di liquido in movimento bastano a dare l’idea di bellezza più alta che sia offerta all’uomo sul suo transitorio abitacolo»8. Baudelaire parla di bellezza non applicando la sua riflessione a un quadro o a una scultura “finiti”, afferrabili dallo sguardo e descrivibili dalla ragione, ma evocando il mare che, pur non essendo illimitato, suggerisce un “effetto di infinito” nel moto delle onde, nella moltiplicazione delle immagini.

5

«E poi, su ogni cosa, c’è una sorta di godimento aristocratico e misterioso, per chi non ha più ambizioni, più nessuna curiosità, nel contemplare, semisdraiato su un belvedere, o poggiato coi gomiti sul molo, tutti i movimenti di quelli che partono e che ritornano»9. A un attimo contemplativo come quello appena citato si alternano momenti di oscura irrequietudine, mai risolti: «A me sembra che starei sempre bene là dove non sono, e senza sosta dibatto con la mia anima il problema di dislocarmi»10. Ma la voglia di cambiare il luogo in cui vivere fa trapelare il carattere risentito della sua prosa, dal ritmo veloce e convulso, mai placato. «Non capisco come possa una mano pura toccare un giornale senza una convulsione di disgusto»11. La sua scrittura conosce a fondo questo tenebroso risentimento. Il gesto del poeta è anche atto di collera o di repulsione nei riguardi del proprio tempo. Baudelaire non sembra a suo agio se non muove la sua prosa come una freccia da scoccare. Quando è descrittivo o sereno, lascia rapidamente quella pausa felice, e lo afferra un’intima violenza contro chi non gli consente di essere pienamente se stesso. Ma poi, ragionando attentamente, si accorge di star bene solo dove non è, in una perenne dissoluzione dell’io che però non rinuncia mai del tutto alla propria centralità: «Della vaporizzazione e della centralizzazione dell’Io. Tutto è là»12.

6

«In Mon cœur mis a nu ogni frammento è una singola scossa dei nervi, che si brucia in poche parole. Ma quanto penetranti. Mai assistiamo al rimestamento di argomentazioni protratte in favore di se stesso. Baudelaire le fuggiva per un puro senso di tedio e per una ripulsa innanzitutto estetica»13. Il poeta francese sembra essere uno scrittore spinto fuori dalla sua scrittura, là dove non c’è posto per nessuno, neppure per lui. Il suo amore per la notte, per le rovine, per il nulla, è superiore ai piaceri della forma letteraria. Raccontando un sogno,scrive: «Sintomi di rovine. Edifici immensi. Innumerevoli, uno sull’altro, appartamenti, camere, templi, gallerie, scalinate, cortiletti ciechi, belvederi, lucernari, fontane, statue. – Crepe, lucertole. Umidità proveniente da un serbatoio vicino al cielo. – Come avvertire le persone, le nazioni –? diciamolo all’orecchio dei più intelligenti. In alto, una colonna scricchiola e le sue due estremità si spostano. Niente è ancora crollato. Non riesco più a ritrovare l’uscita. Scendo, poi risalgo. Una torre-labirinto. Non sono mai riuscito ad uscire. Abito per sempre un edificio che sta crollando, un edificio minato da una malattia segreta.– Calcolo tra me e me, per divagarmi, se una massa così prodigiosa di pietre, di marmi, di statue, di muri, che si urteranno reciprocamente, sarà molto insozzata da questa moltitudine di cervelli, di carni umane e di ossa frantumate. – Vedo in sogno cose tanto terribili che a volte non vorrei più dormire, se fossi sicuro di non essere poi troppo stanco»14 . Questi «sintomi di rovine», la «malattia segreta» che abita il poeta come se fosse un edificio sul punto di crollare, non compongono un decadente trattato di poetica, non costituiscono il manifesto di qualche estetico “rovinismo”, ma la traccia esatta di un’anima che si è sottratta al mondo, e alla quale restano soltanto sogni atroci di dissoluzione. Però frammenti simili a questo possono ancora rappresentare una scrittura estrema, fatta di guizzi nervosi, progetti incompiuti (ricordiamo L’ivrogne, molto simile al Woyzeck di Büchner), frasi isolate, elenchi di titoli o nomi, invettive straziate; una scrittura che oggi possiede l’immaginario dello scrittore contemporaneo, come la chimera aggrappata al collo degli esseri umani in uno dei suoi poèmes en prose15.

7

«Accade così che la grande novità di Baudelaire – la novità della sua poesia – si trova precisamente nella coscienza che egli ha della natura irreale dell’evasione, e nella coscienza che possiede dell’artificiale in quanto finzione. Non si inganna, come i suoi critici, sui suoi ingegnosi stratagemmi: lui sa – per esperienza! – che il cerchio che propone – che ci impone – non ci libera da ciò che più temiamo. E non è forse questa l’eredità che lascia a Rimbaud, il cui tema fondamentale, dopo ogni tentata evasione nell’idea, è il risveglio alla sconfitta?»16 Il «risveglio alla sconfitta», la non-libertà dalle paure, è la consapevolezza che ogni abisso, se popolato da terrori senza nome, non aggiunge nulla all’esperienza dell’arte. L’arte nasce non appena ci separiamo da quella paura e le doniamo la nostra parola. La parola, per Baudelaire, è sempre un risorgere dal buio, senza liberarci da ciò che temiamo.

8

Baudelaire scrive con una leggerezza solo apparente, senza assaporare le singole frasi. Sembra che voglia sbarazzarsi di un’idea. Scrive come se destrutturasse il paesaggio che descrive. Usa il linguaggio come si userebbe un ponte di corda per arrivare da un punto all’altro dell’abisso, fra due rive, e concludere così il viaggio raggiungendo una posizione di quiete. Solo in un secondo momento lavora, grazie alla letteratura, sulle parole: rivede, cancella, aggiunge, riscrive, arricchisce – ma quando ha già visto, nella sua interezza, i nodi e gli intrecci del ponte. Non un ponte di cemento, di ferro o di marmo, ma un legame pulsante, nervoso, lampeggiante, fatto di fibre diverse, oscillante ma resistente, composto dal lavoro ostinato, plurale, onirico, di mente e corpo. Il lettore è come obbligato a seguire le linee e le curve della sua prosa.

9

Forse si scrive per mettere a tacere qualcosa che, dentro di noi, scatena un urlo. Ma quest’urlo non deve esibirsi, poiché se lo facesse si dissolverebbe. Va frantumato in segmenti di frasi, come accade in Mon cœur mis à nu. Solo così lo scrittore mostra chi è realmente. Il poeta non desidera riappacificarsi con il mondo o con le parole. Se non fosse così, non sentirebbe l’impulso a scrivere, la necessità di colmare una mancanza con un sogno eretico. Mette a nudo il proprio cuore, sta con i nervi scoperti. Va alla ricerca di qualcosa che ancora non conosce e intorno a cui non riesce a fare chiarezza, pervaso com’è da una febbre senza oggetto. La poesia si confronta con la necessità di questa febbre. Baudelaire, come ogni poeta, vive stati di trance. Senza questa sospensione visionaria, l’impulso a “fare arte” non avrebbe senso. La poesia richiede di sperimentare emozioni, nodi che soffocano il respiro, e di farli emergere nel testo con nitida chiarezza. Ogni poesia è dissipazione, dispersione, desiderio di libertà. È energia destinata a dissolversi, ma testimoniata dalla scia dei testi. Il primo poeta dal quale impariamo questi concetti è proprio Charles Baudelaire: «Grande delizia annegare lo sguardo nell’immenso del cielo e del mare! Solitudine, silenzio, purezza incomparabile dell’azzurro! all’orizzonte una minuscola vela in brividi che imita, nella sua solitudine e piccolezza, la mia irrimediabile vita, monotona melodia della risacca: tutte queste cose pensano attraverso di me, o io attraverso di loro, – poiché nella grandezza del sognare, l’io si dissipa veloce»17.

10

Baudelaire parla di sogni e dissipazioni, ma altrove invoca il comico assoluto. In alcune sue frasi mette in rapporto la comicità con la perdita dell’equilibrio della ragione. «Nello stesso istante fa ingresso la vertigine; circola nell’aria; la si respira; è la vertigine che riempie i polmoni e rinnova il sangue nei ventricoli. Ma cos’è questa vertigine? È il comico assoluto, impadronitosi di ogni essere. Leandro, Pierrot, Cassandro compiono gesti fuori dall’ordinario, che dimostrano come si sentano introdotti di forza in una nuova esistenza. Essi non ne sono scossi. Si preparano ai grandi disastri e al destino tumultuoso che li attende, come chi si frega le mani, dopo averci sputato sopra, prima di compiere una prodezza. Fanno mulinello con le braccia, simili ai mulini a vento sferzati dalla tempesta»18. Alla fine di De l’essence du rire, Baudelaire definisce in modo conclusivo l’artista contemporaneo: «Allo stesso modo, per una legge opposta, l’artista non è tale se non a condizione di essere duplice e di non ignorare nessun fenomeno della sua doppia natura»19.

Baudelaire ne è consapevole quando, nel suo saggio su Quelques caricaturistes étrangers, cita Goya e descrive, con immagini di inusitata potenza, una sua incisione. Essa «ritrae un paesaggio fantastico, un impasto di nubi e di rocce. È un angolo di Sierra sconosciuta e disabitata? un’immagine del caos? Qui, in questo teatro abominevole, si svolge una lotta accanita fra due streghe sospese in aria. Una è a cavallo sull’altra; la bastona e la soggioga. I due mostri rotolano per l’aria tenebrosa. Tutta la laidezza, tutto il luridume morale, tutti i vizi che può concepire la mente umana sono iscritti sui due volti, che, secondo un’abitudine frequente e un procedimento misterioso dell’artista, hanno insieme dell’uomo e della bestia»20.

L’artista, immerso nella sua duplice natura, è armonico e razionale, vulcanico e indocile. I suoi giorni sono ora pieni e ora vuoti, dominati da una Wahnstimmung, da una “tempesta emotiva” che rende le comuni parole strumenti di una lingua da cui scaturisce un’irripetibile e violenta genesi poetica. Anche studiando ogni frammento di Baudelaire, non riusciremo mai a decifrarne la natura bizzarra, il risultato visibile, immenso, fiammeggiante, ma mutevole, infedele, limpido e corrotto insieme. «Vi è in ogni mutamento qualcosa di infame e insieme di piacevole, qualcosa che ha dell’infedeltà e del trasloco»21. In effetti, il sentimento della dislocazione, dell’esserci non essendoci, abita sempre la prosa di Baudelaire: è la sua metafora di elezione. Anche la passione con cui descrive i suoi amori e i suoi disgusti è un sismografo oscillante e non assoluto. Con lui la poesia non parla solo di se stessa, non si chiude in un’esterna griglia retorica. Scrive Calasso: «Anche il funambolismo della veggenza, che Rimbaud praticò con superbo fiuto teatrale, non era congeniale a Baudelaire. Quando scrive sullo scrivere, non c’è mai in lui abuso di termini ieratici o altisonanti, quasi per una allergia o per una diffidenza radicata verso le dimostrazioni troppo puntigliose. […] I suoi grandi passi teorici giungono come folate imprevedibili che attraversano un paesaggio accidentato»22. Non è un caso se, mentre leggiamo il seguente passo di Mon cœur mis à nu, proviamo una sottile empatia per la sua mai placata inquietudine: «Studio della grande Malattia dell’orrore per il Domicilio. Ragioni della Malattia. Progressivo aggravamento della Malattia»23.

11

L’artista moderno, per Baudelaire, è assillato dalla curiosità, che può considerarsi il principale motore del genio artistico. La curiosità non è mai sedentaria. «Chi non ricorda un quadro (perché è davvero un quadro!) scritto dalla penna più robusta del nostro tempo, che ha per titolo L’Uomo delle folle? Dietro il vetro di un caffè, un convalescente mentre contempla gioioso la folla, si fonde con il pensiero a tutti i pensieri che gli si agitano attorno. Reduce dalle ombre della morte, egli aspira con delizia tutti i germi e gli effluvi della vita; e siccome è stato sul punto di un oblio totale, ora ricorda e vuole intensamente ricordare ogni cosa. Alla fine, si precipita in mezzo alla folla in cerca di uno sconosciuto la cui fisionomia appena intravista lo ha, nel giro di uno sguardo, affascinato. La curiosità è divenuta una passione fatale, irresistibile»24. L’autore de L’uomo della folla è lo scrittore americano Edgar Allan Poe, l’anima più congeniale a Charles Baudelaire, quella che lui segue nei minimi anfratti delle sue riflessioni. Baudelaire si incontra con Poe, fra l’altro, proprio nel modo di concepire la poesia: «Una folla di persone si figurano che il fine della poesia sia un insegnamento qualunque, che essa debba ora fortificare la coscienza, ora perfezionare i costumi, ora infine dimostrare un qualche cosa di utile. Edgar Poe pretende che gli Americani abbiano specialmente patrocinato questa idea eterodossa; ahimè! non c’è bisogno di andare fino a Boston per incontrare l’eresia in questione. Anche qui essa ci assedia, e tutti i giorni batte in breccia la vera poesia. La poesia, per poco che si voglia scendere in se stessi, interrogare la propria anima, richiamare i ricordi entusiasti, non ha altro fine che se stessa; non può averne altri, e nessuna poesia sarà così nobile, così grande, così veramente degna del nome di poesia, se non quella che sarà stata scritta unicamente per il piacere di scrivere una poesia»25.

12

Non è una riflessione troppo audace quella che ora vi propongo: chiunque legga, oggi e in futuro, Baudelaire, si troverà sempre un passo indietro rispetto a un autore che, pur fingendo di amare la noia e il sonno, non smette mai di essere lucido, clinico, vigile. Quando si penserà di averlo afferrato, lui sfuggirà a ogni definizione. Baudelaire occupa gli spazi che non ci sono ancora: quelli riservati alla libertà della ribellione (Rimbaud) e al rigore della forma (Mallarmé), e che lui è sempre in atto di inventare o contestare, a frammenti e sussulti, perché si trova sempre un passo oltre. «Baudelaire agisce come Chopin (il primo che accostò i due nomi fu Gide, in nota a un articolo del 1910). Penetra là dove altri non arrivano, come un sussurro insopprimibile, perché la sua fonte sonora è indefinita e troppo vicina. Chopin e Baudelaire si riconoscono innanzitutto per il timbro, che può sopraggiungere a folate da un pianoforte celato dietro persiane socchiuse o distaccarsi dal pulviscolo della memoria. E comunque ferisce»26. Alla fine, è difficile non concordare con la sua inevitabile perplessità, che è lui stesso a confessare: «Dunque la mia esistenza ha uno scopo. Quale scopo? Io lo ignoro. Non sono dunque io che l’ho stabilito. È dunque qualcuno, più sapiente di me. Bisogna dunque pregare questo qualcuno di illuminarmi»27. Mai questo “qualcuno” avrà un nome, per il poeta. Sarà forse l’amico demone, il compagno segreto che lo “illumina” così com’è, fermo in un paesaggio di rovine con i frammenti della sua nuova prosa, libero scrittore che, con il bisturi della penna, lascia la sua traccia per altri scrittori liberi. Sempre un passo oltre la morte.Come Giacomo Leopardi prima di lui: «E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quest’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora»28.

Avvertenza

A Genova, nel 2023, all’interno di un seminario filosofico e letterario, nasce l’idea di scrivere intorno ad alcuni temi di Charles Baudelaire. Da questa idea prendono forma i saggi seguenti: Marco Ercolani, Dodici frammenti per una nuova prosa; Luigi Sasso, Baudelaire e il linguaggio dell’infinito; Giuseppe Zuccarino, L’insolenza della natura e la bellezza artificiale.

1 G. Leopardi, Zibaldone, vol. II, Milano, Mondadori, 1997, p. 2980.

2 C. Baudelaire, Le finestre, in Lo Spleen di Parigi, in Opere, tr. it. Milano, Mondadori, 1996, p. 449.

3 O. Redon, A se stesso, tr. it. Torino, Il Quadrante, 1991, p. 161.

4 [Progetto di lettera a Jules Janin], in Opere, cit., p. 1463.

5 Lo straniero, in Lo Spleen de Parigi, cit., p. 387.

6 Ad Arsène Houssaye, ivi, pp. 385-386.

7 Razzi, in Opere, cit., p. 1402.

8 Il mio cuore messo a nudo, in Opere, cit., p. 1436.

9 Il porto, in Lo Spleen di Parigi, cit., p. 454.

10 Any where out of the world. Non importa dove fuori del mondo, ivi, p. 466.

11 Il mio cuore messo a nudo, cit., p. 1446.

12 Ivi, p. 1415.

13 Roberto Calasso, Ciò che si trova solo in Baudelaire, Milano, Adelphi, 2021, p. 47.

14 [Liste di titoli e appunti per romanzi e racconti], in Opere, cit., p. 1513.

15 Cfr. Ognuno la sua chimera, in Lo Spleen di Parigi, cit., pp. 392-393.

16 Benjamin Fondane, Baudelaire e l’esperienza dell’abisso, tr. it. Firenze, Le Lettere, 2024, p. 100.

17 Il «confiteor» dell’artista, in Lo Spleen di Parigi, cit., p. 388.

18 Dell’essenza del riso e in generale del comico nelle arti plastiche, in Opere, cit., p. 1118.

19 Ivi, p. 1121.

20 Alcuni caricaturisti stranieri, ivi, p. 1151.

21 Il mio cuore messo a nudo, cit., p. 14181285.

22 R. Calasso, op. cit., p. 30.

23 Il mio cuore messo a nudo, cit., p. 1429.

24 Il pittore della vita moderna, in Opere. cit., pp. 1279-1280.

25 Nuove note su Edgar Poe, in Opere, cit., pp. 827-828.

26 R. Calasso, op. cit., p. 46.

27 Il mio cuore messo a nudo, cit., p. 1417.

28 G. Leopardi, Dialogo di Plotino e di Porfirio, in Operette morali, Milano, Feltrinelli, 1992, p. 225.

Giovan Battista Piranesi

O SCRITTORE. Leonardo da Vinci

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O scrittore, con quali lettere scriverrai tu con tal perfezione la intera figurazione qual fa qui il disegno? Il quale tu per non avere notizia, scrivi confuso e lasci poca cognizione delle vere figure delle cose, la quale tu, ingannandoti, ti fai credere di poter saddisfare appieno all’uditore, avendo a parlare di figurazione, in qualunque cosa corporea circundata di superfizie. Ma io ricordo che tu non t’impacci colle parole se non di parlare con orbi, o se pur tu voi dimostrar con parole alli orecchi e non all’occhi delli omini, parla di cose di sustanzie o di nature, e non t’impacciare di cose appartenenti all’occhi col farle passare per li orecchi, perché sarai superato di gran lunga dall’opera del pittore.

Con quali lettere descriverai questo core che tu non empia un libro? E quanto più lungamente scriverrai alla minuta, tanto più confonderai la mente dello uditore e sempre arai bisogno di sponitori o di ritornare alla sperienzia, la quale in voi è brevissima e dà notizia di poche cose rispetto al tutto del subbietto di che desideri integral notizia.

Il testo è tratto da: “Leonardo da Vinci, Scritti letterari, a cura di Augusto Marinoni, Rizzoli, Milano 1974.

PER “GALASSIE PARALLELE”. Marco Ercolani

Filippo Bentivegna

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GALASSIE PARALLELE è è un’incursione nelle opere e nelle vite di artisti italiani “fuori norma”, eretici creatori di insensate e inutili bellezze, dal Novecento fino ai giorni nostri – pittori, disegnatori, scultori, musicisti, poeti, estranei a ogni canone, percepiti nell’ottica di una via non maestra, che traversa i territori della conclamata o nascosta follia. «Dietro le facciate vedere quel / che mai avrei voluto sapere, dietro / ogni facciata vedere / quel che oggi non v’è» (Amelia Rosselli). Nell’essere “inadatti alla vita” pulsa l’energia sotterranea della vita e dell’arte, e il solo modo di costruire una nuova ragione è vivere intensamente la polifonia delle non-ragioni che la nutrono, senza temerne la complessità. Gli artisti citati non sono tutti contrassegnati dai sintomi evidenti della malattia mentale ma ogni artista è stato traversato da un turbamento psichico capace di amplificare, come cassa di risonanza, l’originalità utopica del suo pensiero-opera.

In una pagina dei Ravagés (una silloge in prosa che descrive disegni immaginari di alienati), Henri Michaux descrive così la scena di un disegno che attribuisce a un pazzo: «Su una pianura liquida di grande vastità, in una piroga colossale, ponderosa, protestante, venuta dal Nord, lui sta, inflessibile e solo, solo come si può esserlo quando non si è sulla via della salvezza, quando nella zona nera il paesaggio proibito è espugnato. Intorno, l’acqua: assolutamente tranquilla, né animata né amata, un acqua pesante. Su questo piano orizzontale, dove avanzare è faticoso, come se lui si trovasse su un pendio da risalire, l’uomo del recesso, eremita dell’”Assoluto”, non mostra che la sua schiena, diritta come un muro».

L’eremita dell’Assoluto è stato il protagonista di queste mie divagazioni. «Scrivere e disegnare sono, nel loro fondo, la stessa cosa» afferma Paul Klee. Lettere e figure vivono nella stessa pulsione espressiva. Persone turbate dai traumi, desocializzate dai ricoveri, stordite dagli psicofarmaci, non dimenticano lo spazio transizionale dove i segni e le cose, il linguaggio e le forme, si incontrano. Se esiste un altrove su questo pianeta, non dobbiamo cercarlo in qualche spazio esotico e “altro” ma nei tempi interni dell’uomo, in un “arcaismo psichico del segno” di cui solo ora cominciamo a intuire le potenzialità. Privo della possibilità di “de-lirare”, il mondo si blocca e resta inerte, morto. Carico di un eccesso di “delirio”, si fissa in stereotipi oppositivi, che bloccano il movimento dell’energia psichica.

Alcune delle opere di cui si parla in questo libro non hanno trovato spazio permanente in musei dell’arte o storie della letteratura. Restano estranee, casuali. Louis Wolfson descrive, nel suo capolavoro narrativo, Mia madre, musicista, è morta, l’equivalenza del giorno della morte della madre – la sua catastrofe individuale – con tutte le catastrofi collettive possibili. Parlando del giorno di quella morte scrive: «evidentemente non so quanti milioni miliardi di nonilioni (è almeno un numero finito?) di pianeti si siano dati una vera eutanasia nucleare in quella notte tra il 17 e il 18 maggio 1977, ma la Terra non era (ancora?) sciaguratamente nel loro numero!». Il privato del dolore e la necessità di rappresentarlo si coniugano. Cosa sarebbero, le Gedichte di Trakl, senza l’ostinata ars moriendi del poeta e senza la classica struttura delle sue strofe? Gli psichiatri possono affannarsi a vergare diagnosi classificando irregolarità verbali, manierismi visivi, esasperazioni prospettiche, dentro una casella psicopatologica. Ma le opere aliene dalle vie maestre sfuggono a ogni inquadramento nella loro controviolenza simbolica, nella loro allegria iconoclasta; sono fuori dai linguaggi correnti di cui erano vittime. Sono altri caos, galassie parallele dove rotture, discordanze, formazioni simboliche, tempeste analogiche, prevalgono sull’orizzonte della ragione. «Turbolenza, a volte, è maturazione» scrive Wilfred Bion.

Certi autori, nella loro turbolenza, hanno varcato la soglia del non ritorno, fermandosi in uno stato di psicosi. Ma l’arte contemporanea, verbale o visiva, non è forse psicotica nelle sue profondità? Lenz di Buchner, Lamento di Trakl, Perturbamento di Bernhard, non si esprimono soltanto grazie al tessuto, alla trama, alla materia delle follie che narrano? Le grandi esperienze dell’arte non si producono nella normalità. Al contrario, è proprio l’avversione alla normalità e all’ortodossia a inventare nuove fantasie e ossessioni, che a loro volta inventano e progettano nuove forme.

In un trattato anonimo del II secolo D.C., Il Fisiologo, leggiamo queste parole: «C’è un mostro nel mare detto Balena: ha due nature. La sua prima natura è questa: quando ha fame apre la bocca e dalla sua bocca esce ogni profumo di aromi e lo sentono i pesci piccoli che accorrono a sciami, ed esso li inghiotte: non mi risulta invece che i pesci grandi e adulti si avvicino al mostro. L’altra natura del mostro: esso è di proporzioni enormi, simile a un’isola: ignorandolo, i naviganti legano ad esso le loro navi, come un un’isola e vi piantano le ancore e gli arpioni; quindi vi fanno fuoco per cuocersi qualcosa; ma non appena esso sente caldo, s’immerge negli abissi marini e vi trascina le navi. Se dunque tu, o uomo, ti tieni sospeso alla speranza del demonio questi ti trascina con sé nella geenna del fuoco».

E se il mondo esterno fosse instabile come il dorso di quella Balena? La vita è fragile, minacciata sempre dalla morte: ma nell’intervallo in cui scambiamo il dorso del pesce per una terra solida, l’uomo può creare, “sospeso alla speranza del demonio”, e solo sospeso in quella diabolica speranza, case e progetti e opere, nel tempo che ci separa dalla definitiva sommersione.

Leonardo ammonisce «non si debba desiderare lo impossibile» ma lui stesso non fa che cercare di “realizzare”, nell’arte, nell’ingegneria, nel pensiero, ciò che sembrava impossibile. Quindi la follia è nucleo “fecondo”, da custodire. Lo psichiatra si sente custode delle tenebre che abitano la mente degli altri, e della sua. Ma come fa, a custodirle? A trarre da quel regno notturno una luce? Disponendo la sua attenzione verso alcuni punti: la follia è un grido di libertà e ci appartiene, anche se ci esagera e deforma; è una febbre che varca sempre i limiti, inconciliabile; e ogni matto, inventando il mondo del delirio o rifugiandosi nel silenzio della depressione, scappa dal carcere del mondo e, anche se in modo scomposto e caotico, strepita il suo eccesso, nel dolore come nella gaiezza. Scrive Jacopone da Todi: «O jubelo del core, / che fai cantare d’amore! / Quanno jubel se scalda, / si fa l’omo cantare, / e la lengua barbaglia / e non sa che parlare. […] Quanno jubelo ha preso / lo core innamorato, / la gente l’ha’n deriso, / pensanno al suo parlato / parlanno esmesurato / de che sente calore». L’arte è, sempre e ovunque, lo scatto del sogno, la potenza della “riparazione”, la “lengua” che “barbaglia” il parlare “esmesurato” contro i codici innocui del discorso.

Lo scultore Chomo (Roger Chaumeaux), nella foresta di Fontainebleau costruisce il proprio Villaggio-Preludio: la Cappella dei poveri, il Santuario dei legni bruciati, l’Arca ritrovata. E ovunque affigge cartelli dove è scritto: «L’uomo ha bisogno di mistero». «L’opera d’arte serve a ricordare che ci sono altre forme di vita e altre immagini, diverse da quelle della terra. L’opera d’arte è una forza cosmica affidata alle mani dell’uomo».

Ma di quale cosmo è lecito parlare? Come osserva Giuseppe Zuccarino delle ultime prose di Samuel Beckett: «Il luogo immaginario descritto da Beckett costituisce dunque uno strano inferno. Strano non perché la condizione di chi vi si trova sia poco angosciosa, ma perché si configura come un oltretomba senza divinità ordinatrice». Nessuna divinità cosmica ordina e consola le opere dei sognatori: la vera divinità, non teologica e non teleologica, è la lucidità sonnambolica con cui si riesce a orientare le pulsioni. L’uomo che produce dei segni nel mondo vive un dream state e i momenti di veglia sono quelli in cui mette a frutto i suoi sogni. Il resto della vita è solo un impaccio a realizzare il suo progetto onirico, la sua specifica visione. Ulisse e i suoi marinai si legano agli alberi della nave con le orecchie turate dalla cera per non sentire il canto stordente nelle Sirene. Ma Ulisse ascolta, il solo ad avere le orecchie libere dalla cera. Lui sente quelle voci stregate senza sprofondare nel loro assoluto sortilegio. Si contiene fisicamente ma si lascia pervadere intimamente: di questa inequivocabile pervasione l’arte è e sarà sempre segnale obliquo e potente, preludio a qualcosa di inspiegabile, che le singole opere non risolveraano mai; al contrario, ne accresceranno il mistero.

*In Marco Ercolani, Galassie parallele. Storie di artisti fuori norma, Il Canneto editore, Genova 2019.

Henri Michaux

Chomo

(Intorno alla psiche, 1)

PER “IL TASSIDERMISTA”. Marco Ercolani

Il compito del critico, davanti alla poesia di Alfonso Guida, non è mai quello di comprendere: è, molto più umilmente, quello di immergersi in una inclassificabile e incessante “parola in atto”, un monologo scritto in una qualche notte insonne a San Mauro Forte e suddiviso in stazioni-poesie, monologo per il quale l’autore non sa trovare una fine e di cui il critico può vedere solo una tappa del viaggio, e anche questa in modo non conclusivo, non definitivo. Il concetto di “interminabilità” della sua scrittura, sul quale ritorneremo, è evidente, come per altri libri dell’autore, anche ne Il tassidermista (Terre degli ulivi, 2022). Se la “tassidermia” (dal greco: taxis, ordine, e derma, pelle ‘disposizione della pelle’) è etimologicamente l’arte di preparare e ordinare la pelle degli animali morti in modo che più si avvicini alla forma naturale, nel caso di Guida il titolo evoca direttamente un suo ricordo d’infanzia: ad Alfonso capitava spesso di vedere, in casa sua, animali impagliati e la sua felicità più intensa era dialogare con loro come con creature viventi. Ciò non esclude che il titolo, misterioso per una raccolta poetica, rimandi anche alla volontà del poeta di classificazione e di riordinamento delle forme del mondo in altre forme. «Si salvano col gelo, pregano il fuoco. Subiscono l’incanto, falsano la maledizione. I morti lasciano impronte sul quaderno di geometria. Sanno nominare, rinunciano al varco, Ombre coperte al di qua da ombre di soglia. Non la ferita notturna, ma la descrizione devota, per un inciampo nel limite, alla sua commedia» (I poeti). Un libro che inizia con questa epigrafe «Scrivere non è ricevere lettere. / È ciò verso cui lancio un destino» è già un libro che sommuove, un libro “destinale” e “assoluto”. Nella poesia, La sopravvivenza di Torremozza (Torremozza è il nome fittizio con cui Alfonso nomina l’istituto psichiatrico dove venne internato per anni), Guida scrive: «L’opera è una lunga notte d’insonnia./ E tu ragionavi con un vaso di spine, con la promiscuità dei colori,/ in un profumo di aghi, la calma verticale dei primi canti./ Ora non avviene nulla. L’istante si è spogliato./ La potenza viscerale era la Russia agreste, non la Grecia nuda./ I giorni uscivano, tenui e attediati.// Stava fermo, seduto, fumava educato/ come un allievo, al tenero grido innamorato,/ a un odio indifeso».

Molto tempo è passato, da allora. L’”opera scritta” di Guida si è prosciugata, è diventata conoscenza, aforisma, secca visione, ma senza mai sottrarsi all’idea di essere uno “stato estremo”, nel destino di un uomo che ha fatto, dell’”estremo”, la sua esclusiva ragione di vita. «Scrivo nello stato del funambolo o del pane rappreso./ Nessun fondamento. La poesia smette: né frutteto né supplizio./ Ora è chiaro. Resta il fondale./ E lo chiamano verità o mistero, a volte dolore». Il magma barocco, che pervadeva la poesia giovanile di Guida, si è illimpidito a favore di una diversa conoscenza, dove ciò che conta è essere “funambolo”, vivere sulla corda incerta di cui parla Kafka negli Aforismi di Zurau: «La vera via passa per una corda che non è tesa in alto, ma appena al di sopra del suolo. Sembra destinata a far inciampare più che a essere percorsa».

Se volessimo approfondire questo concetto, ci avvicineremmo alle affermazioni del regista tedesco Werner Herzog, autore di Aguirre furore di Dio Fitzcarraldo, che teorizza, per l’arte, una sorta di nuova ermeneusi: una forma di “verità estatica”, che coincide con una “percezione altra” caratterizzata da un rigore assoluto di “verita”. La “verità estatica” è, senza ombra di dubbio, la “verità poetica” che lo stesso regista, in un’altra riflessione, fa coincidere con “la conquista dell’inutile”.

Scrive Guida, della propria terra: «Sale un tanfo di licheni. Il corpo viene con la sensazione dell’erba che si sforza e si radica. Una busta di cenere sventola sul parapetto. Il tempo scorre con un altro ritmo, che è solo di villaggio e palude. La casa si alza su un dirupo di argilla dove entra ed esce la bogliente lue grifagna di Dante». O ancora: «È dei passanti la poesia. Il testamento è una registrazione di fughe, di sottrazioni. Invochiamo la religione sottostante e le dicerie notturne. Si disperde l’essenza, che diventa questa semina, la “Semaison” di Jaccottet. I nomi, le citazioni. Immanenze spettrali, spettralità immanenti». L’occhio di Guida è un occhio visionario strettamente aderente alla terra, alle cose viste, alle sensazioni del corpo, ed è interminabile.

Lo testimonia una poesia che citiamo interamente, TABERNAE: «Tornano indietro di un passo./ L’inferno: calmo e preciso. (Tela tessuta/ da mani guaritrici)//. Noi restiamo incantati /davanti al filo che non scioglie i propri nodi./ Non vuole. Noi amiamo la notte di questa volontà.// Lautréamont chiedeva continuamente/ caffè negli alberghi dove alloggiava./ Lo usava per curarsi l’emicrania./ Di notte strimpellava al pianoforte/ disturbando i clienti che insorgevano,/ collerici. Forse le emicranie persistenti avvalorano/ la tesi di una morte per tumore al cervello. //Stasera ho chiuso presto/ la doppia porta che fa di questa casa una fortezza/ sottoterra. È due stanze petralia sottana.// Il discorso incede logicamente,/ si nutre delle sue spoglie, pago di una muta/ verticale e serena». Perché, a proposito di questa poesia, parlo di “interminabilità”? Perché TABERNAE è un tenebroso incantamento che non presuppone una poesia precedente e una poesia successiva. Esiste comunque e dovunque: descrive un poeta, un paesaggio, un inferno. E noi “sappiamo” che, ovunque vada il libro, poesie come questa martelleranno la nostra percezione in un inesorabile, interminabile continuum di cui ignoriamo l’inizio e la fine, immerse in uno sprofondamento arcaico di cui il dialetto (la “lingua mammerol”, la “lingua morbosamente materna”), restituisce il più nitido specchio:

«Chesta lengua t facij cantà.

Ndian fin a sent com chiov tra l sol e l scescl.

L cocm l’ann pttat d na terra giall

Leggere Guida porta a una specie di “stupore metrico” per la lingua italiana. Sembra, a una prima lettura, che la sintassi sia slegata, i concetti sparsi, il senso dissolto, e il discorso risuoni caotico. Ma poi si torna a ri-leggere e tutta la poesia è davanti ai nostri occhi nuova, esatta, non più imperscrutabile:

«Saliva e terriccio, la sostanza

del miracolo, i ciechi

fedeli ai propri occhi. Torna, tra alberature gremite

di uccelli, il paradiso della porta

perenne e della porta scardinata

che batte come una mente informe, come uno spavento

che raggela. Le mani arrancano.

Le tende sui tetti. L’amaro delle immagini.»

Pur continuando a parlare della poesia di Alfonso Guida, dobbiamo arrenderci all’evidenza di un mistero che Il tassidermista ci ripropone ancora una volta, come per ogni suo libro: il mistero di una poesia trascritta da baudelairiani “uragani tenebrosi”, incalzante, che non concede scampo, mai “classica” ma sempre guidata dal suo ritmo abissale, dove ogni forma di bellezza è bellezza demonica e urticante destinata a non trovare pace. Anche se questo non è del tutto vero: la serenità, in Alfonso, trapela da forme sorprendenti e nuove, ed è viva, fragile, forte:

«Ci si specchia cercando con l’istinto

di chi va verso la propria porta, la semplicità

dei passi quando si vede la strada.

Scrivi: fuoco e fune sul tetto.

Scrivi: inevaso

Non c’è una ribellione maestra.

Gli oggetti non chiedono niente

E nel loro silenzio non c’è servitù. Accettano, tacciono

La quiete non viene dai morti

ma da un mutare lento di rovine».

Concludo riluttante questa nota di lettura perché il libro è molto più ricco di come lo abbia commentato e molti dei temi trattati si prestano a interminabili variazioni. Guida è in accordo con Schelling quando afferma che “la follia è il fondo dell’essere”: senza quella follia non è immaginabile confrontarsi con qualsiasi forma d’arte. Ma qui chiudo, sapendo che altri libri di Alfonso sono di imminente pubblicazione, testimoni della sua interminabilità, pronti a rovinarci come a salvarci (2022)

(Critica poetica, 2)