I taccuini di Marco Ercolani (dai testi editi, Sentinella, Nottario, Essere e non essere, L’altro dentro di noi, a quelli inediti, Sindrome del ritorno, Anticira, Eclissi), hanno una risonanza comune: esigono che l’io non molesti il flusso del pensiero e delle immagini, che si celi e finga di sparire. Solo nella sua consapevole eclisse il pensiero-immagine ha libero modo di sviluppare le sue variazioni. Dove l’eco autobiografica è necessaria, va elusa o trasfigurata. Occorre che il lettore, come se leggesse pagine dello Zibaldone o di Mon coeur mis a nu, si affidi alla parola dello scrittore, alla sua inevitabile erranza: non cerchi edifici sicuri o logiche precise, ma una sospensione nel cavo della mente, in quel luogo non ancora occupato dai pensieri o dalle immagini ma solo dall’inattesa pulsazione lirica che li accompagna, dalla sua percezione allarmata. In tutto questo la forma del taccuino è risolutiva: ogni frase, invece che incidersi nel foglio come aforisma, lo apre a nuove domande, smuove la carta come un sisma, impedisce alla pagina di essere recinto, la trasforma in ipotesi di volo. Se alla fine del volo ci sarà lo schianto, autore e lettore ne saranno complici: se non ci sarà, ne nasceranno nuovi frammenti, di resistenza e di pensiero. La voce dell’autore resta interminabile: neppure i libri in cui si mostra ne sanciranno la fine, che è e resterà un’eco.
Lettera di Alberto ai genitori e a Bruno, Roma, 4 febbraio 1921
….Dopo le 11 e 30 vado nei musei e faccio sovente degli schizzi e la sera sovente a teatro. Di questi ce n’è moltissimi e una grande scelta. Ora si comincia a guardare le cose più da vicino e con più attenzione, i primi tempi si vuol vedere tutto e si corre in tutte le direzioni senza osservare niente proprio a fondo. Poi facendo degli schizzi si vede meglio. Sino adesso e credo che non cambierà, la più bella statua che trovai non è né greca né romana e ancor meno del Rinascimento ma egiziana. Al Vaticano ce ne sono alcune di una bellezza incredibile, ma quasi nessuno le guarda e sono esposte in modo terribile, una vera vergogna per questi somari di direttori. Le sculture egiziane hanno una grandezza, un ritmo della linea e della forma, una perfetta tecnica come dopo nessuno trovò. Tutto è lavorato e ponderato fino all’ultima conseguenza e non c’è un’ombra un pochettino troppo forte o debole, una linea o forma che distona, non un buco da metterci un dito. E viventi sono quelle teste, sembra che guardino e parlino. Tutta l’arte che venne dopo è più o meno descrittiva… È bello dire che gli Schiavi di Michelangelo sono grandiosi perché non finiti e farci su la filosofia, è buono che vuol liberarsi dalla materia, ma in verità è una mancanza di una grande mancanza di potere e di idea da bel principio. Ma naturalmente per tutti l’arte egiziana ha una importanza più o meno storica e parlare di una statua egiziana con qualcheduno è come parlare degli abitanti della luna….
*Il testo è tratto da: Alberto Giacometti, Il tempo passa troppo presto. Lettere alla famiglia, Casagrande, Bellinzona 2024. Il libro raccoglie per la prima volta, nella versione originale italiana, un’ampia scelta di lettere dello scultore alla famiglia.
Ma da dove arriva questo romanzo, La vecchiaia del bambino Matteo, la fatica più recente del poeta Angelo Lumelli? Non mi inoltro, per ora, nella lettura del volume. Accadrà, ma non ora. Ora resto nel sortilegio di questo vagone fermo che appare a inizio libro, venuto da chissà dove per iniziare il romanzo, formando la prima sezione de La lotta degli specchi. È suggestivo vedere come Lumelli si fa “agitare” dal suo stesso stile, conducendo il lettore fra domande e interrogativi, dipanati per un sentiero riluttante al senso e alla descrizione, dove si agitano mille voci, come in un mercato fiabesco dove l’immobilità instabile del vagone e il molle movimento delle statue inventano fin dall’inizio una festa surreale dell’immagine, oscillante fra mille chiacchiere. Lo “specchio desertico, lucente, non ancora turbato da cose vive” è già specchio brulicante, ribelle, pronto a raccontarci storie. Vedremo, in futuro, quali di queste storie aleggeranno sulla testa del lettore. La poesia del romanzo già si annuncia al presente, detta a voce prima di essere messa per scritto: vivente, respira, si inceppa, si riprende, perché lo stile di Lumelli è oggetto di folate che ne scompigliano l’instabile fermezza, come se il “vagone fermo” fosse germe-sorgente delle immagini future, dispositivo di una multiforme realtà dell’immaginazione e del reale. (M.E.)
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La lotta degli specchi
S’è arrabbiata perché? – fuori da sotto le palpebre, furboni! – con chi ce l’ha? con gli occhi? – e giù secchiate di luce, arida, manciate di aghi roventi – io vi sbianco tutti, lavativi! – s’è messa a gridare, bianca senz’ombra, furibonda – altro che lunghe ciglia, come alucce – niente extension, signorine! Effettivamente c’è qualche problema – altrimenti perché si sono inventate le tendine alle finestre, i pizzi traforati, i pesanti tendoni, gli scuri, le persiane, le tapparelle? ci sarà un motivo? per ripararsi dal buio? no! e i cappelli con la tesa larga? quelli con la visiera? e gli occhiali da sole allora? i Rayban, perché tanti Rayban in giro? Chi ha cominciato con questo casino? – chi ha cominciato a fare il furbo? C’è un vagone merci, fermo in mezzo alle risaie, tra acque scintillanti, da solo. Per il momento non si sa altro. Più la luce aumenta più il vagone diventa piccolo e tozzo. A essere precisi non si capisce bene se si stia cancellando, annichilito o se, come un fantasma che respira, stia ampliandosi di volume. Tutti questi fenomeni sono dovuti all’immobilità. Contrariamente all’opinione comune, una cosa ferma è la cosa più insicura e instabile che ci sia. Sottoposta agli sguardi, senza rispondere, senza un cenno – né di no né di sì – perciò ancor più si agitano le pupille, intolleranti, offese – e muoviti porca vacca! – tanto basterebbe per dare un po’ di sollievo, per fare muovere l’occhio, fisso, svergognato, tra un po’ colpe – 6 volte – eh basta con questo guardare! ormai in imbarazzo, lui medesimo – ma responsabile di che? sbotta a un bel momento! di cosa? – muovetevi voi piuttosto, via da davanti! – adesso che lo stesso bulbo oculare comincia ad avere tremiti, come diventato bersaglio – lui! e chi altrimenti? – sempre più agitato – oh cari occhi, voi umidi, molli, negletti, non ricambiati – si fa presto a mettere il dito nella piaga! Il bisogno di movimento può darsi derivi dal ricordo della fuga, primordiale, cioè a gambe levate dal pericolo, dai carnivori o, in ere civili, ancor più, dalle esperienze terribili del proprio nome, immobile, visto da tutti, irrimediabile, fino al giudizio, alle lapidi – per cui non è tutto rose e fiori. Chi ha detto che, non spostandosi, le cose viste sono ferme? – allora perché si muovono i manti delle madonne e, in generale, le statue? Basta che la statua, principalmente se di madonna, pur seduta, abbia un ginocchio leggermente arretrato, l’altro in avanti, realisticamente – sia essa una statua lignea del Maragliano o di altro artista di minor fama, in chiese, chiesette – basta che ci sia, con tale ingenuo pretesto, il motivo, pudico, di allargare di poco la posizione delle gambe, non più parallele, ma a trapezio, appena accennato, e il movimento comincia! a partire dalla veste che, mollemente, s’incurva come un ponte sospeso tra un ginocchio e l’altro, e ormai, come soddisfatta dall’effetto felice, lascia cadere piega su piega, verso le caviglie, i piedi nudi o calzati di raso, per cui si sviluppa l’arte del panneggio – ecco come si contrasta l’impudenza dell’occhio, la sua fame – che infine si perda questo stolto, si distragga! – che non pensi di fare, a fronte dell’immobile, azioni sconsiderate, immaginarie, o peggio ancora, se ne vada, rivolto altrove, insoddisfatto – se è così fottetevi! Molti sono gli esempi di movimento in pittura, sia in affresco che su tela, noto tra tutti, San Michele con la spada che scaccia il maligno. In queste raffigurazioni non si intravvede alcun motivo per agitarsi, in quanto il maligno è già in posizione infima, quasi ai bordi inferiori del dipinto, sconfitto, al massimo lanciando un’occhiata, cattiva, delusa, rivolta in su verso l’arcangelo – leccaculo! venduto! faccia di tolla! – ma San Michele non lo caga nemmeno, non è il maligno il suo obiettivo, bensì la discesa meravigliosa dall’empireo, a volte scendendo da destra, a volte da sinistra, con il vento nelle piume, prendendo al volo l’occasione per avvicinarsi all’abisso, legalmente, ma quando ti capita un’altra volta! – eh certo che si vede, certo che sta guardando il peccato! altrimenti perché un viso così bello, corrucciato! con i riccioli sulla fronte, come pensieri ribelli diventati riccioli, il furbone? Ciò per dire che l’immobilità è un bersaglio, e che tutti i viventi se ne distolgono, con qualunque tipo di movimento, perfino nel sonno, o in macchina, da un posto all’altro, o attraverso i passaggi del danaro e, ben venga, della fortuna – fenomeno da considerare attentamente, in seguito al quale taluni cambiano casa, ne prendono una in campagna, trasformano vecchie cascine in residenze con ogni confort – insomma se ci sono i soldi c’è movimento, se non mi muovo io si muovono gli altri per me, per cui l’effetto dinamico è raggiunto, in alcuni casi ancora meglio, come farselo fare, scusatemi!
In ogni caso, per stare ai fatti, già accaduti, la situazione è la seguente, per quel che se ne sa, per sommi capi.
Sulla linea ferroviaria Mortara–Pavia, un po’ prima di Casoni di Sant’Albino, è fermo un vagone merci, in mezzo alla campagna, da solo – come già detto. Si tratta di una linea a binario unico, non elettrificata, sulla quale era ancora in servizio, al momento dei fatti, una locomotiva a vapore, ormai in funzione soltanto per scopi turistici, come la fiera del salame d’oca, l’ultima domenica di settembre. I fatti di cui sopra, noti per molte testimonianze oculari, oltre che attraverso i verbali degli addetti e le numerose proteste per l’interruzione del servizio – un vagone perso? hanno perso un vagone? – avvengono il giorno due di aprile, giorno feriale e qualunque, un martedì, se non fosse che era in corso, ormai avanzato, l’allagamento delle risaie. Tale fenomeno, spettacolare, raggiunge i suoi massimi effetti nei primi, primissimi giorni, quando le acque sono intatte e la superficie delle risaie appare come uno specchio desertico, lucente, non ancora turbato da cose vive (A.L.)
La produzione letteraria di Angelo Lumelli offre sempre viraggi imprevedibili. In questo libro (Angelo Lumelli, La vecchiaia del bambino Matteo, Qed, collana Cosmos, Tortora 2024), il più evidente è la comparsa del “tempo lineare”, quello che in passato nei suoi testi era sostituito da un tempo elastico (Milli Graffi) dove “le cose si intersecavanodisinteressandosi ad un loro appartenere ad un determinato momento o ad unaprecisa realtà”. Qui per la prima volta viene raccontata una vita, con le sue sequenze, dove il bambino supremo di “Oblivion” può permettersi addirittura di lasciarsi osservare mentre invecchia. È proprio dalla costernata presa di coscienza della senilità che piano piano prende spazio l’accorata narrazione del prima, dello stupore dell’inizio, quando tutto si poteva, quando l’indiscutibile evidenza del reale non era sufficiente a svelarne i misteri. Questo è un libro di incantesimi e sortilegi dove non solo gli oggetti ma anche i concetti e perfino i fonemi grammaticali pensano e reagiscono come gli umani: “L’impresa di saltare un giorno di scuola l’ho realizzata… in quinta, senza un motivo apparente… Adesso potevo correre, ovunque! Fu allora, che la libertà… non seppe più cosa fare, guardandosi intorno, interdetta, con una faccia da scema, un’incapace…si sentiva il suo imbarazzo, credo bene, dopo essersi spacciata per chissà chi… come quella che apre le porte! … Che fare adesso senza i muri di casa, di scuola, l’odore di gesso, i cancellini…fu allora che mi venne l’idea di usare la libertà contro sé stessa – vediamo come la prende! – e mi avviai verso la scuola, tornando indietro”. Questo è un testo dove ogni materia, anche appartenente al regno minerale, si converte al vivente e prende parte al gioco degli odori, dei gusti, delle sensazioni tattili: “Come fa il giacinto o la serenella in notti di pioggia primaverile, così nel duro inverno si sente, improvvisamente questo profumo di ossidi e ruggini, segno della fioritura del metallo…Ci sono tratti nei quali le rotaie sembrano arrivare al loro culmine interiore, come decise ad esprimersi. Ciò può avvenire sia su binari abbandonati… sia su tratti più attivi, lucidi e eccitati dallo sfregamento, come nelle linee del centro storico”.
È la visione di chi, fin dalle prime esperienze, si è confrontato con elementi in crescita e in movimento, osando i primi passi sulla morbida discontinuità di un prato e non sulla dura omogeneità di una pavimentazione urbana; i suoi primi giocattoli sono stati gli uccellini catturati “per farseli amici per la vita” e messi in una scatola da scarpe con il coperchio opportunamente forato e la sfida preadolescenziale è stata cavalcare l’elasticità di “rami di salice potentissimi con …pertiche che partivano comerazzi …capaci di piegarsi e tornare in posizione”. Questo contesto intriso di realismo magico aiuta Matteo e i suoi fidi ad agire la propria indipendenza da molti dei comportamenti che gli adulti vorrebbero imporgli, a sviluppare processi di pensiero alternativi e a creare addirittura un linguaggio alternativo. Geniali i giochi: quello della guerra, ad esempio, o la scommessa. Il primo sembra uscito da un testo di Winnicott: Matteo ed Ernestino, nel corso di effettive incursioni aeree, agiscono come se fossero loro a far cadere la bomba e a pilotarne la parabola mai attraversati dal dubbio: “ma questo disastro l’abbiamo fatto veramente noi o sono stati i tedeschi?” E l’autore gli regge il gioco mantenendo la narrazione magistralmente in bilico tra fantasia e realtà.
Il secondo vale una citazione: “Il massimo impegno Matteo lo metteva nell’arte della scommessa (da fare da solo, in segreto)…Come risolvere gli interrogativi? Scommettendo, non aspettando la risposta chissà da chi – con tutti i bugiardi che ci sono! -…Scommetto sulla pagliuzza fino a venerdì se Rosalba me la toglie” (dal maglione, come Matteo le aveva visto fare adErnestino)” “…Non aveva scritto scommetto che, come si fa di solito, ma scommetto se…con ciò inventando un tipo di scommessa per casi difficili”.
In questo mondo le creature più amate hanno uno spessore mitico. La mamma innanzitutto, con il suoprofumo di terra e di erba e i suoi occhi, grigi come “il ferro che brilla, come le stelle d’inverno”. Il padre della psicoanalisi sarebbe stato fiero di una rappresentazione così poetica e puntuale del primo scambio edipico come quella che troviamo a pag. 20. Non si poteva descrivere meglio la magia dello sguardo di quegli occhi grigi alle prime innocenti manovre sessuali del cucciolo! In quel tentativo di sorriso c’è tutto l’orgoglio e il sollievo per la scoperta di una virilità che si rivela ma c’è anche il rifiuto delle avances (“e allora fupeggio”, infatti, per il suo bambino) senza il quale si bloccherebbe l’apertura della sessualità all’esterno.
L’apertura avviene soprattutto nei confronti dell’altra figura mitica del romanzo: la maestra Concetta. E’ una creatura che si dibatte tra la tentazione di corrispondere all’amore “senza alcuna condizione” (in grado di sopravvivere ad ogni suo rifiuto) che le offrono Matteo e il suo amico Ernestino, e l’insofferenza che le provocano le modalità con le quali questo amore si manifesta. Esse, infatti, proprio per la loro autenticità e la loro libertà nei confronti delle regole sociali, rischiano di minare i suoi rapporti con l’istituzione che prescrive neutralità e conformismo. In perfetta aderenza al doppio dei suoi bisogni ecco quindi che le reazioni di Concetta sono talvolta in linea con l’esigenza di attivare il proprio “vero sé” e talvolta invece si rassegnano alla difesa (anche trasgressiva) delle prescrizioni di ruolo. Sul piano evolutivo la maestra Concetta svolge egregiamente il compito di dare ai bambini quell’esempio di grande umanità che ne modellerà il futuro.
E poi ci sono gli amici. È proprio grazie a loro che l’infanzia può sopravvivere alla pubertà. Perché, dice Angelo, “l’infanzia nell’amicizia sembra fuori pericolo, come seavesse ripreso i suoi poteri, pur minacciati da tutte le parti”. Con Ernestino e il narratore, infatti, e con gli altri che si sono aggregati nel tempo, si è strutturata la ricerca su come confrontarsi con i grandi misteri che “avvolgono la vita”. Uno di quelli che per primi ha avuto la fortuna di venire mentalizzato, di affrontare cioè la nebbia del: ma qui, “che cosa c’é da capire?” girava intorno alla spinta pulsionale che si presentava come una chiamata del corpo di cui sfuggiva completamente il significato. Che senso aveva “quel profumo, di donna…come un’incantevole disperazione?” e, più tardi: di che cosa parlava quel ripetente di quinta quando diceva: “quelle già sviluppate sono tre e una ci manca poco?”. Affrontare enigmi di questa portata cementa: i tre rimangono indivisibili. Così, dopo questo splendido inizio, vengono messi a confronto con altri misteri che si presentano puntualmente, come in ogni esistenza. E Lumelli li segue. L’impianto magico ricompare talvolta come delirante ma provvidenziale risorsa nei casi in cui si tratta di dare un senso a fallimenti o perdite altrimenti insostenibili. Quando questa mediazione non può attivarsi, quando la vita nuda e cruda riesce a uccidere la magia, le ferite si aprono fino alla carne viva:
“Mi ero seduto in giardino e guardavo la festa (del paese) che si avviava…Era incominciata, da lontano, la musica. Poi, improvvisamente, s’alzò la sua voce, sbucata come dopo un’attesa di anni, alta, stridula, come un’orazione disumana, un grido -e gridò infatti, chiamando suo padre, sua madre, i nomi dei buoi, dei campi -tanto che rimasi inchiodato, immobile a sentire – io, non nominato- mentre lui, con la voce sempre più alta, eccitata, si rivolgeva a chi non c’era più…Quella notte, tanti anni fa, fino all’ultimo, fino all’ultima sillaba di quel lungo grido, ho atteso il mio nome”.
Arriviamo quindi all’impatto con il mistero più grande: la decadenza, il tempo che porta il corpo e/o la mente a una sorta di declassamento che può prendere molte modalità. Ad esempio:
“C’è chi si disidrata, per togliere la massa, il peso – come per svanire, rendendosi vano praticamente – un’aria secca, vagante”.
Oppure le amnesie:
“ Ci sono cose che non trovano mai il nome giusto-allora bisogna usare dei trucchi e a chi c’indovina gli dicono: bravo!, bravissimo! -ma vai al diavolo!- mentre qualcosa senza nome piange in silenzio come una bambina che ha perso il primo dentino davanti”.
Di qui prende il volo la grande allegoria del “vagone di un treno merci abbandonatosu un binario in mezzo alle risaie” costretto ad un “attendere fallimentare” e che non molla, cercando di vivere fino all’ultimo splendidamente, sostenuto dalla “spavaldafantasia” del narratore che gli ricorda “come sia grande l’emozione che afferra un convoglio, quando è agguantato con pugno di ferro dalla locomotiva, con due fari in fronte, simile a un drago che si lancia con il corpo smisurato…sempre più pesante, irresistibile, stordito in quel fragore, fra odori di ruggine, in quella stretta ferrea”: la splendida stretta della vita.
I piccoli esempi in corsivo spero lascino intuire la potenza del linguaggio che ovunque scarta gli abituali punti di riferimento entrando e uscendo da ogni contesto, con ciò spiazzando spesso il lettore e in alcuni passaggi confondendolo. La rilettura diventa allora obbligatoria per potere, come direbbe Marco Ercolani, “viaggiare nella galassia” lumelliana.
Muoversi in un ambiente infantile ha consentito all’autore di estremizzare una ricerca che conduce da sempre, descrivendo la creazione di un nuovo idioma “spettacolare e segretissimo”. Ecco che finalmente può scatenarsi in una combinazione di termini che approdano al testo affiorando dalle polle sotterranee della propria esperienza. Suoni e radicali provenienti dalla sua lingua madre (il dialetto della val Curone) cercano fratellanza e insieme rivitalizzano parole appartenenti ad altri dialetti e lingue arcaiche, quelle che per non essere veramente morte hanno dovuto adattarsi ai capricci della storia.
“Fu così che” Marco ed Ernestino “cominciarono a prendere sillabe, una qua e una là, colte al volo…da dialetti di paesi vicini, da forestieri che venivano da Bergamo, impagliatori di sedie, magnani…mediatori del piacentino…altre da quei suoni oscuri in latino, soprattutto le U, vestite di lunghe mantelle nere, svolazzanti per la chiesa già fumosa di incenso”.
Questo è il primo passaggio che Lumelli compie per allontanarsi dalla lingua convenzionale diretto ad una posizione liminale (utopica) dove la parola “accade”. Alla sintesi di più linguaggi segue l’uso della onomatopea, spesso presente ne La vecchiaia del bambino Matteo con la sua riproduzione di suoni e rumori, a modo loro ancora parole, ma “sparlate”. Fino a giungere al silenzio che non esclude lo scambio ma, in un certo senso, lo sublima. Un testo come questo, che sembra inneggiare all’epopea della parola, con la gentile strafottenza e l’ironia tipiche dei “curoniti”, termina con uno scambio di missive iconiche (cartoline): “un modo di parlare senza discutere”, (“Le figure sono meglio” aveva detto Matteo, “se vogliamo conversare”) e periodici incontri al ristorante dove: “mettiamo le mani sulla tovaglia e ci guardiamo, come figure di un ex voto, come quelle che si trovano nel santuario della Madonna della Guardia”.
Lumelli sembra ancora una volta “capovolgere il rovescio” (che resta sempre una “bella mossa”). Risponde così alla domanda che lo insegue da sempre: “Il limite del linguaggio è l’esistenza?”
*Il testo è tratto da:IN FORMA DI PAROLE, Soglie della musica, a cura di Gianfranco Pernaiachi, anno sedicesimo la quarta serie, numero primo gennaio-marzo 1996.
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Musica – tempo che non si vuole né arrestare né affrettare.
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Musica. Suoni che rifletotno lo stato senza suoni. Parole e suoni equivalenti al silenzio.
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Armonia: cogliere d’un colpo cose differenti.
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Si ascolta la musica perfetta con un’attenzione priva di desiderio, eccetto il desiderio incuso nell’attenzione.
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La musica, svolgendosi nel tempo, cattura l’attenzione e la sottrae al tempo volgendola a ogni istante su ciò che è. L’attesa è attesa a vuoto e attesa dell’immediato. Non si desidera che una nota, che un silenzio, cessi, benché sia insopportabile che duri.
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Nella musica, i passaggi leti, discendenti, piano, naturalmente associati a un’impressione di tristezza, svolgono tuttavia la funzione della gioia, la dlcezza più forte della violenza. Unione raddoppiata dei contrari. È ciò che rende sublime la musica. Gioia intellettuale.
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L’impressione prootta dalla musica, di un’attesa che la nota seguente colma e soddisfa pienamente, pur essendo una piena sorpresa, è semplicemente un riflesso della pienezza dell’attenzione orientata interamente sull’immediato. L’arte del musicista ha come unica funzione quella di rendere possibile questo orientamento dell’attenzione.
Guglielmo IX, Duca di Acquitania e conte di Poitiers, in una miniatura del XIII secolo.
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Una poesia farò di puro nulla:
non sopra me né sopra gli altri,
neppur d’amore e di gioventù,
e di null’altro,
ch’anzi fu scritta mentre dormivo
sopra un cavallo.
Non so in che ora io sono nato,
non sono allegro, non sono afflitto,
non son scontroso né amico stretto,
e non poss’altro,
perché di notte così fui stregato
su alto poggio.
Io non so quando mi prende il sonno
né quando veglio, se non mi è detto;
non mi si spezza per poco il cuore
d’intima pena,
e non m’importa proprio un bel nulla,
per San Marziale!
Sono malato, mi par di morire,
e so soltanto quant’odo dire.
Vorrò un medico come mi pare,
ma non lo trovo;
sarà buon medico, se sa guarirmi,
ma non se scado.
Io ho un’amica, non so chi sia:
non l‘ho mai vista, in fede mia;
non fece nulla che m’urti o piaccia,
e non importa:
perché normanno né francese mai
io li ospitai.
Non l’ho mai vista e l’amo tanto,
e mai ne ebbi ingiuria o premio;
se non la vedo, poco ci bado:
niente m’importa,
ché ne so una più bella e gentile
e che più vale.
Non so il luogo nel quale vive,
se collina oppure pianura;
non oso dire che torto mi fa,
e anzi taccio:
mi spiace molto che qui rimanga,
perciò io vado.
Ho fatto il canto, non so su chi.
Lo manderò a quella persona
che, tramite altri, lo spedirà
verso il Poitou,
perché mi mandi la controchiave
del proprio astuccio.
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*Il testo è tratto da: IN FORMA DI PAROLE, Soglie della musica, a cura di Gianfranco Pernaiachi, anno sedicesimo la quarta serie, numero primo gennaio-marzo 1996.
**Guilhelm de Peitiou è Guglielmo IX d’Aquitania, Guglielmo il giovane (in occitano Guilhèm de Peitieus detto il Trovatore, 1071-1127), il primo poeta lirico trovadorico in lingua occitana. Di lui restano dieci o undici poesie, attribuite dalle antiche rubriche a un Coms de Peitieus.
après la peur la radio dit la vie c’est un flux continu ça n’arrête jamais alors on lit dans le journal qu’avant la fin du monde les gens font des provisions de robinsons les vieilles dames et les jeunes et aussi ceux qui ont des sourires éclatants et sont intelligents mon fils me dit qu’il a des angoisses de plus en plus fréquentes nous les partageons un moment comme on boit ensemble tous vivants tous à dire la vie tous à parler de tout de ce que nous ne savons pas si difficile de parler de ce que nous savons de nous-mêmes si peu pour résister quand la mort tombe du ciel ou des radios ou des médecins au loin corbeaux et voix radiophoniques dehors et dedans on se demande le monde oublierait-il sa propre fin du monde