HOMENAJE para Rodolfo Häsler

Questa silloge del poeta cubano Rodolfo Häsler, curata e tradotta da Alessandro Prusso, ha un titolo stravagante ed evocativo, Elleife, che nella religione yoruba significa felice responso. Sessantaquattro le poesie che la compongono: il numero perfetto richiama i sessantaquattro esagrammi de “I Ching”, il celebre testo classico della sapienza cinese usato a scopo divinatorio, e le sessantaquattro caselle della scacchiera, simbolo dell’ordine cosmico, della lotta incessante tra bene e male, tra vita e morte.

Häsler, che ricordiamo anche come traduttore del “notturno” Novalis, scrive poesie sincretiche, magiche, eccessive, dionisiache. Ma il suo furore immaginale, l’accesa sensualità delle metafore, contrasta con un fondo torbido, infero, che minaccia la perfezione della bellezza. “Convertire la perfezione in un animale, / nel piacere vorace, senza via d’uscita, / nella farfalla notturna che si disgrega / con la coscienza tranquilla per renderci esangui”. Il poeta è custode di un mondo cupo e illusorio di immagini. “Custodisco una enorme distanza di vento morto, / un inganno, spossessato di vita per quasi tutti”. Il poeta è sospeso all’incanto delle parole come un mago. “Le sue parole rivelarono agli eletti i segreti della / creazione, / per tanto, la sua posizione è importante. / Né i suoi piedi, né le sue mani / servono per sostenere la terra”. Il poeta traversa la luce restando sempre attento ai sortilegi dell’ombra. “Rapidamente si allontana dalla luce più cruda / come scorpione attento ad ogni avvenimento del sottosuolo”. Evoca formule rituali, di cui però avverte la misteriosa insensatezza. “Tu dici sette parole / magiche ed un incendio potrebbe spogliarlo / completamente / di significato”. La sua visione del mondo oscilla tra la potenza inebriante dell’emanazione verbale e il disincanto metafisico che spoglia le parole di qualsiasi senso. “Quattro scaloni o quattro volte il numero quattro, / per attraversare nulla più che una porta, / e dall’altro lato impossessarsi degli attributi della forza”. In Häsler è evidente un “furioso affanno per la poesia”, e simultaneamente un’attenzione ossessiva all’atto concreto della scrittura. “Le cavallette e le formiche fanno a pezzi una poesia in / catalano che terminai per il mio compleanno, e sciolte / sulla carta restano le vocali e le consonanti /nel maggiore disordine possibile”. Restando sempre sull’onda delle sue parole, si ha la sensazione che Häsler cerchi una bellezza oscura, onirica, difficile, come un Narciso che si rifletta non in uno specchio tranquillo ma in un’acqua tumultuosa, rischiando di annegare. “Le profonde incisioni che lasciano nella mente / gli incubi senza risultato, / fiori torbidi come l’abbondanza / che dalla finestra, nel bianco davanzale, mi spaventano, / il suono equinoziale del mistero e la vastità, / nella nuova dimensione di Narciso, l’affogato, / nell’acqua greca, / senza ritmo possibile nel respiro”. In fondo alla bellezza fulgida e barocca delle immagini persiste un fluttuare senza senso, una folle ripetizione. “Si avvicina la sentinella che mi libererà dagli anni a venire / per farmi girare, nel vuoto, mille e mille volte”. Il poeta vive la sua “dolorosa percezione, chiusa, piena di senso”, che oscilla tra il fulgore sacrale e sensuale delle immagini e il pensiero visto come un paesaggio di morte. “L’agonia del pensiero in un paesaggio nero, / disperato per raggiungere la sacra forma del pesce”. “Il cielo va in pezzi in una tenebrosa tempesta di sabbia, / il deserto è nero e i gigli, i giacinti e i sogni altrettanto / neri”.

La potenza del poeta cubano è questo oscillare erotico e dolente tra visibile e invisibile, dentro una “pura pazzia, un segreto, / sogni che nascono e si sfiniscono, / apparenza di fuoco, / il desiderio”. Häsler scrive di aver letto per sette volte la sura ventisei del Corano, la sura dei poeti, e che, se fosse in suo potere, ultimata la lettura, farebbe scendere dal cielo un “comando tremendo”, che decapitasse il lettore. Fa sue, con passione e violenza, le parole di Emily Dickinson quando scriveva: “Se ho la sensazione fisica che la mia testa è tagliata, / allora questa è poesia”. (M.E.)

Il testo è presente in: Rodolfo Häsler, Elleife, a cura di Alessandro Prusso, Genova, Editorial de l’imposibile 2014.

INCONTRI CON WALTER BENJAMIN. Piero Zino

Vetrate in frantumi

Nell’agosto del 1914, quando l’entusiasmo dell’opinione pubblica borghese per la guerra da poco scatenatasi in Europa era ancora alle stelle, nonostante le trincee incominciassero a riempirsi di cadaveri, poche erano le voci orientate verso un reale dissenso. Una di queste era quella dello scrittore e disegnatore tedesco Paul Scheerbart del quale, proprio in quelle settimane, era uscito un articolo su uno dei tanti periodici che osannavano il conflitto e che per ragioni quanto mai misteriose era riuscito ad evitare la censura. In esso si legge: “Anzitutto protesto contro l’espressione ‘guerra mondiale’. Sono certo che nessun astro, per quanto vicino sia, vorrà immischiarsi nell’affaire in cui siamo implicati. Tutto induce a credere che una pace profonda non cessi di librarsi sull’universo stellare.” Inutile soffermarsi sulla piega che presero da allora in poi gli eventi, ma è da registrare che in alcuni uomini essi produssero uno scuotimento talmente violento da indurli al suicidio. Uno fu proprio Scheerbart il quale, l’anno successivo, sembra si fosse lasciato morire di inedia come forma estrema di protesta contro la guerra mondiale. Il tono di quelle parole deve avere colpito un lettore d’eccezione come Benjamin al punto da fargli ammettere che gli erano rimaste scolpite nella memoria, quando sull’Europa incombeva l’ombra di una nuova e ancora più spaventosa catastrofe che avrebbe travolto anche lui. È noto, inoltre, quanto il critico berlinese apprezzasse le teorie avveniristiche in campo architettonico che Scheerbart aveva prospettato tanto nel romanzo utopico Lesabéndio quanto, e ancor più, nel trattato in aforismi Architettura di vetro, dove egli sembra voler aprire orizzonti di speranza per l’umanità sotto forma di quartieri nei quali case di vetro, mobili e regolabili secondo i gusti e i bisogni degli utenti, aprono nuovi spazi di libertà fino ad allora sconosciuti ai chiusi universi delle abitazioni borghesi. Una “trasparenza”, dunque, che Benjamin accoglieva con favore nelle sue riflessioni su tali argomenti, volendo contrapporla alla grettezza del militarismo e del nazismo. Consapevole, forse, di quanto ne fosse al tempo stesso grande la fragilità, essendo stato testimone della violenza brutale sulle vetrine dei negozi ebrei infrante nella Notte dei Cristalli.

Non si getta la spugna

“L’avvenire del marxismo? Prevedo che nell’arco di venti o trent’anni sarà abbandonato.” Così profetizzava lo scrittore polacco Witold Gombrowicz sul finire degli anni Sessanta, e la sua voce sembra fare da eco a quella di Benjamin che, una trentina di anni prima, aveva definito un “manichino” il materialismo storico, già avviato a trasformarsi in un Moloch le cui fattezze appariranno nei quartieri urbani eretti dai regimi comunisti: casermoni spettrali e fatiscenti, ai cui interni trova ricovero un’umanità disperata. Tuttavia Benjamin non smetterà di puntare su quella forza messianica che, secondo lui, dovrà essere la matrice del riscatto delle masse proletarie e tale speranza la si può trovare custodita nella scena finale del film Berlin Alexanderplatz (1931), girato quando il nazismo già cominciava a stringere alla gola la traballante democrazia di Weimar. Biberkopf, il venditore ambulante, invita i passanti ad acquistare lo strano pupazzo che tiene fra le mani: “Questo burattino torna sempre ritto in piedi. Perché mai? Perché ha del metallo al posto giusto!”.

Atrabile

“La profondità appartiene soprattutto all’uomo triste”. Questa frase compare con tutta la forza di una sentenza nel saggio di Benjamin sul dramma barocco tedesco, ed è con tale accento che egli riesce a fare propria la Melanconia rivestendola di panni allegorici. Nella diatriba tra essa e la Gioia, quest’ultima la descrive come “una donna vecchia, vestita di riprovevoli stracci, seduta su una pietra sotto un albero secco, la testa china in grembo”. La Melanconia espone allora alla sua rivale i propri connotati: “La dura pietra, l’albero secco, il cipresso morto, danno spazio sicuro alla mia tristezza”, e a ciò la Gioia replica con parole oscillanti tra sarcasmo e paura: “Chi è codesta marmotta lì appollaiata sul ramo secco? L’occhio profondo irradia rosso come una cometa di sangue, che brilla per la rovina e l’orrore”. Se da un lato la Melanconia offre all’uomo che ne è pervaso la chiave per accedere agli universi più misteriosi e “ctoni” del linguaggio, quasi che uno scavo continuo di meditazione possa fare emergere, con lentezza pari alla costanza, tesori di intuizioni linguistiche, dall’altro ne frena inevitabilmente gli slanci vitali. Ad una estrema mobilità del pensiero, fa da contrasto una quasi totale immobilità del corpo: questa è la cifra dell’uomo malinconico. Il tedio della vita che si manifesta soltanto nelle nature più ricche e profonde emerge pienamente in questi versi contenuti ancora nel lavoro sul barocco. “Non trovo mai pace, bisticcio con me stesso, / siedo, giaccio, ristò, e tutto ciò nei pensieri”. È tipico del malinconico il rifuggire dai gesti che contrassegnano il vivere quotidiano, almeno da quelli più ovvi e banali. Egli ritira i bicchieri di coloro che consumano la propria esistenza tra una bettola ed un’altra, dopo averglieli visti svuotare.

Passeggeri in carrozza!

Affermatosi molto presto come il prodotto più strabiliante dell’industria del diciannovesimo secolo, il treno recide di colpo i rapporti con un passato millenario. Con la sua comparsa, scrive Michael Lowy, si fa strada “la metafora della locomotiva che avanza sempre più veloce verso l’avvenire radioso, verso la stazione Utopia, travolgendo ogni ostacolo sul suo cammino”. Ed in effetti il dipinto La grande ferrovia occidentale realizzato da William Turner nel 1844 sembra dare pieno credito a questa affermazione. La sagoma della locomotiva avvolta da un impasto di fumo e nebbia che sta attraversando un ponte disteso sopra l’abisso dal quale salgono bagliori rossastri, esprime con forza l’inarrestabilità dello slancio a discapito dei più grandi pericoli. Il convoglio procede senza esitazioni e con un passo così sostenuto da renderlo assai simile a quell’ideale di progresso che farà da perno alla teoria delle socialdemocrazie europee. Benjamin critica tale ideale in una delle sue Tesi di filosofia della storia definendolo in tono sarcastico “interminabile” ed “essenzialmente incessante”. “L’accumulazione quantitativa” è, secondo lui, alla radice della ottusa fede nel progresso che anima la borghesia capitalistica; tuttavia, anche il confidare ciecamente in quella che Marx chiamava la “base di massa” non gli appare del tutto privo di rischi. Se il volano della locomotiva è in mano a Taylor, Marx alimenta il fuoco della caldaia. Ci sarà allora chi come Lovy dirà quanto sia necessario “il ricorso al freno di emergenza”.

Processi evolutivi

In un suo celebre saggio Benjamin notava come, davanti alla macchina da presa, l’attore si trovasse completamente spiazzato. “Là, sulla tela dei cinematografi”, rimane solamente il personaggio a dispetto della persona; “un’immagine soltanto, colta in un momento, in un gesto, in una espressione”. Quello che nella vita normale è un corpo vivo che contiene sentimenti ed emozioni, nel panorama illusorio che il cinema mette in scena è soltanto un’ombra “che tremola per un momento sullo schermo e scompare in silenzio”. Ma le situazioni possono cambiare soprattutto se ci si trova in una nazione come l’Unione Sovietica, nella quale Benjamin aveva soggiornato intorno alla metà degli anni Venti. Lì egli nota che buona parte degli interpreti del cinema non sono attori professionisti, “bensì persone che interpretano se stesse – in primo luogo nel loro processo lavorativo”. Le masse, quindi, protagoniste solo nella Patria del proletariato? Il fascismo a sua volta fa largo uso della nuova tecnologia non per consentire a quelle di esprimersi liberamente, bensì per irreggimentarle mediante cortei e adunate oceaniche. Il mondo al giorno d’oggi propone entrambe le ipotesi, vale a dire i singoli individui e la massa tenuti a fare parte di un unico sistema di interazione sui social, i quali alimentano e annullano i bisogni degli uni e dell’altra in un gioco di perenne alternanza. Se comprendere il funzionamento di un simile meccanismo è cosa piuttosto facile, altrettanta dovrebbe essere la consapevolezza che tutto ciò “non può prescindere dall’usura.”

Angeli e rovine

“C’è un quadro di Klee che si intitola Angelus Novus”, così si legge all’inizio della nona Tesi di Sul concetto di storia. Tanto l’opera del pittore svizzero, quanto le sorti che essa ebbe nell’accompagnare Benjamin, che ne era diventato proprietario nel 1921, fino al ritrovamento effettuato da George Bataille dopo la morte del filosofo avvenuta nel 1940, costituiscono una vicenda piuttosto nota. Quella figura bizzarra e grottesca, al punto da apparire del tutto estranea a quella che può essere una creazione divina, lo seguì in effetti come un’ombra per buona parte della vita. Nelle ali a forma di pipistrello “appuntite, anzi affilate come lame” e nei rotoli della Torah che ne incorniciano il viso, egli sembra doversi fare carico di tutto il peso delle disgrazie di cui in quegli anni un intero popolo era vittima. Una spaventosa catastrofe che dilania il presente, “che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”. Al gas utilizzato dai nazisti per lo sterminio nei lager si sono aggiunti, nel corso del tempo, il napalm in Vietnam, il fosforo bianco lanciato sui soldati iracheni e da ultimo le bombe che distruggono interi quartieri a Gaza. Questo angelo talmudico non potrà allora che assistere impotente allo scempio, per poi fare ritorno alle schiere che si radunano davanti al trono dell’Onnipotente e dissolversi nel nulla dopo aver cantato le Sue lodi.

Paul Klee, Angelus Novus

Walter Benjamin

CREAZIONE. Jean Fautrier

Solo, essere solo – disperatamente solo – trincerato, solo. Che cosa orrenda, insostenibile. Nessuno potrebbe controllare i suoi nervi in una così perfetta solitudine. Solo, essere solo al punto da sprofondare in una grigia mollezza per non crollare. Solo, solo! Quale parola esprimerebbe meglio questo vuoto, questo muro liscio senza la minima sporgenza a cui aggrapparsi, questo stato da cui si crede sempre di uscire ma non si esce mai.

Solo fino a invocare l’annientamento atroce e totale di ogni cosa – sensazione di grande violenza a cui ci presteremmo volentieri piuttosto che sopportare un istante di più quella solitudine.

Solo, l’angoscia di una vita – stato oscuro che non si osa toccare per paura di immettere qualche scintilla di luce.

Sì, solo, ben solo – ma giustamente perché dall’inasprimento di questa solitudine si potrà attingere una forza vera – quella che ci farà entrare in profondità dentro noi stessi per trovarvi la sorgente di una vita. Solo, ma dentro una tale ampiezza di sguardo che essere in questo stato di solitudine offrirà le soluzioni più assolute e più pure.

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*Il testo è tratto da una mostra sulla pittura di Fautrier e la scultura di Brancusi (Stoccolma, 1961), ora raccolto in: Jean Fautrier, La peinture doit se détruire por se réinventer. Textes, entretiens, propos et témoignages réunis, annotès et préfacés par Dieter Schwarz, edizioni l’Echoppe, Tusson 2023.

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Immagini di Jean Fautrier

DISTRUGGERSI PER REINVENTARSI. Jean Fautrier

*Questo breve testo è la quarta di copertina del volume: Jean Fautrier, La peinture doit se détruire por se réinventer. Textes, entretiens, propos et témoignages réunis, annotès et préfacés par Dieter Schwarz, editions l’Echoppe, Tusson 2023.

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Qualunque sia il valore delle ricerche contemporanee, non possono altro che essere salutari, al di là di difetti, esasperazioni, errori. L’occhio, oggi, è cambiato: non si può negare che i suoi bisogni non siano più gli stessi. Si sono così trasformati che sembra stupefacente pensare che, vent’anni fa, gli artisti migliori erano pienamente soddisfatti e apparivano degli innovatori dipingendo pesci neri e alberi rossi, e non potevano fare pittura se non si piazzavano davanti a un soggetto.

[…]

La pittura è una cosa che può solo distruggersi, che deve distruggersi per reinventarsi. (traduzione di M.E.)

(1960)

Jean Fautrier, Otages

IL DENTRO E IL FUORI. Alfonso Guida

Io abito due territori. Non sarei impazzito altrimenti. Ma tendo al dentro. Mi chiedo se sia più trasgressiva una vita monacale – incestuosa – o una vita tesa al fuori, al sogno, all’utopia. Descrivo in due parole, con esattezza, la mia situazione attuale. In me ora il fuori e il dentro sono intercambiabili. Non fraintendermi. Ho fatto una scelta discutibile. Mentre prima, come ogni buon psicotico, negavo la realtà, adesso mi è di fronte perché l’ho dislocata, per poterla vedere e tollerare.

(…)

Io sto da una parte, il mondo dall’altra. Ci ignoriamo, con gentilezza.

(…)

Nel mio “largo” c’è un vivo movimento di emersione, per fortuna. Sogno poco. Tutto diventa subito coscienza grazie agli studi e alla mia sensibilità di scavo e introspezione. Avrei voluto capire prima il meccanismo della macchina infernale.

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Riflesso, Giovanni Castiglia

L’UOMO DI NOTTE. Marco Ercolani

Passy, 15 ottobre 1854

Caro Monsieur de Nerval,

le farò recapitare questo biglietto questa notte stessa: annoti i suoi sogni. La prego, li annoti! Ne parlavamo tre mesi fa, in una conversazione funestata da molti suoi deliri su regni favolosi e imperatrici orientali. Li trascriva su un foglio di quaderno, anche se dovesse svegliarsi a notte alta per farlo. Per curarla, devo arrivare a conoscere le differenze fra vita diurna e vita notturna dentro di lei. Prenda appunti dei suoi sogni reali, notte dopo notte, e non mi inganni con le fantasie dello scrittore sveglio, il Nerval che tutti conosciamo attraverso i suoi libri. È mia modesta opinione che non si siano ancora pronunciate parole decisive sulla scienza dell’oniromanzia e che molti dei medici che esercitano funzioni psichiatriche sul territorio francese trattino questi prodotti della mente solo come le scorie di un corpo addormentato dal sonno. Li trascriva, per assurdi che siano (non sarà certo lei a stupirsi che esistano cose assurde nella mente umana), perché io voglio decifrarli. Lo faccia con scrupolo, senza alterare quello che ricorda, fingendo di non essere uno scrittore (anche se, in fondo, gli scrittori trascrivono, anche in stato di veglia, qualcosa hanno rimuginato in sogno). Lavori in questo senso, Nerval. Non lasci Passy, non fugga a Parigi. Ogni sera metta qui, sul comodino, un foglietto con le note dei sogni: l’infermiere lo ritirerà il mattino dopo e, nel pomeriggio, i miei occhi lo leggeranno. Poi, il giorno dopo, ne parleremo insieme. Non aggiunga nulla. Ripeto: non complichi quello che ha sognato con le sue fantasticherie. Li trascriva semplicemente, così come li ricorda. Se c’è una speranza di guarire, per lei, potrebbe passare attraverso la nostra comune lettura di questi sogni apparentemente privi di un senso comune. Lei ha grande esperienza di cose che hanno perso il loro senso, Monsieur de Nerval. Cominci ad aver fiducia nel mio essere medico. Questa fiducia può esserle utile più che il desiderio di allontanarsi da noi, credendo di essere guarito.

Suo Emile Blanche

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Passy, 24 ottobre 1854

Sono trascorsi nove giorni e non le ho più scritto. Mi perdoni ma ho letto i sogni che ha avuto la gentilezza di trascrivermi e non ho più parole, non riesco a trovarne. Le sue immagini sono dolci, decisive, essenziali. Non so affatto come decifrarle (mi illudevo di poterlo fare). Non so come guarirla dalla sua malattia, anche se lo credevo possibile. Non so neppure se sarebbe utile farlo. La sua scrittura lascia noi, scienziati, secoli lontano. I suoi sogni sono un libro straordinario e irripetibile, che spero in brevissimo tempo di leggere stampato: sarebbe un dono per l’intera umanità. Le consiglio un titolo: L’uomo di notte.

Grazie, Gérard.

Suo Emile

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Passy, 30 ottobre 1854

Carissimo Blanche…

E se riempissi centinaia di pagine solo con queste due parole “Carissimo Blanche”? Non ho bisogno di essere capito: estendo me stesso sulla carta dei fogli, tutto qui, come in una favola antica. Perché non riesco più a vedere castelli? È ingiusto. I castelli sono soglie meravigliose. Guardarle è già vivere dentro nidi di uccelli regali. Ma nessun uccello è regale, perché non tollera mura che fermino il suo volo. E i castelli sono fumo, come i ponti appena traversati. L’uomo di notte, oh! Un fenomeno naturale. Non esiste che l’uomo di notte. Mai è nato un giorno.

Gérard

Gérard de Nerval

PER “SENTINELLA”. Mauro Germani

Il testo è tratto da Ai margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei, con postfazione di Sebastiano Aglieco, La Vita Felice, Milano, 2014.

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Come scrive Alberto Bertoni nella nota critica posta in appendice, questo libro di Marco Ercolani ha l’intento “di avvicinare fino a sovrapporli i domini della poesia e della filosofia (..) con un cortocircuito di verità e di invenzione”. Gli aforismi poetici che compongono il volume sembrano provenire da un silenzio originario e quasi attonito: essi si dispongono infatti sulla pagina in una sorta di necessaria obbedienza al loro stesso ambivalente destino di presenza e assenza. Ciò che ci viene consegnata pare essere una profonda instabilità ontologica, che forse potremmo definire la consapevolezza della soglia, la coscienza di un continuo mancare di presunte realtà che si sfaldano per assumere altre forme e altre sostanze, in un processo metamorfico sottile ma incessante (“ogni realtà rinvia a realtà ulteriori, tangibili come la polvere nell’aria”).

Polarità diverse si attraggono e si respingono in un gioco di chiaroscuri e di precipizi, che fa pensare alle interrogazioni e alle sovversioni del grande Jabès, il quale ebbe modo di scrivere: “Crediamo di vivere, crediamo di scrivere la nostra vita: scaviamo buchi”. Ma in questa generale atmosfera di incompiutezza esistenziale, che si respira nelle pagine del libro, nei suoi frammenti e nelle sue illuminazioni, emerge improvvisa l’interrogazione/ricerca intorno all’io: “Una fessura, nella pietra liscia. Un io, forse”, come ciò che resta dopo una scomparsa o una guerra devastante, a cui si deve in qualche modo rispondere (“Sentinella di un tempio che potrebbe essere luminoso, smisurato, incandescente, ma che sarà sempre elevato sulle rovine dell’io, in un campo disseminato di macerie”).

Ecco allora quella “lezione necessaria” che deve essere la scrittura, “il mistero di un sonno in cui restare svegli”, perché “in quel limite tra veglia e sonno si dibatte la necessità di tacere e la possibilità di dire, che si confrontano come due misteri. La scrittura poetica è la traccia fisica di questa esitazione. La lezione necessaria del vuoto”. In questa consapevolezza, che continuamente deve essere rinnovata, risiede la spinta di chi scrive “non cercando verità definitive nella proprie forme ma esponendosi, come stracci a folate di vento, a quell’ansia inguaribile”.

La lezione non riguarda solo l’atto dello scrivere, ma la nostra stessa esistenza. E a questo proposito vale la pena riportare per intero questo stupendo brano di Ercolani; un’esortazione alla fuga come pedagogia e vera appropriazione di sé, come avvicinamento all’ignoto che siamo.

“Ai miei allievi, se avessi degli allievi a cui insegnare qualcosa, direi: buttate via i miei quaderni di appunti, non trascrivete nulla delle mie osservazioni. Se il primo compito è ricordare ogni parola, ogni sillaba e ogni pausa del discorso, il compito successivo è dimenticarle e ricordare solo il tono. Nessuno di noi è perfetto o felice: nessuno ha ricevuto le giuste carezze o le giuste offese. Qualcosa di meno o qualcosa di più certamente. 81 In ognuno di noi c’è un punto nero. Il difetto o l’eccesso. Un punto che solo noi vediamo, a cui nessun altro deve accedere. Per difendere quel punto si usano mille strategie. Potreste uccidere o diventare pazzi, se lo profanassero. La filosofia lo circuisce con le idee, la scienza con i teoremi, la poesia con le parole. Avete vent’anni. Non restate fermi dentro un’aula. Ci sono nomadi in un deserto sterminato, gambe che marciano verso una meta sconosciuta, menti che pensano cose incomprensibili. Vi insegno che è necessario fuggire. Di quel punto, voi non sapete ancora nulla. E se restate qui ve lo nasconderanno e morrete, senza aver visto la vostra essenza”.

Durante la lettura del libro, allora, anche noi non possiamo che provare una nostalgia infinita per il nostro punto nero e segreto, che abbiamo perduto o dimenticato, o addirittura mai conosciuto. Ercolani ci apre alla nostra stessa erranza, alle diverse soglie dentro di noi e oltre noi, ci interroga sull’enigma della scrittura e dell’esistenza, in una dimensione che costantemente ci sdoppia: noi lettori di parole altrui, noi sentinelle della sentinella che ha scritto.

CAMPI DI BATTAGLIA, 2. Erik Derkenne

Catalogo a cura di Gustavo Giacosa, FRMK edizioni, collezione KNOCK OUT, 2014

Derkenne preferisce le acque basse e le immersioni nella loro estensione. Un rizoma che non vuole opposizioni fra testa e corpo, senza privilegiare l’uno rispetto all’altro. Ci si trova faccia a faccia con l’orchestrazione organica di un corpo-testa o di una testa-corpo. Una organicità dai tanti centri e dai multipli ingressi. Ramificazioni dove ogni centro possiede un valore in sé, intercambiabile con gli altri. Bulbi oculari, buchi di naso o testicoli, sono talvolta delle porte turbinose aperte a ogni identità rizomatica, la quale, senza inizio e senza fine, comunica la vitalità di un guerriero che ha vinto la sua battaglia.

Dall’introduzione di Gustavo Giacosa (traduzione dal francese di Marco Ercolani)

Disegni di Eric Derkenne

Erik Derkenne nasce a Stavelot, 1960 e muore a Saint Virth nel 2014. Affetto da trisomia 21, è affettuoso e infaticabile nel lavoro artistico, che accompagna con grida, sussurri, bisbigli.

STRADE NASCOSTE Marco Balducci

I testi sono tratti da: Marco Balducci, Terzo repertorio, con postfazione di Igor De Marchi, Collana Nuova Limina, Anterem edizioni 2023.

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Terzo repertorio (Nuova Limina, Anterem, 2024) è un volume di versi composto da sei capitoli: Quadrature, Condensazioni, Verticale, Piano inclinato, Da capo, Emergenze. Il lettore, naturalmente, è invitato a leggere i testi del libro, che evocano scabri paesaggi kafkiani, ma soprattutto a vedere delle poesie in prosa raccolte in blocchi brevi e geometrici, ordinate in nette campiture visive. Non diventa essenziale capire il senso di questi frammenti ma osservarli nel foglio, nitidi come scene-quadri che, nonostante le loro forme compiute, sono invece soprassalti di percezioni che addensano, turbano, sfigurano i significati, con la “verticale e serrata lucentezza della parola”, come osserva Silvia Comoglio nella quarta di copertina. Terzo repertorio – terza fase nella poesia di Marco Balducci – ha qualcosa di alieno e di inquieto (“dove sono finiti i contorni delle cose?”) che, nella sua “inadeguatezza ontologica” (Igor de Marchi), evoca i fulminei paesaggi della poesia di Bartolo Cattafi.

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TESTI

desiderare

un desiderio. Avere un testamento. Scrivere il

bisogno di tacere, ottenere che qualcuno

ascolti. È indifferente se l’intenzione cam-

bia nel corso del gesto, importante è vedersi

agire, saturi di volontà, simultaneamente

fuori fuoco e stagliati controluce, voci di un

improvviso estuario…

*

strade nascoste

che percorro a velocità sostenuta, fiancheg-

giando canali interminabili, case murate, for-

re ombrose – diretto non so dove, estraniato,

rapito da una gravità che accelera di secon-

do in secondo la corsa – guardo indifferente

cancelli, fossi, segnaletica sempre meno di-

stinguibile, le curve diventano inaffrontabili:

cambio pensieri

*

intravedere

case in lontananza, seminascoste dalla ve-

getazione. C’è spazio qui, il vento è libero

di fare scorrerie: i suoni misurano distanze.

Con le orecchie tappate dalle mani entrare

nell’inquadratura: vedersi salire il crinale…

la pellicola è attraversata da macchie, aloni

luminosi….sempre più frequenti

*

mi rincorro, raggiungo

travolgendomi cado, d’istinto paro un calcio

sulla schiena… È inutile, domani è già ades-

so, è un continuo inghiottire saliva, pensare

cosa pensare. È il solito garbuglio fatto del-

l’eterna linea invisibile, tracciata da un muro

a un altro, a un ennesimo

*

un’idea di presente

persistente nella memoria. Mani che traccia-

no disegni nell’aria, veloci come rondini at-

traversano la stanza. Osservarle senza inte-

resse, come le cose intorno, da nominare

mentalmente: un cuscino, un foglio, la porta.

Aprire la porta senza oltrepassarla, affonda

re la faccia nel cuscino… strappare il foglio.

Rinunciare a ciò che si è perso. Ripetere que-

sta frase

*

risale

un’eco da un vano scala deserto. Mi sporgo

dalla ringhiera e il vuoto si riempie di occhi

interroganti. Biancore eccessivo di muri ges-

sosi: appoggiando il palmo della mano scatu-

risce una polvere finissima. Né giorno né sera:

bevo un bicchiere d’acqua, traccio una riga

sul tavolo con un dito bagnato, dove sono

finiti i contorni delle cose? Mi siedo, forse è

meglio addormentarsi, confondersi, lasciarsi

assorbire

*

uccelli su un filo

distanti il pomeriggio a camminare in pe-

riferia, tra le ultime case e le rotatorie,

impossibili da attraversare. Inutilità di pen-

sieri ossidati o inservibili e aria a folate:

odore di bruciato. Questa è la condizione

che cercavo inconsapevolmente, forse: una

ricognizione tra frantumi di cose viste mi-

lioni di volte, l’idea di incontrarmi per caso,

in fondo a una strada

*

non ti rimane in testa

niente, evapora l’ultima impressione su cui

avevi costruito un ragionamento. Un pugno

di mosche senza mosche. Un ronzio che ti

accompagna nelle stanze e corrode ogni

musica rievocata, mentre cammini assente,

sulle pareti

**

Marco Balducci (Pisa, 1964), vive a Bologna. Ha pubblicato sulle riviste “Anterem” (1992) e “Passaggi” (2003). Ha scritto alcuni testi di poesia “Neo-tecnologica” esposti in forma visuale in spazi commerciali a Parma e Bologna. Con la silloge Terzo repertorio (Anterem, 2023) è stato finalista al Premio inediTO, nel 2021, e al Premio Montano nel 2022.