Chissà se era stato il sogno…quell’albero dalle radici disperate vaganti nell’aria che imploravano l’accoglienza della terra, e lei che era costretta a cantare incessantemente per tenerle vive, anche mentre se ne andava per le strade banali, sorridendo alla sguardo sorpreso di chi incontrava. Benché nessuno le chiedesse perché se ne andasse cantando con quell’albero appeso al collo, come se tutti in qualche modo partecipassero di quella stravaganza.
Anche per una certa compiacenza nei confronti del sogno lo aveva deciso, come assecondando il suo suggerimento. I sogni sono ottimi amici, disinteressati, sanno tutto di noi e generosamente lo ricordano.
Non avrebbe mai più condiviso con nessuno il volto della sua innamorata interiore, lo avrebbe tenuto tutto per sé, per la pagina di sé, ben nascosto dentro il candore delle sue infinite possibilità e solo qualche volta, in una sera d’autunno, forse, avrebbe schiuso le righe che, pudicamente eppure senza ritegno, premevano al di sotto di quel bianco e si muovevano sfiorandosi l’un l’altra, eludendosi e cercandosi come orchestrate dal vento.
Dopo averlo deciso e aver stabilito la regola per disciplinare la sua decisione, si fermò a un angolo di strada, lasciò cadere il dolore e la fatica del suo canto e allungando le mani non trovò più l’albero, non sentì più l’aria inquietata dalla frenesia delle radici in cerca della loro terra.
Ma chissà quanto a lungo avrebbe cercato di comprendere se ancora si trattava del sogno antico o di uno nuovo in cui quello antico era confluito. O era forse il vento che incessantemente allestiva giochi di luce sul volto dell’innamorata interiore che la riguardava e appendeva tra ombra e ombra le radici strappate dopo averle mutate in palloncini azzurri e lanterne come, sulle righe della pagina, le parole.
Forse qualcuno mi aspetterà, all’angolo della strada, oggi, uscendo, appena un passo. Forse un tempo ero morto e mi parlavano, senza fare del linguaggio uno specchio.
Ciò che si sé ogni uomo dona alla polvere mi attira, come il seme, come il seme delle cose umane, inverate. Il traduttore è un becchino che spala, disseppellisce, rimuove le zolle.
Come scende un artificio nel fuoco. Come un cercatore senza miniere. Rinviene dal torpore il terremoto. Lo sciame di api, il nugolo di nubi.
Le condizioni imposte schematizzano la rotta. Razionalizzare il sesso. Piantare confini entro il territorio. Nessun abbandono. Essere sinceri è essere ordinati.
Quanti anni dovrei leggere, scrivere, aderire al termine delle cose terrene, delle terre scoscese, impareggiabili, deserte? Gli anni muovono i passi del corriere che porta pacchi alle due.
La domanda ho smesso di farla. Attendo.
La risposta l’ho rivoltata in gola, ho impedito.
Dove sarebbe finita Euridice se non l’avessi persa? Teatro senza fondo. Con doppio speculare. Da attraversare. Artaud ha dato ascolto ad Alice. Sto nel buio del continuo bere latte irreale.
Piove a dirotto. Il vento sta impazzendo. Cipria di porpora e brandelli di stalattiti. Tu vai e vieni sul filo di un solstizio d’inverno. Bill Viola. David Sylvian. Tuoni. Ora. Tonfi. Tentacoli.
Leghi e sleghi la lingua come fosse una cosa magica. Come fossi dentro la vertigine dodecafonica, la campitura di musica irrelata della lingua triplice, trina, di Amelia Rosselli.
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Il terreno è instabile per tutti. Nessuno è immune dalla sofferenza.
Io credo che trincee e foibe siano costellazioni di pietra perché il dolore pietrifica. Vedi, il male della mente mi ha indurito come maschera vecchia, guastata da muffa e colonie di insetti.
Siamo come fatti ciechi da un grido e sordi da uno sguardo muto.
La psichiatria è il mondo medicalizzato dell’immaginazione perversa. La diagnosi è la punta di diamante dell’ago di sutura.
*Alcuni dei frammenti, riscritti, sono tratti da Il demone accanto (Edizioni L’Obliquo, 2002).
Giovanni Castiglia, Spettro della carta
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ANTICIRA
Forse esiste qualche altro modo di scrivere ma io conosco soltanto questo; di notte quando la paura non mi lascia dormire conosco soltanto questo. E il suo lato diabolico mi sembra molto chiaro. (Franz Kafka)
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Non andare mai a capo
Scrivo perché la scrittura non mi appartenga, perché la mia vita non esista esistendo nella scrittura. Mi esproprio, secondo dopo secondo. Se esito a morire, è solo perché non ho ancora scritto la frase giusta, quella che mai scriverò e che annoto a matita, in un foglio lunghissimo, dove non andare mai a capo.
Tacere?
Tacere? Lascia il silenzio ai colpevoli, ai prigionieri. Parla, prima che accada l’irreparabile. Un assassino, parlando, non è più l’uomo che ha ficcato il coltello nel corpo di un altro. Pierre Rivière dimentica di essere Pierre Rivière, quando inizia a dire: «Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…». Si confessa. Libera il mondo da quanto ha inferto al mondo. Si pente dei cadaveri. Racconta la vita dei morti. Chi narra, accenna al movimento della pietra, allo spostamento del ramo. Ogni racconto è una raffica che porta lontano, alla deriva. Chi, odiando la vita, ammazza di giorno, non conosce chi, sopraffatto dallo stesso odio, scrive di notte: i mestieri sono simili, ma le morti diverse. La scrittura notturna genera, nella vita presente, il sogno di un mondo nuovo, dove uccidere non serve più.
A torturarti sono le facce
A torturarti sono le facce degli uomini comuni, degli uomini classificabili, di quelli che non hanno segreti da mostrare o nevrosi da soffrire. Sono loro i tuoi nemici. Non ti faranno mai nulla di speciale. Ti sorrideranno, ti saluteranno, ti disprezzeranno, senza smettere di esistere. E se loro esistono, muori tu. Non ci sono alternative. Puoi ucciderli. Però, se li uccidi, la società ti definisce folle, e così ricominci da capo. Puoi farlo senza commettere delitti. Puoi.
È un problema di cibo. Nutrirsi, sì, ma di che cosa? Il mondo è un’immagine molto chiara: una forca, con nessuno appeso, e sotto, il mare liscio, senza cerchi nell’acqua, senza barche che lo traversano. Così è decretato. Nessun tuffo, nessun tonfo. Se sei poeta, provaci ancora: fa vibrare l’aria intorno alla forca, stimola venti, correnti, raffiche; fà che il mare riveli la presenza dell’annegato o dell’emerso. Ma chissà se avrai fortuna…
Chi sente tutto questo e non può reagire, si libera dell’angoscia con delitti inspiegabili. La donna annega la figlia nel bagno, la mette sul letto accanto al cucciolo di pelouche e si getta giù dalla finestra. La figlia quindicenne fa massacrare la madre a martellate dal fidanzato ventiquattrenne. Il necroforo assiste all’autopsia delle sue vittime, vecchie o prostitute, e poi si uccide con un’overdose di eroina.
Tu puoi reagire. Parla con pietà di queste solitarie rivolte. Dimostra perché esistono. Chiediti cosa sarebbero state, queste vite, se…
Il tempo di Donald Evans
Si chiama Donald Evans. Uccide donne e uomini, li decapita, mette le teste nel frigorifero, mangia i loro cuori. Lo chiamano serial killer: Durante le spedizioni artiche, quando il gelo toglieva la ragione, si poteva uccidere il compagno senza un secondo di rimorso, guardando la lama entrare nella schiena coperta di neve. Delitti che neppure la fame poteva spiegare interamente e che solo in quei momenti estremi erano possibili.
Ora è sempre così.
Sventri l’amico più caro per un insulto. Bastoni la moglie fino ad ammazzarla. Il figlio frigna, non ti fa dormire, gli spappoli il cervello. Sei sempre Donald Evans. Questo è il tempo di Donald Evans.
Chi non ha nulla di sognato, di favoloso, di felicemente falso a nutrire la sua eresia, semina di morti i drugstores, spara agli automobilisti sull’autostrada, scaglia sassi dai cavalcavia. Alla violenza di tutti i giorni, che soffoca il pensiero della rivolta, risponde il delitto. La vita erompe come principio elementare di sopravvivenza: la morte dell’altro. L’assassinio come rito semplice, come mangiare o cagare o sbarazzarsi della spazzatura ingombrante. Il figlio, un tempo, lasciava la casa dei genitori ed entrava nel mondo. Adesso ammazza i genitori e va in galera: accelera quella morte simbolica producendo due pesanti cadaveri.
A New York, come diversivo alla noia del sabato sera, i giovani teenagers salgono in cima ai grattacieli fra le undici e mezzanotte e, appena vedono passare qualcuno, scaricano sacchi di cemento sulla strada; precipitando veloci, i sacchi si trasformano in proiettili omicidi. A chi capita capita. La morte viene dall’alto, fortuita e crudele come sempre. Solo che, adesso, il Dio delle religioni può essere uno psicopatico.
A Olivehurst, in California, Eric Houston, vestito come Rambo, sequestra tre professori e dieci studenti e li massacra a fucilate. Erika squarcia la gola della mamma e del fratello in una palazzina biancastra di Novi Ligure. Nel motel di Killeca un uomo esausto uccide sedici persone. Marta Russo viene freddata per strada da un proiettile vagante sparato da un annoiato ricercatore universitario, fanatico di Dostoewskij. Tracey Korner fa morire d’inedia la figlia di sei mesi, senza nessun motivo apparente. Per sette giorni consecutivi guarda la televisione, il frigo colmo di lattine, la bimba urlante nel lettino, finché l’urlo finisce. I giornali mostrano la foto del cadavere, esibiscono le diagnosi psichiatriche. Tracey, gli occhi spalancati, chiede, nella sua cella di Newport, un sacchetto di chipsters e un televisore a colori.
Ma tu, oggi, chiediti come puoi non essere Donald Evans, Eric Houston, Tracey Korner. Quando arrivi alla soglia dell’orrore, quando stai per essere o Donald o Eric o Tracey, chiediti: e se potessi narrare tutto questo? E se, invece di uccidere, raccontassi con delle parole il mio possibile delitto? Se lo rimandassi ma lo descrivessi, ma sapendo che migliaia di persone, un giorno, leggendo quanto ho scritto, capirebbero quello di cui oggi non sono ancora consapevole?
Resti a casa anche oggi
Resti a casa anche oggi, naturalmente. Così potrai credere a una città gelata, fantastica, inaccessibile – una Praga traversata dall’apparizione del Golem, una Pietroburgo sopraffatta dal Cavaliere di bronzo. Una città del secolo scorso, di quelle che si formano dalla carta, che nascono nei sogni, fantomatiche e irreali, di cui puoi parlare non avendo visto neppure le sue strade; uno di quei luoghi che consentono alla disperazione di evocare volti grotteschi, bettole ripugnanti, delitti impossibili, narrazioni stregate, e cancellare il mondo. Tu sogni un’angoscia letteraria. Ti sfugge la tua vera angoscia: quando, nell’afa di luglio, un matto vuole spaccare le mura di casa e chiamano te, lo psichiatra di zona; vai, lo infiali, lo carichi sull’ambulanza, lo rinchiudi in corsia psichiatrica; poi torni a casa, ti getti a capofitto nella scrittura della visione, evochi viuzze fatiscenti, case vacillanti, magari descrivi un folle che vuole spaccare le mura di casa. Vergògnati. Indossi una maschera e metti il delirio in prigione; ne indossi un’altra e lo liberi nella carta. Sei una persona perversa, fedele al tuo tempo.
Ma questo lembo di secolo mescola i videoclip di Madonna e la teoria dei quanti, il Sommario di decomposizione di Cioran e Chiara Ferragni. Non dovresti stupirti della clamorosa efferatezza dei crimini attuali: io li chiamerei crimini silenziosi. Accadono nell’assoluta inspiegabilità, nel nulla delle famiglie, nel vuoto delle passioni, nel niente del mondo. Sono compiuti da esseri irreprensibili e miti, che esplodono in improvvise, concrete, irriducibili follie. Il vigile ammazza le prostitute, la bimba soffoca la madre, il figlio sventra il padre: delitti che nascono rapidi come fuochi, e i fuochi lo rivelano. La vita non ha né progetti né salvezze: la sua unica forma è un sibilo che spezzi il mediocre rumore di fondo. Che questo sibilo sia un delitto o un’opera, una psicosi o un poema, non lo decide un impulso incontrollato, una lettura fortuita: lo decidi tu, quando aspetti armato e ti accorgi che eliminare una vita è un atto idiota, perché domani sarai costretto ad eliminarne un’altra; ma, se trasformassi la pistola in penna e scrivessi, la lama in pennello e dipingessi…
Nera e bianca
Nera e bianca. Non credo che tu abbia mai alzato gli occhi dallo schermo. Hai visto sempre quella strada: nera e bianca, notturna, luccicante al bagliore dei lampioni, bagnata di pioggia, con pozzanghere grandi, insegne riflesse, vetri fosforescenti, e il suono del sax in sottofondo. Nera e bianca. Sì, un film noir. Una strada, all’incrocio con un vicolo. Senti una sgommata, uno stridìo di freni. Un corpo viene trascinato fuori dall’auto, due persone lo reggono in spalla, lo issano per una scaletta, raggiungono il ponte della ferrovia, lo scaraventano sotto all’arrivo del treno. Sembra un tronco inerte, il corpo. Vapori e fumo. La faccia di lei: gli occhi spalancati dal terrore, le guance bellissime sbiancate dalla luce. La faccia di lui: una fronte imperlata di sudore, un respiro ansimante. Li guardi, aspetti ansioso, temo la sirena della polizia. E lei, dalla stanza: «Vieni fuori, guarda, c’è la luce!». Quasi non la senti. Che cosa dovresti guardare, se già stai guardando?». «Vedi, ci sono i colori, gli alberi. C’è il verde e il rosso». È inutile che parli. Cosa vuole da te? Non ci sono colori. Il mondo è nero e bianco. Scorre dentro uno schermo. Come si permette di disturbarti? Il colore è una cosa evidente e sciocca, uno scherzo della luce. Tu non credi agli scherzi. Guardi la strada nera e bianca, senti il suono del sax – Coleman, Coltrane? -, vedi la paura dell’uomo e della donna. Chi ti dice che il corpo ucciso, scaraventato dal ponte, non sia un corpo più reale del tuo e del suo? E lei ti parla della luce, mentre scorrono queste immagini. Ti parla del colore. Che vergogna!
Ma il film si interrompe. Lo schermo diventa grigio, poi nero. Come finirà il film? Come puoi non saperlo? Cerchi un foglio, prendi la matita, la premi sul foglio, disegni una figura, la fai, la rifai, la completi, forse è il corpo del morto (ma come è venuto male!), lo cancelli con un tratto nero, poi riprendi, con la punta, a scolpire quello che è un profilo (che lavoro duro e strano, come portarsi un corpo sulle spalle!); dal profilo, che emerge fra neri e bianchi, scaturisce un colore invisibile, come d’oro chiaro, ma non è oro, potrei dire un soffuso, tenuissimo chiaro, da livida alba; vai ancora giù, nel foglio, col nero della matita, spingi, scavi, quasi lo strappi, una fessura ti mostra il legno del tavolo, ma quel legno non è nulla, tu vuoi la carta, il suo bianco fragile, friabile, sottile, questo bianco da cui trarre fantasmi, cenere di cose, polvere di monumenti – il tuo mondo, quel mondo che ami appena; ma non appare niente, nessun corpo, nessun colore, e sei ancora lì, con le frasi che si rincorrono, virgola dopo virgola, frenetiche e veloci, e descrivono quello che è nato: un profilo, un essere, tutto, cioè nulla; ti è già sfuggito dalla mente chi devi ricordare, chi avresti dovuto ricordare; riferisci, a casaccio, brandelli di scene, come un povero idiota, a voce bassa, in segreto, quasi senza pelle, con le ossa della mano troppo dure sul foglio, la faccia sbiancata; devi dire addio, ma quale addio? e a chi?, non c’è più nulla da dire, non c’è mai stato niente, tutte le leggi sono finite, le figure scomparse, riprendi il foglio, accenni, modelli, sgorbi, cancelli, trovi ancora; c’è della materia, fra occhio e carta (un alone, come polvere che gira attorno a uno schermo), ma è tutto grigio. I colori hai cominciato a sognarli, ma sono invisibili. E non ci sono occhi per vedere, hai le palpebre chiuse, la luce è nascosta. Non ci sono orecchie per sentire, il suono non è ancora affiorato. Ma il corpo sta già modellandosi una scena, una forma, scolpisce lo spazio in cui, se è possibile…
Torni a guardare lo schermo. Il film riprende a scorrere. Ecco l’incrocio, fra vicolo e strada. L’asfalto luccicante di pioggia, un fruscìo di vesti, il corpo di una donnatrascinato giù dall’auto, ancora una volta. Come si chiamava quel film? Non voglio perderti. Ma non vedi la testa, è tutta nel nero: corrughi la fronte, guardi più attentamente. E lì, sul selciato, con le pozzanghere che rispecchiano i vetri illuminati, mentre il sax risuona vicino, sempre più vicino, tu vedi, fra le commessure, nell’angolo col marciapiede, per un attimo appena, pervaso da un riflesso chiarissimo, il colore – un filo scuro e denso, rosso e sottile, di sangue…
Riprendi fiato
Riprendi fiato e presta ascolto alle voci. A quelle, acute, di uccelli che conversano con brevi frasi musicali mentre i primi raggi di sole rischiarano i rami. A quelle, basse, che bisbigliano le vite di persone scomparse, elencano date, nomi, cognomi, professioni, numero di figli, età della morte. E non c’è mai silenzio. Come può esistere il silenzio? Le voci parlano di case, di muri che non hai mai visto. Di pietre, soprattutto. Pietre che i suoni riescono a sciogliere, a polverizzare. Non ci si può astenere dalle voci. Loro sussurrano sempre. E il tuo tavolo si accende o si spegne, a seconda dell’intensità delle voci, diventa forte come un ponte d’acciaio o fragile come un velo di polvere. E le voci continuano a risuonare. Tieni la testa alta sul cuscino. La luce accesa, le orecchie aperte. È bello, il cuscino. Ti comunica il senso di una cosa soffice, che ospita la tua testa, quando la tua testa non ha più niente a che fare col mondo. Ti fa sentire che, non appena ti sveglierai, tutto ti sembrerà spinoso, abbagliante, sgradevole, se lo confronterai con questa morbida superficie su cui appoggiare la tempia e non sapere più nulla. Finalmente! Non sapere.
Venti
Il vento ustiona la pelle, fa sanguinare naso e labbra. Feh. Nasim. Bai. Helm. Rammento i nomi arabi dei venti. Il vento accartoccia i libri, copre le cose di polvere, frantuma i bicchieri. Yuh. Landlash. Biliku. Haboob. Arifi. E Hu-ka-vi è il richiamo aspro, a Trieste, che mette in guardia dall’arrivo della bora…
Ma ci sono suoni più dolci. Metti l’orecchio al ramo che sussurra e sentirai il fruscìo delle querce secche, il respiro del ginepro, il soffio dei cedri, il mormorìo dell’acero, il bisbiglio del salice. Gli alberi sono straordinari strumenti. Il salice flauto, l’arpa cipresso, il melo violoncello; e, mentre il vento li fa vibrare con quei suoni, niente è più simile a prima…
Quando soffia il vento, riprendi ad amare la verità. Comprendi che non é un concetto, ma una forza vivente, un’energia, un errore. La maschera consueta della pelle è il rifiuto della verità, la negazione del vento. Ma, quando dormi, tutto muta. Il sonno, nella costanza del suo silenzio, garantisce che l’uomo, anche se stupido o malvagio, domani, come un paesaggio sabbioso sotto la tormenta, potrebbe mutare…
Vorresti rappresentare il vento ma i colori non servono. Basta l’inchiostro per dire i segni del fumo, della nebbia. La carta restituisce, nella violenza delle cancellature, la violenza impressa dal vento alle cose. Per dire che le pietre sono le ossa delle montagne e nulla è più forte della presenza del vento, che trasforma e dissemina. Senza vento la montagna è un osso morto, mangiato dagli animali. La pietra, sferzata dalle raffiche, è la radice della nuvola. Il vento crea le nuvole da picchi e precipizi. Le nuvole scorrono, mandano ombre sulla neve, come abissi. E le ombre appaiono e scompaiono. Il piede affonda nella nuvola, come nella terra. E la tormenta ritorna…
Il suono dell’acqua
Piove. Una pioggia sporca, che cancella dall’asfalto i segni delle scarpe e del sangue. Il gommista chiude il garage. La saracinesca cigola. Il sottopassaggio inondato da fiotti d’acqua, che spaccano la vetrina della tabaccheria; sigarette e accendini, rovesciati nelle pozzanghere, per un po’ galleggiano, poi sono travolti da altre correnti. La stecca di un ombrello salta dalla mano del passante. Le vetture, bloccate dalla pioggia torrenziale, affondano nell’acqua. L’aria precipita, trasformata in pioggia, e al posto del cielo resta uno spazio senza colori. La materia dei tetti – lo vedi? – si scolla. I vicoli inondati dall’acqua delle grondaie, i tombini ostruiti da masse di fango: una pioggia scrosciante picchia sul ferro, batte sui vetri, rimbomba alle porte.
Spalanca le finestre. È arrivato il momento. Respira. Lascia i libri aperti sulla scrivania: che la pioggia entri e l’acqua muti le pagine, trasformi i contenuti, rinnovi gli scopi. Non preoccuparti della tua vita: ti salverai. I cani, fradici, cercano riparo dalle raffiche. I passanti si afferrano ai muri, sollevano il capo, alzano le braccia. Guarda bene. I volti mutano come la sabbia sotto il diluvio. Nessun corpo resta integro. Tutti, a loro modo, cambiano. Chi si accorge di essere occhi, o teste, o capelli. Chi si illude di tradurre il terrore della pioggia e cerca di parlare. Ma il fragore copre le parole. Molti restano muti, pur aprendo la bocca. La pioggia continua a scrosciare.
Tu resta tranquillo. Condannato al destino del gorgo, potresti precipitare, assordato dal suono dell’acqua. Invece no. Punto fisso nel maellstrom, piccola pietra, uccello ipnotizzato che non osa né scendere né salire, ti annidi silenzioso nelle pareti del gorgo, chiudendo gli occhi. L’acqua mescola, corrode, devasta, straripa, muta pelli, paesaggi, voci. Ma tu non senti nulla. Dopo molto, moltissimo tempo, ritornerai a guardare. Del pianeta, allora, resterà solo un bosco scancellato dalla nebbia, nell’affresco del soffitto – ricordi? – nel convento di San Paolo, a Parma; accanto al bosco, dove una vela, un ponte, un arco si rivelano verdi e scialbe rovine, emerge la città purpurea, sommersa dall’acqua, le tre chiese, un cielo liquido, e quella magica costruzione rossa, composta di sedici celle o fori, che termina in alto con un magico otto. E al centro dell’otto c’è, ancora integro, il vangelo miniato del canonico Zollner, aperto alla pagina della Resurrezione, la figura di Cristo, rossa e oro, incisa sulla prima R del capitolo.
Anticira
Ha sempre avuto molti nomi Anticira: Terra di Giles, arcipelago Frawley, terra di Bering, passaggio Franklin, penisola Sjoberg. Anticira, l’isola pensata come ultimo approdo del mondo conosciuto. Ma i nomi sono tutti falsi. Anticira non è l’isola desiderata, non è l’approdo finale: esiste quando la morsa del ghiaccio sparisce e il navigante può pensare, vedendo la costa, mentre i blocchi scricchiolano, al sollievo dal freddo, al nascere del vento, alla ripresa della rotta, e la vede, lontana. Poi, subito dopo, Anticira sparisce.
Di lei si raccontano leggende: che nessuno la ami perché le sue pietre sono buie. Ma, quando le guardi a lungo, si liberano del buio e tornano a risplendere in un modo particolare, come solo le pietre di Anticira possono risplendere. Sembra che, dopo alcune ore di cammino nell’isola, i viaggiatori restino con i piedi sollevati da terra, imbarazzati e disorientati, vittime delle correnti. Inoltre ad Anti Cira, isola dal doppio nome, si invecchia di giorno e si ringiovanisce di notte, non mutando mai età.
Costruire una nave che possa resistere alla pressione dei ghiacci, che sia sollevata e non schiacciata dagli icebergs. Farsi trasportare dalle correnti alla deriva verso l’arcipelago di cui non sappiamo ancora il nome: questa è la navigazione per Anticira. Scegliere la nave giusta, con il legno liscio come pelle. Legno dolce e chiaro, morbido al tatto, che sfugge alla presa del ghiaccio e scivola bene nel pack, lentamente, con movimenti sicuri, aiutato dalla voce dei marinai, da alcune sillabe speciali, da una cantilena in grado di incrinare la crosta più gelata e più spessa, trasformando la nave nel morbido approdo a cui tende. Morbido e improvviso, come ogni approdo ad Anticira. Un minuto prima e la nave beccheggia fra i marosi: un minuto dopo e l’isola lo accoglie. Nave o isola, risveglia una nausea invincibile per le celle, le case, i cimiteri, le stanze. Per chi conosce Anticira, stare è corrompersi, dimenticare il proprio nome, tradirsi. Diventare, lentamente, chi avresti odiato essere, fino a qualche anno fa. E non ammetterlo a te stesso ma continuare a guardarti in uno specchio un po’ sporco, rimuginando menzogne.
Quindi riparti per Anticira, non appena la raggiungi.
Quando pensi il mondo
Quando pensi il mondo, durante la notte, il mondo non può che dissolversi, come il foglio su cui scrivi, quando spegni la luce e si fa buio e, pur continuando a scriverci sopra, non riesci a veder niente, la tua scrittura si confonde, si cancella. Nella tua mente si confondono le immagini del mondo e ti sembra che, a leggerla attentamente, la vita, non abbia niente di essenziale. La vita non ha senso in sé ma aiuta a sognare meglio, a sognare contro di lei. Non trovi straordinario che ti venga data, per caso, una cosa che non vale molto, e nello stesso istante ti vengano concessi i mezzi per annullarla o esaltarla? La vita permette di esistere fuori dalla vita. Come quando, prima di ricoverare quella donna, notasti, sulla parete di legno, un’illustrazione del Piccolo Principe. Dicesti, a voce alta: «È straordinaria la poesia di quel libro». Lei sorrise. Benché delirasse, benché amasse solo la lingua degli angeli e invitasse i bambini della sua classe a lasciare il mondo agitando le ali, si fidò di te. Non c’era più bisogno di portarla via con la polizia. Ti guardò negli occhi. Si sarebbe curata.
Ricordi quel tuo vecchio racconto? Un uomo vuole morire e si getta nel vuoto. Un altro uomo passa di sotto, per caso. Raggiunto dal corpo in volo, il passante si accascia. Risultato: il suicida si salva, l’altro resta paralizzato e muto. Il racconto nasce da qui: dalla casuale paralisi dello sconosciuto, dal folle desiderio di vendicarsi di quell’inconcepibile sopruso. Ora non hai più bisogno di quella vendetta. Non sei né paralitico né muto. Tu cammini da solo. Non dovrai più correggere quel racconto. Lascialo lì, fra le cose incompiute.
Casseurs
Ti viene in mente Genova saccheggiata dai casseurs, i black bloc, le marce rituali, gli sventolamenti delle bandiere nere, la guerriglia consentita dalla polizia, I roghi, i lacrimogeni, le molotov. E vedi alla televisione la piazza dove i tuoi genitori si sono sposati, dove tua madre vedova passa in autobus piangendo, trasformata nella piazza di Carlo G., ucciso dal carabiniere con una pallottola nell’occhio. Sai solo questo: devi testimoniare, descrivere, non tacere. Ma testimoniare con la testa rovesciata sul cuscino, come se non potessi vedere. Ricordi il canto di Chiara (morta suicida da un dirupo di S.Giacomo di Roburent): «se sei felice tu lo sai / batti i piedi batti le mani!». E proprio ora, guardando le macerie dei negozi e le facce costernate dei passanti, rileggi le parole di un artista matto, nato nei dintorni di Chiavari: «Tu andrai a finire nella casa delle mummie: il manicomio. Sopra la televisione ho sentito una voce molto chiara, ma l’hanno trasmessa a Buenos Aires… città delle mummie: lo chiamano così il manicomio, l’isola dai tetti rossi».
Tetti? Quali tetti? Le Twin Towers, frantumate dai due aerei kamikaze, crollano con uno schianto fotografato e inquadrato migliaia di volte. Tutto diventa la stessa, bassa, densa. irrespirabile nuvola di fumo. Nuvola reale che intossica te, le strategie del mondo, gli inganni, i sogni, le forme viventi. Il fumo lo vedi in diretta, dentro lo schermo. I morti sono spellati dal fuoco, oltre le macerie. Senti sempre di più – lo hai sempre sentito – che la tua penna, quaderno dopo quaderno, frase dopo frase, è stata suddita di quel fumo soffocante, basso, inarrestabile. Il fumo ci eguaglia e riflette tutti, come i mille riflessi di uno specchio in frantumi. Ma tu fa’ quello che dico: prendi un pezzo di specchio, anche il più piccolo, e mettitelo sulla faccia. Respingi il mondo così. Respira dietro lo scudo. Respira a lungo. Ora sei opaco, sei vivo. Qui, ad Anticira.
“POESIA, sei tornata. / Aspettarti è stata una sofferenza. // Mi sono accasciata nella vita senza senso. / Le strade senza di te, non sono strade. // I cieli diventano sordi.”
Con questi versi Malù Urriola apre la raccolta Cadavere squisito uscita in Cile nel 2014, e ora pubblicata dalla casa editrice Fili d’Aquilone a cura di Giorgio Mobili.
Malù Urriola, nata a Santiago del Cile nel 1967 e prematuramente scomparsa nel 2023, diventa fin dalla sua prima raccolta una delle protagoniste della letteratura cilena degli ultimi quarant’anni. Una voce che attrae per la sua imprescindibile capacità di oscillare tra oscurità e trasparenze, e per quel suo sguardo estremamente mobile, capace di racchiudere un’enorme porzione della realtà fisica e psicologica del mondo che la circonda. Filtrato attraverso la sua autocoscienza, ogni elemento, sia esso fisico o psichico, temporale o spaziale, si condensa, infatti, in materia poetica, meglio, in una forma di etica, e parimenti di estetica, che vede Malù Urriola avvitarsi ad ogni frammento di vita per poi precipitarlo, e con lui precipitarsi, in una topografia i cui assi coincidono con la fugacità del tempo e il dissolvimento del corpo.
Lucida e graffiante, Malù Urriola cammina “nel traffico, tra clacson e edifici che piangono le loro lacrime di edifici”, un pianto percepito da Urriola intimamente e che, in una sorta di metamorfosi ontologica, fa diventare questi edifici, per lei e per noi, quell’umanità sradicata e sofferente con cui fare quotidianamente i conti. Come, del resto, quotidianamente i conti devono essere fatti con il nostro corpo, con la sua caducità (“NON ho avuto che un corpo da scommettere con la vita. / E lo perderò in ogni caso”), con il suo essere pervaso sempre da un memento mori (“NON dimenticare neppure un giorno che la morte sarà l’ultima a baciarmi in bocca”) che, da un lato, ci dissocia ma, dall’altro, ci àncora alle profondità delle nostre essenze svelandoci la chiave per reggere il peso dell’esistere (“PER VIVERE bisogna avere ossa / che non temano di diventare polvere”).
Ma se è vero che la presenza della morte fin dal titolo è costantemente presente in questa raccolta (non dimentichiamo i versi a corollario del volto di un uomo che scruta con un binocolo il cielo o l’infinito: “Sapevi che viaggiamo / su una stella cadente? Per questo temiamo tanto la morte.” ) è anche vero, come scrive Giorgio Mobili nella sua introduzione, che “Urriola intreccia saldamente il memento mori al carpe diem. Se da un lato il corpo ci condanna alla dissoluzione (non essendo altro che un cadavere squisito in divenire), dall’altra ci consente di esperire infinite gradazioni di piacere: ed è con innegabile jouissance che la poesia di Urriola ci conduce nelle camere d’albergo, nelle balere di periferia e nei postriboli, allude a incontri torridi, fugaci o surreali, creando notturni di intensità cinematografica dove i repentini riferimenti al blues e al jazz (Bill Evans, Chet Baker, Billy Holiday, Nina Simone) attivano una vera e propria soundtrack mentale di ispirazione noir, sospesa tra David Lynch e Ascensore per il patibolo“.
Memento mori, dunque, e carpe diem che la poesia, la parola poetica, indissolubilmente lega. Una parola poetica, per Malù Urriola, fisiologicamente necessaria, unica luce/presenza in grado di innervare di linfa vitale il proprio io e la realtà circostante. La mancanza della parola poetica, come si evince dai versi in apertura di questa nota, sottrae senso e significato, depotenzia la materia al punto da annullarla (“le strade senza di te / non sono strade”), di farcene perdere forma colore e consistenza. Perché, come scrive ancora Giorgio Mobili nella sua introduzione, “la realtà stessa, per esistere completamente ha bisogno di essere tradotta in poesia. Ha bisogno di essere scritta. Una realtà che si smetta di scrivere perderà linfa, cesserà di essere creata. Perché la poesia è un atto demiurgico, è poiesis, emanazione: Sto scrivendo un libro che sembra essere. / Che comincia a scorrere come un fiume, un nuovo ramo di una pianta che impercettibilmente ti cresce in casa, / la foglia di un albero che cade, un cadavere sul tavolo dell’obitorio, una borsa che fluttua nel vuoto. La scrittura, insomma, ha la stessa funzione del ricamo nel famoso dipinto di Remedios Varo: come le giovani tessitrici nella torre anche Malù Urriola, nel suo spazio privato in cui è tutta dentro, ricama le luci e le ombre del manto terrestre, creando il suo difuori, scrivendo un libro che sembra essere e che non è, appunto, altro che il libro dell’essere”.
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LA POESIA non è una donnina in attesa delle vostre pacche sul
sedere, né un coro di ubriaconi vociferanti
con immagini da barboni che non supererebbero Wilms Montt,
né versi pederasti che inneggiano alle minigonne delle ragazzine,
né proteste a squarciagola per un mondo che vi ha dimenticati in un bar.
Né l’essere osceni vi rende avanguardisti,
o l’essere nudi artisti di performance,
certamente,
quanto più misogini, tanto più servi,
quanto più dotti, tanto più docili.
L’io contro la vita
è stato inutilmente squarciato fino alla nausea.
Il futuro accade in modi imprevedibili.
Nessun controllo
dei fatti trascorsi o a venire
sul sentiero della poiesis.
Se non otterrai la gloria di una élite più triste di mille muti,
non accasciare i tuoi versi su cose destinate a ingiallire.
La funzione della poesia è l’emanazione.
Se si distrae, si toglie la vita una stella.
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SONO COME una stella. O meglio, sono come la luce di una stella
morta che può ancora viaggiare e toccarti e darti una luce che io
ormai non ho più.
Che cosa potrei offrirti di più reale del mio silenzio? Perché
quando ti parlo, ciò che ho sentito pensando quelle parole se n’è
già andato.
Per questo ti dò il mio silenzio. Il mio silenzio è tutto ciò che
sono stata. Ed è mio.
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LA TESTA non è mai ben posizionata da nessuna parte.
Non c’è luogo in cui una testa ben posizionata poggi da qualche
parte.
Anche se la inclini come un uccello e anche se chiudi le
membrane, anche se le chiudi, se la avvicini, se cerchi riparo, se
sei attratto da una sfida, un pasticcio, una passione, un’idea, avrai
perso la testa per qualcosa, e allora dove dovrebbe stare la testa?
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QUANDO scriviamo sappiamo che stiamo viaggiando, che non
sarà molto il tempo in cui resteremo nello stesso luogo o con le
stesse persone.
Quando scriviamo sappiamo che la nostra vita sarà solitaria ogni
volta che lo esige il tragitto.
Quando scriviamo sappiamo che un giorno smetteremo di
scrivere.
Allora le parole avranno il significato del polline.
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E IO che pensavo che non avrei avuto nulla ed ebbi la poesia
Operette Morali / Dialogo della Moda e della Morte
“Moda: Dico che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori….”
Questa Operetta morale fu scritta da Giacomo Leopardi nel febbraio del 1824; si tratta di una satira mutevole e irrazionale; nel suo corso egli accosta la Morte, ugualmente instabile, nel cancellare ogni cosa alla Moda. La Morte si getta sulle persone, mentre la Moda è delle barbe e dei capelli e degli abiti. Possono sembrare due forze irreali che però sono state generate dallo stesso seme, e cioè la CADUCITÁ.
“e sa che l’una e l’altra tiriamo parimenti a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù, benché tu vada a questo oggetto per una strada e io per un’altra”
Poi la Moda vede come anch’essa “fa parecchi giochi da paragonare ai tuoi” fino ad arrivare a eccessi dove gli uomini, per amore di lei, fanno cose dolorosissime e sacrifici, fino ad arrivare alla Morte. Questo dialogo mette in evidenza come l’uomo preferisca vestirsi alla moda pur stando nel freddo e nel caldo. Diventano così la Morte e la Moda due sorelle che si muovono insieme e si aggirano contemplandosi vicendevolmente.
Leopardi arriva agli ultimi passaggi e la Moda dice a questo proposito: “Io per favoriti (Morte) ho mandato in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al benessere corporale , e introdottone o recato in pregio innumerabili che abbattono il corpo in mille modi che scorciano la vita.. oltre di questo ha messo nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell’animo , è più morta che viva , tanto che questo secolo si può dire con verità che sia proprio il secolo della Morte”.
Leopardi arriva a un punto cruciale e fondamentale dicendo che la Morte è intesa come non essere ed è preferita alla vita. Questa Operetta morale fu considerata per molto tempo priva d’interessi e di valore nei suoi contenuti. La madre comune era la CADUCITÁ ed ecco che il tema eterno della vanitas vanitatum fa posto alla visione moderna dove diventano entrambe sorelle.
Non a caso al testo di Leopardi si sono rifatti diversi scrittori e filosofi. Walter Benjamin, nei “Passages” di Parigi sceglie come parte iniziale del libro, per le sue riflessioni sulla moda, come sex-appeal dell’inorganico, proprio la prima battuta della nostra operetta; Rainer Maria Rilke scrive nelle Elegie duinesi, dando il nome di Madame Lamorte a una modista.
Il legame tra la moda e la morte è sicuramente un archetipo filosofico che ha incuriosito molti e ponendo il dubbio di dove sparisce l’aspetto rappresentato per apparire quello concreto avulso da ogni effimera abbellimento. Quello che si aggiunge è perché qualcosa va tolto, non vi sono contrasti formali, le forme sono esplicate per quello che sono, nella vastità della loro carne nuda.
Nel saggio di Georg Simmel Die Mode, del 1905 si legge: “Ogni crescita la [la moda] conduce alla morte perché elimina la diversità. La moda appartiene perciò a quel tipo di fenomeni che tendono a un’estensione illimitata e a una realizzazione perfetta, ma che con il conseguimento di questa meta assoluta si contraddirebbero distruggendosi da sé” (G. Simmel, La moda, a cura di L. Perucchi, Milano, SE, 1996, pp. 26-27).
Il potere della Moda per Leopardi va al di là del semplice vestire: “Maraviglioso potere è quel della moda: la quale, laddove le nazioni e gli uomini sono tenacissimi delle usanze in ogni altra cosa, e ostinatissimi a giudicare, operare e procedere secondo la consuetudine, eziandio contro ragione e con loro danno; essa sempre che vuole, in un tratto li fa deporre, variare, assumere usi, modi e giudizi, quando pur quell’lo che abbandonano sia ragionevole, utile, bello e conveniente, e quello che abbracciano, il contrario” (Operette 283-84, cfr. )
L’incisione di Goya, Fino alla morte, che rientra nella produzione che l’artista svolse tra il 1795 e 1798, è un disegno antecedente all’Operetta morale di Leopardi. È presente l’ilarità della Vanità ad abbellirsi fino a raggiungere uno specchio della morte. Ridono tre giovani davanti all’anziana donna che si abbellisce ponendosi un copricapo per abbellirsi, dando una concretezza a quello che è invece l’avvicinarsi alla fine della vita. Goya raggiunge una mostruosità della ragione attraverso il suo disegno. In questo disegno tutti i madrileni riconosceranno le fattezze della regina Maria Luisa di Borbone-Parma.
Così anche in Leopardi ci si dimentica di essere corpo prima di apparire e mostrare il corpo vestito. Concludo con uno dei tanti illuminanti quadri di James Ensor, pittore della prima metà del ‘900. Artista classificato nella corrente espressionista surrealista, di cui lui però non si sentiva parte, è stato in grado di porre la sua visione della società come un sogno onirico infinito dove l’irrealtà avanza come una propaggine del pensiero che vorrebbe fuoriuscire dalla mente del pittore e concretizzarsi nelle strade e nelle stanze delle persone. La sua tecnica è collusa col tema trattato, le maschere apportate sui personaggi rappresentati sembrano liquefarsi ad ogni movimento, così la pennellata è carnosa e liquida nello stesso tempo. Sono figure grottesche ed emblematiche che si muovono con presenza sulla tela; gli scheletri si animano e si vestono di mille colori. Il colore è un impatto psicologico. Ensor li veste, gli scheletri, senza dubbi e tentennamenti e lo fa nel suo studio per porli poi sulla tela. Pennellata materica viva per descrivere la moda e la morte direttamente sulla tela in modo vorticoso e con gestualità energetica, ciò induce a pensare alla grazia del testo di Leopardi che vivifica il mondo della Moda e della Morte. Ensor realizza la materia visiva come se plasmasse il razionale in un onirico mondo virtuale che è quella CADUCITÁ di cui Leopardi ci parla.
La lettura di questo testo ha stimolato una riflessione di Alberto Madricardo: “La moda si incarica di proporre ripetitivamente la novitas, come il rito. A differenza del rito non comporta l’intersecazione di umano e divino e perciò non può fare conto sulla scintilla eterna, sul ‘surplus d’essere’ di cui il divino è dotato. Perciò la novità della moda è ripetizione dell’antico e il suo prodotto è l’effimero, che fa risaltare il senso nel trascorrere del tempo e dell’avvicinarsi della morte”.
Prefazione Di che cosa parliamo quando parliamo di poesia? La situazione e la scelta Trattato sull’anagogia Lettera a una giovane poetessa AAAA poeta autentico cercasi Perorazione a un amico accademico, ovvero Difesa della Poesia Appendice Compendio storico della poesia italiana dal Novecento ai giorni nostri Indice dei nomi
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Industria&Letteratura
Autore Massimo Morasso
Direzione e coordinamento Gabriel Del Sarto
Impaginazione e progetto grafico Michele Del Sarto
Non commenterò Massimo Morasso nell’intero viaggio critico del suo libro Re-visione della poesia né svelerò se sono d’accordo con le sue conclusioni. Da anomalo viaggiatore nella psiche poetica mi limiterò a citare, in due pause di questo viaggio (Trattato sull’anagogia e AAAA poeta autentico cercasi), il critico-poeta che espone il suo pensiero senza indulgenza, dimostrando che ogni poeta non deve, in questi tempi, limitarsi a comporre dei versi ma esprimere l“intra-vedere” il sovrasenso del vivente nell’intelligenza della forma poetica. In futuro proverò ad esplorare altri punti suggestivi di questo libro rizomatico e ustorio, sarcastico e visionario, aggressivo e indagatore, che pensa e ripensa la “Cosa chiamata poesia” (Ortèn).
«A che pro scrivere, se questa fin troppo facile azione di spingere una penna su un foglio non è resa rischiosa come una corrida e se non affrontiamo argomenti che siano insieme pericolosi, agili e bicorni?» José Ortega y Gasset
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Da Trattato anagogico
«Si può pensare all’anagogia come a un livello di significato in cui traspare il sovrasenso spirituale che inerisce a una data realtà. Se letta in questa accezione, l’anagogica è una via utile al ri-orientamento della parola poetica, che può darsi come un luogo di accoglienza destinale del senso nel punto della mente del poeta dove turbamento esistenziale, ricerca intellettuale e tensione spirituale coincidono, partecipando a uno stesso slancio e disegnando una stessa curva. Ma un poeta non scrive sempre a partire da quel punto? Direi proprio di no. Direi anzi: quasi mai. L’anagogia non è un sinonimo dello spirito, ma la via che porta alla sua intelligenza. Non è, perciò, una via intellettuale, ma una via spirituale della nostra facoltà conoscitiva».
«La via anagogica non dev’essere una via di fuga: qualcosa che si sa, e si possiede come un contenuto fra gli altri, sorta di dispositivo di protezione dalla nostra stessa angoscia da sistemazione rispetto all’evidenza delle malepratiche del verso. E neanche può essere una “poetica”, perché le poetiche di per se stesse non garantiscono nulla. Anche per questo è molto importante distinguere con chiarezza fra “sentimento anagogico” e “forme anagogiche”. Cos’è il “sentimento anagogico”? Un apriori della coscienza, una determinazione trascendentale di natura mistica che filtra (o meglio: che sarebbe bene filtrasse) di sé tutti gli ambiti del pensiero umano, e che esprimendosi in poesia, nel gesto poetante di un singolo uomo concreto, crea sempre nuove forme retoriche, nuovi “modi” linguistici nei quali oggettivarsi e circoscriversi.
«Quanto di anagogico si manifesta nei testi è il risultato di combinazioni che non sono circoscrivibili in nessuna maniera – le opzioni stilistiche di un poeta anagogico possono andare dall’estremo della riesumazione dei metri chiusi a un approdo alla prosa vera e propria, secondo accenti tragico-sublimi o, all’opposto, secondo pronunce ironiche e perfino anti-liriche – perché rispondono prima di tutto alla fedeltà di ogni singolo poeta a se stesso».
L’anagogia è una delle chiavi per l’interpretazione delle poesie che più delle altre meritano di essere lette. Una delle qualità essenziali degli autori davvero memorabili è precisamente l’aver forza anagogica. Un antidoto al nullismo e alla sua presupponenza scettica: il sentipensiero anagogico, e il suo esercizio formale. Sempre ascendente, e sempre al contempo discendente; sempre in movimento: dalla creazione agli invisibilia e viceversa. Tutto il sensibile compreso come un sacramento che non chiede di essere organizzato o fondato, ma che, piuttosto, si offre per essere attraversato.
Il poeta anagogico perfetto è Dante Alighieri, il sommo poeta dell’estasi umano-divina della parola, il cantore della “diafania” nell’accezione mistica riesumata qualche decennio fa da Pierre Teilhard de Chardin, che esprime il manifesto dimorare dello spirito nel suo rendersi trasparente nella realtà sensibile – massimamente nel dramma agito dalla parola originaria, anche in grazia della sua intimità con l’ineffabile. Chiunque ancora si dedichi a scrivere poesia, se non può essere Dante, può comunque provare a farsi a sua somiglianza, e osare fino in fondo il proprio desiderio. Dopotutto, è la parola poetica che porta il peso quasi insopportabile dell’Essere, ed è la parola divina in quanto poetica a sostenere il mondo
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DaAAAA poeta cercasi
«Quando penso a un poeta penso immediatamente a Rilke, all’attitudine che aveva a starsene fuori dal mondo, in un suo doppio ideale, per arrivare a nominarlo, nella sua verità, in una verità estetica. Ma poi mi viene subito in mente Rimbaud, che si scaglia oltre il suo tempo, perdendosi in una torrida giornata di traffici ad Harar. E come ovvio Dante, il più grande di tutti, il quale, nell’esilio di Verona, scrivendo a Cangrande della Scala annette alle parole della Commedia la qualità di segno e profezia spirituale della realtà. E ancora, mi trovo in compagnia di certi barocchi intrappolati in un mirabolante sogno metafisico, e anche di Pascoli e D’Annunzio, prede di tanatofobiche ossessioni.
Penso a un giapponese meditante mentre osserva una rana. A Saffo nel suo tiaso che si aggira fra le allieve. A Ovidio, il malinconico, che insegue l’al di là dell’orizzonte su una spiaggia del Mar Nero. A Saenz, alticcio, stregonesco e aparapita. Ai tragedi attici e ai loro eredi on stage, Shakespeare, Marlowe e gli spagnoli del ’600. Agli sciamani e ai cantori del Rgveda. Agli chansonniers de geste. Alla donnina ebrea in arte Jussuf Principe di Tebe. Ai bardi e ai Dada, quegli estremisti finto-scemi. A Tasso, il matto tutto matto, che si autoaccusa con l’Inquisizione. Al filiforme Belyj, intento a un passo di foxtrot in un caffè a Berlino. Al savio Li Bai, con una brocca fra le mani sotto al perlaceo riflesso della luna. Al Nazanzieno, a certi sufi e, come ovvio, all’angelo-talpa Fritz von Hardenberg, Novalis. A Holan, autosegregatosi sull’isola di Kampa. A Radnóti, nel 122 lager, che scrive le sue ultime parole su un taccuino. Ad Annette von Droste-Hülshoff, che, tutta intabarrata, osserva la brughiera nel tramonto. A Yeats, in piedi, a voce alta, mentre scandisce i suoi versi dalla torre di Gort. A Hölderlin, che in una torre, invece, ci nidifica. Ai mitici salmisti, tutti insieme, come se fossero un sol uomo. A Campanella, lacero e ferino, accovacciato in un buco nel fondo di una cella. A Skovoroda, il cugino di Solov’ëv, mentre cammina, pala in spalla, per andare a scavare la sua tomba. A Goethe, appesantito e in posa eternizzante, con il pastrano e il cappellaccio a tesa larga, comme il faut. A Keats, quel quasi-nano, e anche a Leopardi, pallido, ingobbito, con la sua smunta faccia da infelice che intravedo, per un attimo, sbucare da una tenda del “paterno ostello”. A Ritsos, Barbu e a Coleridge, in poltrona, in compagnia delle sue immancabili gocce di laudano, dei morti-in-vita e i vivi-in-morte. Emily Dickinson può valere, forse, come una specie di riassunto esemplare di queste figure, un quasi tutto-spirituale paradigma, qualcosa (qualcuno) a metà strada tra la terra e i cieli. Il poeta è una metafora dell’uomo concentrato, raccolto in sé, a tentare di far cadere l’inessenziale, cioè a scavare nei recessi dell’anima, alla luce di un’avventurosa dottrina introspettiva».
«Il poeta autentico vive d’immaginazione. Il piano della cosiddetta realtà, il piano della storia e della cronaca, è quasi sempre un non-luogo per la mente creativa, che si annoia del si chiacchiera da “media” o da “social” e della parola romanzesca, fantasiosa, senza peso di verità. Le visioni interiori di cui il poeta autentico è strumento lo costringono alla sua missione scrittoria. Sono visioni che precipitano sulla pagina dal mondo astratto dell’Idea grazie all’enigmatica qualità speculare di una parola che risponde all’appello di una vocazione generativa. Visioni come i frutti del Giardino delle Esperidi, da raccogliere e custodire nella casa della Lingua».
«Il poeta autentico non scrive tanto per scrivere: è l’uomo che scrive per avvicinarsi quanto più possibile alla libertà. Libertà che è, in primo luogo, libertà dalle meccaniche proiettive che mette in atto a difesa del suo io di superficie. E libertà, dunque, anche dall’obbligo di fedeltà al proprio mandato. Scrivere, per lui, è dare un corpo fisico a un’utopia. È tentare di capire egli stesso qualcosa di ciò a cui mira (nella mitologia greca, Ananke era la personificazione del destino, della necessità inalterabile e del fato. Per il poeta autentico, fare poesia non è scrivere qualcosa che si ricorda, o si pensa, andando a capo, con l’illusione di gettarsi con un profitto estetico sull’abisso del senso, ma è dare requie momentanea alla sua inquietudine metafisica, tramite un gesto per molti aspetti affine a quello degli ossessivi, che la psicopatologia definisce con il termine anancasmo)».
«Una creatura della soglia come il poeta autentico – radicale e inappagabile – esaudisce i propri pochi desideri mondani tramite la potenza trasfigurante del lavoro artistico. Non fa battaglia al suo tempo, ma gli oppone un’intima resistenza, e guerreggia contro il piccolo io che parla tanto per parlare, senza vero legame d’amore per l’altro, in lui, che lo chiama dal profondo a dire anche la sua, ed è simile allo “squillante cembalo” dei quali ci dice la Lettera ai Corinzi. Mancandogli tutto, non avverte mancanze minori. Per cui, dell’infinito campo dell’immaginario è chiamato a inseguire qualche ossessione dominante, sulla quale tende a fissare l’attenzione, sacrificandole il resto. Per sua natura, non può smettere di ritornare col pensiero su ciò che lo turba. Prova un senso d’impazienza e quasi di nausea di fronte alla prospettiva di fare della poesia ancillare di quell’io minore di superficie, così invadente, e così spesso pieno di sé: davanti a tante poesie d’occasione, a tante poesie didascaliche, a tante poesie astutamente arroganti, quando, dopo aver squalificato la lirica, gli apostoli dell’arte analitica danno voce al loro desiderio di appiattire anche la parola poetica al livello d’espressione di quell’io, c’è qualcosa in lui che non potrebbe trattenere un fremito di disgusto, quand’anche ne ammettesse l’ingegnosità e la scaltrezza artigianale».
«Il poeta autentico si muove all’instabile incrocio fra mondo e oltremondo, con l’anima esposta all’accoglienza di una verità sensibile, fatta d’intrecci fra immagini e parole. Vive in un luogo “ricco e strano”, in uno spazio della mente in cui a legiferare sono i miti e le metafore, e in cui il pensiero è esposto in modo produttivo alle visioni, e alle potenze del demonico. Se vogliamo capire gli ossessivi dobbiamo capirli anche nel loro mondo. Se vogliamo capire gli inquieti “padroni dello spirito” di cui ha parlato Hölderlin, dobbiamo capirli nell’arduo, misterioso mondo di mezzo che è loro peculiare».
Di stanze d’incubo ce ne sono state e ce ne saranno ancora molte, occupate da poeti che provano emozioni e trascrivono visioni. Ma sono rare quelle che restituiscono solo incubi altrui e cercano misteriose consonanze fra corpi e menti che hanno abitato in secoli diversi. Ricordando chi potremmo essere fuori di noi, troviamo i nostri veri compagni – quelli che hanno condiviso il nostro stesso sguardo (M.E.).