LA MENTE PERDEVA PESO. Serena Dibiase

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Il nuovo libro di Serena Dibiase, Erbario da bocca (MC, 2024), si suddivide in quattro sezioni: I, Tilia platyphillos (o la storia della pietra e dell’acqua); II Galanthus nivalis (o la storia del cervo); III Asphodelus (più verso il chiaro); IV Pancratius maritimum (o la storia del veleno e del latte). Il preludio è amoroso: “a punta di bocca / ti avrei detto ti amo / senza covare guarigione / accanto alla tua alba / riversata e sulla porta / nel sonno più chiuso ora / l’aria è un corpo che sbrina / ed è sempre nudo / sempre più nudo / fino alle palpebre / che vanno annerendo / nel pensiero di me / che sono nata / che sono viva”. Ma, da questo preludio in poi, il libro procede per sommersioni e per estasi, immerso in un mondo organico e vegetale a cui l’umano si avvicina per movimenti leggeri (“la pietra / stordita di linguaggio / si secca si contrae come / se essendo pietra / non potesse lacrimare”) e tutto pare affondare nei meandri di una psiche (“La mente è un pugno // le tue mani / dicono alle mie / come muoversi // la luce laterale improvvisamente salta // corpi estranei / nuotano in tutto / ciò che è lattiginoso / all’inizio / una goccia / che alla fine / buca il cranio”) insidiata da metamorfosi impensabili. Questa poesia nega le ragioni del discorso per tessere partiture all’interno del corpo vivo, cercando una voce fluida che apra fessure fra le pietre. I versi scaturiscono come da cripte sommerse (“l’aria qui / ha una memoria eterna / che ha sempre fame o / la mansuetudine dell’animale”). La poesia di Serena Dibiase scivola via come l’acqua dalla roccia, come il senso dalla mente: ci abbandona a un microcosmo naturale come stupefatti osservatori che trovano un “erbario da bocca”, ancora da assaporare con il gusto, il gesto, la voce, dentro un misterioso grappolo di parabole. Serena ci lascia un libro incompiuto, fitto di versi frantumati e fluidi, dove ogni lettore-interprete potrebbe trovare una nuova, insondabile alea, una gentile “musica slogata” dove le pietre si aprono all’infinito, gli asfodeli bruciano, e l’universo è la fessura dove i corpi dissolti scivolano senza perdersi. Come scrive Pasquale di Palmo nella bandella di copertina: “Il coinvolgimento mimetico con il mondo vegetale si scontra con la cognizione della precarietà linguistica che presuppone continui fraintendimenti e slittamenti di senso, sulla falsariga della lezione di Amelia Rosselli”.

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rosso in tutte le creature

e nel gran fuoco

si sa

lo splendore è immobile

le pietre si aprono all’infinito

quel rumore di trapassato

e rose all’entrata

un profumo già

sanguina

cerca di esistere

precede il pensiero

sistema slogato

odore accanto al mio

nulla si perde

sassi urtano contro sassi

forte

poi in frantumi

cadono

dalle ciglia

fluidi

in gola tutt’uno

tosse occhi mattino

musica che ci pietrifica

pietra fantasma

sempre asfodeli dai terreni incendiati

in ognuna di queste fessure

nulla si perde

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Serena Dibiase (Bologna) si dedica allo studio del teatro di ricerca e performativo: è poeta, cantante e compositrice elettronica. Partecipa a festival di poesia e drammaturgia fino a sviluppare la sua personale interpretazione del testo poetico in un progetto performativo e musicale. Ha pubblicato: Nelle vene (Manni, 2010), Amnesia dei vivi (Italic Pequod 2015), La bambina lo sa (La Gru, 2019).

Serena Dibiase

GIGANTI. Lucetta Frisa

*I testi sono tratti da: Lucetta Frisa, La lezione degli dèi, New Press, Como 2023.

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Giganti

Ormai erano in pochi a resistere
dentro il loro ombelico muschioso
a sentire la propria voce possente
tonante unita a quella intimorita
delle loro capre. In quel tempo tutto
era enorme: la terra erbosa il cielo stellato
il mare senza approdi o rive
tutto si concentrava sulla scena
convessa del loro unico immenso occhio
al centro del volto come al centro
del mondo. Quell’occhio guidava
i loro passi mostrava il creato
sempre presente e uguale nessuno
riconosceva l’andatura del tempo:
chi di loro sapeva di essere vivo
o solo figura di sogno?
E se qualcuno avesse accecato
l’unica via d’accesso al mondo reale?
Sarebbero rimasti
gli ultimi sogni sognati dagli dèi.

Palinuro

Dicono che un uomo di notte
si sia tuffato in mare sia scomparso
tra le onde ma si è tuffato? è
solo caduto in mare, il mare
era agitato, sarà di certo annegato
ma da dove è caduto quell’uomo?
da una nave da uno scoglio, qualcuno
l’avrà spinto o era solo e voleva
morire o non voleva morire ma sarà
morto oppure no?
Di notte qui non si vede nulla non
ci sono luci fari lampare di pescatori
è buio fitto e di notte il mare fa paura.
L’avranno salvato? si è salvato da solo?
qualche dio avrà avuto pietà
ma ora dov’è? dicono che sia caduto
mentre era al timone di una nave,
dicono si fosse addormentato
e poi scivolato in acqua, scomparso.
Cerchiamolo adesso, no adesso no,
meglio cercarlo all’alba, ma sarà già annegato,
lasciamolo dov’è…

Qualcosa di mostruoso si aggirava sulla riva
chi è ci siamo chiesti l’abbiamo chiesto
anche a lui
ci rispose con un suono stranissimo.
Non era lui il timoniere che cercavamo.
Impossibile, non poteva essere lui,
Allora lo abbiamo ucciso, sventrato, fatto a pezzi.
Era pericoloso.

Cassandra

Oggi la terra profuma e anche il mare
splende radioso come il sole e poi
verrà a splendere la luna e gli uomini
si raccoglieranno sulla spiaggia
a festeggiare la bellezza danzano
cantano si ubriacano si abbracciano
fanno l’amore con la vita. Tutti ridono
e non chiedono altro che di essere lì
dove sono :beati, dentro il tempo.
Lei no. Non può e non sa. È triste.
Accucciata in un angolo lontano
dalla festa, piange. Singhiozza. Sospira:
una per una lei vede quelle persone
felici morire trafitte sgozzate
decapitate e quella radiosa spiaggia
nera di cadaveri e le loro armi
ormai Inermi sparse sulla riva.
Si alzerà e dirà ad alta voce quello
che vede e la cacceranno via
come sempre tra risa e volgari insulti .
A questo le è servito il dono: vedere
Il fumo e la cenere prima del fuoco.
Precluso il sapore vitale
dell’illusione, le è rimasto il cibo
luttuoso dell’impermanenza.
Una come lei
deve nascondersi e tacere.
Meglio non nascere, e restare tra i morti.

UN PIANETA TACITURNO. Giampaolo De Pietro

Giampaolo De Pietro, Aurelia. Un pianeta taciturno, Edizioni Ponte del Sale, 2024.

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Lui lo sa, è tutto scritto nel vento. Ma si scrive per respirare. Elias Canetti

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Aurelia camminava. Camminare era come leggere, per il suo asciutto fisico da lettrice speciale di passi.

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Uno dei due vola con le foglie, l’altro s’infittisce. Scale scatole che ha da fare.

*

Studiare in fare strati di sempre. Aurelia si preoccupa di questo, sembra ancora così. Mentre i suoi tre figli sciolgono dense le loro età alternate per fasi di crescita, strada osservata con presenza discreta materna, aggraziata per sua curiosa natura.

*

La strada incolonna vestiti come respiri, la luce vive sempre e dorme al buio, come noi. Deve accelerare resistere, mettere una misura di punti. Deve dire giallo al rosso e verde al blu, punto al piovere e neve al giorno d’inverno, che chiama sorde le rincorse dal pavimento al pavimento.

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Bello è il suono che finisce nudo, e non piovere e pure lasciare che scorra un’’acqua di tempo, in verso.

*

Aurelia sta pensando ad altro. Non occorreva pensare niente, pensando ogni cosa.

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Il quaderno dei disappunti lo aveva lasciato quella volta, a valle dopo la salita e il ritorno sul vulcano. Vita aperta. È tempo che registra suoni, suono che va avanti e verso, e sa incontrarsi con ieri e ancora più indietro, ravvicinandoli. E il cerchio che comunica in noi, kit per ripescarli i tratti di se stessi, quando ad esempio avevamo tredici anni, o sedici.

*

C’è sempre una frase che riserva un fondo di riprese, come per il cinema di ciascun occhio; c’è sempre qualcuno che siede in panchina solitaria lungo la via binaria della stazione sul mare, a dormire di solitudine, poco sonno beato per quella passeggera momentanea casa all’aperto senza freddo, un mattino di gennaio quasi finito.

Immagine di Francesco Balsamo

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Giampaolo De Pietro sa di avere scritto un libro dove il lettore è destinato a smarrirsi, nonostante che la sua lingua sia una prosa neutra e semplice, talvolta narrativa. “La lingua di Aurelia è anch’essa pianeta a sé”: lingua così delicata e diafana da sparire mentre appare ma infrangibile come un cristallo dove solo certe immagini possono scorrere. Il poeta si nasconde nella storia che dipana e ci porta in viaggio. «Tutto Aurelia è attraversato da domande esistenziali, domande grandi, poste dai figli di Aurelia con la disarmante semplicità dei bambini (…) Per queste domande grandi Aurelia non ha risposta. Ma se c’è una mèta al suo tragitto e alla sua ricerca (meta non come fine, perché, come ogni viaggio che si rispetti, il viaggio di Aurelia non conosce destinazioni finali), questa è forse da ricercarsi in un ‘uscire fuori di sé’, ricercare un punto di vista ancora altro, imparare a essere animali, piante, nuvole, essere mondo…» (Pina Napolitano). E allora, di quale libro stiamo parlando? Di un libro poetico privo di versi, dove la sintassi sembra dissolversi e rinascere a ogni capoverso. “Guardi e fotografi insieme. È il mio corpo, il mondo”. “C’è stato lo spartivite, mare sopra sotto, cielo non c’era, stagione ottusa”. La lingua appare dettata, impulsiva, trasparente. Non forma costruzioni probabili ma edifici possibili, che crollano al prossimo giro di frase per poi rinascere al successivo intatti, visibili e invisibili insieme, raccontando e non raccontando una storia da quel “pianeta taciturno” che è Aurelia, madre segreta, probabile, sfuggente. “Leggo, faccio di mondo mondo. Legge, cammina, vive come vige il libero crederci. A misura e dismisura una danza passeggera su una linea ferma. A quanto pare, l’universo…” Molte sono state le definizioni del vivente ma questa, di De Pietro, “A quanto pare, l’universo” convince i passeggeri del libro a credere al “pianeta Aurelia”. (M. E.)

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Giampaolo De Pietro (Catania, 1978). Ha pubblicato in poesia Tre righe di sole, La foglia è due metà, Abbonato al programma delle nuvole, Dal cane corallo (con disegni di Francesco Balsamo).

COS’ERA TAALA

C’è sempre stato, fin dall’inizio, qualcosa di strano, di irreparabile, di impossibile da pensare, a Taala. Chi la vedeva riflessa in un pozzo, con le strade affondate nell’acqua; chi la scopriva come un groviglio di cavi, oscillante alle minime folate di vento; chi la percepiva come una fogna maleodorante; chi come una cantina silenziosa o una stazione vociante di ubriachi; chi come un’isola chiusa da una barriera di scogli, popolati da stormi fragorosi di uccelli. Tutte percezioni plausibili. Il fatto è che nessuno le comunicava all’altro. Così tutti camminavano con i loro cervelli ben chiusi, e la bocca sigillata.

(…)

Sono tentato dal descriverti Taala come si descriverebbe una città mirabile, enigmatica o terrorizzante. Insomma, costruirti il romanzo della città, perché tu possa leggerlo. Ma Taala non era così. Chi si aspettava un’oasi romantica vide dei palazzi d’acciaio: chi si aspettava una città d’acciaio affondò in una palude. Insomma, Taala deluse tutti. Per un certo periodo di tempo, ci sentimmo quasi irrisi da lei: il suo opporsi ai nostri desideri ci sembrò il pensiero diabolico che lei ci opponeva, per non essere posseduta. Poi cominciammo a capirla. E allora divenne bello amarla, provare un senso di stupore e di rispetto, di felice meraviglia.

(…)

Ecco cos’era Taala: una città sventrata, una trincea con nubi di polvere e di fumo, con quei sacchi di sabbia nelle strade, con quegli schermi che si gonfiano e sgonfiano nell’aria, secondo le raffiche di vento.

(…)

Taala è proprio così: una città incerta di sé, che tutti possono plasmare, come un vaso di cera.

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*Marco Ercolani, Taala, Greco & Greco 2004. L’ immagine è opera di Pietro Casarini.

SOLO ARIA CHE ANNODA I CAPELLI. Vanna Carlucci

Vanna Carlucci, La parola anfibia

Collana di poesia, prose e rarità “Occhionudo” a cura di Paolo Castronuovo, prima edizione marzo 2024, Il Convivio, Castiglione di Sicilia (CT), http://www.ilconvivioeditore.com

Editing, impaginazione, grafica: Paolo Castronuovo

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Salvare il verso giusto.

Una protesi sull’osso:

il taglio la lingua

questa maledetta verità.

Ti scrivo la parola un segnale.

Risorgere, tu ed io, come cicale.

Cosa mostrare

cosa dire

lasciare masticare nella bocca

e dopo deglutire

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Un buio in scomposizione prova a mettersi a fuoco

prima di una reale venuta al mondo.

Per ora il tempo è un cervo che attende l’attacco per correre

che annusa ancora l’odore acre della casa

del sonno e di un’immaginazione calda sotto il cuscino.

Scavalco dal letto e faccio un passo di zampa

attenta a non svegliare i lupi dietro le pareti

e cammino, a piedi nudi,

piena di potenza del tatto

della geografia delle cose sotto il peso del passo.

Allungo e deformo la lana del maglione

nascondo le spighe dei polsi e delle dita

– ossa piccole, dicevi, di latte –

come fossero parte di un inno sacro e perfeziono la regola

la metrica del venir meno

del farmi seme

boccone tenero

pagliuzza che inganna l’occhio

utero

in questa scelta di riduzione

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Ero rimasta al suono della gola che brucia da secoli

ora questa poesia è un rogo di stoppie:

ha limato i vocalizzi

ha creato un silenzio che nel buio scoppietta.

Intanto l’autunno ha falciato i capelli perché la nuca fosse memoria luminosa

tenero ritorno sezione morbida dell’occhio.

La luce neutra del giorno ha azzerato il paesaggio

ha imposto di protrarre la bocca alla fame delle parole

di cercare una disciplina violenta.

Il richiamo del lupo ha divelto i muri

lui è tornato sul mio volto buio

e le gambe sono diventate lance al galoppo.

Si scrive per fare di questa vita una corsa luminosa

un tempo evaso

si vive per fare di questa pagina una voce.

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Ho perduto la grammatica del pensiero

l’ho perduta mentre vivevo.

La poesia, questa parete di luce

questo impianto di carne nell’universo

batte un dolore.

Non scrivo.

C’è tutto un peso che ancora impedisce

la circolazione viva del linguaggio.

Il sangue negli occhi.

Lascio che agisca secondo natura

senza atti né parole.

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Il silenzio passa nel chiaroscuro della pelle

s’infittisce nella notte sola

la notte fantasma

che abita gli specchi.

Nel buio dei respiri

e di questa stanza

ci si aggira col peso

di tutte le ossa del mondo

che fanno un gran buco nel petto.

Lì, in quel pieno centro

nella conta dei battiti

in quell’abisso senza protezione

sento solo mancanza di parole

una dispersione di fiati.

Non c’è verbo come non c’è volto

solo aria che annoda i capelli.

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Ogni volta che mi viene chiesto cosa penso della poesia di Vanna Carlucci, io rispondo con un secco: è la più brava poetessa vivente italiana. E questo non lo dico perché ho scelto di aprire la mia collana con un suo libro, ma perché ne sono convinto e lo penso davvero. Non ci si trova dinanzi a nessuna retorica e leggerezza, spesso presente nei testi di molte poetesse – e non me ne vogliate per la scorrettezza politica, perdonatemi. Ho conosciuto Vanna all’uscita del primo libro (Involucri, Lietocolle, 2017) durante una sua presentazione molto suggestiva e non convenzionale. Eravamo in una casa del centro storico di Martina Franca, seduti in cerchio tra candele e libri e mangiavamo pane di canapa. Ricordo benissimo che quello era un periodo in cui non stavo scrivendo, forse perché non avevo nulla da dire o perché impegnato a leggere molta poesia sgradevole da impaginare per una casa editrice con cui collaboravo.

Una volta tornato a casa lessi il libro in mezz’ora. Mi assorbì completamente la densità delle parole e delle cose dette in un certo modo. Era poesia pura, pulsante, carnea. Null’altro. La prova della bellezza di quel libro fu che mi venne subito una voglia matta di scrivere. Col tempo ho avuto modo di leggere degli inediti di Carlucci, e ne inserii uno nel primo libricino di Occhionudo (L’ovulo cercato, autoproduzione, 2019), una antologia poetica che già parlava chiaro di ciò che avevo in mente: aprire una casa editrice che pubblicasse solo roba di alto livello.

Purtroppo i sogni si scontrano con la realtà e, non potendolo più fare, ho deciso di fare il corsaro, ossia di stampare i libri in proprio, rilegarli, impaginarli, ecc. La particolarità era nell’intuizione visiva. Suddivisa in tre collane come i cerchi presenti nel logo che raffigura un occhio stilizzato, ogni parte del logo aveva un suo genere, nome e colore: il cerchio intermedio per la poesia, Sclere, di colore rosso; quello esterno per la prosa, Palpebre, di colore giallo; quello interno, Pupille, di azzurro. I colori erano ovviamente quelli primari, altri testi invece, avevano una sezione “fuori catalogo” chiamato Fuori Orbita.

Col tempo ho tolto i nomi delle collane lasciando solo i colori per i rispettivi generi. Fino a gennaio 2024 sono usciti otto opuscoli, uno dei quali in ebook gratuito e un altro per il quale è stato ripubblicato, ampliato e rivisto con l’editore Joker. Da febbraio, tutto è cambiato. Ho finalmente trovato un editore disponibile a ospitare il marchio Occhionudo che è diventato una collana di poesia, prose e rarità per Il Convivio Editore (Castiglione di Sicilia, CT) di Giuseppe Manitta.

Di qui sapevo per certo di pubblicare come primo volume La parola anfibia di Vanna Carlucci. Un libro di poesia lineare, poesia visiva, illustrazioni e QR Code che portano a contenuti interattivi. Era un matrimonio, questo, che si doveva fare. Per quanto riguarda le altre uscite, a giugno è stato pubblicato in versi Salvatore Leone, a ottobre uscirà Carmine Mangone in prosa, a gennaio 2025 Alida Airaghi ancora in poesia, e poi Marco Ercolani. Dimenticavo di dire una cosa: Occhionudo pubblica solo su mio invito. Pochi libri e molta qualità.

Paolo Castronuovo

APPUNTI LEOPARDIANI. Paola Ricci

Giuseppe Petronio e Giacomo Leopardi / Operette morali, 1824

Giuseppe Petronio fu un critico sulla letteratura italiana per lui la letteratura del settecento e dell’ottocento era una dimensione privata come stare in un giardino racchiuso nelle mura casalinghe; stare in connessione con la Natura ed elaborare un’intimità privata. Viaggiava all’interno del testo con maestria e grande conoscenza della lingua italiana. Le sue lezioni facevano innamorare gli studenti che spesso ricevevano elucubrazioni pesanti e sconnesse dalla piacevolezza del leggere. Da più di vent’anni della sua morte avvenuta nel 2003, quello che stupisce è sempre la sua modernità.

Quando, scriveva lo studioso, «siamo ancora in una fase ulteriore del processo che ha avuto inizio con la Rivoluzione francese e non si è ancora esaurito il passaggio a una società capitalistica e “democratica”, borghese, poi medioborghese, poi piccolo borghese, poi delle masse, sempre più in grado di assorbire classi sociali, Paesi, continenti, fino a diventare planetaria, e inglobare in sé il pianeta intero, mondializzando il mercato, rimescolando e modificando a fondo la sensibilità e la mentalità, le istituzioni e i costumi, il pensiero e l’arte, fino ad arrivare al ‘villaggio globale”».

Parlare di Leopardi e delle Operette morali attraverso i suoi scritti è interessante come Petronio porti alle estreme conseguenze le premesse filosofiche e la posizione morale che sono state affermate negli scritti precedenti e in particolare nello Zibaldone.

Leopardi rivela di voler scrivere:

«Dialoghi satirici alla maniera di Luciano, ma tolti i personaggi e il ridicolo dai costumi presenti e moderni, e non tanto tra i morti […], quanto tra personaggi che si fingano vivi, ed anche volendo, fra animali […]; insomma piccole commedie, o Scene di Commedie […]: le quali potrebbero servirmi per provar di dare all’Italia un saggio del suo vero linguaggio comico che tuttavia bisogna assolutamente creare […]. E questi dialoghi supplirebbero in certo modo a tutto quello che manca nella Comica Italiana, giacché ella non è povera d’intreccio d’invenzione di condotta ec., e in tutte quelle parti ella sta bene; ma le manca affatto il particolare cioè lo stile e le bellezze parziali della satira fina e del sale e del ridicolo attico e veramente e plautino e lucianesco […]».

La forma è quella di un dialogo tra uomini famosi e tra esseri fantastici. Petronio puntualizza che traspare sul piano artistico (la prosa), le sue meditazioni filosofiche; il tono incerto che oscilla tra il fantastico e il morale, riflessivo e lirico. È chiaramente di carattere eroico il tentativo di abbracciare la REALTA’. L’uomo non può raggiungere la felicità ma può contrastare il destino della vita. Dopo la fase meditativa avviene la scoperta del vero, e avviene il travolgimento dell’uomo da parte della NATURA e del suo DESTINO e subentra il sentimento di pietà. Le Operette rappresentano il trapasso dalla meditazione filosofica ai grandi Idilli. Dalla negazione della Realtà ne deriva un’elevazione del poeta, il quale contempla dolorosamente l’esteriorità (mantenendo costante l’abisso tra la soggettività del poeta e l’oggettività delle forme). La filosofia-poesia di Leopardi che appare nelle Operette morali non è un lavoro isolato della produzione dello scrittore, anzi rappresenta l’estrema conseguenza delle premesse filosofiche e posizioni morali che poi ritroveremo nello Zibaldone.

Dialogo d’Ercole e di Atlante. Composto a Recanati tra il 10 e 13 febbraio del 1824. La tesi è che gli uomini sono alla mercé dell’imprevedibile, mentre si eludono che il cosmo sia stato creato per loro causa e grazia. Il dialogo tra Ercole e Atlante è lo spunto per Leopardi di evidenziare il tema principale e di comporlo in maniera di Luciano. La terra è diventata leggera e non si odono più rumori “io non vi odo un zitto” dice Atlante; essa è entrata in un lungo “sonno” da cui non esce, ma che Ercole intende risvegliarla. Ercole “cotesta è sua pecca, di andare a caccia del vento” (attenzione agli inutili sogni dell’umanità). Poi la terra cade ed entrambi sono preoccupati che essa stia soffrendo, ma invece tutti dormono ancora, non reagisce alle intemperie che vengono dall’esterno. Conclude Leopardi con il raffronto con Orazio il quale diceva: «che l’uomo giusto non si muove se ben ode il mondo. Crederò che oggi tutti gli uomini sono giusti, perché il mondo è caduto, e niuno sé mosso».

1. Heinrich Aldegrever, Ercole ed Atlante.

2. Lucas Cranach il Vecchio (1530 circa), disegno, Ercole sostituisce Atlante nel reggere il globo terrestre, Washington, National Gallery of Art.

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Sito web

http://www.paolaricci.com

Paola Ricci – Taste Archeologist

IL RITARDO DELLA CADUTA

I testi sono tratti da: Marco Ercolani, Il ritardo della caduta, Ripostes, Roma-Salerno 1990. Il racconto è quello, eponimo, dedicato a Ingeborg Bachmann, Il ritardo della caduta.

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Da Pagine sparse (1972) di Ingeborg Bachmann

Il poeta lancia la pietra nel buio e attende. Se non tornerà, sa che avrà trovato la gioia delle onde, la felicità dell’acqua. Ma, se tornerà, come boomerang, sa che tornerà insanguinata, perché ha colpito una tempia o un braccio. Il poeta la guarderà con attenzione. Immaginerà la traiettoria del sasso, cercherà di capire. Ma non capirà e allora dovrà ripartire dalla striscia di sangue e iniziare un verso, cercare una storia, creare.

*

Lavoro nella mia lingua madre come se traducessi i taccuini di un poeta straniero, di cui ignoro l’anno di nascita e l’anno di morte. La sua vita è disperata, ignota, incompiuta. La postillo, la annoto, la muto. Trascrivo la sua poesia come una traduttrice lucida e appassionata, non mi faccio sopraffare dalla disperazione. Io non sono lui. La mia parola, anonima, scarna, metricamente omofona, contiene la sua follia in una forma adeguata. La mia sorte è la certezza di non provare la sua febbre. Io sono il suo doppio freddo. Non ha senso il suicidio. Come posso morire, se esisto solo in quanto traduttrice di un altro, custode gelosa di manoscritti che devo assolutamente divulgare, che senza di me non sarebbero mai conosciuti.

*

Quando l’uccello sfreccia mento rapidamente, l’informe massa nera che sorvola si rivela pianeta verde, inondato dalla luce lunare, colmo di profumi; così, se distolgo gli occhi dallo schermo, divento più attenta, ascolto il visibile e l’invisibile. Alla visione certa delle immagini si aggiunge la percezione confusa dei suoni. Sì, certo. La pagina è pagina, il foglio foglio, lo schermo schermo: gli strumenti, immutabili, resistono. Ma non dimentichiamo i rumori di fondo, i silenzi di fondo. Io non sono sola. Non c’è soltanto pagina e carta, penna e verso. Il mio corpo è in allarme. Scrivo fuori di me, circondata da voci. Il fuoco svetta, crepita, brilla. E io, cosciente della mia lunga, silenziosa salita, scavalco mura e crepacci, entro lentamente in mezzo alle fiamme, spero l’insperabile, e metà del mare diventa terra, l’altra metà soffio infuocato.

*

Ma io so di essere viva. Di ascoltare voci. Il poeta è un medium posseduto da voci.

So che scriverò ancora.

Il poeta è Wakefield (come nel racconto di Hawthorne), che scompare per anni agli occhi della moglie e del mondo e viene creduto morto mentre, invece, vive nascosto nel palazzo di fronte, nella stessa strada; e spia, nel dolore e nella vecchiaia della moglie, gli effetti della propria scomparsa.

Narrare gli effetti della scomparsa: ecco il compito.

*

La poesia è quella parola di pietà pronunciata sottovoce per accompagnare una carezza che la ragione presuppone impossibile. Ma è di questa carezza rivolta a un uomo ferito, invisibile, che bisogna parlare. Usando le parole per dire di quella ferita, per guarirci dal dolore. All’origine della poesia non c’è niente di divino ma solo un luogo terreno dove un uomo sta morendo. Balbetta, supplice aiuto, non ricorda chi lo ha ucciso. Noi siamo arrivati ora. Non abbiamo visto niente. L’uomo, forse morirà. Noi, però, gli staremo accato. Lo veglieremo.

Ingeborg Bachmann

Giovanni Castiglia

COMBATTIMENTO. Alfonso Guida

Per me il poeta ha il coraggio delle prostitute sulla strada di notte, loro, creature veramente esposte al pericolo della morte, l’iscrizione all’anagrafe degli atemporali, possessori di una voce scandalosamente dinamica, irrequieta, progressiva, che si estende tra toni e sottotoni dall’’urlo giovanile al silenzio della maturità. Per me la tecnica di cui sono esperto è servita per motivi strettamente terapeutici, auto-taumaturgici. Ho presto compreso che sarei morto sommerso dal mio eccesso di fiato, scomposto, disordinato. Al che escogitai con l’aiuto della scuola il metodo canonico della gabbia musicale, dell’argine sonoro. Ho imparato ad essere agrimensore della parola. In pratica sto al centro del campo, dove la tribù festeggia come un drappello invasato di baccanti, e al margine, dove, sobrio, lucido, esercito l’attività del guardiano. Si sa. Quella del guardiano mi pare metafora trita, ma universale. È uno di quei concetti filosofici e curativi che, nel linguaggio opportuno, si dovrebbe insegnare ai bambini delle elementari, per insegnare loro a non reprimere e a controllare col puro sguardo della creazione divina o della parola il sistema ctonio-pulsionale, l’excessus mentis, l’eccesso di Eros, la dépense bataillana, l’istinto di reazione legato al principio di Eros e all’istinto di morte. La lotta tra questi due bestiali e arcaici colossi è la vita.

Alle 9.04 del 6 luglio 2024

Giovanni Castiglia, Viandante

SPAZIOMADRE. Silvia Comoglio e Giorgio Mobili

Silvia Comoglio, Giorgio Mobili, La casa gialla, Edizioni Fili d’Aquilone, Roma 2024.

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Concepita come un cortometraggio in cui parole e immagini si susseguono e si rincorrono in perfetta autonomia, La casa gialla di Silvia Comoglio (testi) e e di Giorgio Mobili (immagini) è quel luogo in cui il tempo si capovolge e solidifica in spazio. Un movimento metamorfico che trasforma sogno coscienza e memoria in unità fisiche racchiuse le une dentro le altre, come nelle scatole cinesi. Un quadrato che racchiude un altro, sempre più piccolo: ma è la casa il quadrato fondamentale, lo spaziomadre, al cui interno, all’esatto centro del labirinto di stanze, si trova il cuore, racchiuso a sua volta nella sua casa d’ossa. Fuori regnano i quattro elementi: la terra, l’acqua, l’aria, il fuoco. In altre parole, il mondo. È il fanciullo-tessitore a ricamarlo dal quadrato della finestra.

(nota degli autori dalla bandella di copertina)

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Le affinità che conducono due autori a scrivere un libro a quattro mani non sono soltanto legate a temi che si rispecchiano uno nell’altro ma a una visione del paesaggio, verbale o visivo, che non rincorre un’identità comune ma una felice pluralità di poetiche differenze e fa, delle a due voci che occupano il libro, un luogo di immagine-parola in cui restare insieme, uniti e diversi. In questo libro il tema cercato e diffranto è la costruzione di una casa-spazio: La casa gialla è un cortometraggio, per voce e immagine, che anela a trovare, evocare, definire, dissolvere questa casa: “(─ (ma) sottratto a questa Notte / ─ tu, tu saresti, saresti, valico che ha casa / dentro le sue ciglia (─ terra già scucita / del dire per intero / ─ fune ─ / rappresa di luce / e acqua! bevuta a sorsate”. Se Silvia, negli spasmi musicali della sua lingua, inventa un linguaggio sciolto, divergente, liscio, immune talvolta dal senso, complice sempre del suono, Giorgio inventa un’immagine fotografica aliena, dove trionfa il colore e domina l’ombra, e il mondo viene trattato come una finzione lucida e viva, che mai smette di volersi finzione che trascenda ma definisca i limiti, “spaziomadre” alla perenne ricerca dei confini di una nuova casa, di un’ultima domanda (“l’ombra, tu sorveglia, / dell’ultima domanda, / perché ─ // è dormiente / terra dilatata / in sapienza / di paura”) (M.E.).

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UNGHIA DI LUNA. Loretto Mattonai

I testi sono tratti da: Loretto Mattonai, Bucce di mandarini, 2024.

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Sorgi o tramonti?

Non illudermi più

unghia di luna.

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D’un tratto un gatto

o tigrato o tremendo

dietro una grata.

*

Stanotte al vento

oh vento! vento! vento!

Manca un respiro

*

Una civetta

se scrivo del mio testo

in vetta al testo

*

Crepa sul muro

un fiore occhiogiallo da

quale aldilà?

*

Mancò la penna

quest’haiku lo ricordo

a memoria

*

Udite sassi

là ovunque usignuoli

echi di voi

*

Pisa assolata

la torre è carente

l’ombra ha ceduto

*

Nella mia tasca

non raggiunta montagna

un sasso cade

*

Perché la Morte?

Tutti intorno al dormiente

gli amici insonni

*

È fuoco e gatto

scintilla al tocco il libro

delle invenzioni

*

Nessuna bianca

cristallina parola

basta alla neve

*

Infine siedi

sul ginocchio il cappello

un sole basso

*

Sull’erba un’ombra

prima che tu alzi gli occhi

la vita intera

*

I lupi fuori

resto in casa a leggere

intimo il bosco

*

Giunto in stazione

mi accoglie una panchina

ferma da sempre

*

Sul treno c’è chi

ha il biglietto chi no e

vive soltanto

*

Libri non letti

imprendibili lupi

pastori insonni

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Loretto Mattonai (Palaia, 1955). Scrive in poesia: Canti cloridrici e ciarlieri (1985), L’attrito del vedere (1988), Per un cosmo indiziario (1992), Piccole nozze (1995), Cinque lepri lontane (1998), (L’)una soltanto (2001), Cantabili (2019). Due i volumi in prosa: Il giardino di Lin Piao (2005) e La strada bianca (2009).