UN MODO DI FUGGIRE

B. Traven (alias Hal Croves, Wilhelm Scheider, Otto Froge, Otto Wienecke, Ret Marut) è un misterioso scrittore e anarchico tedesco. Si ignora la data di nascita. Probabilmente è morto nel 1969. Ha scritto diversi libri, tra cui La nave morta, La ribellione degli impiccati e Il tesoro della Sierra Madre, da cui John Huston ha ricavato l’omonimo, leggendario film con Humprey Bogart. Qui viene riportata la conversazione di B. Traven, nel 1962, con un funzionario di polizia che lo interroga sulla sua identità a Tampico, in Messico.

Mi chiamo Hal Croves.

Controlli i documenti, se vuole. Sono nato a S. Francisco. L’atto di nascita? Ma, agente, ha mai sentito parlare del terremoto di Frisco? Tutti i documenti li hanno inghiottiti le macerie. Hal Croves, ripeto, ma soffro di amnesie. Ora che insiste ricordo…Un attimo, non mi faccia fretta. Chi sono? E qui dove siamo? A Tampico, in Messico? Davvero? Sì, mi chiamo Otto Froge. Sono nato a Schwieben, Germania. Ora si chiama Swiebodzen, è in Polonia.

Dico la verità, certo, Perché dovrei mentire? Forse il mio nome potrebbe essere non Otto Froge ma Otto Wienecke. Ho qualche disturbo di memoria. Non prendo per il culo nessuno. Io sono uno scrittore. Io sono B. Traven. Non conoscete il mio nome?

Sì, ho scritto parecchi romanzi. Ricordo La nave morta. Descrive una nave in cui vivono esuli, stranieri, apolidi, esseri umani dichiarati inesistenti da stati democratici e tirannie. Sono tutti dentro quella nave e non toccano mai terra. Parola mia. Parola di B. Traven.

Se ho avuto altri nomi? Una volta mi chiamavano Ret Marut, ero funzionario della Repubblica di Baviera.

La mia professione? Scrittore, da sempre. Ho scritto Il tesoro della Sierra Madre. Huston lo ha girato a partire proprio da un mio libro. Film indigesto, amarissimo, con tre cercatori d’oro, Bogart che impazzisce, diventa assassino per bramosia, viene massacrato da ladri messicani. Poi, alla fine, i sacchi, pieni di polvere d’oro, vengono caricati su degli asini, ma nasce una tormenta di vento, i sacchi si spaccano, la polvere volerà via per tutto il deserto, per tutto lo schermo, polvere e oro, come vorrei volassero via le mie ceneri, a Chiapas, dopo che sarò morto e cremato.

E lei, perché mi perseguita? Ha fatto irruzione in casa mia come un bandito. Come faccio a credere che è un poliziotto? Ne ho visti a migliaia di documenti falsi.

Mi chiamo B. Traven. Adesso mi lasci solo. Finisco di vedere questo telefilm, La vita di Arthur Curtis. È della serie Ai confini della realtà. Un uomo tranquillo, un dirigente bancario, sta partendo con la moglie per un viaggio desiderato da anni. Ma l’uomo tranquillo scopre, con orrore, di essere l’attore che interpreta quell’uomo. Arthur Curtis non esiste. Esiste lui, l’attore che lo interpreta. Guarda il regista che gli dà istruzioni. Tutti lo chiamano con un altro nome. Ma Curtis è costernato. Rivuole quella vita, la vita che interpreta. Alla fine buttano via il copione. Il film è interrotto. Ma lui fugge verso gli studios; ritrova, mentre sbaraccano la scena, per un attimo solo, le pareti del suo ufficio, dell’ufficio di Curtis, trova la segretaria sorridente, la moglie che arriva. La abbraccia, facciamo presto, sorride, partiamo. Il telefilm finisce così, con un aereo che decolla. Curtis non è fuggito dalla sua vita come un cadavere, chiuso dentro una bara di acero, ma come un personaggio inventato, ed è scomparso nella piega di una storia immaginata.

Se ne va già via? Io mi chiamo Traven. B. Traven. Vuole forse leggere un mio libro? Pensi che ne ho ancora parecchi da scrivere. Magari, in qualche libreria, ne troverà uno… Ehi, a quel barbone, là, nella bettola più lercia di Tampico, gli regali un biglietto gratis. Al cinema, stasera, danno Il tesoro della Sierra Madre…

(M.E.)

Il testo è tratto da: Marco Ercolani, A schermo nero, QuiEdit, Verona 2010.

Humprey Bogart, Il tesoro della Sierra Madre

CORRISPONDENZA DA UN ANGOLO ALL’ALTRO. V. I. Ivanov, M.O. Geršenzon

I testi sono tratti da: V. I. Ivanov, M.O. Geršenzon, Corrispondenza da un angolo all’altro, a cura di Nilo Pucci, Aktis editrice, Livorno 1991.

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Dal 17 giugno al 19 luglio 1920, in una camera di Sanatorio per lavoratori dell’intelletto debilitati, al numero tre del vicolo Neopalimovskij, a Mosca, si svolse una delle più celebri corrispondenze del nostro secolo: due intellettuali, un famoso poeta e uno storico della letteratura, si scambiarono, sulla diagonale della medesima stanza, da un angolo all’altro, dodici lettere.

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I

A M.O. Geršenzon

So, caro amico e vicino d’angolo della nostra comune camera, che dubitate dell’immortalità e dell’esistenza di un Dio individuo. Non parrebbe stesse a me far valere dinanzi a voi il diritto della persona alla propria identità metafisica ed alla propria esaltazione perché, per la verità, non avverto nulla in me che possa pretendere alla vita eterna, nulla eccetto ciò che in ogni caso non sia già io, all’infuori di ciò che di universale e di generale c’’è in me e che, come un ospite luminoso, lega la mia esigua inesistenza, inesorabilmente finita, con l’intero complesso della sua natura bizzarra e fortuita, e le da’ un senso spirituale. Mi sembra però che la visita di quest’ospite e il suo rifugio presso di me non siano stati inutili. Il suo scopo credo, è stato quello di ricambiare l‘accoglienza con un’immortalità incomprensibile alla mia ragione. Il mio io è immortale non per ciò che ormai è, ma per la sua vocazione ad esistere; e come ogni vocazione, come la mia nascita in questo mondo, essa è ai miei occhi un autentico miracolo. Vedo chiaramente che non troverei nel mio io fittizio, né nelle sue polimorfe manifestazioni, neanche un atomo simile almeno all’embrione dell’essere originale, vero (cioè eterno). Io sono un seme, morto nella terra; ma la morte del seme è la condizione del suo ritorno. Dio mi resusciterà perché è con me. Lo sento in me come un oscuro grembo generatore, come qualcosa di eternamente più alto, che sormonta ciò che di meglio e di più sacro c’è in me, come un vivente principio dell’essere, più ricco di me e quindi comprensivo, nel novero delle altre mie forze e attributi, anche di quello della mia personale coscienza, a me inerente. Da Lui affiora, e in me Egli sta. E se non mi abbandonerà creerà a che le forme del mio ulteriore soggiorno presso di me: il mio io. Non solo Dio mi ha creato, ma mi crea incessantemente, e mi creerà ancora, come L’ho creato fino ad oggi. Non può esserci discesa senza assenso; entrambe le azioni, in certo modo, si equivalgono e chi accoglie acquista pari dignità di chi discende. Dio non può abbandonarmi se io non Lo abbandono. Così, l’intima legge d’amore, scritta dentro di noi (le cui invisibili tavole facilmente leggiamo), ci conferma che era nel giusto il salmista quando, nell’Antico Testamento, diceva a Dio: – non abbandonerai la mia anima all’inferno e non permetterai che il Santo tuo veda la corruzione -.

Ecco, caro vicino, cosa medito nel mio angolo, dato che volevate saperlo. Cosa mi risponderete dall’altro angolo dello stesso quadrato?

V.I.

17 giugno 1920

II

No, V.I., non dubito dell’immortalità e come voi so che l’io è il ricettacolo dell’autentica realtà, ma credo anche che attorno a questi argomenti non si debba parlare, né pensare. Noi, caro amico, ci troviamo su di una diagonale, non solo rispetto alla camera, ma anche rispetto allo spirito. Non amo innalzarmi col pensiero alle altezze della metafisica, sebbene vi ammiri mentre vi librate immobile su di esse. Queste speculazioni trascendenti, che immancabilmente si organizzano in sistema secondo le leggi della logica, questa architettura sopra le nuvole, a cui con tanto zelo si dedicano molti del nostro ambito, lo riconosco, mi sembrano un’occupazione inutile o disperata. Oltre a ciò mi pesa tutta questa astrattezza, e non essa soltanto; in questi ultimi tempi mi opprimono come un peso molesto, troppo gravoso, come una veste soffocante, tutte le conquiste intellettuali dell’umanità, il coacervo secolare e la ricchezza consolidata delle concezioni, delle conoscenze e dei valori.

Già da tempo ebbi a provare questa nausea spirituale, momentaneamente, ma ora è divenuta costante. Quale felicità mi pare, sarebbe tuffarsi nel Lete per lavar via dall’anima ogni traccia di religioni o di sistemi filosofici, di ogni conoscenza, arte, poesia, e tornare a riva nudo, come un Adamo, lieve e radioso e drizzare liberamente in alto, verso il cielo, le palme nude, senz’altro ricordo del passato che il peso soffocante di quelle vesti. Come lievi ci si sentirebbe senza di esse! Come questa nausea si sia accresciuta in me non so; forse, finché quelle sontuose pianete erano intatte nel loro splendore e ci vestivamo perfettamente non ne avvertivamo il peso, ma quando, come nel corso di questi anni, si sono lacerate e ridotte a brandelli, vorrei strappale del tutto e gettarle via.

M.G.

ESSERE NEL VENTO. Per Antonella Anedda

Antonella Anedda, Tutte le poesie (Garzanti, 2023)

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Non esiste un modo univoco di fare “ordine”. L’ordine è solo uno dei possibili orientamenti nelle tenebre. Il poeta insorge contro le immagini costituite dall’abitudine perché insegue una sua personale epifania, un suo preciso “ri-vedere il mondo” con la propria fermezza di sguardo. Anedda si coglie mentre percepisce l’io e le cose in stato di ipnosi, dentro il silenzio dell’io e delle cose, usando la parola come bisturi pietoso che scava sotto la pelle per trarne segreti, ma senza dimenticare né la carne né l’anima. Intona questa particolare ipnosi immergendo il lettore nell’aura della “sua” epifania, del suo non prevedibile ordine di parole. Senza cercarlo, questo suo ordine-disegno, il poeta lo ritrova in tutto il suo itinerario poetico, da Residenze invernali a Historiae, ora visibile in Tutte le poesie (Garzanti, 2023).

«Alle quattro, nei giorni di festa / hanno fine le visite. Lente / le fronti si voltano verso le pareti. / Nei corridoi vuoti scende una pace d’acquario. / Luci azzurre in alto e in basso / sulla cima delle porte / sul bordo degli scalini. / Luci notturne. I malati dormono gli uni / vicini agli altri posati / su letti uguali. / Solo diverso è il mondo / di piegare le ginocchia / se le ginocchia / possono piegare, diversa / l’onda delle loro coperte. / Pochi riescono ad alzarsi sulla schiena / come nelle malattie di casa / e ogni letto ha grandi ruote di metallo / dentato molle che di scatto / serrano il materasso / o di colpo lo innalzano. / Il letto stride, si placa» (Residenze invernali).

Quando “Il letto stride, si placa”, osserviamo l”ordine insorto” teorizzato da René Char. Sopraffatto dalla tempesta delle analogie e dalla potenza del lutto, il poeta non tace e non impazzisce, ammutolisce dentro la sua calma densa di parole-testimoni: «…una parola, con tutto il suo verde / cestisce, si trapianta, // tu seguila (Celan)». Alla fine, da ‘folle sano’, trasfigura le logore parole dell’alfabeto combinandole in accordi e disaccordi, dentro un aspro combattimento notturno: «Con calma, / ora che tra le zolle / sono un’orma leggera d’animale / (più in basso della notte, / dove il buio è lavoro) / chiudo d’acqua le crepe, i grandi vasi» (Residenze invernali). Da quel chiudere i grandi vasi nasce l’esigenza di un’armonia instabile e dolente che rimuova percezioni innocue e geometrie consentite, di una forza rifondante un linguaggio poetico che non si limiti a ripercorrere i canoni noti ma sia rinominazione magica nata da un atto di meraviglia, di creazione-distruzione del precedente e prevedibile aistanomai.

Elias Canetti invita il lettore a scrivere un libro di giorno e un libro di notte, senza mai confondere i testi: solo molti anni dopo, in tarda età, gli sarà consentito fare un confronto fra le due scritture. Un libro del giorno e un libro della notte, scritti simultaneamente come scambio continuo tra passato e presente, sonno e veglia, vita e morte, è ciò che il poeta progetta per il suo ipotetico lettore. Scrive Canetti: «Scambiare segreti con Marte, senza fantasticare, naturalmente, è un compito degno della poesia». È questo il compito del poeta: parlare con un astro remoto? Chi è il suo interlocutore? L’’interlocutore, come suggerisce Mandel’stam, è sempre il “lettore futuro”? Forse no. Futuro sì, ma presente. Il messaggio nella bottiglia arriva proprio dove è necessario che arrivi e il lettore prescelto arriverà a leggere un testo nato per lui. Nasce qui l’utopia di una “comunità senza comunità”, dove i lettori trovano i loro poeti e i poeti i loro lettori, in un fecondo stare insieme, tra vivi e morti, al di qua e al di là dello specchio e del mondo, compagni di illusioni diverse e di diverse forme di verità, come testimoniano i versi di Anedda, nati da un “cielo durissimo, / senza scudo di nuvola”.

Mandel’stam cercava, nell’ossatura dei versi, una “nuova fisica delle parole”. La parola poetica è sempre una ‘prova estrema’ dello scrivere umano, oltre i manierismi e le scaltrezze della tecnica. Il poiein trasforma il linguaggio comune in accordi di parole che obbligano il lettore a sospendere qualsiasi forma di giudizio. L’azzardo si consuma fra i nessi imprevedibili della sintassi piuttosto che nell’isolata potenza della parola: i primi irradiano vibrazioni, la seconda brilla isolata. Scrive Thomas Stearn Eliot: «Il significato è la trappola in cui il significante ti racchiude perché tu, placato dalla quiete del senso, ne assorba con orrore tutto il suono». In Historiae, nella poesia “Anatomia”, Anedda descrive il postmortem con la stessa pace severa e infelice con cui descriveva le creature malate in Residenze d’inverno: «Dice un proverbio sardo / che al diavolo non interessano le ossa / forse perché gli scheletri danno una grande pace, / composti nelle teche o dentro scenari di deserto. / Amo il loro sorriso fatto solo di denti, il loro cranio / la perfezione delle orbite, la mancanza di naso, / il vuoto intorno al sesso / e finalmente i peli, questi orpelli, volati dentro il nulla. / Non è gusto del macabro / ma il realismo glabro dell’anatomia / lode dell’esattezza e del nitore. / Pensarci senza pelle rende buoni / Per il paradiso forse non c’è strada migliore / che ritornare pietre, saperci senza cuore» (Historiae).

Perdere tutto, tornare ossa senza pelle, nudi sassi. In un suo libro di prose sull’arte, La vita nei dettagli, Anedda scrive: «Perdere: smettere di possedere, dare oltrepassando, dal lat. dare per, donare attraverso, scavalcare se stessi smarrendo, smarrendosi, perdere oggetti e beni perdere quanto è caro. Difficoltà del perdere…Perdita: nel paesaggio, paradossalmente, grande spazio “a perdita d’occhio”… Perdere, de-possedere, decrearsi…Perdere i confini di sé… Ognuna di queste possibilità mi appartiene. Credo di avere imparato quest’arte abbastanza ma mai fino in fondo. Qual è l’opposto di perdere: accumulare quanto di inutile si addensa sulle nostre vite. La p di perdita nell’alfabeto di Rabbi Zakiva è l’iniziale di “Pe”. Bocca. Cosa può perdere la bocca? La parola. Per chi scrive è un bene. Unisco perdere e perdono, perdere la memoria, parificare quanto si era addensato. Si piange una perdita, le lacrime colano via dal corpo. Si perde sangue? Perdere? È una porta sul vuoto».

La poesia di Anedda è un esercizio di “de-creazione”, dove l’autrice guarda con occhi diversi, sospesi nell’aria dell’inatteso, qualcosa che è sempre stato visto in modo convenzionale e ora emerge vivo. La “de-creazione” dei dettagli, rivisti come realtà altre, la sapienza delle cuciture, dei tagli e ritagli dell’immagine, è la modalità strutturale con cui Anedda, bambina stupita, ricompone immagini e figure, reimmagina mondi. Il poeta, fra arte verbale e visiva, segue la traiettoria di un lutto trasformato in creazione, de-compone e ri-compone, facendosi traversare dalle analogie come da lampi notturni.«Noi restavamo immobili / in ascolto / contro l’ascia del muro, / sulle spine dei castagni / alzavano recinti / Di nuovo gli oggetti / avevano un tepore erano / bestie attente / tamburi di terra. / Le voci s’incrociarono / si trattennero / rimasero sospese». La poesia, secondo la definizione di Hegel, è un “suono pieno di discorso”. Secondo i poeti, è un gioco, una trottola. Bloccata nel senso comune, smette di girare, ritorna pezzo di plastica o di legno: quando riprende a vorticare, inafferrabile, guardata dagli occhi sorpresi dei bambini, riacquista il suo senso primitivo, sorgivo: la sua natura di danza. Ciò che si annuncia può esprimersi con frammenti che non dicono mai tutto e che ritagliano, reinventano. L’annuncio si perde nel messaggio, la voce nelle parole. Ma tutti i dettagli conquistano loro voce – nuova, stupefatta, slontanata. Scrive Anedda: «Cosa ci colpisce in un dettaglio? cosa ci commuove? L’oscurità da cui il nostro sguardo lo salva? La sua potenziale trasformazione in un altro sguardo, in un’altra vita? E cosa diventa il dettaglio in chi scrive poesia, in cosa si traduce? Io credo in uno spazio nuovo, in una terra ulteriore, avvistata da uno sguardo sgombro da qualsiasi abitudine». Il dettaglio è la “possibilità” della trasformazione, il divino immanente che sa concentrarsi nei limiti della cosa.

Rileggiamo, in Historiae, questa “canzone per le parole”, dal titolo “Contrasto”, una poesia-preghiera, scarnificata, icastica: «Lo capite da sole parole / non vi posso più mostrare / con voi faccio del male. Non posso più continuare. / Non voglio ferire, non voglio lusingare / ma restare nel calore minimo di un cerchio familiare. / Dunque parole siate buone, / andate nel silenzio / abbasserò la voce fino in fondo. / Dalla bocca già escono solo sciami di lettere / cartigli medievali. / L’incontro dei vivi con i morti è il nostro affresco. / Serve a rinunciare». In questa rinuncia anche alla “fisica delle parole”, alla voluttà della lingua, domina, incontrastato e finale, il silenzio: il vero (ultimo?) incontro fra vivi e morti. La scena della chiarezza finale. «È duro il cammino verso ciò che è chiaro, / l’ho capito col tempo, forse soltanto questo è il dono / di invecchiare. Lo penso mentre smacchio un lenzuolo / con la candeggina, che stinga soprattutto le iniziali, / rigide di fili, nodi. Punti a croce / sul nome infittito di vocali». Maria Lai, l’”amanuense dei tessuti”, avrebbe amato questi versi della conterranea Antonella.

(M.E.)

OCCHIO E PIEDE. Lucetta Frisa

Odilon Redon

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No, non aspetta niente e nessuno. Anche se il mutamento è nell’aria, quella respirata da tutti, tranne dai minerali o dai cyborg. Lo comincia a notare osservandosi l’occhio destro. Non guarda più davanti a sé ma di lato. Da quel momento rivolge un’estrema attenzione agli occhi della gente – in particolare nelle donne, che si dice siano più sensibili e ricettive – sia al destro come al sinistro, non tanto alla loro forma quanto alla loro direzione. Forse anche l’occhio si è impercettibilmente spostato. Impercettibilmente occhio e sguardo si sottraggono alla frontalità. Nessun abbassamento della vista, certo anche quella influisce, ma la vista può abbassarsi anche nell’altro occhio, quello dritto. Nessuna particolare anomalia o malattia del nervo ottico che può presentarsi, sia a un tratto che molto lentamente, accompagnata o meno da malessere. È il progredire dell’età che obbliga l’occhio a una deviazione? Dove guarda quell’occhio? E che cosa? Tutte le mattine cerca di truccarlo come l’altro, ma sempre la direzione diverge, esce dai contorni della faccia, come una freccia segnaletica di cui sia incomprensibile la lettura della meta. Poi si consola pensando alla bellezza di Venere.

Si chiede se l’occhio avesse attinenza col piede, e la sua andatura. (se occhio e piede non vanno in sintonia c’è il rischio di cadere). Infatti, tempo prima, era caduta e si era rotta un piede. Teseo aveva perduto il suo sandalo all’Inferno. Quanti zoppi c’erano nella mitologia e nelle leggende! Qualcosa di sinistro vi aleggiava intorno. Chi tocca la profondità ne rimane segnato. Chi zoppica è attratto irresistibilmente dal basso e non potrà più negarne l’esistenza: il basso seduce il piede. In particolare questa seduzione esercita il suo potere verso chi non crede nel Paradiso, ma neppure nell’Inferno. Chi sa che, se sale o solo provasse a salire, l’alto lo ricaccerebbe in basso, con una lieve spinta, come un palloncino. Se la tensione ascensionale è innata nell’uomo, altrettanto gli corrisponde il rimbalzo in giù. Sempre le elevazioni sono mediocri e frustranti. Lo zoppo deve rassegnarsi al suo piede zoppo che gli ricorda che la terra è lì, l’unico luogo in cui sta. Non si chiama, in musica, il basso continuo? Il basso ostinato, il ground? Partenza e fine.

Gli africani, gli orientali, danzano con i piedi aggrappati alla terra, quasi curvi, sembrano abbracciarla, mimano gli animali, battono il tamburo mimando la sua pulsazione. Non pérdono il suo contatto. Sanno che, se si allontanano, la terra si vendicherà. Tutti gli spiriti vengono dalla terra e ci tornano. L’estasi se la procurano col proprio corpo e con le erbe, e vari prodotti della terra. L’estasi è un’uscita solo dal presente. Una fuga. Ma non dalla terra.

Interpellerà un chirurgo plastico. Se è ancora impossibile non invecchiare, è invece possibile mostrarsi più giovane. Ingannare l’occhio dell’altro. Chiederà al chirurgo se c’è il rischio che l’occhio, una volta raddrizzato, possa di nuovo ostinarsi a divergere a scegliere una via laterale, volersene andare, da un’altra parte. La vecchiaia è maligna, spudorata. Vuole la giovinezza a tutti i costi, non vede quello che non vuole vedere, non sente quello che non vuole sentire e per questo è anche capace di qualunque cosa: ingannare e ingannarsi, tradire e uccidere. La vecchiaia corrompe l’occhio al suo potere. Lo costringe a obbedirle.

Ricorda Janàcek che si innamorò a settant’anni di una giovane donna. Scrisse per lei le sue musiche più belle e disperate. Tutta l’energia sessuale non espressa per quasi tutta la vita gli deflagrò di colpo, traducendosi in una passione estrema, spaventosa, per quella giovane, ignara di essere lei l’oggetto di quel folle desiderio e di quella musica, ma soprattutto fu passione assoluta per la vita – quella non vissuta ma continuamente rinviata, compressa, esorcizzata dalla paura di viverla. Un risveglio violento al presente, alla coscienza della propria capacità sensoriale insieme a quella, terribile, della propria imminente sparizione.

Era l’ultima occasione per vivere la vita da vivo. E aveva scelto di non sottrarsi più. Oppure pensava a quell’uomo che, fino a ottant’anni, non aveva volato e quando finalmente si decise a salire su un aereo il cuore non gli resse per l’emozione e lo colse un infarto.

Per quell’occhio che non guardava più qui ma da un’altra parte, provò angoscia e confusione. Non solo consultò il chirurgo ma il neurologo, poi lo psicologo. Quell’occhio indicava semplicemente che anche lei si trovava a un bivio: raccogliere tutte le energie e fare quanto fino a quel momento non era riuscita a fare, in una sorta di parossismo voluttuoso, oppure lasciarsi portare dalla sua traiettoria laterale, abbandonandosi al mistero del nuovo percorso – nuova direzione che, alla fine, avrebbe dovuto comunque seguire. L’occhio poteva sempre chiuderlo, ma mai totalmente. La divergenza laterale era una fessura, una fessura che lasciava passare uno spiffero. La colonna di Persefone? Da dove soffiasse non voleva saperlo. Gli Antichi si, loro sapevano dare risposte. Avrebbe voluto nascere in un secolo molto antico. Oppure aggrapparsi a quel detto evangelico: “Lo spirito soffia dove vuole”. Ora, si trattava di convincersi che non c’era nulla da temere e lasciarsi andare dove voleva quell’occhio.

C’era gente, il cui occhio – destro o sinistro- assumeva una fissità aliena. Guardava davanti a sé, immobile, quasi senza battito di ciglia, ma la pupilla era dura. Se l’esterno dell’occhio esprimeva l’interno, l’interno doveva essersi bruciato, inaridito, oppure quella superficie cornea difendeva, attraverso la rigidità della sua scorza, una fragilità, una sensibilità accumulata nel tempo che era meglio mascherare. Chi la guardava con un occhio così era morto a metà. Oppure era un giudice, un teologo, un ideologo,qualcuno che si credeva molto vicino a Dio. Di sua scelta o no? Il corpo sceglie per conto suo il momento di atrofizzarsi, rifiutarsi. Come si può dominare il corpo, convincerlo ad andare contro la propria natura?

Forse aveva un particolare significato se ad ammalarsi – deviare, fissarsi – era l’occhio sinistro o il destro? C’è relazione con gli emisferi cerebrali? Che cosa in lei cominciava a cedere o ad attivarsi? La ragione o l’immaginazione?

Il canarino non si era accorto che la gabbia non aveva tutte le sbarre a posto. Una stava per cedere. Lui, dunque, poteva fuggire. Ma se anche qualcuno glielo avesse fatto intendere, per lui era troppo tardi. Si era addomesticato. Aveva paura.

Tre cadute ha fatto l’umanità: la prima con Darwin, la seconda con Galileo, la terza con Freud. Non siamo stati più al centro di niente, neppure di noi stessi. Zoppica l’uomo, zoppica la terra, zoppica l’Io. Sprofonda e può soffrire facilmente di vertigini. Se il piede zoppica e l’occhio fugge lateralmente, quale anomalia la colpirà d’ora in poi? D’accordo: tutto cade verso il basso, capelli, naso, tette. Ma lo sguardo no. Solo non vede più chiaro e le indica un’altra strada da percorrere. È libera di seguirlo come no.

(2004)

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Leonardo da Vinci

UN FINALE CLAMOROSO. Alfonso Guida

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Spesso di notte mi prende il pensiero
di sparire, andarmene o massacrarmi,
così da regalare ai poliziotti
la scena di un crimine fitto di ombre,
senza indizi, urticante, indistinguibile.

Suicidio? Omicidio? Fatto di sangue.

Spesso di notte mi prende il pensiero
di varcare, integralmente, una pagina
di cronaca, la cronaca del giorno:
colpi di scena, indagini serrate,
tesi ritrattate, testimonianze…

la cronaca di un caso interminabile,
coi suoi depistaggi, i suoi scoop, lo strascico
dei suoi silenzi, dei suoi sottintesi,
le interferenze destabilizzanti
delle sue prove, schiaccianti, irrisorie,
confuse, contraddittorie, l’ordito,
tessuto da rivelazioni anonime,
delle sue svolte, le sue mitomanie.

Spesso di notte mi prende il pensiero
di un finale clamoroso, di uscirmene
di scena, in modo vistoso, violento,
vomitando veleno addosso al pubblico
venuto per assistere alla prima
nazionale- gratis, ingresso libero-
della mia catastrofe personale,
mondiale e muta, del mio genocidio
compiuto tra le mura scalcinate,
stupefatte di una casa di pietra,
dove tutto avviene dietro una porta
chiusa, in silenzio, neppure il rumore
di qualcosa che cade, un giorno freddo,
come un caso destinato a non essere
risolto. Suicidio? Omicidio? Fatto
di sangue. Un giallo scoppiato all’interno
di un sicuro ambiente domestico. Ecco,
diranno questo. Ma io ve lo assicuro…
sarà un monologo grandioso, atto unico.

5 novembre 2023

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Paul Klee

RAMI MINORI. Arseny Tarkovsky

Il padre Arsenij, poeta, scrive al figlio Andrej Tarkovsky (1932-1986), regista, una lettera in cui esprime la sua diffidenza per la staticità della bellezza, che confessa di avere colto nei dettagli di certi suoi film. La lettera termina con una poesia provocatoria dell’anziano padre che si chiede: «Perché, dietro le poesie, non ci sono più uomini?».

Arsenij e Andrej

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10 aprile 1984.

Caro Andrej,

da parecchio non ti scrivo. Lo confesso, non ho visto i tuoi ultimi film, sono vecchio, gli occhi mi fanno male. Ma voglio dedicarti una delle mie ultime poesie. Hai parlato, non so dove, di «scolpire il tempo». Mi sembri poco umile dicendo questo, neppure il buon Dio lo avrebbe detto, neppure l’asceta Grigorij Skovoroda. Ti ripeterò, con Puskin: «Ma perché m’inquieti? Cosa conti tu?». Non conti nulla, caro, come me. «Cos’è una parola per un altro, attraverso gli anni e i secoli?». Niente. La vita fa chiacchiere, il destino le intreccia. Non siamo padroni neppure dei nostri libri sgualciti: la prossima notte, magari sale uno scoiattolo dal bosco e si mette a rosicchiare indifferente le pagine di un tuo copione, poi sguscia via.

Forse non ricordi, ora che ti acclamano grande e poetico regista della tua generazione, quando ti tenevo abbracciato nel giardino e con te parlavo del mio disamore per la bellezza, ti dicevo che mi piacevano di più i temporali improvvisi di certi paesaggi stupendi. Da ragazzo volevi sempre fotografarmi ma io scappavo, ricordi? Non volevo nessuna immagine fissa di me. Volevo che tu sentissi il «tempo al lavoro». Non scolpire il tempo ma esserne scolpiti, svuotati, invecchiati. Allora tu fotografavi certi luoghi nebbiosi, dove tutto avrebbe potuto essere diverso da quello che era, il bosco un paradiso, la scala un abisso, le finestre un lago. Il piacere della metamorfosi è un dono della giovinezza. Ma la gioia di non cambiare, adesso, è tutta mia. Ha una grazia, la vecchiaia, che a voi giovani è negata: la consapevolezza del declino ti fa sentire come il tempo si raddoppia e certe ore siano più lunghe e più belle e le cose più semplici, dai bicchieri ai tovaglioli, dalle mattonelle alle matite, diventano incantesimi. Forse è questa la piccola eternità che ti auguro con tutto il cuore.

Per te, Andrej, la vita si è distesa sul palmo della mano come una foglia a cinque lobi. Le tue immagini sono specchi aperti dove arrivano le nuvole e lavorano le ombre vive, non quelle morte. Ma stai attento alla bellezza: è sempre in agguato. Ti seduce, ti impietrisce. L’occhio morto dell’animale – ricordi i miei versi? – è «una nera, rigida mela, senza riflessi». Meglio una mela sbocconcellata, caduta dalla bocca di un bambino rissoso, cattivo. Tu sei stato cattivo, Andrej? Non ricordo. Però i ragazzi troppo buoni non muovono il mondo. Sprofondano nella dolcezza dei ricordi, smettono di vivere. Sono come certe mele, splendide e fredde, dimenticate nella terra di un cimitero. Nessuno le raccoglierà, nessuno le addenterà. In fondo, le nostre esistenze sono sommarie, imperfette, insalvabili. Io, ad esempio, se torno indietro nel mio passato, lo faccio da sonnambulo, in segreto, come se qualche criminale, in piena notte, mi mettesse il rasoio alla gola e mi costringesse a scrivere i miei ricordi…

Ma sono un vecchio che divaga, Andrej. Perdonami, ora smetto.

Ecco la poesia che ti ho promesso. Un abbraccio.

Guarda la casa, parlaci dentro

con lingua oscura, versaci immagini,

e poi resti bianco, come fu prima di te,

lo specchio in fondo alla sala.

Quanti si sono congedati guardandolo!

Noi, fra gli altri, rami minori della quercia di Russia.

C’è un nuovo bosco laggiù, ma sono esclusi i fantasmi.

Occorre smontare il rompicapo, essere

vivi. Perché, dietro le poesie,

non ci sono più uomini?

La memoria di certi bambini, come un cuneo di legno,

scava visioni…

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Il esto è tratto da. Marco Ercolani, A schermo nero, QuiEdit 2010.

PERFETTA E IMPERFETTA MAGIA. Roberto Giacosa

Un libro, queste Cento lettere (Joker, 2023), sul mestiere di scrivere e sulla sua vanità. Un libro improvvisato, lievitato chissà come, che non risponde alle domande che pone. Due poeti si confrontano fra di loro con delle lettere dove autobiografia e finzione si mescolano in “lezioni di vento”. Prive di qualsiasi autorità, queste lettere si sviluppano con un autorevole senso di leggerezza. Fitte di fiabe, ricordi, racconti, teorie, frammenti di romanzi, sono segnali di fumo che sarebbe impudico decifrare. Il mistero di un’amicizia inventa spazi dove prima non c’erano spazi ma solo crateri oscuri. Le parole appaiono astratte, ma nel linguaggio cercano sangue, dolore, forse follia. Si potrebbe dire che qui leggiamo scritture sospese fra prosa e poesia, indefinite, incapaci di regnare sulla lingua, errabonde, stupite, schizzi alla ricerca di figure. Ma, leggendo, ci si inoltra in una selva senza figure, dove è facile smettere di capire. Poi si ricomincia, ci si riconosce. Cento lettere accomunate da un verso di Hölderlin – “Abita la vita ed è lontana” – ma che da quel verso si distaccano come da un “pre-testo” e tessono un testo nuovo e comune, che è scacchiera, tavolo da gioco, ordito, arazzo, gesto critico, malattia di scrittura. Il lettore si trova a non comprendere una certa ansia che come nebbia si dipana nelle pagine – ansia che è furia, inquietudine, domanda sul perché la lingua dice e imbroglia, tace e inganna, ma resta sempre lei: ossessione aperta sulla ferita priva di un senso. Da lettore vorrei citare pagine e pagine del libro, ma mi viene naturale non farlo perché queste lettere sono intime, e svelarle è un attentato alla loro natura. Nell’intimo del leggere, sì, può accadere, ma solo in quell’attimo, quando si prepara la tavola, quando ci si accinge a vedere un film in bianco e nero come Ordet, dove i colori sono spettri anonimi e la parola è l’evidente miracolo che riporta alla vita chi crede totalmente alla sua perfetta e imperfetta magia.

DÉLIE

Ettore Frani, Luminosa, 2021

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Maurice Scève

Délie. Oggetto d’altissima virtù

I Libri dell’Arca, Edizioni Joker, 2023

a cura di Lucetta Frisa

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Dalla prefazione: “Délie, oggetto di altissima virtù. La poesia del desiderio”

Perché Délie, oggi? Perché tradurre un testo del 1544 (l’edizione definitiva è del 1564) intitolato Délie. Objet de plus haute vertu, composto da 449 poesie (dette dizaines, di dieci strofe l’una) costellate da cinquanta emblemi, scritto da Maurice Scève, massimo rappresentante della scuola poetica lionese? la risposta è un’altra domanda: perché un testo fondamentale della poesia francese del XVI secolo deve essere affidato solo alla memoria degli studiosi? Qui in Italia, in tempi più recenti, venne stampato solo in minima parte da Einaudi nel lontano 1975, per la traduzione di diana Grange Fiori […]

Queste dizaines raggiungono, come già sopra accennato, il totale di ben 449 poesie. scorrono sotto i nostri occhi con estrema scioltezza, i temi si rincorrono, tornano su di sé, con tutte le sfumature di un rapporto o discorso amoroso, fatto di slanci e ritirate, offese e pentimenti, sogni e speranze, intrecciate a riflessioni e osservazioni sull’amore, a volte prossime a una sorta di analisi psicologica ante litteram oltre a quella di un inquieto pensiero analogico. «le basi filosofiche sono chiare, ma la costruzione poetica le tradisce, come a dire che la filosofia sostiene l’ìntero canzoniere ma ne costituisce solo l’impalcatura…la materia di Délie intacca questo sostegno, lo devìa e lo oscura, lo piega ai suoi fini che non sono quelli della risoluzione filosofica bensì quelli della misteriosa interazione poetica (Jacqueline Risset)». ecco, in sintesi, il mistero Scève (quello indagabile e ricchissimo di stimoli per il lettore): concentrazione sulla lingua poetica, criptica ma all’apice della tensione, dalla forte impronta filosofica (affine alla poesia di quel secolo), più aspra e drammatica che lirica. In quanto alla traduzione non mi sono posta troppo il problema della fedeltà, a volte allontandomene quando il caso lo richiedeva. Il traduttore è sempre un traditore è vero, ma con una certa misura. Ho anche preferito riportare le dizaines, così come le aveva scritte l’autore stesso, nella lingua originale del XvI secolo. confesso di aver provato, nel tradurlo, piacere e meraviglia, ma ci tenevo a rendere la lingua d’arrivo più italiana possibile, cioè a far sì che questa antica poesia francese sembrasse genuinamente composta in italiano, in quel particolare nodo enigmatico tra anima e mente, tra cuore e pensiero. Assolutamente desiderante. come scrive Pascal Quignard di Délie: «Una parola breve e cancellata nell’aria. leggera – ma con tracce di sangue»

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Antologia

VI

Vivevo l’aprile della mia adolescenza

Libero e ignaro d’ogni male a quell’età

E il mio occhio inesperto d’ogni malanno

Sorpreso fu dalla tua dolce presenza

Che per il suo alto e divino magistero

Sbalordì l’Anima e la sensualità.

E coi suoi occhi l’arciere audacemente

A lui soltanto asservì la mia sorte

E da quel giorno ininterrottamente

Alla bellezza guidò mia vita e morte.

XIII

Un tempo l’occhio, mia luce gioiosa,

Dalla tua bellezza fu così umiliato

Che da fontana in fiume tramutato

Curare volle il male da sé nato.

Ché tanto ardore il cuore ha ricevuto

Che il corpo vivo già in cenere è mutato:

Da cui l’occhio pietoso fa i suoi rivi scendere

Ad impedire che la rapisca il vento,

In modo che qui metà di lei possa restare

E corpo o ombra di sua vita sembrare.

XXII

Simile a Ecate tu mi farai errare

Cent’anni tra le ombre vivo e morto:

Simile a Diana che in cielo mi rinchiuse

Per poi discendere nel terrestre ingombro;

Come sovrana delle infernali ombre

Attenuerà o esalterà mie pene.

Ma come luna infusa nelle vene

Quella tu fosti, sei e sarai DELIE,

Che Amor legò a questi sogni vani

E tanto forte che slegarla da me mai potrà Morte.

XLI

La vista, l’ascolto, la parola e il tatto

Furon lo scopo della mia contentezza,

Tanto che quel bene, così caro agli amanti

Mai ebbe luogo nel nostro avvicinarci.

A che valse il mio amarti onesto

Smarrendomi in un amore santo e casto?

Poi che mi è reso il male per il bene

E per dei vizi mi si può accusare,

Amando il bene, ho perduto insieme

La vista e l’ascolto, la parola e il tatto

LA DONNA BENDATA. Rinaldo Caddeo

Nella torre d’avorio è ancora buio ma la penna, la mano, la pagina, sono pronte a ricevere la prima luce del sole. In camera c’è l’essenziale: un tavolino con un libro, una candela, un piatto, una brocca, un bicchiere, una sedia, un letto, un candido lenzuolo, una candida coperta, (si stanno macchiando di sangue), un catino d’acqua, una finestra.

La biblioteca è costituita da quel libro. Lo sfoglio tutte le mattine, a volte per pochi minuti, a volte per ore, per controllare se non sia rimasta qualche pagina scritta. È un libro d’avorio. Sulla copertina, sul dorso, non c’è scritto niente. Le sue pagine sono decine ma sono dure e vuote. La notte so che quelle pagine diventano morbide, si piegano, si moltiplicano, girano vorticosamente, le intravedo nelle profondità del sonno, si riempiono di storie, scorrono fiumi d’inchiostro che, quando mi sveglio, s’inabissano in un soffio. All’alba, quando tutto si calma con il risveglio, non c’è scritto niente. È ritornato un libro bianco.

Appena sveglio, provo, con la forza della volontà, a trattenere quelle storie nella mente, ma le cose e i personaggi escono di me, se ne vanno bolle di sapone nell’aria. Al centro della stanza, c’è una scala a chiocciola, d’avorio come il pavimento e i muri. Con molti giri su se stessa, porta in alto. Dalla terrazza, in cima, si può dominare la pianura illimitata. Di giorno è un luogo silenzioso. La notte, invece, si anima di ululati, risa, lamenti, barriti, rulli di tamburo e ogni volta che ho provato ad alzarmi per vedere che cosa succede, una resistenza interna mi blocca e anche se la contrasto c’è sempre una pressione che mi trattiene la fronte o le spalle o le mani o le gambe e che impedisce di alzarmi e se mi volto per vedere che cosa sia, ammesso che riesca, scompare prima che riesca a riconoscerla. Una volta mi sono ribellato ma sono stato colpito così duramente che per salvare la mia incolumità non l’ho più fatto.

In un raggio di sole, entrato adesso nella stanza, rotea l’argento della polvere. Si possono distinguere gli atomi che volteggiano come cosmonauti nello spazio. Una rete di riflessi, nata alla superficie dell’acqua del catino, palpita dal soffitto. Crea e distrugge tentacoli incandescenti, meduse d’aria. L’ombra delle nubi, che corrono in cielo, si avvinghia ai muri, al tavolino, alla sedia, al letto, alla finestra e li ricopre e si ritrae legione di oscuri fantasmi nel bianco del pavimento.

Il tempo delle giornate si svolge bianco o grigio e se piove, nevica o tira vento, tira vento, nevica o piove con la stessa indifferenza con cui il sole splende nelle belle giornate. Non capita niente, né di buono né di cattivo, non arriva nessuna notizia né brutta né bella. E le differenze, davanti, sono uguali le une alle altre. Sento che spuntano dietro. Sento che dietro la nuca ce n’è una, oggi, che mi sorveglia.

È inutile voltarsi. Lei resta dietro. Uccelli migratori passano, volano alti, come le nuvole. Ieri l’altro, però, uno s’è posato su di un merlo della terrazza, esausto. Sbatteva ma era un battito lieve. Sentivo sfregare l’alto soffitto d’avorio. Erano le grigie ali giganti che strusciavano sul pavimento della terrazza. Sono salito e l’ho soccorso. Si è fatto nutrire e curare, giorno e notte. Poi, ristabilito, è volato via.

La notte porta battaglie, ingorghi, confusione che l’alba spazza via. Restano degli echi. Urla remote. Crolli che si smarriscono tra i picchi. Nuvole di polvere si dissolvono. Laggiù.

L’estate sono lampi e tuoni. È caduta una volta una grandine di cristalli a grossi chicchi, uno spessore madreperlaceo ha disteso un candido tappeto sulla pianura e si è risolto quasi subito. La bianca candela non è intatta. Avvolte in fogli di carta sul piatto non attendono le solite buie pietanze. Oggi è diverso.

Ieri pomeriggio ho raccolto da terra una grigia penna, lunga e appuntita come una freccia, persa dall’uccello e l’ho appoggiata sul tavolino tra la brocca e il piatto. Non ne avevo mai avuta una qui tra le mani.

Oggi mi sono svegliato prima dell’alba, ho sfogliato i miei alimenti e mi sono subito nutrito. Ho preso i fogli e non li ho gettati, a differenza di quanto faccio tutte le mattine, nel cestino ma con le mani li ho spiegati sul tavolino. Ho arrotolato la manica sinistra del pigiama a righe. Ho preso la penna con la mano destra e l’ho immersa nell’altro braccio. L’ho estratta insanguinata e ho incominciato a scrivere delle parole.

Sono queste, quelle che stai leggendo anche tu, o lettore, incise nel bianco dei fogli, sul lato opposto a quello in cui erano avvolte le pietanze. Sono lettere rosse intinte nel mio sangue.

Ora posso raccontarti, prima che sbiadisca, un sogno che mi ha visitato questa notte e forse anche le notti precedenti: una donna avvolta in bianche bende si avvicina. Una cima della benda si stacca dal volto della donna e nel punto in cui sto per vederlo la benda si avvolge al mio volto e mi copre gli occhi. Si avvolge al mio collo e nel momento in cui sto per stringere tra le braccia il corpo della donna, completamente nudo, si avvolge alle mie braccia, alle mie gambe. E nel punto in cui il mio corpo è completamente avvolto e stretto nella benda, la benda si stacca dal mio corpo e si avvolge al corpo della donna e la donna si allontana, ruotando su di sé, avvolgendosi nella benda. Adesso che l’ho scritto e che tu l’hai letto, il sogno non può scappare e la donna bendata deve esistere.

Una settimana fa, in un angolo della stanza, ho trovato una benda spezzata. L’ho lavata, l’ho messa ad asciugare, l’ho riarrotolata e deposta nella cassetta del pronto soccorso.

In un giorno di vento, invece, salendo sulla terrazza, ho visto un bianco lungo stendardo che sventolava da un merlo della torre. Quando mi sono avvicinato è volato via, in pochi secondi inghiottito dall’azzurro. Lei mi viene a trovare la notte, io la devo fermare, devo parlarle e capire perché appare e non si mostra, fugge e ritorna. Adesso mi devo medicare. Mi devo alzare. Devo aprire la bianca cassetta del pronto soccorso. Mi devo disinfettare e devo avvolgere nella benda il braccio ferito. Scrivo quello che posso con le ultime gocce di sangue raccolte nel bicchiere.

Ogni volta che nel passato mi sono avventurato, di giorno, fuori della torre, ho camminato per chilometri, per ore nel deserto sassoso. Nessuno me l’ha impedito ma non avendo un obiettivo, non ho raggiunto nessun punto all’orizzonte, nessuna montagna, non dico la cima, nemmeno la base, come se l’orizzonte si spostasse di un passo a ogni mio passo. Prima dell’imbrunire, sono dovuto ritornare nella torre d’avorio per non rimanere allo scoperto durante la notte. Sono sicuro che se fossi rimasto fuori, sarei stato annientato. Rimangono le cose che mi circondano tranquille così come sono avviluppate al proprio bianco ma ora so che cosa devo cercare.

È reclusa in una stanza segreta della torre o in fondo a un dirupo? La troverò. Sento il rumore lontano dell’acqua che scorre tra le rocce. Delle foglie arrivano, scivolano via portate dal vento…

George Penz, La donna bendata

PER “GRADO ZERO”. Silvia Comoglio

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I versi di Carlotta Cicci, in Grado zero (MC Edizioni, 2023), sono radici che si sterrano da una oscurità e fragilità/limite capace di farsi essenza luccicante. Una costellazione di parole in cui ciascuna parola si appropria e nutre del “polso che batte” di chi scrive, irrompendo così sulla carta con una densità aumentata. La parola è se stessa e il “polso che batte”, e rifiorendo come “polso che batte” si fa evento storico e fenomenologico, si fa grembo audace ed esplicito.

Ad ancorare poi la parola e il “polso che batte” alla sua storicità, al suo bruciante destino, è quel punto fermo così tenacemente cercato inseguito e inciso da Carlotta. Un punto che definisce e spezza i versi e che qui si libera, meglio viene liberato, dal suo ruolo di segno di interpunzione. Al punto Carlotta infonde un vigore ontologico che ne cambia ruolo e natura. Il punto si fa fecondo, si trasmuta in una struttura interamente linguistica, diventa quel soggetto capace di costruire strategie dialogiche nuove, di snidare aperture di senso.

Il punto misura ed è misura e col punto ci si misura. È progetto, il punto, e possibilità di progettarsi. Il punto oggettiva “l’inizio di un’alba rossa”, “i tulipani neri”, gli “occhi impetuosi” e le “menti pazze”. Oggettiva e al contempo riempie le lacune dell’essere, dell’esistenza, e conduce “al grado zero”, a quel grado in cui, scrive Carlotta, “ho posato l’umanità”.

E lì dove l’umanità viene posata la visione si fa piena, meglio si fa consapevole. Di cosa? Del fatto che tutto può essere vissuto e portato alle sue estreme conseguenze. Perché nel “grado zero” di Carlotta ciò che chiamiamo tutto è al contempo preghiera ed epifania, l’unico stato in cui ogni elemento, ogni frammento, ogni sensazione, possono convergere ed abitare. E non importa quale sia il tenore di questo convergere di frammenti e sensazioni, se ci sia tra loro armonia o disunione, importa che sia reso possibile, umanamente e linguisticamente.

Ed è questo che succede in Grado zero. Carlotta Cicci umanamente e linguisticamente riesce a far convergere essere ed esistente in ogni loro forma, perché Carlotta è in continua attesa e ricognizione e riesce a cogliere di essere ed esistente pluralità e policromia, ossia tutto il mondo che c’è e si dispiega in una vita (luce ombra dolore amore morte durezza io tu …) e nella parola.

con un peso diverso. i capelli rame.

le mani sottili. il collo della battaglia

e spalle con tante piccolissime ossa.

così io esisto. così io schianto.