E’ uscito nel 2023, per le edizioni Joker, nei nuovi “Libri dell’Arca”, Cento lettere, di Marco Ercolani e Angelo Lumelli. Del volume riportiamo la quarta di copertina, co-firmata dai due autori:
«Che senso può avere questo carteggio (dopo l’era dei francobolli, dei postini…) fra due persone, scrittori, iniziato e concluso tra la primavera e l’estate del 2023? Si tratta di un colpo di testa, di fortuna, di un parlare quasi sottobanco, per vedere se il linguaggio possa essere già nostro, o non ancora? Uno dei due, senza fare nomi, spergiura di non avere mai scritto lettere, d’essere stato sempre in attesa, come se il linguaggio dovesse arrivare da fuori, anche senza di noi… Come mai questa incredulità, poi questa piccola furia? a interrogare, a rispondere su questioni che sembrano di mestiere, come il mestiere di scrivere, ma che dello scrivere osservano il momento critico, il linguaggio interminabile, le sue pretese, il suo fastidio? Ne è nato questo volume di cento lettere (cento perché gli autori si sono accorti che era ora, appena in tempo per smettere). Più che improvvisate, sono lettere improvvise, urgenti ed istintive, ombre del corpo sul foglio, come una letteratura fantasma, in ore tarde. Persone, dunque, più o meno “ammalate di scrittura”, che si scambiano lettere, sempre più ansiosamente, prima e dopo la poesia – come se essa fosse il momento che ci mette a tacere – momento cercato profondamente, ma dal quale uscire, da capo, nell’alternanza dei toni, come suggerisce Hölderlin, colui che ha scatenato questa smania di condividere, di prendere parte comune. Due voci distinte, che non vogliono l’unisono, piuttosto la diversità pura e non mischiata, persone che prima di quest’esperienza s’erano viste quattro volte nella vita, a distanza di anni, improvvisamente accomunate da un verso fatale: «Abita la vita ed è lontana» (Hölderlin: Die Aussicht / La veduta) – che forse non è la traduzione di un verso, ma il collasso di un grande significato, temibile. Come non pensare che questa lontananza sia un’esperienza di vita allo stato puro, la più luminosa follia, quella che il linguaggio trova dentro di sé, appena provocato, pur tenuto a bada dall’esistere paziente, rendendoci creature che amano rimanere?».
Se, come osserva Giancarlo Pontiggia nel risvolto di copertina del libro “ogni silloge di Raffaela Fazio, oltre ad essere uno scandaglio interiore, ha la consistenza di un quaderno morale”, è a questo “quaderno morale” che ogni critico può e deve riferirsi, commentando questi versi. Non sono infrequenti, nella poesia contemporanea, libri che evocano sentimenti essenziali, come lutto, nostalgia, amore. Ma (lo sa bene chi compone versi) non è la potenza di un sentimento a rendere poetica la composizione: è la posizione “etica” del poeta a dare al discorso quell’efficacia che Pseudolongino, nel suo trattato “Del Sublime, definisce come l’adeguatezza dello “stile” al “sentire”.
In Gli spostamenti del desiderio (Moretti & Vitali, 2023), accade proprio questo: si ha la sensazione, da lettori, di leggere la parola adeguata, “giusta” – non una di più, non una di meno – e questo “scoccare” della parola ci rende fiduciosi nel proseguire la lettura. “Se avessi saputo / quanto è vera la morte / avrei silenziato / l’assalto alle tempie / usato altre armi / avrei in me spogliato / fino all’ultima magia il nemico. / Se avessi capito / che la morte non rende ciò che porta via / in battaglia / sarebbe stato il colpo / non questo suono bianco / incessante distorto / di corno / nelle retrovie”. E appena dopo: «Non trovo la misura / del tempo che fu nostro. / Mi pare cambi peso nel pensiero. // So solo che in te tutto era vivo / e che ci tenevamo / come venuti entrambi da burrasche”. Il volume, che inizia esplorando un lutto personale, si chiude efficacemente con diciotto frammenti ispirati al diario della giovane ebrea olandese Etty Hillesum: “(30 settembre 1942. Essere fedeli / a ogni pensiero / che ha iniziato a germogliare / a ogni sentimento. / E ovunque si è / essere lì / al cento per cento” // 3 luglio 1943. Mi raccomando, amici / rimanete/ al posto di guardia / se in voi, nel profondo, / ne avete già uno. / Per me non siate infelici”. Raffaella non cerca invenzioni o superbie di stile. Abbrevia, concentra, espone: cerca il posto di guardia da cui testimoniare, il suo spazio nella e la vita terrena, per sé e per gli altri. I versi sono brevi, la sintassi sobria, ma è proprio in questa austera semplicità che accadono nuove epifanie, nuovi ascolti: «Respira. / La notte è fatta d’aria». Per ritornare al tema della “giusta parola”, della scelta precisa che include il suono di quella parola ed esclude gli altri, citiamo ancora la voce del poeta, che non esita ad essere, come la freccia si conficca nel bersaglio senza che la voce tremi: «da lontano vedremo chi siamo / non più noi / solo quello che amiamo // non esatto ma giusto / ogni tratto / ogni suono già udito / ma nuovo».
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Antologia
Nessuno ha detto tutto in vita.
Chi muore soffia
attraverso la fessura
un vapore di nubi
per chi resta
per chi alzando la testa
di volta in volta
nel bianco ritrova
un profilo
e nel silenzio il farsi
di un discorso
più lento, a prova
di tempo
ma ormai privo
di punti cardinali
un bianchissimo buio
in cui tutto è leggibile
tranne l’essenziale
forma della gioia.
*
Ritorna.
Scegli tu l’ora.
Nulla occorre che tu mi prometta
o che accada.
Ma aspetta
che ti riconosca.
Sii vero. Ritorna
perché riesca a lasciare
che vada.
*
La cella
Riesce a stringergli la mano.
Ma le sbarre sono carne.
Buio senza finestrella.
Dietro al corpo c’è un foro
come un occhio alla rovescia
forse eterno.
È a quell’occhio
che lei fa da sentinella.
*
Forse è così che impara la misura
chi ascolta
dopo anni di clausura
il rompersi inatteso dei portali
il buio tutt’intorno non più a pezzi
e l’orbita di un corpo
che è fatto di silenzio
più di quello che da piccola tenevi
in fondo a un pozzo.
*
Tanto nero
ma solo
raggiunto il fondo
senti
che non ha materia.
È un foro.
Non dissimile
dal cielo.
*
Accade
che la via maestra sia già pronta.
Nei figli, la notte si fa cava per il giorno.
Nelle tre prime rughe intorno agli occhi
il volo ha il suo corredo.
E in ogni morte
(anche la più lontana)
mette radici
il nostro ultimo congedo.
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*I testi sono tratti da: Raffaela Fazio, Gli spostamenti del desiderio, con prefazione di Alfredo Rienzi, Moretti & Vitali 2023.
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Raffaela Fazio nasce ad Arezzo nel 1971. Dopo aver vissuto all’estero per dieci anni, si stabilisce a Roma, dove lavora come traduttrice. È autrice di pubblicazioni nel campo dell’iconografia cristiana e di diverse raccolte poetiche. Ha tradotto Rainer Maria Rilke, Edgar Allan Poe, Renée Vivien.
Il tempo ammutinato (Partiture), Book editore, 2023, è un libro sull’amore, amore della e nella parola, che indaga l’essenza fra vita e creazione penetrando le fibre linguistiche dei singoli versi. Il verso di Dante (Paradiso, IX, 81) “s’io m’intuassi, come tu t’inmii”, è il verso che mi affiora subito alla mente se leggo tutte d’un fiato le poesie di Silvia. La sua scrittura è un inmiarsi nel tessuto intimo della parola: spazi, virgole, linee, accenti, lineette, grafismi musicali, ci raccontano il codice miniato della sua poetica, come in un fiorire mai antico, sempre attuale, sempre pulsante.
Ecco l’indice del libro:
1. ma, fiorisce dunque la parola
2. tu, allora, fiorisci —
3. sottile, a microchiarore!
4. silhouette
5. i-mmortale proclamo te
6… incògnite tue rose, plasmate –
Scrive Silvia alla fine del libro: «Il tempo ammutinato (partiture) approfondisce una ricerca sull’essenza della parola e su tematiche già affrontate in precedenti raccolte, Silhouette e sottile, a microchiarore!, e per questo due delle sei sezioni della presente silloge sono introdotte con la stessa denominazione. Queste due sezioni non sono però la riproposta di opere già pubblicate, piuttosto sono la testimonianza di come esistente pensiero e parola siano in continuo movimento nascente. Un movimento nascente che si fonda sull’essenza della parola, sugli infiniti grembi che ogni parola, nel suo essere vita e creazione, contiene. Centrale sempre, in questa prospettiva, è il dialogo e l’ascolto della parola per farne fiorire tutta la vita che è e che racchiude».
La copertina del libro, una libera elaborazione grafica da L’impero delle luci, II, di René Magritte, ci parla di questo stato albale, o quasi notturno, della parola: di un tempo ammutinato agli altri tempi, libero di fluttuare nello spazio della pagina (Silhouette di rosa non rosa // la bruma che atterra ombra e paura : l’occhio // reso dettaglio di forti fruscii di voci”).
Silvia prosegue nel suo lavoro, mite e determinato, di dissolvere il senso del discorso in una fioritura di parole che inventino, attraverso i libri, un illimitato e fluido giardino, non un “paradiso” sigillato nei suoi confini (“amo il solo amare che appare in orizzonte / del tutto senza ciglia : terra comparsa alla mia porta, / còme, come mondo ai margini del mondo”). La poesia di Comoglio è da ascoltare come un’opera di Messiaen, dove i suoni sembrano non localizzarsi nella precisione della scrittura musicale ma sempre fuggirne a lato, come canti di uccelli, vibrazioni ultraterrene. La poesia “ultraterrena” di Silvia rifiuta il “dire” mistico e la sua retorica, per essere “mistica” nel modo con cui dispiega le parole sul foglio e ci persuade a cantarle con sé. Se l’occhio è “reso dettaglio di forti fruscii di voci”, è proprio perché l’occhio non può parlarci con l’intenso bisbiglio delle voci, anche intonate su tonalità diverse, dal maggiore al minore, intessute in una “cantata” non profana, polifonica e arcaica, terrena e ulteriore, verbale e non verbale, amorosamente aperta al dialogo. Silvia, in questo libro, ci offre la summa del suo lavoro, la musica del suo Paradiso. A epigrafe di Il Tempo ammutinato è citato Flavio Ermini: «L’esperienza poetica del pensiero coincide con il moto nascente della lingua». E come ignorare che, dentro il titolo stesso, dentro la parola visibile “’ammutinamento”, si nascondono parole segrete come “muti” e “nato”, che evocano fantasmi di silenzio e di nascita?(M.E.)
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Silvia Comoglio ha pubblicato le sillogi Ervinca (2005), Canti onirici (2009), Bubobubo (2010), Silhouette (2013), Via Crucis (2014), Il vogatore (2015), scacciamosche (nugae), (2017), sottile, a microchiarore! (2018), Afasia (2021), Il tempo ammutinato (2023). Fa parte del Comitato di Lettura di Anterem Edizioni e del Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano.
Nel dicembre del 1945, Artaud scrive a Henri Parisot:
«Mio caro amico, c’è uno spirito che, non appena avrete ben compreso tutta la situazione, si è impossessato di voi e che, quando vedrete il meraviglioso davanti a voi, scenderà dalla vostra testa ai vostri piedi e dirà: non ci crederò, non l’ho visto. Merda».
Una volta di più, Artaud ha l’ultima parola, la parola della fine. Perché l’antagonismo della follia non è forse proprio questo?
Lui o noi.
L’Altro o la Merda?
(traduzione di M.E.)
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Il testo è tratto da “La strana densità del testo folle”, in: Monique Plaza, Ecriture et folie, Perspectives critiques, Paris 1986.
La poesia irta e arcaica di Pibiri turba per la sua icastica energia, perché quell’energia emerge da un groviglio di oscurità. L’impressione, come scrive Antonio Fiori nella postfazione dell’ultimo libro di Antonio (Nell’entusiasmo di non sapere, Effigie, 2023), è quella di un viaggio verso continenti nuovi, nelle idee e nella lingua: «…così il vero scrittore avanza nelle sabbie mobili del dubbio, nella baudelairiana foresta dei simboli, nella landa di un’etica che riserva solo domande senza risposta». D’altronde, a epigrafe del libro, Pibiri riporta queste parole di Luigi Nono: «Dobbiamo sapere di poter precipitare in ogni momento, ma cercare, comunque, cercare sempre, l’ignoto». Questa poesia straniante, lucida, insondabile, che si tiene lontana dai territori del senso, li attraversa per trasfigurarli: «Nel mezzo del diario / donna ritenuta folle / perché in reato di emissioni / fischi filanti di uccelli // trascinata via dalla boscaglia / al rogo, giocava coi sensi, nel trascolore / delle ombre, con i seni al vento / i capelli intonsi nel transtellare // E stregoneria la sentenza / per tentativo bizzarro / di erotizzare le pietre / Sa come compiacere Dio». Pibiri cerca, fra musica e scrittura, nuovi enigmi. Alcune delle sue poesie, come nei Preludi di Debussy, portano il titolo in fondo alla pagina, in corsivo e fra parentesi, sottolineando il loro essere improvvisazioni musicali. «Dovrò esser grato al baritono / la sua voce porge un Lied / mentre gli ospiti prendono posto / tra vani e tintinnio di calici / sorride il pianista amatoriale // Fluendo fuori dalla villa patrizia / i bambini fanno giardino a sé/ Qui sul lago il mattino è certo / l’aria s’imponfa di oleandri…». Queste poesie stupite, ermetiche, inafferrabili, astratte, ci mostrano come la conoscenza poetica sia sempre un percorso obliquo, nomadico, che mai si concilia con un supino arrendersi alla logica del discorso. Il libro, fuori tono, resta un oggetto alieno, che nessun critico potrebbe classificare e da cui nessun lettore sarà consolato. (M.E.)
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Antologia
Sotto il mantello verde
le ossa musica di avorio
il piede scosceso sul pozzo di ciclamini
una pagina addormentata
del sacro guardare gli animali.
Dietro il mantello azzurro
il corpo impensabile di Maria
o un guanto rivoltato di stelle
gli ippocampi di Hubble.
Nell’entusiasmo di non sapere
sverna il tuo nome fanciullo
in entrambe le direzioni
nessuna colonna d’aria si alza
nessun sentiero di parole azzarda…
*
L’amore è il solo
a poter dire grandezza
di “Non sono qui per me…”
e chi altri
qui che aspetta
da lentissimo il crepuscolo
proprio ora inizia
a intrecciare i suoi canti
in un chiaro infondato
e colma la distanza l’udito
fino al punto in cui
un’altra distanza estranea
e coinvolta s’apre al tuo udito
trema le melodie
da quel punto sbreccia
procede e tu non sai
se quell’acuto brillìo
dice del ritorno
come barcarola a sera
su labbra di gondoliere
o di un Oltre accenna, di
arduo, tremendo forse segreto
dove tu non sei più
inizia
*
La goccia ipnotizza il vaso
è in suo potere, in scacco
benché sia traboccante
benché sia vuoto
e nessuno se ne avvede
benché si possa cadere a guarigione
anche su una comune via cittadina
e riaversi da cecità senza
potenza di luce, senza cavallo
senza i giardini ombrosi a Damasco
*
Leggere come se trovassi.
Il cammino come restare.
L’’inizio, la fine qui alla via
e a prua un Magellano stanziale.
La riva dello scultore sul tuo viso
con dita affondate nel volto,
le dita dove termina paura
e ricomposta chimera già qui
un unico corpo
*
L’oleandro nevica addosso il suo candore
il suo cadavere
sopra il corpo tagliato dal marmo
Nel vetro della squallida bottega
nel riflesso sale una bambina
dal pendolo, l’altalena è slancio, grido
al cielo che rapisce per sé i morti e i vivi,
dinamiche troppo a lungo ignorate
dalle scienze della terra
Quelle cigolanti catene hanno sì radici
anch’esse, ma ascolta, suonano a volte
come flauti
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Antonio Pibiri (Sassari, 1968). Pubblica Il mondo che riimane (Lampi di stampa); Le matite di Henze (ibidem, 2016); Chiaro di terra (L’arcolaio, 2017); Il prezzo della sposa (ibidem, 2018); In cosa consiste il lavoro (ibidem 2020); Nell’entusiasmo di non sapere (Effigie, 2023). Si interessa di scrittura creativa e di musicologia.
Sono un programmatore e progettista elettronico. Ho lavorato per molti anni in diverse emittenti televisive come sviluppatore di sistemi. Dal 2003 collaboro con artisti e curatori per la realizzazione di musei e mostre multimediali interattive in Italia e all’estero, curandone anche l’illuminazione. Da qualche anno mi sono interessato alla fotografia creativa e a nuovi modi di comunicazione multimediale attraverso oggetti interattivi che sviluppo.
*
Pasado pisado
Il titolo proviene da un modo di dire spagnolo che significa “lasciare andare le esperienze negative del passato”, anche se in questo caso sarebbe proprio il contrario. Ho cercato di illustrare una serie di episodi vissuti da bambino e da adolescente, tra i 9 e i 16 anni, periodo molto difficile per me, dovuto, oltre al naturale passaggio dall’infanzia all’adolescenza, a grossi problemi familiari. Per contrastare l’incertezza del mio intorno e la profonda solitudine nella quale vivevo, mi sono rifugiato in un mondo fatto di esperimenti, invenzioni e molta fantasia. Ho pochissime fotografie che possano testimoniare il mio passato, perciò ho cercato di comporre le immagini attraverso elementi evocativi che mi ricordano quel periodo vissuto .
Sindibad il marinaio era rientrato da un pezzo, l’ultima occhiata per Mahdiyya, la favorita delle favorite, che ogni sera danzava e cantava per lui diffondendo profumi nell’aria. Per tutta la notte il suo splendido palazzo restava avvolto da quei profumi. Ma, quella notte, il suo sguardo cambiò come cambiarono le notti che seguirono.
Quella notte, si era disteso sui suoi cuscini di seta, in silenzio. Non toccando quasi cibo. Distrattamente accarezzava i suoi tre cani, mentre Sindibad, il facchino, gli sorrideva impacciato, incerto se andarsene o restare. Perché di solito il marinaio raccontava, gli raccontava sempre qualcosa di nuovo dei suoi viaggi, aggiungendo ogni volta dettagli anche minimi alla trama centrale della narrazione. E gli occhi del facchino, desideranti, stupiti, invidiosi, non smettevano mai di fissarlo. Era molto stanco, in preda a un malessere così visibile che la terza moglie, la più sensibile e apprensiva, venne a informarsi, con un bisbiglio, della sua salute.
Sindibad il facchino non aveva occhi e orecchi che per lui, il marinaio. E più lui taceva, e più l’altro prendeva il coraggio di guardarlo dritto in faccia con quegli intollerabili occhi da predatore, intollerabili come tutto del facchino era intollerabile: il viso rugoso e scialbo, la barba incolta e sporca, le mani rozze e deformi e la grande gobba che gli era cresciuta a forza di sopportare pesi e rinunce, bagagli e delusioni.
E più il tempo passava e il marinaio taceva, più gli orecchi del facchino avevano fame di parole, fame del suono della sua voce ed anche i suoi occhi avevano fame di visioni che gli entravano nella carne per non uscirne più. Poco a poco, la grande inquietudine del marinaio si mutò in angoscia, paura, infine terrore. Ad un suo cenno, Mahdiyya aveva smesso di danzare, le mogli il loro gaio e sommesso cicaleccio, i servi andavano e venivano in punta di piedi. Si era alzato di colpo, imboccato di corsa le scale ricoperte di soffici tappeti, guadagnato le stanze private come in fuga. Adesso stava supino sul letto, immobile, le membra pesanti, gli occhi spalancati.
Era forse lo specchio che rivestiva la parete a tenerlo sveglio? No, lui era abituato a specchiarsi, a raddoppiare in altezza e ampiezza la sua bella stanza, a godere due volte del corpo di Mahdiyya, sia quando la teneva stretta a sé, sia quando non era che un’immagine riflessa, lontana e incorporea. Vi sprofondò lo sguardo cercando in quella luce di cristallo qualcosa che forse già intuiva ma che stentava a prendere forma.
Restò così finché un impercettibile sussurro scosse le tende del letto: pian piano, si misero a frusciare. Poi anche i pesanti, preziosi tendaggi che avvolgevano la stanza si mossero in un senso e nell’altro: e un vento di burrasca rovesciò le ampolle d’oro dai tavolini e tutto il vasellame sparso sulle cassapanche. Tremavano i forzieri d’argento e i cani, accovacciati sotto il letto, mandarono insieme un lungo latrato.
Sindibad non si mosse, non corse alla finestra, non chiamò i servi. Sapeva che fuori tutto era perfettamente tranquillo e non aveva nulla da temere: luna, stelle, cielo, orti e palmeto, ogni cosa era al suo posto nell’aria sospesa dell’estate. Il vento era solo lì, nella sua stanza e in nessun altro luogo, mentre lo specchio che rifletteva l’immagine di un uomo mollemente sdraiato, si incupì, fino a cancellarlo, e qualcosa simile a un profilo di nave, con la poppa sollevata, le vele candide e gonfie, emerse, con uno strano bagliore, da quella liquida oscurità. Il pavimento oscillò, spingendo sgabelli divani e cassapanche al centro della stanza: il letto scricchiolò. Sindibad chiuse gli occhi. Era giunta l’ora di rimettersi in mare. Il volo radente di uno stormo di gabbiani s’impigliò nelle sartìe con strilli simili a gemiti umani, qualche flutto si alzò qua e là sugli altri insieme a brevi raffiche di un vento che nessuno riuscì a capire da dove venisse. Ci fu un attimo di silenzio, sul mare e la nave, quel silenzio che non sembra mai finire e precede il segnale d’inizio di una battaglia. Gli ordini del capitano lo interruppero. Seguì, all’unisono, l’urlo potente della ciurma. Gli uomini presero a correre per tutta la nave, ognuno alla sua postazione difensiva.
Infine la tempesta esplose con un fragore tremendo e in un lampo squarciò vele, fece a pezzi remi, spazzò via timone e albero maestro, rovesciando valanghe d’acqua ribollente fin giù dentro le stive. Sindibad fu sbattuto sulla tolda da una raffica gigantesca, piagandosi in tutto il corpo, mentre vento e marosi si accanivano su di lui. Simile all’assalto improvviso dei pirati, a uno scontro con le balene, agli attacchi imprevisti della natura o degli uomini in cui si correva il rischio di soccombere, l’arrivo della tempesta segnava il punto d’incrocio di due sguardi: gli occhi spaventati di Sindibad il marinaio incontravano i piccoli occhi maligni di Sindibad il facchino. Ma, una volta scongiurato il pericolo, trovandosi fortunosamente aggrappato a un legno o sopra una zattera che lo conduceva in salvo, il marinaio subito si dimenticava del facchino, di quegli occhi terribili che si allontanavano da lui come sempre si allontanano i venti e le tempeste dal mare, lasciando infine spazio alla bonaccia: e allora cominciava a pensare che tutto quanto gli era accaduto lo avrebbe raccontato al suo ritorno a casa, davanti alla sua gente, ma in particolare lo avrebbe raccontato a lui, a Sindibad, l’eterno invitato. E ne pregustava il piacere.
Aveva sempre fatto così: sia quando, prigioniero del sultano Abd As Samad, poco mancò venisse impalato come un traditore o quando restò sepolto vivo in una grotta e si nutrì del cibo per i morti o naufragò su isole sconosciute o camminò solitario aggredito dalle febbri e dai ladri. In tutti quegli attimi di smarrimento in cui il tempo sembra aprire una voragine e ci si chiede: perché sono qui? dove sto andando?, ecco che gli appariva lo sguardo ferito di Sindibad, il facchino, il suo volto grigio, il suo sorriso ironico. E allora, più caparbiamente, riprendeva il viaggio, raddoppiando con rabbia commerci e imprese, barattando instancabilmente mercanzie, uomini e navi per non dover incontrare quello sguardo.
Ormai da tempo, nella nicchia sottoprua che raggiungeva alla sera ogni volta più stanco, filtravano voci e odori familiari – le cantilene delle mogli al bagno, i movimenti flessuosi di Mahdiyya, il suo corpo chiaro e le sue carezze, l’affaccendarsi dei servi, i richiami dai giardini, i volti degli amici, gli scorci della città natale con i suoi vicoli freschi e animati, il tepore del letto di casa e l’abbaiare festoso dei suoi cani. Sentimenti di irresistibile dolcezza – così estranei alla nave e al suo presente – contro cui si scopriva sempre più indifeso. Insieme a quei sentimenti, cominciava a chiedersi quanto tempo fosse passato da quando era partito. Era allora il momento di tornare. Splendente di luci e di fontane zampillanti, il palazzo di Sindibad il marinaio era tutto spalancato per mostrare a chiunque le sue meraviglie. Per sette giorni e sette notti, lui, ininterrottamente, raccontò. Il palazzo traboccava di gente di ogni età e condizione e chi non era riuscito ad entrarvi si accalcava nei giardini, arrampicandosi dove poteva, su muri, alberi e cancelli, perché nessuno voleva perdere una sola parola del racconto.
C’erano anche il Gran Visir in persona, con la corte al completo di ministri, segretari e valletti e poi tutti gli amici, nobili e meno nobili, mercanti di terra e di mare, parenti stretti e lontani, tutte le mogli, le favorite e gli innumerevoli figli. Ma Sindibad non se ne curava. Seduto al centro dell’immensa sala, non aveva occhi che per lui, l’eterno invitato, che gli stava di fronte, e lo guardava. A voce alta, con frenesia e passione, nel silenzio assoluto dei presenti che quasi non respiravano, Sindibad il marinaio narrava le sue avventure straordinarie. E non appena lo coglieva la stanchezza e le fiamme dei bracieri davano segno di affievolirsi, i servi si affrettavano a ravvivarla con delle grandi torce mentre lui si rinfrancava con una coppa di vino che Madhyya gli porgeva, premurosa. E subito riprendeva a raccontare: e più descriveva gli avvenimenti e le meraviglie incontrate, le pene sofferte, le prove superate e quanto felice fosse stato di questo e altrettanto dei pericoli e dei patimenti subìti se, appunto, ora poteva stare lì a raccontarli e a riviverli facendoli rivivere negli occhi e nel cuore degli ascoltatori, e più gli pareva che Sindibad il facchino s’ingrigisse, s’incurvasse, vinto da un peso invisibile.
Al settimo giorno, Sindibad smise di raccontare. Le ultime sillabe gli morirono sulle labbra in un bisbiglio incomprensibile, e pallido e stremato, si abbandonò sul divano. Di colpo si spensero le luci festose del palazzo, l’acqua delle fontane cessò di zampillare, si tirarono le pesanti cortine come a fine spettacolo e gli spettatori – increduli, ammirati, invidiosi, stupefatti, e chi soltanto felice di quanto aveva udito e imparato – tornarono a casa. Le mogli e i figli si erano addormentati da un pezzo, anche Mahdiyya si ritirò insieme ai servi. Nell’immensa sala, deserta e buia, l’uomo di mare e l’uomo di terra restarono soli, l’uno di fronte all’altro.
Il giorno dopo, quando i servi andarono a svegliare il loro padrone, scoprirono, rannicchiato nel letto, un vecchio dal viso rugoso con una grande gobba. Era morto. Grigio, lo specchio della stanza non mandava più nessun bagliore.
*Il testo è stato pubblicato, in una prima versione, per le edizioni Pirella nel 1985, nella collana I Genovini.
Nottario è la vita capovolta, in un certo senso mondata dai rifiuti diurni. È’ una risonanza a cielo aperto che va a indagare in interstizi rimasti al buio, e il buio omeopatico si nutre di altro buio per illuminarli. Non è un viaggio al termine della notte perché da quelle parti già albeggia, ma dentro la notte dove le viscere dell’anima, sconosciute e quindi notturne, vengono scomposte e rimescolate in un organico disorganico. È un’operazione chirurgica incompleta su di un’anima lasciata libera di scappare dal corpo poetico per inseminarsi qua e là col tepore gelido della notturnità. La scrittura è il suo reparto di terapia intensiva: l’autore la mantiene viva con una respirazione bocca a bocca, cioè cura se stesso e si salva, bulimico e anoressico, in double face.
Spargere frammenti spettrali, coriandoli di un tragico carnevale, è il metodo preilluministico di questa alchimia che riesce, appunto magicamente, ad allineare profondità e leggerezza.
Che piacere addirittura fisiologico, Marco, leggere Nottario! Con che trasparenza enigmatica hai scritto pensieri profondi e labirintici, talvolta indecifrabili eppure domestici, angosce ancestrali di noi terrestri, o semplici astrazioni come nuvole verniciate, che senso di condivisione hai creato là dove per diritto potevano (e sono) cose esclusivamente tue, personali. Ci hai illusi di appartenere ad esse, sei il titolare di un circo onirico, ci hai fatto sedere ai bordi della pista e hai inscenato i numeri dell’inconscio senza rete di protezione per eventuali cadute! Sei bravo in questa mistura di formule segrete dove hai mescolato rantoli trattenuti e beatitudini oppiacee dosando in grammi il nostro povero destino! Fossimo tutti bravi così, invece di scrivere pesando sempre tonnellate! Nottario è un’orzata estiva anche se esce da un inverno interiore.
Si può camminare attraverso un poema cogliendone in prima battuta il flusso delle parole come si intuisce una matematica segreta?
*
La musica di un altro pianeta è la musica di questo pianeta.
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A sciame: come se tutte le ombre volassero via lasciando parole.
*
Iniziare i versi e non sapere per quale ipnosi vanno e in quale miraggio ti guideranno.
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Sequenze libere, come in Aura di Maderna. Ma sempre, sotto ogni nota, lo scrigno di una melodia struggente.
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Mancare il senso inventa la struttura stessa. Il rigore al centro della lacuna.
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Il lettore, errante, sa e non sa: “è esserci com’era il mondo / quando era
mondo”.
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Quando, leggendo, rinasci a ogni verso, “non devi sapere nulla / per rimanere in vita”.
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Materia si mescola a materia, cosmo ad amatriciana, giglio a barattoli. Come un frammento sia e debba essere arcata di ponte.
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è fuori dalla lingua / è fuori dalla madre / la sua testa un’estasi”. Il mondo manca nella tragica felicità di mancare, dissolto in sciame.
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“un rogo tascabile”, “la puzza del crollo prima del crollo”. Il poeta anticipa la scomparsa e la possiede.
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Perché non si smette di devastare il mondo, le lingue: “andare a sopravvivere su un altro / pianeta natale e devastarlo / e sciamare via e via così”.
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Chi si ferma nel centro della sabbia? Chi legge fra occhio e cervello? Chi attende la lingua?
*
Raramente, un libro è maschera così ferina e delicata, dove il bianco della luce sicula è il nero del gorgo che la nutre.
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un lungomai lunghissimo oltremondo / un terreo moto uno sciame un sisma”: il poeta sentirà il crollo prima che le parole si dischiudano nel boato.
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Sanguinato sfigurato tagliente mondo: la parola può renderlo un liscio diamante ma non ne attenua i prismi.
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Se Dinu Lipatti, nel suo ultimo concerto di Besançon, trasforma i Valzer di Chopin in cristalli felici, non muta il mondo ma lo prepara a morire in una musica altra.
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*e la storia che apre a capo / con un capo mozzato” ci presenta una parete inconsolata, dove le lacrime si sono già rapprese in parole.
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Ogni scrittura compone una sua musicale idea di deserto. Ma esiste un deserto meno remoto di questa distesa composta di dune fredde e bianche, che non emanano calore. Esiste un deserto in perpetuo movimento, composto non da pulviscoli di sabbia che il vento trascina ma da innumerevoli gocce d’acqua: è, naturalmente, quello che si chiamava mare.
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Un io volatile e trasversale si trasfonde da prosa a poesia, strofa per strofa intona i suoi temi ossessivi.
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“ai piedi del rogo accendo il pescheto / non un diluvio intorno ma la purpurea / non è che un ronzio digitale perenne / perpetua tigre fulva e per sempre”. La Tigre di Blake non si è mai nascosta, né ha mai perso il colore del suo manto. Anche nel silenzio occupa ogni pensiero, come la musica mai scritta, nel finale del Gordon Pym di Edard Allan Poe, che dovrebbe, di quella grande apparizione bianca, restituirci un canto interminabile, un ostinato alla Ligeti.
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e conta fino a due e ancora dice / non conto niente sono qui / fuori in forma di niente”. Ma è proprio la forma a preparare la vertigine del libro. (M.E.)
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ANTOLOGIA
La stanza dell’acqua non ha più
acqua è perfetta in una stanza
perfetta ma il gradiente cosmico
e la costante struttura fine
non immutabile valore fluttuante
ecco l’imperfezione: la poiana che
fa il verso allo spirito santo mi fa
il verso mentre sprofondo verso
l’alto barcollo e manco il senso
non ho il minimo buon senso
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teoria del grande uno:
l’albero ha i suoi numeri uno
a mille metri sul livello del mondo
la chiara foglia centifolia
tutti gli autunni ed ogni autunno
il suo nome rimbalza a fucilate
ora sotto l’albero è ancora altitudine
è resuscitare la voce alla radice e per
essere luogo farsi luogo per essere
mezza viva non farsi viva mai più
tanto l’aldilà lo vedi? è nell’aldiqua
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ciò che è fuori lo è senza revoca
né tra una vocazione e dice
l’altra mi trascende scende
nella gola di traverso flauto e
fende la forma del verso minima
e conta fino a due e ancora dice
non conto niente sono qui
fuori in forma di niente
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Questa non ricorda di essere al mondo
e scordato è tutto il testo e del resto
è solo chi scorda se stesso ed è
un vuotoverso intero e non ha controllo
e se n’è fatta una ragione o due?
E trascrive musica e parole
da altra musica dall’altro mondo
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Maria Grazia Insinga nasce a Milazzo nel 1970. Docente di pianoforte, inventa il premio di poesia per i giovani “La Balena di ghiaccio”. Fa parte del Comitato di lettura di Anterem e della giuria del Premio Montano. È tradotta in romeno, francese, inglese, spagnolo, russo.Tra le sue pubblicazioni Persica (Anterem 2015), Ophrys (ibidem, 2017), Etcetera (Forina, 2017), La fanciulla tartaruga (iibidem, 2018), Tirrenide (Anterem 2020).
L’arte che si limita a restituire l’ottica convenzionale mi appare priva di creatività. Può essere utile solo a coloro che cercano il loro bene nell’accecamento e mi chiedo se non siano costoro che bisognerebbe definire nichilisti.
Il testo è tratto da: Jean Dubuffet, “Bâtons rompus 1986, (traduzione italiana di Luigi Sasso “A ruota libera“. Graphos, Genova 1997).