Spesso il tentativo di riabilitare una malattia non è che una scusa tirannica quanto la malattia stessa. Non c’’è niente di nobile nelle trasgressioni, nelle finzioni del Carnevale. Ne ha parlato Bachtin, Michail Bachtin, Medioevo, Rabelais. Ed è vero quello che scrisse, prima di deporre per sempre foglio e macchina da scrivere, Amelia Rosselli, pavone/prigione. Ecco, questa rima. Non sappiamo quanto volontaria. Pavone come uccello dai cento occhi. Cento occhi come la CIA. Il pavone [pavo cristatus] della schizofrenia, dell’io irreparabilmente al di qua del tu, sospettoso, paranoico. Il piumaggio della coda del pavone maschio del gigante Argo Panoptes, un gigante di cento occhi, che, quando dormiva, ne chiudeva cinquanta per volta. Argo è anche astuzia. Guardingo, pupille dinamiche, tutto sotto controllo. Il razionalismo di ogni piano di sterminio. Rosselli sterminata dal suo demone. Pavone/Prigione. Amelia è morta in carcere. Nel grembo del suo carnefice cioè del pavone gigante. È stata suicidata dalla furia omicida di una civiltà ancestrale, ctonia, Olmechi, Aztechi, Irochesi. Civiltà pre-colombiane. Variazioni belliche è un catalogo di aggiornamento. Di stragi. Sacrifici tramandati. Perpetuati. Di padre in figlio, sacrificio. Ostia. Dolore che inghiotte. Dolore di una guerra. Cristologica, Amelia. Il suo Jesù, da lo cuore spinoso, così millenario, confuso al grido di protesta di Rocco Scotellaro, non può che essere l’invocazione di una vittima. In questo caso, Cristo e Amelia sono la stessa persona e lo specchio è la croce. Sì la croce è lo specchio (20/9/2023).
Il libro più recente di Flavio Ermin è, Antipensiero. Fabula, pubblicato nel 2023 dalle edizioni Moretti & Vitali nella sezione “Narrazioni della conoscenza. Andar per storie”, con introduzione di Lucio Saviani. Punteggiato da mappe, disegni, fotografie, atlanti, il libro-parabola è formato da frasi ellittiche, infantili, che derivano da immagini, ossessioni, pensieri di Flavio. Le parole, come scie di comete, scorrono in un paesaggio sublunare, fiabesco, dove i personaggi, bambini o adulti che siano, si trovano a pronunciare misteriosi inizi di narrazioni (“sulle macerie giocavamo a nascondino”), dentro i quali non accade nulla. Come sempre, Ermini non cerca significati. Oggi non vedente, l’autore fa accadere parole che si chiamano una nell’altra, senza il velo pesante di un pensiero, fluttuando in una loro delicata cosmogonia. Ne nasce un libro lieve e senza dolore, forse il primo di una nuova stagione della sua vita letteraria. Osserva Saviani: «È come leggere frasi dette o ascoltate in sogno, ricordate e appuntate al risveglio da un sogno, o forse da sogni in un sogno, di cui non si ricorda la storia…Frasi lineari che sono linee di labirinti in cui di continuo si smarriscono e si ritrovano, faccia a faccia, i personaggi e il narratore, diventando nell’occasione anch’esso personaggio». (M.E.)
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Da Antipensiero
La bambina portò sulle macerie un’altra bambina. Insieme cercarono le chiocciole sotto le pietre poi cercarono il labirinto per giocare.
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Per tutto il mese la bambina portò altri bambini sulle macerie
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Il bambino accompagna i suoi compagni di classe nel cortile.
Il bambino e la bambina stabilirono così un nuovo Essere.
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Flavio Ermini è poeta, narratore, saggista. Dirige dalla fondazione la rivista di poesia e ricerca letteraria “Anterem”. Perr Moretti & Vitali pubblica: Il moto apparente del sole, L’originaria contesa tra l’arco e la vita, Il secondo bene, Il giardino conteso e Edeniche. Configurazioni del princjpio (Poesie 2010-2019). Con Lucio Saviani dirige la collana “Narrazioni della conoscenza”.
Chi era quell’uomo che, in una prima mattina di luglio, scese a Ponte Ronca dalla corriera proveniente da Bologna proprio il giorno dell’inaugurazione della Festa Grossa del ‘38? A prima vista poteva sembrare un attore, un prestigiatore, un alto dignitario reale se non un bizzarro impostore. Elegante e azzimato com’era, con in testa una bombetta così fuori dal tempo, indossava un panciotto damascato multicolore, il cravattino nero, i pantaloni del tight da cui uscivano due scarpe bicolore di vernice, pareva un agente delle pompe funebri improvvisamente impazzito.
Gli avventori del bar Centrale lo guardarono passare e, sogghignando, pensarono si trattasse di un nuovo imbonitore pronto a vendere ai più ingenui un elisir di lunga vita. Era sceso dalla corriera senza un vero bagaglio da forestiero, portando con sé soltanto un tavolino pieghevole di legno e uno sgabello, anch’esso pieghevole, con la seduta di tela. Non doveva avere più di quarant’anni, il viso fresco e la barba curatissima sembravano contraddire il colore dei capelli precocemente brizzolati. Gli occhialetti rotondi da miope gli conferivano un’aria intellettuale. Sotto il braccio stringeva un pesante libro con il dorso di cuoio e la rilegatura in cartone marmorizzato.
Senza dire una parola, senza chiedere informazioni a chicchessia, s’incamminò per la stradina che costeggiava il torrente Ghironda che, in realtà, di torrente aveva ben poco, era niente più che un fosso di pianura dove, qui e là, starnazzavano alcune anatre. Oltrepassò la chiesetta della Madonnina, il portico dei Desideri, prese la strada che portava alla Festa Grossa come chi sa esattamente dove andare.
Giunto nella piazzetta dove alcuni zingari stavano finendo di montare la giostra, si fermò a guardare. Il tiro al bersaglio era già stato montato e un omino coi baffi dalla pelle scura stava posizionando i cerchi concentrici rossi e bianchi dove, di lì a poco, avrebbero sparato con carabine caricate ad aria compressa. Dopo aver salutato il donnone che ordinava in file perfette le seggioline del teatro dei burattini, si guardò attorno e aprì il suo tavolinetto tra il tiro al bersaglio e il teatrino. I pochi astanti non potevano immaginare l’ilarità che avrebbe suscitato, nel pubblico che stava per arrivare, il grande cartello che appose con due puntine da disegno sotto il suo tavolo. Scritto con caratteri vagamente gotici, in buona calligrafia, riportava quanto lo sconosciuto aveva da offrire agli uomini e alle donne della Festa Grossa: SI VENDONO PAROLE, PAROLE UTILI E RISOLUTIVE PER TUTTI, PREZZI MODICI E PER TUTTE LE TASCHE.
Alle dieci del mattino la festa era già animata da forestieri, paesani e gente dei dintorni, ragazzi, bambini e famiglie vestite a festa. Molti erano venuti da Crespellano, da Bazzano, alcuni perfino da Savigno e da Ponte Samoggia. Lo strano uomo con la bombetta era diventato l’argomento principale di conversazione e oggetto di dileggio, scherzi e sfottò. L’unico che sembrava disinteressarsi di questo trambusto era proprio lui, lo sconosciuto, che continuava imperterrito e imperturbabile a leggere il suo libro come se il mondo attorno a lui non esistesse, come se stesse leggendo in un luogo desolato e deserto. Nessuno aveva osato chiedergli qualche spiegazione. Domandargli magari perché qualcuno avrebbe dovuto pagare per qualcosa che è alla portata di tutti, liberamente e gratuitamente, come le parole. Nessuno gli aveva chiesto cosa potevano avere di così speciale le parole che lui creava, tanto da dover essere pagate.
A dire il vero, qualcuno c’era, tra il pubblico della festa, che avrebbe pagato volentieri per alcune parole. Spartaco Landuzzi, un giovane tornitore figlio di una socialista e di un anarchico, quando vide il cartello affisso sotto il tavolino pensò, senza punto stupirsi, che avrebbe pagato bene, in lire sonanti, la parola Libertà e ancor di più la parola Socialismo. Avrebbe dato volentieri tutti i soldi che aveva in tasca per ascoltarle risuonare leggere e passare di bocca in bocca. Quelle due parole ormai era possibile sentirle solo in galera, nelle aule dei tribunali o sulla bocca di qualche fascista come un insulto o una bestemmia. Un’altra persona che avrebbe comprato con tutto il cuore qualche parola dolce era Isolina.
Isolina era scesa due anni prima dai monti di Monghidoro per andare a servizio dai Marabini. Vent’anni, seconda elementare non finita, sapeva bene di non essere particolarmente avvenente. In realtà non era né bella, né brutta. Isolina avrebbe pagato chissà quanto per le parole “Come sei bella!” oppure “Ti amo”. Avrebbe lavorato gratis di buon grado per un anno intero per quelle poche parole, purché, ovviamente, fossero uscite dalla bocca giusta e, soprattutto, con l’indispensabile sincerità.
Verso mezzogiorno, quando lo sconosciuto aveva ormai letto molte pagine del suo librone, gli si avvicinò un bambino di circa nove anni. Era solo, malamente vestito e cominciò a guardare con una certa insistenza l’uomo che vendeva parole. Questi se ne accorse e, posto un segnalibro, chiuse il volume e osservò il bimbo in modo interrogativo.
-Senti un po’ tu…- prese a dire il piccolo – Io te la comprerei una parola, ma non ho il becco di un quattrino. E poi, se non è la parola giusta… che cosa me ne faccio?
-Le parole le vendo, io, mica le regalo. Se non hai soldi che cosa puoi offrirmi in cambio? Io non lavoro gratis!
Il bambino, per tutta risposta, gettò sul tavolinetto la sua fionda. L’uomo la prese in mano e la osservò con cura. Era una bella fionda, in legno di bosso, il manico era istoriato con ghirigori fatti ad arte col coltellino.
-E’ un oggetto troppo bello, non ho parole così preziose da poterti dare in cambio. Tutt’al più ti posso dare una, anche due parole, per averla in prestito fino a domani. Domattina, torna qui e io ti restituirò la fionda. Anzi ti regalerò anche una parola in più. Va mo là!
Il bambino sorrise e disse che era d’accordo. Intorno a loro si era formato un capannello di gente curiosa che aveva assistito al loro colloquio, sottolineandolo con risatine e sberleffi che, tuttavia, non avevano minimamente turbato i due soggetti intenti al loro strano negozio. L’uomo guardò ancora la fionda, poi fece cenno al bambino di avvicinarsi e di tendere l’orecchio. Coprendosi la bocca con la mano, il venditore di parole gli sussurrò qualcosa all’orecchio e lui, non appena la udì, lanciò un piccolo grido come quando si incontra una meraviglia davvero inaspettata. Il bimbo, che era di Ponte Ronca, lo conoscevano tutti come un cinno un po’ sventato ma piuttosto sveglio e per nulla ingenuo, così il suo stupore generò vero stupore, anche se non proprio sconcerto, tra la gente che si era radunata attorno a loro. Il maestro Bonazzi, che lo aveva avuto in classe per i primi due anni delle elementari, lo prese per un braccio e gli disse in modo che tutti sentissero: – Insomma, che cosa ti ha detto quell’uomo?
Si fece un gran silenzio. Il bambino scosse la testa come spaventato da una simile richiesta.
-No, no, no, non posso dirlo. Davvero! È un segreto. Non posso dirvelo, credetemi, per niente al mondo!-
Si divincolò dalla presa del maestro Bonazzi e, nello sbigottimento generale, corse via e lasciò in tutta fretta la piazzetta.
Poco dopo, alla Festa Grossa non si parlava d’altro. Tutto quello che era successo, quel trambusto e quel vocio sommesso dei curiosi non aveva minimamente turbato lo sconosciuto il quale, congedato il bambino con le due parole, riaperto il libro e, senza dire né “a” né “ba”, aveva tranquillamente ripreso la sua lettura come se nulla fosse accaduto. La voce era arrivata anche a Duilio Marabini detto Musgatt, il figlio primogenito di Leandro Marabini, il podestà di Bazzano. Quella mattina, Musgatt, aveva lasciato la sua grande e bella casa di Ponte Ronca, salutato in tutta fretta la moglie Olga, alle prese col figlioletto di tre anni che frignava, e ora stava giungendo alla festa accompagnato da Isora, sua cugina, anche se tutti in paese sapevano che da tempo era la sua amante ufficiale.
Duilio aveva trent’anni, un bel viso, due baffi spioventi e un cappello floscio di feltro che portava con civetteria quasi fosse un pittore o un artista da teatro, anche se nessuno aveva capito veramente che cosa facesse nella vita. Sono un uomo d’affari, diceva di sé. Vicino a lui Isora sembrava mal assortita, bella, procace, truccata e ingioiellata al pari della madonna di Lourdes.
Gli amici al Caffè Centrale gli avevano detto che alla festa c’era un matto che vendeva parole, ma che forse non era proprio matto. Insomma, uno strano soggetto che faceva parlare di sé e nessuno aveva capito da dove diavolo fosse sbucato. Incuriosito da un personaggio così misterioso, si fece largo tra la gente e giunse proprio di fronte al venditore di parole, il quale non si scompose proprio e non alzò nemmeno lo sguardo dal suo libro.
-Sembra che qui si vendano parole.- Esordì Musgatt picchiettando il bastone da passeggio sull’assito ligneo del tavolino.
Lo sconosciuto alzò lo sguardo e, senza fretta, richiuse il libro guardando negli occhi il giovane.
-Sì, e allora?- Gli rispose senza cambiare di una virgola l’espressione immobile del suo viso.
-Allora… allora ne voglio una. La voglio buona e utile e te la pago in contanti, ma guai a te se è qualcosa che non serve. At fag passer la Ghiranda a chelz in tal cul. Ti faccio passare la Ghironda a calci nel culo come è vero che mi chiamo Duilio Marabini. Et capè!-
Mentre stava parlando, Musgatt pensò che quel viso dall’aria così assente e risoluta forse gli ricordava qualcosa o qualcuno perso nel suo passato più remoto. Alla fine si convinse che quel volto era talmente anonimo che poteva essere di tutti e di nessuno.
-Sentite, signor Marabini, la parola che ho per voi vi costerà cento lire tonde, non un centesimo di meno. E se la parola non vi serve, non vi garba e non la trovate di vostro gradimento sono pronto a restituirvi immediatamente le cento lire raddoppiate del loro valore.
Una piccola folla si era assiepata intorno al banchetto del venditore di parole, c’era chi spingeva, chi sgomitava e non si sentiva volare una mosca. Sembrava quasi che tutti stessero trattenendo il fiato per paura di perdere una parola o un semplice accenno e per vedere come sarebbe andata a finire.
-Cento lire sono tante.- Riprese a dire Musgatt accarezzandosi i baffi e mettendo mano al portafoglio.- D’accordo, ma non facciamo scherzi. Ma senti un po’, il tuo viso non mi sembra nuovo. Sei di Ponte Ronca? Sei forse di Bazzano?
-Mai stato a Ponte Ronca prima d’ora. È la prima volta che ci vengo e mi sa, a dire il vero, che non mi ero perso proprio niente.- Gli rispose lo sconosciuto mentre scriveva su un foglietto una parola con la matita. Piegò il foglio in quattro e lo porse al giovane che lo prese tra il pollice e l’indice, lo guardò richiuso e lo tenne per un momento immobile tra le due dita come se volesse mostrarlo alla gente con un gesto teatrale. Con studiata lentezza e con apparente indifferenza aprì il foglietto e lesse la parola mentre lo sconosciuto forestiero riponeva le cento lire in un elegante portacarte rosso di cuoio marocchino.
Musgatt, quando lesse la parola, sbiancò in volto, richiuse il foglietto e se lo mise in tasca. Tutti capirono in un attimo che lo sconosciuto aveva colto nel segno. Il giovane tacque, si fece largo tra la piccola folla attorno e, senza dire nulla, affrettandosi lentamente, si allontanò lasciando Isora nel piazzale della festa senza un gesto né un cenno. Prese la via di casa e tutti si accorsero, vedendolo allontanarsi correndo inseguito dal suo tabarro nero, che era accaduto a Musgatt qualcosa di veramente serio.
Duilio Marabini se ne era andato da appena mezz’ora quando di fronte al banchetto del venditore di parole si era già creata una piccola fila. L’uomo misterioso aveva una parola per tutti, talvolta anche due o tre. Guardava il viso della persona davanti a sé, gli stringeva la mano, riceveva il suo compenso che poteva essere di tre o quattro soldi e, nei casi più complessi, di una o due lire, dopo di che scriveva la parola su un foglietto o la sussurrava all’orecchio del cliente. Poteva trattarsi di una massaia o di un contadino. Vecchi e bambini, giovani e adulti aspettavano in fila pazienti, ansiosi di ricevere la propria parola e non c’era nessuno che non ringraziasse con un sorriso. Ogni parola che l’uomo vendeva veniva accolta con gioia e stupore, alcuni ringraziavano con gridolini carnevaleschi, altri addirittura con risate sfrenate e insolenti.
Don Attilio, il parroco, leggermente discosto dal tavolo dell’uomo misterioso, rimirava con sospetto quella lunga fila e quelle esplosioni di gioia che gli parevano così poco “cristiane”. Ma perché tutta quella gente, pensò il prete, non va a divertirsi al tiro al bersaglio, a giocare alle bocce o ad ascoltare l’orchestrina che già da oltre mezz’ora suonava poco discosta e poco ascoltata? C’era qualcosa di losco, di irriverente, di vagamente dionisiaco in quegli sprazzi di felicità che non sembravano provenire da gente timorata di Dio. Improvvisamente don Attilio prese la sua decisione. Alzò con entrambe le mani il suo abito talare fin quasi alle ginocchia per poter correre meglio e molti si accorsero in quel momento, trattenendo a stento le risa, che il parroco quella mattina aveva indossato due calzini di colore diverso, uno rosso e uno blu. Corse di gran carriera fino alla chiesetta della Visitazione, caricò in tutta fretta l’aspersorio di acqua santa, con una sorta di cieca rabbia come se stesse armando una pistola a ripetizione, indossò la stola viola che pendeva inerte dal confessionale e riprese la strada della Festa Grossa. Giunto che fu di fronte al venditore di parole, mentre questi stava servendo il calzolaio Luigi Pizzoli detto Gigéin, cominciò ad aspergere il forestiero come una furia, recitando oscure formule in latino che avevano per gli attoniti presenti la cadenza dell’invettiva e della maledizione. Ben presto l’uomo con la bombetta si trovo col viso zuppo di acqua benedetta che scendeva a rivoli dai piccoli occhiali tondi. L’uomo se li tolse, senza rivolgere al prete nemmeno un’occhiata di traverso, li pulì con un fazzoletto di seta che teneva nel taschino del panciotto e, per la prima volta da quando era sceso dalla corriera, sorrise.
Erano quasi le otto di sera quando lo sconosciuto venditore di parole estrasse dal suo panciotto un pesante orologio d’oro da tasca e disse al barbiere Aristide Marzari detto Tirafrad che gli stava di fronte: -Mi dispiace, gentile signore, ma è ora che io vada.- Tirafrad ci rimase un po’ male visto che aveva fatto oltre venti minuti di coda. Il forestiero salutò coloro che erano in fila togliendosi cerimoniosamente la bombetta e dando a tutti appuntamento per il giorno seguente alle ore nove precise.
Lasciò tavolo e sedia al padrone della giostra che li tenne gentilmente in custodia fino all’indomani e, accarezzando la fionda che sporgeva dal taschino del gilet damascato, si allontanò avviandosi per la via della collina, stando ben attento che nessuno lo seguisse. Prese la strada bianca che in maniera irregolare costeggiava la Ghironda, dopo due curve giunse davanti a una grande casa color senape, di aspetto padronale, delimitata da un grande cancello e contornata da un giardino signorile. Rimase qualche minuto aggrappato alle aste verticali della cancellata guardando fissamente la vetrata dell’ampia veranda che dava sul giardino. Quindi si chinò verso terrà, scelse con cura un sasso tondeggiante grosso quasi quanto una piccola noce e caricò la toppa della fionda, tese gli elastici per tutta la loro estensione, prese la mira e centrò la vetrata della veranda mandandola in frantumi. Non ci fu nessun clamore, nessuno si sporse dalle finestre, evidentemente non c’era nessuno in casa.
Riprese quietamente la via verso valle sapendo che lo attendeva una buona cena alla locanda Venturi di Pragatto dove era alloggiato. Quando arrivò alla locanda erano le nove appena trascorse. La sua fama lo aveva ampiamente preceduto, molti tra gli uomini che giocavano a carte, o bevevano il proprio quartino, quando lo sconosciuto varcò la porta dell’osteria si fermarono, si tolsero il cappello o si toccarono la fronte in segno di riguardo.
Il mattino seguente, quando poco dopo le nove si presentarono i primi clienti, il venditore di parole era già al proprio posto. Evidentemente a nulla erano valse le reprimende in latino di don Attilio e lo sguardo torvo del maresciallo Mancuso che osservava con un certo sospetto il quieto armeggiare con le parole dello sconosciuto. Sia gli uomini che lavoravano alle giostre che l’omino del tiro al bersaglio coadiuvato dalla figlia, una bella ragazza mora che porgeva carabine e sorrisi ai ragazzi della Festa, vedevano di buon occhio il venditore di parole. La Festa Grossa non era mai stata così movimentata e affollata di gente contenta da molti anni a quella parte.
Il sole era già alto nel cielo e il caldo cominciava a farsi sentire. Il venditore di parole aveva la sua postazione sotto un alto tiglio della piazza che donava un po’ di ombra in quella giornata afosa. Il venticello che solitamente spirava dalla collina quel giorno tardò a farsi sentire. Verso le undici si presentò in piazza Duilio Marabini. Non guardò in faccia a nessuno e puntò dritto verso lo sconosciuto con la bombetta. Se ne infischiò della gente in fila e andò dritto al punto che gli stava a cuore.
-Mi serve una parola, subito. E che sia buona, per la miseria! Costi quel che costi!
Lo sconosciuto finì di sussurrare una parolina a un giovane di Pragatto che ringraziò contento, poi si rivolse a Musgatt in questi termini: – Ho la parola che ti serve, ma questa volta ti costerà mille lire.
Duilio era furente. – Cat vegn un chencher! Non ho questa somma con me. Ti farò un assegno.
-Nessun assegno. Solo contanti- replicò calmo l’uomo con la bombetta mentre, silenziosamente, scrisse una parola su un foglio, lo piegò e lo mise nel taschino del panciotto.
-Per aprire questa tasca servono mille lire, non una lira di più, non una lira di meno.
Musgatt corse via furibondo e si ripresentò sotto il tiglio mezz’ora dopo mentre lo sconosciuto forestiero era in un momento di pausa e stava bevendo in tutta tranquillità una gazzosa ben fredda. Il giovane contò sul tavolinetto mille lire in tagli da cento, una banconota sopra l’altra. La gente attorno era esterrefatta. Musgatt era un uomo conosciuto e di grande influenza in paese, per non parlare di suo padre il podestà, un importante gerarca, fascista della prima ora, da tutti rispettato e temuto. Quando il venditore di parole ebbe inserito le mille lire nel suo portacarte rosso e reinfilato questo nella tasca posteriore dei pantaloni, trasse dal taschino il foglio e lo diede al giovane. Musgatt aprì il foglio e tutti si accorsero che la mano gli tremava visibilmente.
-Dio mio! Non è possibile?!?- Esclamò in tono alterato e si allontanò barcollando leggermente mentre la gente faceva largo al suo passare.
L’accaduto pareva aver creato una sorta di timore diffuso tra coloro che erano presenti e che avevano visto Musgatt, sempre così spavaldo, andarsene a capo chino con una sorta di terrore stampato sul volto. Il forestiero sconosciuto era rimasto imperturbato, col suo viso serio ma in fondo sereno. Al suo banchetto non c’era più la fila. Qualche avventore reclamava la sua parola, pagandola il giusto, ma nessuna fila o ressa come un’ora prima. Giunta che fu l’una, il venditore di parole lasciò il suo banchetto e andò a pranzo al Caffè Centrale che, per la Festa Grossa, fungeva anche da trattoria. Annaffiò le sue tagliatelle al ragù col miglior pignoletto della zona, quello della tenuta Ravasi.
Ritornato, poi, nella piazzetta si fermò a chiacchierare amabilmente con il padrone della giostra per poi riprendere il suo posto dietro il tavolinetto. Quel primissimo pomeriggio domenicale della Festa Grossa era particolarmente tranquillo. La gente arrivava alla spicciolata e, sapendo quanto era successo quella mattina al figlio di Marabini, si guardava attorno con una sorta di vigile preoccupazione. L’allegria carnevalesca del giorno prima sembrava essere svanita per lasciare il posto a quell’atmosfera elettrica che precede una tempesta, quando sembra quasi di sentire l’odore dei fulmini che stanno per arrivare. Il venditore di parole era tranquillo, aveva ripreso la lettura del suo libro. Pochi clienti, qualche forestiero a cui era arrivata voce delle parole in vendita e non voleva perdere un’occasione così singolare.
La tempesta arrivò verso le sette di sera, mentre la Festa Grossa era più trafficata che mai. Arrivò annunciata da tre brutti ceffi in camicia nera e fez guidati da Mario Lepore detto Mariein. La giostra traboccava di bambini, il tiro a segno era un continuo crepitio di colpi e due giocolieri si scambiavano palline e clavette in equilibrio sui loro monocicli.
Mariein si avvicinò al tavolinetto del forestiero mentre questi stava leggendo il suo libro, trasse dalla cintura il manganello e lo picchiettò più volte sull’assito del tavolino con un suono da xilofono stonato.
–Dissò umarell. Cosa ci fa qui un milordino elegantino come te tra tanta gente per bene come questa? I furbetti come te, a noi proprio non ci piacciono. Et capè, al mi milurdein dal caz!
Il venditore di parole interruppe la lettura e alzò lo sguardo con molta lentezza. Guardò l’uomo in fez dritto negli occhi senza dire nulla finché Mariein, non resistendo a quello sguardo, diede mano al manganello colpendo il libro che volò lontano.
-Che cosa volete?- chiese l’uomo con la bombetta.
-Quelle mille lire che hai estorto al camerata Marabini te le facciamo cagare, lira su lira, a bastonate. Ma non qui, che c’è gente, e poi non vogliamo rovinare la festa.-
Il tono di Mariein era sempre più ostile e minaccioso e come se non bastasse, gli altri due giovani in camicia nera, pantaloni alla zuava e fez, si erano posti ai due lati di Mariein con le mani sui fianchi.
-Lo sai dove vanno a finire i pezzi di merda come te?- Mariein fece una smorfia e sputò scaracchiando sul cartello sotto il tavolino. -La cosa non finisce qui. I tuoi giochetti di parole non ci impressionano!-
E come per dare forza alle sue parole diede uno schiaffetto alla bombetta sul capo dell’uomo che cadde a terra poco distante. Il forestiero non si scompose, raccolse il suo capello e non cambiò di un sol tratto la fissità del suo viso. La gente tutt’attorno tratteneva il fiato e, sinceramente, quasi tutti erano in apprensione per la sorte dello strano forestiero, minacciato così severamente da quei tre soggetti ben conosciuti in paese per la violenza e l’arroganza.
Un aiuto insperato, per il venditore di parole, giunse da quanto stava accadendo in quel momento al centro della piazza. Un uomo di oltre sessant’anni, a torso nudo, con gli occhiali dalle lenti grosse come fondi di bicchiere e una zazzera rasata all’umbertina, si era presentato un’ora prima al pubblico come Uber, il fachiro di Tavagnacco. Ora stava vomitando, emettendo versi e conati, una trentina di minuscole raganelle verde chiaro che aveva poco prima divorato insieme a enormi quantità d’acqua. Queste saltellavano per la piazza vive e vegete. Uber le rigurgitava e nel contempo le rincorreva per rimetterle nel sacco di iuta dove le aveva tratte mezz’ora prima. L’attenzione di tutti era catturata dal fachiro friulano a petto nudo. Anche i tre fascisti in fez si erano spostati di diversi passi ed ora ridevano sganasciandosi, segnando a dito Uber e le raganelle che se ne andavano in giro per la piazza tra l’ilarità generale.
Il venditore di parole appoggiò la bombetta sul tavolo, proprio sopra il libro aperto e piegato sul dorso: sembrava un quadretto fatto apposta, una sorta di cartello con su scritto “Torno subito”. Fece alcuni passi indietro e, quietamente, si allontanò inosservato dalla piazza affollata.
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Era una splendida serata di luglio, il sole stava per scendere dietro la collina di San Martino in Casola. Spirava una brezza leggera che piegava lieve l’erba alta lungo la riva della Ghironda. Lo sconosciuto venditore di parole stava ripercorrendo con passo quieto il percorso fatto la sera prima e, dopo alcune svolte della strada bianca, si trovò davanti all’ingresso della casa color senape con la veranda dal vetro infranto.
Il cancello era solo accostato. Attraversò con passo fermo la soglia del giardino e si diresse verso la grande porta d’ingresso. Si fermò a meno di un metro dal portale in noce e rimase a lungo a guardarne le increspature, le venature del legno e i segni lasciati dal tempo. Poi, lentamente, avvicinò la fronte all’uscio fino a sentirne la rugosità come se dovesse, da un momento all’altro, uscirne un suono. Fu solo un attimo e subito rialzò la testa e si trovò ritto, in piedi, di fronte all’ingresso. Si voltò lentamente rimirando dietro di lui il giardino che stava per essere avvolto dalle ombre della sera. Si frugò in tasca ed estrasse una pesante chiave che infilò nella serratura del portone, la rigirò più volte e quello si aprì come d’incanto.
Nell’ampio ingresso tutto appariva sottosopra, i cassetti del trumeau erano aperti e con oggetti fuoriusciti sul pavimento. Il tavolo era ingombro delle cose più strane, altri oggetti erano stati gettati alla rinfusa sopra un elegante tappeto, due sedie erano ribaltate a terra e la grande tenda di un’ampia finestra era strappata. Pareva una casa appena svaligiata, oppure abbandonata in tutta fretta da qualcuno alla ricerca di qualcosa che non riusciva a trovare.
Fermo, nel centro del salone, osservò con cura i quadri, il raffinato mobilio, il disegno elegante della tappezzeria muraria floreale in stile inglese. Attraversò la sala scavalcando gli oggetti che ingombravano il pavimento di maiolica, aprì la porta di un’anticamera male illuminata, aprì un’altra porta e si trovò nella grande cucina che dava sul retro. Questa prendeva luce da una grande porta finestra che si affacciava su un piccolo orto e lasciava entrare un ampio panorama di campi che si perdevano all’orizzonte.
Lo sconosciuto sollevò una stuoia di giunco che ricopriva il pavimento di cotto fiorentino davanti al secchiaio. Cominciò a picchiettare con le nocche ogni singolo mattone fino a ché due di questi non fecero un suono diverso rivelando qualcosa di cavo. Aiutandosi con un sottile coltello per dolci scalzò i due mattoni i quali nascondevano una piccola scatola di latta tutta ricoperta di ruggine. La maneggiò con cura, prese uno strofinaccio che pendeva dal lavandino per rimuovere almeno una parte dello strato rugginoso. Esitò prima di aprirla, come se temesse le sorprese che il tempo era in grado di riservargli. Non mancava nulla, nulla era stato alterato o sottratto in oltre trent’anni: una trottola in legno di pregevole fattura, con la corda ancora intatta e scanalature rosse e blu. Era stata costruita per lui dal falegname Anzlat, Angelo Galliani, un caro amico di suo padre. Una fionda in legno di ciliegio con la toppa in tela ancora intatta, anche se la stessa cosa non poteva dirsi per gli elastici ormai lisi dal tempo. Venti figurine Liebig e un numero imprecisato di biglie in vetro di vari colori. Richiuse la scatola, cercò e trovò in un cassetto uno spago e lo passò intono ad essa più volte annodando poi con cura.
Stringendo nelle mani il suo piccolo tesoro, usci dalla casa, si fermò qualche istante ad osservare per un’ultima volta il salone, poi chiuse la porta e rimise la pesante chiave in tasca. Con il cancello alle sue spalle guardò la bella facciata di quella casa e si accorse di avere sulle labbra alcune parole di commiato, le declamò con una solennità aulica, come se fosse un endecasillabo. Parole che gli erano rimaste in gola da oltre sedici anni. Fece un ampio respiro e le pronunciò lentamente a voce alta come se le leggesse: -Porci, fascisti, figli di troia.
Chiuse il cancello dietro di sé e prese la strada verso San Lorenzo in Collina, allontanandosi sempre più da Ponte Ronca e dalla Festa Grossa che ormai volgeva al termine. Giunto in località Molinetti, costeggiò il podere dei Buganè e dopo pochi passi si trovò vicino a un grande macero per la canapa. La luce dell’imbrunire lasciava intravvedere sulle sue rive il giallo vivo dell’iperico e il giallo tenue dei canneti. Estrasse con fare solenne la grande chiave che aveva usato poco prima e la lanciò al centro del macero che la accolse con un pluff quasi inavvertito. Immaginava di essere atteso alla stazione di Ponte Ronca per la Littorina delle 21:15. Forse lo attendevano anche alla non lontana stazione di Zola Predosa dove il treno Littorina sarebbe partito per Casalecchio dieci minuti dopo. Non aveva alcuna intenzione di onorare in alcun modo quegli sgradevoli appuntamenti. Prese la via dei campi che conosceva bene, prima di San Lorenzo avrebbe deviato per san Pancrazio aggirando il paese di Zola e tagliando per campi e cavedagne verso Casalecchio, dove sarebbe arrivato di buon passo in meno di due ore. Un unico compito gli rimaneva da adempiere, andare per la prima volta nella sua vita in località San Pancrazio. Non era certo lontana da Ponte Ronca, qualche chilometro, non di più. Ma lui, il venditore di parole, a San Pancrazio non c’era mai stato. San Pancrazio l’aveva sentito raccontare, quando era bambino, da suo nonno Alfredo e la storia era sempre la stessa, breve e incantevole:
–Un dè andarain a San Pancrazi a magner i ciud! Un giorno andremo a San Pancrazio a mangiare i chiodi.
E non era l’incipit della storia, era proprio quella la storia tutta intera: l’evocazione di un luogo mitico dove un giorno saremo andati tutti a mangiare i chiodi. Allungando il passo sarebbe arrivato a San Pancrazio prima che il buio fosse completo. Avrebbe visto i profili delle case di quel luogo magico che doveva la sua fama, forse, al fatto di aver ospitato in passato un buon calzolaio, oppure un bravo falegname che poteva portare in bocca più chiodi di quanto questa ne potesse contenere. Mentre le luci di San Pancrazio si profilavano all’orizzonte si sentì giovane, forte e con il cuore di un bambino. Lo straniero venditore di parole non sarebbe mai più ritornato a Ponte Ronca.
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Gabriele Veggetti dal 2006 collabora con la Cineteca di Bologna nelle attività del dipartimento educativo. Ha insegnato dal 1997 al 2017 ‘Storia e critica del cinema’ presso la facoltà di lingue e letterature straniere dell’Università degli Studi di Bologna. Al momento tiene laboratori di cinema nelle scuole di Bologna e provincia, coordina You-Factory, una piccola factory cinematografica formata da adolescenti, finanziata con un progetto regionale con sede a Valsamoggia (BO). Nel 2021 il suo racconto “La Tromba di Art” è entrato nella triade dei vincitori del Premio Scerbanenco.
Mentre Baudelaire, con il timbro solenne del largo, suggerisce l’immagine di un mare immenso murato fra le volte di fetide caverne o ci fa sentire la puzza di un vicolo stretto come luogo sacro e oltraggiato insieme, Mallarmé esplora, con superba distanza, la magia del fonema, la musicalità geometrica del timbro. Se la risonanza baudelairiana è il solenne fluire del ritmo, il suono di Mallarmé è l’elegante spettacolo di una lingua svelata come pura essenza. Il progetto sembra essere quello di una scienza congelata del suono, che anticipa i frammenti musicali weberniani. I suoi versi sono diamanti sfuggiti al Libro, pezzi abbacinanti che potrebbero anche non esistere e non muterebbe l’ascesi del progetto. Jeu de prestige giocato sull’orlo di un nulla galante e perturbato, spalancato nel fregio di un ventaglio, la poesia mallarméana non è tragica nei suoi testi – astratte coreografie di suoni – ma in ciò che tacciono: il candore mortale della pagina vuota. Questo candore è il Libro che il poeta auspicava nella sua scientifica ansia di perfezione: l’accecante biancore in cui precipita la nave del GordonPym di Poe, la scena silenziosa del naufragio davanti alla massa bianca che sorge dall’acqua, Gli artifici grafici del suo celebre poema, Un Coup de dès n’abolira jamais le hasard, ci dicono che il poeta ermeticodei Sonnets è, in realtà, il poeta pericoloso di suoni scaraventati nella pagina come segni stilizzati, destinati al naufragio. La disposizione frammentata e ondulatoria del Coup de dès non tranquillizza nessun lettore di versi. Chi volesse tradurlo troverebbe più ispirazioni nella musica che nella poesia. Ma l’incompiuto Livre, che nel suo testamento il poeta lasciò scritto che fosse bruciato come inutile guazzabuglio, è una lista di appunti sparsi da cui soltanto Mallarmé avrebbe potuto estrarre l’ultima scena: il suo impossibile Libro dei libri.
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Felicemente, non esiste un modo univoco di fare “ordine”. L’ordine è solo uno dei possibili orientamenti nelle tenebre. Il poeta insorge contro i dati esistenti perché insegue una sua personale epifania, un suo insolente “vedere il mondo” con quella torsione del collo, con quello strabismo dello sguardo. Si coglie mentre percepisce sé e il mondo in stato di sonnambulismo, dentro il silenzio dell’io e delle cose. Ma, per intonare questo sonnambulismo, per restituirlo e rappresentarlo, ha bisogno di trovare un suo – originale, non prevedibile – ordine. Forse proprio quell’”ordine insorto” che teorizza René Char. Sopraffatto dalla «tempesta emotiva» delle analogie, il poeta ammutolisce, non sa se tacere o impazzire. Alla fine scrive, da ‘folle sano’, e trasfigura le logore parole dell’alfabeto combinandole a modo suo: «…una parola, con tutto il suo verde/ cestisce, si trapianta,// tu seguila (Celan)». Da qui l’esigenza di un’armonia provvisoria e instabile che rimuova percezioni innocue e geometrie consentite. Da qui la forza rifondante di un linguaggio poetico che non si limiti a ripercorrere i canoni noti ma sia rinominazione magica nata da un atto di meraviglia, di creazione-distruzione del precedente e prevedibile aistanomai.
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Elias Canetti invita il lettore a scrivere un libro di giorno e un libro di notte, senza mai confondere i testi: solo molti anni dopo, in tarda età, gli sarà consentito fare un confronto fra le due scritture. Un libro del giorno e un libro della notte, scritti simultaneamente come scambio continuo tra passato e presente, sonno e veglia, vita e morte, è il ciò che il poeta progetta per il suo ipotetico lettore. «Il piacere della comunicazione è inversamente proporzionale alla nostra reale conoscenza dell’interlocutore e direttamente proporzionale al desiderio di interessarlo a noi… È noioso bisbigliare ai vicini. È inutilmente tedioso scandagliare la propria anima… Ma scambiare segreti con Marte, senza fantasticare, naturalmente, è un compito degno della poesia». Ma qual è il compito del poeta? Chi è il suo interlocutore? “L’interlocutore”, come suggerisce Osip Ėmil’evič Mandel’štam, è il “lettore futuro”. Il messaggio nella bottiglia arriva proprio dove è necessario che arrivi. Il lettore prescelto arriverà a leggere un testo nato proprio per lui. Nasce qui l’utopia di una “comunità senza comunità”, dove i lettori trovano i loro poeti e i poeti i loro lettori, in un fecondo stare insieme, tra vivi e morti, al di qua e al di là dello specchio, compagni di illusioni diverse e di diverse forme di verità. Mandel’štam cercava, nell’ossatura dei versi, una “nuova fisica delle parole”. Si potrebbe aggiungere: la parola poetica è una ‘prova estrema’ dello scrivere umano, oltre i manierismi e le scaltrezze della tecnica. Il poiein trasforma il linguaggio comune in accordi di parole che obbligano il lettore a sospendere qualsiasi forma di giudizio. L’azzardo si consuma fra i nessi imprevedibili della sintassi piuttosto che nell’isolata potenza della parola. I primi irradiano vibrazioni, la seconda brilla isolata. Come scrive Thomas Stearn Eliot: «Il significato è la trappola in cui il significante ti racchiude perché tu, placato dalla quiete del senso, ne assorba con orrore tutto il suono».
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Arrivati in fondo, ma se non esistesse nessun fondo…
Tanto Mallarmé quanto Celan lo ripeteranno e insegneranno: la parola poetica è antitesi tragica a ogni forma di pienezza. Canto, sì, ma che entra nella compattezza del canto, lo dissolve e ne fa pulviscolo di prospettive. Il destino del poeta torna ad affidarsi a quell’urlo iniziale, a quella sillaba uscita dal silenzio. La parola è stata canto. Ha conosciuto la sua natura di canto, la sua felice onnipotenza. Ora può essere di nuovo quel grido che l’ha sempre sostanziata.
Non sorprende che i poeti, nella loro vita, traversino queste fasi alternanti del processo poetico. La Parole archetipale di Char non è certo sacrale venerazione dell’archetipo poetico ma il personale “ordine insorto” del poeta verso quello stesso archetipo. La sua celebre sentenza: «Dì ciò che il fuoco esita a dire, e muori d’averlo detto per tutti» trova la sua eco speculare nell’altra: «Il giorno nutre, la notte affina la parte nutrita».
La poesia deve innalzarsi (o meglio essere “sublime”, secondo l’etimologia della parola, sub-limen, affiorare dal basso, di sbieco) e andare oltre di sé. Bonnefoy scrive: “L’uccello varca il canto dell’uccello ed evade”. Qui è l’enigma della poesia: essere “fuori di sé” ma costruire le forme di questa “evasione” con scrupolosa esattezza. Poesia è sperimentare l’impossibilità della parola, in quanto parola, di arrivare al suo oggetto e descriverlo. Perché la poesia è stare, ai margini dell’afasia, la lingua mozzata davanti a qualcosa che ammutolisce il linguaggio: non consente altro che uno stupor dove creare e reinventare le forme dello stupore con le parole. Essere nell’illimitato continuando a fondare limiti nuovi al linguaggio che ne descrive il dissolversi. «Il senso troppo preciso cancella la vaga letteratura» – sostiene Mallarmé, che non a caso si era prefisso di sabotare il linguaggio,, di costruire una poesia che progettasse “la propria oscurità”.
La follia è la tessitura arcaica e arcana (dunque, carica di stupefazione) delle “celesti finzioni” di cui parlava Lautréamont nei suoi Canti, credo proprio nel Canto Sesto. La finzione è destinata come la parte che tocca in teatro a un attore, la stessa parte, per anni, per sempre. La follia è appiccicaticcia, untuosa. A un certo punto la maschera cadde dal volto mio e da quello di Hölderlin. Capimmo che si trattava di una maschera di cera promessa alla scomparsa. Se la follia scompare all’io, quasi sempre succede di ritirarsi. Si passa dal boato psicotico al silenzio ascetico. Si capovolge la moneta e se da un lato c’era la maschera dall’altro si affaccia una specie di volto, ma sicuramente una prossimità, un avvicinamento alla unità o, spiritualmente parlando, alla comunione. È come se la moneta venisse improvvisamente convertita. Dalla foiba alla pianura.
”Scrivere” dice “ è un atto di violenza, un magico errore, una gioia non nominabile”. La sua produzione è sterminata; spazia dalla narrativa (dove eccelle negli apocrifi) alla saggistica, alla poesia, agli aforismi. Con Lucetta Frisa è redattore della rivista online “La foce e la sorgente” per “La dimora del tempo perduto” e con lei ha pubblicato numerosi testi.
Il libro di cui voglio parlare è Sentinella (Edizioni “L’ arcolaio”, 2022) una raccolta di aforismi, frammenti, appunti, dove chiedersi se si tratti di scrittura che riflette su sé stessa o di pensiero filosofico, di poesia o saggistica, di ricerca sul proprio o sull’altrui sé, non ha senso. Ogni domanda di questo tipo, semplicemente, non va posta perché è esattamente dal paradosso-crocevia di questa complessità che l’opera trae la sua forza. Ercolani è sempre attento a coltivare lo stupore (proprio o altrui) perché “Disimpari lo stupore e cominci a morire”. Infatti per sopravvivere occorre “disorientare il presente”. E quando è il presente che ci travolge con la sua inconsistenza? “Certi giorni, dice Ercolani, trascorrono senza di me”. Il giorno, infatti è pericoloso. È lo spazio mentale che subisce l’intrusione del mondo. “Lo sogno, lo modello, lo scrivo, il mondo, ma è come volessi persuadere lui a farsi riassorbire da me, non il contrario”. Così la vita: “Vivo diecimila vite. Ma questa, che subisco, ha un nome?.” E ancora: “Qualsiasi cosa io viva di reale, da uomo, da medico, da scrittore, c’è, nella mia testa, un’unica apocalisse, una sola polverizzazione del mondo, un bianco totale. Il solo paesaggio possibile”. Sono infiniti, invece, e benedetti dalla libertà della creazione, i paesaggi illuminati dal buio della notte. Qui potremmo dire, ribaltando Emil Cioran “L’insonnia è una vertiginosa lucidità che può trasformare un luogo di tortura in paradiso”. Perché le notti, con la veglia che coltiva i propri sogni, sono le ancelle della scrittura e la scrittura è “Il fuoco che arde e insorge senza incenerire”. Quindi: “Scrivere per conservare quella violenza”, “Non vivere neppure un attimo senza le potenzialità della parola”. Lo scrittore dice di sé: “Se metto dei segni sul muro, comincio a credere al muro” e soprattutto “Io, se scrivo, non posso avere rimpianti”. Un amore, quindi, a qualsiasi condizione. Ma si è mai visto un amore senza spine? A questo punto ci si imbatte in uno dei temi più affascinanti di quest’opera: lo choc del linguaggio che si scontra con il suo limite: “La parola è indicibile. Ma occorre scrivere per saperlo”. “Il foglio bianco./ Due penne sul tavolo/ Una è spezzata”. “Quale parola può definirsi giusta per descrivere un evento perturbante?”. Ciò vale soprattutto per la poesia: “Il poeta non trattiene per sé ciò che scopre. Non appena lo trascrive lo perde subito nelle parole”. ”Il poeta scrive da quel punto di sé dove sarebbe logico tacere”. Se il poeta è Ercolani non ha scelta: “La-cifra del tappeto- di tutta la mia opera” dice “è la necessità di vivere nonostante” rimanendo in bilico sull’abisso, talvolta arrivando addirittura a sorvolarlo: “La bellezza estetica è quella sospensione della vita che ci rende occasionalmente immortali”. L’abisso va esorcizzato con la testimonianza: “Disegno sul muro, con temperini spuntati, città inutili e favolose, composte di nuvole e di foglie. Di quelle città, dove sono sveglio e dove dormo, sono io la sentinella”.
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Il testo è tratto dal mensile Leggere tutti. Mensile del libro e della lettura, anno 18, n. 169, agosto-settembre 2023.
Joseph Cotten in Breakdown (regia A. Hitchcock, 1955)
Breakdown
(a me stesso)
Antro
Non è colpa di nessuno, non è stata colpa sua, cosa poteva fare d’altro, una vita spenta, il cane ucciso, il piano venduto, le macerie delle case in tempi di guerra, il mondo è insignificante, pericoloso, prolisso, meglio stare tranquilli, leggere, mangiare, vedere, un inizio e una fine; e tanti, tanti film, perché i film sono forti e precisi, durano due ore o un’ora e quarantacinque minuti, niente di interminabile o di imprevedibile, amore morte odio vendetta ma nelle sequenze dei fotogrammi, nelle caselle dello schermo, nel perfetto rifugio della mente, niente di vivo e di imprevisto a disossare, a scorticare. Il figlio lo sa. La sua auto – un antro con la voce di Tom Waits – era una via di fuga.
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Rete
Come lei lo voleva. Il figlio non fuma, non corre, non torna ubriaco a notte alta, non dorme sui ponti, non gli si mozza il respiro i rari minuti in cui fa all’amore. Parla di come il respiro gli si tronca in gola, di come la febbre lo ammazza, di come crepa di sete. Le parole anticipano la vita, vengono quel dannato attimo prima. Solo i muti usano tante parole. Lui è muto. Il pezzo di carta dove ansima scrittura dice che vuole stare nell’antro del foglio. Non lo vorrebbe, ma è così. Può vedere Chagall a Nizza, Bosch a Lisbona, Goya a Madrid, Turner a Venezia, ma quella che vuole è solo altra carta – altre casse di risonanza del grido che gli spella la carne. Non ci sarà nessuno a dirgli dove, come, quando, cosa. È un bambino sventrato, si tiene la pancia con le dita. Punto e basta. Quanta strada farà quel bambino è un problema futuro, un ragionamento ipotetico. Da non fare adesso. Così accade e non accade. Vive nel punto della ragnatela dove gli è consentito stare. Si è assunto il compito di decorare quel punto, di modellarlo. Non ha scelto la forma ma gli arredi. Se gli capita di amare degli esseri umani, li dispone nei punti liberi della ragnatela, in certi angoli vuoti da amici e persone. Ama senza uscire dalla rete. Ricapitola l’universo dal suo millimetro quadrato, tessendo lentamente la cartografia dei continenti, dei desideri, delle forme. L’altro da sé diventa innocuo, incapsulato in una storia da raccontare e da riscrivere. Il figlio si salva la vita ripetendo che occorre salvarsi la vita. Spergiura di emergere restando sommerso. Anche i pazienti che cura li sigilla in una comoda identità: li invita a non esplodere mai in furori o allucinazioni, li protegge dalla verità che ha giudicato insopportabile per loro, non li guida alle cause del loro trauma, li abitua a sopportarne il dolore, complice nel seppellire le tracce. Non modifica, non rivoluziona. Così tutto accade e non accade. Se il cielo oggi è nuvoloso, non pensa che domani possa essere limpido. Non crede che, se qualcuno un giorno lo aggredisce, domani voglia abbracciarlo. Si presenta come un padre buono e attento, ma sostanzialmente indifferente. Accettare l’inaccettabile e conviverci: le sue prescrizioni. Lascia che siano gli altri a inventare le regole, a modificare i patti, a generare i figli, a uccidere le madri. L’unica realtà sua è avere detto e scritto, nel corso degli anni, che un uomo vive anche abitando il suo non essere vivo, usando la sua esistenza come palcoscenico per rappresentare i propri fantasmi. Un teatro buio, dove i gesti reali sono appena un’eco; dove quella che appare, invisibile ma perfetta, è la ragnatela con al centro l’impronta del volto catturato, assente. Non ha mai provato quell’ampio sentimento fisico di traversare oceani, ma solo quel senso di asfissia, quell’Itaca ottusa, quella ragnesca tela di Penelope, quel cupo addestrarsi a non amare le cose presenti e a desiderare quelle assenti, camera verde in cui è accesa l’ultima candela per il culto dei morti, non c’è bisogno di mentire per uscire all’aperto, non si esce e basta, non si lascia l’impero delicato e immenso dove essere imperatore delle proprie immagini, senza pensare a cosa si potrebbe desiderare. Scrive. Punto e basta. La carta dove scrive è portatrice di vita, il figlio la batte e ribatte come lo scultore il marmo, fino a scaldarlo, non c’è più bisogno di rileggere Woolrich per riprovare le sue paure o ascoltare Gould che esegue ancora una volta le Goldberg per risentire le proprie ossessioni, la vita non si sotterra mai troppo bene, il giorno sale, il sole scintilla, il figlio toglie la polvere dai mobili, le briciole dal pavimento, si libera da quell’odore di calze non lavate, dal subdolo gioco che gli incastra gli occhi nell’ultimo film, le cosce alla poltrona, si osserva fuori dalla stanza-cassaforte, dal salotto-schermo, lascia sua madre e va laggiù, sarà dolce, ancora una volta, ricordare quel sogno: un paesaggio di mare, di impressionante bellezza, il salino nell’aria, l’antica biblioteca, la panchina celeste, le nubi nere agli orli e lucenti al centro, il rumore dell’acqua davanti al ristorante Paradiso, un filo di luce sulle onde, il caffè dopo il pesce, un universo galattico, il profilo della sua donna. Può muoversi ora, il figlio; camminare, avvicinarsi alla spiaggia; svegliarsi.
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Breakdown
La sua schiena è tutta coperta di nei, piccoli tumori che il corpo e la mente hanno frapposto, con caparbia ottusità, fra se stessa e la realtà esterna. Lei è letteralmente girata al mondo. Al figlio ha lasciato tre eredità: il sorriso di Medusa, la necessità di sognare, l’impossibilità di percepire reali le proprie emozioni. La sua schiena è un muro cieco – un girasole innaturale, ostile alla luce, alieno. Lei è immobile, davanti allo schermo dove proiettano Gilda, con Rita Hayworth. Ammira la bellezza del corpo di Gilda, il braccio bianco che si sfila il guanto nero, mentre risuona la canzone. Non è Amado mio – precisa. Poi torna a guardare le scene del film. Le piace, dentro quelle immagini, la felice sensualità del corpo di Rita, bianco e nero, seminudo, colto nella bellezza della danza. Poi, spento lo schermo, finito il film, ritorna la vita di sempre; i corpi banali, brutti, vestiti, ansiosi, i corpi che non sono liberi, che obbediscono alle regole, vili o prudenti. Lo schermo consente l’esplosione dell’avventura, della felicità, del dramma. La vita, priva di schermi, è il pericolo da cui difendersi.
Il suo corpo spaventato odia la vecchiaia e detesta la morte, vuole salvarsi e salvare il figlio da disastri irreparabili. Lei preferisce il sogno di una giovinezza immaginaria alle corruzioni comuni del tempo. Lei scherma le sue emozioni e, in questa fiera difesa della quiete interna, assomiglia a un grande uccello del paradiso, guardiano della sua grotta-paradiso. Sorride e consente al figlio di rappresentare qualche remota paura, purché sia irrappresentabile. Lo schermo è spento. Niente Gilda. Niente Anna Karenina.
Mentre, nel 1960, vedeva un telefilm della serie Alfred Hitchcock presents, lo schermo del televisore, dopo qualche minuto, si spense per un blackout. Protagonista del telefilm era un Joseph Cotten scostante, antipatico, imprigionato nella sua auto dopo un incidente. Quale sarebbe stato il suo destino? Si sarebbe salvato? Sarebbe morto? Le domande che non smetteva di porsi erano destinate a restare senza risposta. Circa quarant’anni dopo, il figlio ha trovato in libreria un volume sui telefilm di Hitchcock. Sfogliandone le trame, ha riconosciuto la storia di cui lei gli aveva parlato. Il titolo era Breakdown. Cotten, uomo cupo, scontroso, cattivo, imprigionato nella sua vettura ha una paralisi nervosa che gli impedisce di parlare. Vorrebbe chiedere aiuto ma nessuno può ascoltarlo. Dopo diverse ore viene soccorso e liberato dall’auto. Giudicato clinicamente morto, è portato all’obitorio. I figli lo circondano, indifferenti, aspettando che muoia. La sua voce fuoricampo, che solo gli spettatori possono ascoltare al di qua dello schermo, continua a ripetere: «Sono vivo. Guardatemi: sono vivo». Muovendo le nocche delle dita, cerca di attrarre l’attenzione dei medici, senza riuscirci. Sa che sarà sepolto se nessuno si volta a guardarlo. Sepolto vivo. Alla fine il suo equilibrio psichico cede. Breakdown. Crollo emotivo. Piange. Proprio la paradossale presenza di una lacrima sul suo volto immobile lo salverà. I medici si accorgono solo in quel modo che l’uomo non è morto. Quale singolare coincidenza ha provocato quel blackout televisivo, più di quarant’anni fa? Quale caso beffardo ha voluto che sua madre, allora, non vedesse con i suoi occhi la verità che avrebbe rimosso dalla sua esistenza? La verità, quella più intensa: provare un’emozione salva la vita.
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La morte in vacanza
Rivede in televisione vecchi film noir degli anni Quaranta. I celebri attori che recitano storie d’incubo nello schermo sono all’apice della gloria e della bellezza. Su di loro proietta l’universo parallelo di una giovinezza immaginaria, opposta alle regole devastanti del tempo, che invecchia i volti e altera i lineamenti. Non sopporta l’idea che quegli attori, da lei visti e rivisti in abbracci d’amore, promesse di nozze, attimi di terrore, possano, dopo decenni, invecchiare o morire come individui banali nella realtà di una vita terrena. Allontana da sé quell’amarezza, tornando a rivederli e ad amarli nelle scene dove i loro corpi ripetono riti immutabili. Uno dei film che predilige, La morte in vacanza, è una storia fiabesca dove il protagonista, la Morte, si innamora di una donna bellissima e, per il tempo di quest’amore, non è più in grado di esercitare il suo potere. I malati si alzano guariti dai loro letti. Le vittime di incidenti mortali restano illese. I suicidi sopravvivono. Paradossalmente, di questo film non esiste più una copia, neppure nelle cineteche americane. La morte in vacanza, per qualsiasi spettatore volesse rivederlo oggi, è un film morto.
Se per lei sono immortali e reali solo le passioni rappresentate nei film, il suo corpo vivo, invece, è schermo cupo delle proprie emozioni interne, che non devono venire alla luce perché inutili, pericolose. Assomiglia a un oscuro uccello del paradiso, guardiano di una grotta della quale impedisce a tutti l’accesso. Il suo piumaggio sembra opaco, minaccioso, impenetrabile, ma a un occhio più attento la piccola coda non è affatto scura ma multicolore, disseminata di minuscoli scintillii, di frammenti di immagini.
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L’energia della finzione
Ha il sentimento che pesi su di lui una maledizione, quella della madre morta che non finisce mai di morire e che lo trattiene prigioniero. In questa sofferenza psichica è impossibile sia odiare che amare, sia gioire che pensare. L’io è prigioniero di una figura irrappresentabile. Gli oggetti restano al limite dell’Io, sul bordo; né dentro né fuori. Il centro è occupato dalla madre morta. Il figlio appoggia le mani contro i muri compatti della cella, sceglie una parete e, con tutta l’energia delle dita, sente la presenza di una finestra. Si mette in attesa dell’aria. Ha tutto il tempo di aspettare che l’emozione dell’aria, con precisione millimetrica e forza spasmodica, possa trovare la sua forma. Poi scopre che, al posto di una finestra aperta sull’esterno, le sue mani modellano ancora una volta uno schermo sul quale proiettare un numero inverosimile di finestre.
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Impietrite come statue
In The Shock Corridor uno scrittore si finge pazzo per scovare l’assassino di un malato psichiatrico e si fa richiudere in corsia. Dopo aver conosciuto storie paradossali e feroci (uno scienziato geniale perde la ragione e si comporta come un bambino terrorizzato; un giovanotto vittima di un trauma bellico crede di essere il protagonista di una battaglia fra nordisti e sudisti nella guerra di secessione; un negro, indossando un grande cappuccio sulla testa come un membro del Ku Klux Klan, organizza scene di linciaggio contro gli altri negri della corsia), lo scrittore, in uno dei suoi peggiori incubi, sente una goccia d’acqua, nel corridoio, battergli sul dorso della mano. Una goccia, due, tre. Alla fine – i suoi occhi lo vedono e coincidono con gli occhi dello spettatore – un acquazzone violento scoppia nella corsia del manicomio. Il pavimento si allaga totalmente. Lui batte a tutte le porte, per ripararsi, ma le porte sono tutte chiuse. Il corridoio si colma di un’acqua torrenziale, come se una cascata lo sommergesse. Alla fine scopre l’assassino, scrive il resoconto della storia, vince il Premio Pulitzer. Ma è tardi per la sua mente, definitivamente turbata. Ora è un pazzo catatonico. Insieme allo scienziato, al soldato, al negro, resta immobile nella corsia, il braccio proteso nell’aria. La macchina da presa scorre, nel finale del film, su tutte le figure dei matti, impietrite come statue nella loro ossessione. Al figlio il compito di guardare il film, ancora una volta.
Francisco Goya, Perro enterrado en arena, 1820-1821
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Lettera a Francisco Goya. Madrid, 25 novembre 1823
Illustre Maestro,
mi permetto di indirizzarVi questa lettera, affidandomi alla Vostra compiacenza. Vi prego quindi di perdonare la mia ingenua curiosità. Ho avuto il privilegio, un giorno, di penetrare, insieme a certi amici, nella Vostra Quinta del sordo. Gli amici – che Voi conoscete ma dei quali preferisco tacere il nome – mi avevano sconsigliato di accompagnarli. Sostenevano che quanto avrei visto non era “cosa da donna”, e per di più giovane come sono io. Ma, alla fine, il mio carattere ostinato prevalse sulle loro obiezioni.
Davanti a quelle pareti, la commozione e l’orrore mi sconvolsero. Non vedevo solo un capolavoro di arte nuova, ma anche una lezione di realtà la cui potenza tragica mi era sconosciuta. Nessuna opera pittorica, finora a me nota, le assomiglia. Ed è cosa ancora più sorprendente per chi è abituato ad ammirare lo splendore dei vostri ritratti e dei Cartoni per gli Arazzi. È il lato oscuro e bestiale di questa società e dell’uomo in quanto tale, oppure ciò che rappresenta è frutto di un incubo, di uno strazio, di un’insonnia protratta oltre le umane possibilità?
La domanda che più mi preme è quindi questa: fino a che punto, illustre Maestro, le Vostre Pitture Nere rispecchiano il reale e quanto l’immaginato? Perdonate questa domanda ingenua, che da troppo tempo mi assilla e a cui gli amici hanno risposto in modo evasivo: solo per tranquillizzarmi, io penso. Di questo genere di tranquillità faccio volentieri a meno. La seconda domanda riguarda in particolare un affresco: è quello del cane, tutto solo, separato dalle altre pitture notturne e diaboliche che lo circondano. È in bilico tra la vita e la morte? C’è chi dice sia sul punto di sprofondare dentro una voragine, forse trascinato da un’onda marina, da un’alluvione o da una frana che a una creatura fragile come lui può essere fatale.
È così? Non so perché, ma mi ricorda Tito, il figlio di Rembrandt, che il pittore ritrasse tra i suoi libri, appoggiato al banco di studio come da un balcone. Un’apparizione che emerge dal buio, dolcissima, e che sappiamo fu molto breve sulla scena della vita. Vi parlo di Rembrandt, illustre Maestro, perché solo alla Sua grandezza posso accostare la Vostra. Ricordo i Vostri animali: quelli che circondano Don Manuel Osorio de Zuniga nella sua stanza: i gatti affamati e maligni, la gazza ammaestrata, i cardellini in gabbia, come pure il bel cavallo di legno nerissimo di Pepito Costa y Bonelis. Ma soprattutto il meraviglioso quadro di Maria Teresa Cayetana de Silva, duchessa d’Alba: al suo fianco destro c’è un cagnolino bianco che sembra un giocattolo anche perché porta un nastrino rosso nella zampa posteriore destra, fiocco uguale agli altri fiocchi rossi della sua padrona.
Quel gesto però, quel misterioso indice puntato della duchessa, a chi è diretto? Al cane che dovrebbe obbedirgli o a qualcun altro, fuori dal quadro? Così come ricordo un cucciolo-giocattolo dal musetto nero, della Marchesa de Pontejos. Immagino siano le signore a trattarli così e Voi mostrate questo comportamento femminile, raffigurando cani e padrone, nella stessa posa vezzosa. Gli altri cani dei Cartoni, sono ben diversi, molto più naturali. Dormono, abbaiano,partecipano. Cani da strada che nessuno coccola e protegge e forse instupidisce.
Penso anche ai vostri ritratti di bambini, figli di ricchi e di nobili, col peso dell’eredità familiare e del futuro sulle loro spalle esili. Non ridono mai, sembrano consapevoli di ereditare qualcosa che li allontanerà per sempre dalla gioia. Quella dolce libertà che li accomunava ai cuccioli viene imprigionata dal ritratto stesso. Quei ritratti segnano dunque anche la fine dell’infanzia e Voi, Maestro,sapete dipingere la malinconia infantile, molto più struggente di quella adulta.
Nei dipinti mi piacciono in particolare certi segnali allusivi – il loro linguaggio segreto che appartiene alla poesia. Il silenzio di quei gesti è un alfabeto che solo un poeta sa decifrare. La poesia dei segni ci comunica un senso di sospensione, come quegli occhi che non smettono di seguirci facendo abbassare i nostri: vorremmo fuggire via da loro, per non sentirci nudi. Rendere gli occhi così vivi e persecutori è creare l’illusione di un altro mondo, di una traiettoria che unisce sguardo a sguardo, in un’intesa enigmatica al di là del tempo.
Così il piccolo Tito e quel piccolo cane sono guardiani di una soglia tra un mondo e l’altro. Appaiono qui e già sono sommersi. Vorrebbero restare aggrappati a questo limite sabbioso, ma si oppongono con tutte le loro forze – o si abbandonano? – a qualcosa che li spinge al di là. Al contrario, certe creature angeliche, certi fanciulli divini che ignorano il dolore e la terra, stanno nei quadri solo per ricordarci di conservare la nostra anima in un’infanzia eterna.
I miei amici hanno discusso tra loro se l’affresco del cane fosse o no compiuto. Io penso che – comunque sia – quel cane de La Quinta del Sordo ha un potere di suggestione straordinario, forse proprio per quel senso di incompiutezza che suggerisce. Che cosa c’è, nella vita umana, di compiuto? Si illude chi crede di concludere un’opera nel corso della vita. Non illudersi è restare più vicini alla realtà. Vedere n’opera nell’attimo che ci è concesso di vederla è come ascoltare il racconto di Shéherazade che si interrompe all’arrivo della notte per ricominciare la notte successiva: tutto è racconto senza inizio né fine.
E poi, non siamo noi, gli umani, ad avere molte caratteristiche canine? Anche noi soffriamo, ci emozioniamo, amiamo, siamo schiavi di padroni, ci rallegriamo e rattristiamo per un nonnulla, non sopportiamo la solitudine, patiamo la fame e la paura, amiamo tanto la nostra dimora quanto l’aria aperta, e una carezza ci solleva mentre la sua assenza ci sprofonda.
Forse noi stessi abbiamo cuore, sangue e nervi ancestrali, in parte analoghi a quelli della razza canina.
Solo Voi, Maestro, avete saputo turbarmi così tanto con quella figurina solitaria e disperata. Più disperata di quelle nere e orribili figure che lo circondano. Quelle creature nere credono al diavolo e gli dedicano sacrifici. E forse il diavolo – ammesso che esista – andrà in loro aiuto. Ma il cane? Il cane non si affida né al diavolo né a Dio. Quel cane non ha il conforto o l’illusione di un aldilà. Chi è più degno di commozione e d’amore di lui?
E ora, Maestro, Vi confiderò una mia personale debolezza; sento di poterlo fare con chi, nella magia di una piccola figura, ha scatenato nel mio animo emozioni e inquietudini tanto forti. Sicura che non riderete di quanto sto per dirvi, se è vero che la sensibilità di un artista è simile, in qualche modo, a quella di una donna o di una ragazza come me.
Ogni volta che vedo un cane, una fitta come una lama finissima di coltello mi attraversa il polso e raggiunge il palmo della mano. Anche osservando il Vostro cane dipinto, questo bizzarro fenomeno si è ripetuto. Dante Alighieri diceva che la visione della sua amata gli faceva tremar le vene e i polsi. Forse – mi dico – nelle vene e nei polsi passa una debolezza particolare che accomuna il senso dell’amore a quello della natura creaturale.
Mi sento così vicina a tutti quelli che vivono, godono e soffrono e non sanno perché, e neppure se lo chiedono e neppure lo potrebbero. Chi, se non i bambini e gli animali? Chi, se non i poveri, gli offesi, gli ignoranti, i diseredati? Loro sono ancora dentro di noi, come lo è la nostra infanzia, l’inizio indifeso e inconsapevole della vita. Ma loro, al contrario dei bambini, un futuro non l’avranno mai. E Voi, Maestro, in pochi tratti di pennello avete espresso quello che nasconde la nostra cellula più antica e che nessun altro artista ha saputo far risuonare nel profondo.
Vi ringrazio umilmente di questo dono che non ha prezzo.
Vostra devotissima
Maria Dolores Cardillo de Cordoba
*Il testo è tratto da: Lucetta Frisa, La Torre della luna nera e altri racconti, Puntocapo, Novi Ligure 2012.
Ricordo che, a quattordici anni, mia madre descriveva le minime scene di ogni film con una calligrafia minuta, a matita, senza tracce di correzione, in quadernetti quadrettati. Rileggerli è inquietante, anche perché i caratteri delle sue parole, più di settant’anni dopo, sono diventati così deboli da essere quasi illeggibili, e perché le trame di quei film sembrano oggi complicate e assurde. Ma sono i ricordi esatti di un’adolescente che non voleva perdere un solo fotogramma delle storie che aveva appena visto. Di un’adolescente a cui il mondo faceva paura, ma che non esitava a vedere film che rappresentassero proprio quella paura.
Nel mio amore personale per il cinema ho sentito il bisogno prepotente che esistessero delle storie che non sono mai esistite. Storie ipotetiche, che prolungavano le ombre degli attori e dei registi come un controcanto, un contrappunto segreto. Orson Welles, Robert Bresson, Greta Garbo non avevano scritto quelle lettere e quei taccuini che avrei voluto avessero scritto. Sedotto dalla loro assenza, me li sono inventati. Ho costruito le prove, le tracce delle mie fantasie, come l’ispettore Quinlan fabbricava prove false per incastrare criminali veri. Goloso di scritture e di sogni, come mia madre, ho sentito la necessità che certe fantasie fossero vere. E, poiché la storia non mi forniva dati reali, li ho fabbricati io, nel desiderio di stimolare non l’erudita curiosità del cinéphile ma l’attenzione affettuosa del lettore per dettagli anomali e perturbanti di vite, pensieri, destini.
“Turbare” il passato, ridando voce ad autori che sono realmente esistiti, potrebbe essere giudicato un atto di presuntuoso voyeurismo, aggressivo e onnipotente. Io credo il contrario. Restituendo la parola a chi non può più parlare, ma che in quel momento, attraverso un artificio dell’immaginazione, può farlo, ho l’illusione di riparare a un antico sopruso e simultaneamente di esprimermi proprio attraverso questa «parola segreta» e indiretta, quel cortocircuito anomalo, collaterale. Scrive Italo Calvino: “L’autore è autore in quanto entra in una parte, come un attore, e s’identifica con quella proiezione di se stesso nel momento in cui scrive». Lo scrittore “apocrifo” vuole esistere attraverso altri destini. Ma, in una visione fantastica dell’arte, sono forse i destini degli altri a trovare in lui l’interprete esemplare, la maschera più trasparente”.
L’universo del cinema, l’arte più giovane dello scorso millennio, è un universo ipnotico che, all’interno di un tempo definito, stimola l’immaginazione a creare, ricreare, montare e smontare nuovi e antichi sogni. Intorno alle diverse anime del cinema questo libro intreccia un caleidoscopio immaginario di poetiche, appunti, lettere, interviste, confessioni, che registi, attori, produttori, direttori della fotografia, dagli anni del muto fino ai nostri giorni, potrebbero avere scritto o pensato. Il lettore di A schermo nero deve, per il tempo della lettura, essere simile a uno spettatore e, come lo spettatore, separarsi dal mondo esterno, sprofondare nel buio della sala, identificarsi nelle finzioni che sprigionano dallo schermo: suoni, luci, ombre, emozioni.
A schermo nero, come suggerisce il titolo, viene dall’oscurità di una visione interiore che riflette le sue tenebre per illuminarle. In Io sono un evaso, un’amica chiede a Paul Muni, ex galeotto, vittima di soprusi e ingiustizie: «Come vivi?». Pochi secondi dopo lo schermo si fa nero e la voce dell’attore sibila, pianissimo, la risposta: «Rubo». Il mio augurio è che il cinema contemporaneo, estroflesso in visioni troppo visibili, non dimentichi il misterioso silenzio, la zona d’ombra iniziale da cui ha preso origine, e da lì ricavi la linfa vitale e consapevole di un futuro sempre e ancora da inventare. «Questo è il cinema: la realtà dell’irrealtà. Grazie a Dio, noi lavoriamo per creare un’irrealtà che sembrerà reale a milioni di persone (Joseph Mankiewicz)». (M.E., 2010)
velando gli occhi ardenti sono vesti di sola povere.
Eremi bui del freddo, custodite
l’esordio dai cronisti dei vicoli, è un evento
due arcangeli a convegno tra gli agguati
di estremo inverno. Giacigli di fortuna
mie sospese altalene alle persiane
serrate; le risate
riposino su specchi sottilissimi, i giochi
su telai del mille e cento.
**
Contemplando attraverso una vetrata
Contemplando attraverso una vetrata
questa economia urbana del sole, tuttavia estate
vibrante di rami, sfrecciare tra pagine volanti,
so che ti ho incontrato sulla panchina verde
sul filo della mente che
nel principio era
amore matematico. Lontani dalle distrazioni!
Non eravamo la stessa cosa ai margini del quaderno
ma nella filigrana e nella pergamena.
E dove si strappano le vesti
dell’amore incidentale, mi aspettavi:
non potevo restare, imprecisa,
ma vivere del vertice mortale
giocando nel suo stesso terrore.
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Prove di volo
Volevo fare un cammino sulle foglie
lasciandoli schermaglie calpestate
sui sassi e la miseria, piazza del pomeriggio!
Cappotti si allontanano, ma io
tra le ciglia ho impigliato
lo splendore delle arance.
Immagino quando salirò d’impennata quelle scale.
Prima dell’incognita ferita il sole
ha dipinto l’aria del mare: eccovi ancora,
nei giardini. Lo so, per via del lapis
infilato sull’orecchio: un barbone,
semiaddormentato sui gradini, meditando
leggeva France-Soir.
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I testi sono tratti da: Giusi Busceti,Sestile, copertina di Angelo Verga, stampato a Milano nel 1991 in “Corpo 10”, la casa editrice ideata da Michelangelo Coviello. Sestile è un classico dimenticato, una percezione surreale e non lineare delle incursioni del mondo nell’io. Leggerlo oggi è rivivere la geografia della poesia da un versante segreto che sarebbe opportuno, se ci fosse oggi una giustizia poetica, scalare e rischiarare.