PER IL CINEMATOGRAFO

Robert Bresson

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Tra le carte di Robert Bresson sono stati ritrovati dei pensieri inediti, datati 1959, non raccolti in Note sul cinematografo, che qui vedono la luce per la prima volta.

Si dicono cose così imbarazzanti e false sul cinema che mi viene voglia di parlarne solo per difenderlo dagli stupidi. Per me il cinematografo è una scrittura con suoni e immagini in movimento: nel film, non ci sono attori vivi – nessuna traccia dello sforzo muscolare e del sudore dei teatranti – ma gesti, oggetti, immagini che creano fra di loro legami diversi e imprevedibili.

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Nel cinematografo, gli attori sono modelli per l’occhio del regista, che dentro di loro rappresenta qualcosa che non conosce ancora a fondo. Sono occhi, voci, mani, schiene – mai volti che esprimano un’emozione o un pensiero. L’espressione è già una maniera. Sono semplici veicoli di una storia che avviene fra loro e le cose – la pioggia e il ladro, la strada e l’asino, il fiume e la santa. Io vedo, mentre appaiono, ciò che essi non sospettano neppure di avere. Fra loro e me si crea una telepatia, una divinazione. Da allora non si sta più dirigendo un film: noi dirigiamo noi stessi verso qualcosa.

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Un bell’insieme di immagini è sempre detestabile. I film assomigliano a certe battaglie di Paolo Uccello, dove vedi un gran muro di lance, ma non sai chi vincerà, né che gesto accadrà: così io adoro improvvisare, ma quando tutto il film è ben chiaro nella mia mente. Appena so dove arrivare, posso lasciarmi smarrire. E, più è grande la riuscita, più è abbagliante il fallimento. Manca sempre qualcosa, la storia non significa niente di preciso, i suoni sembrano isolati, i dialoghi anomali. Ma è un prezzo da pagare per andare al cuore delle cose, al doppio, triplo, quadruplo fondo della valigia. E la valigia è sempre piena e sempre vuota.

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Finché si può, nel cinematografo, non si deve usare la musica. Nude immagini. Debussy suonava la sua musica con il piano chiuso. In fondo, il cinema sonoro non ha fatto che inventare, per contrasto, le possibilità del silenzio. Ma anche le frasi e i rumori devono cadere al momento giusto, in tono distratto, trasognato, in modo che immagine e suono abbiano l’aria di star bene insieme.

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Spesso, nel cinema, si lavora con l’occhio e con l’orecchio. Io non sono d’accordo. Lavoro o con l’occhio o con l’orecchio. Perché tanta confusione? Che immagini e suoni si scambino, non si mescolino. Mai eccedere ma scavare bene nella sensazione, non tradurla in pensieri ma in immagini nate da quella sensazione. Chi comanda alla nostra pelle di arrossire o fremere di desiderio o di paura? Un regista?

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Il cinematografo non è il cinema volgare degli attori e delle trame, è un viaggio di esplorazione attorno a un pianeta sconosciuto: comincia oggi, e non sai quando si concluderà. E poi, non sai neppure di cosa stai parlando. A volte le immagini più lontane e impreviste affiorano, e sono la tua vera visione; a volte certi legami che avresti rifiutato determinano l’aria della scena, e non sai mai cosa è successo.

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In ogni arte c’è sempre un principio diabolico che agisce contro di lei e cerca di demolirla: ma questo è particolarmente vero nel cinema. Per un vero regista gli attori non esistono, nel senso comune del termine: se ne stanno fuori di sé, fuori dalla loro natura di attori, come modelli di cui seguire i movimenti e le voci, improvvisando sui loro corpi e sui loro volti, e quello che creiamo con loro è in effetti un’idea nuova e straordinaria che solo a film finito possiamo cogliere per intero.

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Le idee – lo sappiamo – bisogna nasconderle, ma non troppo sottoterra: la più importante resta sempre la più profonda, ci si arriverà dopo, ma ci si arriverà comunque. Non c’è fretta. Ogni regista ha molta pazienza. Lavora spesso con l’aria – che è il suo primo modello – e certi scorci di case, certe ore di pioggia, una voce, un sospiro, rappresentano per lui un momento di beatitudine.

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Non bisogna girare per illustrare una tesi, per mostrare a uomini e donne i loro pensieri – per questo ci sono gli scrittori e i drammaturghi – ma per arrivare a quel nodo che non si lascia afferrare né dalla poesia né dalla filosofia e che nel cinema si raggiunge così, per caso, a partire dalla superficie dei volti, delle cose, dei gesti.

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Bisogna trovare senza cercare.

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La creazione si limita a un intreccio di frammenti, a come legare certe scene. Nessuno recita, nessuno interpreta, nessuno è protagonista. La strada, forse. L’angolo di un ponte. Un respiro. Bisogna imparare ad aspettare, ad essere lenti. Niente è più straordinario della lentezza. E quando giri devi dimenticare anche la storia.

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Un colore, per me, è ancora qualcosa di inquietante. Uso pochissimo il colore. Quasi mi sembrerebbe di profanare il sogno che emana dal bianco dei volti, dal nero delle ombre. Tra poco sarò vecchio e ancora non mi rassegno che il mondo sia colorato e vorrei sognare sempre, per non uscire dalla fotografia nera e bianca dei miei sogni, per dirigere senza parola e senza macchina da presa…

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Una volta, un ragazzo che non aveva mai fatto né l’attore né il regista mi chiese perché sprecavo il mio tempo a dirigere film quando avrei potuto rimanere seduto per ore sulla stessa panchina, accanto al ponte, spostando appena la testa o il corpo. «Non è più semplice? – sorrise.

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Nella mescolanza di vero e di falso il vero fa risaltare il falso, il falso impedisce di credere al vero. Un attore che esprima la paura del naufragio, sul ponte di una vera nave colpita da una vera tempesta? Non crediamo né all’attore né alla nave né alla tempesta.

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Ritrovo me stesso nel legame con una mano, una spalla, un volto. Il cinema è perfetto nel prolungare l’incantesimo della fotografia con l’illusione del movimento. Ma nessuno si muove realmente, se non verso la fine del film.

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Un condamné à mortt s’est échappé, 1956, regia Robert Bresson

LA FEBBRE ANALOGICA. Per Ilaria Seclì

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Poeta visionario e barocco, Ilaria Seclì: i suoi versi appartengono al mondo dei poeti “scorticati”, dei “senza-pelle”, dove la sensibilità si accende e si infuoca prima che la ragione possa esercitare il suo naturale controllo. Ma questo non basterebbe a spiegare il trasalire dell’emozione che la sua voce poetica trasfonde al lettore. Forse, in lei, la poesia non è parlata solo dalla potenza delle sue immagini ma è lei stessa la natura tragica del poiein. Scrive Holderlin: «Perché questo è il tragico in noi, che abbandoniamo in completo silenzio, impacchettati in qualche contenitore, il regno dei viventi, non che, divorati dalle fiamme, scontiamo le fiamme che non siamo riusciti a domare». Quelle fiamme, il poeta le sconta attraverso l’esperienza del vuoto:

«se è possibile un vuoto di fantasma

io lo sento,

l’arnia colma, l’aria d’oro,

il taglio netto del momento spense

per i tempi innominati ogni fame»

Le regole vanno sovvertite se erompe la vita: non c’è un finale “verosimile” e “obbligato” a nessuna storia. Il fluire delle sensazioni inventa da sé le sue strade. Come accade in questi versi, che prospettano la visione di una “parola ripudiata”:

«le chiavi seguono le tappe di desideri morti

infilate a toppe di meccanica sopravvivenza

resta la parola ripudiata dai vocabolari

ora postuma nella panchina del giorno

data in eccesso e sconosciuta ai calendari»

La parola è parola affabulante, vivente, da toccare, da assaporare, da cullare:

«la forma che alla nuvola manca all’acqua alla vita

è tutta qui in carne e ossa, passi respiri insonnia»

Domina, nei versi di Ilaria, una febbre analogica, una “tempesta emotiva”, un’eruzione che vuole sciogliere il peso delle comuni parole: è, la sua, una poesia sempre sul punto di disintegrarsi, tra furore e dolcezza, che trattiene a stento nella lingua dell’alfabeto la sua violenza di genesi. «Se la profondità non ha letto per l’acqua / resta richiamo d’inferno e pietre, occhi di bambino / prestati a voglie adulte, il gioco è strada secca / coi morti che arrivano…»; «stava inerme e niente è nuovo, ma quel rumore morso / lo schianto lento appena sopra l’ombelico / cosa dice cosa dice cosa dice». Ilaria è posseduta da un daimon che cerca nuovi segreti, convergente e divergente, fedele alle parole di Char quando definisce la poesia “come un canto di uccello che sta sottoterra e cerca di risorgere, che è risorto da uno spazio troppo bianco”. Non è di quello spazio “troppo bianco” che si occupa il poeta ma del turbinoso accavallarsi di immagini che cancellano quel biancore per colmarlo di immagini. (M.E.)

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*La fotografia è di Ilaria Seclì.

PER GIOVANNI CASTIGLIA

Sengai, il pittore, non usava sempre il suo nome. Allegro e imprevedibile, un giorno firmava yakudò, che significa «cento capanne», e regalava a qualche povero monaco un rotolo di carta con al centro delle case minuscole e lontanissime. «Chissà – sorrideva – potrebbero essere cento». Oppure si firmava Kyohaku – in cinese «vuoto bianco» – e restituiva il rotolo al committente con una semplice ala disegnata nella carta, appena visibile. Un’altra volta si firmò Muhosai, che significa «studio senza regole», e sul foglio tracciò uno scarabocchio così impetuoso e caotico che il monaco a cui ne fece dono ne restò sbalordito. Alieno da ogni metafisica come il monaco zen Sengai. Castiglia genera dal nero le sue forme: ma questo nero, composto da segmenti astratti, se da un lato ci fa dimenticare le leggi della prospettiva tradizionale dall’altro non sopprime neppure per un attimo il ricordo della figura umana e animale, come se in qualche mondo parallelo gli abitanti di sconosciute necropoli o di fantasmatiche civiltà non fossero dissimili da quei neri.

C’è un’arte che non domina uomini o paesaggi ma li reinventa, con un gesto fulmineo, come presenze aliene Raccoglimento e meditazione, prima dell’esecuzione, come per il pittore zen: al momento dell’esecuzione, esserci: poi, dopo l’esecuzione, sparire. La figura dell’artista, come meteora o lampo, brilla per il tempo esatto che serve all’opera per nascere: dopo, si ritira nel buio. Castiglia infrange la fissità dell’apparato scenico, la piccola poetica della «finestra sul cortile», tipica del pittore, espressionista o surrealista che sia, sempre scenografo delle sue opere. Castiglia non ha paura di essere fluido; lascia che la sua opera, come un campo magnetico e uno spazio amoroso, parli più a se stessa che all’autore, senza gli inutili ormeggi di parate cromatiche e di acrobazie formali, ma sempre scintillante del suo rosso vulcanico, del suo blu da visione, del suo nero “bitume di Giudea”. Nel chiostro dell’abbazia di Marienberg sono scolpite due figure: una sembra annunciare e l’altra ascoltare, mentre uno spettrale uccello azzurro si mette in mezzo e accenna una danza titubante sullo sfondo verde e stinto della volta. In un affresco della cripta è miracolosamente sopravvissuta una macchia blu dove si protendono angeli dalle ali ormai scomparse. Nell’affresco carolingio della cappella di S. Maria di Munster S. Giovanni Battista entra dentro una camera azzurra. Balza dalla finestra aperta, il corpo slanciato nel salto, le mani giunte in segno di supplica, la testa già decapitata e rovesciata nel bacile del soldato che, davanti a lui nella stessa stanza, un sorriso ambiguo sulla bocca, guarda quella testa recisa come se vi si specchiasse. La testa è rivolta assurdamente verso di lui. Forse è da sguardi surreali, arcaici e perentori simili a questo, che si formò, nel tempo, l’occhio del pittore.

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Giovanni Castiglia, 1955-2019.

Mostre personali

1980 Centro Italiano Utrecht – Olanda
1981 Galleria “Il Condor” – Palermo
1982 Galleria “La Persiana” – Palermo
1984 Galleria “La Clessidra” – Milano
1985 Libreria “Il Sileno” – Genova
1986 B.N.L. Arti Visive – Genova 1986 Libreria “Insonnia” – Alessandria
1987 Studio “Gennai” – Pisa
1988 Katia Lacoste Gallery – San Josè (California)
1988 Centro Culturale “Le Arie del Tempo” – Genova
1988 “Il Labirinto” – Palermo
1989 Museo Italo – Americano – San Francisco (California)
1990 Katia Lacoste Gallery – San Josè (California)
1991 Walter Bischoff Galerie – Stoccarda – (Germania)
1991 Galleria “Ezio Pagano” – Bagheria (Palermo)
1992 Galleria “Gianfranco Licandro” – Vienna (Austria)
1993 Panache Gallery – Dhahran – Arabia Saudita
1994 Galleria “Ezio Pagano” – Bagheria (Palermo)
1994 Centro Culturale “Satura” – Genova
1996 Galleria “Gianfranco Licandro” – Vienna (Austria)
1998 “Godranopoli Arte Contemporanea” – Misilmeri (Palermo)
1998 “Museum” – Bagheria (Palermo)
2000 “Bottega delle Arti” – Bagheria (Palermo)
2002 “Bottega delle Arti” – Bagheria (Palermo)
2003 “Ciani Artecontemporanea”- Genova
2006 “Chimù Handesign” – Casteldaccia (Palermo)
2008 Galleria “See 301” – Zurigo

2010 “Tutto il tempo è un canto solo” – Palazzo dei Normanni, Palermo

2019 “Legami” – Mostra dedicata a Giovanni Castiglia. Comune di Casteldaccia (PA)

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INCOERENZA

Une partie de campagne

È leggendaria l’umiltà del celebre Jean Renoir (1894-1979), regista di film come La grande illusion, La bete humaine, La règle du jeu e Une partie de campagne, figlio del grande pittore Charles-Auguste. Il regista detestava fare film sottomessi a una rigida sceneggiatura. Renoir non voleva mai scrivere completamente la sceneggiatura. Voleva lavorare con gli attori, il paesaggio, i gusti degli spettatori, e cambiava spesso il suo progetto in corso d’opera. In questa intervista del 1946 il regista teorizza con toni rilassati questo desiderio di libertà. «Ho una vecchia idea nella testa – scrive Renoir – ed è che non sono soltanto i registi, gli attori, i tecnici, a fare i film, che non sono soltanto gli artisti a fare l’opera d’arte. La mia idea è che l’opera è creata anche dal pubblico».

Quando incomincio uun film non so come andrà a finire. Un po’ i soldi, un po’ il caso. Il copione è sempre molto elastico. Detesto fare film che si assomigliano.

Hanno scritto che, quando lavoro, ogni tanto mi pento e cambio idea. Naturalmente. Si comincia con un progetto: ci sembra il migliore, cerchiamo di essergli fedeli, ma siamo pronti a tradirlo non appena arriva un’idea migliore.

La sceneggiatura non è mai di ferro: è solo un’ipotesi di lavoro, un foglio volante, una traccia che deve lasciare spazio all’imponderabile, all’ispirazione che arriva in quel luogo e in quel momento. Se l’emozione di venerdì è migliore dell’impressione di martedì, io seguirò quella. Mi è accaduto con Une partie de campagne. Dopo aver filmato la scena del bacio, dovevo far sentire tutto il passaggio del tempo fra quel momento di felicità assoluta e il futuro desolante della donna. Avrei potuto giocare con le psicologie dei personaggi, accrescere i dialoghi, rappresentare il meschino ritorno a Parigi. Era la prima idea. Non ne feci niente. Buttai via il copione e per oltre quattro minuti filmai il fiume, a bordo di una barca che filava veloce, con la pioggia che cadeva fitta sulle onde. E poi, dopo la pioggia, ripresi il sole, il gioco delle nuvole, il succedersi delle stagioni – tutto quanto poteva accadere nel corso di un temporale sul fiume. Fu bellissimo e naturale: il paesaggio correva fulmineo, come in certi sogni in cui ci si dimentica di esistere, e io narravo lo scorrere del tempo, senza tante psicologie…

Che cos’è questa storia della coerenza, della fedeltà a se stessi? Chiudersi in una maniera non è un buon metodo per vivere: magari, per raffinare un’ossessione, ma io sono troppo sensuale… Non mi sazio mai. Ho molte donne, sono molto curioso e non sopporto nessuna forma di incubo. Voglio vedere e provare tutto: è questo il mio ideale. Sperimentare le forme più differenti, non riconoscermi in una sola. Non sono un pianista condannato a eseguire la Berceuse di Chopin. I miei film sono sempre diversi uno dall’altro. Non hanno una sigla, non hanno un marchio, non vengono dai miei sogni: d’altronde, i sogni si assomigliano tutti, un sacco di gente cova immagini tutte le notti, prevedibili e piuttosto noiose.

Scavo la mia sensazione. La guardo dentro di me. Non la analizzo con parole, la traduco in immagini equivalenti. Non bisogna raccontare una storia per illustrare una tesi ma per scoprire la materia di cui sono fatti gli uomini, i nessi reali che li legano, quel cuore del cuore che nessuna filosofia o drammaturgia o poesia ha saputo afferrare. Io, se posso, quando faccio il regista, vorrei non mettere niente di me. Magari cogliere alcune immagini, e fra le immagini cucire una storia qualsiasi, con filo bianco – ma una storia lieve, che quasi non ci si accorge che esiste. I migliori film sono quelli in cui l’autore si addormenta e fa parlare la storia, con i suoi paesaggi e le sue voci.

[…]

I miei progetti per il futuro? Film brevi e a colori, basati su semplici impressioni, estemporanei. Sento sempre di più l’insofferenza del soggetto. Il soggetto è angosciante da cercare; e, quando lo si trova, diventa un ostacolo, una costruzione artefatta, che mortifica l’invenzione. Vorrei fare documentari, impressionare gesti, registrare suoni. Essere libero di «girare». Il regista non è forse un giramondo? E chi guarda film dovrebbe guardare nuvole e volti, pascoli e fiumi, con trasognata pigrizia, ora abbassando, ora sollevando il capo, senza fissare l’occhio in un punto di vista. I panorami non sono mica prigioni…

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, A schermo nero, QuiEdit editore, 2010.

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Jean Renoir, Jean Gabin

FRA LE ROCCE. Storie e immagini di montagna

a cura di Giorgio Enrico Bena

Edizioni Neos, Torino 2023

Neos edizioni. Riflessioni in leggerezza

Realtà, fantasia e ricordi si dipanano in questi racconti ispirati alle opere dell’alpinista, fotografo e pittore Gino Balzola (Torino 1927-1983), personaggio eclettico che ha lasciato un segno originale sull’idea di montagna.

Questo volume, ideato da Andrea Balzola e Silvia Maria Ramasso, è curato da Giorgio Enrico Bena, e dedicato a Gino Balzola, fotografo e pittore, nel quarantennale della sua morte, Le sue fotografie, artistiche e di montagna, scattate negli anni Cinquanta del secolo scorso, tra le Alpi piemontesi e le Dolomiti, hanno ispirato i racconti di venti scrittori.,

LE METAMORFOSI DI UN CERCHIO. Dario Capello

(Intorno a L’età della ferita, Medusa, 2022, di Marco Ercolani)

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Marco Ercolani, ovvero “degli astratti furori”. Dentro alla sua mitologia personale, tra le sue ossessioni: l’apocrifo, l’epistolario, le vite immaginate, la voce dei folli, l’aria il volo e la leggerezza, la caduta, la salvezza di una forma (che è la scrittura) da opporre alle furie. Qui, ne L’età della ferita, il controcanto struggente, ricco di pathos, con la figura di Kafka (così come emerge per schegge dai “Diari”) configura un gioco di specchi. Quasi sempre specchi ustori. Si viene a formare una sorta di eco tra le due scritture. Un’eco arricchita da tutto il tragitto percorso e dalla distanza. Un suono di ritorno con un aria da ultimatum. Il gioco di specchi si arricchisce poi con l’espediente narrativo di una terza figura, un io che parla con la voce di Ercolani. Un filtro di sapore letterario che sarebbe piaciuto a un Borges o a un Pessoa. Ma che voce è questa? Potrebbe essere la voce di tutti, una parola personalissima ma anche vagante, continua, successiva, nella quale ciascuno di noi capta o proietta la parte destinata.

E’ questo un libro attraversato da un vento secco, dove prevale la lingua concisa, scandita e nervosa, tutta densità. Densità di un pensiero interrogante, di natura intransitiva, che da sempre è il segno, la cifra della scrittura di Marco Ercolani Si sentono forze che premono… Un panorama di sbalzi, di improvvisi precipizi appena richiusi all’ultimo. Ma la nota di fondo, il basso continuo che sostiene il tutto, nonostante il carattere frammentario, rapsodico dell’insieme, è nell’inquietudine e in un certo sentimento del tragico che accomuna Kafka e Ercolani e li dispone a specchio. E c’è qualcosa (più di qualcosa) nel mondo pieno di fermenti creativi di Marco Ercolani che può avvicinarlo, per via di fascinazione, a suon di richiami, alla figura di Kafka, fino a colmarne almeno in parte le distanze,

Ad esempio il ricorso per entrambi alla “sproporzione”, allo scarto, fino al paradosso (“Lui vuole solo comunicare ciò che non si comunica”) per disarticolare nel contrasto estremo tutto ciò che di automatico, di meccanico, entra a far parte della consuetudine, D’altra parte, tutta la copiosa produzione di Ercolani andrebbe letta tenendo sempre a mente le parole di un suo titolo: “lezioni di eresia”, che sono altra cosa dalle lezioni “di tenebra”.

O ancora, il senso di “estraneità”. L’esilio dello straniero al mondo. Il nomadismo. “Mi illumino da me. Mi scrivo da me. (…) Non ho mai avuto altra vita che questa, ora, dove non sono,” Naturalmente anche la fuga nel mondo e dal mondo è illusoria: “uscire (…) è andare via per sempre, via nella nave che finalmente scioglie gli ormeggi e lascia la terra. Ma quale terra?”

Leggendo Marco Ercolani, qui come altrove, si è in prima battuta catturati dalla profondità del suo coté notturno. L’enigma, l’incompiuto, l’indicibile, una certa idea di verità nomade, il regno del sogno, “occorre sognare sempre”.

Il privilegio del non-sapere, ad esempio. Che non esclude la validità del sapere. “Non capire spalanca strade…” Nessuna “nube” misticheggiante o estatica in questo non-sapere di Ercolani, piuttosto un capovolgimento all’ultimo gradino, un “fuori-scala”, una conquista della mente.

Appartiene al registro notturno anche il topos del volo, presente qui come altrove, dove è anche più insistito. E’ un’ala senza angelismo. Un Icaro pieno di perplessità. L’ala e il volo diventano in Ercolani il segno di una diversa, possibile esperienza, che comprende anche la caduta, tanto da poterne registrare i ritardi: Il ritardo della caduta, così suona uno dei suoi titoli precedenti. Naturale corollario del volo e della caduta diventa la vertigine, altra parola chiave, ricorrente nell’immaginario di Ercolani. Ancora un suo titolo: Vertigine e misura.

Già…la misura. A ben vedere, è ugualmente attivo in tutto Ercolani un potente esprit de géométrie, che ne sostiene il regime diurno, il registro chiaro. Una coscienza lucida, anche nei confronti della propria maschera. Uno strumento affilato, rasoio o grimaldello, finisce per minare dall’interno anche le certezze della ragione che lo ha costituito. Così il cerchio non si chiude mai su se stesso.

Quel che resta ancora da sottolineare è il fascino, qui, ne L’età della ferita, di certe note narrative, o se si vuole, poetiche, dove la parola nitida, scandita, cristallina segue e insegue tutte le onde dello smarrimento, tutte le parabole della caduta. Una parola pur sempre mossa e turbata ma che sceglie un suo livello linguistico sobrio, a tratti anche neutro. La stessa parola che deve “parlare per tutti noi”, poiché in qualche modo ci ha già scritti.

Come esempio di una fantasia felice, di un’immagine di gusto preromantico, ma virata su registri linguistici di media temperatura e quindi spogliata di enfasi, penso alla pagina 79, dove un cavallo bianco, investito dal sole si slancia fra le nuvole “senza alcun diritto” e galoppa felice… Nostalgia di una vita prima della vita. E nostalgia del selvatico. Il galoppo del cavallo (simbolo ctonio e solare insieme) secondo un’indicazione di G. Durand è isomorfo sia del ruggito del leone che del mugghiare del mare.

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Paul Klee

UN LABIRINTO. Ruggero Jacobbi

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Un labirinto

poi vaghe forme poi colorite colonne poi

l’unghia d’argento poi la scritta attenzione

poi le orme ciroolari le orme delle forme e

un passo di bronzo poi nulla un nulla

continuato poi il nostro piede uguale

il nostro piede poi un alcool di pensiero o

fumo poi l’ombra poi lo sguardo poi l’ombra poi lo squarcio poi

*

Ipotesi dentro un crepuscolo

Il poeta s’apparta, non diserta (G.P. .Lucini)

E se fosse vera tutta la vita? Se

queste immagini astratte, negative, fossero un gioco

e davvero colasse negli interstizi dell’età

un tempo più oleoso, una morchia di mali

e di ricordi, la pasta fluida degli errori

in cui si perse la pietà? Ah, se tutto

rispondesse a tutto, in modo terribile,

se tutto fosse come la paura di quei cipressi nel cielo violento,.

nel cielo di sangue, e la morte non somigliasse a nulla di possibile,

io vedrei la presenza aspra del mondo, io finalmente aprirei la mia porta!

(1980)

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I testi sono tratti da: Ruggero Jacobbi, Quaderno brasiliano, Fermenti editore, Roma 2010.

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Ruggero Jacobbi (1920-1981), studioso della poesia futurista, sceneggiatore, regista e cronista teatrale, storico della letteratura del Novecento e del teatro brasiliano, ha scritto i seguenti libri di poesia: Poemi senza data (Porto Alegre, Hiperion 1955) Angra (Gela, Il messaggio 1973) Despedidas (Pisa, Valenti 1976) Le immagini del mondo. Poesie 1966-1976, con un ritratto di Murilo Mendes (Cittadella, Rebellato 1978). E dove e quando e come (Fossalta di Piave, Rebellato 1980) Privato minimo (Roma, Quaderni di Piazza Navona, 1980) Di che parlo (Monterotondo, Grafica Campioli, 1991) Arnoldo in Lusitania e altri libri inediti di poesia (Roma, Bulzoni 2006) Quaderno brasiliano. Poesie 1946-1960 (Roma, Fermenti 2010) Con Jacobbiana (Bulzoni, 2012), a vent’anni dalla scomparsa, Anna Dolfi compone un libro critico indispensabile, che ripercorre le diverse anime del poliedrico ed eclettico artista veneziano

DELL’AMICIZIA. Ruggero Jacobbi

A Emilio Villa

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O pomeriggi

strepitosi di grida tra le foglie

con le corse e gli abbracci.

Conciliano a parole:

è festa breve per le mani,

col chiaro vento che mi rasserena al fischio

che inventa treni di là dal monte. Vaga

ora l’immagine d’addii:

poi più stretta, accanita agli occhi caldi

nella stanza non mia: tempi e tempi

passarono! Anche questi passeranno.

Ma non così.

Ricorderò che il vento

mi chiama, e l’acqua macera le sponde

di una roccia ch’è mia: che la tua faccia

ride ad un lago: ma partire!

Attendo

con l’alba un’altra festa di convogli.

Salirò in un sobbalzo della gola

per guardarmi morire, ai tuoi paesi:

rapido scalda i fiumi, i miei colori

pel rimorso di poi; con le tue care

donne, la casa rossa dove il cane

non tornerà a salutarmi: e parole

per un addio festoso.

Scenderò a Vado Ligure, tra i scogli

l’ultimo treno s’arroventa al mare

per me, per un bagno alla Croce:

Emilio condannato

ai pensiero del giorno e della notte

con i libri dei profeti;

e la serenità di un altro viso.

M, Ferragosto in Piandèndice, luna

primaticcia, tempi senza respiro;

Croce sugli scogli: o sodali,

al convegno vi chiedo delle strade

con tutti i miei treni: alle feste

dell’ospitalità. Dilaga

un eccessivo amore, Ma qui tutti,

al tavolo delle mie stanze,

in folla col fumo e le parole

come in sogno, tutti i vostri nomi.

Li interrogavo in sogno: poi fu vero,

ma solo questo, solo questo?

Non riispondevano, gli amici. Uno disse

poi, ma in che tempi, “Alla fiamma verace”:

sul tavolo incidevano una luna.

Ma Emilio, oh, Emilio gridò morti i tempi

de fuoco, e “via dalle baldorie”:

per valli di chiese e d’ulivi

con la memoria risaliva i boschi

a giudicare gli anni della speranza.

(1951)

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I testi sono tratti da: Ruggero Jacobbi, Quaderno brasiliano, Fermenti editore, Roma 2010.

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Ruggero Jacobbi (1920-1981), studioso della poesia futurista, sceneggiatore, regista e cronista teatrale, storico della letteratura del Novecento e del teatro brasiliano, ha scritto i seguenti libri di poesia: Poemi senza data (Porto Alegre, Hiperion 1955) Angra (Gela, Il messaggio 1973) Despedidas (Pisa, Valenti 1976) Le immagini del mondo. Poesie 1966-1976, con un ritratto di Murilo Mendes (Cittadella, Rebellato 1978). E dove e quando e come (Fossalta di Piave, Rebellato 1980) Privato minimo (Roma, Quaderni di Piazza Navona, 1980) Di che parlo (Monterotondo, Grafica Campioli, 1991) Arnoldo in Lusitania e altri libri inediti di poesia (Roma, Bulzoni 2006) Quaderno brasiliano. Poesie 1946-1960 (Roma, Fermenti 2010) Con Jacobbiana (Bulzoni, 2012), a vent’anni dalla scomparsa, Anna Dolfi compone un libro critico indispensabile, che ripercorre le diverse anime del poliedrico ed eclettico artista veneziano

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OMOSESSUALITA’ E ALCHIMIA. Alfonso Guida

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Mario Mieli. Sradicare i fondamenti. Ribaltare lo status quo.

Restituire ordine alla natura dell’uomo. La verità, stupenda e scandalosa, nel travestimento si manifesta, si estrinseca, si rivela. Ciò che uno è vuole essere, rappresentare. Il travestito è l’incarnazione del desiderio di armonia, di unità, di equilibrio tra le parti. Una femmina che si traveste da maschio non suscita stupore né scandalo, ma un maschio che si traveste da femmina stupisce, scandalizza, suscitando riflessione umoristica, disprezzo, derisione, istinto e sentimento di gogna.

La verità è questa. La verità sulla terra viene per farsi crocefissa. Il travestito è Cristo: bagliore, segno, indizio, prova dell’esistenza sotterranea di una verità che vuole emergere, palesarsi, costituirsi come vita, realtà. La verità non può che farsi oggetto di alienazione ontologica da parte della storia. La storia è il muro della verità. I muri si perforano nei secoli, nei millenni. Oppure: mai. L’uomo giudica, condanna, incarcera la verità perché la verità pesa ed è potente. Scatena terrore, paura. Il grande errore dell’uomo dimora nel suo istinto di difesa. L’uomo si difende prima ancora di conoscere. Manda a morte senza sapere. Tra l altro, si rifiuta di sapere. Ha paura. Per questo resterà una larva. L uomo non è mai nato. Finché non accetterà che la verità cammini, per strada, sfilando, nuda, abnorme, con naturalezza, resterà feto. La paura è tale che l’uomo è ricorso a guerre, muri di protezione e di difesa, inventando il carcere. Ma c’è un carcere più muto e invisibile che precede il carcere fisico ed è il coercitivo stato di imperfezione in cui la visione dello specchio lo relega e costringe grottescamente a rimanere. La paura è una smorfia deformante, carnevalesca sul viso dell’umanità. Non c’è cultura che ad oggi sia riuscita a sradicare i fondamenti dell’inganno, della menzogna. Non è casuale l esattezza del significato etimologico della parola “omofobia”, sentimento (opposizione-resistenza) presente, in quanto fondamento, realtà senza tempo, notte arcaica mai finita, in ogni assetto psichico umano, in ogni singolo individuo. Forse che l uomo nasce terrorizzato, impastoiato. Mario Mieli sperava nell‘Opera al Rosso dell’uomo. Propugnava la Rubedo, andava nelle fabbriche, per strada, gridando, non come il folle di Nietzsche nei mercati “Dio è morto”, no, Mieli gridava: “Svegliatevi. Sono passati 500 anni. State soffocando nelle vostre ceneri, ma la Fenice è pronta, voi ne impedite la nascita, l’alba”. Questo, in altri termini, significava: “Uomini, siate Cristo, due nell’uno, unitevi dentro voi stessi, la felicità sarà accogliere l estraneo, il nemico, ciò che chiamate nemico, cucirvelo addosso, parte del vostro corpo, pelle di maschio e femmina, due nell’uno, siate il fiore compiuto, l’androgino, l’intero”. Chiunque si avvicini alla verità, scoprendola, denudandola, resta solo. Brucia, falena, perché la verità è il sole, la luce, il grido solitario, strozzato dalla disperazione cristiana di aver toccato la riva dell’acqua bianca delle origini, del tempo precedente la cacciata, la caduta, il peccato. Mario Mieli, tornando indietro, giunse alle porte del crollo dell’uomo nel tempo. Giunse alla solitudine inevitabile dell’anima pura. Ma era solo, appunto, e non poté durare. La morale del gregge lo condannò al suicidio. Non fu diverso dal suicidato della società, l’”altro suicidato”, Van Gogh nell’urlo roco e cristallino di Artaud.

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Mario Mieli nasce a Milano nel 1952. Nel 1969 fondò un circolo di poesia che diventa anche un luogo di incontro per omosessuali. Pienamente coinvolto nella contestazione del ‘68, evocherà questo periodo nel suo romanzo autobiografico Il risveglio dei faraoni. Nel 1971 si trasferisce a Londra. Qui frequenta il Gay Liberation Front venendo a contatto con l’attivismo omosessuale. Tornato in Italia nel 1971, a soli 19 anni, è insieme ad Angelo Pezzana tra i soci fondatori del celebre Fuori! a Torino, prima associazione italiana del movimento di liberazione omosessuale italiano. Si laurea in filosofia morale con una tesi poi pubblicata da Einaudi nel 1977 col titolo di Elementi di critica omosessuale. Mario Mieli è uno dei primi a contestare apertamente le categorie di genere vestendosi quasi sempre con abiti femminili. Nel frattempo si dedica al teatro, destando scandalo con opere come lo spettacolo La Traviata Norma. Ovvero: Vaffanculo… ebbene sì! (1976). Nel 1974, durante un viaggio a Londra, Mieli, vicino già all’antipsichiatria, inizia ad interessarsi di psicoanalisi; in dicembre è arrestato, seminudo, in preda a una crisi psichica, nell’aereoporto di Heathrow. Incarcerato, e poi ricoverato nella sezione psichiatrica del Marlborough Day hospital, viene ricondotto a Milano, dopo la condanna a pagare una multa, e ricoverato in una clinica psichiatrica per un mese. L’anno seguente viaggia verso Amsterdam, è di nuovo a Londra e si laurea con lode in  filosofia. Al V congresso del Fuori!, che sancìsce la sua rottura col movimento e con Angelo Pezzana, Mieli prende la parola, si dichiara transessuale e parla della sua esperienza di malattia mentale e di omosessualità. Dopo questo periodo si dedica alla stesura degli Elementi di critica omosessuale. Negli ultimi anni di vita si dedicò all’esoterismo e all’alchimia, isolato dal resto del movimento, e lavora al romanzo Il risveglio dei faraoni, pubblicato postumo nel 1994. Muore suicida nel 1983 a 30 anni; ritrovato con la testa nel forno della sua abitazione milanese, intossicato dal gas. Tra i possibili motivi del gesto estremo l’ostruzionismo che il padre, influente industriale milanese, aveva attuato per impedire la pubblicazione della sua opera, ritenendola troppo autobiografica e lesiva dell’onore familiare.

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Mario Mieli

INEVITABILITA’

Fritz Lang (1890-1976) aveva deciso di scrivere un suo breve lessico personale sul cinema. Qui si riportano i suoi primi appunti di lavoro, datati 1970. Una delle idee più originali e più forti del regista tedesco, molto distante dalla poetica di Renoir, è che ogni libertà è assente nel cinema e che lo spettatore è costretto a identificarsi solo con lo sguardo del regista.

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Morale

Ogni atteggiamento creativo è morale, anche quando si tratta di una menzogna. Anche mentire è morale, se inventa nuove forme di vita, nuove ipotesi di salvezza.

Idee

Realizzo ogni film come se fossi un sonnambulo. Ma nessuno di essi è riuscito a tradurre in modo adeguato quella prima idea, tra reale e irreale, che lo ha fatto nascere.

Spontaneità

La spontaneità deriva da una minuta attenzione al particolare e dall’esercitazione costante. Il disinvolto scatto del pollice che ferma l’automobilista che passa è il frutto di continui appostamenti dell’occhio sulla realtà. La celebre scalinata della Corazzata Potemkin non sarebbe nulla senza quella bocca, quella culla, quel paio di occhiali.

Bianco e nero

Il solo colore possibile del cinema è un bianco e nero molto contrastato dove sia evidente il conflitto dei personaggi con la loro storia.

Colore

Lo smagliante esotismo del colore indebolisce. L’ho usato in certi film perché è molto suggestivo per le fiabe e per i paesaggi astratti.

Monocolo

Sono diventato orbo, ma sono in buona compagnia. Tanti registi, da Ray a Ford, sono monocoli. L’abitudine di guardare è piacevole ma rende quasi ciechi.

Teorie

La sola che conosco: il responsabile delle mie menzogne sono io, il regista.

Definizione

Ho amato Godard perché ha scritto questa frase sul cinema: «Un’immagine non è forte perché è brutale o fantastica, ma perché l’associazione d’idee è remota, remota e giusta».

Assassino

Mi sono spesso identificato con l’assassino perché la figura di un uomo che toglie a un altro uomo il suo bene più prezioso è una figura tragica, posseduta da qualche demone che lo ha spinto oltre i limiti del comportamento umano. Anche l’artista, nello spingersi oltre i limiti, ha il dovere di rassonigliargli.

Psicologia

La psicologia è ritmo, movimento, gesti – mai discorso.

Montaggio

Vorrei non staccare mai l’obiettivo dalla scena.

Far vedere

Ogni film educa a far vedere. Nessuno, come il regista, si è assunto questo potere senza mezze misure: costringere chi vede a identificarsi nel suo sguardo. Ogni idea di libertà è assente dal cinema. La sola, unica libertà, è quella di fare propria la visione morale che il regista esige da te. Il cinema chiede una complicità assoluta con lui: quella di credere a un sogno che ha corpo, ombra, colore, voce. Il suo sogno.

Psiche

Forse bisognerebbe che il regista, alla fine di ogni film, passasse una notte nello studio di un analista e gli raccontasse la storia di tutto il lavoro del film, ora per ora. Lo psicoanalista comincerebbe a credere nel potere del caso.

Pittura

Avrei voluto essere un pittore, da giovane, ma le immagini fisse mi disturbavano come lapidi di cimiteri.

Nero

Perlustrare il mio spirito dove tutto è nero, informe, senza immagini. E poi, cominciare ad avere idee reali, come piccole trances.

Inevitabilità

Il cinema non è tanto la necessità di stupire l’occhio e l’orecchio con musiche e luci quanto la necessità di raccontare inevitabilmente, con musiche e luci, una storia.

Mabuse

Ricordo l’ultima scena del film, con la cella di manicomio di Mabuse, tutta fitta di fogli scritti dal medico pazzo. Per la sua gigantesca, invasata calligrafia, mi sono ispirato ad alcune figure reali di reclusi, tra cui il pittore Adolf Wölfli.

Sproporzione

Che sproporzione tra voracità dell’occhio e unicità della macchina da presa! Dovremmo avere occhi in tutti i lati della testa.

Inquietudine

La maggior parte dei film non serve a svelare niente. La soluzione dell’intreccio non deve mai lasciare tranquilli. L’intreccio che ho spesso cercato è quello dell’innocente e del perseguitato. La vita è, come sappiamo, priva di senso se è priva di ostacoli. Il massimo ostacolo è quando ci vogliono privare della vita. Allora si lotta. Il dramma diventa una questione di vita o di morte e lo spettatore non può che diventare ostaggio della suspence creata dal regista.

Bassa marea

La mia sensazione è che il cinema contemporaneo sia dominato solo da autori pettegoli e prudenti.

Dramma

IL cinema non è solo un dramma dell’occhio. Tutti i sensi sono messi in allarme. Voglio che lo spettatore sia incerto su cosa accadrà ma che sappia fatalmente, nel subconscio, che cosa accadrà. È come un gioco che ora nasconde e ora rivela. E lo spettatore è domato dalle briglie che io gli ho imposto, che io solo controllo.

Interpretazione

Inesistente. Ogni volto, per come è inquadrato, è un universo per il quale richiedo la complicità di un altro occhio. La verità è quello che voglio io, con quelle luci e quelle ombre. Con il mio rigore.

Lo spione

Vorrei girare un film muto, brevissimo, seguendo il percorso di un assassino dalla sua stanza fino al luogo del delitto. Una microcamera nella sua nuca. Niente di più. Nessuna avanguardia. Solo il tentativo di un realismo estremo. L’occhio magico della mdp muove, seduce, trasforma la realtà per farla diventare ancora più reale.

Ridere

Mi diverto se lo spettatore non sa prevedere la prossima scena.

Il sepolcro indiano

Adesso vorrei girare un film pensato in bianco e nero e realizzato con lo smagliante splendore dei colori. Una sconosciuta ammiratrice, dopo che il mio coloratissimo ed esotico Il sepolcro indiano è uscito nelle sale, mi ha scritto: «Signor Lang, grazie. Avevo già deciso di togliermi la vita. Ma ho rimandato, prima volevo vedere Il sepolcro indiano. L’ho visto, mi è piaciuto, ho scordato di uccidermi». Può ricevere lode più grande un regista orbo e prepotente come me?

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Fritz Lang