PAGINE SUL DESERTO. Edmond Jabès

L’esperienza del deserto è stata, per me, dominante. Tra cielo e sabbia, tra il Tutto e il Nulla, la domanda è bruciante. Brucia e non si consuma. Brucia per se stessa, nel vuoto. L’esperienza del deserto è anche l’ascolto, l’estremo ascolto. Non solo si sente ciò che non si potrebbe sentire altrove, il vero silenzio crudele e doloroso perché sembra rimproverare persino al cuore di battere; ma capita anche, per esempio quando si è sdraiati sulla sabbia, che di colpo un rumore insolito ci incuriosisca; un rumore come quello di un passo umano o animale, ad ogni istante più vicino, oppure che si allontana, o pare allontanarsi, mentre in realtà segue la sua strada. Dopo un lungo momento, se davvero ci si trovava nella sua direzione, sorge dall’orizzonte l’uomo o l’animale che il nostro udito ci aveva preannunciato. Il nomade avrebbe saputo identificare quella «cosa viva» prima di vederla, subito dopo che il suo orecchio l’aveva percepita. Questo perché il deserto è il suo luogo naturale.

Così come il nomade ha fatto col suo deserto, anch’io ho cercato di circoscrivere il territorio bianco della pagina, di farne il mio autentico luogo; al modo dell’ebreo, che da millenni si è appropriato il deserto del suo libro, un deserto in cui la parola, profana o sacra, umana o divina, ha incontrato il silenzio per farsi vocabolo, ossia parola silenziosa di Dio e ultima parola dell’uomo.

Ma il deserto è assai più di una pratica del silenzio e dell’ascolto. È un’eterna apertura. L’apertura di ogni scrittura, quella che lo scrittore ha il compito di preservare.

Apertura di ogni apertura.

* * *

Il deserto

«La parola d’origine è parola del deserto; oh deserto della nostra parola», scriveva reb Aslan.

«Non c’è luogo per chi è condotto dai propri passi verso il luogo natale;

come se nascere non fosse altro che andare verso la propria nascita.

Il mio avvenire è la mia origine», diceva.

«Non vi è più possibilità di ritorno per chi si è inoltrato nel deserto. Venuto da altrove, l’altrove è il suo orizzonte geminato.

Sabbia è la domanda. Sabbia è la risposta. Il nostro deserto è illimitato», scriveva reb Semana.

In ciascuna mano teneva un po’ di sabbia: «Da una parte, le domande; dall’altra, le risposte. Le une e le altre hanno lo stesso peso di polvere», diceva anche.

Creare è trasformare il futuro nel passato di ogni atto.

Con regolarità esemplare, l’ebreo riprende il proprio cammino volontario verso il deserto; va incontro a una parola rinnovata che è divenuta la sua origine.

«Creando, tu crei l’origine in cui ti inabissi», scriveva reb Samua.

«L’origine è abisso».

reb Behit

*

– Se Dio ha parlato nel deserto, è per privare di ogni radice la Propria parola, affinché il Suo legame privilegiato sia costituito dalla creatura. Noi faremo della nostra anima un’oasi nascosta, diceva reb Abravanel.

– E cosa faremo della Sua parola scritta? – chiese il discepolo.

– Trasformeremo i suoi vocaboli di fuoco in un libro di fuoco inconsumabile, rispose reb Abravanel.

Ma reb Hassoud, i cui discorsi e commenti, per via della loro arditezza, erano di solito accolti male dagli esegeti, intervenne e disse:

– Errante è la parola di Dio. Ha come eco la parola del popolo errante. Per essa non c’è oasi, né ombra, né pace, ma solo l’immensità del deserto assetato, ma solo il libro di questa sete, il fuoco devastatore del fuoco che riduce in cenere tutti i libri, sulla soglia dell’ossessiva illeggibilità del Libro tramandato.

«Cos’altro abbiamo fatto, se non metterci indefinitamente in questione, interrogando persino il ronzio della mosca? In questo consiste il nostro umile merito, ma anche la sorgente della nostra disperazione», scriveva reb Feroush.

«In quale momento straziante della nostra impotenza ci occorrerà imporre al libro l’arresto della nostra lettura?

Io chiudo gli occhi. Mi rifiuto di andare oltre.

Che il libro possa infine liberarsi dalle nostre catene», aveva annotato.

* * *

Il dopo-deserto

Il fuoco partecipa della ricchezza come della miseria, della foglia come del seme, della stella come del ciottolo.

Il deserto fa paura al fuoco.

«La Parola di Dio, che è di fuoco, un tempo fu parola effimera e localizzata, perché il deserto le impedì di propagarsi; ma da dove deriva il fatto che essa risuoni ancora nell’universo, come il grido stesso della vita? È che il deserto l’ha respinta», scriveva reb Basri.

«E l’universo, colpito dalla folgore di El, polvere d’oro su sabbia d’oro, si stenderà da ultimo nel deserto per un sonno eterno.

Così, per istinto, abbiamo appreso che Dio era la morte», aveva scritto reb Assayas.

E altrove: «Ah! diffida di quella divina Parola di vita, poiché sorge dalla nera gola della morte. Ed è alla tua morte che s’indirizza.

Da vivo, non avrai mai altro che il presentimento della Parola di Dio».

«Sento la voce lontana di Dio, diceva reb Toueta. Entro, passivo, nella morte».

Tutte queste teste senza colli.

Tutti questi colli senza spalle.

Tutte queste spalle senza torsi.

Tutti questi torsi senza polmoni.

Tutti questi polmoni senza ventri.

Tutti questi ventri senza anche.

Tutte queste anche senza gambe.

Tutte queste gambe senza piedi.

Tutti questi piedi senza terra.

Tutti questi libri senza titoli.

Tutti questi titoli senza fogli.

Tutte queste pagine senza frasi.

Tutte queste frasi senza parole.

Tutte queste parole senza lettere.

Tutte queste lettere senza inchiostro.

Tutto questo inchiostro senza notte.

Tutte queste notti senza sonno.

… questo sonno senza risveglio.

… questo risveglio senza sole.

E reb Ayad disse: «Che cos’è il deserto se non la prova della completezza, la morte nella morte quotidiana?».

E Yukel disse: «Solitudine delle nostre teste cadute, delle nostre spalle disfatte. Solitudine dei nostri torsi, dei nostri polmoni schiacciati. Solitudine delle nostre anche spezzate, delle nostre gambe immobili. Solitudine dei nostri mattini e delle nostre notti; dei nostri occhi fuori dalle orbite e delle nostre mani senza braccia; della nostra lingua e dei nostri libri.

Oh, Sarah, come potrebbe un corpo fatto a pezzi sapere di essere stato, una volta, un corpo e come potrebbe aspirare a riunire le proprie parti disperse? Quale mezzo dovrebbe inventare per riuscirci? Quale parte di sé avrebbe una forza sufficiente per prendere l’iniziativa?

L’unità non è che ardente desiderio di unione e la totalità non è che frammenti elettivi esposti alla frantumazione.

Solo il deserto – forse perché questo dopo-mondo, come un cancro non ancora scoperto nel corpo rigoglioso dell’universo, quest’ineluttabile fine di tutte le fini di un mondo che rinasce, ma condannato – è stato e non potrebbe che essere per sempre, accanto al cielo, accanto al vuoto celeste – come si è a ridosso della luce che ci restituisce all’ombra e della notte che ci restituisce all’aurora –, da un orizzonte all’altro, che il legame supremo con la morte».

– Cosa c’è di più insolente della morte? chiedeva reb Eliaram al suo maestro reb Saada.

– Forse il dopo-morte, l’avvenire sfrontato della nostra tanto temuta assenza, gli rispose il maestro.

«Il deserto è sempre la distesa recuperata dei nostri deserti.

Oh, morte dopo la morte.

Oh, fuoco prima della fiamma.

Il deserto non sarebbe altro che l’estrema somiglianza col libro bruciato che, nella sua eternità, ogni granello di sabbia, per l’istante che s’immobilizza, eleva al trono», diceva.

(Traduzione di Giuseppe Zuccarino)

* I tre brani, tratti da E. Jabès, Le Soupçon Le Désert (Le Livre des Ressemblances, II), Paris, Gallimard, 1978, pp. 56, 123-125 e 133-135, sono stati pubblicati in “Scriptions” seconda serie, 5, 2020, a cura di Luisella Carretta.

Leonardo Rosa

CARTOLINE. Julien Green

Immagini di Salvador Dalì

**

10 ottobre 1933

Da Dalì. Ci fa vedere tre quadri minuscoli, ma sta qui il merito di questo pittore, poiché i suoi quadri, che hanno la dimensione d’una cartolina, fanno l’effetto di essere molto più grandi perché sono concepiti come grandi quadri. Uno può spalmare di pittura una tela di dieci metri quadrati e non produrre in definitiva che una miniatura ingrandita; il che è accaduto così spesso ai pittori ufficiali. Dalì fa tutto il contrario. Mette il cielo e la terra in uno spazio ove non starebbe una mano. La più bella fra le pitture che ci mostra rappresenta quattro personaggi in riva al mare. Due uomini vestiti di grigio sono sdraiati sulla sabbia; accanto, una governante seduta e vista di spalle; vicino a lei un ragazzetto in blu, con una braciola in testa. Quella braciola, mi dice il pittore con gravità, è derivata dall’idea contenuta nella storia di Guglielmo Tell, storia che tradurrebbe, sembra, il desiderio soffocato del padre che sogna di uccidere il proprio figlio. Uno degli uomini sdraiati sulla sabbia è Lenin. La governante accanto porta un abito lilla le cui pieghe sono eseguite con un senso quasi allucinatorio del rilievo. Osservando quei personaggi si finisce con l’avere l’impressione che essi sono rimpiccoliti, non dal pittore ma da una distanza enorme e che si vedono attraverso un potente cannocchiale. Dalì ci fa vedere poi un certo numero di disegni ove quella che si potrebbe chiamare l’ossessione della carne è chiarissima. Non si tratta che di orologi di carne, di cosciotti diventati violini, di braciole-rivoltelle, di stomachi mutati in cuscini.

*I testi sono tratti da: Julien Green, Diari 1928-1934, traduzione di Libero de Libero, Mondadori, Milano 1946.

LA PENNA MAI FUORI DAL SOLCO. Ercolani, Palomba

Tre poesie per Ilaria P.

Per chi resiste oltre il dolore possibile

restano i segni dell’esserci dopo

resta ciò che sembrava

impossibile:

vivere il miracolo di un’aria che ancora

vuole essere respirata

proprio da te che la condannasti a sparire

tacendo di colpo,

il corpo rotto dal volo,

infranta ma viva:

come il vetro che dopo l’urto finale

riflette ancora se stesso.

**

Non sarà possibile

sparire come sognavi. Oggi

la terra fitta

e infinita ti chiama

illuminata dallo stesso sole

non dimentica la tua ombra.

Non piangeremo nessuna scomparsa:

sei ovunque, in magico volo,

senza la nebbia del corpo,

un giorno non respiri il giorno

successivo voli per mille nuvole.

Sparire,

certo: non essere

vista, dentro il fumo di ombre

appena apparse, felici di avvolgerti,

tue. Sparire

resta il dono ma non ora,

nella terra cieca.

**

Di quando eri più giovane

e non esistevano muri

o tu non li vedevi, segreti.

Di quando i fogli

non conservavano la forma delle parole…

Ah, le mura strette e basse,

il bisogno d’aria,

la penna mai

fuori dal solco!

E ora?

Come tornare?

Impossibile forare

il vento.

Improbabile restare, ma

chi resta sa:

è testimone,

di quello che accadde e non ricorda,

per sempre.

***

*Da: Ilaria Palomba, Purgatorio, Alter Ego Edizioni, Viterbo 2025.

Mi sono innamorata di Thierry Metz, è stato Zadkiel a farmelo leggere, Zadkiel sa vedere la bellezza oltre questo male, lui non mi sente affatto malata, lui mi vede nell’estrema purezza, e nelle sue lettere ritrovo la vita che mi sfugge ogni giorno, quella che volevo eludere, e non si può, si può solo cadere in un piano inferiore; ma lui è la profondità e l’altezza, a ogni mio demone contrappone il celeste. Per lo più si perde sulla strada chi non desidera altro che un compenso; restano coloro che non chiedono, restano perché non hanno nulla da scambiare, o muoiono per questo? Quando le ombre bussano a tutte le pareti, so che ho bruciato uno stralcio di vita, che non potrò più stagnare in desideri appartenenti al prima, e so che questo viaggio è lungo, faticoso, infingardo. Bisogna bendarsi gli occhi e farsi legare come Ulisse per resistere al canto delle sirene. Non so in cosa credere, non so a cosa aderire, se non a un intimo sentire; all’amore, alla gratuità del dono. Ingiusto è ogni angolo di strada, è gratuita anche la condanna, ma il dono di essere vista, ascoltata – fosse pure da una sola persona – non posso dimenticarlo, non posso fingere non esista. Altro non è quasi umanamente accettabile, eppure, ho imparato a tralasciare. Il fango si sgretola al sole, l’acqua scorre, lì dove credi sia buio, è la sorgente.

*

Sto attraversando il deserto, da decenni, decenni, ora è la notte del corpo, l’anima rinasce dal fondo, sa sempre dove volgersi, vive altrimenti. Quando esco dall’ospedale non posso camminare a lungo, devo usare il girello, mi sembra di avere cento anni. Piango moltissimo, prego, litigo con la madre, la insulto dicendole di andarsene, sembra una statua di cera, ha una forza che mi atterrisce. Cerco conforto nella musica, chiusa in stanza, a letto, le impedisco di entrare. Il padre risponde insultandomi, appellandomi: Cretina, stronza, imbecille; la madre, imperturbabile, seguita a cucinare e a bussare alla mia porta serrata. Sfianca questo combattere, infine ti fai da parte come un animale morente, vai a metterti nel cantuccio, dici a tutti lasciatemi in pace, e i guardiani che stanno lì a scrutarti dentro, ad ascoltare le lacrime attraverso la porta, le telefonate notturne, a chiederti dettagli. Al mattino cerchi di andare in bagno ma è occupato. Dici ho i brividi, forse ho la febbre. Pure la febbre adesso, dice il padre. Se voi poteste lasciarmi in pace, dici, ma smuovi l’orgoglio cosmico, scateni l’offesa, il padre indossa il cappotto, dice me ne vado, lo vedi piangere, esci dal tuo murarti viva solo per buttarti sulle ginocchia, chiedere perdono, ricominciare a farti accudire come una neonata, soccombere in questa cura che non è cura, nelle parole che non vuoi ascoltare, hai bisogno di silenzio, di trascorrere un anno in silenzio, di capire cos’hai fatto, di perdonarti, o non farlo, ma capirlo da sola nel la tua stanza, nel tuo silenzio. Chi potrebbe vivere al tuo posto senza voler morire? L’altra sa cosa è giusto. Tu vai incatenata nelle strade. Resti agganciata alla stanza. Sei la stanza. Lei conosce il punto limite, è lì che vive, fuori dalle pareti. Tu sei in ospedale, non hai più trovato la via fuori, hai accettato la perdita, ti sei legata alla promessa di libertà offerta dall’altro, la prigionia. Hai paura del dolore, non vuoi più uscire. Lei attraversa la notte senza curarsi del corpo. Zadkiel ti telefona ogni notte, guardate insieme L’invitation au voyage di Germaine Dulac, senti il terrore di perderlo. L’amore più grande si serve dei corpi e li tra scende. È una beffa della materia, non conosce limiti. Tu cerchi di arginare il male e ti smargina, deborda. Provare a fare tutto come prima. Avvertire la trazione della materia. Ripiombare. Coprirsi. Dormire.

DA“ARCA” AI “LIBRI DELL’ARCA”

Trent’anni di una avventura letteraria

«Arca». Prima serie (dicembre 1992 – novembre 1996)

Redazione: Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Elio Grasso, Luigi Sasso (dal n. 23 in poi), Giuseppe Zuccarino.

Dei primi quattro fascicoli della rivista sono state stampate 30 copie numerate; la tiratura dei fascicoli successivi è di 40 copie numerate.

1. Marco Ercolani, Ricordi di uno scheletro esposto alle intemperie (dicembre 1992).

2. Lucetta Frisa, Concerto interrotto (maggio 1993).

3. Elio Grasso, Un’altra vita (settembre 1993).

4. Giuseppe Zuccarino, Schegge per Alberto Giacometti (settembre 1993).

5. Aleksandr Blok, Il Demone di Vrubel’ (ottobre 1993).

6. Samuel Beckett, Soprassalti, a cura di G. Zuccarino (ottobre 1993).

7. Rainer M. Rilke, Vergers, a cura di L. Frisa (dicembre 1993).

8. William Shakespeare, Cinque Sonetti, a cura di E. Grasso (aprile 1994).

9. Luigi Sasso, La notte di Virgilio (aprile 1994).

10. Mauro Macario, Cantico della resa mortale (maggio 1994).

11. Lorenzo Morandotti, Da camere nere (maggio 1994).

12. Lorenzo Pittaluga, Poesie del primo giorno (maggio 1994).

13. Alberto Giacometti, Tre testi, a cura di G. Zuccarino (giugno 1994).

14. René Char, Intorno a Braque, a cura di M. Ercolani (giugno 1994).

15. Lucetta Frisa – Marco Ercolani, Il dovere d’amore (settembre 1994).

16. Henri Michaux, Il secondo volto, a cura di L. Frisa (ottobre 1994).

17. André Masson, Una pittura dell’essenziale , a cura di G. Zuccarino(ottobre 1994).

18. Antonin Artaud, Elettroshock, a cura di M. Ercolani (novembre 1994).

19. Michel Foucault, Sette discorsi sul settimo angelo, a cura di G. Zuccarino, (dicembre 1994).

20. Annamaria Carrega, L’intenzione e la cifra (gennaio 1995).

21. Renato Urciuoli, Una nuvola di polvere (febbraio 1995).

22. Giuseppe Zuccarino, Paginette (marzo 1995).

23. Marco Ercolani, La scrittura apocrifa (aprile 1995).

24. Gérard de Nerval, Senza risposta, a cura di L. Sasso (maggio 1995).

25. Maurice Blanchot, L’ultima parola, a cura di G. Zuccarino (giugno 1995).

26. Donatella Buongirolami, Mafra (luglio 1995).

27. Osip Mandel’štam, Tempesta e passione, a cura di M. Ercolani (settembre 1995).

28. Lucetta Frisa, L’insonnia di Harùn (ottobre 1995).

29. William Shakespeare, Dodici Sonetti, a cura di E. Grasso (novembre 1995).

30. Marco Locci, Come una nave dipinta… (dicembre 1995).

31. Giuseppe Zuccarino, Agone ed enigma (gennaio 1996).

32. Marco Ercolani – Lucetta Frisa, Graffiti (febbraio 1996).

33. Pierre Tal Coat, Inchiostri e taccuini (marzo 1996).

34. Attilio Sartori, Metamorfosi di un guanto (aprile 1996).

35. Stéphane Mallarmé, Sposare la nozione , a cura di G. Zuccarino(maggio 1996).

36. Albino Crovetto, Un lentissimo anno (giugno 1996).

37. Luigi Sasso, Nomi di cenere (luglio 1996).

38. Cristina Jöchler, Nulla di nuovo (settembre 1996).

39. Lorenzo Pittaluga, Con gli interessi di una rosa (ottobre 1996).

40. Marco Ercolani, Pallaksch (novembre 1996).

* * *

«I Quaderni dell’Arca» (primavera 1996)

Redazione: Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Elio Grasso, Luigi Sasso, Giuseppe Zuccarino.

Dell’unico fascicolo sono state stampate 40 copie numerate.

1. AA. VV. (Donatella Buongirolami, Annamaria Carrega, Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Elio Grasso, Luigi Sasso, Renato Urciuoli, Giuseppe Zuccarino), Voci incrociate.

* * *

«Arca». Seconda serie (giugno 1997 – settembre 2004)

Redazione: Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Elio Grasso (solo per il n. 1), Massimo Morasso (dal n. 3-4 in poi), Luigi Sasso, Giuseppe Zuccarino.

Editori: Graphos (Genova) per i fascicoli dal n. 1 al n. 8-9; Joker (Novi Ligure) per il n. 10.

1 (giugno 1997)

SEGNALI

Empedocle, Sotto tutte le forme dei mortali

Thomas Stearns Eliot, Burnt Norton

Pierre-Jean Jouve, Il Giardino dell’Eden

Nanni Cagnone, Uno specchio sterminato

DESTINI.

La realtà del possibile. Louis-René des Foréts

Louis-René des Forêts, La disavventura al Lido

Louis-René des Forêts, Vie e svolte della finzione

Maurice Blanchot, La parola vana

Renato Urciuoli, La lingua impossibile

Giuseppe Zuccarino, Il respiro del pensiero. Sul tema del canto nella narrativa di des Forêts

Nota bio-bibliografica

SINOPIE

Guy de Maupassant, La vita di un paesaggista

Emilio Villa, Memoria per Dino Basaldella

GRAFFITI

Giovanni Castiglia, Il bitume di Giudea

**

2 (maggio 1998)

SEGNALI

Philippe Jaccottet, Arie

Ernst Meister, Non siamo come erba

René Char, Eterna insonnia

DESTINI

«Parliamo ancora dell’aria». Lucetta Frisa

Lucetta Frisa, Presto luminoso

Lucetta Frisa, L’altra

Alberto Cappi, Frammento

Nanni Cagnone, Cara Lucetta

Paolo Bertolani, In virtù di parole

Giuseppe Zuccarino, La voce e la poesia

Lorenzo Morandotti, Vertigini sospese

Luigi Sasso, Gli strappi della voce

Gio Ferri, Materia e poesia

Attilio Sartori, Un viaggio a ritroso

Donatella Buongirolami, Un’ala ripida

Elio Grasso, Tre frammenti

Franco Loi, …L’aria, il suo fiato!

Marco Ercolani, Tra suono e parola

Nota bio-bibliografica

SINOPIE

Jean Fautrier, Paralleli sull’informale

GRAFFITI

Giuliano Menegon, Diario d’agosto

**

3-4(dicembre 1998)

A cura di Marco Ercolani

SEGNALI

Parmenide, Dell’origine

Cécile Sauvage, Voglie semplici

Antonin Artaud, Tre lettere a Jean Paulhan

Robert Walser, L’Arlesiana

Clara Janés, Divano dell’opale di fuoco

Albino Crovetto, Residui di comete

VARIAZIONI

Arte e follia

Maurice Blanchot, La follia per eccellenza

Cristina Jöchler, Follia che parla. Hölderlin tra psicoanalisi, filosofia, critica

Michel Foucault, Il ciclo delle rane

Jean-Pierre Brisset, Il ciclo delle rane originarie

Ruggero Pierantoni, Nadia e i suoi molti enigmi

Viana Conti, Atti relativi alla follia di Louis Soutter

Lucetta Frisa, Tra Medusa e Chimera

Annamaria Carrega, Una «jonglerie» ottocentesca?

Marco Ercolani, L’opera imperfetta

Luigi Sasso, Scrittura e follia in Robert Walser

SINOPIE

Francis Bacon, Intervista

Ione Robinson, Wols a ruota libera

GRAFFITI

Jean-Pierre Giovanelli, I sonagli dell’immortalità

Enzo Fabbrucci, Figure nere

Marco Ercolani, Dentro quel nero

Aurelio Andrighetto – Elio Grazioli, Veder doppio

**

5(marzo 2000)

A cura di Lucetta Frisa

SEGNALI

Aleksandr Blok, L’ospite sgradito

Cid Corman, Canto della radice

Ponziano Medda, Tutto è detto per essere silenzio

Donatella Buongirolami, Prendi sul palmo la polvere

Elio Grasso, La quiete del giorno dopo

DESTINI

L’infinito plausibile. Henri Michaux

Henri Michaux, Fra cielo e terra

Henri Michaux, Dove posare la testa?

Henri Michaux, Occorre davvero una dichiarazione?

Paul Celan, Musica discorde, il pensiero

André-Pieyre de Mandiargues, H. M.

Jean Starobinski, Testimonianza, combattimento e rituale

Dora Bienaimé, L’Ecuador di Michaux tra diniego e assenso

Sergio Crapiz, Lo spazio-cristallo e la sfera. Visionarietà e illuminazione nella poetica di Henri Michaux

Giuseppe Zuccarino, L’altra finestra. Per una lettura di «Déplacements, dégagements»

Nota bio-bibliografica sull’autore

SINOPIE

Robert Desnos, Per Max Ernst

Michel Leiris, Quattro scritti sull’arte

Yvan Goll, Manifesti

GRAFFITI

Marco Locci, I patanchi

Luisella Carretta, Lettere dal Marocco – 1998

**

6 (ottobre 2000)

A cura di Luigi Sasso

SEGNALI

Varlam Šalamov, Personale e confidenziale

Pascal Quignard, Taciturio

Luigi Grazioli, Figura di schiena

Lorenzo Pittaluga, Il dire dell’eco

VARIAZIONI

La stanza segreta: il diario

Michel Leiris, Un’assurda scommessa

Roland Barthes, Il diario intimo

Massimo Morasso, Quaderno azzurro

Marco Ercolani, Difesa dell’illusione

Luigi Sasso, Una scrittura del limite

SINOPIE

Paul Signac, I colori delle luci

Marisa Volpi, Conversazione con Burri

Jean-Marie Baron, Conversazione con Tàpies

GRAFFITI

Carlo Merello, Il corvo

Piero Ponasso, Autonomatismi

**

7(dicembre 2001)

A cura di Giuseppe Zuccarino

SEGNALI

Pervigilium Veneris (Canto per la veglia di Venere)

Sajàt-Novà, Insostenibile m’è il dono del canto

Claudine Bertrand, Al cadere del giorno

Circe Maia, Pioggia di ottobre

Attilio Lolini, Zombies-suite

Dario Capello, Recitativo più chiaro che mai

DESTINI

Alberto Giacometti: la realtà messa a nudo

Alberto Giacometti, Si dice che dipingo solo col grigio

Alberto Giacometti, Intervista

Yves Bonnefoy, La necessità di Giacometti

Jacques Dupin, La realtà impossibile

Maurice Blanchot, La presenza

Nota bio-bibliografica

SINOPIE

Stéphane Mallarmé, La giuria di pittura per il 1874 e Manet

René Char, Il pistillo nel fiore

Enrico Crispolti, Conversazione con Gastone Novelli

GRAFFITI

Claudio Bertelli, Alto e basso

Serena Olivari, Tam tam antidepression

**

8-9(dicembre 2003)

A cura di Marco Ercolani e Lucetta Frisa

SEGNALI

Osip Mandel’štam, Terranera

Gario Zappi, Russia «glubìnnaja» e «golubìnaja»: rileggendo Osip Mandel’štam

Alejandra Pizarnyk, Alessandra Alessandra

Gisela Elsner, L’ottavo

Lucetta Frisa, Come fanno i pazzi

Lorenzo Pittaluga, Nozione della notte

Alfonso Ravazzano, Ho dimenticato il mio nome

VARIAZIONI

Dalla febbre al limite: l’arte necessaria

Marco Ercolani, La colonna e la fiamma

Adriano Benvenuto, Il caso Hélène Smith

Luigi Sasso, Nerval in Oriente. Appunti su alcune lettere senza risposta

André Breton, L’arte dei folli, la via di fuga

Jean Dubuffet, Lettera al dottor Gentis

Raymond Queneau, Comprendere la follia

Michel Foucault, Per Raymond Roussel

Giuseppe Zuccarino, L’immaginazione rivendicatrice. Sul problema del delirio in Artaud

Gabriela Fantato, La poesia di Alda Merini. Un segreto perturbante

SINOPIE

Henri Michaux, Fino a quando la prigionia?

Massimo Dagnino, L’Albero della Cuccagna: conversazione con Claudio Costa

Massimo Dagnino, Gli uomini del Centro della Terra: dialogo con Davide Mansueto Raggio

GRAFFITI

Luisella Carretta, Contrappunto

Leonardo Rosa, Lesioni di voci

**

10 (settembre 2004)

A cura di Massimo Morasso

SEGNALI

Yves Bonnefoy, La parola poetica

Lorena Zaccagnino, L’identità della poesia

Marco Petrini, La poesia come forma di resistenza

Ted Hughes, Nella giovinezza della terra

Tatjana Bek, Una periferia oscura

Alberto Cappi, Anche la bocca è muta

Silvia Bre, Il mio male

Filippo Davoli, Del volo

Mauro Ferrari, Braies

Elio Grasso, A un indirizzo che non è il tuo

VARIAZIONI

La stanza segreta: la lettera

Stéphane Mallarmé, Il mio Pensiero si è pensato

Luca Bevilacqua, Distruzione e nascita del poeta moderno

Victor Hugo, Una città delle Fiandre

Guy de Maupassant, La morte di Flaubert

Erik Satie, Al diavolo l’arte

Robert Walser, Il mio sogno

Boris Pilnjak, Impazienza

Émile Cioran, Cambiare nome

Gaston Chaissac, Come i monaci

Luchino Visconti, L’emozione concreta

Bernard Noël, Lettera verticale. Per Leonardo Rosa

Massimo Morasso, Vivien Leigh. Lettere al suo (mancato) biografo

Marco Ercolani – Lucetta Frisa, Donna che legge una lettera davanti alla finestra

SINOPIE

Gustave Courbet, Preferirei fare un quadro

Antonin Artaud, Tre lettere a Picasso

Aurelio Andrighetto, Un’ossessione non privata

GRAFFITI

Muriel Grégoire, Drappi

Andrea Valcalda, Caro, cara

Mirella Marini, Visioni e memoria

* * *

«I libri dell’Arca» (settembre 2004 -gennaio 2025)

Direzione: Marco Ercolani e Lucetta Frisa.

Editore: Joker (Novi Ligure).

Serie «L’arte della follia», a cura di Marco Ercolani

Marco Ercolani, Il tempo di Perseo (settembre 2004).

Bernard Noël, Artaud e Paule, a cura di L. Frisa (aprile 2005).

Sylvie Durbec, Fughe, trad. di L. Frisa (dicembre 2006).

Pasquale Di Palmo, I libri e le furie (novembre 2007).

AA. VV., Due ma non due. Aperture ed incontri nell’arte degli anni post Basaglia, a cura di Gustavo Giacosa (novembre 2008).

Dieter Schlesak, Poesia, malattia pericolosa (dicembre 2008).

Marco Ercolani, Discorso contro la morte (dicembre 2008).

Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica (aprile 2015).

AA. VV., Robert Walser. La grazia e l’abisso, a cura di Marco Ercolani (aprile 2016).

AA. VV., Perturbamento, a cura di Marco Ercolani (novembre 2016).

Giorgio Galli, La parte muta del canto. Vite ritrovate di musicisti (novembre 2016).

Alfonso Guida, Diari del transito. Febbraio-marzo 2018 (giugno 2023).

Giuseppe Zuccarino, Linguaggio e follia (agosto 2023).

Marco Ercolani – Angelo Lumelli, Cento Lettere (2023) (ottobre 2023).

Arlindo Hank Toska, Emil Cioran. Scrittura dell’Irreparabile (ottobre 2023).

Chiara Romanini (La Valse), Ninfe (aprile 2024).

Marco Ercolani, Francesco Denini, Ground. Lettere sulla musica (ottobre 2024)

Marco Ercolani, Giuseppe Zuccarino, Reciproche consonanze (gennaio 2025)

**

Serie «Isola delle voci», a cura di Lucetta Frisa

Luigi Sasso, Fuori dal paradiso (novembre 2005).

Flavio Ermini, Antiterra (marzo 2006).

Maurice Blanchot, Noi lavoriamo nelle tenebre (marzo 2006).

Giuseppe Zuccarino, Grafemi (aprile 2007).

Bernard Noël, L’ombra del doppio, a cura di L. Frisa, (aprile 2007).

Alain Borne, Poeta al suo tavolo, a cura di L. Frisa, (novembre 2011).

Giuseppe Zuccarino, Note al palinsesto (marzo 2012).

Ghérasim Luca, La Fine del mondo (Poesie 1942-1991), a cura di A. Riponi (marzo 2012).

Claude Esteban, Qualcuno nella stanza comincia a parlare. Poesie e prose scelte, a cura di L. Frisa (settembre 2015).

Giuseppe Zuccarino, Rifrazioni e altri scritti (marzo 2017).

Luigi Sasso, Vocazioni (novembre 2017).

Marco Mortara, La traccia delle cose assenti (settembre 2023).

Maurice Scève, Délie. Oggetto d’altissima virtù , a cura di L. Frisa(dicembre 2023).

Palabras del Sur. Otto poeti argentini contemporanei, a cura di M. Liberatore (gennaio 2024).

Francesco Marotta, Da un’eternità passeggera (aprile 2024).

Luigi Sasso, A fondo perduto (settembre 2024)

**

Serie «Segni e visioni», a cura di Marco Ercolani e Lucetta Frisa.

Lucetta Frisa, Sulle tracce dei cardellini (una «flânerie»), disegni di Gianfranco Carrozzini e Giuseppe Pellegrino (settembre 2009).

Lorenzo Pittaluga, Al termine di noi. Poesie postume, acquerelli di Claudia Sansone (settembre 2009).

Luigi Sasso, Tutti i nomi del mondo, disegni di Marco Locci (settembre 2009).

Paola Mongelli, Della visione inquieta, con un testo di Dario Capello (ottobre 2009).

Serena Olivari, La furia di quel piccolo niente. Poesie 1991-2007, acquerelli dell’autrice (giugno 2013).

Sylvie Durbec, Chaussures vides – Scarpe vuote, disegni dell’autrice, copertina di Bastien Ridard. trad. di L. Frisa (dicembre 2013).

Alice Marinoni, E voleva le ali ai piedi, testi di Gianluigi Bellei, Viana Conti, Marco Ercolani, Luisa Figini, Mirella Marini, Luca Patocchi, Anik Zanzi, poesie di Lucetta Frisa, acrilici e ricami dell’autrice (dicembre 2013).

Ilaria Seclì, La sposa nera, fotografie di Anthony Boistel e dell’autrice (febbraio 2016).

Silvia Comoglio, sottile, a microchiarore!, dipinti di Oddino Gagliardi (aprile 2018).

Marco Furia, Iconiche proposte (marzo 2024).

A MARGINE

Da “ARCA” a “I LIBRI DELL’ARCA”.

Trent’anni di un’avventura letteraria

Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Elio Grasso, Massimo Morasso,

Luigi Sasso, Giuseppe Zuccarino

A margine è il titolo di due incontri che si terranno alla Biblioteca Universitaria il 18 e il 20 febbraio 2025. Tali incontri, nei quali si intende ripercorrere l’itinerario della rivista “Arca” e della collana “I libri dell’Arca” (esposti in Biblioteca dal 5 al 28 febbraio 2025), riguarderanno la memoria (quella di una sotterranea Genova letteraria) ma anche il futuro. Non si tratta infatti di cercare oggetti del passato da archiviare, bensì di continuare un viaggio fra testi, curiosità, sogni e progetti, richiamando scritture che ne evocano altre, presenti o future. Ma di questo viaggio letterario, che ha avuto luogo a Genova dal 1992 a tutt’oggi, cosa resta? Poeti, narratori, critici, saggisti, cosa hanno tentato di fare, e in quale punto della loro strada si trovano? Quali vie hanno già percorso e quali intendono percorrere, all’interno di una ricerca che è anche un’ipotesi di libertà? Ciò che accomuna gli scrittori coinvolti nel “progetto Arca” è una visione del mondo attenta ai nodi segreti dei destini e delle scritture.

Tutto nasce, alla fine del 1992, dal desiderio condiviso di realizzare una rivista che ospitasse testi rari e di qualità. Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Elio Grasso, Giuseppe Zuccarino, si incontrano per realizzare tale progetto, e più tardi ai primi redattori si aggiungerà Luigi Sasso, mentre a Elio Grasso subentrerà Massimo Morasso. Intanto, perché il nome “Arca”? L’arca è una nave che custodisce, preserva, salva. Quindi la prima idea è quella di “salvare” (pur nella consapevolezza che nulla si salva in arte, e tutto è destinato a perdersi). Ma cosa? Scritture che siano degne di essere salvate.

Partiamo dall’inizio. I testi da noi tradotti e scelti erano affidati a buste, sulle quali era stampato il logo ARCA (idea dell’editore Franco Pirella, a partire dal segno di Ugo Nespolo). Le buste, dal 1992 al 1996, venivano spedite a quaranta amici. Questa è stata la prima serie di “Arca”, tutta artigianale, un atto clandestino di cultura, letteratura, amicizia, con testi da scoprire o riscoprire. Sono seguiti trent’anni di un’avventura letteraria comune, con soste e ripensamenti, ma sempre alla ricerca di linee espressive condivise. “Arca”, però, è anche un progetto utopico, perché rivista e libri esistono, sì, ma all’interno di un mondo segreto, ignoto ai più, non allineato, refrattario alle luci pubbliche dei palcoscenici letterari, e molte delle pubblicazioni di allora sono ormai introvabili. Occorre tener presente che quando nacque “Arca”, nel 1992, i social media non esistevano e non si navigava nel web.

Dopo i primi 40 numeri (spediti ad altrettanti amici), ci siamo organizzati in maniera tale da poter pubblicare una rivista tradizionale, benché prodotta in un numero di copie limitato a 100. La nuova “Arca” si presentava suddivisa in varie sezioni: Segnali (traduzioni da classici antichi e moderni), Destini (storie e opere di artisti), Variazioni (temi per noi significativi), Sinopie (testi critici e teorici sulla pittura), Graffiti (interventi visuali di artisti).

Alla traduzione si è affiancata la volontà di mettere in evidenza certi “destini artistici” che ci parlavano per originalità, potenza, unicità, come quelli di Alberto Giacometti, Louis-René des Forêts e Henri Michaux (il primo è oggi universalmente noto, ma gli altri restano ancora patrimonio della sola élite culturale). Infatti non ci attrae un Picasso celebre e potente,, ma piuttosto un Giacometti che scava e rimpicciolisce. Non siamo sedotti dalla visibilità del successo, ma dall’oscurità della follia e del dubbio (Artaud, Walser, Kiš). Per fare un ulteriore esempio, se volessimo chiamare in causa il surrealismo, non parleremmo del vate Breton, ma di scrittori estromessi da quel movimento, come Artaud, Leiris o Char.

I temi prediletti di “Arca” sono la follia (alla quale vengono dedicati due fascicoli, intitolati rispettivamente Arte e follia e Dalla febbre al limite: l’arte necessaria), oppure lalettera e il diario, considerati come generi letterari strettamente legati al segreto, all’intimità. Alle traduzioni, ai destini artistici, ai temi, si affiancano dei “segnali”, vale a dire prose e poesie di autori contemporanei. Anche in questo caso, però, la scelta non cade su autori celebri, ma su personalità defilate, libere, bizzarre. Non ultimi fra gli interessi di “Arca”, ci sono i testi in cui artisti come Wols, Fautrier, Bacon o Tàpies riflettono sul loro lavoro.

L’idea dominante è quella di una letteratura libera e inattuale, che non occupi il centro del mondo, non obbedisca a ideologie e proclami, ma vibri di qualcosa che ci sorprende. Vivere il margine delle cose, come si propone di fare “Arca”,significa conoscere, ad esempio, scrittori come Edmond Jabès, che sono noti agli intellettuali ma non al grande pubblico. In “Arca” svolgono un ruolo dominante gli autori di area francese, anglofona o ispano-americana, e questo per scelta obbligata: nessuno di noi è specialista in altre lingue. La nostra intende essere un’avventura intorno all’abisso letterario, come lo è stata, in grande stile, quella di due classici del Novecento, Kafka e Beckett.

* * *

E ora veniamo a “I libri dell’Arca”. Nel caso di questa serie di volumi, i redattori si sono ridotti a due, Marco Ercolani e Lucetta Frisa, ma il rapporto con gli altri collaboratori della rivista è rimasto intatto: ad essi, infatti, si devono molte opere o traduzioni che sono apparse nella collana. “I libri dell’Arca” sono suddivisi in tre sezioni: L’arte della follia, Isola delle voci, Segni e visioni. Lo spirito resta quello che aveva nutrito la rivista. In primo piano c’è l’attenzione verso la zona oscura della mente: basti pensare a lavori di Marco Ercolani come Il tempo di Perseo e Discorso contro la morte, o a un libro di Dieter Schlesak su Hölderlin (che mette in luce dettagli poco noti sulla vita del poeta), a volumi poetici e saggistici di Bernard Noël come L’ombra del doppio o Artaud e Paule, tradotti e curati da Lucetta Frisa (la quale ha riscoperto anche poeti francesi quasi del tutto inediti in Italia, come Maurice Scève, Alain Borne e Claude Esteban).

Quello che stiamo realizzando – in collaborazione e in armonia d’intenti con i responsabili delle edizioni Joker – è un lavoro da rabdomanti, attratti da libri che, per il nostro gusto, esigono di essere tradotti. Si tratta di opere caratterizzate da un perturbamento della bellezza classica, dalla ricerca di un tono poetico non allineato alla koinè dominante, ma ancora ricco di ombre e domande. Nella sezione L’arte della follia è uscito, un anno fa, Diari del transito, un libro-zibaldone di Alfonso Guida, poeta lucano che soffrì in passato di disturbi schizoaffettivi. Sono stati pubblicati anche dei volumi collettivi: Due ma non due (un catalogo di arte outsider), Perturbamento (un’antologia di prose e poesie il cui titolo riprende quello del celebre romanzo di Thomas Bernhard), La grazia e l’abisso (con saggi ispirati alla figura di Robert Walser). Si possono ricordare anche le riflessioni sulla poesia di Lumelli ed Ercolani (Cento lettere), i frammenti di Giuseppe Zuccarino (Grafemi, Rifrazioni e altri scritti), i saggi sulla letteratura di Luigi Sasso (Fuori dal paradiso, Vocazioni, A fondo perduto).

Ma perché pubblicare volumi estranei al mercato letterario? Il nostro intento è quello di sottolineare come la bellezza non sia un regno preordinato, confortevole, tranquillo, ma richieda il rischioso inoltrarsi in un territorio sconosciuto. Ciò che conta non è soltanto l’eleganza formale della scrittura, ma la sua intensità, il turbamento che provoca. Una letteratura senza gli anomali Lucrezio, Leopardi, Baudelaire, Kafka o Artaud sarebbe impensabile.

Per i libri della collana, abbiamo adottato un formato particolare, che ricorda quello di una rivista psicoanalitica genovese, “Fanes”. Ciascuno dei volumi si presenta come un elegante rettangolo bianco con il titolo in rosso e un particolare logo (già usato per la rivista “Arca”) che riproduce un antico sigillo. Il passaggio a “I libri dell’Arca” è stato per noi naturale. Dapprima, la rivista era un campo magnetico di libertà, ma poi sono subentrati il web e i blog, che hanno preso il sopravvento sui periodici cartacei, e abbiamo inventato una nuova rivista online “La foce e la sorgente” (titolo desunto da un verso del poeta Lorenzo Pittaluga, morto suicida a 28 anni nel 1995), che ha ospitato, dal 2018 al 2022, scritti e traduzioni in sintonia con le precedenti iniziative.

In conclusione, si può dire che tutti i testi pubblicati nell’ambito del “progetto Arca” costituiscono, barthesianamente, i “frammenti di un discorso amoroso”. Nel nostro caso, si tratta della ricerca di consonanze letterarie, di galassie parallele, utili a stimolare nuove avventure della mente. Per dirla con Federico García Lorca, il duende (ossia il folletto misterioso e ineffabile) della nostra storia è stata la comune suggestione per i punti oscuri ed enigmatici del pensiero o della poesia. E nonostante il passare dei decenni, è ancora viva in noi, parafrasando Bataille, l’idea della “comunità di coloro che non hanno comunità”: uno spazio, quindi, senza vincoli e ideologie, nel quale ci si possa sempre incontrare, oltre i limiti della vita e della morte, fra letture, appunti, scritture.

ARCA PRIMA SERIE. Giuseppe Zuccarino

Presentazione di «Arca»

All’inizio del 1808, Clemens Brentano e Achim von Arnim fondano una rivista, destinata a durare solo pochi mesi, alla quale danno un titolo piuttosto singolare: «Zeitung für Einsiedler» («Giornale per eremiti»). La formula è spiritosa proprio in quanto appare intrinsecamente contraddittoria. Come dovrebbe essere – viene da chiedersi – un giornale, per poter sperare di suscitare l’interesse degli eremiti, ossia di persone che non si identificano con i valori correnti della società in cui vivono, e che hanno scelto la solitudine come forma di fedeltà alle proprie idee? Certo dovrebbe trattarsi di qualcosa di assai diverso, sia per la forma che per il tipo di notizie trasmesse, rispetto ai giornali consueti.

A un tale, improbabile, «giornale per eremiti» si è portati a pensare in relazione ad «Arca», i cui lettori sono appunto necessariamente rarissimi (vista l’esigua tiratura della rivista) e dispersi in vari luoghi, perlopiù periferici, della Tebaide letteraria italiana. I redattori, così come sono costretti ad essere selettivi nell’identificare, uno per uno, i propri lettori, sperano di esserlo anche nella scelta dei testi da proporre. Ecco perché, sui fogli racchiusi in buste che costituiscono i numeri, tutti monografici, di «Arca», si incontrano prose e poesie di autori di indubbio rilievo, che vanno da Shakespeare a Rilke, da Nerval a Blok, da Beckett a Michaux, per fare solo qualche esempio. Ad essi – visto l’interesse dei redattori per il nesso che unisce letteratura e arti visive – si affiancano a volte scritti di o su pittori (come Braque, Giacometti e Masson). Si tratta quasi sempre di testi mai tradotti nella nostra lingua, e scelti dunque nell’ambito di quella vasta serie di opere essenziali che troppo spesso l’editoria «ufficiale» sembra farsi un vanto di ignorare o trascurare.

Accanto ai nomi che è d’obbligo definire grandi ve ne sono però altri quasi sconosciuti, e questo non perché vi sia l’intento di equipararli ai primi o la speranza di farli brillare di luce riflessa, ma piuttosto perché – sarà bene precisarlo – una rivista come «Arca» ha un carattere essenzialmente privato, fondandosi su quella pratica ardua e gratificante che chiamiamo amicizia (e l’amicizia, come ricorda Pascal Quignard, «è l’unica vera società segreta»). Tra autori e lettori – ma i due ruoli sono tendenzialmente reversibili – si stabilisce dunque un dialogo, che serve a rendere conto delle rispettive esperienze di scrittura. È vero infatti che chi lavora ad «Arca» (al pari di chi la riceve) si pone consapevolmente nel ruolo dell’eremita, e dunque accetta di rendersi invisibile per i più, ma ciò non toglie che egli avverta la necessità dello sguardo, al tempo stesso complice e impietoso, degli amici. Come diceva una volta André Malraux, «è difficile, per chi vive fuori dal mondo, non andare in cerca dei suoi».

(1995)

«Arca», prima serie

Il mio incontro con Marco Ercolani è avvenuto nel 1990. Quasi subito, è sorta in noi la vaga idea di realizzare una rivista, idea destinata a concretizzarsi due anni dopo. All’epoca, in mancanza di un editore, avevamo deciso di organizzarci artigianalmente, scrivendo i testi al computer e facendone un certo numero di fotocopie, ciascuna delle quali veniva poi racchiusa in una busta da spedire agli amici. Dapprima, perfino gli involucri erano realizzati a mano, e i fascicoli prodotti in soli trenta esemplari. A partire dal n. 5, per abbreviare i tempi, abbiamo deciso di usare buste acquistate in cartoleria, su cui però abbiamo fatto stampare un logo con la scritta «Arca» (logo ideato da Francesco Pirella ricorrendo a lettere disegnate da Ugo Nespolo). Da quel momento la tiratura è aumentata, ma solo di dieci unità. Della prima serie di «Arca» sono usciti in totale, tra il 1992 e il 1996, quaranta fascicoli. La redazione comprendeva Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Elio Grasso e Giuseppe Zuccarino, ai quali poi si è aggiunto Luigi Sasso.

Il titolo della rivista, «Arca», implicava due concetti, che si potrebbero illustrare con altrettante citazioni. Nel 1936, Walter Benjamin aveva pubblicato in Svizzera, con lo pseudonimo di Detlef Holz, un’antologia di lettere, Uomini tedeschi, il cui significato era riassunto nel motto iniziale: «Dell’onore senza gloria / Della grandezza senza splendore / Della dignità senza mercede». Sia il titolo che il motto risultavano provocatori, in un periodo in cui il nazismo era ormai saldamente al potere in Germania. Il libro comprendeva una scelta di missive scritte da autori illustri (come Lichtenberg, Goethe, Hölderlin, Keller, Büchner), ma anche da personaggi assai meno noti. Sulla copia del volume inviata all’amico Gerschom Scholem, Benjamin aveva scritto la seguente dedica: «Possa tu, Gerhard, trovare per i ricordi della tua gioventù una celletta in quest’arca che ho costruito allorché il diluvio fascista cominciò a salire». Nel nostro caso, non esisteva un simile intento politico, ma soltanto l’idea di salvare il salvabile, sia pure in maniera provvisoria. Il secondo concetto evocato dal titolo della rivista è quello dell’arca intesa invece come spazio, al tempo stesso, protettivo e creativo. L’idea si trova condensata in una frase di Roland Barthes: «L’Arca è un mito felice: l’umanità può prendervi le sue distanze nei confronti degli elementi, vi si concentra e vi elabora la coscienza necessaria dei propri poteri».

Nel 1995, avevo cercato di chiarire lo spirito della rivista in un brevissimo testo, scritto per la presentazione di «Arca» in una libreria genovese. Oltre ai nomi citati in quella vecchia pagina, tra gli autori tradotti si possono ricordare Stéphane Mallarmé, Osip Mandel’štam, Antonin Artaud, René Char, Maurice Blanchot e Michel Foucault. Occorre accennare anche a un esperimento effettuato nel corso dell’anno successivo, quello terminale della prima serie. È consistito nel produrre un esile opuscoletto dalla copertina blu, che avrebbe dovuto inaugurare dei «Quaderni dell’Arca», limitatisi in realtà a quell’unico numero. I romantici tedeschi, nel secondo dei sei fascicoli della celebre rivista «Athenaeum» (pubblicata tra il 1798 e il 1800), avevano inserito una raccolta di 451 frammenti, dovuti ai fratelli Friedrich e August Wilhelm Schlegel, ma anche a Novalis e Schleiermacher. La paternità di ogni singolo frammento non veniva indicata, così che molti di quei brevi testi rimangono ancor oggi di attribuzione incerta o sconosciuta. Noi avevamo deciso di riproporre, in una forma decisamente ridotta al minimo, la stessa operazione: i redattori di «Arca» (Ercolani, Frisa, Grasso, Sasso, Zuccarino) e alcuni loro amici (Donatella Buongirolami, Annamaria Carrega, Renato Urciuoli) avevano scritto, ognuno, sette frammenti. I nomi degli autori figuravano sul frontespizio, ma i frammenti venivano proposti in ordine sparso e senza firma individuale, nell’intento di sottolineare l’idea di un progetto comune, progetto che avrebbe poi trovato un’espressione più chiara e significativa nella seconda serie di «Arca».

(2025)

IL POTERE SIMBOLICO. Ida Merello

13 aprile 2018

Rileggo les Nouvelles du soir di Jaccottet. Per curiosità, a proposito dell’immagine per cui il poeta non può voltarsi a guardare indietro, se non vuole trasformarsi in una statua di sale, apro uno dei libri dell’Electa sui personaggi della Bibbia. Il caso vuole che sia il volume giusto, e che si apra proprio su Sodoma e Gomorra. Vi si narra la storia della moglie di Lot, che, girandosi indietro, ci rimane di sale, ma casualmente si presenta anche il quadro di Luca di Leyda sul seguito della storia, ossia su Lot e le figlie.

Nello stesso giorno rileggo la prefazione al Théâtre et son double di Artaud, e poi La mise en scène et la métaphysique. Non la ricordavo più. Tutto il ragionamento del potere del simbolo al di là del discorso si basa sulla descrizione del quadro di Lot e le figlie di Luca di Leyda.

Ammiro il disegno del Caso, il lavoro di cesello: e soprattutto la sua insensatezza! Forse il potere simbolico è proprio questo?

Ancora, nello stesso giorno, per caso:

Schwob: Croisade des enfants: voce di Gregorio IX:

Toutes choses sont égales devant le Seigneur. La superbe raison des hommes ne vaut pas plus au prix de l’infini que le petit œil rayonné d’un de tes animaux. Dieu accorde la même part au grain de sable et à l’empereur. L’or mûrit dans la mine aussi impeccablement que le moine réfléchit dans le monastère. Les parties du monde sont aussi coupables les unes que les autres, lorsqu’elles ne suivent pas les lignes de la bonté ; car elles procèdent de Lui. Il n’y a point à ses yeux de pierres, ni de plantes, ni d’animaux, ni d’hommes, mais des créations. 

Giorno capolavoro: misura di insensatezza preziosa del caso. Trovare un senso.

Ultima coincidenza: il 13 aprile è S. Ida.

**

Luca di Leyda, Lot e le sue figlie

LA PROVINCIA DEI DESTINI INCROCIATI. Renato Venturelli

L’opera di Jacques Demy nel corso degli anni Sessanta, da Lola fino all’appendice americana di Model Shop, si configura come un sistema chiuso, in cui ricorrono non soltanto gli stessi temi e motivi, ma espliciti rimandi, citazioni interne, riprese integrali di piccoli frammenti narrativi, che rinviano da un film all’altro come se si trattasse di “seguiti” sotterranei, in cui a svilupparsi non è una storia, ma le possibili relazioni tra una serie di elementi di tale sistema.

E’ qualcosa che va molto al di là di una normale continuità tematica, stilistica o linguistica “d’autore”: è la sensazione di essere sempre nello stesso luogo, di ripercorrere tutte le infinite strade che incrociano determinati punti (come per magico riconoscimento), di assistere alle continue variazioni di una storia che potenzialmente è sempre identica.

Si è spesso accennato a Demy come a un narratore finissimo ma non robusto: esile e accurato nella sua ricerca dell'”atmosfera”, nell’attenzione alla scenografia, ai costumi, ai colori, nella sua particolare attenzione al dettaglio non in funzione del filo narrativo principale, ma quasi come depistamento verso altri possibili intrecci marginali. Ed è questa infatti la narrazione che interessa Demy: che non ci racconta solo una storia, quanto l’articolazione, le variazioni e gli spostamenti di un sistema. E i nessi fondamentali di questa macrostoria sono proprio quelle ricorrenze di cui si parlava: il continuo ritorno, la ripresa, i parallelismi, i raddoppiamenti.

Di questi elementi ricorrenti ve ne sono a più livelli, e con diversa importanza in relazione all’intreccio. Tra i più risaputi, i marinai. A volte sono protagonisti, come Frankie in Lola o Maxence in Les demoiselles de Rochefort, ma soprattutto sono presenze, bianche macchie che percorrono le strade e le storie, a gruppi o solitari, chiassosi, malinconici. La loro presenza è anche in relazione a un tema fondamentale di Demy: la precarietà di una situazione, la necessità di partire all’improvviso, la lontananza (anche Castelnuovo nei Parapluies e Lockwood in Model Shop devono partire per il servizio militare). Sono forse i suoi temi più intimi: la precarietà, l’assenza, l’attesa, tutta la gamma di sfumature legate alla “provincia” di Demy, dove ogni partenza è una perdita definitiva, ogni ritorno un dolce miracolo. Ma questa presenza tematica dei marinai si manifesta innanzitutto in termini figurativi, macchie di bianco in movimento, balletto di effimere giovinezze, continuo tentativo di stabilire rapporti sempre precari con le persone.

I marinai sono tra le figure più vistose di questo universo di Demy, in questo continuo ritorno sui luoghi della sua opera. Prendiamo un’altra scena, quella di Marc Michel che pranza con la piccola Cecilia e sua madre in Lola: un pranzo distratto, con le due donne che ha incontrato casualmente in libreria. La scena verrà ripresa nei Parapluies: Marc Michel è a cena con Geneviève e la madre, che ha incontrato dal gioielliere. Là si era offerto di regalare un dizionario, qui di acquistare un collier: in entrambi i casi ha destato l’interesse della madre. Ma la conclusione è opposta. Se in Lola (che viene qui esplicitamente citata) lui se ne andava frettolosamente, nei Parapluies il pranzo è suggello al fidanzamento con Geneviève. Demy ha condotto il suo personaggio là dove era già stato, ma ha mutato il segno dell’azione: si ripassa per lo stesso luogo, imboccando però una strada diversa. Il regista sembra non voler accettare la condanna del narratore, per il quale raccontare una storia significa rinunciare a tutte le altre storie possibili. E costruisce i suoi film come un sistema di variazioni su continue ricorrenze.

Non a caso un suo tema centrale è quello della precarietà dei rapporti, una trama fittissima di partenze e di attese. Nelle città di Demy c’è ovviamente l’insofferenza della provincia, l’ansia di uscirne; ma c’è soprattutto un fortissimo senso dell’altrove, di un esterno che è anche assenza di un rapporto, fine assoluta di un legame. Partire significa spezzare un rapporto, totalmente: da qui l’ossessione della partenza, dell’assenza, e quindi l’attesa, la magia del ritorno. Quanto ritorni “impossibili” in Demy: Michel in Lola, Andy Miller (Gene Kelly) in Les demoiselles, il ricongiungimento tra Danièle Darrieux e Michel Piccoli sempre a Rochefort, tutti ritorni dall’oltre Oceano, quell’Oceano che sta di fronte a Nantes, Cherbourg, Rochefort, da cui giungono marinai che poi ripartono, amori perduti, quell’Oceano che però Demy cerca di non guardare dritto nella sua sterminata estensione. Demy dà le spalle all’Oceano, volge il suo sguardo all’interno, per ricucire le mille storie di precari e tenaci rapporti, si muove soprattutto nei bar, nei locali, nei negozi, dove si incontrano le traiettorie dei personaggi. Allora, lo spazio delimitato del Café Garnier di Rochefort può anche donarsi interamente alla luce, all’aria di giugno, al sole abbagliante, perché è il luogo degli incontri (o della loro scherzosa negazione, per Solange e Maxence), dove si intrecciano e si sciolgono i legami tra i personaggi, proprio sul limite dell’Oceano, dell’abisso, dell’assenza. Quel mare che può dimenticare tutto, ma che tutto può all’improvviso riportare, perché continuamente si rinnova, riconquistando sempre la propria verginità. E nei film più primaverili di Demy può riconsegnare magicamente ciò che aveva portato con sé.

Quanti ritorni, e quanti ricongiungimenti impossibili in Demy, tutti sottolineati nella loro fiabesca convenzionalità. L’unico ritorno “normale” (quello di Guy nei Parapluies) non sarà però atteso, perché il mondo di Demy sembra non conoscere ritorni normali, e la sparizione è sempre assoluta. La partenza e il ritorno sono del resto i due momenti narrativi di cui Demy sembra sottolineare in particolar modo la convenzionalità. Separazioni, ricongiungimenti: i nessi fondamentali dell’infinita variazione all’interno di un sistema (nella definizione, nell’invenzione continua di un sistema che non è un gioco narratologico ma ha innanzitutto un respiro interiore). Il finale di Lola, con Roland che si allontana solitario mentre passa l’automobile con Lola finalmente felice, ritorna in Les demoiselles de Rochefort: ma il segno è anche qui rovesciato, e Maxence viene chiamato a bordo della colonna di autocarri del luna-park viaggiante.

Demy accentua la convenzionalità di questi nessi, e lo fa soprattutto attraverso il rappoddiamento, che è una delle sue figure fondamentali. Le due Cécile di Lola, con i loro amori paralleli, dove però la piccola Cécile si trova ad essere non solo il “doppio” di Lola, ma anche di Roland (la delusione di un amore germinato da un incontro csuale, la fuga conclusiva ecc.). E poi le due sorelle gemelle di Rochefort, l’intrecciarsi di storie d’amore parallele nello stesso film; ma anche il più complesso rapporto tra la passione d’amore e quella per il gioco della Baie des anges, dove si sviluppa quel tema profondo del gioco d’azzardo che era stato accennato dalla madre di Cécile in Lola.

Parallelismi e raddoppiamenti interni ad un film che vanno ovviamente a intrecciarsi con quelli che rinviano da film a film. Sarebbe impossibile riprendere tutti i fili interni dell’opera di Demy, ricostruire minuziosamente la sensibilità morbida e sottilissima di questo mondo inquieto: un universo femminile in cui è assente la figura paterna, un mondo pervaso dall’inquietudine per una continuità e una sicurezza minacciate. Demy ricorda molto i poeti intimisti, in questo suo sistema costruito su infinite varianti attorno a piccoli nuclei, in questa sua dolce e appassionata esaltazione della convenzionalità, che si premura di avvolgere di tenero affetto.

Une chambre en ville ritornerà, dopo tanti anni, a visitare quei luoghi chiusi nella memoria: anche se altri film hanno proseguito la sua continuità “d’autore” (Peau d’âne è, a suo modo, un film perfetto, come testimonianza di una poetica), è con Une chambre en ville che torna a percorrere i luoghi di quel chiuso sistema interiore. Ritorna la galleria di Nantes, intreccio di traiettorie, di avvenimenti, di incontri ed agnizioni, di ricordi; e la “chambre” eredita la funzione teatrale di altri luoghi di Demy, del Caffé Garnier o del Casino, allo stesso modo in cui Danielle Darrieux si ricollega al personaggio di custode e spettatrice che era stato della barista di Lola, della portiera dell’hotel in La baie des anges, della madre di Geneviève nei Parapluies o di lei stessa, Yvonne, nelle Demoiselles (e come queste ultime è anche madre).

Demy ritorna, e rovescia ancora il segno dei tragitti dei personaggi, introduce il melodramma a violentare i luoghi della commedia con altre convenzioni, non meno amate. Ogni elemento che si aggiunge al sistema lo trasforma interamente, e Une chambre en ville getta cupi fasci di luce anche nelle zone più solari della sua opera. Michel Piccoli, marito impotente che getta le chiavi nel gabinetto e poi si sgozza, dà improvviso rilievo a certe ombre dimenticate: la lunga e gentile solitudine di Monsieur Dame, oppure l’anziano maniaco del Caffé Garnier. Les demoiselles de Rochefort, il film più luminoso e solare di Demy, è forse quello che più viene smosso da Une chambre en ville, dove l’intreccio si determina per la volontà di Dominique Sanda di percorrere il tragico ma assoluto Destino prefiguratole dalla cartomante: l’altro volto di quel Destino che avvolge luminosamente le esistenze primaverili di Rochefort, di quel desiderio di unità (di assoluto, di felicità, di ideale) che caratterizza tanti personaggi di Demy.

Nell’opera del regista francese ogni simbolo sembra possedere la sua parte di luce e la sua parte di tenebre, come in un ciclo rituale secondo Durand. La primavera ancor fredda di Lola, quella pienamente matura di Rochefort, l’autunno piovoso di Les parapluies de Cherbourg, il tragico inverno di Une chambre en ville: sono i simboli naturali di una continua oscillazione tra la serenità di un mondo idilliaco e un mondo notturno di solitudine e separazione. Un’oscillazione che passa sempre attraverso gli stessi luoghi, ogni volta inseguendo un diverso filo narrativo che inverte il senso delle traiettorie e ne rivela la qualità mitica. L’unica forma di possesso e di conoscenza risiede così in questo spazio immaginario, compreso tra l’assenza dell’amato e l’attesa di un suo ritorno: lo spazio della nostalgia dove si ricompongono le rette divergenti dei destini un tempo incrociatisi. (1983)

MOVENZE ANOMALE. Piero Zino

Alberto Giacometti

**

La musica di Wagner permette all’”abito immaginativo” di Baudelaire di indossare il drappo serale, il solo tramite il quale è consentito entrare nella sfera del sogno.

*

“In materia d’arte non ci sono minuzie” afferma Baudelaire e nulla, tanto meno la correzione delle bozze, dovrebbe sfuggire a questa regola.

*

Un’opera letteraria può anche essere in grado di imitare quei rettili le cui caratteristiche morfologiche permettono di conservarsi pressoché integri ogni qualvolta una parte del corpo gli viene troncata. Nella prefazione allo Spleen di Parigi, Baudelairesembra tenere conto di questa regola anatomica quando scrive che, pur spezzando il corpo di un’opera “in molteplici frammenti, […] ognuno di loro può stare da solo”.

*

Quando si compie un miracolo in letteratura? Quando un filosofo veste i panni del narratore. “’Filosofia narrativa’ era l’ideale di Schelling”, fa notare giustamente Scholem.

*

Nella foresta ancora vergine della critica Friedrich Schlegel avanza a colpi di machete. I frammenti sono i rami spezzati che si lascia dietro nel procedere.

*

Cosa vi è di più umano del corpo di Odradek, un rocchetto rivestito “soltanto di frammenti, sfilacciati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati fra di loro e di qualità e colore più diversi”?

*

Per scorgere la scrittura, l’occhio dovrebbe avere le stesse componenti dell’inchiostro.

*

Lichtenberg sostiene che il ruolo del frammento deve essere quello di “lente di ingrandimento” su di un intero sistema speculativo.

*

Le frasi, i modi di dire del passato sono scolpiti nelle pareti rupestri del linguaggio.

*

In La tentazione di esistere Cioran si spinge a formulare una sorta di graduatoria fra coloro che hanno avuto un rapporto di sintonia con la morte. “Un attaccamento quasi passionale” fu quello che ebbe Keats, un atteggiamento “sensuale della morte” lo attribuisce a Novalis, ma nessuno come Kleist era “dotato per la morte”. Scrisse prima di uccidersi: “Un vortice di beatitudine mai presentita mi ha afferrato…”.

*

Il tempo dello scrittore è quello che gli serve per portare a termine il libro; quello del lettore è tutto il tempo che viene dopo.

*

Guido Morselli chiamava la sua Browning 7,65 “la ragazza dall’occhio nero”.

*

Per George Eliot Goethe è “l’ultimo uomo universale a camminare sulla terra”.

*

Il legame carnale che uno scrittore può avere con la sua opera è ben evidenziato da Walser quando scrive, a proposito di Kleist, “[…] Per terra, in camera sua, giacciono i manoscritti come creature orribilmente abbandonate da padre e madre”.

*

“Al migliore della sua stirpe”. Questa frase, che Kafka annota nei suoi diari, è quella che i discendenti di Kleist fecero scolpire sulla tomba del loro avo, nel centenario della morte.

*

Nell’estate del 1966 Giorgio Agamben partecipò al seminario che Heidegger tenne a Le Thor in Provenza. “[…] Non posso togliermi dalla mente l’incontro con Heidegger, che, nella mia vita, che pure si avvicina alla fine, non ha ancora cessato di avvenire”. Al culmine di questo toccante ricordo egli oggi può forse ancora udire il filosofo che “legge in tedesco, a voce bassa e commossa”, una poesia di Hölderlin.

*

Chi pensa alla scrittura come a un torrente in piena, ripensi alle parole di Kafka: “La lampada accesa, la casa silenziosa, il buio esterno, gli ultimi istanti della veglia mi conferiscono il diritto di scrivere, sia pure quanto vi sia di più misero.”

*

Leggendo i Diari di Kafka si ha l’impressione di aggirarsi tra cumuli di macerie ma, al tempo stesso, non si avverte l’urgenza di abbandonare quei luoghi per ritrovarsi al cospetto di edifici integri o addirittura abbelliti dai vasi sui balconi.

*

Nel saggio di Alberto Savinio Maupassant e l’”Altro” lo scrittore francese emerge dai fondali marini come una statua rivestita da una spessa patina di incrostazioni, che nasconde i tratti e le forme della figura ma, al tempo stesso, la rende più preziosa.

*

L’Europa, una “vecchia donna intanfita” come la definisce Nietzsche.

*

Ci vuole un fascio di luce molto potente per rischiarare quello che Novalis chiama “il corpo d’ombra” che è dentro di noi.

*

Esistono scrittori come Cioran capaci di stabilire contatti soltanto con quei personaggi che esprimono i pensieri e atteggiamenti più negativi, di rivolta, barbarici che possa racchiudere in sé un essere umano. A partire da Nietzsche, liquidato come nient’altro che “una somma di atteggiamenti”, per passare poi ad una mistica come Angela da Foligno, capace di “andare nuda per città e piazze, con pezzi di carne e pesce appesi al collo” inveendo contro se stessa, per poi sentirsi affine all’imperatore Tiberio “perché non amava nessuno”, oppure a un solitario come Swift, “pamphlettista di un’altra era, che precede l’uomo”.

*

Nel ritratto che Munch fa di Nietzsche, ad essere messo a nudo più che l’aspetto esteriore è il pensiero del filosofo. Le ondate di colore – un giallo reso opaco dalla presenza del grigio unito a un blu intenso – sembrano fuoriuscire dalla sua mente; il viso in posizione di tre quarti e la prominenza delle sopracciglia e dei baffi rendono ancora più intensa la profondità dello sguardo. Inteso in questo modo il quadro potrebbe rivelarsi come un vero e proprio “esperimento di chi è rivolto alla conoscenza”, secondo le parole che Nietzsche stesso pronuncia nella Gaia scienza.

*

L’ingresso di Cristo a Bruxelles di Ensor è l’emblema della parodia corrosiva sui belgi e Baudelaire rincara la dose nel cogliere i tratti del brussellese “scuro, informe, dalla bizzarra conformazione delle mascelle”.

*

Il corpo di “The Ram” Robinson interpretato da Mickey Rourke nel film The Wresler di Darren Aronofsky è un corpo pieno di cicatrici, rallentato dalla fatica, preso a calci dalla vita. Ciò nonostante, egli vive grazie alle ferite di cui il suo corpo è pieno, che finiscono per diventare la condizione necessaria del suo stesso vivere. Quando egli si lancia per l’ultima volta dalle corde sull’avversario disteso al tappeto sembra aver raggiunto il perfetto dominio di tutti gli organi del proprio corpo, di averne assunto la padronanza assoluta. Volendo dirla con Cioran “diventerebbe esso stesso coscienza, e smetterebbe di svolgere il suo ruolo di corpo”.

*

In Shame del regista Steve McQueen Brandon, interpretato da Michael Fassbender, è un giovane uomo d’affari totalmente asservito al sesso, fatto di incontri occasionali con prostitute e di continue masturbazioni. È un individuo che vive un erotismo sempre mediato da uno schermo che, di volta in volta, vediamo essere quello del PC, delle finestre che diventano luogo di voyeurismo, del denaro che permette al corpo di essere oggetto di acquisto. Costui altro non è ormai che un automa continuamente immerso in un ‘brodo’ di esperienze sensuali, la cui frenesia copulatoria mostra fino alle fondamenta la condizione alienata dell’uomo odierno, vanamente protesa alla ricerca di un mondo che possa dirsi quantomeno plausibile.

*

Tetsuo: The Iron Man del regista giapponese Shinja Tsukamoto mette in primo piano, nei suoi accenti più estremi e deliranti, il corpo-macchina. Un anonimo impiegato si trasforma in un grumo di materiale ferroso, che si impossessa progressivamente del suo corpo, gli procura dolori terribili ma, al tempo stesso, un irrefrenabile desiderio sessuale che culmina in un amplesso in cui egli provoca la morte della fidanzata con il pene trasformatosi in un trapano a fresa. Completamente divorato dal metallo e in preda alla follia, si scontrerà con un rivale in una lotta titanica dove alla fine si assiste alla creazione di una enorme scultura formatasi tramite la fusione di quei due corpi mostruosi in un inestricabile groviglio di tubi, cavi, guaine metalliche che, fotogramma dopo fotogramma, assume la forma di un fallo. Ma nelle movenze stilizzate e rituali, negli sguardi intrepidi e penetranti dei contendenti emergono ancora i tratti che furono dei samurai, perenne omaggio al maestro Kurosawa.

*

Il corpo contemporaneo, quello che il cinema più intelligente scava e mette in luce, non è il corpo armonioso e trionfante dell’iconografia classica e in particolare della scultura greca – “drogato di geometrie platoniche”, secondo Deleuze – ove a fare da guida è il concetto di limite e di finito, quel “nulla di troppo” che segue quasi come un ammonimento il “conosci te stesso” dell’oracolo delfico. Mentre il corpo classico, levigato fin nelle più intime pieghe, sinonimo di movimento puro, ha espulso il tempo, il corpo contemporaneo è in grado di muoversi solo se si innerva su delleprotesi, come il Tetsuo di Tsukamoto, oppure è estenuato e preda di continui deliqui come quello di Justine in Melancholia. E quando il lottatore di wrestling interpretato da Rourke prova a cambiare vita lavorando in un supermercato, vede nei clienti i propri fantasmi e finisce per demolire gli scaffali della merce.

*

Nella vita molti degli accadimenti giungono inattesi, a fari spenti. “Non ho avuto sentori”, si legge in una poesia di Kavafis; alle volte non si avvertono neppure “i colpi di chi è lì a murare”. E quando si pensa ancora di fare parte di una rete di rapporti, ecco che “a mia insaputa, dal mondo mi hanno chiuso fuori.”

*

Scrivere con regolarità su un taccuino vuole dire obbedire a una inclinazione arcaica, simile a quella del collezionista di libri e di altri oggetti antichi e rari che hanno la particolarità di essere inutili, proprio in quanto sfuggono alla tirannia dell’utile. Le frasi che riempiono i taccuini hanno la stessa valenza degli oggetti – rarità preziose oppure cascami, poco importa – che il collezionista accumula in una stanza apposita (il taccuino è quella stanza, le frasi sono quegli oggetti). Si può arrivare a identificarsi completamente con i propri taccuini, dai quali non ci si separa mai e vi si trasferisce i propri piccoli pezzi da collezione: conchiglie e sassolini colorati che la corrente spiaggia a intervalli regolari.

*

Il taccuino è indispensabile quando si visita una mostra, in quanto i testi che spesso fanno da supporto alle opere esposte non di rado ne rappresentano le indispensabili appendici. Davanti ai quadri del pittore belga Paul Delveaux, come non prendere nota di frasi come questa: “Per Delveaux il treno è la vita”, a cui poi si ripensa una volta sedutisi nello scompartimento di un treno in attesa della partenza. I suoi treni non sono mai in movimento e verrebbe da aggiungere che l’atmosfera che si respira è quella statica e sonnolenta delle stazioni di provincia. Probabilmente non è errato pensare che egli non avrebbe dipinto uno solo di quei treni, se anche allora ci fosse stato il divieto di fumo nelle carrozze.

*

Il taccuino sul quale scrivo permette all’inchiostro di scorrere fluido sulla carta molto liscia, di un bianco lievemente opaco. “Pochi sono riusciti, al pari di Chagall, a rappresentare l’universo ebraico con altrettanta naturalezza e profondità”.

*

Nel catalogo delle opere che lo scultore Valeriano Trubbiani ha dedicato a Giacomo Leopardi è riprodotta un’incisione intitolata Entro dipinta gabbia. La gabbia in oggetto altro non è che il “palazzo avito” dei conti Leopardi e, appollaiato sul balcone, un grosso uccello fissa lo sguardo verso il basso nel punto dove compare il viso dolente del poeta sulla soglia del portone di ingresso dell’edificio, dalla cui sommità ad arco si allungano le punte di una inferriata pronte ad abbassarsi per impedire qualsiasi tentativo di fuga. Questa immagine ci invita a paragonare Leopardi a un Gulliver rinchiuso in un ambiente lillipuziano, gigante prigioniero di un popolo di nani.

*

Il segno distintivo del cinema di Mario Bava sta nei colori: brillanti, lucidi e smaltati come quelli che la Pop Art usa per le sue creazioni artistiche. Nel 1956 Richard Hamilton realizzò il collage Che cosa rende le case di oggi così diverse, così attraenti, ove i due aggettivi si addicono a molte delle pellicole di Bava e gliene rendono il giusto omaggio.

*

Può accadere che la scelta delle cartoline che riproducono opere d’arte fatta prima di entrare nelle sale di una mostra occupi tempo ed energie addirittura maggiori di quelli che saranno impiegati nella visita stessa, poiché l’intento di chi le acquista non è soltanto quello di soddisfare il gusto personale, ma anche di tenere conto delle preferenze di coloro ai quali verranno spedite, dal momento che il piacere del dono è alla base della ricerca. Perciò si richiede grande attenzione e pazienza da parte di chi le sceglie, ed è allora che il corpo è immerso nel proprio immaginario, adattato, nel segno di Barthes, “alla gioia di classificare”.

*

Benjamin giudica come “atroce” la condizione di solitudine che attanaglia Baudelaire lungo tutta la sua vita. Va aggiunto che la solitudine edifica, essa soltanto, l’autorità dello scrittore.

*

Il rapporto tra le città e la scrittura è consolidato nel tempo. Le parole viaggiano a milioni nei messaggi inviati dai telefoni cellulari e la città odierna – sono parole di Italo Calvino – “è quella su cui aleggia un pulviscolo di scrittura che non si sedimenta né si calcifica”.

*

Quando lo sfacelo di tutto l’immenso reame di cui è signore si profila agli occhi del Gran Khan, la curiosità che suscita la descrizione di città improbabili e meravigliose fattagli da Marco Polo sembra essere la sola cosa in grado di preservarlo dalla disperazione e dal desiderio di suicidio. Avanzi di scrittura in un mondo ormai da tempo condannato alla rovina, “le città invisibili” saranno, forse, tutto ciò di cui resterà una qualche traccia quando anche l’ultima vicenda sulla terra avrà conosciuto il suo epilogo.

*

Nelle pagine de Il Parini ovvero della gloria Leopardi delinea il profilo dei lettori ideali i quali, quando vengono a trovarsi nella “congiuntura” più favorevole “leggono, creano in sé mille moti e mille immaginazioni, errando in un delirio dolcissimo, e quasi rapiti fuori di sé”.

*

Il concetto che sta alla base di buona parte dell’arte moderna è quello di ‘deformazione’. “Il mio grande desiderio è di imparare a fare delle deformazioni, o inesattezze o mutamenti del vero; il mio desiderio è che vengano fuori, se si vuole, anche delle bugie, ma bugie che siano più vere della verità letterale”, scrive Van Gogh in una lettera. In altri termini, si tratta della stessa strada percorsa da Poe nel racconto Ligeia, ove cita un’affermazione di Bacone che dice: “Non vi ha squisita beltà senza qualche stranezza nelle proporzioni”.

*

“Come uno scarico di immondizie”, Borges definiva la sua prodigiosa memoria in grado di accumulare tutto ciò che leggeva.

*

A volte accade di trovarsi in sintonia con lo scrittore argentino Enrique Larreta al quale – sono parole del connazionale Alberto Manguel – “ogni frase suggeriva un’infinità di idee e immagini e lui, smarrito nei mondi creati dalla sua mente, smarriva il filo della lettura.”

*

Anche per Kafka il desiderio di evasione si traduce in mete esotiche, ma egli trasporta la grigia e monotona realtà fatta di strade brulicanti di tram e di carrozze che si scorgevano dalle finestre del suo ufficio in “campi di canna da zucchero e cimiteri musulmani.”

*

“Chi non sa scrivere non s’immagina neppure che lavoraccio è: due dita scrivono e tutte le altre membra soffrono!”. Se tale sfogo appartiene ad un copista medievale, tuttavia la fatica dello scrivere va ben oltre le difficoltà che un’epoca come quella prospettava ai pochi che possedevano la tecnica scrittoria. L’impegno mentale al quale la scrittura sottopone non è affatto mitigato da una comoda scrivania o da una fibra veloce.

*

Raphel maì…”.Nembrot, incatenato in fondo al pozzo, non smette mai di ripensare a ciò che un tempo fu Babele e la notte sogna di quando, issato sui ponteggi traballanti, seguiva passo a passo le fasi della costruzione e calcolava con esattezza i quantitativi di malta che occorrevano per ogni metro cubo di mattoni. Qualcuno ancora lo ricorda mentre discuteva con gli operai vestito come uno di loro, incurante del sole cocente o sotto il diluvio; soltanto la corporatura gigantesca lo distingueva dagli altri. Era necessario ultimare i lavori al più presto, perché correva voce che Dio avesse in mente di sommergere di nuovo la terra, ma la torre che stava sorgendo era così alta da poter mettere al sicuro fino all’ultimo abitante. “Riuniamoci tutti in questo luogo, così nessuno ci potrà fare del male”, amava dire quell’uomo infaticabile finché un giorno, con suo grande sgomento, gli uscirono di bocca parole che non riusciva a comprendere e l’unica frase che una volontà maligna lo costringeva a ripetere era: “Raphel maì amècche zabì almi”.

*

Palinuro era caduto in mare ed era annegato per il capriccio di un dio. Voleva a tutti i costi condurre a destinazione la nave che trasportava l’eroe per il quale tutti avrebbero sacrificato la loro stessa vita, ma opporsi alla volontà di voialtri dèi è impossibile per noi umani. Ora, però, egli sa chi era realmente Enea; lo strumento perfetto nato dall’abile mente di un poeta, creato al solo scopo di dare lustro ad un impero tirannico. “Spero tu voglia ammettere, mio caro, – gli disse Ermes, che continuava a essere utilizzato come un piccione viaggiatore – che se ti trovassi nella stessa situazione di allora, questa volta lasceresti il timone e andresti a dormire al sicuro sotto coperta, così da non doverti più risvegliare sulle rive dell’Acheronte”. Con sua sorpresa, il nocchiero rispose che avrebbe cercato una nuova nave e un comandante altrettanto valoroso a cui offrire la propria esperienza, così da portare a termine la missione.

– Ci sarebbe il Titanic, che sta partendo proprio adesso -. Quel dio subalterno era troppo indaffarato e lo abbandonò in tutta fretta.

*

Dopo essere stato tutto il giorno fuori a pascolare il suo gregge, Polifemo rientrò come tutte le altre sere che era già quasi buio ma, appena ebbe acceso la lampada a petrolio appoggiata sulla mensola dietro la porta di casa, vide sparpagliati sul pavimento quelli che, a prima vista, sembravano escrementi, ma ad uno sguardo più attento si rivelarono degli spaventati omuncoli in cerca di un riparo e di un po’ di cibo (“greci” si sarebbero fatti chiamare). Agli strani ospiti egli diede subito volentieri l’aiuto che chiedevano alloggiandoli nella stanza più calda e accogliente. In seguito, però, stancatosi della loro presenza, che pure continuava ad essere discreta e assai poco onerosa per il bilancio della sua attività agricola (quei minuscoli esserini, infatti, consumavano tutti insieme in un giorno il quantitativo di provviste che riusciva a mettere insieme in meno di un’ora di lavoro), li divorò ad uno ad uno, compreso colui che reputava il conversatore più arguto e più ricco di talento oratorio.

*

La levigatezza dei versi di Sandro Penna si mostra nella “lucida bianca porcellana” degli orinatoi sotto il sole estivo.

*

“Gigantesco villaggio moribondo”. Così Kafka definiva Vienna, ma non molto diversa è l’opinione che se ne trae osservando le foto dei tetri edifici di alcuni quartieri di Praga.

*

In uno dei Pensieri Leopardi scrive “che il malato in punto di morte non dà vera fede né a medici né ad amici, ma solo all’intima sua speranza, che gli promette scampo dal pericolo presente”. Singolare preveggenza la sua, poiché, stando alle testimonianze di chi gli fu accanto nelle ore che precedettero il trapasso, egli era convinto di poter superare quella che riteneva fosse una delle tante crisi dovute alla sua “asma nervosa”.

*

Scrivere per Blanchot “è entrare nell’affermazione della solitudine, dove incombe il regno della fascinazione”.

*

L’essenza della scrittura è nella sua estraneità rispetto a tutto ciò che fa parte del vivere comune.

*

Se al di fuori dell’agire quotidiano si prospettassero possibilità ulteriori, presenti in un luogo dove i gesti e i pensieri, pur rarefatti e impalpabili, siano tuttavia perfettamente definibili, catalogabili e classificabili; se, cioè, si aprisse il confine di quello che Barthes definisce come “il territorio del Neutro, strano ‘colore’ che – pur non essendo al pari degli altri catalogabile – tuttavia è vivo e reale al punto da poter ‘macchiare’”?

*

Seppure si sia convinti della bontà del detto di Plinio il Vecchio “Nulla dies sine linea”, forse è esagerato stare tutto il giorno sopra un frammento.

*

Quando si costruiscono edifici nei luoghi dove prima ne sorgevano altri bisogna rimuovere con la massima cura le macerie e i calcinacci che ingombrano il terreno, in quanto una parte anche minima di questi potrebbe infiltrarsi negli ingranaggi dei macchinari edili con la conseguenza di ritardarne l’ultimazione. Abbiamo sotto gli occhi città che sorgono rapidamente sulle rovine di altre, distrutte in seguito a guerre e cataclismi di ogni genere; ma è lecito chiedersi se abbia senso continuare a costruire, dopo che sarà resa nota a tutti la sentenza di Brecht, secondo la quale di queste nuove città “resterà solo chi le traversa ora: il vento!”.

*

La Donna in piedi di Alberto Giacometti proietta la propria ombra filiforme all’indietro di duemila anni, congiungendosi con L’ombra della sera nel museo etrusco di Volterra.

*

Nella breve riflessione dal titolo L’automobile smitizzata Giacometti, interrogandosi sul significato di quello che è uno dei grandi oggetti di culto del ventesimo secolo e sul suo rapporto con l’arte figurativa, afferma che l’automobile, come quintessenza del finito e del perfetto, “non ha nulla a che vedere con la scultura”, dal momento che questa ha proprio nella non finitezza e nella precarietà la sua prerogativa più importante. Ma con l’irruzione della pittura astratta e concettuale, l’immagine dell’automobile si svincola dalla schiavitù dell’effimero per diventare essa stessa, anche se “arrugginita, ammaccata, rotta”, oggetto d’arte.

*

Riferendosi alla sua opera, Giacometti afferma: “Quello che cerco di fare è soltanto riprodurre su tela o con la creta, quello che vedo”. Impresa, questa, titanica e impossibile, che lo respinge immancabilmente nel territorio dell’incompiuto dove però, ad attenderlo, ci sono Michelangelo e Cézanne.

*

È noto che Giacometti non smettesse mai di disegnare, anche nei momenti in cui non si è soliti farlo, persino sui tovaglioli di carta del Caffè parigini dei quali era un assiduo frequentatore. La testa umana – sua autentica ossessione – l’aveva di fronte anche mentre fissava le uova sode sul tavolo del ristorante, così come la visione della realtà per lui era tale da potersi racchiudere tutta intera nel bicchiere posto lì accanto.

*

Nulla come le foto che ritraggono Giacometti nel suo atelier dà l’idea della creazione artistica come mero lavoro manuale. L’occhio dell’osservatore è attratto più dalla grande quantità di oggetti sparsi alla rinfusa tra quelle pareti scalcinate, che dalle opere presenti nella stanza. Gli avanzi di creta e di gesso sul pavimento, ai piedi dei supporti che reggono le sculture, sono muti testimoni di quel continuo e infaticabile gesto del fare e del disfare, che uno dei massimi conoscitori dell’opera di Giacometti, Yves Bonnefoy, paragona all’attività “dei veri alchimisti”, in grado di liberare “dal piombo della materia – quest’illusione – l’oro della presenza dell’essere umano a se stesso”.

*

Tra le molte visioni oniriche presenti nell’opera di Jean Paul ve n’è una che egli cataloga tra “le immagini sensibili dell’orecchio” ed è quella degli uccelli chiusi in gabbia, che “cantano in sogno le loro lunghe canzoni”.

*

Se per Holderlin l’atto della scrittura è equiparabile al “gesto del seminatore”, allora il primo passo sarà la consapevolezza di essere seme.

*

Nella prefazione alle Lettere su Cézanne Rilke mette in evidenza il fatto che “è attraverso [Cézanne] che Rilke individua il varco oltre il quale stabilire la reciprocità tra le ‘cose’ e chi le guarda”.

*

Dal Van Gogh di Artaud fuoriesce una scrittura fatta di colori a macchie violente; quegli stessi colori che, a detta dei medici che lo avevano in cura, il pittore a volte ingoiava.

*

Nel libro, esattamente come fa il nuotatore, “occorre poterci mettere la testa dentro e sempre di nuovo fuori”, scrive Nietzsche.

*

Lo scrivere come lavoro giornaliero, incessante, a volte anche monotono. Si deve procedere incuranti di tutto, come Cézanne al quale a volte succedeva di venire inseguito da bambini che gli tiravano i sassi.

*

Riferendosi al castello dei sapienti della Commedia dantesca, Borges ne fa “un caso perfetto di uncanniness, di orrore tranquillo e silenzioso”. Anche il limbo dei sapienti è, dunque, un luogo di tormenti, pur se soltanto interiori, che vediamo apparire con evidenza nel pallore di Virgilio, in quanto “egli stesso è uno dei reprobi”. La schiera dei poeti che accoglie Dante – “parlano di letteratura, cos’altro potrebbero fare?” – sconta l’emarginazione e l’oblio.

*

Gli antichi egizi non organizzavano un’orgia senza avere prima posto nel luogo convenuto qualche macabro emblema (per esempio uno scheletro), che ricordasse a tutti i presenti la fugacità della vita.

*

Mentre si guarda un plenilunio vengono in mente le parole di Kafka, che definiva la luna “un dimenticato palloncino di carta stranamente colorato”.

*

Gozzano vede l’India come il “vero cimitero del mondo”. Forse è da qui che nasce la sua attrazione per le città indiane e in particolare per Goa, definita come “la più strana, la più triste delle città morte”, cui insiste poco oltre – quasi a voler dare corpo a un’ossessione – “della morte nella città della morte”.

*

Freud ammonisce che “né il poeta può sfuggire allo psichiatra, né lo psichiatra al poeta”. Come i diavoli di Malebolge, i loro corpi sono destinati a piombare avvinghiati in un lago di pece.

*

Nelle pagine iniziali de La vocazione interrotta, Pierre Klossowski sottolinea il forte impatto che un’opera letteraria deve esercitare sul lettore: “Non si legge impunemente; consentire a una realtà fittizia è pur sempre sentire quella finzione in modo reale”.

*

Ogni rivoluzione, grande o piccola che sia, procura scosse di cambiamento. Basti pensare al 1789 quando, alle bordate di artiglieria contro la Bastiglia, fecero eco a Bologna i tremiti delle zampe di una rana nel corso degli esperimenti sull’elettricità condotti da Galvani.

*

In queste righe indirizzate alla fidanzata Felice, Kafka sottolinea l’impatto che la scrittura ha su di lui: “In questo senso scrivere è un più profondo sonno, e cioè morte, e come non si trarrà né si potrà trarre un morto dalla sua tomba, così neppure me di notte dalla mia scrivania.”

*

Tra le conseguenze che può avere l’uscita di un libro vi è anche quella che Italo Calvino chiama “lo scaffale ipotetico”. Una volta acquistato, il libro entra nella casa del lettore al pari di un ospite di assoluto riguardo. Può addirittura accadere che il nuovo arrivato scompagini l’ordine, peraltro sempre precario, presente nella libreria. Come rileva lo stesso scrittore il libro in questione può causare l’arretramento in seconda fila di una serie di volumi, mossa che provoca quasi sempre l’avanzamento di altri. In quei frangenti il proprietario è come un generale che muove le truppe e ordina il fuoco.

*

Benjamin che possedeva, seppure itinerante a causa dei suoi continui spostamenti, una raccolta di libri di grande pregio, una volta pronunciò una frase che sembrava andare nella direzione contraria rispetto all’attitudine del collezionista: “Di tutte le maniere di procurarsi libri, la più degna di lode è ritenuta quella di scriverli da sé”.

*

La presunta facilità dei temi e della prosa che caratterizza tutta quanta l’opera di Walser potrebbe essere opportunamente chiosata dalle parole che Dante mette in bocca a Virgilio, quando i due stanno per varcare la soglia dell’Inferno: “Non ti inganni l’ampiezza de l’entrare”.

*

Nel racconto Jacob von Gunten Walser allude all’Istituto Benjamenta, un singolare collegio nel quale i giovani allievi sono lì soltanto per imparare una alquanto misteriosa disciplina dell’obbedienza, in grado di staccarli da qualsiasi desiderio di aspirazione sociale. Nel corso della sua vita lo scrittore svizzero fu varie volte ospite di un ricovero per scrittori emarginati a Zurigo che egli chiamava “Camera di scrittura per disoccupati” e lì ci si serviva della sua calligrafia per copiare lettere da indirizzare a negozi, uffici e privati. L’Istituto Benjamenta e la “Camera” sono fra i luoghi – uno immaginario, l’altro reale – che disegnano il profilo più veritiero di Walser, racchiuso nella volontà di essere “un magnifico zero, rotondo come una palla”, al quale, però, tutti coloro che si sentono scrittori devono in qualche modo riconoscenza.

*

“Si vedono dall’alto luoghi nei quali non si metterebbe mai e poi mai piede, perché in certe regioni, anzi nella maggior parte di esse, non si ha alcun motivo speciale per andarci. Quanto è grande la terra e quanto poco la conosciamo!”. In queste parole di Walser circa il resoconto di un volo in mongolfiera che egli fece da Berlino fino alle spiagge del Baltico si avvertono, insieme, l’emozione e lo stupore che quel viaggio nell’aria, forse l’unico in una vita segnata da innumerevoli camminate, compresa l’ultima, dove trovò la morte sulle pendici delle montagne svizzere il giorno di Natale del 1956, profuse nel suo animo. W.G. Sebald, scrittore a sua volta e, al pari di Walser, instancabile camminatore, coglie forse come nessun altro le sensazioni espresse dal maestro, che riesce a trasmettere “in tutte le sue prose, dove vuole innalzarsi oltre la pesante vita terrestre, vuole dileguarsi tacito e lieve in direzione di un mondo più libero”.

*

Il libro di Sebald Storia naturale della distruzione è composto, come quasi tutti gli altri suoi lavori, non soltanto di parole ma anche di immagini, perlopiù fotografiche. I resoconti dei bombardamenti alleati sulle città tedesche nell’ultimo periodo della guerra lasciano spazio ad un’atmosfera in alcuni casi paradossalmente idilliaca, come mostrano le foto delle macerie di Colonia, sopra le quali “il verde ha attecchito rigoglioso”, oppure ad Amburgo, dopo la terribile incursione in cui fu fatto largo uso di bombe al fosforo, dove di lì a poco “parecchi alberi e arbusti conobbero una seconda fioritura, in particolare i castagni e i fiori di lillà”.

*

Nelle sue interminabili scorribande per mezza Europa, in treno, in autostop quando non, assai spesso, a piedi, Sebald si mette sulle tracce di un gran numero di personaggi, alcuni famosi, altri pressoché ignoti. Quando è il turno del “dottor K.”, questi si trova in Italia nell’autunno del 1913, precisamente a Riva del Garda, in compagnia di due ignote figure maschili, che di particolare hanno “dei baffetti neri”, che li rendono simili come due gocce d’acqua. Va da sé che “la compagnia dei due assume tratti sempre più abominevoli, e sul laghetto delle onde gli pare di essere in tutto e per tutto loro prigioniero. Che alla fine lo riportino a terra, è ben magra consolazione. Altrettanto comodamente avrebbero potuto ammazzarlo a colpi di remo.”

*

Baudelaire lamentava la presenza costante del “canagliume letterario”, al pari di coloro che restano aggrappati al piacere e ai divertimenti “come i naufraghi al relitto di una nave”.

*

Nella Crocifissione dipinta da Giovanni Canavesio, pittore tardomedievale attivo tra la Liguria e la Francia meridionale, il sangue sprizza copioso dalle ferite di Cristo e dei due ladroni, entrambi con gli occhi stranamente bendati, mentre alcuni sgherri armati di lance e di mazze primitive infieriscono su quei tre poveri corpi che si contorcono in preda a indicibili sofferenze. In cima alle croci dei due reprobi sono posti su di una un angelo e sull’altra un demonio; questi ha già le mani sul dannato per strapparlo il prima possibile di lì e condurlo all’inferno, mentre l’angelo ha preso per mano l’anima del pentito, dipinta nei panni di un nudo e buffo corpicino, che passeggia sul corpo al quale fino a qualche istante prima apparteneva. Il tutto sullo sfondo di un cielo nero come la pece, nel quale il sole e la luna ammiccano con le loro facce, suggellando il trionfo del grottesco.

*

Ciò che più attira l’attenzione del ritratto che Schiele fa della sorella Gerti sono le mani. La sinistra si trova aderente al viso in un’improbabile posizione orizzontale, mentre l’altra sporge dalla manica della vestaglia che nasconde il braccio. In aperto contrasto con la dolcezza del viso, quelle mani spuntano come artigli di un rapace.

*

Linee. Curvature sottilissime che delineano i contorni del volto e accennano il busto. Linee che poi si intersecano con altre le quali, a loro volta, vanno a comporre il profilo del naso e degli occhi. Soltanto la bocca, una macchiolina rotonda di colore vermiglio, sembra voglia per un attimo scompaginare questa inflessibile struttura. Ma tutto fa capo alle linee nella Donna sigillata di Paul Klee.

*

Nel Souvenir de Voyage di Magritte le due nature, quella umana rappresentata da un signore in piedi accanto al tavolo di una stanza vestito in modo sobrio ma raffinato, e quella bestiale nei panni di un leone che gli si accovaccia ai piedi in tutta la sua fierezza, si incontrano nuovamente come nel canto introduttivo della Commedia dantesca. Viste così si può pensare che esse abbiano avuto più di un motivo per essersi riavvicinate dopo un così lungo tempo.

*

August Sander fu colui che, da operaio nelle miniere di ferro, depose la trivella per maneggiare la macchina fotografica. Nel 1929 venne pubblicato un suo libro dal titolo Ritratti del Ventesimo Secolo, primo passo di un progetto che aveva l’intento di porre sotto lo sguardo dell’obiettivo l’intera società tedesca. Ma subito dopo arrivarono i nazisti a sequestrargli le lastre e a suggerirgli che sarebbe stato preferibile per lui fotografare la natura e i paesaggi. Del resto, ritratti come quelli del Notaio, Pasticciere, Deputato indicano inequivocabilmente la matrice di provenienza di coloro i quali gli avevano dato quell’avvertimento.

LA MINIMA APOCALISSE. Rinaldo Caddeo

Scrive Antonio Castronuovo, a preludio della plaquette di Rinaldo Caddeo, Le giornate e la notte di un pensionato, Babbomorto editore, 2025: «Non li chiamo insomma “aforismi”, almeno nel senso classico del termine: formule che abbiano il sapore di un motto, che propongano un precetto di vita o un’elegante ironia su certi costumi dell’umano contegno, briciole che contengano una pointe: ciò che si attende alla fine di ognuna è sì una minima deviazione da quanto abbiamo letto all’inizio, ma non proprio una puntura, semmai una piccola festa dell’intelligenza visionaria». Sono parole esatte, che inquadrano la fulminea plaquette di Rinaldo, qui al meglio della sua surreale, epigrammatica inventiva. Chi conosce lo stile di Caddeo sa che le sue parole, sempre semplici, sono sempre i meteoriti della prossima apocalisse. Iniziamo dalla prima pagina: “La casa è piena di alligatori. Mi sono salvato salendo sul tavolo”. E ancora: “All’alba del primo dell’anno c’era calma. Per il freddo i botti si erano coperti di ghiaccio”. Caddeo non abbandona il tono neutro del suo dettato: ma attraverso la sua prosa neutra gli scatti visionari sono schegge feroci: “Troppo tardi. Il tempo è fuoruscito da una crepa”. Qui, da queste poche pagine, emerge la differenza potente (e definitiva) fra polvere e cenere. “La polvere scende nella mente e lì sembra poter scomparire, la cenere si accumula in fondo al cuore”. “La polvere attacca la superficie (le copertine, i dorsi), la cenere entra dentro, conquista le pagine”. “Mentre la cenere invade il mondo, non c’è più tempo. La polvere è uscita dalle clessidre”. “La cenere ricopre la polvere che ricopre la cenere che ricopre le rovine”. Assistiamo, leggendo le sue pagine, alla descrizione di un post-universo, ormai arso dal fuoco. L’uomo è solo un gesto improbabile, un reperto nelle macerie. “Dentro le cose, sotto la superficie luminosa, è tutto pieno di buio e niente. Caverne immense”. Il segreto della prosa frammentaria di Caddeo non è nei suoi temi, ben noti alla letteratura del Novecento, ma nella gentile prospettiva con cui li mostra. Come se ci parlasse amichevolmente dal suo studio, Caddeo porge le sue macerie e ci invita a guardarle con lui, condividendo l’affettuosa intimità con la fine imminente delle cose.”Parole come egro, repente, opimo. Le ho trovate in un cestino della spazzatura, buttate come vecchie bucce. Le porto a casa, le lavo, le accarezzo, le metto sedute sul tavolo e loro mi guardano stupefatte”. Non smette di vibrare nel poeta, nella sua minima apocalisse, la speranza di una minima resurrezione.

*Rinaldo Caddeo, Le giornate e la notte di un pensionato, collana Frantumi 11, Babbomorto editore, Imola 2025.