SI APRE IN SOFFIO. Isabella Bignozzi

Esiste una poesia senza suoni: è quella che percorre i giardini interiori del nuovo libro di Isabella Bignozzi in I bimbi nuotano forte (Arcipelago Itaca, 2024). Versi impalpabili evocano fioriture remote, che vegliano il paesaggio. La voce del poeta è guidata da parole silenziose, vellutate, spirituali, che cercano la possibile bellezza nell’eco di una preghiera muta, che esorcizza il dolore potente dell’umano, il disastro ultimo dell’essere. Gli scrittori più ampiamente citati (da Francesca Serragnoli a Giovanna Sicari, da Silvia Bre a Cristiana Panella) sono donne poete che accompagnano, con versi delicati e affini, il viaggio interiore che Isabella dedica “Ai miei angeli”. Come scrive Massimo Morasso in epigrafe: “Non c’è che un’ora immensa e il cielo / qui fermo nel geroglifico del sole”. Per Isabella, rilkianamente, cosa esiste di vero, di essenziale, negli struggenti arabeschi delle sue poesie inafferrabili? Il desiderio “di voler riscrivere in idea / il soffio della vita”. La verità sempre inseguita: “ombra / di morbido non esistere / solo congettura d’angelo / che sa tutti i gradi dell’abbandono”. (M.E.)

Paul Klee

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disegnami il viso di buio lentissimo

disegnami il viso di buio lentissimo
quando scivola l’isola della pioggia
si apre in soffio questa foresta
morendo la voce a crinali di viole
posami sul viso i petali delle correnti
uno stormo di labbra sussurrate in volo
se vieni da me sei arco nel palmo
scafo di sterno all’onda che sale
se tremi e cadi tra le mie croci
si alzano farfalle dai gusci rotti
si gira sul fianco la schiena del mare

buio lentissimo: da un verso di Francesca Serragnoli

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quel punto che sente tutto

quel punto che sente tutto

sbatte da dentro implora

il muto fragore di strappo

che poi va via di spalle

e crudele ti lascia viva

**

sei qui come un risvolto

sei qui come un risvolto

mancanza del pieno che si ripiega

e non capisci da quale inettitudine

s’alzi la superbia

di voler riscrivere in idea

il soffio della vita

**

tutto lo stupore del mondo

quella cosa calda e buona

che preme del suo non tornare

va alta, nel separarsi a sé stessa

sale a quel vulcano di labbra

che ancora sa pronunciare l’acqua

ma ora è un foro di perduto

che riassorbe nel suo nome

tutto lo stupore del mondo

***

Isabella Bignozzi (Bologna, 1971) in poesia ha pubblicato: Le stelle sopra Rabbah (Transeuropa 2021, prefazione di Elio Grasso) e Memorie fluviali (MC edizioni, collana Gli insetti, a cura di Pasquale di Palmo). In prosa i romanzi Il segreto di Ippocrate (2020) e Cantami o diva degli eroi le ombre (2023), entrambi editi da La Lepre Edizioni. È nell’antologia «Splendere ai margini. Narrazioni emergenti» (Oligo 2023) a cura di Andrea Temporelli; è con l’artista Daniele Ferroni nella plaquette Come tintinni ceste d’incenso (settembre 2023), uscita per Lumacagolosa, in collaborazione con le Edizioni Pulcinoelefante. Con alcune poesie è in «Riflessi. Rassegna critica alla poesia contemporanea», a cura di Patrizia Baglione, Edizioni Progetto Cultura 2023. Nella rivista «La foce e la sorgente», a cura di Marco Ercolani e Lucetta Frisa, è presente con alcune liriche (n. 6, seconda serie, dicembre 2021), e con una prosa artistica (n. 7, seconda serie, gennaio-giugno 2022). Alcuni versi sono stati pubblicati in «Osiris Poetry − International Poetry Journal» n. 98, June 2024. È presente con testi, saggi e interventi critici in «Filigrane» (Ronzani Editore), «L’anello critico» (CartaCanta Editore), «Avamposto», «Metaphorica». Ha curato come prefatore alcuni libri di poesia. Numerosi i saggi online in «Pangea», «La Poesia e lo Spirito», «blanc de ta nuque», «Nazione Indiana», «Poesia del nostro tempo», «Larosainpiu», «Morel – voci dall’isola», «Culturificio». Cura lo spazio web «L’Astero rosso – luogo di attenzione e poesia».

Giovanni Castiglia, Dafne

FUORI DAL CORO. Ivan Pozzoni

Immagine di Babylone

***

La mia depressione è chimica

Ci sono giornate che non ti alzeresti dal letto

non so se è questione di chimica o se son solo matto,

non vedi l’ombra di un futuro, no future, punkabbestia senza cane,

ti senti Mansell, in Williams, abbandonato a una chicane.

Non senti niente da dire, non trovi tasti da battere

la noia ti strangola dentro da non riuscire neanche a combattere

l’idea di te, inutile, l’idea di te, insensato, idee senza senso

non resta che stringere i denti e attendere i frutti di un altro scompenso.

Ci dicono che non funzionino noradrenalina e serotonina

pareggiano imbottendoti i sensi di dopamina e fluoxetina,

il tuo io, schiacciato tra ansia e euforia, è un puck sparato sul ghiaccio

e recita joie de vivre senza copione, farneticando a braccio.

La disoccupazione è al 15%, c’è coda sul reddito di cittadinanza,

i ratings italiani barcollano in mano agli squali dell’alta finanza,

nei grafici del nostro bilancio mi manca l’ascissa:

o sono alienato o io sono sano e l’Italia è depressa.

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La vita agra

Sono curioso di conoscere se, una volta iniziato il testo

smetterò o meno di battere sui tasti,

lasciandomi avvincere dalla noia di non scriver in anapesto,

lasciandomi abbarbicare da un dolore che da dentro mi devasti.

Lascio andare la rima come chi non ha cose da dare

scrivo dove non c’è scritto niente

senza avere un vuoto da colmare

come se ogni lettera rappresenti un incidente.

Respiro lento, come un malato di Covid in riabilitazione,

ai bronchi lascio l’aria e ai nervi la disperazione,

non mi va di strozzarmi col cordone ombelicale

e rassegnare ogni mio bene alle aule del Tribunale.

Lockdownizzato fuori e carcerato dentro

balbetto nenie come un Guglielmo Hotel senza degnar d’un centro

la vita agra che da cinquant’anni mi accompagna

a scriver versi che sappiano di lagna.

**

Fuori dal coro

Non riesco ad essere davvero un vuoto a rendere

durante la mia crisi occipitale

non è mio il mestiere dello stendere

un corpo in linea orizzontale.

Eppure sono orizzontale, e cerco l’orizzonte ad ogni momento della giornata

incapace di reggermi in piedi senza incassare

l’orizzonte, l’Occidente, stretto nel suo sepolcro come Farinata

l’orizzonte dei camions che trasportano bare.

Scoppi di pianti, scoppi di risa, e foglie d’alloro

centimetri dall’esser morto, centimetri dall’esser d’oro

mi affaccio dal balcone della letteratura occidentale

e i critici, confusi, mi bollano con un Tso da ricovero in ospedale.

Io non mi volevo buttare dal balcone

volevo semplicemente sincerarmi di non esser rimasto solo

con un diavolo che mi attizza col forcone

depressione, asfissiante come un grumo di bolo,

allettante come i rimedi rinchiusi in un flacone,

io ignorante, destinato a cantar fuori dal coro.

**

Dimmi come dire a un cane

Dimmi come dire a un cane, che sta fisso davanti alla porta,

che la mamma non ritorna, anche se non è morta.

Frida con la speranza negli occhi, io con le mie lacrime asciutte

che non vengon dal cuore, sono lacrime autodidatte.

Vederti dappertutto, in questa casa che è un cimitero,

sembra di essere Enrico II con il suo squarcio sul cimiero,

la donna delle pulizie non è capace di cancellare i ricordi

e io, come un istrice, mi strappo dal petto i dardi.

Dimmi come spiegare a un cane, dimmi come spiegare a un cuore,

che non lo senti battere, io non sono un gran bluffatore.

Dimmi come spiegare a un cane, che non c’è più desiderio,

quando il desiderio soffoca, e tutto sembra un delirio.

Dimmelo, dimmelo, dai, della tua vita infelice

dimmelo, dimmelo dai, a questa sottospecie

di uomo ferito, che non emette una goccia di sangue,

anche se fa donazioni ematiche ovunque.

Dimmi come dire a un cane, che è finito un grande amore

è come spiegare l’umido oculare ad un umidificatore,

dimmi come dire a un uomo, che è finito un grande amore,

come continuare a vivere senza lasciarsi morire.

**

Vodka e benzodiazpeine

Mi trovo tutti i giorni a visitare le notizie online dei suicidi,

non ho mai avuto timore di trovare il mio nome

magari accompagnato al sostantivo poeta come le cariatidi

con tracce fresche di strame e di bitume.

Io sono un immortale, ho assecondato le fila dei Trecento,

alle Termopili, morire di una inutile morte eroica,

meglio la morte che un sopportabile addomesticamento,

chiudetemi, con molto Scotch, in un’un urna fatta di maiolica.

La vodka sta finendo e stanno finendo questi versi

devo decidere bene come utilizzare i differenti mezzi

usare l’alcool a finalità didattica nel dipingere nuovi universi

o con le benzodiazepine mettendo fine ai miei numerosi schizzi.

**

La malattia

Ciao, sono Gaia, sono degente dell’ospedale

Gaslini, di Genova, dove ci rincorre il mare,

ho tredici anni e sono vittima di un brutto male

la depressione grave, la malattia del malaffare.

A tredici anni non si deve esser sempre in lacrime,

forse mai, ma mi è sfuggita la voglia di vivere

il dolore come uno strascichio di sirime,

mi è sfuggita la voglia di non essere cadavere.

Camminavamo, tranquilli io e il sorvegliante

la depressione è stata più veloce dell’istante,

ho corso fino a che mi si spezzasse il cuore

la mia noradrenalina come decodificatore;

mi sono attaccata alla ringhiera dell’ospedale,

dieci metri di volo senza nemmeno pensare di morire,

a tredici anni si hanno le ali, non hanno funzionato per volare

hanno funzionato per raccogliere il mio sangue senza farlo colare.

Abbiamo tredici e quarantacinque anni e un brutto male

la depressione grave, la malattia del malaffare

un morbo anomalo, dalla medicina poco considerato

finché non diagnosticano un corpo morto sul selciato.

***

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra il 2007 e il 2018 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi IntroversiMostriGalata morenteCarmina non dant damenScarti di magazzinoQui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni. È stato fondatore e direttore della rivista letteraria Il Guastatore – Quaderni «neon»-avanguardisti e della rivista letteraria L’Arrivista; direttore esecutivo della rivista filosofica internazionale Información Filosófica e direttore delle collane Esprit (Limina Mentis), Nidaba (Gilgamesh Edizioni) e Fuzzy (deComporre). Ha fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), con mille movimentisti, e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. Viene inserito nell’Atlante dei poeti italiani contemporanei dell’Università di Bologna e nella rivista internazionale di letteratura, Gradiva. I suoi versi sono tradotti in diverse lingue. Nel 2024 fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica).

INCURSIONI NELLA LUCE. Marco Ercolani

1

La parola di Char, nella sua pronuncia oracolare e potente, non propone nessuna pienezza: ci espone, nudi, dentro un cammino accidentato. «L’infinito ci assalta, ma una nuvola ci salva». I suoi poemi sono quella “nuvola”: organismi complessi e massicci che ci raccontano una destrutturazione dove costantemente si preparano ricostruzioni. «Dai flutti dove annaspiamo lanciamo ponti e fondiamo isole di cui non saremo né l’invitato né l’abitante. Tale il destino dei poeti sconvolti: operai specializzati in previsioni e preparativi». Le frasi di Char cercano luoghi in cui essere, «occhi puri nel bosco» che «cercano piangendo la testa abitabile». Noi leggiamo, del poeta di Isle-sur-la-Sorgue, meteoriti di parole, dove un immaginario simultaneamente surreale e reale cerca una forma viva perturbata, un ponte verbale duttile e articolato, ostile a ogni rigidità di morte. «Rispetto alla notte vivente, talvolta il sogno non è che un lichene spettrale». Il poeta rimane, sempre e soltanto, Wanderer della sua notte. «O grande barra nera, in viaggio verso la morte, la tua sorte sarà sempre quella di mostrare il lampo?».

2

Nel suo saggio Char e Sereni. Carnets de guerre, Stefano Raimondi scrive: «In René Char la parola diventa oracolare, pre-veggente. Si pone, rimbaudianamente, sempre in avanti rispetto all’atto compiuto, all’evento, tracciando un solco per il depositarsi dell’esperienza». I poemi chariani non sono oracoli assoluti, dove domini la presenza di un dio, ma isole di nuova esperienza con le quali il viaggiatore si confronta per dare un senso al viaggio, sempre imprudente e pericoloso, della poesia: «Certe meteore riescono a forare la barriera». Ogni foro, ogni abisso, è una caduta individuale, della quale essere pienamente responsabili in ogni momento della vita. La poesia racconta di «una notte senza ornamenti», dove il poeta non smette di resistere a un regime inaccettabile del reale. «Guardare la notte colpita a morte: continuare, in lei, a bastare a noi». Luce e assenza di luce sono un talismano bifronte. «La notte nutre, il sole affina la parte nutrita». E il poeta è chi regge la fiamma, nel tempo consentito, per affidarla, nel suo “ordine insorto”, a chi verrà dopo di lui. «Nella notte facciamo tirocinio, per servire altri dopo di noi. Fertile è la freschezza di questa guardiana!». La notte non è solo un pozzo nero, ma un lungo apprendistato alle tenebre, e ha il potere di conservare la fiamma. «O notte assoluta dove il sogno sgraziato non occhieggia più, conserva vivo ciò che amo».

3

Il poeta non vuole soltanto stare fra gli altri uomini: su questa terra vuole nuotare e volare, disponibile alle irruzioni gioiose, al fuoco delle amicizie. Le innumerevoli collaborazioni con gli artisti del suo tempo, da Braque a Matisse a Giacometti, lo rendono poeta vicino, nel tripudio delle immagini, all’idea pittorica dei suoi “alleati sostanziali”. Così gli scrive uno dei suoi più intensi “alleati”, Nicolas De Staël, il 16 aprile del 1952: «Mio carissimo René, io faccio per te dei piccoli paesaggi dei dintorni di Parigi per portarti qualcosa dei miei cieli di qui e calmare la mia inquietudine su di te: non perché creda che questo possa essere efficace, ma un po’ mi rassicura pensando a te, piene le mani di colori, a cielo aperto». Il 10 giugno Char scrive al pittore: «Dove sei, caro Nicolas? Non ho il tuo indirizzo. Mi consolo pensando che non sei perduto, ma forse semplicemente felice. Sperare questo, crederlo, è un bene». Char pensa sempre verso la luce. Il tragico suicidio dell’amico gli mostrerà che la luce, talvolta, è intollerabile vertigine e straziante caduta.

4

Un uomo sogna un’onda, in mezzo all’oceano, che lo sommerge. Si sveglia in preda al pànico. Lo stesso uomo, dopo molte settimane, sogna la stessa onda, alta e minacciosa, che non lo sommerge più. Passano i mesi e l’uomo sogna ancora di nuotare nello stesso mare. Ma l’onda ora gli è alle spalle, segue la sua scia. Oppure gli scorre accanto, gli è compagna, non lo spaventa. Nel mutato rapporto con il proprio inconscio personale, l’esperienza dell’onda come orrore indefinito e sconvolgente diventa esperienza dell’onda come rappresentazione definita, anche se perturbante. Così ci appare, talvolta, René Char, nella “domanda” della sua ricerca poetica: «Dopo il dolore e la rovina, l’arcipelago della nostra parola vi offre le fragole che riporta dalle terre dei morti, con le dita calde per averle cercate». Ma cercare è imprescindibile, come domandare. «La domanda come risposta è la risposta dell’essere. Ma la risposta al questionario è una seduzione del pensiero».

5

Le immagini chariane non hanno nulla di decorativo o di superficiale. Sono lussuose, dense, complesse, aromatiche, tropicali, fitte di dettagli vegetali e floreali. Ci parlano della luce non come di un cielo stellato e assoluto ma come di uno splendore che abbaglia pietre e muri, evocando uno strazio immedicabile. L’uomo «più comprende, più soffre. Più sa, più è straziato». Ma la sua lucidità e la sua tenacia si esprimono nella forza della costruzione poetica, slanciata sempre verso la luce, in una sorta di sfida all’impossibile – azzardo tutto umano contro lutti e fantasmi. Char indossa la lingua francese come un’armatura luminosa, che gli consente di strutturare in danza iniziatica il suo universo teorico e immaginale. L’eroismo conclamato delle sue frasi («Non possiamo vivere che nella fessura, esattamente nella linea ermetica di separazione dell’ombra dalla luce. Ma noi ci siamo irresistibilmente gettati in avanti. Tutto, in noi, dà sostegno e vertigine a questa spinta») è anche l’angoscia di un sonno oscuro, di un potente Hypnos («Un sogno è il suo rischio, il risveglio il suo terrore»). L’uomo veglia terrorizzato. Ma scrive, procedendo straziato verso una sua luce. Chiaroveggenza, autorevolezza e molteplicità sono le caratteristiche di questa poesia: un alone di profezia, ferrea disciplina compositiva e increspature del registro tematico. «Ciò che nasce e non turba / non merita né pazienza né sguardo». Il poeta sa di esistere come davanti a una finestra, in uno spazio stretto, fra vita e morte, incerto se spingersi in avanti, testimone, o nel vuoto, suicida. «Scrivere una poesia è prendere possesso di un aldilà nuziale che si trova, sì, in questa vita, molto stretto ad essa, e tuttavia prossimo alle urne della morte».

6

L’inizio “surrealista” del giovane Char, in Le marteau sans maitre, ha una sua felice e irriverente joie, distante dal jeu dei surrealisti classici. Il tempo e le esperienze avvicineranno il poeta agli oggetti e agli eventi concreti, come nei Feuillets d’Hypnos, e creeranno un taccuino vibratile e mai astratto, dove il paesaggio esterno è fuso a quello interno. C’è sempre, nella pronuncia del poeta, in ognuno dei suoi frammenti, qualcosa di eroico e di conclusivo: «Obbedite ai vostri porci esistenti. Io, mi sottometto ai miei dèi inesistenti». Ma, ogni volta che la frase si conclude, non c’è risoluzione o chiarimento o quiete. Affiora l’ardore di un’altra domanda, che percorre la casa mentale del poeta, e di nuovo sospende la parola davanti al suo abisso. «I nostri totem sono deboli», afferma il poeta. Tocca alla poesia sperimentare nuovi rischi, nuovi idoli. Scrivere oscuro ed essere illeggibile appare banale. Più complesso scrivere oscuro e restare leggibile, come accade a René Char. «Attraverso il silenzio appena inciso la risposta è bianca». Non ha rimpianti o commozioni la vis poetica. Char, in tutte le stagioni del suo cammino poetico, non si si adatterà mai a una parola soltanto sorgiva. Il potere di scavare e di affondare, più che diamanti preziosi o poesie perfette dissotterrerà strati di buio. «L’impossibile è un’esperienza che non raggiungeremo mai, ma ci serve da lanterna».

7

L’uomo si abitua a tutto, o piuttosto dimentica ciò di cui a volte sentiva la mancanza. La speranza stupefacente di poter uscire dalla sua notte, in un giorno lontano, lo mantiene in vita. «L’uomo fu sicuramente il desiderio più folle delle tenebre; è per questo che, sotto la potenza del sole, siamo notturni, invidiosi e pazzi». Ma, per come lo concepisce Renè Char, l’uomo è anche, e soltanto, l’uomo d’eccezione che scrive: «Di’ ciò che il fuoco esita a dire e muori d’averlo detto per tutti». Il poeta si assume questo compito con l’autorità di una sentinella, con la solennità di un guardiano. La sua parola dispiega e svela, ma poi si complica e torna oscura. «Se devi ripartire, appòggiati a una casa secca. Non preoccuparti dell’albero grazie al quale la riconoscerai. I suoi stessi frutti lo dissetano». Il paesaggio chariano ha qualcosa di scabro e di potente, che ricorda i dissonanti poèmes en prose del più giovane Jacques Dupin. Entrambi, con la loro violenza quasi espressionista, non sono in sintonia con la razionale musicalità della lingua francese. Sono poeti che spaccano superfici, rivelano arcipelaghi. «La poesia è allo stesso tempo parola e silenziosa provocazione, disperata del nostro essere-esigente per l’arrivo di una realtà che non subirà concorrenze. Incorruttibile, quella. Non immortale: perché corre gli stessi pericoli di tutti. Ma la sola che visibilmente trionfi della morte materiale. Tale la Bellezza, la Bellezza d’altura, apparsa fin dai primi tempi del nostro cuore, ora». La bellezza non crea regni sublimi, ma apre crepe, fa sanguinare. «Lo specchio aveva ferito tutti i suoi soggetti».

8

Il compito del poeta è costante, nel tempo: «Noi viviamo con qualche arpeggio del passato, le gaie bugie del presente e la cascata furiosa dell’avvenire. Intanto continuiamo a saltare la corda, al nostro fianco il bimbochimera». Il bimbo-chimera, fluttuante e imprendibile, infantile e risoluto, è il segreto della ricerca poetica, il fuoco che ci attraversa e di fronte al quale «non facciamo che puntellare spazio». Questo spazio, durante la breve prova dell’esperienza vitale, riflette il nostro universo personale come uno specchio e lo collega ad altri destini. «Come rigettare nelle tenebre il nostro cuore di prima, col suo diritto di ritornare?». Il “cuore di tenebra” è la necessità dell’inconscio, il diritto di ritornare, la rappresentazione della coscienza. Entrambi configurano la nostra opera vivente – e poetica – in quanto simultanea presenza e assenza. Presenza, come maschera che espone la sua forma visibile. Assenza, come vuoto che regge le forme invisibili della maschera e inventa le strategie del nostro nulla, della nostra morte. «Noi non abbiamo che una risorsa contro la morte: fare arte di fronte a lei».

9

«Char. Blocco calmo caduto quaggiù da un disastro oscuro» scrive Albert Camus del poeta. Char costruttore di poemi è dunque, nella parola di uno dei suoi amici più cari, solo una “maschera” apparente. «Ci sono casi limite dove liberare la verità è un atto che deve restare segreto, dove dobbiamo soffrire per conservarla intatta, dove nominarla è smuovere la chiave di volta e far precipitare a terra tutto l’edificio. Ma con quanto ritardo si impara…». Il lavoro poetico abita sempre i margini dell’essere e non le terre in piena luce. «L’unica lotta è dentro le tenebre. La vittoria è solo ai loro confini». La casa del poeta non è un monolite inaccessibile, è una vera e propria “casa mentale”. Così scrive Char: «Casa mentale. Dobbiamo occupare tutte le stanze, le sane come le malate, e quelle ariose, con la conoscenza prismatica delle differenze». Nelle differenze, che allargano e restringono lo sguardo, brucia la veglia dello scrittore. «La poesia vive di eterna insonnia». Ma è un’insonnia concretamente, luminosamente umana. «Sembra che sia il cielo ad avere l’ultima parola. Ma la dice così piano che nessuno la sente mai». Di questa inudibile parola dei cieli non è interprete Char, che preferisce sporcarsi della materia immaginosa del suo dire e scegliere la via di un interminabile cammino: «L’immaginario non è puro: non fa che andare». In René Char la parola diventa oracolare, pre-veggente, contaminata. Si pone, rimbaudianamente, sempre in avanti rispetto all’evento, tracciando un solco dove sedimenta l’esperienza. Come osserva Vittorio Sereni, nella prefazione alla sua traduzione di Feuillets d’Hypnos: «Nel suo insieme antielegiaca, antinarrativa, antidiscorsiva, la poesia di Char è poesia d’illuminazione, ellittica, oracolare. Ha le radici nell’istante e nel fenomenico e dunque – contro ogni apparenza – nel quotidiano. Ma non è, in alcun modo, poesia del quotidiano nella misura in cui rifiuta di essere gestione poetica della quotidianità».

10

«Di attimo in attimo, lancio più lontano», scrive il poeta, e aggiunge: «Il lontano non è montuoso. Avanza, metodico, su un orizzonte alleviato». Il poeta non si perde fra balze scoscese, le descrive. Lancia e rilancia, in una sua famelica ansia di luce. Singolarmente una poesia di Paul Celan gli fa eco: «Con fame di chiarezza – così / salii il gradino / di pane, / sotto la campanella / per ciechi». Il tono, nel poeta tedesco, è diverso: uno strazio immediato e sibilante, una leggerezza disperata, oscura ma autobiografica. Qualcosa riga il vetro per sempre, con un taglio immedicabile. Ma il desiderio di ascendere/discendere verso il luminoso è fortissimo, come la necessità di sottrarsi alle uniformi regole del vivente. «Cos’è, la realtà, senza l’energia dislocante della poesia?», scrive Char, confermando l’energia del proprio destino solare. «Le nuvole, come archetipo precipitato, non sono affilate dai nostri cupi contorni ma dal nostro amore». Se il destino è oscuro, la missione va sempre verso la luce. Parola amorosa, interminabile, che, forse non casualmente, risuona ancora affine a quella dell’ultimo Celan, come una invocazione verso la luce di bocche terrene: «SPINTA IN QUA E IN LÀ / la luce perpetua, gialla come argilla / dietro / testate di pianeti. // Inventati / sguardi, risanate / piaghe della vista, / intagliate nella nave spaziale, / invocano bocche / terrestri». Ma di quali bocche che ancora implorano salvezza e luce parla il poeta che non seppe salvare se stesso? Quelle che appartengono a un altro regno. Sono ancora di Celan questi quattro versi risoluti e ascendenti: «IL PAESE RIZZATO ALL’INSÙ / pieno di crepe, / con la radice volante, cui / concresce respiro di pietra». In un regno “dalla radice volante” l’oppressione è bandita, come conferma Char: «Chi libererà il messaggio non avrà più identità. Smetterà di essere un oppressore». Bisogna che il poeta non parli più con il suo io alle macerie. Che smetta di credersi il profeta di qualsiasi causa. Devono essere loro, le macerie, a dettargli la voce, che appartiene all’eterno presente della poesia: «Il presentepassato, il presente-futuro. Niente prima e niente dopo: solo i doni dell’immaginazione».

11

Se le accensioni di Celan ci rimandano a degli spasmi luminosi nelle/dalle tenebre (Celan, come scrive Zanzotto, «si inoltra negli spazi di un dire che si fa sempre più rarefatto e nello stesso tempo quasi mostruosamente denso, come in una “singolarità” della fisica»), Char si presenta invece come un robusto camminatore sonnambulo, la testa ruotata sempre verso la luce, che si porta con sé la notte come macigno da alleggerire con incursioni limpide ma disperate: «Il dolore è l’ultimo frutto, lui sì immortale, della giovinezza». L’idea di luce è sempre connessa a uno strazio non astratto: «Per unico sole: il bue scuoiato di Rembrandt». Alla fine, restando vivo, il poeta sa orgogliosamente distanziarsi dal mondo che abita, graffiando con il proprio lampo la notte. Questa necessità di resistere non è mai estranea al poeta, neppure nelle poesie più incantate e leggere. Le “delizie dell’immaginazione” non riescono a rischiarare completamente l’inguaribile orrore della vita che distrugge. Dentro questa ferita aperta il guerriero Char, il poeta maquisard, continua a combattere come il superstite di un esercito in rotta, non dimenticando mai che la gioia è sempre il guizzo possibile, l’azzardo impensabile: «Impara la tua chance, afferra la tua felicità, va’ verso il tuo rischio. A guardarti, loro si abitueranno».

**

Il saggio è apparso in L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan, a cura di Marco Ercolani, Carteggi letterari. Le edizioni, Messina 2019.

Le citazioni sono tratte da:

Vittorio Sereni, “Prefazione a Feuillets d’Hypnos”, Einaudi, Torino 1968;

Cahiers de l’Herne René Char, Editions de l’Herne, Paris 1971;

René Char, La parole en archipel, Le poème pulverisé, Fenêtres dormantes et porte sur le toit, Recherche de la base et du sommet, ora in Œuvres complètes (Gallimard, Paris, I edizione 1983, II edizione 1991);

René Char – Nicolas de Staël, Correspondance 1951-1954, Editions de Busclats, Aurillac 2010; Paul Celan, Virata di respiro, in Paul Celan, Poesie (trad. Giuseppe Bevilacqua, Mondadori, Milano 1998);

Andrea Zanzotto, Aure e disincanti nel Novecento letterario, Mondadori, Milano 2001.

In alcuni punti del saggio, la traduzione può anche essere stata modificata dall’autore.

René Char

SOLO I MIEI PASSI SONO IN ME. Thierry Metz

(traduzione di Lucetta Frisa)

I testi sono tratti da: Thierry Metz, De l’un à l’autre, Éditions Jacques Brémond, 1996.

**

Le chemin

mais lequel pas un homme

pas un arbre

seulement le damier

le carrelage

un bout de cordeau resté dans ma poche.

*

La strada

ma quale, non un uomo

non un albero,

solo la scacchiera

le piastrelle

un capo della corda rimasto nella mia tasca.

**        

Quatre routes

mais une seule pour aller cueillir

le jasmin

puis retrouver le coquillage

et le conte

mais pour l’instant

seuls mes pas sont en moi.

*

Quattro strade

ma una sola per andare a cogliere

il gelsomino

per ritrovare la conchiglia

e il racconto

ma ora

solo i miei passi sono in me.

**

Le peintre est souvent un merle

le nid est introuvable

ou brisé

mais lui ne maudit pas la ficelle

ce qu’il aura trouvé

sera travaillé

peut-être

peut-être jusqu’à l’égarement. 

*

Il pittore è spesso un merlo

il suo nido è introvabile

o spezzato

ma lui non maledice lo spago

ciò che avrà trovato

sarà lavorato

forse

forse fino a sparire.

        **

Ce pas est le mien

de lier sans attacher

l’être dont je suis la trame

la couture qu’il faut faire et défaire

ne sachant pas ce qui est commencé

ce qui est fini

sinon qu’il y a cercle

et carré. 

*

Non è da me

legare senza allacciare

l’essere di cui sono la trama

la cucitura

che bisogna fare e disfare

non sapendo cosa è cominciato

cosa è finito

se non che esiste

cerchio e quadro.


**

Il n’y a rien dans le cercle

rien que le cercle

seul instant de souffle

et de regard

quelque chose là

oublié par le fil

ni tête ni astre

mais un silence. 

*

Non c’è niente nel cerchio

altro che il cerchio

solo istante

di soffio e di sguardo

qualcosa laggiù

scordata dal filo

né testa né astro

ma un silenzio.

 **

Tu vas vers autre chose

presque l’invisible

un oiseau dans chaque main

cueillis dans l’arbre.

Tu vai verso altro

è quasi l’invisibile

un uccello in ogni mano

colti dall’albero.

**

Thierry Metz nasce il 10 giugno 1956 a Parigi. Autodidatta, si dedica alla scrittura e al sollevamento pesi. Nel 1977 si sposa con Françoise Fenautrigues, sua compagna di scuola. Si stabiliscono in campagna, ad Agen, sulle rive della Garonne. Vivono anni piuttosto sereni, in cui nascono tre figli: Guillaume, Vincent e Thomas. Presto cominciano a manifestarsi in Metz i primi sintomi di una depressione che viene aggravata dalla durezza del mestiere saltuario di muratore e dal consumo di alcool. Nel 1988 muore il secondo figlio, investito da una macchina. Per il poeta iniziano i soggiorni nelle case di cura di Périgueux, di Agen, di Cadillac. Dopo essersi trasferito a Bordeaux, si suicida il 16 aprile 1997. Tra le sue opere, in parte uscite postume, si segnalano Dolmen suivi de La demeure phréatique (Cahiers Froissard, 1989; Éditions Jacques Brémond, 2001), Sur la table inventée (Éditions Jacques Brémond, 1989), Le journal d’un manœuvre (Gallimard, 1990), Entre l’eau et la feuille (Éditions Arfuyen, 1991; Éditions Jacques Brémond, 2015), Lettres à la bien-aimée (Gallimard, 1995), Le drap déplié (Éditions L’Arrière-Pays, 1995), Dans les branches (Éditions Opales, 1995), De l’un à l’autre (Éditions Jacques Brémond, 1996), L’homme qui penche (Éditions Opales/Pleine Page, 1997; Pleine Page Éditeur, nuova edizione rivista e aumentata, 2008; Éditions Unes, 2017), Terre (Éditions Opales/Pleine Page; Pierre Mainaud, 2021), Sur un poème de Paul Celan (Éditions Jacques Brémond, 1999), Dialogue avec Suso (Éditions Opales/Pleine Page, 1999), Tout ce pourquoi est de sel (Pleine Page Éditeur, 2008), Carnet d’Orphée (Éditions Les Deux Siciles, 2011), Tel que c’est écrit (Éditions L’Arrière-Pays, 2012), Poésies 1978-1997 (Pierre Mainard, 2017), Le grainetier (Pierre Mainard, 2019). Da segnalare inoltre l’antologia presente in Thierry Metz di Cédric Le Penven (Éditions des Vanneaux, 2017). In edizione italiana si ricordano L’uomo che pende, a cura di Michel Rouan e Loriano Gonfiantini (Via del Vento Edizioni, 2001), Il muro, traduzione di Marco Rota (Quaderni di Orfeo, 2012), Sulla tavola inventata, a cura e traduzione di Riccardo Corsi (Edizioni degli Animali, 2018), Diario di un manovale, a cura di Andrea Ponso (Edizioni degli Animali, 2020), Dire tutto alle case, traduzione e cura di Mia Lecomte (Internopoesia, 2021). In corso di stampa, presso le Edizioni degli Animali, Su una poesia di Paul Celan, seguito da Dolmen e La dimora freatica, a cura di Pasquale Di Palmo. Estratti di questo lavoro sono stati anticipati con i titoli “Frammenti di un manovale”, in «Poesia», 194, maggio 2005 e “Dove la parola nidifica”, in «Poesia», 7, n.s., maggio-giugno 2021.

Thierry Metz

INCONTRO. Mauro Germani

A volte chi scrive per decenni e tesse in poesie e racconti la trama coerente del proprio dolore vitale,incontra un libro – il suo libro – che non è solo l’ulteriore testimonianza della propria ossessione ma le riassume tutte in una forma efficace, risoluta, risolutiva, senza scampo: è il caso di Reticenze, di Mauro Germani (Fallone editore, Rende 2024). Germani proprio qui trova, senza reticenze, al massimo della trasparenza, lo stile veloce e severo dei libri migliori, un stile erede delle sospensioni reali e surreali di Buzzati, semplice e acuminato nella sua brevitas. Un nitido esempio ne è la short story che fa da incipit al volume, La verità (M.E.)

La verità

Forse era troppo tardi o forse troppo presto. In ogni caso fuori tempo. Fuori luogo. Fuori di me.

Preparai tutto come avevo programmato. Presi l’occorrente e lo sistemai un in angolo. Per alcuni giorni mi piaceva fissarlo, immobile. Ogni tanto chiudevo gli occhi, mi facevo sorprendere dal buio. Tremavo un poco e sorridevo. Sentivo che avrei avuto il privilegio di godermi tutta la verità. Poi venne il momento. Rilessi le poche righe che avevo scritto: “se cercate spiegazioni, seguitemi”. Lasciai il biglietto sul tavolo, in bella vista, appoggiato sul vaso da fiori.

Dopo aver fatto la doccia, mi vestii di tutto punto: camicia, giacca, cravatta. L’abito che avevo acquistato era perfetto. Accesi tutte le luci della casa e mi decisi. Non andò, però, come avevo previsto. Mio fratello, che aveva le chiavi dell’appartamento, mi trovò cianotico, ma ancora vivo, con la corda al collo.

Da quel giorno non ha più voluto lasciarmi solo e ha deciso di ospitarmi a casa, insieme a sua moglie. Io dormo sul divano-letto della sala. Non ho una stanza tutta per me, ma sono tranquillo. Loro mi trattano fin troppo bene, sono pieni di riguardi. Tutti dicono che mi sono ripreso, ed è proprio così. Non sono più nervoso come prima, non mi tremanao le mani. Quando ho soffocato nel sonno mio fratello e mia cognata sono stato proprio bravo. Non si sono dibattuti più di tanto perché prima li ho storditi con il cloroformio. È durato poco. Sono rimasto un pò a guardarli, convinto di avere agito bene. Per me e per loro.

Ora smetto di scrivere, mi lavo, mi vesto, mi pettino e vado a impiccarmi in salotto. Questa volta nessuno mi disturberà. La verità è mia.

**

Mauro Germani (Milano, 1954). Nel 1988 fonda la rivista “margo” che dirige fino al 1992. In ambito critico pubblica L’attesa e l’ignoto. L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio, 2012), il saggio Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero (Zona, 2013), Margini della parola. Note di lettura di autori classici e contemporanei (La Vita felice, 2014). Parte della sua produzione poetica è compresa nella raccolta antologica Prima del sempre (puntoacapo, 2012). In ambito narrativo pubblica Storie di un’altra storia (Calibano, 2022) e Tra tempo e tempo (Readaction, 2022).

Gestisce il blog “in-certi confini”.

Mauro Germani

E TUTTE LE AGITATE CONOSCENZE. Elio Grasso

Frammenti da un poemetto (1996)

La terra e le sue prede

le isole meno libere

ogni differente pensiero

e tutte le agitate conoscenze del mondo

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Non si parla dell’insidia, ricordando

la forte cucitura del tempo

come sillaba mortale che ci confronta,

in lumine, al volto grave del cielo.

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Lì quel mondo lascia l’alveo,

entrando di schianto nella stessa cosa

che non siamo,

che non siamo più.

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Fosse stato un sonno, un sigillo da rompere,

il richiamo ti lascerebbe.

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(là dove non c’è salvazione)

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….Sciogli i rovi, i resti

delle scritture, anche se ardente

non ti sottrai all’inverno.

Con la preghiera ripetuta nell’evolversi di sale

dal fondo:

per sempre e tuttavia

pietra che non si cancella.

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Nemmeno saprai condividere le pietre

e le erbe, quello che veramente fu.

**

quei nomi già lasciati

tornano, tornano come di fuoco

dal fuoco…

la ripetizione non è simmetrica?

Il tuo dire ha sapore d’attesa…

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castità di voce che liberi, illumini,

sprofondi nel nostro comune magma.

L’altezza sente ancora l’acqua,

da quel chiaro trascorre

per mai limpide stranezze…

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il farsi attesa, il farsi fortezza d’un pensiero

riscatta ogni giorno.

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Appena sotto il primo strato..

appena sotto, quel sangue abita

il campo dei nostri vivi…

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è stato aperto quel fondo.

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Se ogni ombra è portata via

con metodo

e con rassegnata intimità…

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allo staccarsi del colori dal fondo

vivo

della terra.

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In una prova è questa attesa

sotto cieli differenti,

perché infine esiti il tuo volto

a bruciarsi in un falso respiro.

**

il soffio, come brezza, ha una grazia

simile al punto che ti ferma, fragile

ma votata alla compattezza.

**

la sabbia e le onde dimenticano

come tutto ci comprenda –

e non esiste ricordo degno

di questo rapimento.

**

…il desiderio

è un tradimento, troppa concordia

senza rinnnovarsi ricade negli occhi

e con dolore affonda nella nuca.

**

…senza somigliare, con nessuno che ti nutra.

**

Improvvisamente vegliare:

la sola possibilità che ci rimane

impauriti e segnati da brevi fessure.

**

Giiovanni Castiglia, Senza titolo

IPOTESI DI VOLO. Lorenzo Orio

I taccuini di Marco Ercolani (dai testi editi, Sentinella, Nottario, Essere e non essere, L’altro dentro di noi, a quelli inediti, Sindrome del ritorno, Anticira, Eclissi), hanno una risonanza comune: esigono che l’io non molesti il flusso del pensiero e delle immagini, che si celi e finga di sparire. Solo nella sua consapevole eclisse il pensiero-immagine ha libero modo di sviluppare le sue variazioni. Dove l’eco autobiografica è necessaria, va elusa o trasfigurata. Occorre che il lettore, come se leggesse pagine dello Zibaldone o di Mon coeur mis a nu, si affidi alla parola dello scrittore, alla sua inevitabile erranza: non cerchi edifici sicuri o logiche precise, ma una sospensione nel cavo della mente, in quel luogo non ancora occupato dai pensieri o dalle immagini ma solo dall’inattesa pulsazione lirica che li accompagna, dalla sua percezione allarmata. In tutto questo la forma del taccuino è risolutiva: ogni frase, invece che incidersi nel foglio come aforisma, lo apre a nuove domande, smuove la carta come un sisma, impedisce alla pagina di essere recinto, la trasforma in ipotesi di volo. Se alla fine del volo ci sarà lo schianto, autore e lettore ne saranno complici: se non ci sarà, ne nasceranno nuovi frammenti, di resistenza e di pensiero. La voce dell’autore resta interminabile: neppure i libri in cui si mostra ne sanciranno la fine, che è e resterà un’eco.

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NOTTE NERA E BIANCA. Gérard Labrunie

Parigi, 24 gennaio 1855

Mia buona e cara zia,

dì a tuo figlio che non sa quanto tu sia la migliore delle mamme e delle zie.

Quando avrò trionfato su tutto, avrai il tuo posto nel mio Olimpo come io ho il mio posto nella tua casa.

Non aspettarmi stasera perché la notte sarà nera e bianca.

Gérard de Labrunie

(traduzione di M.E.)

*Il testo è tratto da: Gérard de Nerval, Oeuvres complètes, III, Bibliothèque de la Pléiade, Editions Gallimard, Paris 1993.

SI VADA NEL CHIUNQUE. Nanni Cagnone

Fine. Parola breve

piú di sé stessa,

pensato brivido,

ma si diletta nel dirsi

si dà un contegno

come chiunque

ultimamente precipiti.

Senza contare i passi,

si cerchino germogli

si vada dove rovi

contendono con rovi,

si vada nel chiunque—

sí, nel mormorante

tiepido qualunque.

Il testo è tratto da: Nanni Cagnone, Penombra della lingua, La camera verde, Roma 2012.

Angelo Cagnone