CREAZIONE. Jean Fautrier

Solo, essere solo – disperatamente solo – trincerato, solo. Che cosa orrenda, insostenibile. Nessuno potrebbe controllare i suoi nervi in una così perfetta solitudine. Solo, essere solo al punto da sprofondare in una grigia mollezza per non crollare. Solo, solo! Quale parola esprimerebbe meglio questo vuoto, questo muro liscio senza la minima sporgenza a cui aggrapparsi, questo stato da cui si crede sempre di uscire ma non si esce mai.

Solo fino a invocare l’annientamento atroce e totale di ogni cosa – sensazione di grande violenza a cui ci presteremmo volentieri piuttosto che sopportare un istante di più quella solitudine.

Solo, l’angoscia di una vita – stato oscuro che non si osa toccare per paura di immettere qualche scintilla di luce.

Sì, solo, ben solo – ma giustamente perché dall’inasprimento di questa solitudine si potrà attingere una forza vera – quella che ci farà entrare in profondità dentro noi stessi per trovarvi la sorgente di una vita. Solo, ma dentro una tale ampiezza di sguardo che essere in questo stato di solitudine offrirà le soluzioni più assolute e più pure.

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*Il testo è tratto da una mostra sulla pittura di Fautrier e la scultura di Brancusi (Stoccolma, 1961), ora raccolto in: Jean Fautrier, La peinture doit se détruire por se réinventer. Textes, entretiens, propos et témoignages réunis, annotès et préfacés par Dieter Schwarz, edizioni l’Echoppe, Tusson 2023.

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Immagini di Jean Fautrier

DISTRUGGERSI PER REINVENTARSI. Jean Fautrier

*Questo breve testo è la quarta di copertina del volume: Jean Fautrier, La peinture doit se détruire por se réinventer. Textes, entretiens, propos et témoignages réunis, annotès et préfacés par Dieter Schwarz, editions l’Echoppe, Tusson 2023.

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Qualunque sia il valore delle ricerche contemporanee, non possono altro che essere salutari, al di là di difetti, esasperazioni, errori. L’occhio, oggi, è cambiato: non si può negare che i suoi bisogni non siano più gli stessi. Si sono così trasformati che sembra stupefacente pensare che, vent’anni fa, gli artisti migliori erano pienamente soddisfatti e apparivano degli innovatori dipingendo pesci neri e alberi rossi, e non potevano fare pittura se non si piazzavano davanti a un soggetto.

[…]

La pittura è una cosa che può solo distruggersi, che deve distruggersi per reinventarsi. (traduzione di M.E.)

(1960)

Jean Fautrier, Otages

IL DENTRO E IL FUORI. Alfonso Guida

Io abito due territori. Non sarei impazzito altrimenti. Ma tendo al dentro. Mi chiedo se sia più trasgressiva una vita monacale – incestuosa – o una vita tesa al fuori, al sogno, all’utopia. Descrivo in due parole, con esattezza, la mia situazione attuale. In me ora il fuori e il dentro sono intercambiabili. Non fraintendermi. Ho fatto una scelta discutibile. Mentre prima, come ogni buon psicotico, negavo la realtà, adesso mi è di fronte perché l’ho dislocata, per poterla vedere e tollerare.

(…)

Io sto da una parte, il mondo dall’altra. Ci ignoriamo, con gentilezza.

(…)

Nel mio “largo” c’è un vivo movimento di emersione, per fortuna. Sogno poco. Tutto diventa subito coscienza grazie agli studi e alla mia sensibilità di scavo e introspezione. Avrei voluto capire prima il meccanismo della macchina infernale.

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Riflesso, Giovanni Castiglia

L’UOMO DI NOTTE. Marco Ercolani

Passy, 15 ottobre 1854

Caro Monsieur de Nerval,

le farò recapitare questo biglietto questa notte stessa: annoti i suoi sogni. La prego, li annoti! Ne parlavamo tre mesi fa, in una conversazione funestata da molti suoi deliri su regni favolosi e imperatrici orientali. Li trascriva su un foglio di quaderno, anche se dovesse svegliarsi a notte alta per farlo. Per curarla, devo arrivare a conoscere le differenze fra vita diurna e vita notturna dentro di lei. Prenda appunti dei suoi sogni reali, notte dopo notte, e non mi inganni con le fantasie dello scrittore sveglio, il Nerval che tutti conosciamo attraverso i suoi libri. È mia modesta opinione che non si siano ancora pronunciate parole decisive sulla scienza dell’oniromanzia e che molti dei medici che esercitano funzioni psichiatriche sul territorio francese trattino questi prodotti della mente solo come le scorie di un corpo addormentato dal sonno. Li trascriva, per assurdi che siano (non sarà certo lei a stupirsi che esistano cose assurde nella mente umana), perché io voglio decifrarli. Lo faccia con scrupolo, senza alterare quello che ricorda, fingendo di non essere uno scrittore (anche se, in fondo, gli scrittori trascrivono, anche in stato di veglia, qualcosa hanno rimuginato in sogno). Lavori in questo senso, Nerval. Non lasci Passy, non fugga a Parigi. Ogni sera metta qui, sul comodino, un foglietto con le note dei sogni: l’infermiere lo ritirerà il mattino dopo e, nel pomeriggio, i miei occhi lo leggeranno. Poi, il giorno dopo, ne parleremo insieme. Non aggiunga nulla. Ripeto: non complichi quello che ha sognato con le sue fantasticherie. Li trascriva semplicemente, così come li ricorda. Se c’è una speranza di guarire, per lei, potrebbe passare attraverso la nostra comune lettura di questi sogni apparentemente privi di un senso comune. Lei ha grande esperienza di cose che hanno perso il loro senso, Monsieur de Nerval. Cominci ad aver fiducia nel mio essere medico. Questa fiducia può esserle utile più che il desiderio di allontanarsi da noi, credendo di essere guarito.

Suo Emile Blanche

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Passy, 24 ottobre 1854

Sono trascorsi nove giorni e non le ho più scritto. Mi perdoni ma ho letto i sogni che ha avuto la gentilezza di trascrivermi e non ho più parole, non riesco a trovarne. Le sue immagini sono dolci, decisive, essenziali. Non so affatto come decifrarle (mi illudevo di poterlo fare). Non so come guarirla dalla sua malattia, anche se lo credevo possibile. Non so neppure se sarebbe utile farlo. La sua scrittura lascia noi, scienziati, secoli lontano. I suoi sogni sono un libro straordinario e irripetibile, che spero in brevissimo tempo di leggere stampato: sarebbe un dono per l’intera umanità. Le consiglio un titolo: L’uomo di notte.

Grazie, Gérard.

Suo Emile

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Passy, 30 ottobre 1854

Carissimo Blanche…

E se riempissi centinaia di pagine solo con queste due parole “Carissimo Blanche”? Non ho bisogno di essere capito: estendo me stesso sulla carta dei fogli, tutto qui, come in una favola antica. Perché non riesco più a vedere castelli? È ingiusto. I castelli sono soglie meravigliose. Guardarle è già vivere dentro nidi di uccelli regali. Ma nessun uccello è regale, perché non tollera mura che fermino il suo volo. E i castelli sono fumo, come i ponti appena traversati. L’uomo di notte, oh! Un fenomeno naturale. Non esiste che l’uomo di notte. Mai è nato un giorno.

Gérard

Gérard de Nerval

PER “SENTINELLA”. Mauro Germani

Il testo è tratto da Ai margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei, con postfazione di Sebastiano Aglieco, La Vita Felice, Milano, 2014.

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Come scrive Alberto Bertoni nella nota critica posta in appendice, questo libro di Marco Ercolani ha l’intento “di avvicinare fino a sovrapporli i domini della poesia e della filosofia (..) con un cortocircuito di verità e di invenzione”. Gli aforismi poetici che compongono il volume sembrano provenire da un silenzio originario e quasi attonito: essi si dispongono infatti sulla pagina in una sorta di necessaria obbedienza al loro stesso ambivalente destino di presenza e assenza. Ciò che ci viene consegnata pare essere una profonda instabilità ontologica, che forse potremmo definire la consapevolezza della soglia, la coscienza di un continuo mancare di presunte realtà che si sfaldano per assumere altre forme e altre sostanze, in un processo metamorfico sottile ma incessante (“ogni realtà rinvia a realtà ulteriori, tangibili come la polvere nell’aria”).

Polarità diverse si attraggono e si respingono in un gioco di chiaroscuri e di precipizi, che fa pensare alle interrogazioni e alle sovversioni del grande Jabès, il quale ebbe modo di scrivere: “Crediamo di vivere, crediamo di scrivere la nostra vita: scaviamo buchi”. Ma in questa generale atmosfera di incompiutezza esistenziale, che si respira nelle pagine del libro, nei suoi frammenti e nelle sue illuminazioni, emerge improvvisa l’interrogazione/ricerca intorno all’io: “Una fessura, nella pietra liscia. Un io, forse”, come ciò che resta dopo una scomparsa o una guerra devastante, a cui si deve in qualche modo rispondere (“Sentinella di un tempio che potrebbe essere luminoso, smisurato, incandescente, ma che sarà sempre elevato sulle rovine dell’io, in un campo disseminato di macerie”).

Ecco allora quella “lezione necessaria” che deve essere la scrittura, “il mistero di un sonno in cui restare svegli”, perché “in quel limite tra veglia e sonno si dibatte la necessità di tacere e la possibilità di dire, che si confrontano come due misteri. La scrittura poetica è la traccia fisica di questa esitazione. La lezione necessaria del vuoto”. In questa consapevolezza, che continuamente deve essere rinnovata, risiede la spinta di chi scrive “non cercando verità definitive nella proprie forme ma esponendosi, come stracci a folate di vento, a quell’ansia inguaribile”.

La lezione non riguarda solo l’atto dello scrivere, ma la nostra stessa esistenza. E a questo proposito vale la pena riportare per intero questo stupendo brano di Ercolani; un’esortazione alla fuga come pedagogia e vera appropriazione di sé, come avvicinamento all’ignoto che siamo.

“Ai miei allievi, se avessi degli allievi a cui insegnare qualcosa, direi: buttate via i miei quaderni di appunti, non trascrivete nulla delle mie osservazioni. Se il primo compito è ricordare ogni parola, ogni sillaba e ogni pausa del discorso, il compito successivo è dimenticarle e ricordare solo il tono. Nessuno di noi è perfetto o felice: nessuno ha ricevuto le giuste carezze o le giuste offese. Qualcosa di meno o qualcosa di più certamente. 81 In ognuno di noi c’è un punto nero. Il difetto o l’eccesso. Un punto che solo noi vediamo, a cui nessun altro deve accedere. Per difendere quel punto si usano mille strategie. Potreste uccidere o diventare pazzi, se lo profanassero. La filosofia lo circuisce con le idee, la scienza con i teoremi, la poesia con le parole. Avete vent’anni. Non restate fermi dentro un’aula. Ci sono nomadi in un deserto sterminato, gambe che marciano verso una meta sconosciuta, menti che pensano cose incomprensibili. Vi insegno che è necessario fuggire. Di quel punto, voi non sapete ancora nulla. E se restate qui ve lo nasconderanno e morrete, senza aver visto la vostra essenza”.

Durante la lettura del libro, allora, anche noi non possiamo che provare una nostalgia infinita per il nostro punto nero e segreto, che abbiamo perduto o dimenticato, o addirittura mai conosciuto. Ercolani ci apre alla nostra stessa erranza, alle diverse soglie dentro di noi e oltre noi, ci interroga sull’enigma della scrittura e dell’esistenza, in una dimensione che costantemente ci sdoppia: noi lettori di parole altrui, noi sentinelle della sentinella che ha scritto.

CAMPI DI BATTAGLIA, 2. Erik Derkenne

Catalogo a cura di Gustavo Giacosa, FRMK edizioni, collezione KNOCK OUT, 2014

Derkenne preferisce le acque basse e le immersioni nella loro estensione. Un rizoma che non vuole opposizioni fra testa e corpo, senza privilegiare l’uno rispetto all’altro. Ci si trova faccia a faccia con l’orchestrazione organica di un corpo-testa o di una testa-corpo. Una organicità dai tanti centri e dai multipli ingressi. Ramificazioni dove ogni centro possiede un valore in sé, intercambiabile con gli altri. Bulbi oculari, buchi di naso o testicoli, sono talvolta delle porte turbinose aperte a ogni identità rizomatica, la quale, senza inizio e senza fine, comunica la vitalità di un guerriero che ha vinto la sua battaglia.

Dall’introduzione di Gustavo Giacosa (traduzione dal francese di Marco Ercolani)

Disegni di Eric Derkenne

Erik Derkenne nasce a Stavelot, 1960 e muore a Saint Virth nel 2014. Affetto da trisomia 21, è affettuoso e infaticabile nel lavoro artistico, che accompagna con grida, sussurri, bisbigli.

STRADE NASCOSTE Marco Balducci

I testi sono tratti da: Marco Balducci, Terzo repertorio, con postfazione di Igor De Marchi, Collana Nuova Limina, Anterem edizioni 2023.

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Terzo repertorio (Nuova Limina, Anterem, 2024) è un volume di versi composto da sei capitoli: Quadrature, Condensazioni, Verticale, Piano inclinato, Da capo, Emergenze. Il lettore, naturalmente, è invitato a leggere i testi del libro, che evocano scabri paesaggi kafkiani, ma soprattutto a vedere delle poesie in prosa raccolte in blocchi brevi e geometrici, ordinate in nette campiture visive. Non diventa essenziale capire il senso di questi frammenti ma osservarli nel foglio, nitidi come scene-quadri che, nonostante le loro forme compiute, sono invece soprassalti di percezioni che addensano, turbano, sfigurano i significati, con la “verticale e serrata lucentezza della parola”, come osserva Silvia Comoglio nella quarta di copertina. Terzo repertorio – terza fase nella poesia di Marco Balducci – ha qualcosa di alieno e di inquieto (“dove sono finiti i contorni delle cose?”) che, nella sua “inadeguatezza ontologica” (Igor de Marchi), evoca i fulminei paesaggi della poesia di Bartolo Cattafi.

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TESTI

desiderare

un desiderio. Avere un testamento. Scrivere il

bisogno di tacere, ottenere che qualcuno

ascolti. È indifferente se l’intenzione cam-

bia nel corso del gesto, importante è vedersi

agire, saturi di volontà, simultaneamente

fuori fuoco e stagliati controluce, voci di un

improvviso estuario…

*

strade nascoste

che percorro a velocità sostenuta, fiancheg-

giando canali interminabili, case murate, for-

re ombrose – diretto non so dove, estraniato,

rapito da una gravità che accelera di secon-

do in secondo la corsa – guardo indifferente

cancelli, fossi, segnaletica sempre meno di-

stinguibile, le curve diventano inaffrontabili:

cambio pensieri

*

intravedere

case in lontananza, seminascoste dalla ve-

getazione. C’è spazio qui, il vento è libero

di fare scorrerie: i suoni misurano distanze.

Con le orecchie tappate dalle mani entrare

nell’inquadratura: vedersi salire il crinale…

la pellicola è attraversata da macchie, aloni

luminosi….sempre più frequenti

*

mi rincorro, raggiungo

travolgendomi cado, d’istinto paro un calcio

sulla schiena… È inutile, domani è già ades-

so, è un continuo inghiottire saliva, pensare

cosa pensare. È il solito garbuglio fatto del-

l’eterna linea invisibile, tracciata da un muro

a un altro, a un ennesimo

*

un’idea di presente

persistente nella memoria. Mani che traccia-

no disegni nell’aria, veloci come rondini at-

traversano la stanza. Osservarle senza inte-

resse, come le cose intorno, da nominare

mentalmente: un cuscino, un foglio, la porta.

Aprire la porta senza oltrepassarla, affonda

re la faccia nel cuscino… strappare il foglio.

Rinunciare a ciò che si è perso. Ripetere que-

sta frase

*

risale

un’eco da un vano scala deserto. Mi sporgo

dalla ringhiera e il vuoto si riempie di occhi

interroganti. Biancore eccessivo di muri ges-

sosi: appoggiando il palmo della mano scatu-

risce una polvere finissima. Né giorno né sera:

bevo un bicchiere d’acqua, traccio una riga

sul tavolo con un dito bagnato, dove sono

finiti i contorni delle cose? Mi siedo, forse è

meglio addormentarsi, confondersi, lasciarsi

assorbire

*

uccelli su un filo

distanti il pomeriggio a camminare in pe-

riferia, tra le ultime case e le rotatorie,

impossibili da attraversare. Inutilità di pen-

sieri ossidati o inservibili e aria a folate:

odore di bruciato. Questa è la condizione

che cercavo inconsapevolmente, forse: una

ricognizione tra frantumi di cose viste mi-

lioni di volte, l’idea di incontrarmi per caso,

in fondo a una strada

*

non ti rimane in testa

niente, evapora l’ultima impressione su cui

avevi costruito un ragionamento. Un pugno

di mosche senza mosche. Un ronzio che ti

accompagna nelle stanze e corrode ogni

musica rievocata, mentre cammini assente,

sulle pareti

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Marco Balducci (Pisa, 1964), vive a Bologna. Ha pubblicato sulle riviste “Anterem” (1992) e “Passaggi” (2003). Ha scritto alcuni testi di poesia “Neo-tecnologica” esposti in forma visuale in spazi commerciali a Parma e Bologna. Con la silloge Terzo repertorio (Anterem, 2023) è stato finalista al Premio inediTO, nel 2021, e al Premio Montano nel 2022.

PAROLE. Robert Walser

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Le parole che mi preparo a pronunciare qui hanno, al di là di se stesse, la loro volontà, sono più forti e potenti di me, credo che il loro desiderio sia quello di dormire, o che a loro non piaccia esistere come sono, quasi pensassero che coincidere con se stesse fosse insipido, e inutile risvegliarle, al mio “In piedi!” non reagiscono e dal canto mio, di sicuro, trovo che c’è tanto spirito quanta singolare bellezza nel trovarmi, per così dire, incapace di conoscere le mie stesse parole e non permettere che loro si conoscano, e poi, nell’attimo in cui avvicinarmi alla distesa pallida e accidentata, non desiderare riconoscermi per chi ero, al contrario trovo molto raffinato persuadermi che io ero un certo signore, un tal dei tali che si accorgeva del giorno solo l’indomani, quando era totalmente irraggiungibile…

*Questo testo è apparso in versione originale in: Robert Walser, Prosastücke, Surkamp, Francoforte 1985, che raccoglie i suoi “Microgrammi”; in traduzione francese per le edizioni Zoé (Genève) con il titolo Le territoire du crayon. Microgrammes, 2013.

OTTIMISMO. Robert Walser

L’ottimismo è una cosa magnifica

L’ottimismo è una cosa magnifica, ecco la riflessione che mi ha ispirato una voce clamorosa che usciva dalla bocca di un flâneur. Questa voce aveva un che di arrotondato. Una giovane fanciulla mi ha fatto osservare che stavo facendo una deviazione. Io le dissi: “Non è andando dritti all’obiettivo che si trova la strada ma nelle deviazioni. È quando ci si distrae dall’obiettivo che possiamo percepirlo e siamo in grado di mostrare, con il nostro rigore, che non l’abbiamo perso di vista e che disponiamo di una certa forza di carattere”. Alcune pietre tombali si ergevano in un prato. Tombe di famiglia. Che aria isolata avevano! Nessuno sguardo umano sembrava essersi posato su di esse da tanto tempo. Era bello, quindi, da parte mia, notarle. Sono passato davanti a una chiesa. Il pastore stava per prendere il thé in famiglia. Non potevo escludere che che quel mattino stesso avesse pronunciato un sermone impressionante. Per un flâneur mostrarsi amabile e corretto agli sguardi di chi incontra presuppone una grandezza d’animo. Gli esseri sensibili mi capiscono. E, quanto agli insensibili o ai poco sensibili, non è per loro che scrivo, per mia fortuna. E d’altronde non leggerebbero i miei articoli.

Questo testo è apparso in versione originale in: Robert Walser, Prosastücke, Surkamp, Francoforte 1985, che raccoglie i suoi “Microgrammi”; in traduzione francese per le edizioni Zoé (Genève) con il titolo Le territoire du crayon. Microgrammes, 2013.

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Robert Walser, Microgramma

La morte di Robert Walser

UNA VOLTA. Robert Walser

Ah, una volta, passavo giornate radiose, giovani, stupide, anonime, spensierate, nel borgo di Thun, celebre per il suo pittoresco paesaggio. Quelle montagne e poi, di nuovo, questa piccola camera scura dove andavo, per così dire, a nascondermi. Nascondermi? Perché questa parola? Non ha alcun senso. L’ho detto così, nell’aria. Forse ci tornerò dopo. E allora, cosa? Ah, quel luccichìo! Sì, sì, quell’accento dolce che evocava il violino, quel suono di Vienna, ora quasi svanito, del tutto dimenticato. Sì, sì, è questo. D’altronde, ne riparlerò in dettaglio più tardi, senza dubbio. Tornerò nei particolari, e presumo con grande piacere, su questo luccichìo. Ora, prima di tutto, a dirla in due parole, si tratta, per me, del piccolo borgo di Thun dove mi nascondevo, diciamo così, come commissario di una cassa di risparmio. Una volta, già, era una volta, scrissi a un uomo quanto c’’è di più istruito, con un’enfasi quasi regale: “Io! Io ve lo ordino!” Era folle, lo so. Ma ha senso essere giovani, se non per fare, in qualche modo, il matto? (…)

*Questo testo è apparso in versione originale in: Robert Walser, Prosastücke, Surkamp, Francoforte 1985, che raccoglie i suoi “Microgrammi”; in traduzione francese per le edizioni Zoé con il titolo Le territoire du crayon. Microgrammes, 2013.

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Robert Walser