FRAMMENTI DI UN GIOCO A DUE VOCI. Frisa, Ercolani

Sulla riva di mondi senza fine

i bambini giocano. Tagore

*

Là dove guardano i bambini è sepolto un segreto. Walter Benjamin

*

Nicolas De Staël 

**

1.

Le mie parole verso di te vanno verso il giorno

non so cosa vogliono né cosa diranno

ma qualcosa in fondo alla notte trema:

dal sangue alla voce, dalla voce a te. L.F.

2.

Il mio giorno non è luminoso: si compone di frammenti di tenebre che cercano forma di parole – frasi che salgono dal buio, vocali, consonanti, sillabe di nulla; e con te, di te, respirano progettano risuonano… M.E.

3.

Sono la tua illusione: esisti con me.

Sei la mia illusione: con te so di esistere.

Il corpo delle parole è fragile ma tenace,

il mio corpo si inombra mentre la parola schiarisce.

Sogno perché qualcosa resti del mio respiro

il mio con il tuo, qui, ora,

e nell’assenza.

4.

Parli di respiro e di sogni a un malinconico; a chi, in questo momento, vorrebbe ritrarsi, nascondersi, tacere. Non avere più nessuna forza, nessuna forma. È faticoso amare ed essere amati quando il mondo rispecchia stupidità, corruzioni, menzogne. Non resta che una salvezza: immaginare la terra come il cortile polveroso dove il bambino, ignaro di lutti e abbandoni, lancia la palla con gioia alla compagna stupita.

5.

Se giocare è vivere giocare è cosa seria

se parlare è giocare giochiamo con la vita

il gioco si fa di giorno su ciò che la notte insegna

e nella notte l’amore trova per la luce sillabe

e atti interi, in un solo discorso.

6.

Ma, mentre parliamo, la frase si spezza nei timbri delle nostre voci. La parola esiste nel palato, nella gola, nelle corde vocali, nelle labbra che la articolano. Solo gli sciocchi inventano teorie: la parola è mucosa, carne, tessuto, anche quando è segno astratto nelle pagine di un libro, anche quando diventa scrittura,

7.

Teoria, teorein, vedere: gli sciocchi sanno vedere?

Dopo il suono la vista è seconda finzione?

Tutto ciò che viene dopo la carne inventa

teorie e follie per essere.

8.

Come se il poeta, dopo aver amato la sonorità dei nomi e le lusinghe del linguaggio, diventasse all’improvviso sordo e cieco – puro gesto, puro nulla, al di sotto della lingua, nell’angoscia fisica della mancanza di sé, né corpo né spirito né carne né aria…

9.

Incerti tra due parole:

una va verso l’altro, illusa di fuggire;

l’altra scende tornando, alla madre.

Due abissi: tellurico e celeste.

Dove siamo noi?

10.

Nell’onda incessante, che sulla riva crea rocce porti parole…

11.

Incerti fra due suoni:

di animale nel buio ignaro di abissi e sogni,

dell’angelo senza radici che crede di cantare,

ebbro di sé e di nuvole.

12.

Torna dal suono all’immagine, dalla parola che scorre nell’aria al segno impresso nella terra. Fuggi la gioia del nome per andare nel luogo dove i contrari convivono, assente l’uomo. Leggere e scrivere, allora, diventano avventure del futuro.

13

Leggere nei libri come dentro anime

-viaggia e pellegrinaggi tra una virgola e l’altra-

tornando ogni volta al silenzio

dove oriente e occidente si raggiungono-

pronti ancora a perdere e ritrovare il senso.

14.

Troppe volte, leggendo, sono stato più vivo che nei volti, nei silenzi, nei rumori che mi circondano. La realtà, fuori di me, è solida e fredda. Ma ferita, nutrita, svelata dai suoni della parola, ricomincia a bruciare.

15.

Una parola – ed ecco tornato il senno

e il senso, l’unico, e intorno il freddo.

Una parola: cerchiamola tutta la vita –

quel soffio è mio e tuo

figlio fuori dalla bocca.

16.

Mancare alla casa, essere fuori dal porto, respirare insieme: è questa la lingua, la parola che sgorga dalle labbra. Ma se esitasse a nascere?

17.

Si costruiscono navi in terraferma.

Il tempo fa il resto – fluttuano

colano a picco non tornano più.

Dal fondo dei mari riaffiorano

in forme più dissolte, ignote

a chi guarda.

18.

La casa non nutre sempre il cieco che vi si nasconde. Un giorno egli esce e guarda il sole: in quel momento sa che la sua veggenza e la sua solitudine erano solo maschere per allontanare quella luce, quel cibo.

19.

questo pane da masticare coi denti della scrittura

è aspro ma impedisce di soffocare

se parli e scrivi ti ascolto e ti leggo

–abisso e infinito spingono, violenti, la porta–

apriamo e chiudiamo poco e piano

misurando il vortice.

20.

Ogni naufragio è essere naufraghi. Il punto della nave che scegliamo è il nostro vortice. Scafo fragile, onda forte. Si inabisserà, al prossimo scoglio, ma sarà quello scoglio il luogo della voce, il seme della parola, gli occhi che si guardano, prima di colare a picco con mani, corpo, terrore…

21.

La tua malinconia mi insegna la realtà-

armi spuntate, vanità degli atti-

incrina l’urlo ingenuo fra me e le stelle

fra me e gli altri e il dolore:

insegna pazienza per il mio nulla.

22.

Scrivere, ma perché? Nessun occhio ci vede. Siamo noi a fare arte. Il tempo scorre accanto a noi, non si cura di noi. Perché queste parole imperfette vogliono che le annodiamo con perfetta passione? Ma basterebbe uno sguardo casuale, un’occasione, un incidente, e saremo letti, ascoltati, voluti. Resisteremo, anche se non sappiamo quando e dove.

23.

Parli per te per me – non importano gli altri

tu il mio visibile io il tuo limpido specchio:

gli altri appartengono a un tempo offuscato

patinato rumoroso: gli altri sono fuori tempo.

24.

La sensazione più forte da cui sono stato sempre assalito è quella di vivere lontano dalla terra, nemico del tempo umano, perso in una mite follia. Tu mi restituisci alla gioia di questa follia: me la confermi necessaria e giusta; fai, di me, un essere che crea il suo tempo ogni giorno, con dolcezza e con pietà, tra equilibri e tempeste.

25.

Con te posso restare in silenzio

leggere senza perdermi nel deserto delle frasi

nominare i confini e il doppio delle immagini

scrivere lasciando il mio corpo a conficcarsi in te:

mi rendi sempre ciò che è mio

tornando a parlare.

26.

Il fiore, chiuso da petali visibili, nasconde il suo segreto; la chiarezza del canto, invece, irrompe, manifesta, tradisce. Dentro di noi c’è, prima della lingua, la parola possibile, che inventa la profondità del mondo e la notte delle cose. Silenzio e voce si guardano, non si confondono.

27.

Giochiamo sulla riva

nella luce che muta nel discorso che avanza.

Parole e lacrime scorrono avanti.

Non voltiamoci: sabbia, qualche sasso tra mani e fogli

trattengono ancora dolore e ombre.

Con i nostri giochi d’acqua e d’aria

restiamo bambini parlando fino a notte.

30/11/1990-7/12/1990

Henri Michaux

PER CARMELO BENE. Piero Zino

Un disordine qualsiasi. Divagazioni su Carmelo Bene

Aloysius Lilius

Per Carmelo Bene il concetto di nascita è un tema fuorviante, un fatto increscioso. Non si nasce; si viene abortiti. Di conseguenza, ogni compleanno dovrebbe essere, anziché celebrato, rigorosamente taciuto. Nascosto come la polvere sotto il tappeto. Il bambino, sarebbe meglio dire il feto, va gettato via con l’acqua sporca. Ma tutto ciò è difficile, quando non impossibile da realizzare, per colpa di Aloysius Lilius: “medico e astronomo ma, soprattutto, mascalzone patentato”, cui Gregorio XIII diede incarico di formulare il nuovo calendario dell’era cristiana, in base al quale nessuno può sfuggire alla schedatura della nascita. Anima tra le più dannate dell’inferno.

Chiacchiere da bar

Carmelo Bene – Vedo ombre dappertutto in questo locale. Di sicuro si tratta di fantasmi amletici, teatrali comunque.

Pierre Klossowski – Ciò che invece intravedo sono i bicchieri di vodka e kir sul nostro tavolino. Se non ho contato male abbiamo appena finito il quarto giro.

CB – Solo noi due, imprigionati nei nostri corpi. Tutto ciò che vi è qui intorno è vapore acqueo, nebbia di superficie. Noi inchiodati a queste sedie, mentre tutto il resto galleggia nel vuoto come se si fosse a bordo di un’astronave.

PK – Voglio provare a seguire il tuo, per così dire, ragionamento. Anch’io mi sento ancorato al suolo che, però, è quello del passato. I fantasmi che mi circondano si chiamano Gide, Rilke, Benjamin, Bataille; e non credere che la loro sia sempre una compagnia gradevole.

CB – “I burattini nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini”. Ho destrutturato, scardinato, smembrato le figure più illustri e decadenti del teatro mondiale. Ho trasformato quello splendido irresponsabile di Don Giovanni in un molto responsabile idiota borghese, incapace perfino di circuire una ragazzina antipatica, brutta e bigotta!

PK – Quello che più mi attrae dei tuoi lavori e il modo in cui tratti la femminilità, esaltandone le doti anche nei personaggi maschili. I tuoi spettacoli ricordano il teatro elisabettiano.

CB – Ai cani la gente comune dà gli avanzi; io li faccio sedere alla mia tavola. Sono loro gli ospiti più degni nei miei banchetti luculliani.

PK – Carmelo, ho capito che oggi non è la giornata dei discorsi seri.

CB – Non essere serio sul palcoscenico non vuol dire per forza che lo si deve essere nella vita.

Fabula docet

In Salomè il corpo del protagonistaè “un corpo animato e gestito da matrone lascive”, come quello delle “scollacciate figure che davano spettacolo osceno di sé” nei teatri e nei crocicchi dell’antica Roma. L’esatto contrario degli attori tradizionali, definiti sprezzantemente come “guitti alla deriva, cani abbaianti in una cuccia sordomuta, ignoranti allo sbaraglio”.

Stultifera Navis

A circa vent’anni Carmelo finisce in manicomio per volere di suo padre, che cerca con un espediente di allontanarlo da colei che diventerà sua moglie. Ci resta soltanto due settimane, un periodo comunque sufficiente per capire cosa significa avere a che fare con camicie di forza, urla e disperazione. Ma il suo genio finisce per trionfare anche in un luogo come quello; i suoi monologhi sovraeccitati e istrioneschi catturano il plauso entusiastico degli internati e del personale paramedico. Da quella seppur breve esperienza ne esce arricchito. Il linguaggio disarticolato e caotico dei pazzi gli mette a disposizione una quantità di idee e di spunti da utilizzare a piene mani tanto nel teatro, quanto nel cinema. Si pensi al dialogo sulla barca tra il protagonista e Santa Margherita, fatto di frasi biascicate e prive di senso, ma estremamente suggestive, nel film Nostra Signora dei Turchi. A tale proposito, avrà a dichiarare che “era come stare dentro una macchina trita-linguaggio. Ti rendevi subito conto di essere capitato dalla parte giusta, dove il parlante era parlato. Ininfluente che tu parlassi il turco o l’aramaico. Si spalancava l’abisso del vanus flati.

Santi bevitori

“Qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando”. Ripreso dalla telecamera Rai, il celebre inviato nel grande Paese a stelle e strisce è chiaramente sotto i fumi dell’alcool. Ha appena bevuto mezza bottiglia di bourbon insieme a Carmelo, in attesa che l’amico termini il servizio per scolarsela fino all’ultima goccia.

Murano

“Ho pensato al vetro come materiale dominante, perché meglio di ogni altro si lascia influenzare, accendere, attraversare dalla luce. Sento l’esigenza di realizzare una mia Venezia interiore.” Sembrano parole estrapolate dal breve trattato che Paul Scheerbart scrisse nel 1914 dal titolo Architettura di vetro. Invece è un pensiero che attraversa la mente di Bene quando è a capo della direzione artistica della Biennale di Venezia, verso la fine degli anni Ottanta. L’idea dell’artista salentino era quella di installare una sorta di museo “tutto istoriato su superfici vitree” su uno degli isolotti lagunari, che doveva avere come fonte ispiratrice il Bafometto, illustrato a sua volta da “diapositive riproducenti una serie di originali grandi pastelli dello stesso Klossowski”. È quasi superfluo aggiungere che un progetto di tale portata non andò in porto, sia a causa dei costi sia per un grave malore che lo colpì nelle settimane successive. Sappiamo altresì che anche i progetti, ancora più audaci e originali, di Scheerbart vennero troncati dallo scoppio della guerra mondiale e dalla morte prematura. Figure geniali le loro e, al tempo stesso, caratteri opposti: vulcanico e irriverente l’uno, schivo e appartato l’altro. Accomunati tuttavia da un’idea di arte intesa come sviluppo e innovazione, in antitesi con la stasi e la pigrizia.

Apollo 11

“Hanno ragione quelli che alla luna abbaiano, non i poeti e tutti coloro che la blandiscono e che la lisciano per il verso del pelo. Se la si guarda attentamente la luna ha il colore delle pentole in acciaio inox, che alterano il sapore dei cibi. Un giorno porterò sul palco Galileo Galilei per farlo a pezzi! Non fu altro che un vecchio rincoglionito che non ebbe il fegato di difendere le proprie idee, come fece quel vero uomo, oltre che genio purissimo, che risponde al nome di Bruno. La luna ha le macchie (che qualcuno chiama “mari” soltanto per essere più carino verso di lei, come ho detto all’inizio). Indizio, questo, di una salute malferma e precaria; per tale ragione non dovrebbe essere fotografata, né tanto meno studiata. E se proprio la si vuole analizzare lo si faccia come con le malattie, nel segreto dei laboratori. Quasi nessuno sa che gli astronauti, una volta tornati dalla missione lunare, si sono gravemente ammalati e uno forse è addirittura morto, anche se i media hanno evitato accuratamente di diffondere la notizia. Perciò propongo, in chiusura di questo intervento, un appello a tutta la popolazione mondiale: oscurare la luna, renderla invisibile. Impedire a quell’orrendo grigio metallico di diffondersi sovra i tetti e in mezzo agli orti. Ciascuno scelga il modo e lo strumento che ritiene più efficace. Io sto usando la plastica cataro rifrangente dei fanali delle biciclette. Qualche risultato lo dà, ma non posso dire di essere pienamente soddisfatto.”

Chi disprezza compra

In pochi hanno disprezzato il cinema quanto Carmelo Bene. Secondo lui i film sono tutti uguali, dal momento che consistono in un unico “quadro in movimento”. È del parere che si tratti sempre dello “stesso film, illusoriamente differenziato in generi horror, western, spionaggio. Facciamone uno solo e mandiamolo in onda a ripetizione”. È poi ancora più duro quando definisce il cinema “artigianato sub-umano”, oppure che “la settima arte è la più spregevole poiché include tutte le volgarità delle sei che l’hanno preceduta”. È convinto che esso non ha mai avuto una valenza né culturale, né sociale e che il suo esordio è “servito solo a spaventare gli spettatori col treno che bucava lo schermo e piombava loro addosso”. E allora c’è da chiedersi perché Bene, messo da parte il teatro, si sia dedicato anima e corpo al cinema per alcuni anni e che sia riuscito a confezionare opere che – si pensi soprattutto a Nostra Signora dei Turchi – possono definirsi capolavori.Forse una risposta risiede in quella che è sempre stata la sua indole più profonda e alla quale non è mai riuscito a sottrarsi, che si manifestava in una voglia inesauribile di farsi del male, di violentare il suo corpo scavandolo fino quasi alle conseguenze più estreme. Non è un caso che in tutti i suoi film emerge la fatica fisica di un tour de force massacrante. “Una devastazione. Questo intervenire su un corpo morto per tirare i nervi e farlo esplodere come i cadaveri che scoppiano di gas nelle bare. Questo ho cercato nel cinema, ma partendo già disilluso”. Se ciò si potesse riassumere in una sequenza, ebbene quella che mostra la pellicola in bianco e nero calpestata, bruciacchiata, violentata all’interno di Nostra Signora è, forse, il paradigma perfetto del suo cinema.

Da attore ad attore

Nel primo anniversario della strage di Bologna il sindaco Zangheri gli propone una lettura dantesca, che dovrà fare dalla cima della Torre degli Asinelli. Molti politici insorgono e in particolare Massimo Pini, fedelissimo di Craxi, bolla l’idea come una pagliacciata. Nella notte che precede l’evento il telefono di Carmelo squilla e, dall’altra parte del cavo, la voce del Segretario sentenzia: “Non preoccuparti, Pini non è in grado di capire noi attori; la vanità dell’essere fischiati vale più di mille ovazioni”.

Disquisizioni teologiche

“Quando Egli sarà manifestato, noi saremo simili a Lui perché lo vedremo così come Egli è”, si legge nella prima lettera di Giovanni Apostolo. Bene sembra a prima vista non voler contraddire queste parole, quando afferma che il fulcro della vita consiste nel “vedere la Madonna o non vederla”. Cambia soltanto, diremmo così, lo statuto del vedente in quanto, a vedere la Madre di Nostro Signore, sono i cretini. Salvo correggersi parzialmente subito dopo, quando dice che “ci sono cretini che non hanno visto la Madonna” e che lui si annovera tra costoro. D’altra parte, su questo e altri argomenti affini si dibatte già da un po’ di tempo, poiché la “religione è una parola antica” e “chi non pensa alla morte è forse immortale”.

(G)atto unico

Carmelo l’aveva battezzata Gatta (“femminile di gatto”). Andava e veniva nella sua villa di Otranto, come fanno più o meno tutti i felini. Di giorno a poltrire sui sofà, di notte a immergersi negli agrumeti e tra i fichi d’india. Mentre passava le ore chinato sullo scrittoio, all’improvviso un leggero soffio d’aria gli sfiorava la guancia: Gatta era lì seduta che lo guardava ammiccando, come fanno più o meno tutti i gatti. Ma quello era proprio il suo di gatto, e si diceva che lui ne andasse fiero. Un giorno, tornato da un incontro con il pubblico – uno dei tanti nei quali, come di prammatica, si era sfiorata la rissa – gironzolava, come faceva spesso, per il giardino, forse per scaricare la tensione e la rabbia accumulata in quella come in altre volgari tenzoni. Dietro un cespuglio scorge il corpicino, già irrigidito, dell’animale. Morto all’improvviso (“la mattina stava benissimo”) o, forse, avvelenato “da quei due o tre sfaccendati mascalzoni che sempre si aggiravano nei paraggi della mia abitazione”. Qualcuno disse che quella sera Carmelo pianse: evento assai raro nella sua vita. Il motivo si spiega forse nel fatto che quel gatto era unico, mentre lo stesso non si può dire per il gregge umano.

Giù il sipario

I muri di una casa possono diventare come le mura di una prigione. E allora per uscirne bisogna aprirsi un varco a mani nude: graffiando l’intonaco, prendendo a pugni i mattoni. Ed è ciò che ha fatto Carmelo Bene lungo il corso della sua vita: quella di un uomo e di un artista che, per dirla in un certo modo, non ha mai badato a spese. Ha infierito sul suo corpo, non potendolo fare sulla sua anima alla quale, peraltro, non ha mai creduto. Lui che con la gestualità e l’eloquio voleva travolgere tutto, forse è riuscito soltanto ad aprire una piccola breccia in quelle mura, una feritoia che gli ha permesso appena di guardare cosa c’era nei dintorni, laggiù di fuori. Una finestrella sul mondo, dalla quale poter fare entrare un po’ del profumo di zagare del suo Salento. Anche se, più che ai profumi, egli ci ha abituati agli odori acri e sgradevoli, al tanfo di corpi in disfacimento (“il corpo: questa putrefazione a grumi”). Così definiva il proprio: un feto che sotto varie trasformazioni arranca fino alla morte (“la morte, è così incipiente. È un incipit”). Egli ha più volte dichiarato che il tempo della vita non esiste (“Non festeggio né lutteggio i miei anniversari”) e che l’umanità è tutta racchiusa nei suoi personaggi: sagome leggere che scompaiono dietro un cespuglio, ossame lambito dalle onde su una spiaggia. Resta allora uno sguardo, il suo, che corre lungo le pareti della casa, un corpo avvolto in un pulviscolo di solitudine.

Nota

Chiacchiere da bar è ispirato all’incontro avvenuto in un caffè nei pressi dell’Opéra-Comique di Parigi nel 1977, come segnalato nel saggio di Giuseppe Zuccarino, Bene e Klossowski. Forme di un dialogo, in Da un’arte all’altra, Edizioni Joker, 2009, pp. 59-66.

L’OSCURA. Alejandra Pizarnik

Alejandra Pizarnik

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Densità

Io ero la fonte della discordanza, la padrona della dissonanza, la bimba dell’aspro contrappunto. Io mi aprivo e mi chiudevo in un puro ritmo animale.

L’oscura

E perché parlava come se il silenzio fosse un muro e le parole colori destinati a coprirlo? E chi disse che si alimenta di musica e non può piangere?

Sul silenzio

Non c’è chi dipinga con colori verdi. Tutto è di un colore simile all’arancione. Se sono qualcosa sono violenza. I colori scheggiano il silenzio e creano animali deteriorati. Poi qualcuno cercherà di scrivere una poesia. E sarà mediante le forme, i colori, il disamore, la lucidità (non continuo perché non voglio spaventare i bambini).

Una parola

A Juan Battle Planas

Originata per il costruttore di vertici inscritta nei muri di una casa oscura una parola immola a quella dagli occhi feroci. In amoroso silenzio lei intona la canzone per colui che è morto.

Di notte

Cade la notte, e le bambole proiettano meravigliose immagini a colori. Ogni immagine è unita ad un’altra per mezzo d’una piccola corda. Ascolto, uno ad uno, e molto distintamente, rumori e suoni.

Quadro

Rumori di qualcuno che sale una scala. Quella dei tormenti, quella che ritorna dalla natura, sale una scala di quelle che scendono in una pozza di sangue. Il fiore della distanza brucia neri uccelli nei capelli della solitaria. Bisogna salvare non il fiore ma le parole.

*I testi sono tratti da: La hija de la voz detràs de la voz. 1968-1970, traduzione a cura di Alessandro Prusso, editorialdeloimposible, Genova, 2015.

FURIA SENZA SOSTA. Ilaria Seclì

Giovanni Castiglia, Cornice

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Furia senza sosta di elementi

accecano confondono: bianco,

azzurro, rosso cipro marte siena,

poi cieli in ocra, cattedrali di fuoco

nessuna distanza, macina e macina

la macchina e non procede.

Non si tiene questa luce, sfiata

il genovese. Fino a Mercurio,

lancia e drago crepuscolo quieto,

dormiveglia bluastro sonno ceruleo

acciaio, suono ossessivo di patria,

lingua a riposo dopo le tormente

alberi sul dormiente lago, pioppo nero

acero ontano fino a fare di tensione

misura del vissuto. Alla fune un gioco

ripetuto di venti e cardini, e il magro

e in perenne piena, gioco capitale.

LETTERA. Paolo Miorandi

Ciao Marco

ieri sera ho letto per intero il libro che mi hai mandato (L’altro dentro di noi), avidamente e con l’andatura rapida di chi si lascia trasportare dall’onda delle parole senza provare a tenerle ferme per osservarne da vicino i contorni; quello che posso dire deriva dunque dal modo in cui mi sono accostato al testo (dovrò tornarci sopra per gettare a certi passaggi uno sguardo più ravvicinato);

mi ha colpito lo stile della scrittura, che in un’epoca di narrazioni mi sembra forse la cosa più importante da preservare; mi ha colpito la sinuosità delle frasi e la nitidezza delle immagini;

penso che sia un lavoro coraggioso in cui chiedi di essere veduto dietro ai tuoi molti veli o, meglio, lasci che i veli assumano la forma del tuo corpo e che dunque lo rivelino, o che almeno ne rivelino certe posture;

ho apprezzato perché pericolosa la  scelta di diventare protagonista assoluto – senza assumere la forma del personaggio -, di essere contemporaneamente campo e controcampo, di inventare la tua stessa autointerrogazione, cosa che di solito, qualora venga fatta, è più prudente fare sottovoce; 

come in altri tuoi testi  mi colpisce la vastità, la vastità dei riferimenti, letterari, musicali, pittorici ecc. (anche a fronte di una certa ristrettezza che sento appartenermi perché per pigrizia o per energia intellettuale limitata mi trovo spesso a scavare a lungo nello  stesso posto); sono intimidito dall’intimità che dici di sentire con classici – li chiamo così per convenzione – che in molti casi io conosco solo di vista – Kleist ad esempio – e mi chiedo se ho fatto bene e faccio bene a cedere ancora alle lusinghe che la mia giovinezza, per quello che è stata, continua a propormi, il rock’n’roll invece che Debussy, Dylan piuttosto che Novalis ecc. (il fatto è che ascolto Bach e amo Marin Marais e ho ascoltato l’intera opera di Kurtag, ma in fondo, se non voglio mentire, sento che la mia storia è stata più segnata dal Tom Traubert’s blues di Tom Waits che, se ben ricordo, è anche una delle tue passioni o da quel perfetto racconto di fughe giovanili che è America di Paul Simon);

ma volevo dire di te e del tuo testo e alla fine dico di me, ma in fondo il compito di un testo non è proprio illuminare certe zone della nostra pelle? accendere certi pruriti o dare una transitoria forma alle nebbie della malinconia; 

di questo, della malinconia, mi piacerebbe parlare con te, ma se non proprio ubriachi nemmeno completamente sobri, e di Schubert, e delle possibilità di sopravvivenza che ci garantisce la capacità  di delirare ammesso che, come tu ricordi, ci si possa fermare arrivati a 125 (a proposito di deliri, ho cominciato a farne una semplice raccolta, alcuni di persone, artisti o pazzi, realmente esistite, altri semplicemente immaginati nel farsi delle parole, il testo su Wölfli pubblicato da “Pangea” fa parte di questa raccolta)

riguardo alla rete, tengo conto del tuo invito, forse c’è una cosa che mi piacerebbe vi trovasse posto, ci penso

concludo qui, ci sentiamo, buona notte

paolo

Ettore Frani

TEORIA DEI COLORI. Lucetta Frisa

Giovanni Castiglia

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Bianco

Arida neve che nascondi il cuore

la terra e di ogni cosa la sorgente

e discendi sprezzante dall’altezza

fredda teoria di mente in malumore

Simuli il giorno la luce la chiarezza

il tempo escludi nel tuo bianco puro

l’altra tua parte, il tuo oscuro passato

l’inizio della febbre e il suo futuro

Ma la tua perfezione immaginata

non dura che un respiro onnipotente,

perché ogni cosa si sporca e si tramuta

nel suo contrario e dal contrario in niente.

Nero

Ehi voi, chi vive qui? Nella mia mente

ogni giorno si allarga il vostro nero

bisbiglia ed urla fa sempre più rumore

oltrepassa questa soglia sfuggente

Occhi e orecchi non chiudo lascio aperti

finestre porte e trepidante cuore:

inutile è resistere, mi arrendo:

tacciono i vivi, parlano i morti

Dentro gli specchi aperti e dentro i sogni

parlano i morti e io più non comprendo

le frasi di quaggiù, quelle parole

che parlano parlando inutilmente.

Rosso

Non posso fare una poesia col rosso

il rosso è qui e ora e non si scrive

è la poesia una creatura animale

il sangue vivo una figura di sale?

La memoria ha visioni da trovare

– il rosso esplode rosso sul fondale –

se il rosso non è mai lo stesso rosso

è la poesia che sembra rosseggiare

Nel rosso non si specchia la poesia

che sempre rincorre qualche cosa

nel controverso brucia l’eresia

con altri rossi ricolora la cosa.

Azzurro

Sbatte contro le sbarre di una gabbia

la mia strofa che vuole avere aria

ritorna indietro per ripartire ancora

battersi fiera tra speranza e rabbia

Come belva si aggira in poco spazio

costretta ad obbedire a questa greve

legge di forma e del suo tempo breve

a fare di uno specchio il proprio strazio

E non si apriranno i versi della mia

schiavitù se la chiamerò finzione,

stretta è la gabbia larga la passione

ariosa l’ingenuità della poesia.

Verde

Di ghiaccio e neve le lunghe tormente

sabbiose bufere di venti e fuoco

offese e contese di sangue e mente

di gelo e arsure l’oscillante gioco

Scende ogni cosa verso la corrente

lenta del Lete, verso le pianure

concave e calme dove chi si arrende

infine trova il suo punto di quiete

Dove i pensieri hanno argine e ponte

sguardo domestico, forma familiare,

finché nella distanza lentamente

ciò che era nostro, estraneo ci appare.

Giallo

A chi inchinarmi adesso a quale trono

di dio o di re e attendere salvezza

dare il nome lo slancio la certezza

sperare nel favore o nel perdono?

Non c’è più regno qui né un altro attende

il cavaliere audace o pia donzella

la bella fiaba ha perso il suo tesoro

il regno il re, confine e sentinella

Il passo è più pesante ed io sprofondo

tremante nelle nebbie della sera

inventandomi un luogo e una bandiera

e che i riflessi opachi siano oro.

Grigio

Ombre dell’ombra l’una all’altra accanto

che viaggiano l’inferno e il purgatorio

discorrendo del corpo e del suo canto

nati dal nulla, dolcemente uniti

Del nulla e del suo canto e di null’altro

si va parlando cercando limpidezza

sapendo sempre delle cose il vuoto

e il fondo scuro di ogni notte scura

Se oltre trasparenza di pupille

delle mani l’amorosa saggezza

e delle labbra le vaghe scintille,

c’è solo di due corpi la misura.

(1997)

QUADERNI DI VILLA NUCCIA. Lorenzo Calogero

Tutte le righe dei miei Quaderni di Villa Nuccia. Tutti gli ottocento quaderni del medico Calogero Lorenzo. Non saprei, rileggendomi (non accade che io mi rilegga ma talvolta…), se quelli fossero dei versi. Per me non è mai esistita una poesia con con un titolo, un inizio, una fine. Tutto accadeva nel tempo reale del pensarla. La mano, come sonnambula, trasferiva il pensiero a immagini e suoni, appuntati sulla carta.

Tutte le righe, una dopo l’altra. Tutte. Davvero tutte. Mi chiamano. E una è come l’altra. Mi sento un essere fluido, senza ossa, dove passano ritmi.

Me le ossa le sento: sono spigoli nella testa che interrompono il flusso.

Essere medico, oh la strana cosa!! Chi se lo aspettava da un tipo sghembo come me! Ma forse, studiando l’arte di guarire, volevo salvarmi.

Hölderlin, Novalis, Hofmannsthal, Rilke, Valery, Baudelaire, Mallarmé, Majakovskij, Ungaretti, Montale, Sinisgalli, Campana, Saba, Zanzotto. E io? Fra brandelli di carta, quaderni non scritti, fogli lacerati, varianti, cicche di sigarette… io, che non ho mai dato un nome a nessuna poesia? Se l’avessi nominata l’avrei uccisa come un esemplare di farfalla.

Odio le virgole: ammazzano il flusso del dire.

Somiglio a qualche poeta? Se potessi assomigliare a qualcuno… Campana, forse, ma era violento e gridava. Io sussurro nel buio, ricamo rami.

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La felicità è non finire mai. Sospendere fino al giorno dopo. Ogni giorno un’ellissi che non sigilla e non chiude.

Il rigore di Leonardo: amava quelle che lui chiamava partiture, ed erano versi.

Non entro nelle chiese e nei musei. Puzzo. Fumo, mi caccerebbero. Faccio degli scarabocchi sui gradini di fuori e prendo del Nembutal.

Il deserto non visto dentro era non finto. Non finito era il tuo batticuore.

Un corpo da cui non si giunge al sonno: il sonno è una vecchia sibilla, una soave sillaba.

Molte poesie urgono alle dita come piume sparite.

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Odio le virgole e i punti: fatemi correre nella libera sintassi….

Le foglie gelide, tacite: un grido trattenuto. Si strapperanno.

Ma chi vuole questa mia prosa, che da nulla parte va? Io, sempre, da nessuna parte vado.

Non so quello che scriverò domani. Non appena arriva la nebbia, muovo le dita.

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Cara Concettina,

mi hanno parlato di un poeta russo simile a me, che invidiava il fumo perché sentiva di essere, lui e solo lui, “l’ombra del fumo”. Si chiamava Muni. Nessuno ricorda un suo verso. Vorrei morire, lo sai. Il suicida almeno ha un diritto: evitare che il mondo, per lui, continui in forme inaccettabili. Ma chi pensa, guardando il buio della sua stanza d’albergo, di togliersi la vita, teme di rendere la sua stanza d’albergo l’ennesimo luogo in cui chiacchierare di quella morte che si ostina a rimandare. Una volta morto, resterebbe orfano del pensiero di morire. Oh Concettina! All’inizio, l’uomo si abitua a tutto, o piuttosto dimentica ciò di cui sentiva la mancanza: solo la speranza stupefacente di poter volare, in un giorno lontano, lo mantiene in vita (anche se sa che, una volta in volo, un braccio se ne andrà a destra, un altro volerà a sinistra, e la testa mi si spiccherà via dal collo come un cespuglio di cardo). No, sono tranquillo: non mi manca nulla. Conosco le tre grandi e insignificanti possibilità del genio: chiaroveggenza, autorevolezza e molteplicità. Chlebnikov possedeva la prima, Čechov la terza. Sulla seconda non mi pronuncio: volare con lo stridìo potente delle aquile non mi è consentito per la mia ridicola natura terrena. Mi accontenterei di essere uno sconosciuto uccello migratore, un volatile nero con l’amnesia della terra.

Tenerezze a te.

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Inventare chi non esiste: questi sassi fasciano bene chi vi dormì inquieto. Non sono sassi ma ombre sottili, a volte libellule.

Fumo anche quando non ho sigarette. La mia faccia è dentro il fumo.

Forse avverrà domani quello che desidero. Forse, nelle piccolissime ansie del mio perduto andirivieni.

Oh essere trasparente! Apparire come fiato dal vetro!

Tutti questi quaderni, una piccola parte delle mie mille parti.

Ma tu non avevi una pietra, nel sangue, che rallentava il flusso?

Mi lascio partire nelle immagini, freccia scagliata nel fiato.

Niente, niente. I sotterranei? più pallidi della mia stanza.

Un filo, teso proprio qui, sopra il mio letto: ci sono appese tutte le pagine che non scriverò.

Melicuccà! È appena passato un bambino. Quattro, cinque anni. Nel suo futuro incontrerà uno psichiatra a cui parlerà di me. Povero bimbo solo!. Allo psichiatra dirà del suo magnifico fratello, che non è mai esistito.

O magica, magica Melicuccà!

GEOMETRIE DI UN IMMAGINARIO ANCESTRALE. Rinaldo Caddeo

Per la poesia di Lucetta Frisa

Fin da Notte alta, la produzione lirica di Lucetta Frisa fa intravedere due spinte verso due tendenze polari opposte, con esiti dove, a seconda della stessa silloge, l’una si integra e si assesta sotto l’altra, ma senza mai escludersi a vicenda. Due istanze insostituibili, due vene in lotta fra loro, che si inseguono, senza mai raggiungersi e si intrecciano dinamicamente l’una con l’altra come le due eliche del DNA. Una attica, epigrammatica, tendente alla condensazione nelle maglie strette, spesso rimodellate, della codificazione dell’endecasillabo e del sonetto, perimetro quest’ultimo di angoscia ma anche di rivelazione. L’altra, asiana, poematico-narrativa, tendente all’espansione, effusa nelle spirali regolari di versi ora brevi ora lunghi, in un’affabulazione dove realtà, similitudine, metafore, molteplici sensazioni, nelle forme ora dell’ossimoro, ora, cioè più di frequente, della sinestesia, si alternano, si intersecano, si intessono, seguendo le volute discontinue, tendenzialmente inter-minabili (nel senso letterale prive di termini, di confini precisi e invalicabili) del pensiero e dell’esperienza quotidiana».

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Ritorno alla spiaggia è un poema dei quattro elementi, terra acqua aria fuoco, polvere mare venti fuoco piccolo, rena casa respiro vuoto ustorio. Nella simbiosi madre/figlia, aldiqua/aldilà, scrivere vuol dire registrare la polvere che cade sulla superficie dei mobili e delle parole, sulla pelle della casa e dei ricordi, ma vuol dire anche spolverare, rilanciare il gesto di togliere la polvere, ripulire le cose e le parole, ri-nascere, ri-vivere: “Forse spolverare è un atto duplice come quando si nasce/ e si comincia subito a svegliarsi o a dormire/ secondo i punti di vista./ Anche la gatta lecca i suoi bambini appena nati”. Poesia di una polvere che è il mondo in cui viviamo, il linguaggio interminabile del suolo e il suolo e il sottosuolo interminabile delle parole che la scrittura toglie, preleva, cancella. Le onde di un flusso incessante. È la creta sgretolata del poeta contemporaneo. Come scrive Peregalli: “La polvere di cui era composto il primo uomo, Adamo, è quella che si deposita sulle cose, come una coltre che le ricopre e le protegge”. La polvere è il tessuto intimo della nostra vita. Il soffio del tempo. Una marea che lambisce i corpi. Anche la casa è un corpo, ha una pelle, un naso: “Sempre ho immaginato la polvere scendere di notte/ sopra il naso dei mobili su tutta la pelle della casa scendere/ al buio così non si può mandarla indietro”. Lucrezio osserva i movimenti atomici dei primordia nel buio della sua stanza, trafitta da un raggio di sole. I granelli di polvere formano torme vorticose di gladiatori che si uniscono e si elidono in una battaglia senza fine. Per Frisa sono le sillabe, le metafore, le stregonerie invocate, come formule apotropaiche, del suo azzardo poetico: “Ti prego poesia/ fratturami il quotidiano in polvere/ fanne luce che io regni:/ toccando aria qua e là/ sillabe consonanti/ metafore stregonerie/ arrivano servi alati e/ tutto risplende/ casa e foglio e io/ più non precipito/ resto con te a fare giochi”. Bastano le esperienze più semplici, più comuni, più quotidiane, a provocare il tuffo nell’oltre, nelle prefigurazioni postmortem o nelle reminiscenze prenatali: “Sono distesa a riva appena nata/ o appena prima di una bella morte/ su sfondo azzurro”. I versi si snodano come un nastro di seta girato e fatto vibrare nell’aria, con volute ora ampie ora strette, in un ritmo di continua danza in cui si alternano e si fondono riflessioni, ricordi, premonizioni, annotazioni molto ravvicinate e realistiche del sentire del corpo. L’immenso è provocato dal minuscolo, come il dito di Adamo sfiorato da quello di Dio sulle volte della Cappella Sistina: “L’alluce proprio sul filo della schiuma/ tocca il regno del mare, l’infinito è/ proprio in quel punto d’alluce/ che rabbrividisce si ritira indugia/ entra”.

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Il testo è tratto da: AA.VV., Poeti e poetiche 3, a cura di S. Aglieco, M. Cohen, M. Corsi, R. Caddeo, G. Lucini, CFR, Plateda 2014.

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Rinaldo Caddeo (1953-2026) pubblica in poesia Le fionde del gioco e del vuoto, Narciso, Calendario di sabbia, Dialogo con l’ombra; in prosa La lingua del camaleonte, L’incendio; due libri di aforismi: Etimologie del caos, Le giornate e la notte di un pensionato. Ha collaborato a “La mosca di Milano” e a “Milano Poesia”.

VEDERE. Massimo Barbaro

Se dovessi scrivere, ora scriverei solo di debolezze, disperazioni e ambivalenze. Scriverei un Ritratto dell’artista da vecchio. Niente storia, perché non solo detesto la finzione, ma perché come sempre scriverei sulle storie, al di fuori delle storie, attraversandole, se proprio dovessi. Si può scrivere solo se infelici: diversamente, non si ha davvero niente da dire, e raccontare. D’altronde è solo un pretesto per dire quello che sta a cuore. Il cuore o è vuoto o è troppo pieno, e guardandoci bene dall’invocare felicità che sappiamo solo istantanee, neanche si può volere, nel cuore, il male. Né infilarcelo. La vecchiaia, o alcuni equilibri anche se tardivi, giocano contro l’antico bisogno di scrivere, che una volta era farmaco. Né ci si può rivoltare nella noia, dicendo ancora dell’impossibilità del dire, perché se è vero, se uno è vero, sta zitto – né del vuoto intorno, e dentro, perché se tutto non ha senso, non si vede perché scriverlo dovrebbe invece averne.

Non voglio più scrivere. Voglio solo vedere. Inchiodare con spilli il tempo che passa. Ci sarebbe ancora solo spazio per la poesia, ma vi ho rinunciato da tempo. La poesia non è più praticabile se non fosse per quella gnomica, scarnificata e al tempo stesso corroborata dal pensiero che però, per il monumentale lavoro di Rimbaud sulla prosa, non è più ripetibile. Posso solo vedere. Per questo basta una finestra, e il ciglio della strada. Forse fotografare, senza più regolare otturatore e diaframma. Ormai, tutto è composizione, inquadratura, riquadratura. Senza neanche pasticciare coi colori, un Ritratto, sì. Ma astratto, ovviamente. Che a malapena si intravede.

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1.

La luce e il buio. Gli occhi camminano. Pensiero che si muove.

Ripararsi, coprirsi. Riconoscere i luoghi, il tempo delle soste.

Restare al chiuso. Restare chiusi.

Leggere il territorio. Fosse solo per diletto.

Spingersi. Via via più oltre. È l’unico senso della via.

Direzione: la via non è la meta, non c’è meta se non la via. Ora vallo a raccontare a chi ha sempre voluto andare via. Non solo proteggersi dal freddo, ma rinchiudersi. Ridurre lo spazio al minimo. Vitale. Quello che non riesci a fare con la vita.

Ancora questa maledetta parola. L’unica filosofia possibile, pure l’unica immanenza, L’unica cosa concreta, tra le mani.

L’unico senso della scrittura: l’arte di fare la punta alla matita. Poi fermarsi. I vecchi strumenti del cartografo. Scatolette di legno.

Imparare un’arte, una qualsiasi, una sola e non metterla da parte. Coltivarla quotidianamente, ma metterla al riparo. Dagli occhi.

Trovarsi un’arte minima, facile da riporre, facile da nascondere, facile da portarsi dietro. Non credere più a chi diceva di fare della vita un’opera d’arte. Niente affatto. La vita non è facile.

Vivere nel modo più semplice possibile. Pensa. Sogna. Facilissimo, difficilissimo.

Detesto i sogni: difficoltà sempre rimediabili, svegliandosi.

Sii ecologico: ricicla le vecchie disperazioni. Ma che farne?

Nella tua eterna lotta con la vita, chi vince? E cosa?

Hai preferito sotterfugi: distacchi, abbandoni, fughe, accettazioni. Convintamente, ma non ne hai mai affermato la nobiltà.

Persuasione, né Rettorica. Neanche la morte di tuo pugno. Così ti ritrovi. Vecchio.

Ci vuole una buona dose di incoscienza ad avere coscienze giovani tra le mani. Fermati solo un attimo a pensarlo, rabbrividisci, vai oltre, in fretta. Che di te resti solo un’impressione; globale, sintetica.

2.

L’unica che può aiutarci è la cosmologia. Ma è proprio la più lontana…

Ascoltando vecchi dischi. Non c’è limite a quanto non abbiamo vissuto.

Il vizio di non finire mai le frasi. Anche parlando. Niente è mai definitivo, certo, però sempre alludere, ammiccare, rimandare a cose non dette, è un segno di palese, profonda antipatia.

La felicità è circostanziale: circostanziata. Niente di più antitrascendentale, non categorico. Circoscritta, racchiusa. Ma perché parliamo di felicità?

Il calore del sole in autunno e i colori delle foglie, la stretta del freddo che ferma ogni istante, il ritorno dei colori e degli animali, gli odori e la forza del torrido.

Anch’io, ecco, ho fatto il mio piccolo film coreano.

Sono la maschera di te stesso. Quella che gli altri vedono da fuori, che vedi allo specchio. Se ti parlo, chi è che ti parla? Io? Tu? Meno male che non parla. A volte, a parlargli sono invece io, quando lo incrocio allo specchio, ma quasi solo per ingiuriarlo. Sono io la maschera di me stesso, invece.

Scrivi quello che ti pare, ma poi alla fine è la lettura più bieca quella che passa, che chi legge semmai coglierà. Motivo in più per non dare a leggere, per non rileggere. Per non scrivere.

Strano lapsus: per scrivere la parola «scrivere» viene fuori «crivere», senza la «s». Crivellare. Scrivere senza scriminare. Mi sa che non si può. E se… No. Meglio di no.

3.

Se lo squilibrato fa l’equilibrista.

Se hai il coraggio di perderti, ce l’hai anche per ritrovarti. Ma non ce l’hai: ti ritrovi senza esserti perso.

L’indicibile non si può dire. Non si deve. Tu confondi l’indicibile con l’impensabile. A costo di essere banale: l’impensabile non si può pensare. Ma tu lo pensi.

Se la soggettività è costruita sull’alterità, per prepararsi alla morte bisognerebbe uscire dalla relazionalità prima che sia la biologia a imporlo. La vecchiaia dovrebbe essere un allontanamento; prima dagli altri, e poi, alla fine, dalla soggettività. Possibilmente prima di allontanarsi da se stessi.

Non si possono far coincidere le vicende e il destino del singolo con quelli dell’umanità. Non solo per una questione di metodo, ma anche perché le vicende e il destino dell’umanità influenzano quelli del singolo. In quest’intrico, il singolo può solo fermarsi, a volte, e guardarli per qualche istante di lucida, illegittima e illogica sospensione. Il destino non è altro

che destinazione.

È incredibile come nel silenzio il taglio della luce e delle ombre si veda di più, e le cose parlino.

E come il tempo torni sempre uguale, scandito dalle cose che si ripetono, uguali anche loro, e come se ti volti appena il tempo è già passato e pur con tutta la tua proverbiale attenzione non te ne sei quasi accorto. Incredibile? Desolante. Credibilissimo.

Oceani dell’interpretazione. Miriadi di forme di vita. Sconosciute, anche.

Come se non bastasse. Il sovrappiù e l’arte di fare a meno. Libertà: libertà è solo perdita.

Un giorno, la parola «libertà» verrà finalmente mandata alla ghigliottina. Tribunale presieduto dalla fraternità. Lontanissimo, a quanto pare.

Frammenti di un discorso amoroso. E poi chi li riattacca?

Ci sono cose che riempiono i vuoti. Ma sono necessarie, o a essere necessari sono i vuoti? E quando i vuoti saranno pieni, che ne sarà delle cose necessarie?

Impara a non fare differenze, ad accogliere tutto, a non lasciarti ferire dalle pur affilate possibilità di ogni cosa.

Trattieniti, ogni tanto, e quando serve taci, rispondi a ogni cosa con un gesto affettuoso, anche – soprattutto – quando non serve. Lascia che tutto scivoli, non impedire niente.

*I testi sono tratti da: Massimo Barbaro, La corda all’orologio, collana Le Mosche diretta da Pasquale di Palmo, Medusa, Milano 2025.

UNA PACATA URGENZA. Marco Furia

Rafael Troya, Il Cotopaxi, Ecuador, 1874, olio su tela, Museo Guillermo Perez Chiriboga del Banco Central, Quito, Ecuador

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Nel 1874 Rafael Troya dipinse Il Cotopaxi, Ecuador. Sotto un’imponente e solitaria montagna, in gran parte ricoperta di neve, si stende un’ampia e lussureggiante regione collinosa. In un angolo, seduto sull’erba, un giovane pastore sorveglia le sue pecore. La sagoma piramidale del monte domina il dipinto, sicché lo sguardo dell’osservatore, dopo aver guadagnato istantaneamente la vetta, discende lungo tondeggianti colline e, in breve, abbraccia la verde e rigogliosa distesa, fino a soffermarsi sul pastorello.

La natura è indiscussa protagonista di un dipinto che colpisce per la sua ampiezza e, nello stesso tempo, per l’attenzione ai dettagli. Quasi fosse un’artistica riproduzione geografica (ricordo che Troya accompagnò alcuni scienziati tedeschi in un viaggio esplorativo), l’opera in esame non si contenta di meravigliare, intendendo anche descrivere. L’ambiente naturale, certo, è grande e l’uomo, al suo confronto, è piccolo, tuttavia la vena romantica (di cui è tipico simile gigantismo) è qui modificata da una propensione illustrativa che pare avere carattere di non superficiale desiderio.

Una sorta di razionalismo narrativo è presente in un quadro inteso non tanto a fondere differenti tratti filosofici e culturali, quanto a presentare i medesimi accostati in un organico insieme che li comprende distinguendoli. In questa veduta, ricca di vivide valenze evocative, la minuziosità di certi dettagli tradisce l’artistica presenza di una non incerta propensione al catalogo naturalistico. Se il giovane pastore contempla, tranquillo, un meraviglioso panorama, l’artista, dal canto suo, pur condividendo tale atteggiamento, mostra tendenze al rigore descrittivo.

Egli vuole proporre al resto del mondo un’immagine incantevole ma anche precisa, ossia apprezzabile, per esempio, da un geologo, da un esploratore, da un agricoltore, da un allevatore di bestiame. L’Ecuador, insomma, è bello, disponibile ma poco conosciuto: occorre, perciò, non perdere alcuna occasione utile a mostrarlo. C’è davvero dell’innocenza in un’opera in cui si avverte sincera meraviglia per la bellezza della natura congiunta a fiducia in un progresso socio – economico considerato a essa per nulla contrapposto: una fiducia che, forse inizialmente semplice e generica speranza, ha assunto con Il Cotopaxi, Ecuador l’aspetto di un’affascinante dipinto. Quella descrizione minuziosa, quell’attitudine all’inventario biologico, si rivela, così, spia della pacata urgenza di rendere apprezzabile una giovane nazione.

Ho usato l’ossimoro “pacata urgenza”, perché mi pare presente nell’opera del nostro artista un orgoglio, non presuntuoso né superbo, capace di farsi dignità e, dunque, di mitigare la (comprensibile) impellenza di esporre l’Ecuador sul proscenio del mondo. ‒ Ci siamo anche noi, desideriamo anche noi partecipare ‒ sembrano dire gli ecuadoriani e, con loro, tanti altri. I modi e i tempi di tale partecipazione, come sappiamo, non sono sempre stati i più giusti e lungimiranti, nondimeno il quadro di Troya rappresenta una vivida e attenta aspirazione valida anche oggi.

All’inizio del terzo millennio l’ingenua fiducia di un pittore del secolo XIX si fa anche ammonimento? Sì, senza dubbio.