Lettera di Louise du Tronchay, detta Louise de Néant, a Jean Briard, scritta nell’asilo della Salpetrière (1679).
Niente di originale, nei miei pensieri, eccellentissimo padre, se non questa singolare ostinazione della mente a pensare l’opposto della cosa vivente e così privare di moto, letteralmente, tutto il pianeta brulicante di fiumi in piena, di uccelli in volo, di esseri che respirano e ridono e cantano, di foglie che frusciano: pensarli, con assoluta chiarezza, non come fossero dotati di movimento ma perfettamente fermi, ancorati in una silenziosa cosmologia, gelati in una immobilità senza peso, tutti spettri inconsistenti e lievissimi; e al contrario pensare le cose inanimate – muri, tavoli, piatti, finestre, bottiglie –come agitati da un perpetuo e incessante movimento, da un ritmo vorticoso di danza che lascia immota la materia e che qui, in quest’angolo della Salpetrière, sento con irresistibile forza perché me lo confermano anche le voci dei pazzi che mi circondano e che hanno voglia di veder volare via le cose che soffocano.
E’ solo per questa singolare eresia sulla sorte del vivente che io, Louise du Néant, sono qui, in questo asilo di ossessi che chiamano Salpetrière, e niente mi può soddisfare perché tutto è il contrario di tutto, e solo nella progressiva umiliazione del mio corpo, solo nei violenti castighi che imprimo quotidianamente alla carne, posso trasformare il mio corpo vivo in qualcosa di malato e di infetto che concluderà anzitempo il suo ciclo vitale e tornerà così a quelle leggere particelle di nulla di cui, all’origine delle origini, era composta la materia e che dopo, solo per caso – un effetto di luce, un suono acuto, un inutile orgoglio – hanno generato la specie umana.
Che cosa, eccellentissimo monsignore, potrebbe in effetti essere preteso da corpi che hanno come loro unico destino quello di sparire? Quasi non sarebbe necessario dire più niente: il tempo, che tutti ci conduce a rovina, parla per noi. La nientità è una foglia tremante, un labile nodo di rami, e noi un ponte che sparisce nel bosco: al massimo, potremmo ambire a essere il corallo dell’oceano, se per corallo intendiamo quelle povere gemme lambite da tutte le correnti.
Tuttavia, se mi ordinate di scrivere tutte le mie follie, devo ancora aggiungere qualcosa e lo farò accuratamente. Avessi mille vite, padre, e non solo questa, povera e negletta, tutte le sacrificherei a Dio padre – intere e assolute – io che sono indegna di possederne una sola. Quando andavo a trovare delle persone malate nelle loro case, io leccavo le loro piaghe e così punivo la mia lingua, rea di dire io, colpevole di mangiare cibo che sostenesse il mio misero corpo. Baciare le piaghe purulente era il giusto sacrificio, come per la santissima Caterina baciare le teste dei decapitati. Assumere su me stessa il fondo morto e annientato dell’essere umano – quello di cui nessuno parla, che nei trattati mistici e nelle visioni delle sante è amnesia del corpo e bagliore dei bagliori – è il mio destino.
Io sono una povera voce rintanata in una povera grotta. Io sono Louise du Néant. Luisa del nulla, del più infimo nulla. Dio non può visitarmi sotto forma di luce, perché sono indegna anche di pregare. Io credo solo nel dio che mi arriva sotto la veste del folle e del lebbroso e per amore del quale, quando ero ancora libera, urlavo in modi atroci da tutti i punti della casa, sapendo di non avere peccato. Urlavo, respinta e condannata da Colui che avrei voluto amare sopra ogni cosa vivente. Non c’è penitenza abbastanza dolorosa perché io possa scontare le mie colpe. Dovrei vivere solo di ceneri bagnate nelle lacrime.
Tuttavia vivo. E mi arrischio a pensare che non ci possa essere altra vita possibile per i viventi se non quella di essere qui in questa piccola cella, con un tavolo di legno in cui coricarmi, del pane e dell’acqua, sequestrata, rintanata da Dio stesso nella mia vita nascosta.
Come vorrei essere stata lassù, sul Calvario, pronta, per prima, a bere il sangue scaturito dal suo costato. Non avrei udito le ultime parole. Non sarei stata né una donna in lacrime né un apostolo né un centurione:indegna delle forme a cui ambisce la specie umana, sarei stata quel terreno sassoso, quell’erba strappata, sul monte arido e brullo, appena in grado di sopportare il peso del dio, ansiosa di ricevere il sollievo del terremoto.
(Questo racconto apocrifo è apparso in Lezioni di eresia, Graphos, Genova 1996).
“Sono uscito per necessità, per levarmi dal tiro incrociato dei ventilatori e per prendere un caffè. Anche per muovere le gambe. Ho incrociato un furgoncino delle onoranze funebri: era in sosta in Via San Luca. Una bella carrozzeria argentata e una sigla rossa con svolazzo. Circa 40 turisti hanno intasato Via Luccoli e piazzetta Luccoli. La voce della guida è monotona in qualsiasi lingua. Svolto in Via della Maddalena per cercare un po’ d’aria; c’è una debole corrente che sparisce davanti alla chiesa a portone spalancato. Entro. Odore d’incenso e un caldo particolare, insopportabile. Ho sperato che dai marmi si alzasse aria fresca. Esco e costeggio Via dei Macelli di Soziglia che è in ombra. Un cane enorme è accovacciato in mezzo alla strada e si prepara a produrre. Scantono verso via Garibaldi ma Piazza del Ferro è tutta al sole e sotto un ponteggio sento uno strano rumore, un gorgoglio, forse una radio sintonizzata male. Riprendo Via Luccoli che si è svuotata di turisti e scendo in Via di Soziglia, più larga di altre vie del centro storico. Nel punto in cui diventa Via Orefici, un venditore di Lotta Comunista, un lungo guinzaglio, un cane di notevoli dimensioni, una sosta di gruppo per il gelato, intralciano. Dovrei infilarmi fra corpo e corpo, tra fiato e fiato. Allora devio verso Campetto. Mentre cammino cerco di ricordare i sogni di stanotte ma tranne una slavata figura di bambina che pretendeva da un mio parente un regalo ogni giorno, il che diventava motivo di discussione, non ricordo altro. Forse scaraventavo quei regali contro le pareti. Una mezz’ora prima avevo imbucato Vico degli Indoratori, sconnesso nei mattoncini, calcinato dal caldo. Guardo le sedie di ferro di un bar colpite dal sole. Più avanti il Vico si restringe e diventa oscuro, sporco o insaponato.
Di nuovo m’imbatto nel corteo funebre che si dirige verso la Chiesa della Vigne: tre autisti imboccheranno una strada stretta alla quale sono abituati, e usciranno in piazza delle Vigne. Vedo male con l’occhio destro, è arrossato. Metto gli occhiali da sole e provo un certo sollievo. La pittrice oggi ha prodotto molto ed espone sul selciato vedute del centro storico dai colori accesi. Mi colpisce un porticato, la sua prospettiva apparentemente corretta e una cupola grigio-verde. Siccome il giro mi ha dato un’impressione di sonnambulismo e in fondo sento il sapore del niente, smetto di scrivere.
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Nel primo pomeriggio, i ricordi di poche ore fa sbiadiscono; forse passano al setaccio per lasciare poche tracce, ma è un setaccio a maglie irregolari, e perciò non si sa che cosa passa. Passa un grande tombino quasi levigato, una rarità da queste parti. Tutti gli altri hanno motivi e scritte ben rilevati. Questo sembra abraso come scudi e insegne storici. È quasi liscio, si può scivolare facilmente. Ha un bel marrone rugginoso. Chi cammina guardando a terra, lo noterà.
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Si danno il cambio ma non lo sanno e del resto sembrano tutti uguali, chi se ne accorgerebbe quando spuntano a una svolta, o fanno gruppo dentro un negozio, o si agitano, spettri irrequieti, tra una friggitoria e l’altra? Agli archi di Via di Sottoripa si aggrappano le ragnatele, domina l’odore di curry. Uno conciona e intanto guarda i gamberoni fritti, i calamari fritti. Un vivavoce, abbandonato fra le ginocchia, gracchia. Di schiena, vestita di nero fino ai piedi, mette ordine e accende incensi sgradevoli che hanno l’odore di un solvente.
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Il barbone dorme all’ombra di Vico dell’Orto, seminudo, quando i gradini di San Siro scottano. Più tardi fa delle incursioni davanti a una grata protetta da filo spinato. È un’apertura a livello del selciato, uno scantinato buio in un angolo. La scruta accovacciato, saltella come una scimmia.
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Un viso che speravo di non rivedere più si scompone e ricompone secondo il flusso dei passanti. Ha la faccia piatta. Lo sfondo in movimento gli dà ombre diverse. Lo sbocco di Via Banchi è affollato. Scantono lungo le vetrine, a sinistra della Loggia dei Banchi. Mi sembra di essere seguito, non da persone ma dagli sguardi dei mascheroni di marmo rivolti verso il basso. Alla fine di Via al Ponte Reale prenderò un caffè, guarderò che pesci espone la Pescheria Granara, cercherò di ricordare i distributori di pop corn lungo Sottoripa, il negozietto di dischi gestito da un gobbetto appassionato di baseball, le colonnine che a sei anni mi affascinavano promettendo una delizia che ora mi disgusta.
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Tornando a casa si comincia a cancellare, si fanno sparire le tracce. Non è facile. Certi volti si fanno largo, scavano una nicchia – lo facevano da tempo – s’insediano, accampano diritti mai concessi. Nella loro ottusità sembrano irremovibili. Non gli avremo aperto un varco noi? Anche minimo? Ci siamo distratti? Si guardava una vetrina? Eravamo troppo occupati a evitare le zone al sole cercando l’ombra? Quando sarà successo? Anche certe cose, nostro malgrado, hanno trovato un posto. Il caldo indebolisce. Le strade hanno un modo perfido di sottrarre energie, anche le parole svenano. Con paletta e piccozza cominciamo a togliere il terreno ai parassiti. Bisogna lavorare al buio e di colpo puntare una potente torcia elettrica dentro il buco che abbiamo scavato. Temono la luce. Vivono nel buio. Ecco perché hanno buon gioco nei sogni. Appena ci addormentiamo, s’infiltrano. Ecco perché bisogna lavorare di paletta e piccozza e svuotare prima di andare a letto. C’è ancora un gioco da tentare per cestinare queste ingombranti presenze: sfruttare il crinale scivoloso fra sonno e veglia. Non è facile. Un abbandono da un lato ci sfavorisce, dall’altro anche. Se restiamo in bilico il più a lungo possibile scrollandoci da un versante e dall’altro ci liberiamo di molti detriti. Come scuotere forte la testa restando col corpo immobile. Bisogna dire di no tante volte. Si può vegliare a occhi chiusi, ingannando. Ma non per molto. Quando arriva il crepuscolo, chi è forte controlla il potenziometro e prolunga una luce bassa. In questa luce soffusa si rinvia la fine del tramonto e si opera di paletta e di piccozza.
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La vigilanza cede. Le scatole che si credevano molto ben sigillate si aprono, magari con un calcio, si rovesciano, e alle conserve salta il coperchio. E chi ha fatto questo? Un cocktail di sonnifero e un vino rosato, tutto con misura, senza distruggere la colonna neoclassica dove ruota una tempesta, guardando il gran nocchiere guidare sicuro il telaio di un vascello e sfidare la tempesta. Siamo sicuri che l’individuo sognato stanotte, così premuroso, così pieno di buoni consigli, non avesse secondi fini entrando nel mio nuovo, modesto alloggio ancora da sistemare, di cui mi scusavo, mentre scendeva una scala di metallo simile a una scala antincendio? Il mio nuovo alloggio era un seminterrato. C’era troppa gente che dava giudizi. Non sempre negativi. Lo spazio era più grande del previsto, anche per me. Gli armadi, per esempio, erano davvero grandi e alti: per una persona sola, un vero lusso, un eccesso. Il seminterrato era in Via delle Grazie, ingresso indipendente, ingresso a uno scantinato, un vero affare. Una grande umidità. In fondo, al centro, un pozzo. L’agente immobiliare è alto, biondo, svagato, finge di essere svagato. Mi declama le virtù della pietra antica, le bizzarrie di finestre medievali, le sbarre, la tranquillità. Piano strada, sotto il piano strada, due scalini, ingresso indipendente. Quando suona un campanello dal suono lacerante la faccia dell’agente va in frantumi come uno specchio. Nessuno vuole ricomporlo. I passanti procedono per andare a guardare il porto. Scatteranno migliaia di foto alle gru, ai cantieri, alla Lanterna avvolta dalla foschia, a qualsiasi cosa.
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Mi costringeva a stringere la mano di persone che non mi piacevano. Voleva che parlassi con gente che detestavo. Aveva un’andatura strana, oscillante, come camminasse sui trampoli, un acrobata senza esserlo. A tratti veniva voglia di usare dei puntelli, come soccorso, perché s’inclinava troppo, o da un lato o dall’altro e si temeva il crollo. Ma non cadeva mai. Di contro faceva cadere gli altri, calpestava le cose degli altri – e non se ne accorgeva. Mi ero accorto che sapeva copiare con grande perizia, una dote che un giorno rivelò in pieno, quando disegnò un insetto alato sui muri di un palazzo. Era stupefacente e mi terrorizzava quel perfetto mimetismo, quelle ali che avvolgevano tre lati, quelle antenne che scendevano dalle pareti, proseguivano sul selciato, risalivano su altre pareti. Era perfetto. Però mancava il movimento, il battito. L’insetto era come infilzato da uno spillo. Era da collezione. Nessuno avrebbe esclamato: sembra che possa volare da un momento all’altro!
“Soyez artiste!”
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In fondo a una cinquantina di metri di scaffali da cui pendono stoffe, spalancato il cancello a due ante in ferro battuto, siede una donna: da lontano un punto rosso con strisce dorate. Sugli scaffali, lunghi e grandi rotoli, sui banchi e nelle ceste scampoli per tutti i gusti. Il soffitto sfarina calce. Il pavimento s’intravvede appena. C’è silenzio. Sembra un santuario. La voce è assorbita dalle stoffe.
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Non riesco a organizzare il mio frastuono interiore. La frase si ripete e a che cosa si riferisce lo capisco qualche minuto dopo. È come ferraglia percossa per verificarne la frequenza; c’è anche un vecchio colapasta con il suono di un vibrafono arrugginito o una pianola col vetro infilato fra le corde. Quella sedia che hai strisciato oggi era in minore. Gli stonati sono dappertutto, fanno solo rumore e non lo sanno usare. Uno che scrive batte il tempo col dito. Uno ha lasciato il resto del suo pasto sui gradini di San Siro disponendolo come una scala cromatica. Passa una donna che ha un passo musicale, ed è raro. Una voce stridula, di testa, domina un passaggio a volta, un tunnel, alla fine di Via San Luca. Uno dei tanti vicoli chiusi secondo un orario. Bel cancello. Pareti imbrattate. Un vero pisciatoio a cielo aperto, commenta uno. Demoliscono le latrine di fronte ai portici di Via Turati. Il tetto di ferro era arricciato, a fogli di metallo rugginosi. La pittrice espone tre girasoli sul punto di sfiorire, o già concavi. Non hanno i gambi intrecciati, forse non hanno i gambi. O talmente corti.
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Dopo anni di conoscenza d’un tratto gli ho visto una faccia da lince; eppure per circa un decennio mi era sembrato quasi ingenuo, sprovveduto. Com’è affiorata quell’espressione? Come si è affilato il mento? Suo malgrado, immagino, ha dovuto constatare che non poteva più sostenere quella parte, non poteva più lodare quelle strade, quelle facce, quegli angoli. Da salvare non aveva quasi più niente. Neppure il suo modo di camminare o di appoggiarsi su certe sillabe con un tono perentorio dove trionfavano gli occorre, bisogna, si deve, è necessario… Era diventato grigio senza scala di grigi. In una via che amava, Via Davide Chiossone, le incongruenze, la sporcizia accumulata negli angoli, i teloni a vela immacolati di un noto bar, senza una sola cacca di piccione, bianchissimi, perfettamente tesi, il sovrapporta, lo sbocco in Piazza San Matteo, ora una specie di piattaforma per ristoranti, e dal capo opposto la mole di un palazzo estraneo alla città vecchia, i portici di cattivo gusto, lo scarico dei rifiuti, i bidoni e il tanfo, un vicolo chiuso, la selezione delle attività in base al reddito, gli tappavano la bocca. “Sì, però… diceva… e un vivavoce gli esplodeva in un orecchio, un mezzo della spazzatura intralciava, rasentava le pareti, lasciava una scia appestante… “Sì, ma… e il suo cellulare esplodeva con una suoneria assordante.
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“Non possiamo fare niente, ci dispiace. Però, visto che siamo qui, ne approfittiamo.” E si servono di coca infilando le mani in uno sportello dentro un muro, poi ridono con le facce imbiancate, le pinne del naso che palpitano. Sono vestiti di blu, alti, sottili, eleganti, le dentature bianchissime. Due uomini e una donna. Da lontano si sente il rumore del traffico stradale. Un basso continuo con sussulti più acuti. Una vecchia conoscenza diventa un cero da chiesa. Non ha braccia né gambe, sembra intagliato e sagomato in un blocco di cera. La linea delle labbra, dall’espressione cattiva, scompare dentro la cera, come una bocca sdentata dentro la carne floscia. Avrei voluto picchiarlo. Mi fissa con occhi piccoli simili a bottoni, mi odia. “Sei un birillo di cera, gli dicevo, di umano hai poco.” Accanto c’è una donna bassa: avrei voluto picchiare anche lei e alzo un braccio per colpirla ma il braccio è debole e il colpo non parte. “Qui non puoi toccarci, non hai nessuna forza. Siamo all’incrocio con Vico Lavagna. Qui tu non esisti.”
Una voce mi chiedeva dov’erano i vecchi lavatoi, li aveva visti in una foto. Li hanno smantellati, ho risposto. Erano in Piazza Lavagna. “E più si cerca di trattenere il pianto, aggiunge la stessa voce, quando il pianto invece deve erompere, più la nostra faccia si contrae, diventa una ruga quasi comica.” Io annuivo e mi allontanavo verso il rumore delle auto imboccando una fila di portici separati da cancelli o grate alte dal pavimento al soffitto. “Faccia in fretta, mi esorta una voce, stiamo chiudendo tutto. Fra poco cala il buio. Ha un lasciapassare? Un documento? Basta anche una foto tessera. Si sbrighi.”
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Il 4 agosto si celebra un lutto già vecchio di un paio di settimane – “che senso ha? commenta uno. Non era neppure famoso. Quanto scialo per un morto, come se fosse il primo!” In realtà è tutto molto silenzioso, ci sono pochissime persone, pochi fiori. Il sole è sfacciato, il blu del cielo chiassoso, il marmo smagliante del Barchile è inopportuno, la mancanza d’acqua offensiva. Cinque rintocchi. Un veicolo lungo. Rito abbreviato. L’auto lunga e bassa si allontana col feretro. Una manciata di disegni: fiori, vedute, gabbiani, colora il selciato. La pittrice ha gli occhiali con la montatura rossa, una sigaretta spenta fra le labbra, una canottiera bianca.
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“Hai radunato le tue cose sul muro: una penna, gli occhiali e un dado. Vuoi proteggerle nel caso di una raffica, da un tuo stesso gesto sbadato, da un colpo di scopa dello spazzino. Sei appoggiato a una specie di terrazza attraversata da una scala. I tuoi oggetti, che tieni d’occhio, hanno una lieve oscillazione. Sul muro si è posato un piccione. I dislivelli qui non sono profondi, cadessero, i tuoi oggetti, sarebbe facile recuperarli.” Perché cammina così rigido, come fosse di legno e quasi a scatti? Ha le guance rosse, la pelle bianca, un’aria falsamente giovanile. Scende da Vico Vegetti. Agguanto subito i miei oggetti e mi abbasso sotto il muro. Non voglio che mi veda. Mi farebbe domande, commenterebbe la tremenda calura, guarderebbe il piccione chiedendosi ad alta voce se soffre il caldo come noi. Ha il passo pesante. La piazza è vuota. Gli scaffali di luce sono chiusi. Appena scompare in Via San Bernardo rispunto e di nuovo poso i miei oggetti sopra il muro, ma adesso senza il timore di perderli. Li guardo come non avessi altro da opporre a una raffica, al mio gesto sbadato, allo spazzino. Sono ipotesi remote, mi dico. Il vero pericolo è scomparso in Via San Bernardo, il muro mi ha nascosto. Ma la vera sicurezza è quel piccione che non si è mosso, che sembra garantire le mie cose e custodirle.
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“Qualcuna ha perso le unghie… davvero… vieni a vedere…” Una voce in Via dei Macelli di Soziglia, 5 agosto 2022.
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“Raccolgo storie di scontento, frasi, monosillabi.” Mi giro e non vedo nessuno. Sono arrivato in Campopisano: col caldo torrido il quartiere sembra abbandonato. I ciottoli bianchi del risseu accecano. Il contrasto con quelli scuri disturba gli occhi. Una madonna emerge da un muro con la testa che sembra fatta di sabbia. In basso, il brusio della sopraelevata. Sulla collina di Carignano una chiesa troppo grossa e i ben noti, opprimenti edifici. Dentro un portone c’è un uomo. Dice: “mi sono riparato dal sole, bruciava la testa.” Il contrasto di luce è tale che non riesco a vederlo. Prosegue, come se mi conoscesse: “Qui sto all’ombra ma non è un gran sollievo. Però riposo gli occhi. Non sono troppo vecchio, non sono più giovane. Lei ha visto lo scempio in piazza? Non è più niente. Conserva un certo fascino, sì, ma chi non l’ha vista prima non capisce la differenza. Che ore sono? I negozi sono già chiusi? Non ho sentito rintocchi. Sento un continuo fruscio, un rombo scuro, sotterraneo, snervante. Lei sta girando senza scopo e lo fa spesso. Apparentemente senza scopo, forse. Scopre il motivo, se le riesce, mentre cammina o dopo giorni. A volte nei sogni. A volte da un suono o da un riflesso. Il fondo dell’abside era pieno di statue e capitelli impolverati – nel 1987. Una statua, un torso di donna sembrava divincolarsi dalla base, brandiva una specie di mezza luna come un’arma. Due minuscole figure, una donna e un uomo, stavano sull’ingresso in controluce. Li rivedo in una fotografia in bianco e nero. È lei che ha scattato la foto. Le scale oggi sono ingombre di materiali, la chiesa è coperta da ponteggi, i box degli operai riflettono una luce metallica. All’inizio dicevo che raccolgo lo scontento. Lo scontento dell’inverno che non è mutato in luminosa estate, ma in un’estate opprimente di calura, guerre e Covid.”
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Ho sbagliato e ho messo due consonanti: l’errore sarà pieno di conseguenze, ritardi, discussioni, richieste, ritrattazioni. Il cielo è nuvoloso ma non piove, non si sentono tuoni neppure in lontananza. Nella città di C, quando esplode un tuono, il rumore sembra artefatto, prodotto da una macchina che fabbrica i temporali. Sui gradini di Palazzo Ducale si scivola facilmente, quando sono bagnati dalla pioggia diventano come il sapone. “Vogliono far fuori il ‘900 perché la sua esistenza contesta continuamente il XXI secolo. Per adesso, negare che sia esistito è difficile. Meglio tenerlo a bada con restrizioni, ammonimenti, revisioni. Così diventa sottile, piatto, lontanissimo, esangue. Lo indeboliscono con una feroce cura dimagrante. Poi, basterà un soffio.”
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Ho chiuso di colpo una traduzione perché oppresso dal caldo. Non solo dal caldo. Il culmine dell’annata è vicino, il culmine dell’idiozia superato. Potessi dormire, solo dormire senza sogni. Sono tutti tatuati, hanno le unghie affilate. Anche puliti sembrano sporchi. E perché si agitano così tanto? Perché muovono le labbra di continuo? Berciano. O per loro bercia il vivavoce. Bisogna sopraffare l’altro, iniziando a imitarlo per poi pesare di più, schiacciare di più, agglutinare, avvolgere, rubare. Furto di parlate. Furto di angoli dove telefonare. Continui furti di immagini. Si schierano coi ventagli – tipico prodotto della città di C. – gridano il nome della città e si filmano. All’istante manderanno il video.
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Bene. Eccoci in Piazza Campetto. Non è una piazza a dire la verità. Da quel supermercato, dalla sua grata enorme esce aria calda. Dai rubinetti del Barchile non esce acqua. La mendicante autunno-inverno è in vacanza. A chi manca un mucchio di stracci sporchi e una litania? Guardate la base di quei muri: consumata, sporca. Guardate le nuove panchine immacolate, degne di un paio di lumini per la forma e il tipo di marmo. Deponete una corona: i motivi per un lutto ci sono sempre: sono morte così tante cose in questi ultimi decenni. Sono tante le sparizioni, più delle morti, come sotto ogni dittatura che si rispetti. Passa il trenino dei turisti. Scattano foto.
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Sotto questi portici rallegratevi: bevete e non pensate. È un angolo senza spazzatura, questo, è raro. Teniamo lontani anche i piccioni. Facile: noi non diamo da mangiare, solo da bere. Qualche metro più avanti potete godere della carta per terra e dei piccioni sui tavolini. Povere creature! Se non ci fossero focaccerie e turisti che cosa mangerebbero? Anche la LIPU è d’accordo: le focaccerie fanno bene ai pennuti. Una donna striscia una sedia di ferro nero e si alza: ubriaca barcolla, forse inveisce, forse ha messo in moto il vivavoce. Si agita. Nessuno ci fa caso. Il cameriere raccoglie la salvietta da terra e la butta sul vassoio.
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Sembra che il golfo stanotte cambierà dimensione in larghezza, come una tenaglia, chiudendosi di qualche metro. Si sentirà lo scatto. Diranno che è stato un sabotaggio, un attentato alle strutture del divertimento e dell’incasso. Dietro un mucchio di reti dorme un senza tetto. Dalle reti esala odore di marcio. Perché hanno costruito quella scatola di vetro e di metallo? Ha i vetri sporchi. L’andatura del gabbiano è maestosa.
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Alle nove di sera il niente è pieno di rumore.
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I sei minuti della lavatrice automatica non corrispondono ai sei minuti del mio orologio. Entrambi non corrispondono ai sei minuti dell’orologio di Piazza Caricamento fermo da mesi. Sotto l’orologio, seduti sui gradini che danno sulla fossa di Sottoripa, parlano velocissimi saltando una sillaba su due. Ne esce una composizione sincopata, dai toni rauchi e sibilanti. Molta aria aspirata a imbuto, molte concrezioni sonore. Passa una specie di siluro di plastica, un passeggino a forma di ellisse.
Stamattina si sono scatenati i flessibili: da una finestra altissima uno sciame di calabroni meccanici e scintille.
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Oggi sono entrato in un negozio dove di solito mi sento bene accolto; non dico in famiglia, ma salutato con una certa simpatia, sì. C’era qualcosa che non andava, oggi. Non era ostilità, era come se lo spazio si degnasse, con riserva, di farmi entrare. L’arredamento e i bottegai mi trattavano con sufficienza mascherata da professionalità.
L’acquisto non bastava a giustificare la mia presenza. Che altro occorreva? A piccoli passi mi sono spostato verso il fondo, accanto all’uscita. Mi costringevo a guardare la merce e altro. Il banco arrivava giusto all’altezza degli occhi, una linea di cristallo, un taglio, dietro cui spuntavano teste e berrettini di commessi. Il negozio era vuoto. Perciò la deferenza era rivolta verso di me. Magari immaginavo tutto, vedevo nei gesti quel che io temevo, nello spazio una specie di esclusione. Così ho accelerato gli acquisti e sono uscito in fretta. Dall’uscita entravano tre o quattro persone corpulente, vestite tutte di bianco. Reggevano un cesto circolare decorato da una corona di fiori.
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È giusto alzare un muro fra le due zone. Fra quella dove si mangia e quella dove non si mangia. Il muro è simbolico, simulato, proiettato su uno schermo. Non vogliamo discriminare. Vogliamo far capire, insegnare. Il muro è solo un esempio – il primo – per mettere ordine. A nessuno piace la confusione. Dal lato di chi non mangia ci sarà un po’ di sabbia e una grande fessura nel muro dove chi mangia potrà introdurre quel che gli è rimasto, chiamateli avanzi se volete, ma anche donazioni, generosità misurata sulla consistenza e la freschezza degli avanzi. Perché sprecare quando c’è gente che ha poco, pochissimo, che ancora fruga nella spazzatura? Noi mostriamo un esempio sia a chi mangia sia a chi non mangia. Non ci sono disuguaglianze. La didattica è uguale per tutti. Il lato di chi mangia, a tratti, non sarà visibile a chi non mangia. Non vogliamo nascano pregiudizi basati su semplici immagini. Mentre il lato di chi non mangia, giustamente il più irrequieto, sarà visibile quando e come si vuole. Questa preferenza servirà a stimolare la generosità di chi mangia.
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“Ha notato che mancano quasi del tutto le descrizioni del paesaggio? E quando ci sono: scarne, incise. Per questo restano impresse nella memoria.” In effetti, l’ultima che ricordo è una folata di vento e pioggia che irrompe da una finestra spalancata. E qualcuno scavalca per fuggire, d’inverno, in campagna, e non ha gli abiti adatti per ripararsi dal temporale. Dormirà al margine della strada perché ha calcolato male le distanze. Si nasconderà dietro gli alberi quando passa un’auto.
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“Ha notato quanto sono fitte le descrizioni del paesaggio? Anche le case, i loro interni, sono trattate come paesaggio. Anche i volti. Ricorda quel passo dove il volto di una donna è paragonato, quando è di profilo a una roccia, e a un lago profondo quando è di fronte? La descrizione è minuziosa e magistrale. L’interno di una stanza sembra devastato da una tempesta e invece il caos è dovuto a un semplice trasloco. Ma la stanza è quella di un bambino ed è lui che osserva atterrito il cambiamento.”
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In Vico Indoratori il selciato cede, le pietre sono spaccate, l’odore di vomito ristagna. È un gioco a incastri incastrare le scarpe nelle fessure adatte per non inciampare. Occorrono stivali militari e tute. Una sirena è durata quasi tutta la notte; sembrava provenire da Via Luccoli, da uno degli innumerevoli ponteggi protetti dal sistema antintrusione. Di notte le lampade rosse di plastica creano un effetto da Mille e una notte dark, spandendo sui ponteggi una luce rossa fra il bordello e il lampioncino cinese. Le ombre. Le ombre hanno un colore di vino rovesciato sulle pietre, rosso-sporco. La fine di agosto è molto calda, tutte le finestre sono aperte, l’immenso cortile multi etnico prorompe in gridi infantili e animaleschi. Il Giardino di Vico Indoratori ha una luce opaca, smorta e intensa. Dov’è l’erba? I trolley arrancano, enormi o piccolissimi, trainati col rumore di uno scalpiccio di plastica.
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Ho immaginato i trolley presi di mira, bucherellati dalle fucilate di cecchini appostati in cima ai palazzi Doria. Mira precisa e scariche fitte tanto da staccare le mani dalle maniglie. In pieno giorno. Sotto i gradini di Piazza San Matteo, del ristorante Piazza San Matteo, avviati verso Via Davide Chiossone. Spari fitti e silenziosi a conficcarsi e a restare nella materia: plastica o carne sotto l’indifferenza dei masticatori, dei camerieri che accennano una mossetta indispettita senza lasciare il vassoio. Qualche risata isterica pensando a una simulazione, a una scena cinematografica. I trolley rotolano, benché bersagliati, sobbalzano e proseguono trainati, strascicati verso una destinazione dove devono arrivare in tempo nonostante tutto. I cecchini, adesso, mirano ai camerieri o meglio ai vassoi. Saltano i bicchieri, saltellano i camerieri. Una vineria all’angolo con Salita San Matteo, prende le cose sul serio e abbassa le saracinesche. Ora i cecchini, fior di professionisti, mirano solo ai polsi. Si abbattono i trolley, una bambina applaude. Chi ha paura dei cecchini di fine agosto? È una simulazione, tutti sono coinvolti, tutti hanno recitato. È l’ultimo spettacolo del Teatro Carnage, un tempo Garage, allestito per i turisti di fine estate.
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Oggi, verso le 14.00, venerdì 26 agosto 2022, Vico delle Pietre Preziose era disseminato di feci canine.
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Oggi, verso le 14.10, Vico delle Pietre Preziose era disseminato di feci canine.
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Oggi, domenica 28 agosto 2022, Vico delle Pietre Preziose è pieno di merda di cane.
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Le righe sul foglio sono storte come le strade della città di C. Però non s’intrecciano, non fanno nastri, ottovolanti, giravolte. Sono allineate verso il basso perché una scansione è venuta male. Non precipitano, s’inclinano verso. Se calasse una mano sul foglio e lo contraesse, si avrebbe un abbozzo di cartina della città vecchia.
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Oggi, 29 agosto 2022, alle ore 12.30, Via dei Conservatori del Mare è piena di merda, due sono accrocchiati su luridi gradini, fumano erba, nuvole di fumo su cui batte un taglio di luce, la pietra è zuppa di piscio. Vico Morando mette a dura prova le narici. Qualche zaffata di ammoniaca. E i fanatici del pesto, a ridosso del solito muro inclinato, come incollati con la faccia al muro… e il rigagnolo di acqua insaponata a pochi metri… it’s a nightmare… i’m happy not to live here…
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“È faticoso camminare su una gamba sola benché lei si aiuti con una stampella. Arrivare in cima al colle, con questo caldo umido, è segno di forza, ostinazione. Lei prima era in Via San Lorenzo, chiedeva l’elemosina. Qui c’è poca gente, rimedierà ben poco.” Questa è la voce che un mio sogno ospita. Non si rivolge a me ma a un ragazzo privo di una gamba. Sui due lati di Via San Lorenzo lumini, aromi di kebab, arpe, per l’ascesa al colle del mutilato – ex calciatore vuole la leggenda. Un’ascesa senza nulla di sacro che non sia la parodia del sacro. “Non giri in questa piazza, torni a Caricamento, lo dico per lei. Qui viene poca gente. Forse voleva un posto con poche persone e una simulazione di spazio. Senta il soffio del salino, la ruggine dei cantieri. Il canto delle gru, il grido dei gabbiani. Oggi la luce è opaca, è fastidiosa. Torni al porto.”
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“Lei ha passato anni a inquadrare sudiciume e lo ha ritenuto un’anomalia; poi ha scoperto che è costitutivo della città di C. È il suo telaio. Che sia urbanistico o morale, non cambia. Il sudiciume è la materia su cui si specula, il sudiciume accoppiato al caos è il titolo più quotato. Le pareti al limite del crollo sono fonte di speculazione. Il cantiere non si ferma. Il degrado è fonte di reddito, il suo argine anche. Per degrado s’intende anche il rodeo del cibo di strada (Street Food Fest) in Piazza delle Feste con lunga fila di bidoni della spazzatura. È cultura. Cow Boy e Padania. Guardi l’insegna tipo ranch. Guardi i maxi schermi, guardi i piloni della sopraelevata, ora sono colorati, legga gli slogan egualitari. Attivi al massimo del volume il suo vivavoce, filmi gli schermi, mandi il video agli amici, lo faccia prima degli altri, li bruci sul tempo, lasci un commento, dia un voto, si senta giudice anche lei per qualche minuto, accusi, difenda, respinga, rimandi, si senta in alto, punti il dito dietro un banco.
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Aveva un viso malinconico. Una guancia era consumata come per attrito prolungato – decenni – contro tempeste di salino. Sembrava aver visto tante cose e niente. Aveva lo sguardo fisso al vuoto eppure attento a quel che accadeva in pochi metri. Era triste perché lontano dal mare aperto, dagli oceani e dai porti. Così sembrava. Sembrava in continua lotta fra una sponda stabile e una vastità ondeggiante. Un piede dentro un liquido salmastro, l’altro ben piantato sulle pietre di un molo. Guardava gli alberi del giardino, tutti gli alberi, come alberature senza vele. Sentiva l’impatto – spaventoso – dei marosi seduto su una sedia dentro una piccola stanza in una casa da cui neppure si vedeva il mare. Aveva la testa piena di ondate. Le ossa del cranio erano il telaio di un vascello e vibravano. Era contento e insieme triste. Non cercava di vedere lontano con strumenti ottici, chiudeva gli occhi. Allora, la costa del Cile, interminabile e frastagliata, bianca di tonnellate di guano, bianco sul bianco della spuma delle onde, appariva avvicinandosi rapida, sempre più vicina, abbagliante, sempre più pericolosa. Che magnifico tumulto! pensava stringendo i braccioli di paglia della sedia e sorridendo. Che chiasso meraviglioso! E gli urli dei gabbiani! Neppure una voce umana e neppure una nave! Che progresso!
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Quando la tempesta è finita mi scrollo le gocce dal cappotto, ne osservo una, tenace, poi scrollo anche quella. Resto fermo davanti alla saracinesca di Müller, sento ancora dei boati: c’è una svolta pericolosa. Meglio far sporgere le mani per sentire la velocità del vento. Dopo mesi di siccità ecco una pioggia furente, ininterrotta. La vasca ha traboccato, un’ondata gigantesca ha colpito Palazzo Ducale allagandone l’interno.
La goccia fa da specchio distorto alle rovine. Una calma inaspettata, quasi un torpore, invincibile. Non ci sono mezzi di soccorso. Si deposita una strana polvere viola e si rapprende.
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Si può iniziare da una via qualsiasi, una svolta o insegna o cavo penzolante o tubo di gomma o magnifico portale imbrattato. Oggi piove. I palazzi inzuppati sono scatole di cartone.
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Anche oggi abbiamo caldo umido, poco vento, velature sulle facce, sul cielo. In piazza Caricamento si contano tre piccioni sventrati, centinaia di pietre sconnesse, due tricicli per i turisti. La campana della giostra rintocca, la sopraelevata sgocciola. Dietro i vetri non c’è nessuno; è la gabbia delle informazioni turistiche. Un graffio sulla pavimentazione, lunghissimo.
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“Stanotte lei ha sognato una fuga in treno o in pullman. Era male organizzata. La cabina del conducente era piena di persone, lei non poteva appoggiare i piedi sui pedali. All’esterno, un sistema di cinghie a slitta per dare la prima spinta al mezzo, non aveva funzionato. Allora qualcuno ha tagliato le cinghie e il mezzo ha dato uno scossone o due ma è rimasto dov’era. Nella cabina ridevano tutti, giocavano come fossero seduti su un grande divano. Lei voleva fuggire dalla città di C. e ha fatto questo sogno tante volte e ogni volta è stato un fallimento: mancava qualcosa, o c’era troppo di qualcosa, o i manovratori di cinghie o i costruttori di binari erano inetti. Spesso questi sogni di fuga terminavano in maniera drammatica o pagliaccesca. Quando pensava di avercela fatta, spuntavano cecchini da torri di guardia mimetizzate fra alberi e case. Le sparavano addosso, l’epilogo era un risveglio agitato. Altre volte tutto finiva in una specie di festa idiota. La fuga era dimenticata in fretta: con una rapidità angosciosa, l’ennesimo fallimento veniva archiviato. Intorno si ritrovava gente che sghignazzava, ballava e beveva.”
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L’autobus rosso a due piani si scoloriva. Sotto la vernice appariva il grigio. Qualche cappello era già volato via. L’autobus, da una decina di minuti, percorreva lo stesso semicerchio, trasportava turisti. Al decimo giro le scaglie di vernice rossa coprivano la strada. Dall’esterno nessuno notava lo strano fenomeno. All’interno qualcuno si sentiva sballottato ma rideva e scattava foto alla fontana, a Palazzo Ducale, a Garibaldi. Qualche urlo in inglese, una donna che tratteneva i figli, un uomo che si sporgeva, forse troppo. Era una giornata magnifica: cielo blu, temperatura mite, qualche nuvola bianchissima e soffice contro cui si stagliava l’angelo mutilato, oggetto d’innumerevoli scatti e video. Sembrava un gioco quel vai e vieni semicircolare dell’autobus: non troppo rapido, non troppo lento, giusto perché i turisti godessero della visita alla città di C., alla sua piazza più nota. Nel vascone erano finite scaglie di vernice e qualche cappello. L’acqua era quasi rossa, di un rosso metallico. L’autobus, quasi slavato, grigio come un’autoblinda, andava avanti e indietro nel suo semicerchio.
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“Non si avvicini, cambi vicolo. Questo è il mio vicolo, lo coloro e lo addobbo da anni. Avrà ben visto in tutta la città di C. il mio arredo urbano. Metto anche rami di palma. Sono grandi e secchi. Non li calpesti, scricchiolano forte, troppo forte, possono attirare l’attenzione, qualcuno chiederebbe di toglierli. So che mi invidiano. Eppure faccio il bene di tutti, diffondo il Bene, incido i tronchi, scrivo dappertutto, dispongo fiori e ortaggi per il bene di tutti, per la salvezza di tutti perché siete tutti deviati, avete bisogno di fiori, di mediatori con l’Altissimo che non parla con il primo venuto. Sì, io porto la sua parola, la Verità, sono la stagione della semina e della raccolta. Fra le due intanto imbratto i muri, le fontane, le porte, gli sportelli, i vicoli, quello che trovo e che mi prendo, nessuno mi disturba; soltanto uno un giorno ha provato e gli ho sputato in faccia. Non aveva capito niente, non aveva visto l’aureola di fiori che circonda il mio cappello, la mia aura sacerdotale, il mio incedere. In ogni caso, lei cambi vicolo, si dimentichi delle ghirlande e delle palme, delle carote e delle mele: marciranno fra pochi giorni ma nessuno oserà levarle.”
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Non era la prima volta che mi chiedeva di stringergli la mano. Ripeteva: “Mettiamoci una pietra sopra, è passato tanto tempo, adesso non ha più senso.” Per l’occasione aveva curato le mani: unghie perfette, mano idratata, gesto sicuro, affidabile, braccio teso con autentica energia. Lo conoscevo da anni: di solito quando mentiva gli apparivano delle chiazze rosse sulla fronte. Adesso la fronte restava bianca. Eppure sentivo come se esercitasse un controllo, uno sforzo come quando uno trattiene un bisogno urgente. Forse sbagliavo. Forse era il luogo, dove la luce filtrava attraverso vetrate a colori, come nelle chiese, o un rumore di applausi che veniva chissà da dove, e la sua fronte che spiavo, e che non era arrossata, ma lucida per il caldo e il sudore. Mi chiedevo perché avesse le unghie così curate; non le aveva mai avute troppo pulite. E perché un lieve tremito all’angolo delle labbra. Non era il caso. Uno scroscio di applausi ripetuti, un palcoscenico e una luce da confessionale. Immaginavo tutto questo mentre fissavo la sua mano tesa e piccola all’estremità di un braccio lievemente corto. Le sterlizie erano ormai senza fiori, la scarpa era sempre appesa allo stesso cavo. Era aumentato il numero dei bidoni. Quel braccio teso quanto avrebbe resistito? E la fronte, quando si sarebbe arrossata? Immaginavo il braccio e la mano trasformati nell’impugnatura e nella canna di una pistola. La fronte restava bianca. Il braccio teso. Lo sguardo fisso con lievi oscillazioni. Dal sottopasso il fruscio di piccioni in gabbia o un gruppo di spazzini in azione con le scope di saggina. Avevo molti dubbi su tutto: il luogo, quella luce, il braccio un po’ corto che era il suo, senza dubbio, era vero. Le sterlizie senza fiore rispettavano il ciclo stagionale. La polvere e le piume uscite dal sottopasso formavano una piccola nuvola risucchiata verso il basso, verso Vico della Casana. Non era la sua zona. Era strano avermi fissato un appuntamento proprio lì. Erano le 14.30 al mio orologio. Le 15.00 al suo. Gli elicotteri avevano cominciato a ronzare dal mattino presto. Gli altoparlanti davano le previsioni del tempo ogni 30 minuti. Sulla fronte gli si era formata una ruga piccola. La fossetta sul mento, tipica, si dice, degli uomini cattivi, era più infossata. L’insegna a spirale del barbiere girava e girava accanto ai cancelli del sottopasso chiuso da anni. Il gallo di ferro era immobile. “Ma non ti pesa quella mano?” dissi d’un tratto, non potendo più resistere. “Puoi farla riposare. Distendi il braccio e asciuga quell’inizio di sudore sulla fronte. Non è il caso. Fai troppa fatica. L’intenzione non è male, ma forse l’allenamento è poco. Spegni i falsi applausi. Spalmati un po’ di crema sulle mani piccole e sudaticce.”
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La scala si attorceva a un’altra scala e a sua volta quest’ultima s’innestava in un muro. Il muro era liscio, senza finestre, grondaie, o sporgenze. Tornai indietro. Vidi il grigio delle saracinesche diventare rosso ruggine: il sole era al tramonto. Conoscevo la zona ma non bene. I due tornanti sotto piazza del Carmine e l’ex mercato, alcune stradette di mattoni con nomi curiosi: Piazza della Giuggiola, Vico del Cioccolatte, e una lunga via che saliva all’Albergo dei Poveri ai cui fianchi spiovevano muraglioni sovrastati da pagode e statue. Non ricordavo un marciapiede così stretto e alto, così stretto da permettere il passaggio a una sola persona per volta. In quel momento lo impegnava un uomo con le stampelle. Attraversai la strada. Una ragazza trascinava al guinzaglio un vecchio cocker. Le imposte crollate erano ormai decine, i vetri spaccati, centinaia. Dall’ex mercato, attraverso un enorme pannello, un soffio di aria caldissima investiva persone e cose. Ricordavo un cartello con la foto di un gatto smarrito e una panchina storta. L’odore di feci secche scaldate dal sole era pungente. C’era un manifesto enorme con la faccia di un politico a cui avevano bruciato gli occhi. Il mese successivo la città sarebbe andata alle urne. Quanto a me, mi chiedevo se il vecchio ristorante cinese fosse ancora aperto: avevo fame e mi trovavo ancora alla base delle scale da cui ero sceso o perlomeno erano scale identiche. Le osservavo: lo stesso sviluppo, lo stesso sbocco dentro un muro liscio senza appigli. Lo stesso materiale. Ma certi angoli non erano gli stessi.
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“La prima scena è buona: sembra proprio la città che non è. Nella post produzione il trompe l’oeil digitale completerà l’opera, stamperà un falso memorabile. Toglieremo e aggiungeremo. Cambieremo i colori, il contrasto, la luminosità. Saranno privilegiate le riprese aeree. Dall’alto questa è una città affascinante come il condominio della Barbie. Toglieremo molta gente in certi punti, ne aggiungeremo altra in zone semivuote, come Sarzano e dintorni. Avremo cura di epurare dal paesaggio urbano il Centro dei Liguri, i Giardini di Plastica… ehi! levatemi subito quei tossici, quei cani enormi che stanno cagando, quel tizio che infila bustine nei muri. Mi raccomando. Ritoccate gli affreschi del Ducale e di San Giorgio, devono essere perfetti. Saturate i colori, devono essere plastificati, delle caramelle, un tributo al pop. Nessun suono in presa diretta… sostituite tutto con un bel frangente continuo, qualche applauso, musica idiota… Non fate capire del tutto se quel borgo è Boccadasse o una scogliera nei dintorni della Foce. E la sopraelevata… sempre dall’alto, mi raccomando! Aggiungete qualche palma. Cambiate la direzione delle ombre. Quel gruppo di ubriachi sui muretti… sì quelli che stanno dai cancelli del porto… levateli. Allargate Via al Ponte Reale… e già che ci siete, sbiancate qualche nero… sto scherzando… Ah! levate tutti i mezzi dell’AMIU. Anche questi, solo ripresi dall’alto. A volo di uccello. Come i paesaggi senesi. Togliete le gabbie, le trincee, i reticolati dei ponteggi della cattedrale. Così com’è è orrenda. Sembra un’enorme scatola di truciolato con maxischermo. L’ingresso centrale è un tunnel buio. Che disastro! Mi sa che avremo da lavorare parecchio con dettagli e immagini di repertorio. Ricordatevi di sbiancare alla candeggina statue e portali. Il modello è il recente restauro del Barchile. Voglio una città coloratissima con bianchi squillanti e neri profondi. Ah, nelle riprese a mano, per i vicoli, levate alcune figure da Via Orefici, una soprattutto, ha la voce da castrato, acutissima, sembra raggrinzito come un vecchio piccione e porta molti foulard etnici. Fate vedere come sarà Ponte Parodi ma con un pizzico di democrazia, tipo Il Ponte restituito ai genovesi. Quindi, mischiate imbarcazioni e gente di ogni colore… uguaglianza uguaglianza… mi raccomando!”
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Ero stanco di vedere una riga dopo l’altra, ciascuna spaziata allo stesso modo, ciascuna col margine esatto a destra, col margine esatto a sinistra. Centinaia di pagine tutte uguali, tutte ordinate, tutte simmetriche. L’interno come l’esterno a rettangolo replicato centinaia di volte: fronte e retro. Era compatto, certo. Era pratico, certo. Forse un refuso avrebbe dato un po’ di vivacità a quel blocco; una macchiolina, un peletto, una consonante al posto di una vocale… Il rettangolo stampato giaceva sul letto, inerte. Ogni tanto gli davo dei colpetti timidi col dito: lo picchiettavo sul dorso, lo spostavo di pochi centimetri. Verso il bordo del letto. Fingevo di guardare la copertina e di riflettere. Mi giravo verso il comodino con una scusa: prendere un fazzoletto, guardare la temperatura. Intanto, colpetto dopo colpetto, il rettangolo stampato scivolava verso il limite. Gesù che noia! Sì è un oggetto perfetto. Ha un bel fruscio, sembra un ventaglio, o vento tra le foglie. E si lascerebbe anche capovolgere e incurvare a barchetta! Benché spigoloso sa essere docile. Intanto lo trattengo per una pagina e lo sospendo sul vuoto, lo scrollo un pochettino… è ben legato. Non cede. Però adesso ha una grinza che gli attraversa il dorso verticalmente e una piega dove lo tengo fra indice e pollice. Lo scrollo ancora un po’. Lo guardo di sbieco e scrollo forte. Fa un rumore strano, come un animale impagliato appeso a una zampa. Fingo di essere sbadato e il libro colpisce il bordo in legno del letto. Ora ha uno spigolo ammaccato e ha perso qualche filo, qualche corpuscolo di carta. Si avverte un minimo segnale di apertura, qualche piega, uno slittamento del piatto inferiore.
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Ho sognato di essere inseguito e mi sono svegliato. Sentivo che il sogno non era finito. Dopo pochi minuti ho ripreso a dormire e a essere inseguito. Forse avrei saputo perché qualcuno mi inseguiva. Correvo da quanto? Ero trafelato ma stranamente non stanco. Neppure tanto sudato e neppure preoccupato più di tanto. Forse più curioso di sapere perché qualcuno mi inseguiva. Alle spalle, uno gridava: “Hai fatto una cosa che non dovevi fare ma non te ne sei accorto. E non ricordi quando, né dove. Per questo ti inseguo incaricato da altri che hai danneggiato con la tua sciagurata distrazione. Hai danneggiato anche me, ma non in modo grave.” Allora cercavo di ricordare e continuavo a correre mentre la notte già finiva ma senza alba, e con un salto, eccoci in pieno giorno. Il sole era forte, il cielo senza nuvole. C’era caldo. Chi mi inseguiva ripeteva che avevo fatto qualcosa che non dovevo e lo ripeteva in tante lingue diverse – alcune mai sentite. Ma che cosa avevo fatto? Sui lati della strada c’era qualche passante ma sembrava non badare né all’inseguitore né all’inseguito. Solo una donna di bassa statura mi aveva sorriso e un altro aveva applaudito e incitato. E di nuovo, questa volta saltando il tramonto, era scesa la notte. Il terreno era per lo più piatto e il percorso diritto. Una bella luna illuminava la scena. Dietro i bordi della strada salivano cani che giravano per i fatti loro. L’inseguitore sembrava più vicino e ripeteva la stessa litania da quando era iniziato l’inseguimento. Era strano, eppure non mi ero mai voltato a guardarlo. Dalla voce doveva avere circa quarant’anni.
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“Per adesso non ci puntano la pistola alla tempia e allora forse vale la pena vivere”. Pensavo guardando la monotonia del paesaggio rachitico. Ero dietro ai vetri della finestra. Come tutti i giorni, scostando uno straccio, guardavo il passaggio detto delle bestie: carovane con la soma stracarica di rifiuti, relitti, pezzi, frammenti lungo il crinale basso di un monte spoglio, carovane che sarebbero sparite allungandosi in un gioco di prospettiva assurdo, tutte ridotte a miniature sghembe, inghiottite dentro i chilometri scuri dei tunnel sotto il Parco dell’Acquasola, sperando di ricavare un buco nella terra per dormire. Sopra, la plastica dei giochi si era fusa e amalgamata alla ghiaia, la ghiaia al terreno. Sopra i platani rachitici volavano rapaci quasi bianchi. Le panchine erano sprofondate da anni. I busti dei poeti Bacigalupo e Piaggio sembravano esplosi dopo essersi gonfiati fino a un limite massimo. Sul selciato, la testa di Bacigalupo sembrava una gigantesca anguria di marmo spappolata, le guance di Piaggio erano sparpagliate in schegge fino ai cancelli del parco. I cancelli sprofondavano giorno per giorno. “Vale la pena vivere, sì. Questo grigio, quest’aria polverosa, la carovana delle bestie, i giochi disciolti in pozze colorate e rapprese, il grado di rachitismo dei platani, chi lo vedrà ancora?”
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Dopo quattro film e due libri, tutti iniziati e poi saltando da un fotogramma all’altro, da una pagina all’altra, ho chiuso gli occhi alzando una piccola montagna col cuscino e un lenzuolo per ripararmi dall’aria dei ventilatori. Durante il Covid avevo steso un mezzero come una vela fra il letto e la camera per non vedere più il brutto giallo degli armadi. Era azzurro-verde, lasciava filtrare una luce da chiesa e mi dava un senso di conforto, di riparo. Sulla parete di sinistra l’umidità aveva gonfiato figure: un guerriero, una medusa, un profilo e altre forme sul punto di sfarinarsi. Da un paio d’anni non esistono più, le ho raspate e ho dato lo stucco. La piccola finestra zigrinata inquadra la luna che da ieri cala. Quando scendo per andare in bagno la ritrovo riflessa da uno specchio lungo, rettangolare, appeso nell’antibagno. È molto luminosa nel cielo limpido. Da mesi non passano gabbiani. Al mattino presto sento i piccioni.
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“Ci pensi bene prima di staccare la testa al cane, ci pensi bene.” Era troppo tardi. Dopo un istante partì un sibilo. La testa staccata e inclinata contro un muro, continuò ancora ad abbaiare per pochi secondi. Il corpo non lo guardava nessuno, tutti fissavano la testa. Uno diceva: “Non pensavo che continuasse ad abbaiare… anche da morto è riuscito a essere fastidioso!” Il padrone guardava il guinzaglio e si passava una mano sulla bocca piena di saliva. Guardava l’estremità del guinzaglio a cui non era appeso niente. “Potrebbe tenerlo come trofeo, o come ricordo. Imbalsamata, la testa prende un aspetto sacro. Avrebbe una dignità che non ha mai avuto, un trofeo da mostrare agli amici invece di un cane stupido e molesto.” Cominciava a piovere. “Meglio così, disse uno spazzino, il sangue andrà via facilmente. E lei, vuole tenerla la testa o no? Se non vuole la tiriamo su e ci pensiamo noi.” Il padrone adesso sfregava tutto l’avambraccio sulla bocca e la manica era inzuppata di saliva. Non diceva niente, fissava con ottusità il guinzaglio a cui non era attaccato nessun collo. A un certo punto disse: “Lo avevo anche pagato parecchio, guinzaglio e collare e cane. Ora che ne faccio? Non posso sostenere le spese di imbalsamazione. Farò una foto alla testa, in effetti adesso merita, ha qualcosa di importante. E poi non capita tutti i giorni. Si rivolse allo spazzino e gli disse: “Mi dia il tempo di fotografarlo, poi lo porti pure via. Ah! se vuole faccio uno scatto anche a lei col trofeo.” Pioveva più forte, il sangue era già lavato, lo spazzino faceva il suo dovere, quelli che si erano fermati imprecavano contro il maltempo e il padrone scattava raffiche di foto.
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“Da un punto qualsiasi, può iniziare da un punto qualsiasi. Se crede possiamo anche stare in silenzio.” Sul tavolino c’era un libro, e il tavolino era polveroso. Un odore di ammoniaca penetrava nella stanza le cui pareti erano rivestite da una squallida tappezzeria. La poltrona era comoda. La luce soffusa proveniva da una finestra alta coperta da tende bianche. Il pavimento era di graniglia. Da un punto qualsiasi, aveva detto. Ma se poi i punti si accavallano? E diventano un nodo? Ciascun punto sembra più importante e pretenzioso dell’altro e non cede il passo. Le due uova deposte da un piccione sul mio davanzale hanno la precedenza sulla revoca di un amministratore? Oggi ho imboccato una strada sbagliata e mi sono vergognato, precede o segue, ieri ho appeso un quadro, un dipinto a olio che raffigura un bosco intricato? “L’odore di ammoniaca da dove proviene?” chiesi di colpo. Sembrò sorpreso, si lisciò i radi baffetti, sporse le labbra ma non disse nulla. Sorrideva. Aveva accavallato le gambe. Mi fissava. Dall’esterno arrivava il rumore del traffico e voci mischiate al rumore del traffico. Nessun suono distinto. Nessun piano, nessuna prospettiva sonora. Il punto importante, per adesso, era l’odore di ammoniaca. Dopo, avrei chiesto che cosa ne pensava della tappezzeria. Si comincia da un punto qualsiasi e non si sa dove si arriva. Il libro sul tavolo m’incuriosiva ma la polvere mi sembrava più interessante. Era qualcosa che si legava alla mia vita, alle strade che percorrevo tutti i giorni, a certi sogni. “La polvere…” dissi con un filo di voce. “Forse si può iniziare dalla polvere… e poi dalle scarpe, le mie. Vede? Sono coperte di polvere. Sono belle scarpe coperte di polvere.”
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Né sogno, né allucinazione e neppure immaginare. La parete ricorda altre pareti e già c’è un cambio di passo, un inciampo e poi un’improvvisa accelerazione. L’erba è quella alta, o meglio, erano felci ondulate e schiacciate dal passaggio dei cinghiali. E qui entra sulla scena un terreno recintato, oscuro che spariva dentro il bosco. Era vasto e incolto, senza costruzioni evidenti. C’è uno slittamento di una parete e dietro un cane che abbaia e corre dentro la proprietà. Il paesaggio è dominato da un odore forte di fieno appena tagliato. Le more sono secche, avvizzite. Le stagioni non coincidono, forse nella fretta di ricordare e di scrivere l’autunno è arrivato in anticipo, forse quel tornante pieno di polvere e fango era già asfaltato. Quando, pochi chilometri più avanti, crollò la strada, il paese restò inaccessibile dal lato nord. Una voragine di venti metri, nessuna vittima. Mi chiede di essere più preciso, soprattutto nei nomi. Non è facile. La chiesa non era crollata. Per trovare l’acqua, in piena estate, seguivamo le cantabrune. Di notte accendevamo un grande fuoco sulla piazza. Una notte due si presero a pugni. Sì, ma dove accadeva? Si ricorda? Ho bisogno di tracciare una mappa e poi di collocare lei all’interno e seguirla nei suoi spostamenti. Capisco… ma non è facile. C’era un muretto dove scambiavamo i fumetti. Forse si può già abbozzare una mappa. Abbiamo un cane, le felci, una strada crollata, le more secche, i fumetti… e un lato: il nord. E c’è la piazza col grande fuoco. Quando si sposta un’altra parete vedo i cervi volanti librarsi alti sulle fiamme, quasi divinità. Li ammiravamo ma alcuni fra i più crudeli li abbattevano a bastonate. Il piccolo cimitero era di terra battuta, ai margini del bosco, poco fuori del paese. Accanto c’era un fienile. Il cognome più diffuso, fra i morti, non lo ricordo. La casa aveva tre piani. Al secondo c’era il forno. Sulle mensole alcuni vasi di vetro erano pieni di cicche. C’erano due o tre vecchie automobili e una cancellata. Un noce. Lei vuole davvero i nomi e vuole davvero disegnare una mappa dove mettermi dentro per seguire i miei spostamenti? Sì, la prego, faccia uno sforzo per ricordare, è importante. Quando è sceso il buio eravamo in due, con le biciclette, ormai parecchio lontani dal paese. Eravamo sfiniti. All’andata era tutta discesa. Ecco, adesso ha un vettore, anzi due, e anche il mezzo. Ed è un ritorno. Eravamo inzuppati di sudore. Perché nella sua cartina non mette l’altro? Più o meno avevamo la stessa età, andavamo negli stessi posti.
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Fra uno che sputa a lunga gittata, catarro denso, ben preparato da colpi di tosse sibilanti, e un suonatore di bongos amplificati, e una donna alta, dal trucco pesante che accenna goffamente una figura di tango, attraversare i pochi metri di Piazza Banchi è un’impresa. Ci sono anche i turisti, una ventina, forse selezionati in base a forma e peso. Sembrano grandi uova, camminano oscillando le braccia, tengono le mani a paletta. Hanno i capelli rasati alle tempie, indossano tute, i polpacci esibiscono tatuaggi. L’ora è calda-umida. Uno, sciancato, trascina al guinzaglio due cani. I piccioni lottano per un pezzo di focaccia. Innumerevoli le rimostranze urlate e gesticolate al cellulare. Una donna puzza di borotalco. Sospetto che una nube così densa abbia lo scopo di coprire. Allora, come stai? dice uno. L’altro: dietro quell’angolo ho visto tre grandi cassette di plastica, raccordate a tubi, gli sportelli aperti, i cavi penzolanti. Da un muro si staccano calcinacci, la puzza di piscio è insopportabile. Vedi i gradini che scendono verso Sottoripa? La fossa, sì. Sono arrivati i coloni, hanno conquistato tre ristoranti. Stupisce la verticalità pericolosa dell’accesso. Sui gradini di fronte le sentinelle battono le mani. Dunque, non va male. Mi sembra che inizieranno a pulire la statua. Quel profilo aquilino, nobile, tornerà di bronzo mentre adesso è bianco di sterco di gabbiani. In questa piazza serve un simbolo d’integrità, moralmente e in effigie, non si può accettare una statua ricoperta di sterco. Cosa penseranno le altre etnie? Detto questo si allontana ruttando. Mi volto verso i miei piedi. Mi accorgo che considerano la direzione e l’andatura. Sento che riflettono. Sento che sono in conflitto. Quale direzione? Perché? Da quella parte la luce è opaca. Dall’altra le grandi vetrine di un negozio in affitto sono sporche. Sui lati, in alto, facce di scimmia. Il selciato è concavo, si slitta verso i bordi.
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Stanotte, di colpo, ho deciso di svuotare il cestino della carta. Se ne è andato almeno un mese di carte e appunti, perlopiù inutili e già vecchi. Ho cestinato prove, abbozzi, ricevute, scontrini lunghi come un cartiglio. Qualche filo, una mascherina – non è tutta carta. Ma è tutta compressa a palla. E se la svolgessi? Solo per sentire il rumore, quel crepitio da incendio di rami secchi. Sono appunti incagliati in un delta asciutto, la sabbia è indurita, le piogge non scendono. La siccità screpola l’inchiostro. L’acqua sparisce dalla superficie e affonda sotto metri di terra. Ci vorrebbero pozzi. La carta gorgoglia.
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La carta, gli anni, il cestino… la memoria…, un tempo sincopato… siamo zoppi, abbiamo ricordi pieni di ostacoli, e li abbiamo chiusi dentro una sfera, li abbiamo accartocciati. Vogliamo svolgere l’involucro? Ma ne varrebbe la pena? Per il rumore della carta, sì. Ha un crepitio unico, sembra sbocciare, con fracasso, un fiore violento, aguzzo. Il contenuto, spesso, è una delusione, ma è il suo senso a deludere, e noi deludiamo noi stessi perché non sappiano più sfigurare. Ma il grigio pieno di pieghe, gli angoli schiacciati, la carta che è diventata sfera sfrangiata, quanto ci assomigliano! Sono questi gli anni? Il cestino è di metallo, a griglie. Il suo cilindro ha un bell’effetto tridimensionale. Carta bianca e un foglio azzurro, ben compressi come le automobili dallo sfascia carrozze. Se non viene svuotato e rimesso in agitazione è solo un oggetto: bisogna ridargli la parola grigia, il tempo dell’abbandono e dello scarto. L’inizio di qualcosa che fermenti ancora una volta.
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Bene. Siamo arrivati in Piazza De Ferrari. Scrosciano le fontanelle. Una volta, intorno al vascone, era un vortice di traffico. Via San Lorenzo non era pedonale, tutto l’opposto. Ora è pedonale, ciclabile, vi transitano i mezzi della nettezza, le auto della polizia, della finanza, dei vigili, il trenino dei turisti, il risciò per i turisti, e di mattina tutti i mezzi per carico e scarico merci. Le piste ciclabili sono strisce di vernice rossa. Ci sono frecce gialle di cui non si capisce la funzione. È una strada importante. L’arredo urbano è bello quanto funzionale: cubi da pic-nic, da appoggio. Qualcuno si accovaccia, tiene le caviglie strette intorno alle mani, sembra teso per un salto, un agguato. “Scusi posso chiederle una gentilezza?” Sì, dipende dalla gentilezza. “Mio figlio ha perso una scarpa, è rossa, di stoffa, una scarpa fuori stagione. Vede? È quel bambino laggiù, col calzino bianco un po’ sporco, quello seduto sul cubo. Dondola il piede senza scarpa e canta a bassa voce, un mormorio, sembra una preghiera. Forse prega per la scarpa. Intanto, vede, sfrega con la mano l’altra come se quel gesto richiamasse la scarpa persa. Ora agita una stringa. Ci ha visti! Guardi, saluta con la stringa.”
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È come un rumore di risacca che trasporta ciottoli ma è formato da voci. È continuo, ha un fragore sommesso che si alza al clamore. Di quando in quando un battito di mani, un coro, un urlo. Giocano? C’è una lite? Fanno giocare un cane, forse. O un bambino. Ma i suoni sono gutturali, sconnessi. Il tono è di qualcuno che si lamenta. Il tono elettronico di un vivavoce aggiunge uno stridore metallico. Sul fondo di Vico Morandi una pila alta un paio di metri: sono scatole di cartone. I negozi hanno chiuso da un paio d’ore. Dietro la lunga tendina ricamata e bianca di Via dei Conservatori una figura grassa, rosea. La serata è limpida, l’aria fresca.
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Dietro la parete a est un rumore di stoffa strappata. In certi punti i muri sono così sottili che si sente anche un fruscio. Capita anche di sentire sangue prima che la ferita si apra, un pianto prima che qualcuno singhiozzi. La pelle è sbucciata, le nocche fanno male. Nessuna microfrattura. I colpi si sentivano. Ma in che giorno? Ieri? Uno aveva alzato la voce, poi una risposta. Poi una risata. Allora era tutto finito? Poi la televisione. Un gran fracasso. Insulti. Mi sono allontanato. Dietro la parete di fronte il verso dei piccioni, gutturale. Ogni tanto un ronzio, una macchina attivata. I trolley enormi, neri, passano in Via dei Macelli di Soziglia come feretri, piccole case tristi. La mobilità dei morti su rotelle, con gli oggetti d’obbligo per il passaggio, la perquisizione, i rilevamenti. “Può andare, lei è in regola. Più avanti esali.” Così si passa nei vicoli, da una soglia all’altra: esibendo le credenziali del morto o mezzo morto, è più facile varcare. Ci sono fumi dietro quella svolta, sono profumati. L’arredo floreale e ortofrutticolo, le palme secche come benvenuto, crepitano. Poi esplode un canto collettivo, condominiale. Applausi, tutti alle finestre, ai terrazzi. Solidarietà. Bravo. Un bravo dopo l’altro. La preghiera è offerta dalla Ditta Stantuffo & C. specializzata in orazioni e cancelli, aperture e chiusure, catene, reticolati, filo spinato, ordini. Seguite le luminarie, i consigli natalizi per tutto l’anno: guarda, torna, annusa, cerca. Fumo.
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“Lei ha accumulato quella polvere? I suoi sogni di che cosa l’avevano avvertita? Della fatica e della dedizione. Della direzione del vento. Li ha ascoltati? Il mucchio è compatto ma lo deve proteggere, non resisterebbe alla tramontana e neppure a una serie di calci. Perché prendere a calci un’offerta? Forse sembra un mucchio di polvere qualsiasi. Non ci sono nomi, non ci sono scritte. Edificato in quell’angolo anonimo, senza una luce particolare, resta inosservato. Facile sbatterci dentro senza volerlo. Magari s’inginocchi. Almeno quando passano gli spazzini faccia capire che è importante, una raccolta di resti, per esempio, oppure un segnale. Non dia spiegazioni esatte – del resto non le conosce neppure lei. S’inginocchi.”
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Dopo giorni senz’acqua, il vascone di Piazza de Ferrari, zampilla e risciacqua. Le sue bocche spalancate sono piene di liquido, quei mascheroni smascellati, spalancati, sparano acqua a cascata. Intorno, su tutto il perimetro di muretti, la gente siede, mangia, telefona, filma, scatta foto, lecca il gelato, si fotografa mentre filma, mangia, scatta foto, lecca il gelato. Gli schizzi d’acqua deviano a seconda del vento. Un uomo appoggiato a un bastone, un uomo pelato, vestito con una giacca di panno, siede e considera. “Le lettere rosse sembrano bistecche di plastica. Mancano dei pezzi. Come caratteri amputati.” Un velo di schiuma. Dietro qualcosa si muove.
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L’uomo appoggiato al bastone considera. “Cerco di rallentare ma è difficile quando tutti corrono spingendo chiunque dentro il loro cerchio. Una sarabanda, una ventilazione forzata, una corsa della polvere. Come non rimetterci gli occhi? Mi appoggio al mio bastone come fosse una boa. Gli spruzzi d’acqua sono più forti, ho la giacca bagnata. Ieri l’aria aveva il colore del cuoio, verso il crepuscolo. Com’era possibile? Ho la pupilla irritata. Il mio bastone lo sento più curvo e più debole. Quel gruppo si avvicina correndo, sembra che non guardino davanti, sembra che siano azionati senza possibilità di arresto, rallentamento o sterzata. Adesso l’aria è piena di gocce.”
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In libreria:
– Quando arriva?
– La prossima settimana, stia tranquillo.
– Non ho molto tempo.
– Solo cinque giorni, stia tranquillo, appena arriva le telefono.
– Non è per quello… ho 91 anni…
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La diffidenza verso le cose aumenta. Quello spigolo ben saldo da anni è impossibile che si muova, eppure sarà meglio che giri al largo e lo tenga d’occhio. Potrei anche misurarlo, non sarebbe eccessivo. Le tazze in quella vetrina sembrano molto più profonde di ieri, più larghe. Non sono le stesse forse, sono simili, l’esposizione è cambiata. Potrei entrare e chiedere, non sarebbe eccessivo.
Mentre cammino penso che sono tutte sciocchezze, e sorrido di me stesso. Il vento che s’imbuca in Salita allo Arcivescovato è tiepido e molto gradevole. Più avanti svolto in Vico Indoratori, quasi vuoto, a parte un decrepito barboncino bianco seduto a metà del vico, gli occhi raggrinziti e umidi. Tocco le tasche e sento la forma delle chiavi e di altri oggetti che al tatto non riconosco. Di solito, nelle tasche, ho sempre le stesse cose. C’è un oggetto che sembra appuntito a un’estremità. Continuo a camminare e guardo le tasche. Spunta un foglietto: sembra innocuo. Tuttavia lo tiro fuori, mi fermo e lo esamino. Uno scontrino. Addossati a un muro due parlottano, forse uno mi indica con un cenno della testa. Data l’ora e la stagione, in un punto di Via dei Conservatori del Mare c’è quasi buio e i lampioni non sono ancora accesi. Il pupazzo di un bambino strilla. Le volte affrescate di San Pietro in Banchi mi riconfortano. I colori mi riconfortano. Fra le sbarre di un tombino frammenti di vetro dall’aspetto tagliente.
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Bisognerà fare i conti con le parole, la sintassi, gli spostamenti improvvisi. Della memoria, dell’invenzione sulla memoria, della fotografia, della percezione. Gli occhi arrossati vedono in un certo modo. Sono fessure e le cose si stringono. La prospettiva, se il sistema nervoso è alterato, vedrà una strada come piegata dal vento, i tetti toccare terra, le dita perdere le unghie finte, gli occhi perdere le ciglia finte, la pelle tatuata staccarsi… tanti brandelli arrotolati sul selciato. Pergamene. Cartigli. Le distanze mentiranno. Con un passo, uno solo, da Piazza Raibetta si arriverà a Piazza San Lorenzo. Tutti i metri lasciati indietro si potranno mettere da parte nei periodi di carestia o mancanza di spazio. Questo scorcio resiste come un cartone dipinto inzuppato d’acqua. S’inclina e cede. È calpestato. Non sarà utile neppure come branda. All’aperto stanotte si vedono miriadi di stelle, sembrano chiodi bianchi. La panchina circolare è già occupata. I cefali sono squali in miniatura. Bisogna fare i conti con l’illuminazione, i riflessi, il dorso dei cefali, qualche rumore oltre la diga, il rombo costante del porto e della sopraelevata, la stanchezza… la stanchezza percepisce in che modo? Grandi quantità irremovibili? Troppi metri? Un lato moltiplicato per cento? Un cefalo salta.
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Quado un cefalo salta, quasi al buio, si percepisce un allungamento rapido color piombo fuori dall’acqua torbida. Si registra il fatto, lo si mette da parte e intorno si osservano decine di corpi simili. Appoggiati alla ringhiera si teme ciò che non si vede, dietro e più a fondo. Più a fondo meglio non indagare. Dietro sono fruscii, chiacchiere, suonerie. Il tono è concitato. Sotto Palazzo San Giorgio sono schierate una ventina di auto delle forze dell’ordine: carrozzeria smaltata, rilucente. Scendono personaggi in divisa come medaglieri ambulanti. Un altoparlante gracchia qualcosa. Luccica qualche sciabola, oscillano le nappe delle mostrine. Un vuoto incomprensibile prende campo, da tutti i lati.
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Le lampade, le prime che mi vengono in mente, hanno la luce gialla e il vetro sporco, quasi non fanno luce, solo attraverso le macchie pulite filtra qualcosa che si riverbera sul soffitto a volta. Poi ricordo il buio con bagliori rapidi a intervalli regolari e avevo le caviglie umide, la gola stretta da un’aria acre. Un bagliore aveva illuminato una porta. “L’ultima sala pornografica è stata chiusa, l’ingresso murato. Siamo in Via Chiabrera. Quando arriverà in fondo sentirà abbaiare, è il mio cane. Non abbia paura, non fa del male a nessuno. E io neppure. Quel lampione è davvero squallido, chissà da quanti anni non lo puliscono. Quel ruscello scuro è formato dalla condensa di alcuni condizionatori… sono diventati architetture come le antenne, le parabole. No, non sono belli. Uno ha coperto un capitello. Opprimono. Come le dicevo, l’ultima sala ha chiuso. Ora chiamerò il mio cane. Non si spaventi. Come le dicevo non fa del male a nessuno… vedrà… e hanno murato la porta, come le dicevo.”
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“Al civico ** un cartiglio medievale illeggibile. Le cose che contano sono illeggibili. O leggibili per poco. Val la pena scrivere sull’acqua e proteggere con la carta velina le parti più deboli, poi farne un cono da lampada. Filtra una luce calda. L’ambiente accoglie. Gli occhi si chiudono. Nessuna cosa ha un privilegio, si è distesa con le altre. Il sonno avrà un tono uniforme, ambrato.”
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I giardinetti scoscesi di Via Brignole De Ferrari sembrano spellati e polverosi. In Via Garibaldi, poco più avanti o poco più indietro, abbozzo un saluto e due parole. Ma quasi subito: “scusami, devo telefonare.” Salgo un po’ più avanti ma non molto, lungo una stradina mattonata; sul muro è dipinta una siringa lunga due metri con schizzo di sangue, alla base di un palo una ciotola per gatti e uno specchietto retrovisore di un’auto. Quando sbuco in Via *** un uomo altissimo con i piedi enormi, divaricati verso l’esterno, avanza come un pinguino gigante. Cambio marciapiede, guardo la frutta e i prezzi. Mi dicono che domani il temporale si auto genera, produce acqua in proprio. Sarà un fenomeno unico. Un altro dice che ha un conflitto politico per le imminenti elezioni. Lo si vede dalla faccia abbronzata e rilassata, dai mocassini a 300 euro, appena lucidati. Svolto in Passo della Lodola. Svolto da qualche parte.
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Da qualche parte vorranno ben darmi indicazioni, penso. Perché anche fra le strade già percorse ci si può smarrire. A volte si è molto distratti. Quel nespolo, le cui foglie al bordo cominciano a ingiallire, l’ho già visto carico di frutti beccati dai pappagalli. Ma la strada sottostante non la riconosco, né il palazzo. Una doppia scalinata di marmo si biforca, il marciapiede in quel punto è spaccato. Devo voltarmi e cercare molto in basso. In basso ricordo segni, erbacce, e una strada molto stretta che sbucava in una piazza. C’è troppa oscurità. Le saracinesche chiuse si susseguono, i cornicioni dei palazzi altissimi si toccano. “Non le sembrano corridoi interminabili, illuminati male? In fondo c’è sempre un chiarore, una fessura, ma più si avanza e più la luce arretra e si restringe. Forse è meglio guardare in alto oppure ascoltare.” Se ascolto sento un rumore di fondo senza variazioni, almeno in questo punto. Allora prendo una strada a caso.
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Ho riconosciuto la chiesa gialla, il mercato e anche la piazza. Ma i nomi non li ricordo. Appena ne ho uno sulla punta della lingua ecco che si sfarina, si scioglie. Ricordo certe lettere; ma non formano neppure una parte del nome. So che dietro il mercato c’è la piazza. Dalla piazza sale una strada e accanto una più stretta; ci sono molti contrafforti e un’edicola. Nessun odore particolare. Una curva sembra avvolgersi su sé stessa, ma dipende dal punto di vista. Almeno sono dieci i contenitori della spazzatura. Di fronte c’è la fermata dell’autobus. Molti cani senza guinzaglio, forse senza padrone, risalgono i viottoli.
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Perché in questo groviglio urbano non c’è una sola linea retta che misuri più di dieci centimetri; superato il decimale abbiamo ondulazioni, storture.
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Questa casa, dove sono successe tante cose, ha qualcosa di sfinito. Lo potete leggere sui muri rigonfi e sfarinati, sul pavimento che non è mai stato in piano, soprattutto sull’imposta sbilenca e scheggiata che resiste alla pioggia, al vento, al sole, e come sia possibile che non crolli, dopo vent’anni… Lo sfinimento si respira. Dal soffitto di cartongesso colano gocce, scivolano inclinate. Qualche piastrella è bagnata. Non è per il ciclo stagionale che le foglie si staccano. Molte non ne vorrebbero sapere di abbandonare i rami e cadere. Non cederebbero così facilmente una vita alta, illuminata, per finire a terra e poi essere prese a calci o calpestate. Sono leggende scientifiche. Non riguardano tutte le foglie, né tutti gli alberi spogliati, esposti. La casa si è sfinita con la vita di chi ci ha vissuto, col via vai temporaneo o prolungato – non molto prolungato perché i sabotatori odiano la continuità, staccano le foglie e le prendono a calci, le disseccano. I sabotatori hanno nozioni, solo nozioni, e se ne riempiono le tasche. Producono stanchezza negli altri mentre sorridono. Invitano alla fine prima che fine sia. E non è detto che sia. Amano sfinire cose e persone. Stanno dietro e poi dentro. Usano succhielli a rotazione. Qui, in questa casa sfinita, sono passati corpi, hanno lasciato un’immagine in diminuendo, uno stampo sbiadito, una superficie conserva una specie di bruciatura. La casa sfinita si è creduta forte. Capace. Dotata di accoglienza. Alla base della scala oggi c’è acqua.
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Alla campana chiassosa e alla chiamata oppone uno stato simile al sonno. Alle facce, che avvolgerebbe nelle pagine di un libro, chiede l’oblio, almeno un mezzo colpo di spugna. Facce come gesso spostate dall’aria. Le vostre fattezze presuntuose volano via. Ma tentate un ultimo attacco in forma di polvere, un attacco alla gola. Allora oppone un cenno della mano. Il giovane gabbiano reale incede maestoso anche bagnato di pioggia. Sembra mirare col becco il torace di uno che urla nel telefono e si dimena. Ora sta bevendo nelle tante pozze dopo il temporale. Inciamperanno. Cadranno dentro le pozze. Sono tutti molto agitati…
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Lo scopo, dopo tanti anni, è uno solo: tendere fili di nylon in tutte le scale, nei punti dove si corre, negli accessi in discesa. Ben tesi. Il primo abbatterà il secondo. Qualcuno arriverà di corsa… Sembrerà una farsa. Ci sarà qualche applauso.
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Perché se ha visto decine e decine di banchetti, decine di camion della polizia, cantanti e percussioni, mostre di auto, schermi giganti, una specie di uomo barbuto col petto concavo come risucchiato, seduto sul limite della fossa, in piazza Caricamento, davanti ai monconi di colonne bianche e nere, il mento sopra un cartoccio di fritto, e due dissuasori ben piantati sulle gambe, lo stivale di Rubattino sul bordo, e basterebbe una piccola spinta… Sono solo poche ore della solita folla.
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Andate verso il porto, andate dove ci sono le ultime ringhiere e guardate le città galleggianti, l’affascinante minio delle pilotine.
Verso il basso, sotto il pelo dell’acqua, branchi di cefali. Se il sole è radente la schiena dei cefali si illumina col riflesso del piombo argentato. Un boato. I container sono colorati. Una pilotina nera attraversa le acque del porto. Bella scia di schiuma, coda di bianco dietro al nero.
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Alle 22.18, in Via dei Macelli di Soziglia, passa un carretto. Non lo vedo ma sento il rumore e le voci di chi lo spinge o traina, affannate, di sicuro più di una, maschili. Procedono lentissimi con improvvise accelerazioni di pochi secondi che coincidono col rumore più forte. Potrei affacciarmi e guardare. Ma la curiosità non va oltre l’ascolto. Se mi affacciassi sarebbe come violare un segreto oppure, semplicemente, una delusione. Allora ascolto. Sembra che una parte del carretto sia molto inclinata perché il veicolo produce un rumore di pedana strisciata contro il selciato. Deve avere anche una lanterna, perché dal basso vedo oscillare sui muri ombre. Ombre deboli, trasparenti. Adesso il rumore è un fruscio senza interruzioni, regolare nel tempo. Traccio una linea e una distanza, immagino la struttura, il materiale e il carico. Lo sforzo che posso determinare dalla lentezza con cui si allontana può ingannarmi: potrebbe aver sostato, rallentato per necessità. Potevo essermi distratto. A volte il rumore è soffocato. Non sento più le voci.
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Una specie di trillo meccanico si ripete a ogni fine e sparisce a ogni inizio dell’estate. Quale sia l’oggetto che lo produce e il suono originale non posso saperlo. Dura qualche minuto. Le diverse porosità dei muri, i livelli, la presenza di materiale fonoassorbente (tendaggi, divani, cuscini etc.) alterano il suono d’origine. Immagino una grande campana larga e bassa. Probabilmente è solo un banale autoclave. All’interno dei muri, quando passa, un rumore si snatura sempre. Diventa indecifrabile. La costante è il fastidio, più o meno accentuato. Il trillo misterioso in sé non è potente ma suggerisce immagini poco liete: scantinati, umidità, cunicoli. Il vero aspetto inquietante è la sua ripetizione stagionale: in 14 anni non ne ha saltato uno. Ineluttabile. Senza orario.
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Circa 14 anni fa, in Via dei Macelli di Soziglia, dominava la prostituzione nigeriana. Erano puttane coloratissime e chiassose. Litigavano spesso. Un giorno, durante una baruffa, sono finite in un negozio di scarpe. Erano tutte alte e robuste. Dentro il negozio hanno continuato a litigare mettendolo a soqquadro. Era un turbine di corpi bellissimi e di colori che faceva irruzione in un negozio squallido pieno di immaginette da catechismo. Alla fine, dopo l’intervento della polizia, erano sedute in fila su una panchina con l’aria contrita, da catecumene colte sul fatto. Pochi mesi dopo sono sparite. Non mancano a nessuno, s’intende.
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All’inizio degli anni ’90 un giro di prostitute ruotava intorno a una sigaraia e a suo marito coi polmoni allo stadio terminale. Alla fine di Sottoripa, chiusi i negozi, preparavano i banchetti con sigarette e preservativi. Sul marciapiede di Via Gramsci, anche dopo l’alba, c’era un gran via vai. Fra i rumori, la spaventosa tosse del magnaccia-sigaraio, bucava. Faceva quasi star male. Fra le voci, certe lamentele prolungate di clienti insoddisfatti.
Non esisteva l’Expo, ma iniziavano i lavori; non esisteva la metropolitana. Quel crocicchio era animatissimo anche nei pomeriggi autunnali. Un falò dentro un bidone piazzato sul marciapiede dove qualcuno arrostiva castagne. Colonne di fumo in pieno pomeriggio, dietro alle finestre della sala, fra i vapori del traffico e lo scarico dei fumaioli degli autobus. Della sala non ho mai capito le vere dimensioni per i giochi ottici degli affreschi e la spezzatura o rientranza di un lato del palazzo, visibile all’esterno, invisibile all’interno. Da qui congetture e misurazioni. Qualcuno sosteneva fosse un trucco ottico di puro stampo barocco e aveva tracciato dei segni in certi punti per avere riferimenti. Dopo qualche mese i segni erano lievemente spostati. Lui sosteneva per un rigonfiamento del parquet o un assestamento di tutto il palazzo: per la ricostruzione del porto sparavano mine. A me, in fondo, non importava granché. Ricordo, stagliate all’orizzonte, le gru, gli scavatori, tutte le macchine che mettevano sottosopra il porto. Lavoravano anche di notte. Il paesaggio urbano sembrava proiettato nel futuro, immaginato. Ma il rumore di un percussore non era per niente immaginato: di notte spaccava i timpani. Per dormire si usavano i tappi. Via al Ponte Calvi, Palazzo delle Maschere. Non ricordo il civico. Ricordo un pestaggio in pieno giorno, un corpo per terra che prendeva calci a ripetizione. Alla fine del pestaggio pensavo fosse morto, era rannicchiato, immobile. Di colpo, quasi con un salto, era in piedi e un attimo dopo correva veloce lungo Via Gramsci.
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26-9-2022, ore 18.12. Brevissima e lieve scossa di terremoto.
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Forse per un bicchiere di più, forse perché il giorno finisce, le ombre diventano appuntite, reclamano. Si distendono in cerchio. Prima di scomparire per sempre, chiedono due righe. “Perché vogliono esserci ancora? A che scopo?” Comunque due righe non si negano a nessuno, per quanto non sia uno spasso raccogliere resti, soprattutto i propri. Bucce e carta unta. Portoni sbattuti. Ancora l’eco, ormai del primo pomeriggio, di un colpo d’ala contro un’ala per la contesa del cibo. E le sillabe francesi che non coincidono mai. In cerchio per impedire la fuga. Dovrei ringraziare? Se ho fatto male il compito ho fatto quello che sapevo fare. Alla fine di una giornata anche due righe dovrebbero scriversi da sole. Si tratta di trascrivere. Dov’è la fatica?
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“Perché si ostina a colpire proprio quella porta? Sta sbagliando. Così non entrerà mai. Il palazzo deve aggirarlo. Il palazzo è enorme, copre una superficie di grandezza insospettata. Lei si accanisce contro quello che scambia per l’ingresso principale. Ne ha tutta l’aria, in effetti. In realtà è solo uno degli ingressi, e quello principale lo è per alcuni e non per altri. Sono tutti ingressi principali. Li riconoscono gli abitanti del palazzo. Ma quelli che vivono da un lato non conoscono gli altri. O meglio, li vedono, ma li scambiano per soglie qualsiasi, accessi a scantinati, a locali inaccessibili. Sopra ogni ingresso c’è una decorazione, un emblema. E una scritta. Anche statue, perlopiù a frammenti: torsi, braccia, gole spaccate dove sono cresciute erbacce. Per esempio è interessante osservare certe prospettive: guardi quel lato che sembra deviare in Via dei Giustiniani. Invece inganna, inganna quasi tutti, da secoli, è stata costruita per fingere una profondità che è altrove, a scopo difensivo, per disorientare il nemico. Qui tutto è militare a scopo difensivo e poi, s’intende, offensivo. Guardi quella serie di buchi. Non è casuale, è per far male, ustionare, uccidere. Come le dicevo… deve aggirare ma non è facile. Rasenti i muri, finga di guardare le vetrine o di ammirare quella coppia di levrieri che proprio adesso scende da Via Canneto il Lungo, una coppia magnifica, scarna fino a contarne le costole, andatura fiera come quella del padrone. Capisce? Qui s’impone una strategia calcolata al millimetro per uscire e per entrare, parole che in pochi conoscono, perché questi pochi hanno disegnato e ridisegnato il palazzo dove lei vorrebbe entrare. E i suoi dintorni, con grandi vetrine, con grandi luci, sono fatti per distrarre dal vuoto che espongono, una miseria costosa, oggetti di cattivo gusto. Tenda una corda mentre rasenta i muri, meglio un filo di nylon… sì… una lenza. Le servirà come bussola e come arma. Con un filo di nylon si possono fare tante cose… All’altro capo del palazzo vedrà un negozio storico: due vetrine appartengono a un altro palazzo. Se lo raggiunge, e non è detto, entri e chieda. Ma non chieda dov’è l’ingresso principale, domandi il prezzo delle magnifiche specialità, lasci intendere, aggiri. Ricordi l’uso del filo: orientamento e arma. Lo tenda bene, lo impugni saldamente.
*
I piccioni becchettano sul davanzale, litigano per le briciole. Forse è meglio essere dimenticati una volta per tutte invece di arrancare sventolando una pezza sdrucita. Fatti certi tentativi, dopo mesi, dopo anni, perché saltare fuori all’improvviso come spinti da una molla? Perché rosicchiare? La disputa muove male i suoi argomenti, stride. L’enorme portone ottocentesco è socchiuso. Si scorgono colonne e colonne. Un enorme lampadario in ferro, una specie di cupola e in cima un lucernario. Un giro di gradini vertiginoso. Questi androni deserti fanno un rumore cupo e odorano di acqua marcia. Siamo in Via San Lorenzo.
*
Finge di fare quel percorso per la prima volta, di salire quei gradini che s’innestano in Via di Porta Soprana. Sotto un muro c’è un posteggio per le moto. Sul muro crescono muffe, piccole piante grasse, trifogli, licheni. Una linea interminabile di tognolini fiancheggia Via ***. Il malessere inizia superata la porta in entrambi i sensi. In cima a Salita del Prione affretta l’andatura per sfuggire al malessere. Non si guarda intorno ma sente. Una macchia scura di vegetazione pesa tutta da un lato, sbilancia. Il grande schermo ordina. “Perché è tornato qui? Aveva dei fantasmi appesi alla cintura, straccetti che sbatacchiavano, e pensava di levarseli di torno? Non fanno più nessun tipo di compagnia, sono consunti e ostinati. E pretendono riguardi assurdi. Pensava di riportarli dove si erano agganciati, qualcuno alla pelle? Voleva posarli davanti a una porta, alcuni. Altri, stenderli su una grata di sfiato e poi allontanarsi in fretta.” Guarda la cupola della Chiesa del Gesù, si appoggia a una ringhiera, guarda in basso.
*
Perché è sicuro: quegli straccetti, mentre si distraeva, glieli hanno appioppati. E adesso liberarsene è più complicato del previsto. Appesi alla cintura, irrequieti, molto irrequieti, probabilmente sentono che saranno abbandonati. Schiamazzano addirittura, gli intrusi. Non capiscono che il tempo dei clandestini, dei fasulli è finito. Recitano. Come all’inizio. Sono una manciata. Se ne deve liberare. Quando è successo? Quando si è fatalmente distratto? Ricorda una specie di mago dal viso fuligginoso, un cialtrone, e un appartamento squallido. Il guaio degli straccetti è che hanno cominciato anche a puzzare. Così, appoggiato alla ringhiera, mentre guarda in basso, mentre non guarda niente, il malessere aumenta. La macchia di vegetazione diventa più scura, i baristi vanno e vengono.
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I baristi si muovono agilmente davanti alla statua di Elvis Presley. Un passante fissa i titoli dei giornali e poi sputa. Oggi il clima è cambiato tante volte e c’è stata pioggia per una mezz’ora. In alcune persone si percepisce un tremolio interno che scuote lievemente le dita e la testa; la testa oscilla e nega. “Vorrei suggerirvi di guardare i capitelli del chiostro prima che il cancro del marmo se li mangi. Sono un bellissimo esempio di uno stile che ho dimenticato, provengono da un monastero di cui non ricordo più il nome. Ma sono pregevolissimi. Mi scuserete, a volte la memoria tende dei tranelli: gli strati sono troppi, i secoli anche, i manufatti, gli spostamenti, le demolizioni, le distrazioni… La guida non è infallibile, sbaglia, può essere angosciata, molto stanca. Quello lassù era un camminamento: sentinelle, posti di guardia. Via Ravecca è una delle vie più antiche della città di C. Quella è una sciamadda, significa fiammata, tipico locale della città di C.” Sotto l’arco di Porta Soprana c’è un gruppetto vestito di blu, scarpe nere, cravatta. Si avvia agli uffici della Regione. Si blocca davanti a un cane senza guinzaglio dall’aspetto poco rassicurante seduto in mezzo alla strada. Le scarpe nere cigolano, gli impiegati ruotano su sé stessi. “Dicevo che la sciamadda… ma non importa… Se vedete pezzi di stoffa dalle vaghe sembianze antropomorfe, sparpagliati lungo Via di Porta Soprana, calpestateli e mentre li schiacciate ruotate il piede, sfigurateli, impastateli alla pietra, che siano irriconoscibili, materia di scarto. Ma riprendiamo la visita. Quei cerchi sono le bocchette del vecchio acquedotto. La porta fu costruita in pochissimo tempo, era urgente, si avvicinava il Barbarossa…” Uno è appoggiato alla ringhiera, è rivolto verso la Chiesa del Gesù, non guarda niente ma si accorge della luce calda riflessa dalla pietra gialla, se ne accorge per pochi secondi, perché poi si volta, l’hanno chiamato, deve raggiungere qualcuno che ha la faccia da spazzacamino, i vestiti stazzonati.
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I gesti che si fanno quando si è soli, anche i più banali, come spostare una sedia, o un oggetto da un ripiano all’altro, in pubblico cambiano. Lei, per esempio, quando spostava un oggetto, fosse anche minima la distanza fra partenza e arrivo, e l’oggetto leggero e facilmente spostabile, metteva una cura estrema in quel gesto che frazionava in tante parti con movimenti a scatti come avesse giunture meccaniche, e solo dopo un paio di prove, spostava l’oggetto con un movimento fluido. Fuori, invece, se accadeva la stessa cosa, il movimento era subito continuo, sicuro. Non le ho mai chiesto se era consapevole di segmentare il gesto prima del piccolo trasporto e se si accorgeva che lo stesso gesto, in pubblico, era normale. Temevo di metterla in imbarazzo perché, se non se ne accorgeva, era inutile e scortese farglielo notare. Poteva anche nascerne una lite e in fondo non trovavo un vero motivo. Certo, quegli scatti da automa costruito con una meccanica elementare, non potevano passare inosservati. E la differenza nel trasferire definitivamente l’oggetto, dopo quelle prove, era evidente. Inoltre, in pubblico, come dicevo, lo stesso oggetto, a volte una semplice bottiglia, lo spostava senza attirare l’attenzione, con un movimento sicuro e fluido. Aggiungo che ripeteva le stesse prove frazionate, anche con oggetti di un certo peso. Una volta mi sembrò addirittura che applicasse quel criterio “fotogramma dopo fotogramma” anche per grattarsi un braccio. Non era un ralenti. Però, visto che rimaneva una bizzarria a carattere privato e durava pochi minuti, alla fine ho pensato di tacere.
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Giorno e notte stanno intorno alla finestrella quadrata col vetro zigrinato. Sporgono dal margine del tetto, escono dalle grondaie. Aspettano. La finestra è chiusa, ha i doppi vetri. Dall’interno non è facile raggiungerla. Occorre una scala. E prima bisogna spostare un pesante materasso a due piazze. Poi arrampicarsi sopra una specie di pedana. La pedana è di legno, molto lucida: facile scivolare. Si deve procedere cauti. Dalla pedana al pavimento circa un metro. Non sempre. Dipende dalla luce. Ieri, una luce sporca, avvolgeva tutta la camera e i livelli sembravano scomparsi. Le distanze alterate. Era meglio procedere a tastoni. Poi un taglio di luce ha fatto alzare qualche piastrella, la luce sporca piano piano si è ritirata verso la finestrella, è sparita, risucchiata con un sibilo. Dall’esterno è partito un improvviso applauso, uno solo. Io, su quella pedana rialzata, dormo da 14 anni. E non avevo mai visto tutte quelle ombre intorno alla finestra, l’unica di tutta la stanza, come in posizione di assedio, sembra che giochino alla guerra. Ed è un gioco che non capisco. Stanno lì, aspettano di scorgere una fessura, di infilare qualcosa. Forse sono loro a manovrare la luce, lo fanno per disorientarmi. Io non mi difendo. Cerco di ignorare. Del resto non fanno rumore. So che ci sono, so che alcuni si sdraiano sul tetto, altri tastano il perimetro della finestrella centimetro per centimetro. Sperano in una guarnizione allentata, penso. Uno spiffero.
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Non sapersi orientare, agire come un bambino, cercare una guida. Esagramma N. 4.
La guida che ci aspetta adesso è in cima e allo stesso tempo è in fondo a Vico Casana. Ne abbiamo una anche a metà. Con tre guide non ci perderemo. Il draghetto di ferro sopra il Britannia Pub a che epoca risale? Perché Vico Casana si chiama così? Escono ciocche di capelli dal parrucchiere sotto i portici. In uno specchio c’è una testa avvolta da carta stagnola. Vorrei dormire. I portici sono scuri, hanno una forma a sarcofago, puzzano di vino e birra. Due guide sono scomparse. Quella che resta è piantata in cima a Vico Casana, in controluce, in attesa. Sono lentissimi quelli del pacchetto n. 18: mentre arrancano sbuffano, hanno la testa che ciondola, l’aria insoddisfatta. Eppure hanno appena visto meraviglie: le sterlizie secche, il sottopasso chiuso pieno di spazzatura, i capelli ammucchiati, e intravedono Piazza de Ferrari, una striscia di cielo. Il draghetto di ferro sembra un fischietto o un fumaiolo di una locomotiva giocattolo. Vorrei scucirmi dal pacchetto, sfilarmi. Perché ho fatto questo giro? Costava poco. E in fondo ho visto meraviglie: le sterlizie secche, i bidoni della spazzatura, i capelli tagliati, un sottopasso-discarica… Ma siamo appena all’inizio, il giro durerà ancora un’ora. Eppure sembrano tutti stanchi. Forse erano stanchi ancora prima di partire. Il viaggio non è stato male. Quando la città di C. incombe sul porto è uno spettacolo unico. Qualcuno dice che vale tutto il viaggio ma a patto di non scendere. Stanotte, nei sogni, le ciocche di capelli fluttueranno come alghe; il draghetto di ferro sarà un cetaceo trafitto da un San Giorgio che cavalca una moto d’acqua. Saranno sogni pieni di fumo, puzzeranno di combustibile.
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Qualcuno oggi ha freddo ma la temperatura è mite e gradita ai più. Ci si diverte, si chiacchiera, si fanno discorsi su chi piscia per strada ad Amsterdam ed è multato di mille euro. La tendina arrotolata è un segnale. La tendina bianca. Guarda bene. Oggi è a mezz’asta. E sotto, due ombre girate verso il muro scambiano qualcosa. Anche il cuscino incastrato fra palo e muro è un segnale. Vuol dire che la stanza è libera. O forse vuol dire: oggi, primo ottobre. È un calendario. Sui muri è dipinta una torre che s’innalza e si avvolge oltre le nubi. Il braccio che impugna la lancia ha un cedimento e la lancia è spezzata. Poche possibilità di cavarsela, questa volta. Il cavaliere è disarcionato. Più che spaventato è incredulo, sdegnato. Come? sembra dire. Mi ritrovo per terra, io, in mezzo alla polvere, come un sasso o una scarpa? E sullo sfondo cosa accade? Un fruscio di un vestito, uno strappo. Si sente il rumore di un aereo in picchiata.
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Una tenda rossa, lunga, sdrucita. La vedo da una finestra. Copre metà di un’altra finestra, quasi di fronte, in basso. Al soffitto è appesa una lampadina a spirale: la luce è squallida, forte. Un arredamento provvisorio. Una stanza con un letto matrimoniale e sopra il letto diversi oggetti. In un angolo si muove un gatto, un gatto giallo. Che cosa ti aspetti di vedere o di sentire? La tenda è stretta al centro da un anello e la parte bassa è deviata verso l’esterno. Il davanzale di ardesia è sporco di piume e polvere. La stoffa rossa trabocca nel vuoto.
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Il materiale con cui si formano i miei sogni a volte lo ritrovo: anche se devo scavare e scavare prima o poi tocco la radice o credo di toccarla. Tra le cifre scombinate oppure combinate secondo un sistema spesso incomprensibile, stanotte avevo a che fare con una costruzione bassa e lunga, forse uno stabilimento balneare dentro il quale c’erano molte donne, perlopiù puttane o ex puttane. Una era molto alta, esile e pallida ma per nulla debole fisicamente. Aveva labbra strane a forma di becco e dure come un becco. Era impossibile baciarla. Inoltre lei doveva chinarsi e faticava per la differenza di altezza. Seguiva un litigio perché mi facevano aspettare troppo per una telefonata. Da parte mia, rimostranze interminabili. Poi, sul mio davanzale, stendevo uno spesso strato di riso per i piccioni notando come fosse bello il bianco del riso sul grigio della mensola. Qualcuno diceva che avevo esagerato, che i piccioni non hanno bisogno di mangiare così tanto. Però lo strato era bello, dava una sensazione di pulito. Nell’edificio facevo l’amore con una delle puttane: il letto era molto grande e altri si univano con malizia o scoperta eccitazione. Ricordo delle coperte di lana morbide e un’atmosfera confusa; forse chiedevo a una delle donne di sposarmi. La donna molto alta e esile era la presenza più forte. Cinque poliziotti stazionavano a ridosso di un lato di Piazza Campetto mentre qualcuno cercava acqua alla fontana del Barchile. Non trovandola, continuava a ruotare i rubinetti da un lato e dall’altro. A vuoto. Uno dei poliziotti di colpo lasciava gli altri e andava verso la fontana per aiutare l’uomo a trovare l’acqua. Gli dava istruzioni, suggerimenti. Sembrava che parlasse la lingua di un rabdomante. A questo punto, nel sogno, c’è uno stacco: l’improvvisa comparsa di una montagna per metà bruciata. L’incendio doloso era stato spento da qualche giorno. La terra bruciata aveva come sfondo il mare e la foschia. Perché questo stacco? Ho frugato nei ricordi e non ho trovato niente. So qual è la montagna e conosco a memoria quel paesaggio di mare e di foschia; so anche l’origine dell’incendio. Ma l’aggancio alla scena o alle scene precedenti sfugge. Non c’è, neppure deformata, una modulazione.
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Sei o sette poliziotti formano un gruppetto vivace accanto a una gelateria. Siamo più o meno nella zona di Caricamento. Giornata calda. Mi capita di osservare la lunghezza dei manganelli che mi sembra esagerata. In un vicolo buio, fra serrande chiuse, c’è una donna ripiegata su sé stessa. Dietro il corpo, a una distanza di qualche metro, un’insegna sgargiante, bianca. Molta luce in quel punto. Una vetrina grande, alta e larga. Fa angolo. A destra si sbuca in Via San Lorenzo. Tornando indietro di qualche metro si possono osservare i draghi di ferro mangiati dalla ruggine. I poliziotti si sono dispersi. Le autoradio sembrano trasmettere un’ovazione o un inno. Sotto la facciata a sud di Palazzo San Giorgio, dietro le auto in sosta, c’è il corpo di uomo sdraiato su un fianco.
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C’è uno strano silenzio nei vicoli. Qualche eco di serranda che si abbassa, qualche voce… Stasera, dove si spostano i rumori? Dove vanno a fare il verso del lupo o i cori da stadio? E i cani? Dove abbaiano? Sento un debole lamento… uno fischia – e altri rumori. Quello di un carrello, breve. E un ronzio. Oggi, verso le tre, ammucchiavano sacchi di cemento in Via di Scurreria la Vecchia. Un tonfo sordo, cadenzato, uno sbuffo di polvere. La pila dei sacchi aveva un criterio, quasi un senso estetico.
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La piccolissima volpe bianca disegnata su un muro di Via Tommaso Reggio è intatta, resiste a tutte le crepe che ha intorno, alle diverse insidie del degrado. Cacciatori di graffiti! Vi sfuggirà sempre.
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Al tre ottobre del 2022, ore 20.55, un piede batte un tempo sincopato, insistente, percuote il pavimento di piastrelle quadrate, rosse, rosso-scuro con le fughe quasi sbriciolate, piccoli sprofondamenti neri. Sono caselle, cellette dove tracciare un segno col gesso. Chi le calpesta tutti i giorni di solito non se ne accorge. Stasera le osserva. Traccia qualche segno elementare: una x, un tondo. Non sono inutili. Gli servono per colpire quel pavimento che vede tutti i giorni da 14 anni, che lo annoia, che gli annoia anche i piedi. Così come lo deprime l’ambiente sempre uguale, gli stessi percorsi, la stessa porta, le stesse finestre, il numero dei gradini, le forme immobili, i ripiani, il modo di convergere che hanno certe linee…
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Coi resti del pavimento avremmo potuto costruire barricate e rifugi per gli uccelli. Alzare piccole colline da scalare, da forare con tunnel. Una rete di tunnel complessa, misteriosa. Potevamo esplorarla, illuminarla con giochi di luce. Con i pezzi rossi avremmo improvvisato decorazioni, limandoli sarebbero nate figure. Oggi, visto che non è successo niente, e il pavimento quindi è intatto, guardo il solito ambiente dove tutto si raggiunge facilmente, dove non ci sono insidie, trabocchetti, prove da affrontare per raggiungere una sedia, una finestra, la porta d’ingresso. Molto più comodo prendere un oggetto, scostare una tenda, accendere una luce, imboccare le scale etc. Sembra tutto come prima, esatto e tranquillo. Le inclinazioni dei tavoli non sono cambiate. Una parete non è mai stata perfettamente lineare. Potrebbero ingannare anche un quadro lievemente storto, una scatola che è dove non dovrebbe essere, una distanza che sembra cambiata, quella, ad esempio, fra il tavolo basso e la scala. Ma osservando bene, sono inganni da quattro soldi, sono falsi inganni, perché un quadro un po’ storto non significa niente, non è il segnale di una sommossa remota e la scatola, probabilmente, è sempre stata lì. In quanto alla distanza fra tavolo basso e scala, non l’ho mai misurata. A colpo d’occhio è sempre uguale. Tutt’al più potrebbe esserci una differenza di pochi centimetri. Ma anche fosse così, non direbbe proprio niente su un’eventuale tumulto con barricate, collinette, canali e luci misteriose. Allora è meglio rassegnarsi al numero di gradini, delle finestre, delle mensole, delle piastrelle etc., sempre tutti uguali come gli altri giorni. Anche la scatola è meglio non toccarla. Un certo rimpianto è inevitabile. Si poteva costruire un ambiente mosso, imprevedibile, una dichiarazione di guerra all’ovvietà, una scossa alle abitudini, e invece non si è fatto niente. Resta da vedere se quella crepa sul pavimento e quella fessura alla base di una parete sono sempre state di quelle dimensioni: lunghezza, profondità, disegno non sembrano quelle di tutti i giorni. Ma quali prove abbiamo della differenza? Nessuna foto, nessuna descrizione, nessun testimone. La memoria non basta, inganna. Del resto, l’ambiente ha micromovimenti di cui vediamo solo i risultati, e alla fine. Assestamenti. E perciò: piccole crepe, fessure, inclinazioni impercettibili. Tenere un registro, un inventario, in questo senso sarebbe impossibile e probabilmente anche inutile. Forse indicativo per un inizio di sommossa, per i primi segni di un sovvertimento. Allora una piccola crepa diventerebbe significativa, anche dopo anni sarebbe il segno che un cambiamento era ed è in atto, sarebbe un invito a continuare, a seguire un suggerimento dato dall’ambiente stesso. Bisogna stare in ascolto, quindi. E non sopravvalutare la vista. E dare importanza al tatto. Sentire, tastare la forma dell’ambiente, anche brancolare e dare al caso la sua giusta rilevanza.
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Dopo tre anni è tornato. Aveva la stessa tuta, le stesse scarpe. Sudava allo stesso modo. Lo zaino era quello di tre anni prima. Il luogo era identico con qualche pila instabile in più. Si è disfatto dello zaino e di altri tre ingombri. Così lo spazio, già angusto, è diventato soffocante. Raggiungere l’uscita non era facile. Ma lui non se ne accorgeva, esattamente come tre anni prima. Poi è apparso un uomo corpulento. Ha fatto due passi e si è fermato. Teneva una cartella di cuoio con la mano destra, la teneva scostata dal fianco come se volesse impedire avvicinamenti da quel lato. Agli altri lati pensava il suo corpo largo.
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“Vede, non si tratta di letteratura per noi, ma di come cucinare, per non buttarla via, della carne scaduta senza farci venire il mal di pancia. A voi questo non interessa, non interesserà mai.”
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Uno era alto, massiccio come una torre, l’altro, o meglio, l’altra, bassa e tarchiata posava i piedi sul pavimento come volesse schiacciarlo, sprofondare. Era sudata. Abbassava il peso del corpo dalla punta della testa ai piedi, una specie di caduta poi raccolta dalle scarpe, trasmessa alle suole e premuta sul pavimento della Libreria del Centro Storico. Poco prima qualcuno aveva chiesto se quel vescovo era San Siro, e cigni quegli animali intorno al santo. Parlava del bassorilievo in ardesia che si può vedere a sinistra della libreria. Intanto la donna tarchiata era arrivata quasi in fondo. Stava ferma, ma una vibrazione lieve le percorreva bacino e polpacci. Sul viso nessuna smorfia. Eppure lo sforzo si avvertiva: erano le scarpe che mandavano un rumore di scarpe di gomma premute col massimo della forza su un pavimento di marmo. In libreria c’erano altre persone: sei o sette. L’uomo alto e massiccio era arrivato in fondo alla libreria, nel settore per bambini. Dava la schiena all’ingresso. Aveva le braccia lunghe e per spostare un libro non doveva chinarsi, restava eretto e stendeva il braccio. La donna tarchiata era alle sue spalle e adesso aveva il viso rosso e a tratti pallidissimo. Credo che nessuno si accorgesse di questa spinta esercitata verso il basso sempre nello stesso punto. Qualche contrazione la donna non riusciva a trattenerla: era rapida, passava su diverse parti del corpo e si distendeva sempre verso i piedi. Che non erano grandi: piuttosto larghi, davano un’impressione di solidità. Fra le chiacchiere e i libri, dopo qualche minuto, mi sono dimenticato della donna e dell’uomo alto. Più tardi, mi sono tornate in mente le due figure e soprattutto quel modo di far crollare lentamente il peso verso i piedi. Non è detto che la donna tentasse di incrinare il pavimento. Per certi versi si poteva dire che lo alimentasse o ne traesse alimento.
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“Paralizzate le spedizioni”, grida uno in Piazzetta De Marini mentre un carrello, caricato male, barcolla, si rovescia e decine di scatole finiscono per terra. Paralizzare le spedizioni, le scatole per terra, il carrello rovesciato su un fianco, non interessa proprio a nessuno. Qualcuna è ammaccata negli angoli. “Ed è sempre così: si ammaccano negli angoli, hanno gli spigoli sporgenti, eppure l’imballo, l’Arte dell’imballo, ai nostri giorni ha raggiunto una certa perfezione” dice uno mentre passa guardando quasi con disprezzo scatole, carrello e spedizioniere. Non è da escludere che più avanti, poco prima di svoltare in Via San Lorenzo, abbia sputato. Si è accorto delle macchie di sangue, del grasso su cui ha camminato? C’è una porta di metallo che dà sul retro di un negozio: si apre raramente. Quando si apre scaricano sul selciato. Il selciato in quel punto è curvo, quasi spaccato. Trasportano animali morti, pezzi di animali morti. Scarti di pezzi di animali morti. Intanto il traffico di carrelli prosegue in Via San Lorenzo.
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Aveva le stringhe spesse e lunghissime. Era seduta sui gradini sotto il monumento a Rubattino, in Piazza Caricamento. Cercava di sbrogliarle, scuoteva la testa. Una parte delle stringhe aveva raggiunto l’ultimo gradino. A immaginare quella matassa allungata si poteva pensare a una gomena. Poi, camminando, ho incrociato un cavetto del telefono che dava filo da torcere a uno che tentava di scioglierne i nodi continuando a camminare. Aveva un’aria da bancario, un completo blu con la solita cravatta. Era smilzo e alto. Il cavo penzolava sul braccio e sulla spalla, strisciava su un lato della testa, oscillava e pesava di più dove i nodi erano più numerosi. Sul lato ovest di Palazzo San Giorgio, dietro un reticolato, era fittissimo il gruppo di piccioni che si avventava su una quantità di briciole. I piccioni sono furiosi quando si contendono il cibo: una vera rissa. Il resto della piazza oggi è tranquillo. La donna dalle stringhe lunghissime continua a sbrogliare la sua matassa con ammirevole ostinazione.
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Sono sicuro che è stato un rumore a modificare il mio sogno. Come spiegare il brusco passaggio da terreni interminabili, aridi, su cui volavano grandi rapaci, le carcasse di animali bianchissime sotto un sole feroce, a un’ondata che aveva superato ogni diga del porto e si allungava a lambire i portici di Sottoripa? Ero allo stremo. Vagavo su quel territorio piatto senza motivo, i vestiti stracciati, sporco, assetato. Non cercavo niente, non ricordavo se e quando avevo iniziato una specie di esplorazione. Ero partito con altri? E gli scheletri bianchissimi erano ciò che restava dei nostri cavalli? Mi accorgevo di avere addosso qualcosa di incongruo: un fazzoletto da taschino pulitissimo e raffinato, e anche ben ripiegato. E le scarpe erano mocassini di vernice, senza una macchia, né un granello di polvere. Fissavo quegli oggetti. Mi veniva in mente che fossero un bottino. Avevo depredato qualcuno. Mi rivedevo nell’atto di assaltare. Ma perché quegli oggetti? E com’era possibile che fossero così puliti? Sul fazzoletto erano ricamate delle iniziali. I grandi rapaci erano appollaiati sulle carcasse: non emettevano nessun verso. Avevo sete. E stranamente nessuna fame. Poi l’ondata compariva in prima pagina mentre allo stesso tempo lambiva i portici. Ancora non si era ritirata e i giornali già ne parlavano, contavano le vittime, quantificavano i danni. Qualcuno diceva che era artificiale: un complotto politico. Avevano già gli articoli pronti. I bambini e i gabbiani sguazzavano nella schiuma. Poi mi ritrovavo in una casa dove cercavo di aggiustare un’autoclave molto rumoroso. Dentro una parete sentivo scrosciare acqua come se avesse piovuto solo all’interno dei muri. Fuori non pioveva. Dentro i muri le gocce risuonavano.
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Si vede da come mastica il pane, in Vico dell’Oliva, a ridosso di una saracinesca, che ha fame e pochi denti. Ogni tanto sputa il pane e accorrono i gabbiani. Ha stivali di plastica, di quelli per l’acqua alta, quelli da pescatore.
Vico dell’Oliva vanta un bel portale antico. Resta in ombra, quasi sempre. Vetrine solo in cima. Una è di vestiti da sposa. Sopra una mensola che sporge da un muro si siedono i gratta e vinci, quelli che sperano nella vincita clamorosa. I biglietti sono sparsi tutt’intorno. Tre ripiani coperti di piastrelle rosse.
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I piccioni graffiano la mensola col becco, cercano briciole. Una finestra di fronte, in basso, è buia da qualche giorno. In Vico del Sale ho visto un bassorilievo e poi da un’altra parte un’edicola gigantesca, sporca, in un vicolo pieno di oscurità. Ci sono strane rastrelliere in legno, incastrate nei vasi, mai viste prima. A che cosa servono? In fondo a Via Canneto il Lungo un mazzo di ferri sottili, lunghi, verniciati di rosso, sembra artigliare il passante. Sedie rosse. Campanelli.
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Guarda un numero e pensa a un libro; il numero cambia, cambia il segno. Siamo in un terreno guasto che si può sanare a certe condizioni. Come si è guastato? Con l’indifferenza. Occorre un lavoro estenuante per bonificarlo. Il compito è grave. Non impossibile. Il numero cambia. Siamo un filo d’erba che spunta. Che sforzo! La difficoltà è iniziale. Un solo filo. Si devono cercare aiuti ma si deve stare attenti a chi ci aiuta. Il numero cambia. Siamo un calderone, un’opera alchemica. Lo scacco è possibile quanto la riuscita. Il recipiente deve essere ripulito, intanto. Bisogna alimentare la fiamma. Nel trasporto potrebbe rovesciarsi, si deve prestare attenzione ai sostegni, afferrarli bene. Quattro figure sostengono due travi. Il numero cambia. Siamo vicini al sonno, alla distensione. Ciò porta a trascurare il pericolo: ancora lontanissimo, ma presente sotto forma di una linea scura non del tutto ferma.
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Sulla porta del negozio, lo sguardo vuoto, le braccia lungo i fianchi, corpulento, illuminato dai neon, gli scorre sotto il naso la massa del sabato. Ogni tanto strizza gli occhi, fa una smorfia. Uno dei punti più intasati della città vecchia non ha ancora abbassato le serrande. Quando chiamano il cane urlano. Quando chiamano urlano. La svolta in Vico delle Vigne è ostruita. Il ronzio è quello dell’alveare o dei mosconi, quelli spessi e pesanti delle giornate ancora calde di ottobre, quelli che hanno il volo torpido e ronzano forte.
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Stamattina ho deciso di mettere una certa cura e molto impegno ad allacciarmi le stringhe, le lunghe stringhe dei miei scarponcini. Bisogna infilarle in tanti occhielli e fare certi passaggi a destra e a sinistra, tirare bene, senza saltare nessuna fase del percorso. Altrimenti non stringono. Altrimenti si cammina male. Adesso le ho sistemate e potrei uscire, sicuro di camminare con decisione, di scendere le ripide scale senza timore d’inciampo, con un ritmo regolare, nonostante l’orlo d’ardesia consumato e ondulato con improvvisi vuoti, piccoli ma perfidi. Potrei uscire, sì. Ma tendo a rinviare la decisione: giro a vuoto, fisso qualcosa, lo sposto. Vado verso un tavolo o una sedia, raccolgo le idee. Probabilmente fingo di raccogliere le idee. Sono trucchi per rimandare, li conosco, li pratico da anni. Non servono a niente, solo a rinviare. Eppure hanno un’altra funzione oltre al rinvio. Non aumentano nessuna voglia di uscire; al contrario, la diminuiscono. Perché dovrei uscire? Ho fatto sogni che non varrebbe la pena di sognare; non sono interessanti, non ho dormito in maniera interessante e il risultato è una gran massa di gente, facce, parole, gesti insulsi dentro scene e scenari squallidi e ripetitivi. In una di queste scene getto il caffè sulla camicia di un tizio perché è imbevibile e il tizio sorride di un sorriso vacuo, si guarda la camicia e non reagisce. E il caffè era bollente oltre che imbevibile. Adesso mi rendo conto che s’intonava ai disegni della camicia, foglie color caffè su fondo bianco. Ma non gliel’ho gettato addosso per questo motivo, ero pieno di rabbia perché aveva un gusto di liquirizia bruciata. Per uscire occorre che m’inventi un motivo. Devo mettere in moto il lato creativo dell’uomo, l’invenzione, il progetto. Bisogna assolutamente imprendere. Per prima cosa osservo come ho allacciato le stringhe: è un buon lavoro, sì. Sono tese e intrecciate come si deve fino all’ultimo occhiello e allacciate col doppio nodo mi danno una grande sicurezza. Dunque potrò affrontare i gradini ripidi e sbreccati della scala con una certa baldanza e poi le pietre del selciato, sempre sconnesse. Provo un certo conforto e l’idea di uscire mi sembra più concreta e più a portata di mano. L’indugio sembra cedere a un abbozzo di decisione. Mi accorgo che fa caldo, continua a fare caldo, caldo umido. Forse è inutile mettere un giubbino, mi farà solo sudare e la pioggia delle previsioni sembra poco probabile. Per un attimo rivedo un’altra scena dei sogni di stanotte: sulla città di C. è scesa una nebbia fittissima, rara. Puzza di smog e di grasso. La gente sbuca di colpo, spesso si scontra. Uno dice: “non vedere, a volte, o vedere a fatica è meglio; quelle forme lanciate in aria, forse azzurre, che cosa sono? E questi tamburi che sento ma non vedo che cosa annunciano?”
Tornando allo scatto creativo che dovrei impormi mi tocca constatare che è come se avessi una molla rotta da qualche parte. So di avere altre molle ma questa era fra le più importanti, una molla grande, molto compressa e quando scattava mi ritrovavo scaraventato per strada. Non avevo bisogno di pensarci, indugiare, spostare oggetti, muovere il vuoto. Il vuoto. La parola mi colpisce. Fra me e la porta d’ingresso c’è un vuoto pieno di ostacoli. Dovrei conoscerli bene. L’esperienza aiuta, dovrebbe aiutare. Sapendo di che ostacolo si tratta dovrei sapere come e se posso superarlo. Forse il primo l’ho già superato senza accorgermene. Ma ce ne sono altri sconosciuti, rintanati oppure così evidenti che mi assale lo sconforto. Sembrano tanti, troppi. Cerco di non abbattermi. E ragiono. Il primo ostacolo è quel vuoto fra me e la porta. C’è sempre stato, si tratta di pochi metri, li conosco a memoria o almeno credo di conoscerli a memoria. La luce è tenue ma sufficiente per vedere dove metto i piedi. Dunque? Forse ho così tante esitazioni perché sono solo, nessuno può spingermi o trascinarmi, oppure incitarmi; anche trattarmi male. Mi darebbe quella spinta che la mia grande molla rotta ormai non può più darmi. Fuori rintoccano le campane. Il cielo è nuvoloso. Forse sta per piovere.
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Senza farla tanto lunga: chi avrebbe voglia di uscire sapendo che una certa etnia è ritornata dopo tre anni e si raduna come tre anni fa intorno alla statua del famoso armatore, gremisce i gradini, dispone tastiere elettroniche, microfoni, cavi per l’amplificazione, e si prepara a schiamazzare le lodi del Signore, tutti azzimati, di media-piccola statura, i capelli con la scriminatura perfetta, impomatati alcuni, facce al borotalco? E sapendo che per l’ennesima volta si sentiranno frasi come: “Però gli Americani in Vietnam… E Israele? Mamma ho visto un pinguino!” Sapendo che la piazza sarà piena di lagne amplificate, e lo schermo gigantesco manderà le stesse immagini dai colori saturi, dai blu perfetti di piena estate, le immagini delle regate, barche a vela, borghi marinari con le casette colorate di rosso, giallo, verde e un mare bellissimo?
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Mi sembrava già difficile superare la terza piastrella e il vento non era certo favorevole, tanto che mi sono fermato su una sedia, ho considerato la quantità di piastrelle, i mulinelli di polvere e ho pensato che era meglio rinunciare. Eppure ero partito sotto buoni auspici: scarpe allacciate bene, vento favorevole, un certo cauto ottimismo e una prova di flessibilità degli arti. Senza tralasciare qualche breve esercizio mentale. Anche gli urli erano spariti, gli urli della notte, dalle strade. Così, anche se la luce era grigia, ero partito, senza cartina, ma il percorso, forse in altri tempi, avrei potuto farlo anche a occhi chiusi. Adesso sgranavo gli occhi sulla terza piastrella: quadrata, rossa, un po’ in pendenza ma come tutte le altre, ed erano centinaia. A guardarla bene, la terza piastrella sembrava poco consistente, una specie di pasta ancora non del tutto solida. Soprattutto nei punti di giuntura con le altre piastrelle. Non proprio come una palude, ma dava l’idea di qualcosa di vischioso paragonata alle altre che erano sì sbilenche e consumate in vario modo, ma davano pur sempre una sensazione di solidità, di appoggio sicuro. Su quelle il piede non sarebbe affondato. Invece per la terza avevo forti dubbi. Per adesso restavo seduto e masticavo lentamente un pezzetto di pane. Dai lati della grande stanza, dentro i muri, fischiava il vento sfavorevole. Ho raddrizzato la mia bandierina infilata nello zaino, molto piccola, tutta spiegazzata; eppure averla mi dava una parvenza o illusione di avere un’identità, con i suoi due colori slavati e una cifra netta, un graffio, e il bordo sfilacciato. Era lei, la mia piccola bandiera dall’identità un po’ incerta per gli altri, riconoscibile per pochi, all’occorrenza sapevo che avrei potuto sventolarla e quei pochi sarebbero accorsi, mi avrebbero aiutato.
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Per adesso non mi oriento. Questo è un fatto. Non ho paura, ma capisco che per adesso non mi oriento. Le parole “per adesso” un po’ mi rassicurano, mettono un segno al presente, accennano al futuro. Dietro i vetri c’è la solita rissa di piccioni: più turbolenti del solito si battono per le granaglie. Ho fatto un lungo giro vicino al mare, vicino al porto dove sono tornati i cormorani. Ho camminato per un paio d’ore. Le mie suole sono buone, spesse e ben conformate al mio piede, le ho controllate prima di uscire. Uscire da dove? Esattamente non ricordo. Potrei dire: forse sono uscito da qualche parte, è possibile che… Sapere che sono uscito è già un riferimento. Il cielo è grigio, di un grigio opaco. L’aria è calda. Probabilmente ho camminato lungo strade che non vedevo da tempo, accorgendomi di questo, non accorgendomi di quello. Non volendo guardare quello né questo. Mi ricordo un senso di rifiuto, di stanchezza estrema, anche se momentanea, alleviata da un appoggio: una ringhiera affacciata su acqua bassa, alghe, bottiglie. Lo sciabordio minimo e lentissimo era esasperante. Come una voce né maschile né femminile trascinata avanti e indietro. Uno ha telefonato per chiedere informazioni su scarponcini da arrampicata: dettagli, colori, misure, prezzi. Un vero interrogatorio. Il fatto è che non trovo un inizio, non trovo il capo. Trovo o piuttosto sento dei brandelli, dei pezzi più o meno consistenti. Anche ingombranti e fastidiosi, come la voce di cui ho detto prima. Ecco, c’è un prima. Ma a che cosa mi serve? Non è il prima necessario per cominciare a orientarsi; è un prima convenzionale che potrei mettere in un qualsiasi punto. Sono uscito, sì. Questo è sicuro. E sono anche rientrato. Non credo di aver chiesto indicazioni, né all’andata né al ritorno. Non ho consultato cartine, guide. Uno ha gettato la lenza nell’acqua lurida del porto, i prezzi di un ristorante mi sono sembrati scandalosamente alti, un fiore, uno solo, a forma di campana, bellissimo fra le erbacce. A partire da questi elementi finisco col ritrovare due gru arrugginite, il verso di un animale preistorico molto simile a un potente rutto, tute fosforescenti, gruppi di vigilanza speciali. Sembrerebbe già abbastanza per un abbozzo di cartina. Ma il guaio, forse, è che io stesso non collaboro, non voglio collaborare, mi rifiuto di collaborare, perciò mando fuori strada me stesso, annebbio i ricordi precisi, cancello i nomi. Ricordo quello che voglio ricordare, e basta. Per lo più forme di marmo: un leone, un’aquila, un’altra aquila, targhe, scritte, insegne, insegne levigate, gradini, la vetrina di una vineria, due o tre metri di un tubo di gomma precipitato sulla strada. I palazzi sono molto alti, il tubo è andato in pezzi, era gomma secca, screpolata. Ma tutto questo non lo uso per ricostruire un inizio e neppure una coda da cui risalire all’inizio o almeno a metà. Intanto ho preso atto che il disorientamento, se dura, diventa una forma di orientamento particolare, ma è pur sempre un orientamento. Però bisogna stare calmi per usare questi punti che svoltano improvvisamente e quelli che sembrano fermi e già conosciuti e forse non cambiati. Ad esempio i piccioni. Sembra una scena che si ripete da mesi con minimi cambiamenti. Soprattutto di granaglie. Oggi era orzo perlato misto a riso. Manciate generose. Vedevo la scena da una decina di metri. I vetri sono sporchi. Le ali battevano contro i vetri. I corpi erano in controluce. A un certo punto la contesa mi è sembrata più convulsa del solito, i colpi d’ala più frenetici, la mischia era diventata selvaggia. Non mi piaceva, questo me lo ricordo molto bene.
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Muovetevi da Vico Lavagna verso Via della Maddalena. Fermatevi in Piazza Lavagna. Si chiama così? Non ricordo. Vedo una foto dei lavatoi: a sinistra una lavanderia, a destra una gelateria. La foto è degli anni ’30. Un controluce difficile a quei tempi. Alla vostra destra c’è un muro gonfio d’acqua. Tornate indietro e sbucate in Via Luccoli. Prima che il muro ceda e l’acqua trascini calcinacci. Vedo che avete ancora sandali e bermuda come fosse piena estate. Un pezzo di intonaco contro una caviglia è un’esperienza da evitare, se volete. La piazza si biforca in due vicoli che si ricongiungono in Via della Maddalena. Qui, se volete andare a puttane, avete l’imbarazzo della scelta. Oppure volete la sartoria africana? Tornate indietro fino alla chiesa della Maddalena. Qui il paesaggio umano cambia. Cambiano le ombre appostate dietro gli angoli, cambia il modo di respirare e di annusare. C’è più luce. C’è una salita di mattoni. Voi ascoltate, come appoggiando l’orecchio a un imbuto, tutti i rumori raccolti durante un percorso di cinquanta metri circa. Un riassunto fonetico del vostro giro.
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Eccoci ai Magazzini del Cotone. La giornata è dalla nostra parte o dalla vostra: calda, umida, di un caldo eccezionale, fuori stagione. Un clima che favorisce le muffe, i raffreddori, le sudate, gli odori forti. Ma questa è una città dagli aromi pungenti, sapida, e perciò l’esaltazione di sapori e odori vi aiuta a entrare in quello stato di esaltazione dei sensi propizio ai luoghi che visiteremo.
Forse avrete già notato, laggiù, quel ragazzo che da qualche minuto fruga nei bidoni della spazzatura; rovista meticoloso e ostinato, soprattutto nel bidone del vetro in cerca di una bottiglia non spremuta del tutto. Spera in un fondo di Armagnac o Calvados o altro costosissimo brandy. Da qui, senza muovere un passo, abbiamo una bella prospettiva sui Magazzini del Cotone, sulla parte denominata “Alcatraz” per le sue strutture, le passerelle in metallo, il lungo corridoio, le grate, gli edifici ciechi. E sempre senza spostarci vediamo decine di yacht bianchi, tutti uguali. Forse qualcuno di voi si chiederà quanto possano costare, esclusa la manutenzione, s’intende, e l’ormeggio. Ebbene, siamo all’incirca sui venti milioni di euro.
Cambiando discorso, e questa volta dovremo anche camminare, andiamo a vedere il cilindro-Van Gogh. Vi sarete accorti che la città di C. ama la ruggine. Eccone un esempio. Il cilindro, da anni, era tutto ruggine, e hanno pensato di pitturarlo nello stile di Van Gogh. Da un lato abbiamo: girasoli, faccia di Van Gogh e spirali Starry night. Chi non le ha già viste replicate innumerevoli volte? E i girasoli? Li hanno stampati anche sui sedili dei cessi. E così, qui, abbiamo l’ennesima variante dell’oltraggio ma, notate, la ruggine si sta divorando le figure. Fra qualche mese saranno scomparse sotto uno spesso strato marrone. Qua e là emergerà una macchia di colore, una striscia. Forse, sarà più interessante dell’originale…
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Appena apro gli occhi la prima frase che mi viene in mente è: “ma andate tutti a farvi fottere.” Poi mi chiedo: ma chi sono questi tutti? Vaghe ma solide entità. Sono sempre al plurale. Si manifestano come sciame o coro. Sono un collettivo o una gestione separata – non cambia. Sono Essi.
Essi sono mosconi con la pancia grossa, quattro scontrini e sette codici. Per quanto torpidi parlano veloci, sono un congegno, una registrazione. Quando, e se si riesce a capire che è una registrazione. Spesso non c’è differenza. Quando mi sveglio abbandono i sogni con un certo rimpianto, anche quelli angosciosi; mi sembra di perdere qualcosa, non importa se non li capisco; nello scambio fra sonno e veglia sento qualcosa di simile a una truffa. Sale un singhiozzo – represso. Mi guardo intorno e cerco di trattenere a tutti i costi il mio sporco sonno, il caos dei sogni. La luce che ho qui, diffusa, bianca, accentua la delusione. Perché consegnare la varietà, la sintassi in apparenza frantumata del sogno, per ricevere in cambio questa luce? Le scorie del sonno me le terrò fra le braccia finché potrò e non sarà per molto. Gli imperativi dello scontrino e dei codici, delle sveglie, del tempo cronometrato le faranno a pezzi irriconoscibili. Lo sento mentre mi vesto che mi hanno tolto già qualcosa – come tutti i giorni. E non mi verrà restituito. Poi, metterò un piede fuori.
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La città di C. è un’ulcera, dice qualcuno, un prurito continuo. Quando sembra attenuarsi non bisogna rilassarsi, al contrario, occorre più che mai stare in guardia: è un segnale che sta per ritornare più forte di prima, e con una forma a cui non si pensava, e in un punto che non abbiamo immaginato. Per esempio con nuove strisce dipinte sulla strada: colore e percorso enigmatici. Affiancano e poi intersecano altre strisce: ciclabili, pattinabili, pedonali, scarico merci, posteggio auto, posteggio moto, posteggi riservati ai residenti, alla finanza, alla polizia, agli stabilimenti balneari, ai monopattini, alle auto elettriche, agli spazzini, corsie preferenziali etc. Il tutto è compresso in uno spazio compresso, ondulato, con improvvisi strozzamenti, brusche deviazioni, un diluvio di segnaletica.
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Tre finestre alte, a pochi metri una parete gialla. Da un interno spunta una mano e sopra un davanzale posa un paio di scarpe. Un altro ha steso un lenzuolo blu e federe su cui è stampato un quadro di Van Gogh. La radio annuncia forti temporali per domani e mare mosso. La temperatura subirà un drastico calo e il vento sarà impetuoso. I muri scheggiati voleranno in frammenti. I frammenti colpiranno dove colpiranno. Vedo androni e rientranze stipati di persone vestite come fosse estate. Se uno vorrà fuggire e correre si illude: i frammenti saranno molto più veloci. Sarà costretto a cercare un altro riparo, a spintonare per farsi posto, a sopportare commenti poco benevoli. E a ciascun angolo i vortici di polvere ruoteranno a una velocità vertiginosa per sparpagliarsi all’improvviso. Il materiale che i mulinelli possono afferrare non manca: di cantiere, foglie secche, fisiologico. Le foglie secche raspano il selciato, un cane corre abbaiando. Si accendono i lampioni mentre le vetrine si spengono.
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Avanzerei anche durante una tempesta, dice. Ma intanto resta fermo, considera, riflette. Pensa alla strada che è meglio imboccare, al mezzo per attraversarla, al punto dove potrà gettare l’ancora. E se dovrà lasciare una lettera, almeno un biglietto a chi resterà a casa. Non è un dovere, pensa. Li ho già invitati a seguirmi. Hanno detto che ero pazzo, o che avevo un attacco di vertigini e che durante un attacco di vertigini non ci si muove e tanto meno si deve avere la pretesa di guidare altri. Ma guidarli dove, poi? E perché? Non erano del tutto in errore. La mia spinta, la mia follia, non potevano condividerla. Come spiegarla? Era impossibile trovare le parole adatte, anche gli esempi sarebbero mancati. Solo l’acqua che saliva verso le finestre, anche se lentamente, poteva servire come esempio, ma a loro non bastava. Al terzo giorno le raffiche e i fulmini raddoppiarono. Pensavo di sganciarmi in fondo a Via Reggio e di lasciarmi spingere dal vento fino all’incrocio con Salita allo Arcivescovato. Lì il vento è un incrocio di correnti molto temuto, una specie di Capo Horn. Come veicolo avevo una pelle di montone cucita a pali di legno. All’interno quattro maniglie di cuoio a cui aggrapparmi. Era solo il necessario per raggiungere quell’incrocio e doppiarlo. Non mi aspettavo di più né dalle mie forze né dalla mia imbarcazione rudimentale ma affidabile per quel percorso. In più avevo con me la mia bandierina e una piccolissima volpe bianca che fiutava la direzione e la forza del vento e prevedeva le onde anomale. Non era il caso di esitare. E non avrei detto niente il giorno della mia partenza, perché era giusto partire soli. Quando il motivo di una partenza è oscuro, anche se forte, non bisogna coinvolgere nessuno. Si abbandonano gli altri in silenzio, scivolando anche fuori da sé stessi, se è il caso. Si spera, dopo il viaggio e la lotta con gli elementi, di capire perché si è partiti in condizioni tanto avverse. Ammesso che si sopravviva, in quale modo e dove. Intanto, preparo la bandierina e avverto la piccolissima volpe bianca. Se io non dovessi farcela, lei sarà in grado di seguire le correnti adatte, di ritornare e raccontare. Ammesso che riesca a trovare un posto dove ritornare e qualcuno a cui raccontare. Le raffiche sono ancora aumentate, dai selciati emana uno strano vapore che rimbalza contro il cielo e ritorna ai selciati: sembra intaccarli e risalire ancora, in un ciclo senza pause.
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“Perché volete che vi aiuti? Sono sempre stato goffo e voi lo sapete. Non ho nessuna capacità particolare, né manuale né intellettuale. Dovreste chiamare le squadre di soccorso oppure affidarvi alla Provvidenza. Io sono quasi inetto, non aiuterei neppure me stesso, non voglio danneggiarvi.” “I soccorsi non rispondono più. L’acqua è a pochi metri dalle finestre. Il fragore dei tuoni è senza sosta. L’aria livida di lampi. Tu sei goffo, è vero, eppure la minuta volpe bianca obbedisce solo a te. Con noi è un pupazzo, un disegno su un muro. Sei inetto, appartieni ai livelli bassi, dialoghi con i disegni di animali e potresti aiutarci. Nulla ti obbliga. Potresti salvarti da solo e lasciarci annegare. Sempre che il diluvio non rallenti o non finisca, almeno per qualche giorno. Però adesso guarda fuori: oscurità in pieno giorno, raffiche, e un silenzio spaventoso di uomini. Neppure un urlo.”
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Andare fino in fondo e girare, recita un cartello. Ultima area di inversione, aggiunge. A piedi, penso, non dovrebbe essere un problema. Mi fermo e mi guardo intorno perché ho fatto molti chilometri con lo sguardo fisso in avanti, benché la percezione laterale sia sempre in agguato, se non si hanno i paraocchi come i cavalli. Ai lati scorrevano fondali di colline, montagne basse e boschi. Tutto un lato di un monte mi ha lasciato l’immagine della pietra grigia e di pochissima vegetazione. Davanti era come se, a due metri di distanza, mi precedesse una prua ondeggiante su sentieri ora ripidi ora piani, ora coperti di pietre scheggiate o terra battuta, delimitati a volte da muri a secco. Immaginavo di essere accompagnato da un piccolo cane fedele. Il timone erano i miei scarponcini, ben solidi e flessibili, provati tante volte, anche stando fermo e immaginando un percorso simile a questo. Il cammino vero, naturalmente, non ha le stesse proprietà di quello immaginato. Gli somiglia in parte, in parte sorprende. Le mie scarpe sono adattabili, penso, tanto a quello che ho immaginato, tanto a quello che calpesto. Sono partito per noia, soprattutto infastidito dalla città di C. e per mettermi alla prova dopo aver passato molto tempo a immaginare un percorso, scarponcini ai piedi, zaino in spalla, ma restando seduto in casa anche per molte ore. Per una settimana almeno, tutti i giorni mettevo gli scarponcini, mi caricavo lo zaino dopo averlo riempito dell’occorrente per una spedizione di circa un mese. Poi, mi sedevo e mi guardavo intorno ma senza vedere quel che avevo intorno se non a tratti. Vedevo, come dietro un vetro opaco, scritte, forme, rilievi, limiti che mi sembrava di non aver mai visto.
Come guardare un paesaggio sott’acqua, sotto un’acqua torbida. Ogni tanto qualcosa emergeva più nitido, quasi decifrabile. Erano parti di scene dove mi sembrava di vedere me stesso ma offuscato, in cammino.
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Dopo avermi urtato prosegue come certe navi che ne urtano altre e fuggono col favore della nebbia o dell’oscurità. Ho un graffio sul collo. L’uomo che mi ha urtato era pieno di piercing. Il graffio è superficiale, non sanguina. Non si è neppure voltato. La collisione è avvenuta in Via al Ponte Reale, alle 14.30 circa. L’uomo che mi ha urtato sta scomparendo tra la folla, verso l’Acquario. Mi sembra che abbia i capelli tinti di viola e stivali altissimi adatti ad attraversare paludi, stagni, canali dal fondale basso. Intorno ho un ciuffo di canne mosse dal vento e sento schioccare cavi che battono contro alberature di metallo. Chi mi ha urtato e ferito affonda in mezzo alla gente, poi riemerge, e scompare di nuovo. Non sono rari questi incidenti e compilarne un inventario sarebbe un compito arduo. Tuttavia qualcuno mi dice che ha segnalato la collisione. “Dovesse succedere ancora non esiti a scaricare la sua arma: serve per riportare un po’ di disciplina. Quel delinquente non era neppure provvisto di fanali, corni o fischietti. Quando gli spazi sono così stretti e tutti si accalcano, le strade diventano buie, ed è un dovere segnalare la propria posizione. Il mancato soccorso è indice di infamia. Chi ha causato lo scontro non pensa che un giorno qualche farabutto come lui possa ricambiargli la gentilezza. Lei se l’è cavata con un graffio. Lo disinfetti bene. Ma è l’offesa che non si sa mai come disinfettare.”
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Ero in Piazza delle Vigne, seduto a un tavolo con sei o sette persone. Qualcuno lo conoscevo, altri li vedevo per la prima volta. Ero stato ad ascoltarli per circa mezz’ora e non avevo detto una parola. Di colpo ho detto: “Mi rattristate. Dovrei compiangervi ma non ci riesco. Quello che sembra allietarvi mi deprime, quello che sembra rendervi felici mi annoia. Per mezz’ora ho stretto sempre più forte i braccioli della sedia perché avrei voluto colpirvi. Credo di avere le mani sbiancate. Avrei anche voluto frantumare i vostri cellulari con cui vi siete intrattenuti come foste soli. Vacue e irritanti, le vostre parole non sono le vostre, sorridete troppo, inarcate troppo spesso le sopracciglia, gesticolate. Vi sforzate di essere simpatici e appropriati secondo quel che pensate gli altri si aspettino da voi. Perché vi ho ascoltati per mezz’ora? Non solo siete vacui ma riuscite a svuotare, a sottrarre. Togliete col niente, lasciate un senso di anemia, di debolezza estrema. Forse per questo sono rimasto. Adesso non so se riuscirò ad alzarmi subito. Oltre alle mani sento il mio volto impallidire. Dovevo colpirvi prima, molto prima, ancora prima che ci sedessimo.”
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“Inutile scandagliare in questo punto, non c’è neppure acqua, solo qualche centimetro di fango che si sta asciugando. Potete spegnere e ritrarre la pompa. Qui ha piovuto poco, la pioggia ha sferzato altre zone, ma qui, per qualche strano fenomeno, si sono viste poche gocce. E il luogo non è riparato da niente, è sotto il cielo come gli altri. C’è da chiedersi… c’è da chiedersi dove lo troveremo. Le ultime segnalazioni indicavano questa zona. Tenendo conto di vari parametri, la deriva avrebbe dovuto portarlo qui. Qui avrebbe dovuto incagliarsi. Ma non ci sono neppure tracce. Neppure un filo di stoffa, un lembo di pelle, una stringa. Non c’è niente. Eppure, da quei canali e col vento che ha cambiato direzione, dovrebbe essere arrivato da queste parti. Abbiamo battuto la zona per una circonferenza enorme stringendo fino a questo punto. E non c’è neppure un pelo della piccola volpe bianca. Vero che avrebbe potuto annegare in Piazza San Matteo dove la tempesta si è abbattuta con una forza particolare. Però l’animale sapeva fiutare i punti più sicuri, trainava la rozza imbarcazione con la sicurezza e il coraggio di un vecchio capitano. Sentiva le correnti propizie e quelle a cui non bisogna avvicinarsi mai. Fiutava i gorghi e gli spigoli sommersi…. Il conducente di un elicottero sostiene di averlo visto navigare sopra il fiume d’acqua all’altezza di Via Davide Chiossone, all’incirca dove la via incrocia Vico dell’Umiltà. Ma è l’ultima testimonianza. Le ipotesi possono essere innumerevoli. Dovremmo però chiederci perché in questo punto c’è così poca acqua. Questa è la prima domanda a cui trovare una risposta, almeno tentare. Questo fango è troppo asciutto e da poco ha smesso di piovere. Nelle reti di sbarramento non è stato trovato niente. Cominciamo a spaccare la pavimentazione.”
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C’è umido, caldo umido. Il porto puzza di uova marce e cani sporchi. Sulla solita mensola i soliti piccioni combattono per il cibo. Devo decidermi a non nutrirli più. Quelle ali che sbattono, quelle beccate in uno spazio esiguo, mi irritano. Vadano altrove e si arrangino. Intorno ai tavolini di bar, ristoranti, focaccerie, per loro i resti non mancano. Ecco la campana del vespro. Ecco nel solito angolo lezioni bibliche gratuite. Qualcuno è stato quasi gentile, qualcuno è passato in rotta di collisione e mi sono scansato. Lo prendo come un esercizio di agilità: scanso e proseguo, proseguo e scanso. Mi allontano soprattutto dai sigari, dai cellulari, dai tatuaggi, dalle unghie finte – veri artigli – dalle ciglia finte – lunghissime e pesanti – dai capelli come corde arrotolate, da un odore o un altro, da un cane o un altro, da un turista o un altro. Mi guardo poco intorno perché l’occhio è allenato, la percezione scatta che è un piacere per qualcosa che dispiace sempre.
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Da qualche mese, ogni giorno, mi faccio una domanda: siamo noi che non siamo riusciti a trovarlo o era lui che si nascondeva? La situazione è quasi tornata alla normalità; i danni sono meno ingenti di quel che temevamo; le strade sono sgombere e la viabilità ha ripreso il suo normale corso; le attività commerciali sono ormai tutte riaperte; i morti, seppelliti. I dispersi restano dispersi, quasi archiviati. Anche l’uomo con la piccola volpe bianca. Eppure, io non riesco a rassegnarmi. Sento che siamo andati a un pelo dal trovarlo e non poche volte. C’è stato un momento in cui ero sicuro che lo avrei afferrato per i capelli o per i piedi e lo avrei tirato fuori: dall’alto o dal basso. E non ho mai trascurato le misure intermedie. Ho dragato un numero sterminato di edifici, scantinati, chiese, tetti, campanili, sotterranei, zone di ogni tipo. Sorvolato il mare per migliaia di chilometri. Impiegato squadre speciali terra-aria-acqua. Attraversato chilometri di fognature. Mi hanno messo a disposizione le tecnologie più avanzate. Ne ho ritrovati tantissimi che ormai venivano dati per dispersi: vivi o morti. Eppure, l’uomo con la piccola volpe bianca, l’imbarcazione di pelle e la bandierina, è scomparso. Ogni tanto qualcuno sostiene di vedere lui o l’animale. Ma le descrizioni del luogo sono sempre vaghe, inattendibili. Del resto, in una simile città, traforata da ogni genere di aperture, vera topaia o alveare, chissà dove sarà andato a decomporsi.
Quando scrivo non distinguo più il pubblico dal privato, ciò che può essere letto e ciò che deve rimanere intimo. Sono stordito al riguardo. Per questo il flusso è la migliore forma di scrittura. Essere antiletterari nel senso in cui lo è l’Ulisse. Se decidi di scrivere una cosa per pubblicarla, qualcosa viene mortificato del dettato. Tradisci il tuo ka. Io non scrivo più per riviste e scrivo pochissime prefazioni (ma troncherò) perché sono tutto di Dio, non so sottrarmi al dio, non più, e tra l’altro penso che non ne valga la pena visto l’andazzo della società letteraria. La gente che scrive è così diversa dai contadini. Eppure né l’uno né l’altro uguaglia la firma umana che più amo: la santità.
…Oggi l’angoscia mi ha sotterrato. Sono a letto. Ho spento tutto. Il silenzio interiore è orientale. Le letture che faccio spingono alla riflessione. Jaynes, a parte lo stile un po’ impastoiato, è ricco di notizie, una interessante teoria, le voci degli schizofrenici come ipostasi preconosce come Gilgamesh e gli eroi omerici. Studio l’aurora dell’io, della mente cosciente soggettiva. Spero domani sia migliore. Certo, ho sbagliato tutto. È un peso. Ma hanno fatto in modo, le persone, che questo avvenisse, che io mi perdessi.
…Bisogna imparare a non far sanguinare la ferita narcisistica, qualunque cosa accadrà. Dice belle cose Jaynes Mi sono commosso. Sono giorni duri. Sento il calvario di dover essere presente anche se di fronte non c’è nessuno, solo “l’analogo io”, il calvario, appunto. Mi aggrappo ai libri. Leggendo Jaynes mi ci sono immerso. Libro di mole dostoevskijana. Parti scientifiche noiose, parti psicostoriche scorrevoli. Domani finisco. Poi rileggerò le parti evidenziate. Nessuno viene a trovarmi perché non ho amici. Sono come uno di quei personaggi famosi, fortunati si, ma distrutti, profondamente, per sempre, distrutti. La vita mi porta per mano verso il sole, e questo è il dono, ma io vedo l‘eclisse. Sole nero è l’altro nome della depressione.
…Volevo dirti che il 9 febbraio torno a scuola in veste di bibliotecario. Spero di resistere.
…Oggi, leggendo Jaynes, ne ho dedotto che nel mio caso la scrittura è un prodotto dell’emisfero cerebrale destro e che l’emisfero cerebrale sinistro assolve solo al puro compito strumentale di articolazione linguistica. La voce è l’ultimo stadio della mia possessione che tanto somiglia a un’aurora, a uno stato crepuscolare, che è lo stesso, a un ipostasi preconscia. Lo so, tutto questo non risulta affatto credibile e gli stessi poeti in circolazione, se mi sentissero parlare di voce oracolare, riderebbero di me, come tutti hanno riso di me. La ferita è l’assenza di perdono. Leggo, leggo forsennatamente come se ci fosse un traguardo o un premio all’ultima pagina del libro.
…E se pensiamo che le voci degli oracoli della Grecia a cavallo tra l’età del crollo della mente bicamerale (schizofrenica, diremmo oggi) e l’età dell’avvento della mente cosciente soggettiva, del suo ” analogo io” col suo spazio mentale e il suo tracciato di narratizzazione erano ragazze ignoranti, analfabete, che accoglievano la voce degli dèi perché ci credevano. E se pensiamo che prima della venuta dell’Aspettato (Gesù) tutti gli uomini erano pazzi perché parlavano col loro spirito guida.
…Io quando scrivo soffro il disagio dell’atemporalità. Questo certi poeti non possono capirlo. Non può capirmi chi fa troppo commercio della vita, per dirla con una famosa poesia di Kavafis, non può capire come avviene l’avvento della mia parola poetica chi troppo vive proiettato all’esterno distolto da demoni sterili e svuotanti come l’attualità, la cronaca politica, e i loro media, la televisione, la radio. Il canto e la musica sono situati nel lobo temporale destro, nell’area che nell’emisfero sinistro, addetto alla parola, è detta, come sai, area di Wernicke. Scrivo e vivo il fenomeno dei primi bagliori della luce del mondo: ipostatizzo il sapere, vado sotto, è giù che stanno le voci, nelle caverne in cui parlano le sibille. Un mondo perduto che in certi poeti però sopravvive. Difficile stanarli. Campana era un uomo bicamerale, ad esempio. La poesia, al tempo della mente bicamerale, ma anche oggi, era il contenuto delle phrenes di cui parla l’Iliade. Gli oracoli, le sibille, che essendo ragazze analfabete non sapevano un acca di metrica, si esprimevano in esametri e dattili. Jaynes dice che la vera poesia è solo matematica e la matematica, disse Galileo e con lui molti altri venuti dopo, come Leibniz, è il linguaggio di Dio. Ora è un dato di fatto che gli analfabeti siano gli artefici, come scrive Carlo Levi, delle “vigne matematiche del Sud”.
(Non esiste umiliazione peggiore di quella inflitta dal denaro)
SECONDA PARTE
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Per chi apprezza il volo dei gabbiani e vede figure dentro la ruggine di un tombino, fingere interesse per un personaggio famoso, una statua o un episodio storico, sempre gli stessi, è un tormento. Guido un gruppo di turisti che ho appena raccolto sotto i portici di Piazza ***.
Come una specie di Caronte li raduno, faccio l’appello, li conto, poi spiego il programma. Ho due ore per farli girare. Indico e parlo, a volte con l’aiuto del microfono da cui esce una voce che riconosco a stento. Gracchio come un vecchio transistor, strido.
Il mio gruppo sarà liberato nell’ora di pranzo e recuperato verso le 3, poi smistato verso il mezzo che li ha trasportati dove farò un nuovo appello, perché non è raro che qualcuno si perda e ritardi.
Questo è il pacchetto N. 1: si parte da Piazza ***, si gira intorno a Palazzo ***, si entra nel cortile maggiore del palazzo, si imbuca Via ***, si arriva in Piazza ***, si visita la Cattedrale di ***, si prosegue per Via ***, si devia verso Palazzo S. ***, e il giro si conclude in Piazza ***.
Guardo il gruppo che mi aspetta sotto i portici di Piazza *** e mi avvicino. Loro sorridono, spesso ridono, ridono molto e non capisco quasi mai perché. Faccio del mio meglio per essere professionale: affabile, gentile, paziente… fingo anche interesse per l’uno o per l’altro, ascolto qualche domanda, cerco di ricordarmi qualche faccia, un vestito, un paio di scarpe o un’andatura strana. Il gruppo non si dispone mai in colonna, mi segue come un cerchio in movimento e a turno qualcuno spezza il cerchio, guadagna qualche metro su di me o sugli altri, come fosse una specie di gara. Se il gruppo si sparpaglia li richiamo, grido nel microfono con sgradevoli effetti di rimbombo.
La voce rimbalza di facciata in facciata, viaggia per centinaia di metri e poi si spegne, ma non si sa mai né quando né dove.
Ho regolato male il piccolo amplificatore che adesso esplode in una tremenda cacofonia: sparpaglia i piccioni e paralizza i miei turisti per un attimo. Poi ridono, ridono molto, tossiscono e mi seguono.
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Non vorrei portarli in Piazza ***, l’ho vista migliaia di volte e ne ho parlato tanto da farmi venire la nausea. Allora, qualche volta, invento, sposto una data, inserisco un oggetto, un colore, indico uno spazio che non esiste più come se esistesse ancora. Lo faccio in fretta, fra una notizia e l’altra, so che non se ne accorgono i poveri turisti troppo presi, ma da che cosa? Di sicuro pensano a quello che mangeranno, poco a quello che vedono, molto alle cartoline, ai ciondoli, alla paccottiglia di cui riempiono gli zaini, afferrano qualche parola, una data, un nome, guardano una grande vasca, un colonnato, guardano il mio dito, non quello che indica. E ridono, ridono molto. Uno mi chiede quando andremo a vedere i pesci. Ma non andremo a vedere i pesci, perché il pacchetto N. 1, il loro, non li comprende. Così consiglio di comprare le cartoline con i pesci che non vedranno, con una sfera di plastica sporca che non vedranno, col tramonto sul porto che non vedranno.
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Qualche volta, per non pensare al giro che ho fatto mille volte, per non guardare le chiese e le piazze viste mille volte, guardo i miei turisti, e mi chiedo che cosa stanno guardando, a cosa pensano, che cosa provano quando il vento sposta le vernici spray, le narici pizzicano e la pelle prude come quando si entra in una carrozzeria e la gola diventa acida respirando smalti e solventi. O quando l’aria trasporta il grasso del kebab, la famosa trottola di carne, e ristagna odore di bollito. Oppure si saranno accorti, mi chiedo, delle saracinesche sotto i portici, quattro, alte ben più di tre metri, con la cornice di marmo, una mezza luna a vetri, imponenti, chiuse da anni, corrose e sbriciolate dalla ruggine?
Siamo di fonte alla chiesa di S. ***, ingabbiata da ponteggi che formano una seconda facciata, uno scheletro lieve e profondo, nuovi piani orizzontali e verticali, nuove graticole.
I leoni non si possono più cavalcare ma qualche bambino si è infilato fra i tubi, ha raggiunto la groppa, chiama qualcuno perché lo fotografi, e il rodeo inizia.
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I miei turisti non mi sentono. Non mi sentono perché sono tutti seduti a pochi metri da getti d’acqua, quei sifoni chiassosi disposti a decine intorno alla vasca di Piazza C.
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Sono pennacchi liquidi, spruzzi le cui gocce volano a decine di metri quando il vento soffia; e quando soffia tramontana le gocce sono gelide.
“Guardate, grido nel microfono, la statua equestre davanti al Teatro ***, l’angelo col braccio spezzato, la griglia accanto alla Chiesa del ***a cui sono appese bambole e immagini, come in un rito voodoo, ascoltate la lettura del fine dicitore, sempre uguale, che i versi siano di *** o di ***, il lamento del mendicante, lo scroscio dei sifoni che vi assorda.”
Uno dei miei turisti si fotografa da ogni angolazione, ha le scarpe blu cobalto, uno zaino floscio, un sorriso idiota. Non ha sentito niente.
Passa un uomo calvo simile a una lumaca senza guscio, ingobbito.
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Possiamo guidarli alzando un’asta con la bandierina o un fiocco, un ombrello, una racchetta numerata. Per raccoglierli, basta un fischio, un gesto perentorio dell’asta e il corteo che stava per sbandare si ricompone subito.
Adesso siamo in Piazza ***. Quella è la chiesa di S. P. in *** che fu quasi distrutta dall’aviazione alleata, come la Loggia di ***. Una foto presa dall’alto mostra il suo stato subito dopo i bombardamenti: macerie, fumo, travi annerite, pietre, e vetri esplosi. Come una specie di perno monco, tuttavia ancora dignitosa, quasi al centro, la statua del Conte di *** s’innalza sui detriti.
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Ogni tanto incontro altre guide, certe le conosco, altre no. Sono molte, e di anno in anno il numero aumenta. Facciamo tutte gli stessi giri, diciamo le stesse cose, facciamo il compito per le agenzie così come lo impongono i diversi pacchetti. Siamo tutti professionisti, professionali, educati, attenti, rispettosi, tolleranti, tutti – a denti stretti. A denti stretti teniamo in gola, tutti, quello che vorremmo dire, quello che pensiamo su turismo e turisti, sulla città, sui padroni della città per i quali non siamo in pochi a lavorare. Ad esempio vorremmo dire che la bolla di plastica è sconcia, fa urlare uccelli tropicali, e che sbatti sempre il mostro in prima pagina su cartelloni giganteschi è disgustoso, come le sequenze di gabbie di vetro, sedie e tavolini neri, tutti uguali, come le panchine disposte a corridoio, l’orizzonte a ponente senza aria e senza luce, le innumerevoli ringhiere, cancellate, transenne, sbarramenti, delimitazioni, reti, divieti, restrizioni. E che spesso l’aria del porto puzza di smog. Il porto antico… e le sue statue o steli, una dedicata a ***, l’altra a ***, una sotto vetro, una scomparsa. Come le panchine della darsena: schiodate, spostate, usate come dormitorio o circolo, panchine circolari disposte a cerchio, appropriazione di uno spazio pubblico non difeso, e alla fine rimosso.
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Il gruppo che raccoglierò fra pochi minuti, fa parte del Pacchetto N. 2 che è
quasi uguale al Pacchetto N. 1 ma concede, a pagamento, un’ora in più. Il giro è quello del Pacchetto N. 1, l’ora in più sarà dedicata agli acquisti: lascerò che il gruppo si sguinzagli e si soddisfi comprando le stesse cose che troverebbe in decine e decine di altre città del mondo. Ma comprarle qui deve avere un altro gusto, un sapore di qualcosa che mi sfugge. Forse traggono calma, sicurezza, e si sentono parte di un grande gruppo sapendo di comprare quello che migliaia di altri turisti comprano in tutte le parti del mondo.
Oggi li porterò a vedere la pietra più scura del lastricato di Piazza ***, spiegherò perché è più scura, racconterò che sotto quelle pietre scorrono due torrenti, perché la Piazza ha il nome che ha, farò notare la chiusura di tutti i piani terra, la cancellazione delle finte architetture, la chiusura con vetrate della Loggia di ***, gli attuali banchi sproporzionati allo spazio, invadenti. L’effetto di uno spazio dilatato non esiste più. Ora la piazza è compressa, intasata di oggetti, carrelli, voci, ponteggi, sbocco di quattro strade principali e due stretti vicoli, è un piccolo bacino che riceve troppa acqua, l’ultima tacca di livello resta quasi sempre sommersa a conferma di una “vocazione” a straripare, riempire, tamponare, accumulare.
Sull’angolo fra Piazza *** e Via degli *** con un berretto di lana rossa calcato quasi sugli occhi, un uomo corpulento, seduto sopra uno sgabello piccolo, comprime e dilata la sua grande fisarmonica, rossa come il berretto. Suona un valzer ossessivo, si appoggia a una saracinesca chiusa da dieci anni, a un cartello stradale imbrattato di scritte, batte il tempo con una grande scarpa a punta sformata. Da venticinque anni suona in diverse zone della città. Suona anche il violino, amplificato come la sua fisarmonica che rilascia un suono remoto e stridulo, come un addio interminabile pronunciato da una voce roca.
Passa un carrello velocissimo, s’incrocia con altri mezzi, scansa i passanti, sfiora una donna accovacciata contro una saracinesca chiusa da un paio d’anni: la vedo tutti i giorni; dipinge acquarelli su cartoni recuperati, è sporca, a volte ubriaca, si raduna intorno qualche borsa e l’occorrente per dipingere. I soggetti sono banali, ma una specie di vortice, un marrone trasparente e insieme fangoso, una prospettiva insolita, riscattano il luogo comune. Posati sul selciato, sembrano assorbiti dalla pietra, eppure una luce li stacca, li solleva: è un chiarore oscuro, una tempesta sul mare, tempesta lontana.
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Quella forma che vedete sott’acqua, posata sul fondo, è una mano o meglio un guanto giallo pieno d’acqua; l’acqua lo ha riempito e gli ha dato forma e stabilità. Poggia come una piccola statua ben sicura sopra la sua base.
Sotto il pontile c’è una specie di manubrio rosso legato a una corda, forse il manubrio di una bicicletta per bambini che ondeggia monotono, lento, fra alghe, spazzatura, piccoli, affollatissimi branchi di cefali.
Poco più avanti, in fondo a una breve scala che scende nell’acqua, c’è un anello a cui sono legate corde, catene. Vedrete spesso questi frammenti di ormeggi, lamiere smangiate, a volte barche capovolte da decenni ancora trattenute alla banchina da una corda.
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Ma adesso guardiamo lo spazio dove sorgeva il gigantesco cavallo di cartapesta. Era dietro queste sbarre, dentro questa chiesa senza tetto: era un pezzo di scenografia, ma nessuno ricorda di quale spettacolo. Al posto del cavallo oggi c’è un gruppo di ragazze che salta. Verso l’abside, vediamo un daino blu, di cartapesta, alto circa 8 metri. Una donna grida ordini, una lamiera stride, un uomo barbuto tende un cavo nero.
Qui sorgeva una coltivazione idroponica, una specie di serra dentro una piccola rimessa di metallo chiusa da vetri. Una solida gabbia blu, una specie di container.
Sotto i cornicioni vediamo l’affresco – quel che rimane dell’affresco – di un volto: né uomo, né donna; né giovane né vecchio. Resta un occhio truccato, femminile, una cravatta maschile, la bocca crollata nel suo stesso rosso.
Davanti al bastione, nel secolo ****, fu eretta una statua alta venti metri a imitazione di vari organismi allora viventi, soprattutto acquatici, con qualche innesto di creature di terra. Aveva una mano gigantesca, una base fatta con tubi di acciaio a imitazione dello scheletro di un pesce. Era cava, in certe parti molto profonda.
Ci spostiamo in Piazza ***, la parte più antica della città. Del complesso di San *** vedremo la scalinata, i calchi di organismi acquatici stampati sulle pietre, e noteremo il dislivello, vero salto nel vuoto, una volta collegato da un sistema di saliscendi o calapranzi. Il complesso ospitava attività educative, laboratori, giardini pensili, cavità-dormitorio, raccolte di voci e di gesti. Oggi è rimasto poco o niente. Il poco è quel gesto che vedete inciso nelle pietre, un gesto senza variazioni, forse braccia alzate, sempre lo stesso gesto, come lo stampo di un uomo che corre spaventato.
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L’ultimo crocefisso ha girato l’angolo sventagliando orpelli di filigrana; tre lo hanno preceduto, davanti al baldacchino che sorregge una Madonna; stanno risalendo Via S. ***, e sono prediche dentro un microfono pieno di interferenze, non diverso dal mio, e non diversa la solita litania, qui turistico-religiosa. I miei turisti scattano valanghe di fotografie, soprattutto autoscatti col crocefisso, il portatore, la Madonna; qualcuno manda un audiovisivo e innesta il vivavoce che replica il rumore della celebrazione come trasmesso da una radio potente e guasta.
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Devo osservare il mio gruppo che si è mischiato al corteo per non perderli di vista. Allungo il passo e affianco la processione e alzo e agito il mio ombrello bianco in cima al quale ho annodato un fiocco rosso sfarzoso. So dove sosterà la processione, è uno dei luoghi più consumati dalle visite, dai percorsi turistici, dal passaggio, dallo scarico merci, il luogo dove l’aria – sabato e domenica – è benedetta dalle bombolette spray.
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La pittrice dei vertiginosi paesaggi era accovacciata, raggrinzita contro un portone. Pennelli e cartoni spariti. Sigaretta e tavernello. Di fronte ha una bancarella che vende vera pelle. Di fronte alla bancarella sta rannicchiata in un sudicio piumino, tossisce, guarda dietro gli occhiali, prende una scatola di colori, un pezzo di cartone e inizia a dipingere sempre il solito soggetto ma ogni volta più traballante e ondulato.
È grigia di pelle e di vestiti come il selciato.
Oggi non faccio la guida, non bercio dentro il microfono, osservo e compongo dentro di me e nessuno mi costringe a dire che cosa vedo, che cosa sento, che cosa non vorrei vedere e sentire; oggi non devo alzare la paletta, richiamare all’ordine, sforzarmi di sorridere, elencare date, nomi, episodi. Posso camminare da solo.
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I capelli di uno sembrano corde tessute da un ragno enorme. Sulle Marittime c’è ancora neve. Molte pietre semoventi, buchi, segnali verniciati, transenne. In Piazza *** hanno tolto l’orologio. C’è ombra, c’è quasi sempre ombra.
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Dipinge anche fiori. Oggi ho visto tre calle su fondo verde-grigio, unite come tre sorelle che si abbracciano nel giorno che precede le nozze, i gambi fluidi e densi.
In tutti gli acquarelli c’è un mare in tempesta, un cielo livido, una grande pozzanghera che avvolge anche i fiori.
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Dice sì chinando e alzando la testa mille volte, sputa e non parla con le parole, è sempre accovacciata sui cartoni, sui colori; fuma e ringrazia per l’elemosina chinando la testa di lato. Sembra che ascolti. La gente passa. Un’auto, un carrello, un gruppo. Bagna il pennello dentro una bottiglia di plastica tagliata, lo asciuga in uno straccio, piega le alette di un cartone, confezione di chissà che cosa, e dipinge. Non ha un’aria febbrile, i gesti sono misurati, nessun atteggiamento è ostentato; in realtà non ha un atteggiamento, neppure l’aria di chi si raccoglie, pensa e dipinge.
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Oggi porto in giro venti turisti sorridenti: hanno il cappello arancione con visiera e una grembiulina blu di plastica. Li raccolgo in Piazza *** dove sono impegnati a fotografarsi, a filmarsi, a mandare i video in giro per il mondo: un altro giro. Grido nel microfono e alzo la bandierina. Esplode un hurrà. Non li ho mai visti. So da dove vengono, ho l’elenco dei nomi, parlo la loro lingua. Ridono. Mi seguono.
“Oggi visiteremo archi tamponati, strisce di cielo, conchiglie impastate nella pietra e onde di marmo. Indicherò dove cadde pugnalato il compositore ***, uno che vende fossili falsi, la straordinaria gabbia di ponteggi, il dedalo di stradine: vero habitat per Minotauri.
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Per anni ho cercato il Pavone. “Non devi cercarlo dentro palazzi o chiese, è fuori,” disse uno. Non è nei mosaici del giardino di Palazzo ***, e non è lo struzzo o il re Cigno. Forse è una piccola formella di un sovrapporta in Piazza ***, il portone di Palazzo *** sovrastato da statue gemelle, restaurato di recente, bianchissimo. Sotto un braccio monco sbuca una cornucopia. Una foglia è simile alla coda dispiegata di un pavone. Quell’ampio cortile sterrato, sporco, quella bestia di marmo consumata, stanno davanti alla chiesa dei ***, ben riverniciata, di un giallo caldo. Quattro vicoli sorvegliati da edicole votive, madonne e angeli sotto vetro, piccolissime teste sbriciolate, catenelle, trigrammi.
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Il Covid ha bloccato una nave da crociera al largo; nessun porto, per adesso, vuole ospitarla. Equipaggio e passeggeri: tutti contagiati. Si erano imbarcati sani. Così dice il bollettino. Mare calmo, niente vento, bonaccia, cielo terso, notti stellate. La nave- condominio galleggia nel buio come un albero di natale. Luminarie. Ogni passeggero è isolato in quarantena nella sua cabina, così riferisce il bollettino.
Ricorda la medievale Nave dei Folli. Ma non è esatto; è la Nave degli Imbecilli, quella del Pacchetto N. 3. Ma non arriveranno. Tutte le città portuali li tengono lontani. Così recita l’ultimo bollettino. Faranno la quarantena a bordo ma al largo. Un intero piccolo paese galleggiante e contagiato.
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La nave contagiata approderà nel porto della città di C., così informa l’ultimo bollettino. Passeggeri ed equipaggio staranno in quarantena al terminal traghetti, così dicono i giornali. Oggi è una bella giornata, identica a quella di ieri, mare piatto, cielo limpido.
Domani sarà come oggi, informa il meteo. Aria tiepida, temperatura superiore alla media stagionale. Il Pacchetto N. 3 isolato in quarantena, così riferisce la stampa locale. Nessun timore. Qualcuno, dopo attenta visita medica, è decollato per tornare a casa. Gli altri, secondo indiscrezioni, organizzano feste a bordo.
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Oggi mi sono licenziato. Adesso posso scrivere o stare zitto, non quando voglio, ma quando posso. Quando ci si sbarazza di un demone, ne arriva un altro, più forte, più tiranno.
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I turisti del Pacchetto N. 3 restano a bordo festeggiando. Sbarcheranno solo finita la quarantena. Saranno ben accolti dalla città di C. che ha una lunga tradizione di ospitalità, lazzaretti, quarantene, cimiteri monumentali, corone di alloro, statue, lapidi, targhe, commemorazioni funebri, epidemie, regole anti epidemie non rispettate in passato come oggi.
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Congedarsi. Senza inchini.
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Mi colpiscono lo scudo di marmo smerigliato, il capitello e il palazzo su cui sembra calato un colpo d’ascia.
Lo sfregio all’insegna religiosa, all’agnello di turno.
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Quanta aria impigliata nei ponteggi.
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Riescono a sedersi anche alla base dei ponteggi e in mezzo ai ponteggi e in numero rilevante formano sui gradini della chiesa di S. *** altri gradini di carne.
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In Piazza *** uno rimbalza da un piede all’altro restando sempre nello stesso punto, come una molla avvitata al selciato.
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Il sole fa brillare il collo di un piccione. Un collare viola, come una collana.
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Anni fa c’era Ulisse appostato in Via ***; sul corpo nudo aveva solo una coperta. Gran barba bianca, dietro a un palo, non molestava nessuno: guardava, stava fermo per ore, sorrideva sbucando dal suo sacco di lana.
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Città di fantasmi e scheletri, di figure lunghe, scarne e nere che tagliano l’aria con una veloce falcata, di donne avvolte in una veste da cui spuntano gli occhi, un manto nero; si fanno i dispetti, hanno orbite incavate e una pelle scura e insieme livida; dietro l’angolo, girati di schiena, rivolti a una grande loggia vuota e polverosa, con i vetri frantumati, due trattano con parole violente non si sa quale merce; è la città del fiume che trabocca e scardina i tombini e allaga sottopassi e cantine; secchi, scope e fango. Con l’occhio vitreo e sporgente, la pelle come bruciata, fissa un’altra, si fa le sue ragioni, la inchioda alla pietra, e uno allarga le braccia, ruota in cerchio come un aeroplano e sembra felice; è la città dei reperti, animali e umani, delle corone d’oro, foglie d’oro ricamate come un merletto, nastri di metallo dorato, e sotto un fosso, canale senz’acqua, sotto Palazzo S. ***, alti monconi di colonne, un dislivello improvviso, tre gradini ripidi, cemento e spazzatura e tre passeri hanno trovato briciole e uno prende il volo, si affila il becco sul braccio in ferro di una lampada, e la polizia importuna, sono in quattro, e c’è un cancello che non serve a nulla, un bell’oggetto in ferro battuto; nel vicolo stretto e sorvegliato da una statua oblunga incastrata nel muro, sacchi di spazzatura abbandonati, più avanti Palazzo De ***, atrio neoclassico, fontana, testa di leone, fiammate artificiali; con la faccia affilata, annusando l’aria aperta, come uscisse dopo mesi da uno scantinato, s’ingobbisce, sta fermo sulla soglia e poi scatta, fa una mossa come in cerca di una preda, offre un caffè, ride.
Adesso sentirete sonagli come il suono di piccole ossa appese a fili e spostate dal vento, poi esercizi al piano: scale, trilli, acciaccature. Qui, in questa piazzetta, Piazzetta ***, esercizi di canto e non lontano, l’enorme, sempiterna fisarmonica rossa che fiata, soffia, si dilata a ventaglio e si ritrae a fessura.
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Oggi la polvere di un cantiere si è depositata a ondate regolari, una risacca calibrata, un ventaglio di tracce quasi bianche a distanze prefissate – come un progetto. Sono semicerchi sempre più larghi, partono dai bordi di uno scavo, s’irradiano per decine di metri, finché l’ultima grande sventagliata deve fermarsi davanti alla facciata di Palazzo ***. La facciata di Palazzo *** è piena di angeli enormi scolpiti male: facce gonfie, prospettive incerte, corpi tozzi che sembrano incollati per un lembo di carne e sul punto di franare. Nella Via di ***, di fronte al portone chiodato, altissimo, di Palazzo ***, un rinomato negozio ha in vetrina animali di pelle: un ippopotamo, un cinghiale. Procedendo, vediamo qui a sinistra una macelleria con i vetri scuri, le luci basse, una specie di circolo per iniziati alla bistecca; dentro, uno strano silenzio intimorisce, come il portone di Palazzo *** che ha sporgenze di ferro che trafiggono l’aria.
In cima sbuchiamo in Piazza S. ***. Una sentinella, con la punta della baionetta, incide nel marmo un gioco intricato. Sopra una saracinesca potete vedere un fenicottero rosa dipinto accanto a un teschio, accanto a un tavolino, accanto a grumi di ruggine, accanto a un vetro sfondato.
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Tolta l’imbragatura, ponteggi e reti, ecco il Barchile restaurato. Sembra un marmo funebre, una lapide. Bianchissimo, non ha più venature né colori: quei gialli spenti e morbidi, un verde-grigio e un bianco caldo, opaco. Dopo mesi è riemerso sfacciato da un bagno di candeggina e stona con lo spazio intorno. Sembra marmo sintetico.
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Accarezzava il suo cane mentre su entrambi scendeva una specie di cipria grigia. Erano in fondo a Via del ***, via larga, tranquilla, fiancheggiata dalla Chiesa di S.***. Una specie di confine con Piazza ***, piazza frastornante.
Era seduto, era solo, di una solitudine definitiva.
Lo vedevo da una certa distanza, forse 30 metri, ma la distanza era alterata: tutto sembrava più profondo, largo e velato. E silenzioso. Come il suo cane. E neppure lui parlava. Dietro aveva un cancello, una porta di mattoni ad arco. Il cane era un levriero, forse, di un colore violetto smorto. Si muovevano poco. I due non erano in posa, e poteva sembrare. Però erano quasi bloccati, molto lenti. E distanti. Non più piccoli né più grandi: arretravano centimetro dopo centimetro, come su una pedana mobile. E c’era sempre quella nube bianca, quel viola del cane, opaco, che sembrava stendersi, come una pelle conciata, su tutto.
*
Un suggerimento ai turisti: non perdete Via dei ***, se avete lo stomaco forte. Prima di percorrerla, gustate l’ottimo pesto spalmato sulla focaccia che si vende all’angolo con Via San ***, sotto una delle edicole più belle della città. Dopo la degustazione ecco la degradazione, basta fare tre metri e vediamo una grande loggia “protetta” da vetri spessi. In un punto è stata presa a martellate. Sembra un enorme parabrezza spaccato ma che non è volato in schegge. Come un vetro antiproiettile. Contro gli assalti di pennarelli e spray non c’è nessuna protezione. L’interno della loggia è sporco, polveroso, abbandonato da anni.
Via dei *** è un orinatoio a cielo aperto con bottiglie di birra, selciato sconnesso, merda, gradini luridi. Oltre a quelle della loggia, molte altre vetrine, ma dentro non troverete nessuna esposizione. Sono vuote, senza saracinesca, da anni esibiscono il niente sporco. Anche il vecchio parrucchiere ha chiuso, e una cartoleria storica ha chiuso. Ma c’è una bagascia – quasi un’istituzione – con un nastro rosso fra i capelli neri, un’acconciatura che ricorda Minnie, scarpe lucidissime col tacco squadrato. È quasi sempre aperta. Staziona sull’angolo, come le vergini, ne ha una sopra la testa, quella senza statua, e al posto della madonna c’è un ritaglio a forma di aeroplano. Si appoggia a un muro annerito, accoglie i clienti nel palazzo di Vico *** dov’è nata Santa *** – così ricorda una targa posta accanto al magnifico portale.
Via dei *** si biforca: a sinistra sbuca in Via ***, a destra sale in Vico ***. Qui abbiamo una trattoria storica, La ***, e a fianco un punto di raccolta rifiuti. Il via vai dei mezzi per la raccolta dei rifiuti, la disinfezione del selciato, la consegna della spazzatura è molto frequente. Vico *** inizia stretto con ristagno di odori non del tutto piacevoli.
*
Sui vetri frantumati della grande loggia possiamo leggere diverse scritte del primo ventennio del XXI secolo: La peste suina è l’uomo.Il virus è l’uomo. ACAB. Non vi sfugga un adesivo che raffigura un cinghiale, un cuscino rosso incastrato fra palo e muro, la cupa penombra, i rigagnoli scuri, una rosa di plastica impolverata, qualsiasi superficie a portata di pennarello e spray imbrattata. Un’intricatissima rete di scritte, simboli, figure, macchie, numeri.
*
Dalle lettere di un viaggiatore francese del XX secolo:
Caro ***,
oggi sono arrivato nella città di C. Il porto sembra piccolo e insieme enorme. L’insenatura o golfo naturale dove sono sbarcato, è un incrocio vertiginoso di bacini, moli – alcuni enormi – gru, imbarcazioni – per lo più una simile all’altra – passerelle, chiatte, costruzioni di ogni genere formano una rete inestricabile dove anche le imbarcazioni stanno, per così dire, gomito a gomito. L’aria è limpida, tiepida al sole, fredda e umida dentro le viuzze o vicoli. La città, dopo qualche giro, sembra una copia del porto: convulsa di spazio – assenza di spazio – contratta, rumorosa.
Dal mare, lo spettacolo di un imponente agglomerato di edifici che precipita in acqua lascia senza fiato. Le case si arrampicano sui monti; sui crinali si arroccano paesi, fortificazioni, una lunga, sottile muraglia, santuari, chiese, strane torri – e dopo il cielo.
Il porto copre la costa, nel senso della lunghezza, per molti chilometri: verso levante e verso ponente il mare quasi non si vede.
Qui si cammina su belle pietre sconnesse, fra palazzi altissimi appoggiati uno sull’altro, avvitati uno dentro l’altro. La materia più diffusa è il marmo; sovrabbondante nei palazzi e nelle chiese. Poi l’ardesia. La città sembra talvolta una fotografia in bianco e nero: ci sono chiese e palazzi a strisce bianche e scure, colonne bianche affiancano colonne nere. Tuttavia non è una città grigia: trionfano i trompe l’oeil dai colori accesi. Le figure di palazzo San *** squillano la fanfara del giallo, per esempio. E gli interni sono una foresta di grottesche, sfondi blu cobalto, fiori, piante, animali dai colori saturi, come diapositive polarizzate e intorno – scale, colonne, balaustre, gradini, capitelli, pavimenti, statue – il marmo onnipresente, smagliante oppure opaco o policromo, come nei bellissimi intarsi della cattedrale.
Se verrai nella città di C. non mancare la visita alla cattedrale e osserva le cappelle laterali: soprattutto gli altari – non per i dipinti ma per i marmi.
Caro ***,
a palazzo *** ho potuto vedere un piccolo busto di Balzac, ben conservato, di autore ignoto, poggiato sulla lunghissima mensola dorata di uno specchio enorme con la cornice piena di stucchi, volute, putti dalle guance gonfie, tutta una decorazione tronfia, insopportabile. Il povero piccolo busto deve temere questo pesantissimo sfarzo; anche il vetro spesso, brunito in alcuni punti, sembra sfondare la cornice, per quanto poderosa sia, e scricchiolare. Il busto è pregevole ma come smarrito, già sconfitto dal rapporto di scala e peso.
*
Avete a disposizione un’autentica città- mostro, The Big Freak, un grande luna park con la donna barbuta, il cane a due teste, i siamesi, l’uomo sigaro: è la città sognata da Tod Browning, ed è la città dove tutti e tutto sono rappresentati, mischiati, agglutinati: vestiti, lingue, etnie, cibo, festival, artisti e giocolieri, mendicanti, colori, unione dei colori, stati uniti del colore, la vera città multietnica, multistrato – dallo splendore alla miseria scendendo pochi piani, dallo sfarzo alla mendicità giusto dietro l’angolo. Qui vedrete il pit bull dalla testa gigantesca appostato davanti alla storica gelateria, la demente votata al cattolicesimo bofonchiare in via dei ***, la ragazza col pappagallo sulla spalla, gli animali fatti di cuoio – cinghiali, carlini, maiali – a 400 e 700 euro, foulard a 800 euro. Tutta la città vecchia è un baraccone. Una si porta a spasso 8 cani, ne incontra un’altra con due, e i cani si azzuffano e loro ridono tra una foresta di gambe e zampe, scarpe colorate, polpacci tatuati, capigliature viola o verdi, ascensori panoramici, sbarre enormi puntate verso il cielo.
*
La ruota panoramica. La sfera biologica. L’alluce della statua. Il sandalo. Il piede di un camminatore. Un giorno un cane alzò la gamba sopra il sandalo… Le mura idrodinamiche. Una fila di palme oggi oscilla, i tronchi sottili sono scossi. Il vento forte stacca i cappelli e abbatte, i gabbiani sono superbi, eccitati. Il Mercurio giallo è screpolato, dalla cornucopia escono fogli di intonaco, l’aria ha il sapore del kebab e del fritto. Scende una squadra da via San *** sotto striscioni che schioccano.
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In via San ***, tutte le domeniche, per molti mesi, si è potuto vedere un ragazzo fare la spola da un bidone all’altro: frugava, rovesciava, raccoglieva i gratta e vinci usati, li guardava uno per uno, li smistava, li metteva da parte, poi li buttava e passava al bidone successivo. Faceva un percorso a zig zag fra i due lati della via, era come in trance, alto, pallido, biondo, molto giovane, instancabile nella ricerca del biglietto vincente gettato via per caso.
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Per anni il suk abusivo ha invaso il porto antico, forse qualcuno ricorda le corse, le fughe coi borsoni, enormi fagotti fatti coi lenzuoli con i quali era difficile correre e che cascavano a terra, il grande nodo si scioglieva spargendo mercanzie di ogni tipo: vestiti, scarpe, bigiotteria, chincaglieria, libri, tappeti, orologi, ogni tipo di oggetto, giacche, giubbotti, scarpe sottratte agli staccapanni presi d’assalto, rovesciati, dove s’infilavano a testa in giù e rischiavano di soffocare e da cui emergevano con autentici tesori per pezzenti. E questo è durato anni. Erano centinaia, un formicaio che si disperdeva inseguito dalla polizia, poi s’infilava all’interno, mentre qualche moto schiacciava per disprezzo la merce in attesa degli spazzini.
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Vendevano anche marchi falsi e li vendevano bene: borse, scarpe, portafogli… erano tollerati con qualche intervento della polizia che per un’ora li allontanava, non requisiva la merce, e la gente del suk si appostava e osservava a poche decine di metri e poi ritornava a stendere i lenzuoli su cui esponeva la merce con un bel senso della composizione.
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Poi si sono spostati verso Via S. *** sopra la metropolitana, in una strada non di passaggio, un largo corridoio senza uscita.
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Passa un furgoncino della spazzatura, sobbalza e spruzza un turista di acqua e disinfettante. Sulla coscia appare una chiazza di umido. Il turista storce il naso, fissa la chiazza, avvicina un dito con estrema cautela, sfiora i pantaloni, bofonchia qualcosa. Parla con altri turisti, un occhio incollato alla gamba e storce di nuovo il naso.
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La famiglia più potente della città di C., i ***, di cui vedete le magnifiche dimore, ebbe il suo rappresentate più famoso in ***.
Di recente, in una biblioteca di ***, è stato scoperto un documento singolare, straordinario, attribuito a ***, che riporta un sogno del grande navigatore. È redatto in una lingua mista di ligure e latino.
Il più potente dei ***, nell’anno ***, nel mese di ***, fece questo sogno: «Vedo una galea dentro una bottiglia. La galea è una riproduzione esatta della mia, completa di equipaggio: 350 uomini come miniature, e tutti in movimento frenetico alle vele o ai remi per affrontare un cambiamento improvviso di vento, nuvole scure e pesanti che minacciano tempesta. Sento il mare che si alza, urla e sbatte onde lunghe contro lo scafo. Adesso anch’io mi ritrovo a bordo, sono dentro il vetro, e vedo che la bottiglia ha una venatura piccola sul fondo. A un certo punto, uno dei gentiluomini entra nella mia carrozza e dice: Capitano, l’equipaggio m’informa che i viveri sono finiti da tre giorni e anche l’acqua scarseggia. Hanno aspettato a dirmelo perché temevano di importunarvi. Capitano, l’equipaggio vi ama e vi teme, voi lo sapete, sopporterebbe qualsiasi cosa per voi. Ma rosicchiano il legno di nascosto, succhiano il cordame e masticano la tela. Sospetto che il cibo manchi da molto più di tre giorni. Poi sento un rumore come un corpo caduto in mare.
Mi ritrovo sdraiato nel mio letto, circondato dal capitano delle fanterie, dai gentiluomini e dall’alfiere: tutti silenziosi e raccolti; chino sul mio volto, il cerusico- barbiere mi scruta e scuote la testa. Mi sento invecchiare in fretta: le membra fiacche, la pelle appassita, gli occhi umidi ma senza pianto. Ora il cerusico mi volta le spalle e la sua schiena sembra lo scafo di una nave nemica da cui spuntano cannoni orientati verso il mio letto. Dentro la mia armatura, penso, il mio corpo invecchia più in fretta. Perché mi hanno lasciato l’armatura? Questo involucro mi trascinerà sul fondo, non sarà più una protezione ma la causa della mia morte e il custode effimero del mio cadavere fino alla ruggine, ai buchi, allo sfascio. Temo una congiura e non posso parlarne, l’acqua ha raggiunto l’ultima tacca di livello incisa nel legno del mio letto e la parte viva è quasi sommersa. Fra poco le onde copriranno il ponte, l’acqua inzupperà le lenzuola, entrerà nella mia armatura. Sento l’equipaggio masticare il legno della porta, le nuvole sono sempre più scure, il mare sovrasta la murata; i cannoni nascosti dentro la schiena del cerusico hanno già sparato, e la mia cabina è piena di fumo, urli e schegge. “Avete vissuto molto a lungo – sento dire – siete carico di onori, di enormi ricchezze; avete fatto la Storia. Non avete più nemici. Perché resistete ancora? Abbandonatevi all’acqua”.
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Il portone ruota sui cardini: ha un rumore che ho sentito così tante volte da poterlo imitare con una certa verosimiglianza. La vernice verde si stacca, l’umidità incurva il legno, mangia e sbriciola il telaio di ardesia. Le scale sono irregolari, strette, un gradino diverso dall’altro per altezza e lunghezza, con diverse pendenze da ballatoio a ballatoio. Sono sbreccati, i gradini. L’intonaco cade a pezzi o sfarina. La ringhiera di legno è talmente attaccata alla parete che non si riesce ad appoggiare la mano e così si sfrega il muro, si striscia, portando via macchie di bianco. Oggi davanti al portoncino c’era un gruppo di turisti pigiati fra un muro e l’altro: guardavano l’edicola votiva sopra il portoncino, un’edicola col santo dei maiali in ceramica, una povera edicola grezza decorata da un fiore finto. Sembravano ammirati.
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Una sera, in Via S. ***, organizzarono le corse dei cani. In quel periodo abitavo lì, sopra Via S***, fra Piazza *** e Via S.***, non lontano da Via dei ***.
Quella sera, sotto il mio palazzo, sentivo abbaiare più del solito ma in un modo diverso: i cani sembravano molto eccitati, eccitati e trattenuti; ma non capivo da che cosa. Dal fondo del forte brusio di tutte le sere si staccava qualche voce: “Fra poco… non ancora… metti il tuo sulla linea… tienilo per la coda e lascia che si tenda come una corda…” I latrati raddoppiavano. Non vedevo ma sentivo. Da quel lato non avevo finestre. “Darò il segnale con un colpo di gong,” disse un’altra voce.
E il gong diede il segnale e i cani partirono. Quanti potevano essere? Dal furioso abbaiare e dalla risonanza tipica dei vicoli, sembrava il serraglio di un canile scappato tutto insieme, sguinzagliato, affamato, come andasse a caccia. La gara era accompagnata dal suono dei tamburi, tipico di tutte le sere fino a notte fonda. Sentivo ridere e urlare. C’erano state scommesse e qualcuno doveva incassare le puntate perché un’altra voce diceva: “Dateli a me, li raccolgo io.”
Non durò a lungo. Una mezz’ora. Dopo cominciò a piovere e ci fu silenzio, ma non per molto. Rifugiati sotto i portoni o sulla porta dei locali, ululavano e guaivano, ma non erano i cani. Gli ululati si trasmettevano da un portone all’altro, da un punto all’altro, con domande e risposte, come un responsorio fra lupi, ma sembrava organizzato, era un codice, segnalava qualcosa. Sul fondo, verso l’alto, i tamburi continuavano, sembrava una processione diretta verso i monti.
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Sentite questo boato sordo, continuo, questo clamore soffocato, questo vociare che non ha punti di fuga e s’impiglia e rimbalza contro i palazzi e i ponteggi e gli altissimi portoni e rimbomba come se fossimo dentro un labirinto di caverne: l’orecchio di Dionigi diventato città.
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Bisogna demolire un mito, un’immagine che non corrisponde al vero. Nella città di C. il verde c’è, basta cercarlo in mezzo alle auto, fra un magazzino e l’altro, fra un cubo di vetro e di metallo e l’altro o dentro un cubo di metallo. Guardate quel posteggio, coperto da una cupola di platani, o le piante aromatiche dentro una gabbia di vetro e metallo. E tutti quei denti di leone? E i capperi? E le graziose composizioni di petali a forma di cuore, un po’ marce, a volte composizioni con le carote, offerta e putrefazione, Flora, cornucopie, abbondanza?
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Qui, alla fine di Via di ***, entriamo sotto un arco la cui volta è quasi nera, sbucciata, come la pelle della pietra quando è aggredita a lungo dalla fiamma. Al centro della volta una lampada dal vetro opaco, accesa anche di giorno, sporca.
Ora siamo in Piazza delle ***, una chiesa gialla e un accenno di quiete, rampicanti intrecciati a lunghe sbarre, piante grasse, girandole colorate e un cane coi testicoli grandi quanto la testa, a pelo corto e grigio, si è sdraiato al sole; a destra vediamo una via larga, scura, con linee convergenti come un cuneo piantato dentro un’altra strada, Via del ***, dove il colore dominante è il rosa, il rosa del grasso e il rosso della carne e poi il nero, il nero delle facce e dei corpi – l’ombra cupa spegne tutti i colori della frutta. Quel palazzo laggiù, nella mansarda, diventò una piccionaia: vista magnifica sul porto, centinaia di ali, migliaia di escrementi accumulati. Quel locale serve una magnifica specialità messicana – accanto vediamo una serie di portoncini, i famosi bassi, e rami di alloro infilati nei tombini. Un po’ più avanti, nel 1***, un corpo già a terra fu imbottito di calci, tanti che lo si pensava morto. Invece il corpo si alzò, era agile, corse via, imboccò l’arco sotto il quale siamo appena passati. Era una scia nera, velocissima, sparì in un batter d’occhio.
Qui, dietro quel portoncino azzurro, s’indovinava il futuro, si leggeva la mano, si facevano le carte, si guardava il mutamento dentro le viscere dei piccioni. A quell’incrocio, oggi con semaforo, la notte era animata da colpi di tosse cronica, richiami rauchi, lamentele interminabili di clienti insoddisfatti.
Di giorno le case si riempivano di smog: uno strato di fuliggine ricopriva le mensole, gli scaffali, risaliva al soffitto, anneriva affreschi, stucchi, dorature.
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In pochi metri il passaggio a un caldo eccessivo richiede accorgimenti, preparazione.
Si arriva dopo ore di vagabondaggi all’ombra fra pietre umide e l’abbigliamento è poco adatto al sole delle 14.30, sole a cui si sottraggono anche i piccioni che frullano tra mensole e imposte, dentro edicole vuote, negli innumerevoli buchi, spaccature, archi dove fuggire la calura. Spuntano solo le teste, a volte, a volte stanno in bilico, compressi sopra una sporgenza quasi invisibile, grigia come loro. Lì dove adesso c’è un negozio di *** sorgeva una birreria famosa. Erano i primi anni del ***, e un ingegnere svizzero, geniale imprenditore, a cui rubavano i brevetti, aveva inventato un modo per pastorizzare la birra e tenerla ghiacciata. La sete gli aveva fatto nascere l’idea, la voglia di una birra fredda d’estate. Il successo del locale della città di C. non fu un fenomeno isolato: il geniale imprenditore aprì lo stesso tipo di locale in quasi tutte le grandi città italiane; dopo partì per Londra lasciando lo sfruttamento dell’idea e i considerevoli guadagni ad altri. Morì povero. Se oggi potete bere una buona birra ghiacciata lo dovete a lui, ricordatelo, alzate il boccale, e brindate al suo nome!
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V’incanta e vi sorprende quella nicchia azzurra con la piccola lanterna storta, qui, in un vicolo che ha un nome aromatico, fragrante, dove il mattone, con una lunga e larga striscia, sostituisce la pietra? Vi attira quel vuoto, col fondo blu cielo, il falso capitello di plastica, o il vicolo chiuso dove ronzano i cassoni e sgocciola la condensa? Siamo a pochi metri dal rumore scomparso dell’acqua, non del mare. Siamo a pochi metri da una piazza rumorosa, trafficata, eppure qui, in questo angolo, sotto questa edicola priva di statua, è come essere nascosti, protetti. Il rumore diventa sommesso, come l’acqua sotterranea su cui camminiamo.
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Con i vostri navigatori elettronici, perché chiedere una guida, indicazioni, dov’è questa piazza, o quella strada, quell’incrocio, quella svolta, quei truogoli, quella scalinata, il porto, la salita delle ***, la famosa barberia? Sinistra, destra, avanti ancora per 15 metri, girate su voi stessi, tornate all’altezza di Via ***, svoltate in Piazzetta ***, proseguite in cerchio, scandisce la voce elettronica. Fissate la mappa, guardatevi intorno, non chiedete a nessuno, fate da soli, ascoltate la guida elettronica, seguite i consigli, fermatevi dove vi dirà che dovete fermarvi, ascoltate quel che vi dirà dovete ascoltare, guardate il palazzo che dovete guardare, girate intorno alla statua di ***, annusate l’odore di zolfo, guardatevi la mano, fate squillare il telefono, tirate la campana della giostra, suonate i tamburi, mangiate focaccia, farinata, fritto, torte, focaccia col pesto.
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I cormorani sono andati via, sono arrivate le rondini; i pappagalli non scendono mai al porto, il gallo segnavento è immobile sulla torretta del castello ***. Le statue hanno le natiche flosce, i piedi deformi, le serre sprofondano, il rio ***, che sfocia alla darsena, ha sottratto terra. È il tempo di raccogliere le fave, l’aglio rosso, gli asparagi selvatici, è il tempo di arrivare al cancello prima che chiuda. Grifoni. Scudi. Foglie di ferro battuto arrugginite, imitazioni, marciapiedi affollati, tovaglie bianchissime sotto luride arcate.
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Entrando nella chiesa della ***, appena inizia la navata sinistra, c’è una lapide in marmo dov’è inciso con discrezione un fiore dai petali ampi e ondulati, forse una rosa. Qui, camminare accanto a chi è spento da secoli, è un gesto gentile, lieve. Non c’è niente di monumentale, sfacciato, chiassoso: il morto non opprime il vivo e viceversa.
Dentro la stessa chiesa, in fondo alla navata destra, un crocefisso del secolo **** in legno scolpito e dipinto, aguzzo e sinuoso, scuro nel volto e nel corpo – lunghe le dita dei piedi e delle mani. Crocefisso non è esatto. Il corpo è inchiodato a un palo a T com’era abituale a quei tempi. Il torso inarcato ricorda una piccola botte.
Un piccolo santo in volo, inciso nel legno, il corpo perfettamente orizzontale, trasporta sulla schiena la croce e la trattiene con la sinistra, mentre la destra sostiene per il nodo una sacca sospesa nell’aria. Il santo è girato verso di voi, ha il volto lieto.
Tutti gli altari sono accesi da marmi policromi: intarsi, balaustre, riquadri, marmi verdi con venature fittissime come ragnatele, simboli in marmo giallo, rosso, un artigianato ben superiore a tutte le enormi tele: banali, manierate, cupe.
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Osservate bene quella giovane coppia che indossa un completo identico a un pigiama, stirato perfettamente, lucidissimo, giacca a doppio petto, capelli impomatati, scarpe-pantofole di un blu acceso, andatura dinoccolata. Poi ecco un mussulmano con veste sintetica e scarpe Adidas: sfila sullo sfondo del ferro dipinto, dei piloni e delle palme. Appostato all’angolo di Via S. *** un enorme fagotto di stracci querulo tende la mano e fa gli auguri, poi due ciotole piazzate sulla strada davanti a una lavanderia; ci sono anche il cane e il padrone, un ragazzetto che bivacca con zaini, le due ciotole dette, e scarpe rosa-oro da ginnastica. Da solo – e col cane – forma un piccolo accampamento. Qui conviene accelerare. E sbuchiamo come palline da flipper in piazza *** dove il Barchile, candeggiato dal recente restauro, svetta e attorciglia la coda fra le natiche, vasca e rubinetti sempre senz’acqua.
Il lastricato puzza, non c’è porta, porticina, sportello o muro senza scritte sovrascritte, il trittico con la Madonna al centro, più sospeso che incastrato alla parete di un palazzo di Via ***, è noto perché un tubo di scarico della grondaia ne attraversa la parte destra. È la famosa Madonna della Grondaia. La Sovrintendenza vigila.
Più tardi vedremo altre madonne: una avrà l’indice sbriciolato, sarà custodita sotto vetro dentro una nicchia, a circa tre metri di altezza, dal basso tutta la figura sembrerà avvitata come un cavatappi di marmo, un cono con la testolina vacillante, eppure quell’indice monco sarà in grado di puntare più di un indice intero.
Sotto, leggeremo la targa con la data del restauro, l’ente benefico e altro. Nessuna indicazione sull’autore. La Sovrintendenza vigila.
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A volte, mentre accompagnavo un gruppo di turisti, di colpo mi prendeva la voglia di sdraiarmi per terra, di rannicchiarmi e di non muovere più un muscolo. Era come se la mia struttura, costruita con migliaia e migliaia di stuzzicadenti, un telaio formato negli anni con pazienza infinita, un miracolo di incastri e laccetti, di angoli e piramidi, incroci, poliedri, sostegni al limite del niente, si rivelasse di colpo fragilissima. Naturalmente, durante queste crisi, dovevo fingere, sorridere, stringere i denti, appoggiarmi a qualcosa, un oggetto o un pensiero per raccogliere il mio scheletro di stuzzicadenti e portarlo avanti.
Passava, la crisi; mi aiutavo con un calmante preso di nascosto e non dicevo niente e proseguivo, ma tastavo il terreno su cui posavo i piedi come dovessi evitare un campo minato. Non se ne accorgeva nessuno perché riprendevo a parlare, gesticolare, ridere come sempre. Ero di nuovo brillante, come sempre.
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Oggi faremo un giro particolare. L’ho chiamato: Metro per metro. Impiegheremo tutto il tempo che avete comprato col vostro pacchetto, il Pacchetto N. 2: non perderete neppure un minuto. Ma lo spostamento nello spazio potrà essere breve, anche molto breve. Questo percorso serve per notare ciò che in un tour abituale passerebbe inosservato.
Darò poche spiegazioni e a volte nessuna, mi limiterò a una sequenza di accenni quasi impersonali, vi lascerò liberi di immaginare, pensare, sentire. Se vedremo luoghi famosi sarà solo per caso. Il giro Metro per metro favorisce l’osservazione, l’ascolto di ciò che passa inosservato: un dettaglio, una traccia, un oggetto, un rumore, o anche un insieme che l’obbligo cronometrico porta a trascurare.
Quel che vi colpirà sarà del tutto soggettivo, forse legato ai vostri ricordi, attese, analogie; potrà sorprendervi perché poco piacevole o per una bellezza nascosta.
Dunque partiamo. Partiamo dalla Villa di C. Oggi la fontana è senza acqua, calcinata, gibbosa come il suolo lunare. Dal Belvedere *** non si può vedere quel che il cartello indica: la giornata è molto umida, la foschia impenetrabile. Il busto di una celebrità locale, ammiraglio, politico e cronista, girato verso la foschia, ha un orecchio colorato di viola. Lo decorano altre scritte a pennarello o spray, uno degli innumerevoli esempi dell’arte principale del nostro tempo. La Sovrintendenza vigila. Quegli alberi altissimi e massicci sono plurisecolari. La pozza che vedete sotto gli alberi ha l’acqua stagnante, uno strato di muschio da cui sbuca la testa gialla e nera, lucida come cuoio, di una testuggine. Abbiamo fatto pochi metri mentre le nuvole si spostavano lentamente cambiando il tipo di ombra, i rilievi delle cose, le tonalità. Quel che prima aveva una forma soffice ora è più scabro; quel pezzo di vetro manda un bagliore; questa pozza o stagno ha macchie di luce su fondo verde cupo.
Ora spostiamoci di qualche metro e di un livello. Quel gruppo di uomini sembra discutere con un muro; quel merlo vi fissa con un verme nel becco; una colonna su cui poggiava il busto di un’altra celebrità cittadina è abbattuto; numerosi passaggi sono sbarrati per lavori in corso; la foschia è più fitta, quei grandi teli di plastica sono immobili; in cima al pennone, in cima alla collina, una brezza lieve muove la bandiera della città di C.
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“A questi frammenti avete aggiunto altri frammenti, a questi strati altri strati. Non è uno scioglilingua. A quel rampicante, già fitto, avete intrecciato altri rampicanti, su quella parete annerita di scritte avete scritto ancora e ancora. Ma anche le lettere, i graffiti hanno un peso. Anche il verde che attacca una parete la incrina e la curva. E l’inizio delle radici, tanto sono lunghe, intrecciate, innestate dentro, alla base e sotto la parete, non lo trovate più. Così l’asfalto si solleva e si spacca premuto da una schiena di legno inarcata. Così, anche col tronco tagliato, rinascono e sollevano auto in sosta. Più avanti vediamo una nuvola di fumo grigio, auto in colonna, sentiamo odore di bitume riscaldato, vediamo caschi arancioni, palette, cani strattonati, grumi neri attaccati alle ringhiere… Un manto stradale tutto nuovo sopra il vecchio, venti metri di creuza spaccati, odore di fango… All’ultimo piano di quel palazzo decorato da formelle, ciascuna formella con un granchio, tutte uguali, suonano il violino, maestra e allievo”.
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“Voi che vi fotografate così spesso, ignorate una paura e una teoria non del tutto scomparse. L’anima è costituita da strati luminosi e insieme protetta come un involucro, un bozzolo invisibile di luce. Ogni scatto sottrae uno strato, e che sia elettronico o chimico, il furto avviene ugualmente. L’immagine si trasferisce, voi siete privati di uno strato dopo l’altro, il nucleo della vostra anima è sempre più intaccato.
Vedo che ridete. Sì, è una cosa buffa, assurda, una superstizione. Come sapete molte tribù, in passato, temevano che la fotografia rubasse l’anima. Anche un grande scrittore come Balzac condivideva la stessa paura. Questo passaggio silenzioso di un viso, il suo trasloco immateriale sui cristalli dell’emulsione (oggi sui sensori) gli ricordava certe forme di vampirismo metafisico: la foto non ha bisogno di succhiarvi il collo, vi toglie il sangue a distanza.
Allora alla fine del giro, provate a pesarvi. O semplicemente, cercate di capire se la vostra stanchezza è naturale: un lieve affaticamento dovuto al viaggio, alla sistemazione, al giro. Contate le foto che vi siete fatti o che vi hanno fatto. Quante saranno? Paragonate il vostro viso a quello fotografato, osservate l’incarnato, la pelle, certe pieghe. È solo un gioco.”
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Quel che conta in questo sogno è lo sfondo e non il primo piano e neppure i piani intermedi – pochi, d’altronde.
Lo sfondo cambia. Adesso è la parete di una villa, Villa ***, in stile neogotico, con una fontana raffigurante un fauno: il fauno, alto circa due metri, divarica le mandibole di un mostro marino dal corpo di testuggine, è privo di un avambraccio, ha i capezzoli verniciati di rosso, come gli occhi e il labbro inferiore. Sul muro un fitto intreccio di rampicanti da cui pendono centinaia di capsule verdi a forma di pera, e dalle capsule, a un ritmo vertiginoso, si aprono fiori simili a satelliti azzurri. Questo sbocciare è senza tregua, un lampeggiamento e un palpitare silenzioso. Qualcuno svolge un rotolo di tappezzeria con motivi floreali e cerca d’innestarlo nel muro. “Vorrei un cambiamento nei grigi e nei rossi – dice – e anche animali esotici. Nessuna figura umana e nessuna prospettiva.” E lo scenario cambia, ogni traccia di vegetazione è scomparsa. La parete è carbonizzata, il fauno è crollato in mezzo ai suoi pezzi: zoccoli, torso, testuggine, mandibole. Non c’è fumo. Il disastro sembra accaduto molti anni prima, si vedono cartelli che vietano l’accesso, ma l’accesso a che cosa?
Fra il primo piano e lo sfondo – qualche decina di metri – si srotola un cartiglio di carta di riso. Sul cartiglio sono impressi stampi di figure alate. Il cartiglio è agitato dal vento. Chi lo impugna alle due estremità segue e asseconda le correnti. Gli stampi prendono il volo. Il cartiglio è vuoto. Lo sfondo è rosso. Una fila di palme come viste dall’alto. I tronchi sottili sono curvi e i rami strisciano quasi fino a terra. Lo sfondo è rosso cupo. Si sente un battito di ali.
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Andate avanti e indietro, salite rampe, infilate scale, ascensori, scorciatoie, passate decine di livelli, percorrete passerelle sospese fra un palazzo e l’altro, scendete scalinate interminabili, larghe o strettissime. Ora vi stupisce una facciata da cui sporgono, e sembrano sul punto di spiccare il volo, demoni gialli alati e beffardi; notate la sproporzione grottesca della lingua e tutto è sospeso sopra il marciapiede, comicamente minaccioso. Dietro quelle sbarre, alla fine di Via*** una statua color cenere è messa al vertice di un giardino triangolare, sembra in attesa, fasciata con merletti di marmo come bende, figura femminile, la testa avvolta da una cuffia, lo sguardo verso terra. Nessuna targa, nessuna indicazione.
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In Piazza delle *** un cassone di legno pieno di mele rosse, decine di chili, sistemate fra due bordi di margherite. In poco tempo marciranno, il caldo umido accelera la decomposizione.
In Galleria ***, al centro, una specie di altare: quintali di fiori e mele rosse disposti su diversi livelli, forse a piramide, poggiano su marmi freddi e scuri; dalle vetrate una luce sporca avvolge la sfarzosa composizione artificiale simile a un carro carnevalesco.
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In Corso *** abbiamo incontrato una processione di auto, persone, cani, voci. Le persone avanzavano lente e silenziose, le auto erano quasi ferme, i cani al passo, le voci elettroniche veloci e ininterrotte fornivano mappe, impartivano ordini, direzioni. Dove andavano? Che cosa facevano? Tutti erano sbilanciati nell’andatura, ma tutti dallo stesso lato, perciò l’inclinazione si notava in rapporto alle ringhiere, all’orizzonte, a certi edifici, a certe linee; non tutte, essendo questa una città storta, sbilenca, allungata e piatta, dagli archi irregolari, dalle colonne zoppe, dagli improvvisi sfondamenti prospettici in ogni direzione.
Tutti procedevano inclinati, compatti ma come fosse un’andatura abituale. Una chiesa costruita a scatole cinesi, incuneata, gialla, apriva i tre alti portali sotto il primo porticato; aperti, si vedeva all’interno un altro porticato in minore da cui uscivano soffi d’aria, soffi di resina bruciata, sbuffi di fumo, aghi di pino bruciati. I negozi erano tutti chiusi tranne una Lottomatica che esibiva cartelli con le cifre su cui puntare, le cifre erano legate all’aria, alla saliva, al fuoco, a certi santi. Sui muretti che fiancheggiano il corso, c’erano pezzi di pane, libri e fiori artificiali legati ai pali, come due enormi papaveri e un uccellino meccanico dentro una gabbia cantava senza requie, stridulo, alzando e abbassando la testa a scatti regolari.
Ci siamo chiesti se pane e libri fossero un’offerta. Intanto la processione, sempre con quella bizzarra andatura diagonale, era arrivata in cima a Corso ***; o meglio, la testa della processione guidata da nessuno; il corpo e la coda si allungavano verso il basso per centinaia di metri: scomparivano ai tornanti, ricomparivano ai rettilinei.
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Da lontano la città di C. sembra una sola gigantesca costruzione, un blocco fermo davanti al mare. Sui monti le case risalgono i crinali fin dove è possibile. Dall’alto è difficile immaginare che alla base di palazzi così belli ci sia una rete convulsa di vicoli infetti.
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Forte ***, anno dopo anno, sprofonda nel suo fossato dove crescono erbacce, arbusti spinosi, bellissime rose selvatiche, il tutto intrecciato in una macchia da cui svettano un fico e un nespolo carico di frutti. Sotto il sole di piena estate nespole e fichi si asciugano sui rami e sono pasto per gli uccelli. Il caldo esalta l’odore del mentastro, altissime piante di alloro rimpiazzano le foglie secche con quelle verdi, ciclicamente, rapidamente.
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Facce segmentate unite da strisce di cuoio o cerniere di ferro; come ripartite a battenti: facce a soffietto o paraventi.
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In Vico degli ***, sopra una porticina verde sempre socchiusa, c’è un’edicola votiva, quasi una miniatura: piccolissima cancellata a due ante legate da una piccolissima catena e bloccate da un lucchetto minuscolo, molto ben lucidato. Le sbarre sono tanto sottili quanto fitte. Dalla porticina socchiusa esce una specie di lamento e sul fondo si sente una radio, un transistor mal sintonizzato.
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Ogni figura accovacciata sembra pronta al balzo o ad afflosciarsi sul lastricato sporco. Quelli in piedi, appoggiati alle porte, sempre di profilo, come ritagliati, stanno rigidi con lievi spostamenti del collo.
Miracoli di equilibrio: seduti su strette mensole alte pochi centimetri da terra. Sulle mensole è disposto un piccolo mondo privato di oggetti miserabili e oggi ho visto un pettine frantumato, un fermaglio, una ciocca di capelli, scarti di un corredo per l’ultimo viaggio, oppure studenti mentre copiano su grandi album una chiesa, una prospettiva, accovacciati accanto agli sfiati, all’altezza dei cani, ai rigagnoli di urina.
C’è la coda per mangiare il pesto, strana coda sparpagliata e barcollante, ma sempre a ridosso delle vetrine, agitata, vicina ai lanci quotidiani di secchiate spumeggianti di ammoniaca. La gente mangia con la faccia rivolta contro il muro, a pochi centimetri dal muro, su panchette strettissime e inclinate. Ridono. Il cielo è blu, blu profondo, l’intonaco è giallo.
11 maggio ****, temperatura al di sopra della media stagionale, i gradini di Palazzo *** sono sorvegliati, il vestibolo splende nella sua ombra morbida, nelle sue molteplici cavità, volte, scaloni, colonne, altri vestiboli di marmo, corridoi, passaggi, cortili interni, un gran silenzio, il ronzio dell’ascensore, pochi passi dileguati.
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Centinaia di metri di muri dove sono cementati frammenti di bottiglie, anche sui lati: per circa un metro le pareti sono tempestate di vetri affilati. Si percorre, in ripida e tortuosa salita, un viottolo accompagnato da questa muraglia con la cima scintillante. Siamo partiti da una piazza incuneata fra rotaie e costruzioni, tunnel, cunicoli, scale, architettura cristiana incastrata fino all’attrito. Anche la scalinata al tempio è irregolare. I piani sovrapposti dell’edificio religioso ricordano hangar, magazzini o tunnel adattati per il culto. Una piazza che non è neppure uno slargo è poco animata. Saliamo. Una porta bruciata. In alto due finestre ad arco murate da cui spunta un fico, le tracce di un’edicola votiva, erbacce, foschia. Scendono due ragazze, una tiene in braccio un neonato, i vestiti di velluto odorano di incenso, reliquie, cuori d’argento. Sono scese dal santuario della ***, noto per il suo presepe in legno, i suoi teschi sotto vetro, doppi tabernacoli, dorature, farciture di stucchi, tele sporche e altissime. Il santuario forma doppie mura, doppio recinto, ha una facciata grigia con poche tracce di affreschi – qualche rosso, qualche profilo inciso. Il cortile è quasi un cilindro, alto, ostile. Non invita a nessun raccoglimento ma alla fuga. A fuggire da un girotondo su pietre bianche e nere a forma di rapaci.
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Il secondo livello del parco di Villa ***, villa neogotica, ha uno strato di foglie secche dove il passo affonda. Le aiuole hanno poca terra. Due statue simmetriche, reggono canestri di frutta nera: è il cancro del marmo. Attorno al collo hanno lacci che li annodano a un fascio di esili tronchi neri. L’espressione è come un morso affondato in una guancia. Dal primo livello scendono cani: guinzagli tesi come prima della caccia.
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I demoni alati non hanno ali, si aggrappano a un festone, lo tirano dietro le orecchie e mirano i passanti col mento aguzzo. Non sono demoni ma satiri. Le cosce sono tese, gonfie, gli zoccoli puntati all’interno daranno lo slancio. Altre maschere decorano il palazzo di Corso ***: bocche grandi e sottili, occhi vacui, e replicato 12 volte, al piano terra, un volto dallo sguardo arrogante.
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Ha il colore del carbone il secondo livello del parco di Villa ***, villa neogotica. Ha un bassorilievo asportato, un rettangolo di mattoni e cemento, foglie piccole, fittissime, due statue a pezzi dentro una siepe circolare molto curata. Dovete chinarvi e spostare i rami del pitosforo per scoprire il tronco rovesciato di una statua, i piedi consumati e una mano. Si alza la polvere, il vento è più veloce, il tono dominante adesso è il grigio.
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Nelle figure levigate del presepe, quasi manichini, lucidissime, vetrificate, un museo delle cere, anche le rughe sembrano chirurgia plastica, lifting, cerone. Il cielo artificiale, il bambin Gesù grassoccio, sproporzionato e biancastro – dov’è l’anima? Nessun movimento, nessuna zuffa come nel teatro dei burattini: i gesti sono raggelati, i piccoli personaggi, non tanto piccoli da suscitare un incanto infantile, non si muoveranno mai, a quel gesto fissato nel legno non ne seguiranno altri, neppure immaginati.
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Le voci sono basse, mischiate, continue, ostinate; un corpo sonoro compatto con suonerie, viva voce, sbandamenti sonori, silenzi brevissimi e immotivati; forse un segnale dall’alto impone qualche secondo di silenzio per riprendere a macinare parole.
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Una costola impressionante di cemento e pietre, alta venti metri, fuoriesce da una parete piatta e poggia su un terreno di nessuno come un’enorme barra di timone. Siamo vicini a Piazza S. ***, sotto teschi e clavicole, accanto a una banca che ingloba una chiesa.
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Un giorno, dentro i vicoli della città di C., alcuni uomini hanno trascinato una capra legata a una corda intorno al petto e al collo; la capra s’impuntava e allora uno la spingeva, gli altri tiravano la corda e imprecavano. Erano sudati sotto la canicola di agosto, i vicoli erano quasi deserti. Erano vestiti di stracci. Uno, strattonato dall’animale, era caduto. La capra era un magnifico esemplare col pelo bianco, gli occhi azzurri, le corna lunghe: sembrava una divinità. Manifestava paura e insieme collera. Quegli uomini la offendevano. Quegli uomini erano alla miseria, avevano la pancia vuota, la capra l’avevano rubata ai pastori che scendevano nel ***, e, non si sa come, erano riusciti a trascinarla fino a Via S. ***, in mezzo alla polvere, a un caldo opprimente, e a un certo punto non l’avevano più tirata per il collo ma trascinata per la pancia o la schiena. Questo avveniva più di mezzo secolo fa. Ostinati e affamati avevano spinto la capra davanti a un portone e l’avevano trascinata nell’atrio. L’animale emetteva suoni terribili, una specie di raglio o nitrito, quasi un barrito disperato. Gli uomini cercavano di tirarla su per la scala ma l’animale aveva incastrato le corna in mezzo alla balaustra. Allora le avevano legato i garretti e la capra aveva lo sguardo umiliato e gli uomini erano quasi sfiniti. A quel chiasso si era socchiusa qualche porta, una spalancata e subito richiusa. Allora, raggiunto un pianerottolo, davanti a una porta sfondata, poiché la capra resisteva oltre ogni limite, uno degli uomini le aveva piantato un lungo coltello dentro la gola. L’animale aveva contratto tutto il corpo e allungando il muso verso l’uomo che l’aveva pugnalata lo aveva fissato con disprezzo e pietà.
Poi gli uomini avevano tirato il cadavere dentro l’appartamento, strisciandosi dietro sangue e saliva.
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La città che il Minotauro avrebbe amato replica il suo labirinto in centinaia di ponteggi. Il vento sposta i materiali friabili e li sparge a terra, l’oscurità raddoppia.
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Un leone della cattedrale di S.***, liberato dai ponteggi ha un varco dedicato a chi lo cavalca, lo fotografa.
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Sui ponteggi sono scese le reti: verdi, blu, bianche. Dall’alto, oltre il rosone, fino a terra.
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Oggi pedalo e faccio pedalare una decina di turisti. Li ho raggruppati in Piazza *** per qualche istruzione, consigli per l’uso del mezzo, rispetto per tutto: cose e persone. Hanno il ventre sporgente, le unghie affilate, i capelli tinti e rasati sulle tempie, portano occhiali da sole, non riesco a dar loro un’età precisa.
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Oggi, esibizione dell’aeronautica militare. Ascoltate il cupo risucchio, l’effetto di sottrazione, il cielo che sembra sul punto di cedere come un vecchio pavimento.
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“Uno specchio, datemi uno specchio,” grida allarmata una donna con una collana in mano, un cappello bianco a larghe falde, un anello per ciascun dito, lungo e ossuto, occhiali enormi, rossetto e smalto rossi. Da una bancarella le porgono uno specchio brunito, acqua torbida vetrificata, dove la donna si guarda e ride. Dice: “Ma questa non è la mia faccia! Non ho quella piega scura sulla fronte né quella specie di cavità sulla guancia. E quelle macchie? Ma non sono mie! Non avete un altro specchio?”
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La riviera è piena di limoni, aranci, bergamotti, mandarini, kumquat, limoni grandi come cedri, cedri. Il giardino del Principe ostenta limoni enormi, un cartello avverte di non toccarli perché trattati. Le aquile, sul bordo della vasca circolare, sono rivolte verso la statua, il poderoso Nettuno s’innalza dentro una vasca vuota.
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Salendo, il secondo vicolo a destra di Via S.*** è quello con le pareti e le saracinesche talmente annerite dalle scritte che il metallo è sparito; appena voltate l’angolo c’è un capitello segato, due statue mutilate. A quel punto, data la notevole pendenza lasciatevi andare fino in fondo senza pedalare.
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Le braccia mutilate erano tese nello sforzo di raggiungersi. Le due statue sono ricoperte di aghi che scoraggiano i piccioni e trasformano una statua in porcospino.
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“Per adesso le onde non battono più sotto le mura”, mi dice qualcuno che sta inchiodando una porta di metallo a una porta di legno e nella porta di metallo si è aperto un spioncino protetto da sbarre. Via del *** è stata teatro di una rissa, sul selciato sangue, cassette di frutta rovesciate, gente alle finestre.
Un’onda lunga trascina lontano i litigiosi, lava i resti del subbuglio. Io alzo un telo azzurro, lo tendo fra muro e muro e mi sento protetto dalla stoffa anche se gli echi della zuffa non sono ancora spenti; il telo è arabescato, riceve luce dal mare, osservo le forme che si accendono di colori caldi. Adesso sento colpi, colpi sferrati con rabbia e nello stesso punto, colpi sordi. Un cane passa sotto il telo: è sporco, ha le zampe corte e mi fissa con lo sguardo mite, muove la coda. So che un’altra onda si prepara al largo, molto al largo. “Arriverà anche qui, le mura non basteranno. Non sente come un fragore remoto, non vede come volano i gabbiani? E questo silenzio, come un tunnel vuoto, e quelle nuvole scure?” Chi parla così è l’uomo che inchiodava una porta a una porta. “Cercavo di rafforzare la base della mia casa, ho usato chiodi spessi e lunghi, con la testa grossa, come quelli antichi. Il suo telo è bello, mi dice, sembra una vela, ma è orientata male, la direzione è sbagliata. Non verso levante; deve girarla. Faremo una zattera, ho degli ottimi tronchi, vecchi alberi di velieri smantellati. L’onda arriverà fra qualche giorno, da qui non possiamo andarcene, useremo il suo telo come vela, imbarcheremo anche il cane. Non pensi ad avvisare gli altri, non le crederanno, la guarderanno come si guarda un bambino che racconta una storia, le gireranno le spalle.”
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Masticando pane lentamente sento la mia saliva mischiarsi alla farina e mi sembra di avere più coraggio; così rafforzo lo scudo, le insegne, gli ammonimenti scritti nella pietra, raddoppio porte e guardie, aumento le portate di una cena di cui sono l’unico invitato, circondato di lacchè neri e bianchi, silenziosi, impeccabili, dai gesti solenni e raffinati; di ogni piatto porzioni minime, il mio corpo asciutto temprato sulle navi, sulle torri, dagli assedi, durante gli arrembaggi, gli assalti, le notti a lume di candela per studiare i territori, le imboscate, le armi, le armi da inventare, i dorsi degli animali come ponti, fiamme, arcieri, frecce infiammate, pece, lo studio dei venti, la loro direzione, l’incubo ricorrente del mio corpo che precipita, le mie spoglie esibite in piazza, i traditori, i tornei, i versi dei poeti, gli affreschi con le gesta, il mio volto innestato sul corpo di un liocorno, elefante, cavallo di Nettuno, il deserto, le incursioni, le statue e gli onori, le poche ore di sonno, i mesi di navigazione sul mare più infido perché chiuso, due stretti marciapiedi allagati da correnti opposte, barchette di carta le mie, da sessanta metri, con 400 uomini, tre ai remi di diciotto metri, i miei alberi, le coffe, il sartiame e le vele sono ponteggi, i marinai sono muratori, il cielo è intonacato, la flotta chiusa in un otre è un modellino, l’acqua trabocca, lo spago gettato all’ormeggio, annodato intorno a una capocchia di spillo o bitta, ancoriamoci a questo tavolo, attacchiamo i cavalli ai cartelli stradali, nascondiamoci dietro mattoni, sabbia, spazzatura, tendiamo ancora agguati.
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Alla fine di questo muro c’è il filo spinato; più in basso un rumore di acqua corrente, sotterranea, come una cisterna; oltre le Mura di *** si schiantavano le onde; sopra quel portone verde screpolato vigila un santo di marmo, il marmo è sporco, il portone socchiuso; scale ripide, altre scale; scendiamo in Vico delle ***, guardiamo la sequenza dei contrafforti, i lavori in corso, una ringhiera che s’innesta nel vuoto, lo strapiombo fra due edifici: vertiginoso, tagliente; quei tondi di marmo cementati sbucano dal muro; guardate il dislivello fra i vostri piedi e il primo muro, il ronzio dei cantieri, i ganci enormi, le tute bianche, il taglio dell’ardesia, il brusio s’infrange contro gli archi di mattoni.
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Oggi, camminando per la città di C. ho cercato di non guardare, di non fissare nulla, di far scorrere tutto ai lati lasciandolo alla periferia degli occhi: strisce di cose e persone, pannelli semoventi, quinte teatrali spostate al ritmo del passo poco regolare, scansando, bloccandomi, evitando. Ai lati sembra che le cose pungano meno, le impressioni visive scivolano e volano via o permangono in un modo strano, come attaccate alle tempie, fanno ombra agli occhi, non sono meno tenaci. Davanti ho la punta dei piedi, gambe e piedi degli altri, rotelle di carrelli, zampe di cani, scarpe, e ogni tanto alzo lo sguardo. I lati scorrono all’indietro lenti, una vernice densa, persistente, macchie, rilievi, fughe di lato, linee intrecciate.
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Le schiene e le mani intrecciate dietro le schiene coi pollici all’interno, custoditi, come quelli dei neonati.
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A uno cade una maglietta, un altro la raccoglie e lo chiama. Il primo finge o non lo sente e accelera. Accelera anche l’altro e chiama più forte, ma l’inseguito svolta, quasi correndo infila vicoli stretti e bui; il secondo è ostinato, ha il passo agile e veloce ma non grida più perché crede sia questo a spaventare l’uomo. Sbucano insieme, da due vicoli diversi, in piazza *** dove c’è un cantiere, un gran rumore e molta polvere. L’uomo che ha perso la maglietta si è addossato a un portone, ansima, asciuga il sudore con un braccio; l’inseguitore si ripara gli occhi dal sole e dalla polvere e tende verso l’uomo la maglietta. L’altro non si muove, fissa un punto indefinito, il martello pneumatico fa un fracasso infernale e l’uomo si tura le orecchie, schiaccia la punta delle dita con tutta la forza possibile, abbassa la testa, ondeggia il busto. L’inseguitore lega la maglietta a una sbarra, fa dieci nodi molto stretti, nodi esperti, da marinaio, ha lo sguardo deluso e feroce, grida qualcosa verso l’uomo o il cantiere.
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Lo sguardo strafottente, l’età di un bambino ma l’espressione di un adulto, espressione ironica e astuta. Fronte troppo ampia in una testa troppo grossa, una bocca piccola e stretta, da cocorita. Un vestito come un sacco avvolge la madre. Donna imponente. Seduta di profilo fra due colonne. Il vento ha già alzato il sipario. Il bambino vi fissa, ha un orecchio a sventola. Un cane grigio ai suoi piedi sembra preda di una rabbia convulsa e trattenuta. Tiene la lingua fra i denti. Dietro la balaustra il vuoto.
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Un uomo sdraiato sul marciapiede, la faccia verso il basso è una linea orizzontale che non si calma fra linee verticali, verticali spezzate, ondulate – gli altri sono in piedi, lui è a terra. Un elicottero sorvola la città di C., sorveglia una famosa manifestazione sportiva. Nessuno si cura dell’uomo per terra. Si svolta l’angolo e il Palazzo *** è coperto dai ponteggi, mentre il palazzo di fronte è in stato di degrado. Una vetrina espone una stampa: un carniere da cui trabocca selvaggina e altre di soggetto botanico o navale o panorami della città di C. Lungo Via *** tracce di grasso e sangue: è il retro di una macelleria. Si sbocca in Via S. ***, ostruita da prismi di cemento, arredo urbano per soste, pic-nic, raggruppamenti. Volano i gratta e vinci di chi non ha vinto.
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Addosso mi è rimasto l’odore della strada, negli occhi palloncini e ponteggi, feste, disegni a gessetto sulle pietre, giochi da bambini, appaiarsi di passanti, vetrate polverose. I richiami si smorzano dietro un portone a tre ante costruito con toppe di legno e di metallo, i passanti sembrano gareggiare in certi punti, rallentare in altri, e il motivo è incomprensibile. Una ragazza ha raccolto un piccione caduto dal nido e lo nutre. Sono in Piazzetta ***; sotto un cornicione affreschi fiammeggianti, palazzi altissimi, sono in fondo a un pozzo rettangolare, in fondo all’ombra, tra porte e saracinesche.
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Il ronzio di un flessibile e le cascate di vetro della differenziata sono il canto del gallo della città di C. La foschia avvolge il mattino. Sbattono portoni, stridono saracinesche. Gli accovacciati sono già addossati alle vetrine, hanno le ginocchia in bocca. Da un androne rumore d’acqua, acqua che precipita. In piazza S. *** un magnifico portale è oggetto di centinaia di scatti. Arrancano carrelli di ogni tipo lungo Salita ***, silenziosa, quasi vuota, sinuosa, piena di vento. Il vento sembra avere un sistema di canalizzazione, s’interrompe di colpo a certe svolte, riprende imbucando altre strade. Accanto a un deposito di spazzatura, da un’aiuola, svetta il becco di una superba sterlizia. Intorno grate per lo sfiato sotterraneo, sottopassi abbandonati e pieni di rifiuti, chiusi.
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“Forse inquadrano tutto il portale, o tutta la facciata. Forse i dettagli. Migliaia di scatti, decine e decine di corpi mi saltellano intorno. Io ho il corpo di un leone, credo, o almeno ne ho le zampe. Una guida sproloquia sullo strano animale e la mia faccia. Parla di enigmi, date, elenca nomi, sepolture, secoli. La mia faccia è ben levigata, ben conservata, custodita. Ho qualcosa di un mostro. Ho le zampe di un cane. Ho le ali di un’aquila e la coda di un drago. Alludo agli elementi, dice la guida. Sono inquietante, aggiunge la guida. Ai lati le mie code arrotolate diventano fogliame. Sono un fregio, sono grottesco, sdoppiato, messo sopra una targa.”
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Una foresta di colonne nel primo vestibolo di Palazzo ***, muri scrostati, soffitti altissimi. Una scala fra due semicerchi, specie di terrazza con balaustre affacciata su Piazza ***: il dislivello è di pochi metri, la scala è quella da cui siamo saliti. I mattoni della Torre *** compatti e in certi punti levigati o porosi o sbriciolati: sbuffi di polvere rossa. Un cancello con punte affilate delimita uno spazio vacuo in cui cresce qualche vegetale. Su quella parete vediamo un graffito ricorrente: un pipistrello ad ali spiegate. Ai lati di un portone due sedie di paglia appese al muro, forse un’insegna. Appesi ai pali mediante catenelle contenitori per le ceneri e le offerte. Un archivolto trasuda acqua. Dalla vicina Chiesa di S. *** echi di letture. In fondo alla Scalinata del ***, ripidissima e aguzza, pali arrugginiti e reticolati. In Vico *** sgocciola acqua. Sulla parete dell’Oratorio *** una campana su cui dorme un piccione. Nel muro intriso d’acqua cresce il capelvenere. Più in basso una sfarzosa magnolia irrompe da un cortile, alta come tre o quattro piani. Ancora più in basso sfocia un corso d’acqua. Su diversi piani campi da tennis e da calcetto. Il complesso di San *** fa da pista da cui decollano i gabbiani.
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Sono rientrato con una valigetta di impressioni, ritagli di pietra, di marmo e di metallo. Ora devono riprendere rilievo, sporgere, affermarsi per poco e poi sparire: nascosti, spostati, allontanati, lasciati sotto un arco, ai piedi di una scala, dentro una fessura nel marmo, presi dal vento dentro un piccolo e ostinato girotondo con altri scarti. Ritagli di aria, se è possibile.
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Vediamo una colonna visibilmente inclinata verso sinistra in Vico ***, colonna poderosa accanto a frammenti di targhe, archi tamponati, un sistema per la raccolta dei rifiuti a parete con oblò di gomma, l’impronta di una statua sradicata e a livello del suolo un’apertura ad arco, le cui sbarre, inglobate dal cemento, non hanno più spessore. Da una breve distanza è un trompe l’oeil perfetto, le sbarre sembrano dipinte, la ruggine imita sé stessa.
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“Nel palazzo del Marchese *** vedrai un piccolo busto di Balzac di pregevolissima fattura ma collocato male sulla lunga mensola di marmo di una massiccia specchiera con la cornice in oro zecchino decorata da volute, boccoli, putti, fiori. Cornice pesantissima che schiaccia il busto il quale si riflette come un punto insignificante nella mastodontica specchiera con tutto l’arredamento sovrabbondante di una sala enorme. L’ammirazione del Marchese *** per il grande scrittore è indubbia eppure sembra che l’ammirazione coincida con l’offesa: il piccolo busto annega dentro lo specchio, si disorienta in mezzo ai mobili, agli oggetti, alle pareti, al soffitto affrescato raddoppiato nello specchio. Su Balzac grava un peso che neppure un gigante come lui può sostenere. Sospetto il Marchese *** di invidia, di bassa invidia o di cattivo gusto nella disposizione degli oggetti.”
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D’estate le pitture su pelle si mettono in movimento. I polpacci muovono un intrico di foglie e animali, le braccia agitano simboli, le spalle codici a barre, alfabeti, iscrizioni come incisioni rupestri.
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Potete osservare un gran numero di opere in movimento, pitture su pelle, musei trasportabili, braccia dipinte, mani, spalle, gambe, polpacci hanno colori blu, i blu di un livido, rossi, i rossi di una ferita mal curata. Sul collo i disegni sembrano serpenti accolti dal torace che è una foresta. Sono tantissimi, sono corpi affrescati, opere d’arte. Quando la pelle sarà floscia per l’invecchiamento, le figure diventeranno pieghe, i simboli illeggibili, i colori un impasto come cartone verniciato inzuppato d’acqua.
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Come lo spazio urbano diventa tormento, assillo. A quell’incrocio non si passa, o meglio, non si sa quando. Deviando s’incappa in un gruppo. Si torna indietro.
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“Non ci sono altro che palazzi di marmo e qualche chiesa bianca e nera?”
“Ci sono giardini pensili, maschere di marmo a migliaia, statue sulle balaustre, magnifici portali, cortili con fontane, grotte, un vestibolo dove sfociano torrenti con dieci vasche, un fragore di cascata, volte affrescate, enormi lampadari in ferro battuto, draghi in ferro battuto, busti, porte di legno massicce, corridoi vuoti, balaustre affacciate sopra ringhiere, targhe di marmo, passerelle, scale a volute, resti di fuochi, soffitti sfondati, poca luce, grandi portinerie di legno senza custode, androni, altoparlanti, schermi, grate.”
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“Non ci sono fiumi che convergono in vestiboli o androni, né dieci vasche. L’acqua è simulata nel modo d’irrompere e lo spazio amplifica il rumore che sembra una cascata, l’acqua sembra cadere dall’alto, da molto in alto, i riflessi, il gioco delle ombre sulle volte, sempre diverso, fanno del soffitto lo specchio di un fiume. Il mascherone di marmo, con un buco al posto della bocca, ha lo sguardo laterale. La grotta è finta, le incrostazioni simulate.”
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Teste di leone, battiporta a tritone, faraoni in Salita***, disseminati ovunque, battiporta a forma di drago in Via ***, mirabili lavorazioni in ferro, battiporta asportati, buchi. I melograni in fiore, con qualche frutto secco ancora aperto. Sotto l’ombra del fico, addossati al muretto, occhiali da sole, berretti con visiera, giacche militari, ritmi ballabili, ubriachi, più di venti, come babbuini nascosti fra i rami e il fogliame, qualcuno balla, qualcuno si lava.
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“Le posso riferire che i bambini girano sugli autobus nudi, il caldo è opprimente e la caccia all’ombra spietata. Sotto le putrelle, la ruggine e i graffiti, delimitato da una rete storta, qualcosa che ricorda il relitto di un giardino orientale. Erbacce, palme secche, rifiuti, rocce marroni forse di cartapesta, melograni e un fico e un macchinario sfasciato, forse un vecchio macchinario da tipografia. I carrelli degli spedizionieri s’incrociano veloci; molti non si orientano, guardano il foglio di consegna, chiedono informazioni e imboccano decisi, la faccia rossa per il caldo, la direzione sbagliata.
Posso dirle che c’è una bizzarra e sgradevole abitudine di cui non mi spiego il motivo: molti sputano, sputano camminando con getti lunghi, precisi, balistica applicata all’emissione di saliva. Si annunciano con rumori rochi o schizzano in silenzio. Ho visto molti cani afflosciati dal caldo. Nessun gatto, tranne nel quartiere del *** e dalle Mura della ***, pochissimi e per lo più tigrati; oggi sotto l’ombra delle auto. I denti di leone fra le pietre dei muretti sono tutti appassiti, il loro giallo vivo è paglia secca.
Intorno a un lato di Palazzo *** c’è una specie di fossa con ripidi gradini e resti di colonne, monconi adatti ai volatili, trespoli. Sui gradini in ombra siede o si sdraia un campionario eterogeneo soprattutto sul primo livello, più largo e accogliente.
Questa specie di fossa molto inclinata è sempre sporca.
Affreschi slabbrati, intonaco a nudo, odore di calce; cantieri non si sa quando aperti, due ancore enormi posate ai lati dell’ingresso a sud di Palazzo ***; in cima al portale un volto di medusa oblungo come in preda a un tremore e teschi di capre. Agganciati a una ringhiera resti di biciclette, catene che non assicurano più niente.”
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Uno scrittore avventuriero, all’inizio del secolo ***, approdò nella città di C. dopo un lungo viaggio a bordo di un tre alberi, capitanato da un greco. Ormeggiato a un molo gigantesco in costruzione o demolizione (non riusciva a capirlo) scappò dal veliero con un bulgaro e un irlandese. Quest’ultimo li portò in un locale famoso, il ***, dove si poteva bere birra fresca e ascoltare un’orchestrina formata da cinque donne. Il locale era stata un’invenzione del padre dello scrittore ma lo scrittore non disse nulla. Una delle musiciste traeva effetti comici e animaleschi dalla sua tromba; di un’altra, magrissima e nera, s’innamorò lo scrittore. I tre le vollero tutte per loro almeno per un mese. Lo scrittore, per pagare al locale l’ingaggio delle musiciste, vendette una perla di contrabbando. Per un mese vissero in un appartamento all’ultimo piano, affacciato sul porto, con loggiato, facendo musica, sesso e bevendo. Lo scrittore aveva altre due perle: le usò per fare due orecchini e le regalò alla musicista, magrissima e tisica che aveva soprannominato Filo di ferro.
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Accompagnato da un rumore di campanelli e di scarichi, accanto a un condizionatore che fa tremare una vetrina, le pozzanghere di Via dei *** si asciugano lentamente all’ombra, impiegano settimane; il lastricato non le assorbe, la pendenza non le fa defluire. Quando s’incrociano altri, si rasentano i muri. La via si biforca, una lunga strettoia è l’imbuto che raccoglie il brusio di Piazza ***, sul fondo sfilano carrelli, gente, scintillano le cianfrusaglie per turisti, l’angolo è ostruito da cartoline, magneti, cartoline lunghissime. Sul passaggio continuo, sul vociare, incombono gli archi di San ***, la balaustra, gli affreschi che hanno i colori dei canditi o della frutta secca. Le scatole di compensato alla base dei ponteggi, alte quasi un piano. Dietro, nessun movimento e molto buio. Un ragazzo ha messo nella custodia la sua arpa.
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In Vico ***, dalle fauci di un leone, ondate di frutti e fiori scolpiti nella nera pietra di promontorio. Da osservare. Merita una sosta il sistema di aereazione a griglie sopraelevate fiancheggiato da un’alta cancellata che chiude un sottopasso e la sequenza di neon e i becchi delle sterlizie in piena fioritura, eclatanti, appuntite, blu smalto, arancione saturo. Capigliature a cresta come decorazioni per guerrieri. Sui gradoni a forma di sarcofago degli sfiati sotterranei, s’improvvisano un letto i senza casa.
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Siamo saliti sulla collina in una giornata di freddo improvviso: meno venti gradi rispetto ai giorni scorsi. Molti non hanno i vestiti adatti per questo capovolgimento e serrano le braccia. Tutto ciò che può muoversi col vento, col vento forte sbatte e vola via: bandiere, segnavento, girandole, vestiti, carta, oggetti di artigianato, sospesi a fili sottili, oscillano convulsi e s’intrecciano, le reti di contenimento sui cornicioni scivolano, i teli schioccano. Nel cielo nessuna traccia di azzurro: alle nubi spostate si succedono altre nubi, tutte grigie, tutte scure, qualcuna sfilacciata di un grigio chiaro su grigio scuro. Saliamo da Vico***, stradetta di mattoni, umida e muffita, ma protetta dal vento. Vale la pena osservare quei ripiani inclinati agganciati a certe finestre, tutte ai piani bassi. Portavano luce di rimbalzo dentro locali scuri. Fuori sono di metallo, all’interno sono bianchi. Accanto a due panchine, in uno slargo, un nespolo carico di frutti. Centinaia di piccoli ovali giallo-arancione spiccano fra le pietre, i marmi e il cemento. Una grande nicchia vuota in cima a Vico *** è il punto obbligato, salendo, dove converge lo sguardo. Siamo nei pressi di S. M ***, complesso conventuale bianco, chiesa a tre navate, rivolto verso i quattro punti cardinali.
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“La città di cui vi parleranno le guide non esiste; quello che vedete in rete, sulle cartoline, nelle agenzie di viaggi, nei video promozionali, in televisione, sui manifesti, quello che leggete, se leggete, non esiste; neppure quello che fotografate, perché la foto non è la realtà, la foto ha un occhio solo, è Polifemo; quello che vedete nei vostri monitor non esiste ma voi non sapete o non potete più guardare. Non potete neppure immaginare, perché altri fabbricano immagini con lo scopo di non farvi vedere, altri preparano lo scenario virtuale, il facsimile, il trompe l’oeil turistico; altri hanno già scritto la vostra storia; nascondono qualcosa che sembrerebbe impossibile nascondere tanto è visibile; eppure voi non guardate, fissate un monitor dove con uno scatto vi fissate.”
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“Vi stupiranno centinaia di saracinesche chiuse, corrose dalla ruggine, pareti sgretolate, interi palazzi in rovina, le basi dei muri spaccate, angoli intaccati, cavi annodati a cavi, tubi di gomma, corde. Guardate in alto, e guardate bene: è un labirinto di fili sospesi e penzolanti, troncati, arrotolati a cappio. Dal primo marcapiano in su un’intricata flora di plastica si arrampica, si attorce, scompare e sbuca sopra e dentro capitelli, portali, sovrapporte. Dal primo marcapiano in giù è un groviglio di scritte su ogni superficie. Siete dentro un gomitolo sporco.”
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Caro ***
la città di C. è la più adatta per chi ama il difforme e l’eccesso, la sproporzione e l’incongruo che si trovano a tutti gli angoli, ovunque. Se piacciono le vertigini e le ondulazioni, la dissonanza e le diagonali, i rovesciamenti di prospettiva, luce, suoni, odori, l’incrociarsi convulso di cose e persone, gli attriti improvvisi, la città di C. è perfetta. A distanza di poche ore certe strade cambiano radicalmente e il cambiamento non ha gradazioni, è un taglio improvviso. Qui convivono o si danno battaglia edifici, gruppi etnici, materiali, ricchezze e lurida miseria abitano lo stesso palazzo. Il sovrapporsi di muri e scale, ascensori, passaggi, ringhiere, l’esplosione di forme enormi in spazi angusti, il viale che diventa una stradetta a precipizio e svolta in una scalinata contorta e vertiginosa, sorprende, meraviglia, affascina e poi disorienta, angoscia, provoca malessere. Molte cose diventano incomprensibili, altre oscure e minacciose almeno all’apparenza. Il respiro notturno del mare è insidioso. Le forme incombono. Le ombre sembrano in fuga continua.
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Caro ***
Se verrai nella città di C. non cercare quei gatti di cui tante volte hai letto nei libri: non li troverai. E non li troverai per il semplice motivo che non ci sono più. La città dei gatti è diventata la città dei cani. Sono tantissimi e hanno un aspetto poco rassicurante come a volte quello dei loro padroni che non di rado ne tengono al guinzaglio più di uno, della stessa razza o spaiati, a volte con effetti anche comici per il tipo e le proporzioni. Ti accorgerai che è una città di cani anche dagli escrementi e da un abbaiare spesso furioso che sembra provenire, per l’effetto dell’eco, da tutte le pareti. Vedrai molossi, pit bull, bull mastiff, doberman, levrieri, carlini, botoli spellati e ringhiosi, mastini napoletani, teste massicce e minacciose, occhi rossi, pelo corto e coda corta, enormi genitali, zampe che sembrano ceppi, e tutti senza museruola e non sempre al guinzaglio, soprattutto di sera, quando i padroni li portano fuori a passeggiare per i vicoli. Oggi ho cambiato direzione perché un vicolo stretto, Vico ***, era ostruito da due cani sdraiati, una montagna di muscoli, grigia, distesa fra muro e muro. Come avrei potuto passare? Anche la penombra intimoriva e la gente addossata ai muri, e il timbro delle voci, e il lastricato nero, e l’intonaco nero.
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Caro ***
una processione poco numerosa, molte più suore che adepti, oggi si trascinava per diverse strade del centro storico guidata da un prete e dalla sua voce amplificata. Il prete era affiancato da due portatori di un cristo ritagliato nel cartoncino, una sagoma squallida e insieme comica che ballonzolava rigida, a scatti, come un busto a braccia aperte e ingessate. Il brusio monotono delle solite formule e il passo strascicato di quei pochi incolonnati dietro la sagoma di cartone, le schiene un po’ curve e il nero delle suore, in una giornata afosa, mi hanno irritato. Pur essendo pochi, facilmente tappavano i corridoi angusti (vicoli) e il cristo ritagliato era davvero patetico, quasi una parodia. La processione, giunta alla fine di Via San *** ha finalmente deviato verso la Chiesa di San *** accompagnata da qualche colorito commento.
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Caro ***
puoi immaginare la processione e se vuoi, aggiungi, cambia, sposta quello che ti pare. Cambia stagione e immagina una tramontana che taglia la faccia e abbatte la sagoma di cristo, curva i portatori, il vento sibila nel microfono, i fedeli affrettano il passo per riscaldarsi. Poi spostala di notte. Ceri altissimi, ombre lunghe sparpagliate sulle case, sul selciato, luce gialla, grande partecipazione popolare, cori, vesti sontuose o stracci, il senso di un lungo cammino faticoso, non si sa quando iniziato, incensieri, turiboli oscillanti, superfici argentate rilucenti nell’ombra, preghiere silenziose. Ora invece prova a mischiarti al popolo, senti gli altri corpi, l’alito, l’odore dei vestiti, cammina con il passo di tutti, sosta quando il prete dice di sostare, recita le formule d’uso, tieni lo sguardo basso, curvo sul selciato, dai il cambio per reggere la sagoma di cartone, non fissarne il retro (la schiena), che è bianco.
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La grande vasca di Piazza *** è asciutta. Ha un tono verderame opaco, le bocche dei mascheroni sono buchi vuoti e neri. Intorno alla piazza decine di furgoni, strutture tubolari, altoparlanti, piccole tendopoli. E dall’inizio di Via *** arrivano voci a folate, si vedono bandiere e stendardi, si sentono applausi.
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Sono sparpagliati per tutta la città, entrano in tutti gli esercizi commerciali, indossano giacca e cravatta, hanno mocassini sfavillanti. Sono i raccoglitori di consenso per le elezioni del sindaco. Si adattano a ogni interlocutore in un esercizio acrobatico di mimetismo, sono flessibili, svelti, si disfano della vecchia pelle a un ritmo parossistico come la muta accelerata di un serpente.
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Caro ***
Stanotte ho dormito male perché un cane abbaiava stridulo e insistente sotto le mie finestre. Stamattina mi sono lamentato con l’albergatore che mi ha risposto più o meno così: “Ne sono molto dispiaciuto, signore, ma è un cane, capisce? e abbaia come noi parliamo. Che cosa si può fare? Se mi mettessi a gridare di notte per scacciarlo aumenterei solo il baccano. Se parlassi al suo padrone, ammesso di rintracciarlo, mi direbbe che è un cane e quindi abbaia. Se gli dicessi di cambiare zona mi direbbe che i vicoli non sono di mia proprietà e che il cane va a spasso dove vuole e abbaia dove vuole e all’ora che vuole, non essendo regolato per abbaiare a certe ore in certi luoghi e in altri no. Il cane è un cane, direbbe, in un trionfo di dialettica.”
Il cane è un cane: abbaia, va a spasso dove vuole, sosta dove vuole, non è regolato secondo i nostri ritmi, non bisogna scambiarlo con un essere umano, è vero. Il cane dorme quando ha sonno, beve quando ha sete, mangia quando ha fame, è quasi un discepolo delle dottrine Zen. In tarda mattinata, passeggiando, ho ripensato alla nottata insonne, al suono rauco e meccanico del cane, un’esplosione nel silenzio generale; ho ripensato alle considerazioni dell’albergatore, degne di rispetto e di attenzione, in fondo. Poi, sono passato davanti a una macelleria e poi davanti a un droghiere…
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Sorridono con la bocca storta. Indossano lunghe casacche bianche e lunghe scarpe di stoffa senza calze. I talloni strisciano sul selciato. Sono disposti ai quattro lati di Piazza ***, i bambini tengono in mano un palloncino rosa, i bambini stanno intorno a un chiosco, sul chiosco è distesa una tela bianca. Dietro il chiosco c’è un vicolo da cui sbuca un uomo con tre cani al guinzaglio, cani dal corpo tozzo e massiccio. Sotto i ponteggi s’inseguono, giocano a nascondino. Un acrobata vestito di metallo e un odore di vernice spray e di carne bollita. Dal sagrato di Piazza *** arrivano gridi festosi, canti, celebrazioni.
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Sono seduti su sfere di metallo, sono una decina, fissano tutti un cellulare, sono un elemento decorativo di Piazza ***, tranne le dita agitate sono quasi immobili e molto seri.
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La città di C. è un enorme elica il cui asse inizia dai monti e sprofonda in mare. I giri delle innumerevoli pale sono veloci, lenti, moderati, vorticosi, a strappi, a schiaffi, è una gigantesca elica guasta, malata.
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Caro ***
nessuna fotografia, disegno, racconto o altro mezzo può descrivere la città di C. Solo il contatto con le sue strade, e una disponibilità all’osmosi, spesso estenuante, lasciano intravedere l’orribile singolarità di una città unica. L’osservazione acuta, penetrante è uno strumento considerevole ma non basta. Bisogna lasciarsi intaccare, per così dire, e aprire la porta senza accorgersene, quando ormai è troppo tardi per chiuderla.
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Fanno irruzione scene, edifici, animali veri o raffigurati, odori, materiali, targhe, voci, rumori, rientranze, spigoli, donne enormi, tatuaggi, richieste, truffe, guide turistiche, trenini, altoparlanti, parlate, climi, assenza di vento, folate improvvise… interni squallidi, interni di una bellezza abbagliante, una porta socchiusa introduce in un breve corridoio sporco, dalle pareti spaccate, a cui è appoggiata una porta d’ingresso che sembra appena divelta dai cardini. Un colpo secco: è il portone che si è chiuso. Tre diramazioni, tre scalinate. Un’immagine di Cristo in ceramica. C’è silenzio. Il costante brusio esterno è rimasto chiuso fuori. Ci sono aperture simili a ingressi ma troppo piccole o troppo storte; accessi a scantinati, sportelli con le sbarre… è un palazzo altissimo, di larghezza imprevedibile, una scalinata affonda per un lungo tratto quasi in orizzontale e non si capisce perché abbia i gradini; conduce a un loggiato che si affaccia su un cortile, nel cortile un magnifico albero, un fico, e un pozzo. Una lunga e massiccia balaustra fiancheggia un’altra rampa sorvegliata da leoni stilofori, il naso e le guance smangiate dal degrado, le colonne di un marmo splendido venato di verde. In basso, da qualche parte, voci e rumore di acqua come una piccola cascata; in una larga spaccatura cresce rigoglioso il capelvenere.
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Uno dei truffatori storici, figura ben nota nella città di C., è un arabo vestito di tutto punto, un uomo di circa 65 anni, con una bella barba bianca, un bel cappello marrone, giacca, pantaloni, scarpe, cravatta, fermacravatta, occhiali, grande anello, camicia… molto elegante. Gira con una falsa laurea, o certificato di studi o curriculum, si avvicina ai tavolini, è impeccabile nei modi come nel vestire; racconta di essere dottore in una certa disciplina vittima di angherie, soprusi, burocrati invidiosi che gli impediscono di esercitare qui, o nel suo paese; chiede un piccolo contributo per mantenere la famiglia e pagare le spese di un avvocato che cerca di difenderlo perché possa tornare a lavorare. Esibisce anche altre carte, ogni anno aggiornate nelle date e nei contenuti, tranne la falsa laurea, la stessa da almeno 10 anni. Esercita la sua vera attività di truffatore soprattutto nei giorni festivi quando le vittime, soprattutto straniere, abbondano.
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Un giorno – era il periodo del Covid – si è avvicinato a un banco di frutta e verdura gestito da un arabo. Quel giorno non era elegante, non portava gli occhiali, non aveva fogli in mano; indossava una lunga veste sporca e delle babbucce. Anche la barba sembrava sporca. Si è rivolto al commerciante con arroganza: pretendeva per l’ennesima volta di rifornirsi senza pagare. Dopo un breve alterco ha preso qualcosa per pochi spiccioli, l’ha mangiata e poi ha sputato i noccioli sul banco, ha girato le spalle e se ne è andato gridando non so che cosa, forse maledizioni al suo compatriota peraltro non andate a buon fine.
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Tutti trasportano piccole lapidi elettroniche, le fissano, sembrano consultarle con accanimento.
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I gradoni di Via *** che delimitano gli sfiati sotterranei della sede centrale di una nota banca, hanno la forma di sarcofaghi. Attraverso le griglie soffia il respiro artificiale e caldo. Il sottopasso illuminato dai neon è uno dei luoghi più tetri della città. In questi giorni, sopra una delle reti, marciscono e seccano i fiori esuberanti di tre sterlizie.
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Caro ***
avrai notato che nelle mie lettere non metto nessuna data. Non saprei dirti perché. Forse è una forma sciocca di reticenza o fastidio per calendario e ore; del resto, riporto spesso indicazioni di clima o fioriture o altro che lasciano facilmente capire, se non il giorno, almeno il mese, o meglio la stagione, per quanto il clima, nella città di C., subisca drastici capovolgimenti da un giorno all’altro. Inoltre, caro ***, tu sai che il tempo scandito dall’orologio non mi è mai piaciuto; per me è difficile accettare orari, appuntamenti e agende; ancora di più in questa epoca dove il peccato capitale sembra la perdita di tempo. Ma di quale tempo? E quale la perdita? E quale il guadagno? Nei giorni scorsi mi è capitato di vedere due clessidre incise sopra un marmo che fa angolo fra Via di *** e Via ***. Un’incisione raffinata ma imbrattata dalla solita scritta.
La città di C. è in campagna elettorale. Da settimane la propaganda mangia gli occhi da ogni parte. Inutile dirti che è oltraggiosa. In questi giorni, a ridosso della votazione, la vigilanza della città si è moltiplicata.
Oggi, mentre camminavo per Via *** strada vuota e silenziosa in genere, ventilata, abbastanza ampia, in parte ben tenuta, dalle tinte chiare, dall’assenza di auto posteggiate e manifesti – divieto d’affissione – perché sede di importanti istituzioni, musei, palazzi e proprietà della curia, ho guardato in cima, dove la strada svolta in Piazza ***, accorgendomi che non avrei potuto passare. Un addetto alla nettezza urbana spazzava la strada con un getto ampio e potente di acqua e disinfettante che ha interrotto giusto il tempo per aprire un varco a una colonna di poliziotti, circa una ventina, che si sono poi allargati a ventaglio: proprio come il getto d’acqua. Al centro del ventaglio c’era un individuo. Ho dato un’occhiata e sono tornato indietro di qualche metro.
La squadra di poliziotti era silenziosa quanto l’individuo; scendevano lentissimi e ogni tanto sostavano consultando i cellulari. Trasportato dal vento, arrivava il rumore e l’odore del getto di disinfettante: un odore acido che prendeva alla gola. Da un locale, musica brasiliana e odore di fritto; due senegalesi, col tipico berretto da marinaio, il camugin, ondeggiavano appoggiati alla porta del locale. Due carrelli sono sbucati ai lati del ventaglio dei poliziotti, due carrelli carichi di pacchi: uno ha svoltato in Salita ***, l’altro ha proseguito diritto nella mia direzione. In quel momento una nuvola più grigia, in un cielo già opaco ma abbagliante, ha creato per pochi secondi un effetto quasi di oscurità. Mi sono voltato verso Via ***, stradetta di raccordo, a dosso, dove un uomo si era accovacciato davanti a un portone e stendeva per terra un foglio di carta unta. In una piazzetta attigua scaricavano materiali, calcinacci, sacchi di cemento; lo sbuffo della calce imbiancava l’aria e il vento debole non riusciva a spostarla.
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Dopo aver parlato per circa mezz’ora la guida tace, si pulisce gli occhiali, fa qualche smorfia, guarda nel vuoto. Ha spento il microfono, ha la voce roca, i gesti lenti. Lascia ricadere le braccia lungo i fianchi, sorride nel vuoto. Poi si appoggia a un muro, gira le spalle al pacchetto n. 4 –bis. Guarda in alto, vede lunghissime fessure grigie fra un cornicione e l’altro, i soliti piccioni posati sui davanzali. Anche oggi la luce è quella di una perla sporca. L’umidità atterra. Qualche folata agli incroci di certe strade, molti sono sdraiati per terra sui gradini di Piazza *** sotto Palazzo San ***, sfiniti dal caldo e dal vino pessimo. Una fossa di marmaglia, rovinata come le colonne, quei monconi bianchi e neri, denti lunghi e spezzati.
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Gli affreschi si scrostano a grandi pezzi, da anni la facciata a levante perde la pelle, affiora il secondo strato, poi il terzo si raccorda ad altre zone deteriorate formando una geografia, una mappa, contorni di isole, continenti, paesaggi lunari. *** non poggia più la mano su una sfera, le sue dita s’immergono nei mattoni, *** non si appoggia più alla spada, il fianco entra nel cemento, *** poggia i piedi su crepe, spaccature. Le ali sono ancora intatte, come i seni e il fallo. L’animale con le ali di uno Stukas morde l’aria terrorizzato, le orbite del cavallo schizzano fuori, la donna si volta e benché protetta sembra scappare, l’orologio è fermo come il segnavento – i turisti scattano fotografie.
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Piazza *** è vuota per il gran caldo. Lungo il perimetro, è caccia ai passaggi in ombra, anche infossati; i trolley rotolano sotto le colonne amputate con un bizzarro rumore di macchine giocattolo. A guardia di un vicolo, sotto i ponteggi, fra le luci rosse, un grande cane nero, sdraiato sulle zampe davanti, alza gli occhi e sembra controllare chi si avvicina. Ha il pelo ispido e grigiastro, lo sguardo né aggressivo, né docile. Una donna parla una lingua sconosciuta, parla ad alta voce, è seduta all’altro capo del vicolo; il cane volta la testa nella sua direzione e resta immobile. Una volante a sirena spiegata accorre accanto ai portici di ***. Da lontano si sente gridare. Un gabbiano vola in cerchio sulla pattuglia: dieci agenti, sotto il sole, sembrano piccoli e smaltati, soldatini appena verniciati.
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“All’inizio del XXI secolo, in Piazza ***, imperversavano i predicatori cattolici sud americani. Erano perlopiù adolescenti e bambini sostenuti da un gruppo di adulti vestiti come se andassero a un funerale, a un matrimonio oppure a messa. Da questo gruppo si staccava un bambino col microfono in mano che sproloquiava come un gesuita sulla fine del mondo – era in ritardo – su Gesù in croce – sempre attuale – sui peccati abominevoli – sono sempre abominevoli – sulla non-vita di chi non crede nell’unico Dio, nel Salvatore, nel Resuscitato, nel Giudizio Universale. Microfono amplificato in mano, andavano e venivano sotto la statua del celebre armatore oggi imbiancata di sterco, una precoce canizie di escrementi gli ricopre infatti i capelli, cola sugli occhi e riga i vestiti del celebre cittadino. Gridavano litanie imparate a memoria con un tono lamentoso e pieno di minacce. Citazioni sconnesse dalle Sacre Scritture. Quando, finita la performance, rientravano nel gruppo degli adulti, scattavano gli applausi e un altro predicatore bambino, dal vestito immacolato, dai capelli impomatati, attaccava la sua predica. Mi sentivo soffocare da una nuvola di borotalco e naftalina, vedevo fiori di plastica, sentivo puzza di armadi e tarme. E la predica urlata nel microfono, rinforzata dalle cavità dei portici di *** mi schiantava i timpani. Era tutto squallido, miserabile, agghindato e sporco come un trucco sporco. La piazza era in pieno sole. In quello spettacolo nessun fascino, solo catechismo ammuffito, icone sempre uguali, raggi celesti tra nuvoli folti, un triangolo occhiuto nel cielo, peccatori tra le fiamme, diavoli col tridente e il tutto sulla bocca addomesticata, plagiata, di bambini.”
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Bene. Oggi vi farò notare un aspetto interessante della città di C.: la città armadio o guardaroba. Stracci, scarpe, vestiti, mutande, calze, stoffe variopinte e ammuffite, sdrucite, sporche, consunte ma tenacemente appese a qualcosa. Ecco una scarpa allacciata a un cavo in Via ***, a due passi dalla sede di una famosa banca. Penzola lassù da anni, ruota, si aggroviglia. Essendo di gomma potrebbe pendere sulla strada per decenni. Ai volatili non interessa. Invece in Vico ***, luogo di storia antica, tracce di affreschi, archi ciechi a mattoncini, contrafforti di ardesia, finestre sfondate, plastica al posto dei vetri, un orsacchiotto di pezza è infilzato sui chiodi antipiccione – è sopra un capitello, da anni. Invece, in mirabile sospensione, abbiamo lassù, in Via ***, stringhe, assorbenti, felpe e, poco più avanti, in Vico ***, una tazza del cesso appoggiata al muro. Ora seguitemi. Ecco una pala di ventilazione in Passo della ***, forse recuperabile, forse manderebbe ancora vento, forse di tramontana, raffiche, pelle scorticata, cielo blu di ghiaccio, facce livide, labbra raggrinzite. Intorno vediamo siringhe, cartacce, cartocci, erbacce, muretti diroccati, muffa – anche un bell’albero di nespole mature che fa la gioia dei pappagalli. Da quel muro, appesa al filo spinato, penzola una camicia. Il portone verde con guardiola a sbarre, del convento di *** è stato rattoppato con una cancrena di vernice spessa dieci centimetri. In quel punto potete vedere come materie diverse convivano in beata armonia: legno, plastica, marmo, erba, vetro, metallo, vernice, condensati in piccoli, grandi e grandissimi grumi, escrescenze da cui spuntano fili, cavi, punte di ferro, piume. Perché visitare un museo di arte informale quando potete vedere dappertutto, nella città di C., capolavori anonimi che Fontana e Burri e Tapies avrebbero ammirato? Dentro quello sportello l’immagine di una santa; su quella balconata, anzi sotto, un palloncino a specchietti ruota e balugina; fra le pietre di un muro bombolette, confezioni, pacchetti – lo rinforzano. Quella spaccatura è stata riempita con gomma a espansione, così tanta che la spaccatura si è allargata: un bel rigurgito giallo e denso. Quel sovrapporta ha il cavaliere con la faccia falciata. Gli resta il profilo. Altre figure logore, corrose, con effetti geometrici. Una palma s’indovina, un cigno s’intuisce, un santo s’immagina.
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Vico *** è un breve vicolo chiuso, molto scuro. Il muro in fondo è alto circa 15 metri, un moncone, grandi pietre scorticate e umide, il resto di un bastione, forse. Alla base del muro, in un angolo, una sedia di legno, e sopra la sedia una bottiglia di birra. La sedia è schiacciata dalla massa a cui si appoggia, sembra alta pochi centimetri.
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“Ora le farò qualche domanda sulla città di C. Ma dovrà rispondere rapidamente, senza riflettere.
– D’accordo.
– Quale colore le viene in mente?
– Nessuno o piuttosto tutti ma sporchi, coperti da una patina dall’odore sgradevole. Colori vecchi, screpolati.
– Quale albero associa alla città di C.?
– Nessuno. Forse smilze palmette, qualche platano. Ma dove sono gli alberi nella città di C.? Ah! qualche fico.
– E i giardini che cosa le fanno venire in mente?
– Pubblici?
– Sì
– Incuria, poco verde, panchine dormitorio, ubriachi, cani senza guinzaglio, polvere.
– La città vecchia?
– Una carcassa perforata in tutte le direzioni da corrieri, biciclette, carrelli, mezzi per la raccolta dei rifiuti, centri per la raccolta dei rifiuti, unghie finte, ciglia finte, depilazione esibita dietro grandi vetrine, tatuaggi, ponteggi, tavolini poggiati su strati di merda di piccione, sedie incastrate fra una pietra sconnessa e l’altra, selciato semovente, scritte, simboli, graffiti su portoni, muri, colonne, pietre del selciato, porte, battiporta, cornici di marmo, scale, cancelli, sbarre, catene, vertigini, urli, cani aggressivi, zecche sonore a centinaia, a migliaia, un brusio inesausto di parole, merda di cane, piscio di cane, grovigli di cavi.
– Grazie.
– …
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Caro ***
dato che siamo quasi in estate e già fa molto caldo, devo tenere le finestre aperte. Entrano odori e rumori poco gradevoli. Fra gli odori: puzza di fogna, spezie, vernici, fritto, carne bollita in un miscuglio a volte indefinibile. Nonostante l’abbondanza di deodoranti sparsi nella mia camera sotto forma di bastoncini immersi in un liquido profumato, gel sistemato in bagno e nei cassetti, gli odori penetrano e ristagnano. Fra i rumori accennerò solo allo svuotamento del vetro, la famosa cascata di vetro, rumore che non ha orari come i mezzi della nettezza che percorrono ossessivamente la città di C. a qualsiasi ora del giorno e della notte. La cascata di un materiale fragile e tagliente, che in un lungo boato si schianta in mille frammenti, evoca immagini poco piacevoli e dato il fenomeno acustico tanto elementare quanto frastornante provocato da pareti vicine e altissime su cui il suono rimbalza, questa cascata irrompe nella mia camera con forza moltiplicata dal numero di rimpalli compiuti. È uno dei principali temi sonori della città.
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“Durante i primi due decenni del XXI secolo, la città di C. subì un’autentica rivoluzione nel modo di gestire la spazzatura. Scomparvero quasi tutti i contenitori all’esterno, e uno dopo l’altro vennero aperti locali o punti di raccolta dei rifiuti a cui potevano accedere solo commercianti e residenti. In che modo venissero individuati i locali e con quali criteri, ancora oggi non è dato sapere. Alcuni si trovavano proprio accanto a esercizi di ristorazione. Altri aprivano i cancelli davanti a sedie e tavolini di bar, caffè, locali. In pochi anni la città vecchia si ritrovò traforata da quelli che allora si chiamavano Ecopunti; spuntavano dappertutto, incastrati, incastonati, sfondati fra un negozio e l’altro. Una vera rete di locali dove depositare la spazzatura era sorta come una piccola città nella città. Il via vai di spazzini, sacchi, furgoncini era continuo. Qualche Ecopunto pare fosse di pulizia esemplare, altri erano sudici e puzzavano. Il maggior numero di questi locali era concentrato nei quartieri della ***, del *** e di ***. Piccoli, medi, grandi, erano ormai parte dell’arredo urbano. Nessuno poteva più frugare nella spazzatura. Gli accessi erano sorvegliati da personale specializzato: metà spazzino e metà buttafuori. Le più agguerrite nel far rispettare il regolamento erano le spazzine: muscolose e con le tute fluorescenti, piantate davanti ai cancelli a gambe divaricate, pronte al rimbrotto, al rimprovero, a scacciare l’indesiderato, spesso uno di un altro quartiere. Per aumentare la sicurezza le chiavi vennero cambiate ogni mese. Le video camere furono piazzate anche all’interno dei cassoni. Poi venne inserita una serratura a codice. Il codice veniva aggiornato ogni due settimane. La richiesta del nuovo codice avveniva compilando un modulo dove si doveva precisare la quantità di spazzatura, il genere, la forma e, se era il caso, perché la quantità o il volume di un certo materiale fosse aumentata in misura rilevante. Poi, venne introdotto un nuovo orario molto più ridotto che in passato. La nuova giunta deliberò che gli Ecopunti sarebbero rimasti aperti al mattino fra le 10 e le 11, al pomeriggio fra le 17 e le 17. 30 e la sera fra le 20 e le 21. Per evitare, si diceva, quel continuo via vai di sacchi, spazzini, furgoncini, camion, consegne, rumori, tracce di rifiuti, spazzatura sbalzata dai camion, disinfezione continua dei locali e delle zone attigue.”
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Una vasca di pietra, due teste di leone e una colonna. Vi sarete accorti, lungo il tragitto, di una strana fioritura: papaveri di plastica dai grandi petali, a decine. Legati dove capita, decorano soprattutto Via San *** e Via del ***. Ci spostiamo di poco per vedere il palazzo di un poeta-notaro con due statue emerse di recente dall’ammollo in candeggina: sovrastano, bianchissime, un portone, hanno entrambe un braccio mutilato, sembrano tendere a un ricongiungimento impossibile. Sono speculari. Annodato a quella grata, ecco uno dei grandi papaveri di plastica però appassito come fosse un fiore vero. In quel negozio hanno scritto Male anziché Mele. Se volete approfittare… a 2,99 comprate un chilo di Male.
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Raccolgo voci, frammenti di conversazioni, tracce di affreschi sotto i cornicioni; torri color seppia, sottili, piano dopo piano, inalberano bandiere sdrucite, interrotte da finestre, riprese fino alla punta che buca il cielo dipinto.
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A che ora mi sono svegliato? Qualcuno parlava, era sul tetto. Sembravano voci giovani, profonde. Erano sconosciuti, probabilmente operai, ma chi li aveva mandati? Sono sceso dal letto e ho chiuso la porta; poi ho aumentato la velocità del ventilatore per coprire le voci. Adesso erano remote, smorzate. Mi sono quasi riaddormentato. Sulle pareti bianche ho fissato una goccia di stucco. Dall’esterno sentivo o immaginavo un rumore come il ronzio di un citofono guasto e poi colpi, sferrati da che cosa e su che cosa non era possibile capire. I portoni, qui sotto, sono altissimi e pesanti, nessuno riesce a chiuderli piano; risuona un colpo secco e insieme profondo che ho imparato a distinguere ma non la provenienza esatta.
Le voci sul tetto – forse non erano sul tetto ma dentro il palazzo di fronte o in quelli dietro oppure a fianco o sopra o appoggiati per un lato, uno spigolo, una parete – adesso mi sembravano più numerose. C’è stata una lunga pausa, probabilmente mi ero addormentato, e all’ennesimo risveglio ho sentito un rumore metallico cadenzato provenire dalla mia scala interna. Ricordo che ieri notte c’era quasi luna piena, un biancore sporco attraverso una finestrella col vetro opaco, entrava nella mia camera. Era una luce triste. Meglio la lampadina che appoggio su un cilindro di carta gialla opaca aperto per metà. Vi si riflette una luce piccola e calda e per leggere mi basta.
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Riempite dai graffitisti con enormi scarabocchi molte pareti da poco ridipinte. La pittrice di strada oggi non dipinge, si limita ad addossarsi a un portone. Un uomo alto, longilineo, in completo azzurro attillato, ha il passo sonoro, percuote il selciato con i suoi mocassini di vernice, attraversa un portico. La pittrice stringe fra i denti grigi un mozzicone e non guarda niente. La giostra è ferma. Tra le fessure delle pietre cresce l’erba che in cima è già secca. Sotto i gelsi, macchie nere a centinaia. Un cane si è impuntato. Lecca i gelsi schiacciati.
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Esasperante nelle continue giravolte, negli incroci, negli spigoli, il labirinto della città di C. esaspera anche per la varietà della toponomastica. Nessuno si orienta, neppure chi ci vive. Non si orienta, intendo, con i nomi. Le bussole sono piuttosto i negozi, i locali, qualche particolarità, qualche sfregio o assurdità architettonica. Si trova una strada ricordando una panchina storta, una statua che sbuca fra centinaia di auto, un portico con saracinesche alte e arrugginite. Oppure un odore.
*
Durante ogni inverno, per anni, appena il vento rinforzava, dal mio letto sentivo uno sportello o finestrella sbattere. Non era fastidioso. Immaginavo un boccaporto dimenticato dove s’infilava il vento, il boccaporto di una nave abbandonata ma che proseguiva il suo viaggio, senza timoniere, senza ciurma, avvistata al largo di una costa o di un’altra, in un mare o in un altro; segnalata a diverse latitudini, a vele spiegate, a superba andatura, oppure a vele stracciate, il legname scalfito, sconnesso, inclinata paurosamente, gli alberi piegati, le sartie in balia del vento. E sempre quello sportello il cui colpo secco e ripetuto centinaia di volte si udiva anche in mezzo al fragore di una tempesta. Di notte il vento s’ingolfa e rimbomba sul mio terrazzino lungo e stretto, cerca una via di uscita, sembra arrotolare arbusti spinosi, spingere sabbia e accumularla davanti alla porta. Qualche scheggia di ardesia vola nel vuoto. I rumori della piccola bufera sono quasi protettivi. Resto nella mia branda, in ascolto, aspettando il momento in cui lo sportello o finestrella, fra tanti soffi e boati, batterà il suo colpo secco e ostinato.
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Ho ricordato Via del ***, di notte. Forse d’inverno, un inverno di molti anni fa, gelido. Di notte è quasi insopportabile. Soffia teso, inarrestabile. In Via del *** c’erano pochi uomini, forse tre o quattro. Nelle case silenzio, oscurità, finestre e fessure ben tappate. I mulinelli afferravano carta, polvere; i residui di qualsiasi cosa venivano risucchiati verso l’alto o schiacciati sulle pietre.
Dall’angolo di Vico *** uscì lentamente un grande contenitore rettangolare di plastica poggiato su un carrello. Dall’interno proveniva una specie di sciabordio e ogni tanto si sentiva un colpo contro le pareti. Un uomo, attraverso la sciarpa, gridava ripetutamente di fare attenzione. Il contenitore oscillava su rotelle troppo piccole per quel carico e per quella pavimentazione sconnessa. Pochi lampioni illuminavano Via del ***. Dall’interno della vasca si sentivano fremiti. Un uomo sbucò dall’ombra e, appena sopraggiunto, stringendosi dentro i vestiti, disse: “Bisogna sbrigarsi. Dentro la vasca il movimento aumenta, le rotelle sono già piegate.” L’uomo che spingeva il vascone sembrava esausto, ma non dal peso, bensì dalla tensione di mantenere in equilibrio il carico. Si fermò per un attimo. Uno spruzzo lo raggiunse al viso. Un altro a una manica. Il bordo del vascone era più alto della sua testa di almeno venti centimetri. In una mano teneva una rete a maglie strettissime fissata a un lungo bastone. Il vento continuava a spazzare la strada. Un altro uomo si mise a spingere il carrello ma sembrava meno attento, benché più forte del suo compagno. Una delle ruote si era incastrata in una fessura del selciato. Intorno alla vasca adesso c’erano quattro uomini che tendevano un telo provando a circondarla. Il vento rendeva l’operazione molto difficile. Uno infilava una corda dentro gli occhielli e tirava e annodava. Le raffiche gelide gonfiavano e schiaffeggiavano telo e uomini. All’interno della vasca l’agitazione sembrava aumentare, si alzavano spruzzi il cui biancore sporco era illuminato dai lampioni. C’era uno strano odore. Come di grasso.
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Oggi faremo il tour degli animali. Fantastici e veri. A volte mischiati. Vedremo cavalli, capre, cani, basilischi, draghi, cigni, struzzi, maiali, pavoni, pesci, rapaci, leoni, serpenti, colombe, salamandre e molto altro. Vedremo anche un Tirannosauro di cartapesta ospitato nell’abside della chiesa di Santa ***, protetto da sbarre alte e spesse, come fosse in gabbia. Se volete possiamo aggiungere lo zoo sui muri: i graffiti, i disegni, gli stampi. Allora vedremo topi e pipistrelli, farfalle, gechi, bruchi, pesci mostruosi, formiche, ragni e impronte di chissà quale animale…
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Sono stanco. Chiudo il libro e tengo aperti gli occhi attraversati da immagini: acqua, ragnatele o crolli. L’acqua è una figura che dura un istante. Un colpo di vento fa tremare la ragnatela. Mi ritrovo in piedi dietro una grande finestra a due battenti e sto guardando una montagna. Sono solo. Da sette mesi vivo da qualche parte nell’entroterra. Il tronco bianco di una betulla si appoggia ai vetri. Nel cielo una miriade di stelle ed è scoppiato un incendio sul crinale dietro cui sorgerà la luna piena. Più tardi vedrò le fiamme agitarsi contro il chiarore abbagliante mentre mi avvicino alla città di C. Sono stanco e quelle fiamme erano convulse, il cielo nero, profondo, terso e gelido. La luna, luminosa e netta sembrava un disco tagliente. Appena chiudo gli occhi, i personaggi del libro si muovono accanto alle figure viste oggi, le incrociano, si scusano, le spingono. Le attraversano. Sembrano divertite e dispettose. Una goccia d’acqua cade dentro l’acqua e il tonfo dà il segnale a un edificio che crolla senza polvere e senza rumore.
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Li rivedo alti e scuri benché non lo fossero. Oppure col corpo e il viso largo e con la pelle bianca e opaca, appena arrossata dal sole. Li rivedo sotto gli alti cancelli della facoltà di ***, quasi silenziosi, a scambiarsi cenni, poche parole come in codice. Uno è appoggiato all’ingresso e un altro è in fondo alla scalinata, sotto l’imponente cancello di Stradone ***. Sembrano molto lontani l’uno dall’altro, separati da chilometri e dislivelli d’aria e muri. Una voce smorta richiama un cane. La terra dei Giardini *** è asciutta e compatta, le piante immobili, il copertone-altalena pende senza un’oscillazione, anche minima. Gli escrementi sono secchi. Le pesche settembrine sono verdi. Qualche raro soffio di vento infila le scale ripidissime, svolta fra un muro, un palazzo, una parte del complesso di San***. Rinfresca per un attimo. Li rivedo mentre sono appoggiati, trasognati, stanno quasi dormendo. O inghiottiti dall’ombra di Vico ***, mentre in fretta chiudono un portone. Sono tornato molte volte negli stessi luoghi, constatando piccoli cambiamenti, oggetti che non c’erano o avevano un’altra forma. Un tronco è stato sezionato. Com’è secca e screpolata la terra! Anche la ruggine è asciutta. Le scaglie di un telaio arrugginito con resti di vernice, brillano sotto il sole della metà di giugno. Salendo la ripida scalinata i cui gradini riflettono una luce fredda, incontro facce che non conosco, sento uno spostamento d’aria né piacevole né altro, solo uno spostamento d’aria.
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La facciata dell’ex chiesa di S.*** ha davanti un cantiere. Nell’ora più calda, un solo operaio dall’andatura dinoccolata entra dove i non addetti non possono entrare. Le ombre sono appuntite. Le baracche di lamiera abbagliano. I graffiti, in parte slavati, sembrano colare macchie sul selciato. Un edificio tagliente, azzurro e piatto impone la sua mole, estranea a quello che ha intorno.
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“Perché ritorni tutti gli anni negli stessi posti e quasi sempre da solo, che cosa cerchi ancora, che cosa pensi di vedere? Hai consumato il tuo tempo; sei ostinato e ancora brancoli in luoghi che dovresti conoscere a memoria. Stai fingendo? Ripeti il solito percorso con qualche deviazione, ne parli come di una scoperta, fosse un fico che per anni non avevi notato, un archetto di mattoni, un portone di lamiera, di toppe di lamiera, come ce ne sono tanti, e che solo tu trovi interessante. Quella grata polverosa a livello del pavimento, quella prospettiva con una luce diversa, un intonaco rifatto, non meritano di essere notati, e men che meno scritti o raccontati. Del resto che cosa raccontare di un intonaco? o di una porta? Eppure anche oggi hai notato un’apertura con le sbarre, le sbarre avvolte dalle ragnatele, sudicie, accanto a un magnifico portale. Appoggiato alle sbarre un quadro con la cornice sgangherata, una marina con il tipico borgo di pescatori, le casette colorate… una grande macchia blu, una specie di nube d’acqua enorme, si alzava da un angolo del quadro, la prospettiva era sbagliata, sembrava sbagliata, come le case e le altre linee, tutte sbilenche, il dipinto era rozzo e piatto, ma prendeva rilievo, si alzava nell’angolo trascinato da quella massa blu che incombeva sull’abitato, abitato peraltro che sembrava evacuato a guardar meglio, nessun uomo, né alle finestre, né sul molo, solo gabbiani in attesa.
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“Qui sorgeva l’officina dei mostri di cartapesta. Dinosauri, giraffe e altri animali il cui scheletro era costruito con giunchi ed erbe flessibili. Erano alti anche dieci metri. Una giraffa blu cobalto con grandi occhi bianchi affiancava un dinosauro dalle unghie affilate. Venivano pacificamente esibiti dentro le rovine di una chiesa, S.***, erano rozzi e simpatici. Ogni animale aveva una valvola dentro cui veniva soffiata aria; l’animale si gonfiava in certe parti dando l’idea di un aumento di muscolatura o di un cambiamento di espressione. Per esempio, il dinosauro aveva la valvola dietro il collo. Insufflata l’aria aumentava il volume della gola che sembrava enorme e palpitante. A volte l’aria in eccesso lacerava la cartapesta e gli animali venivano rattoppati come vecchie camere d’aria bucate. Le toppe però erano di vari colori, così l’animale perdeva la monocromia e prendeva una certa vivacità. Oggi sono rimasti pochissimi frammenti: qualche lacerto di cartapesta inchiodato alle pareti, una scarsa documentazione fotografica.”
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La struttura a corridoi o corsie intrecciate, svolte continue, ingressi senza porte, crea un senso di allarme, di attesa angosciosa di un qualche evento che s’immagina sgradevole, nocivo; l’ambiente sezionato in crepacci, migliaia di pareti in caduta, le gigantesche facce di marmo grottesche, il disorientamento… Si varca sempre una soglia. Si cerca un nome, un rumore, un’edicola votiva, come una barca di notte scruta il mare per individuare un gavitello lampeggiante e calcolare la propria posizione rispetto ad altri punti. Riferirsi a un rumore è ingannevole: questo rimbalza da una zona all’altra; riferirsi a un nome, nell’intreccio fittissimo di targhe, accentua lo smarrimento; il vicolo che si credeva già percorso è un altro, e alla prima deviazione – quale? – sotto un arco che si credeva già oltrepassato, davanti a un battiporta che si credeva già visto o un famoso palazzo di cui non si ricorda il nome, l’orientamento vacilla, la colonna di fronte sostiene una targa arrugginita, illeggibile.
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Sono le 17.10 di un lunedì che precede di un giorno l’estate. Il caldo è opprimente tranne in qualche vicolo buio, la cui oscurità è rafforzata dai ponteggi. Alla base dei tubi cartacce, mozziconi e liquidi. Fra le sbarre avvolte di nastro bianco e rosso sbuca una puttana. Una figura magra, alta, coi capelli lunghi quasi bianchi raccolti in parte sulla nuca, di una magrezza malata, s’intrattiene con qualcuno che non vedo e una porta spalancata per il caldo dà accesso a Vico ***, tutto spigoli, sporcizia, carrelli, lattine di birra schiacciate, cartoni, facce di cuoio screpolato, rosse o smorte. Le bottiglie di plastica schiacciate, quasi piatte, danno un curioso effetto ottico. Sembrano intarsiate nel selciato, un selciato variegato da oggetti dimenticati, abbandonati, corpi sdraiati. C’è un’ostinazione a riproporsi anno dopo anno nello stesso punto da cui si è stati scacciati tante volte; spostandosi di qualche metro si spera di non attirare l’attenzione; confondendosi all’uscita di un supermercato con altri consumatori si attua una specie di mimetismo e si ribadisce la propria presenza proprio lì, come un diritto acquisito.
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Dialogo minimo sul clima:
– Oggi fa caldissimo.
– Sì, ma meglio di ieri. Di mattina presto c’è fresco… mi sembra.
– Il problema è il caldo umido; quando ero a *** il caldo era secco. Qui, no.
– Forse pioverà nei prossimi giorni.
– Ho paura di qualche alluvione o bombe d’acqua. Il Po è in secca, l’acqua è razionata.
– I condizionatori vanno a metà regime.
– Staremo a vedere.
– Sì, ma camminare sotto il sole… al mare si sta bene…
– Sono andato al mare: c’era da morire.
– Forse qualche nuvola, ma al nord… nell’entroterra…
– Magari arriverà fresco anche qui.
– Se pioverà, qui dopo sarà peggio, ancora più caldo umido.
– In effetti…
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Mentre il mio gruppo si sparpaglia per la città a fare acquisti, io entro nella vineria di Vico *** e bevo uno, due, tre bicchieri. Seduto coi gomiti appoggiati sopra una botte considero la mia vista, soprattutto l’occhio destro, che si offusca. Non è niente di che: dopo un giro coi turisti mi accade spesso. Anche i gesti diventano opachi e lenti. E ho il solito tic alla spalla destra che salta. Mi tremano un po’ le mani. Di solito al terzo bicchiere la spalla si acquieta, la vista migliora, le mani tornano ferme. Scambio quattro chiacchiere col cantiniere e non so su che cosa. Ricordo scarpe di gomma che avevano una suola come una piattaforma larga e spessa su cui poggiava un’altra suola. Erano di un bianco immacolato. Tenevano il piede isolato dalla pavimentazione, rialzato di molti centimetri. Un vero carro armato o una chiglia di motoscafo. Dei miei gruppi non ricordo quasi mai una faccia o la ricordo per poco. I cappelli sono tutti uguali, gli occhiali anche. Il modo di ridere è fatto in serie. Un uomo senza un braccio entra nella vineria, ha un viso interessante, scuro, gli occhi astuti, piccoli. Magro. Si appoggia col fianco al bancone e mi guarda per un attimo. Poi fissa il vuoto o così sembra. Fissa il muro di fronte, tiene la testa ferma. I passanti scorrono lenti, veloci, a precipizio, quasi fermi, a indugiare davanti alla vetrina della vineria che espone bottiglie da collezione e vecchie botti, cavatappi di due secoli fa. Fra mezz’ora andrò a radunare il mio gruppo che sarà carico di pacchi, sudato, esaltato.
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Ci sono giornate che non si dimenticano; sono poche e spesso legate a un ricordo sgradevole o doloroso. La memoria di tutto ciò che rattrista, offende, disgusta è fortissima e assale quando uno è impreparato, crede di aver dimenticato o s’illude di essere sceso a patti con certi episodi della propria vita. Il disgusto non è quasi mai assoluto, inattaccabile, lascia un margine imprevisto da rosicchiare. Così oggi il volto di uno sconosciuto, un abito, un modo di parlare, un odore, un dettaglio. In apparenza niente degno di nota, niente di nocivo, tutto trascurabile, pronto per essere archiviato definitivamente. Invece tutto resta nell’angolo degli occhi, agganciato, trasportato, spostato di spazio e di tempo, sul punto, sempre, di rientrare al centro dell’attenzione, di imporsi, bucando la pupilla.
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“Andavamo, noi appassionati di lirica e di donne, in Piazza *** dove al pianterreno c’era un bordello e al secondo piano una scuola di canto”, dice uno con i capelli tinti e la pelle tesa dagli interventi di chirurgia plastica. “Non trovo la piazza sulle mappe, mi piacerebbe tornare sotto quel portone e ricordare meglio gli scambi di battute fra le cantanti e le puttane. Gustosissime. L’insegnante di canto soprattutto aveva il dono dell’umorismo colto e insieme popolare. E una delle puttane aveva una voce meravigliosa. A volte partivano duetti e anche cori, s’intrecciavano variazioni da caserma su arie celebri e canzoni napoletane. La scuola di canto era di fama internazionale, dicono, e il bordello era di fama nazionale, esemplare per gestione e pulizia. Chissà… adesso il palazzo non ci sarà più e Piazza *** non compare neppure sulle cartine…
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“È un errore, un errore di stampa. Le assicuro che è un errore, un refuso. Del resto ne avete fatti circa un centinaio. Avete sbagliato direzione, nome, posizione. Quel che è a destra è finito a sinistra, uno slargo è diventato una via, molti vicoli sono stati dimenticati, Piazza *** è diventata Piazza ***. E la mappa adesso è in tutta la città. Che cosa pensate di fare? Niente? No, non potete correggere, l’errore è strutturale, dovete rifare tutto. Dunque? Ma perché parla d’altro? Che cosa c’entra? Ma non c’entra nulla! Dovete rifare tutta la mappa…”
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Il giro delle pale è simile al vortice dei vicoli e manda lo stesso rumore di aria sottratta, succhiata via. Un tunnel. Laggiù avete un’uscita: un confine o soglia che immette su un altro vicolo sormontato da un arco che sbuca in un vicolo dove sui gradini di un palazzo vedrete un piccolo accampamento di ubriachi e alle sbarre di una finestra vestitini appesi ad asciugare e attraverso le sbarre un interno squallido le cui pareti sono abbellite da stelle adesive, cuoricini e scritte in rosa. Osservate anche la quantità di muffa fra i mattoncini sconnessi e la gigantesca ombra di una tettoia metà di plastica e metà di metallo: un locale profondo, fra due palazzi, dove s’innestano decine di tubature, protetto da una lamiera e da filo spinato. Se vi piacciono i graffiti fluorescenti venite qui di notte e osservate accendersi quelle pareti. Vico ***, piuttosto uno slargo che un vicolo, non è più sovrastato da un magnifico arco di cui restano le colonne e un inizio. Qui molte strutture iniziano e non finiscono. Quel terrazzo compresso fra due pareti, infossato, inizia con una balaustra di marmo e finisce come raspato via, limato, per dare spazio a una canna fumaria enorme, altissima. Il portale di San *** ha un’anta di ferro e una di legno scheggiato.
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Sui gradini pezzi di carta e lattine di birra, sui gradini che portano davanti all’ingresso bottiglie di birra e vino in cartoccio. Dietro la porta a due ante colpi di tosse convulsa. L’anta sinistra, di legno, è sfondata alla base tanto da far passare un braccio. Il quadro del citofono è appeso a un cavo. Dalla spaccatura esce un liquido, forse la condensa di un climatizzatore. Il palazzo si affaccia a sud sopra Via di ***. Di fronte all’ingresso c’è una finestra protetta da sbarre che servono per asciugare i vestiti. Accanto alla finestra, conficcata per metà nel muro, c’è una palla di cannone. In Vico *** dietro un cancello, spazzatura. Passando sotto un arco sordido, si sbuca in Via di ***. Sui tavolini di acciaio becchettano i piccioni. Passa un’ambulanza a sirena spiegata, la segue l’auto dei carabinieri, silenziosa. Che cosa è successo? Poco più avanti si sente il ronzio della folla che accorre, attirata da un incidente forse, forse è cosa da poco, del resto in ogni metropoli accade qualcosa tutti i giorni, la gente gira, telefona, si fotografa, fa le previsioni del tempo per la prossima ora, la serata, l’indomani, si affaccia sull’incidente. Il caldo umido è raddoppiato dopo una pioggia esile, i gabbiani roteavano schiamazzando stamattina in un cielo molto grigio, molto basso, ma non fermo, con accenni di schiarite temporalesche, e il vento soffia da nord, incontra aria calda e ci saranno temporali con piogge torrenziali per tutto il giorno. “No, non pioverà, dice uno, con grande sicurezza, avremo mesi di siccità, razioneranno l’acqua.” In piazza *** gettano grossi pezzi di pane ai piccioni e un odore di spezie e un odore di carne bollita e un odore di fritto sono le essenze dell’aria in quei metri, non pochi, e anche oltre, dove il vento sposta le particelle, la polvere, e le imbuca.
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… poi mi sembrava che la luce di un riflettore, una luce potente, esplorasse la facciata e poi puntasse sulla porta, restringendo l’angolo di campo come uno spot e illuminando solo il battiporta a forma di drago. Ero sdraiato sui gradini di marmo di un palazzo in Vico ***, fra pozze di vino, bottiglie di birra e cartacce. Qualcuno rideva. Mi guardava dall’alto standomi sopra a gambe divaricate, fissandomi il viso. Ero ancora annebbiato, facevo fatica a tenere gli occhi aperti. “Buongiorno!” mi ha detto sorridendo.
Mi diceva di asciugarmi la barba e di tirarmi su in fretta perché stavano arrivando gli spazzini a disinfettare la scala e il vicolo. “Getti forti, diceva, ti faranno male, ti andranno negli occhi, puzzerai di disinfettante. Alzati.” E mi tendeva la mano. La mano, mentre cercavo di afferrarla, arretrava. Così afferravo l’aria, il niente, e tuttavia cercavo di stringere anche quel niente come fosse carne o pietra o metallo, qualcosa di solido, insomma, a cui aggrapparsi. Sentivo che non sarei mai riuscito ad alzarmi: troppo vino, troppa fatica, troppo caldo. “Potresti rotolare giù dai gradini, sono pochi e poco ripidi, diceva.” E di nuovo mi tendeva la mano e di nuovo arretrava.
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“Certo che preferisco un intonaco spaccato, una pietra porosa, un tombino o qualcuno che corre e svolta l’angolo e sparisce, oppure una balaustra consumata dal salino o macchie di vernice, alla tela di un qualsiasi pittore famoso che ha addomesticato, controllato ogni dettaglio con una tecnica superba, anche lo schizzo di saliva di un cane che abbaia, anche le mani contratte dalla rabbia e l’impotenza sono neutralizzate da un’esecuzione perfetta. Non si sente neppure l’eco di un dramma o uno scoppio di risa. Che cosa me ne faccio? Ammiro? A bocca aperta? Sto zitto? Aspetto di girare per strada ancora una volta per incontrare una sterlizia sbucata chissà come da un’aiuola sporca contro uno sfondo degradato e ripasso per vederne la sfioritura, poi il secco definitivo, fino alla prossima stagione.”
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In Salita di S*** si appoggia a una rete di metallo, la stringe con le mani. Oltre la rete un gruppetto, forse sei o sette, fra uomini e donne. Il cielo è grigio, è caduta qualche goccia, si è alzato il vento. Sui mattoncini del selciato macchie nere e nòccioli di prugne. Fra una cancellata da caserma e l’altra un muro alto e compatto.
Si rivolge al gruppetto e dice:
– Scusate!
Il gruppetto si avvicina alle sbarre. Avanza una donna piccola sui 50 anni.
– Scusate che cos’è, chi siete?
– Un collettivo.
– Sì ma che collettivo?
– Un collettivo di persone.
– Ma che cosa fate?
– Organizziamo.
– Sì, ma che cosa?
– Stiamo preparando.
– Sì ma quei mostri di cartapesta?
– Serviranno.
– Ma avete un programma?
– Se entra dall’altro lato troverà un pieghevole.
– Mi scusi, siete quasi sempre chiusi. Vi autogestite?
– Sì.
Stringe più forte le mani intorno alle sbarre, si gira verso di me e scuote la testa.
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I Giardini *** sono terrazzamenti, forse rovine di un parco, forse qualcosa che non è mai stato e non è niente: cespugli di alloro malati, una ripida scalinata e una costruzione rossa che incombe. La scalinata è lunghissima, attraversa diversi livelli, passa accanto ai Giardini ***. La prospettiva verso il basso è una spaccatura ondulata. I terrazzamenti hanno pochissima erba e molta terra, oggi polvere.
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Non si vede bene. Scende la foschia sul mare, sul porto. Da lontano il rintocco di una campana; è la campana della giostra di Piazza ***, sembra ancora più lontana, come andasse alla deriva. Le locandine sono cadute. Diversi colpi di vento abbattono. Qualcuno cammina impettito in diagonale, impugna il cellulare come una spada, procede come su un carrello, come su una rotaia e parla ad alta voce. Su quel tronco sono raddoppiate le scritte; è inciso fino al bianco. Molti negozi chiusi. È aumentato il numero degli altoparlanti intorno a Via di ***, intorno a Piazza ***. A che cosa serviranno? Un gruppo di 60 turisti procede compatto, bandierina in testa, affronta Piazza S.***. Allora si cambia strada, si gira intorno a San***, si scantona. Un mobile bar in disuso è appoggiato a una parete, contiene qualche libro e una zuppiera di ceramica. Le lampade rosse illuminano un vicolo buio, le lampade dei ponteggi. In Piazza *** c’è una costruzione quadrata di legno e strisce di carta da cui la gente entra ed esce.
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“Guarda come cammina, guarda come cammina…” e non capisco se parla di una nuvola o di una donna.
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Mi ritrovo a fotografare angoli e palazzi ripresi tante volte, persone, insegne, la solita statua, oggi con una luce impastata, uniforme. Nessuna ombra portata. Perché in un passaggio stretto uno mi vede, mi squadra e torna indietro? Non subito. Ha indugiato ruotando per tre quarti su sé stesso poi, come avesse ricevuto un comando, è tornato indietro. Le pareti del breve passaggio sono gialle. Verso sud si vede l’arcata che ride di Palazzo S.***, ponteggi, cavi penzolanti, poca gente dato il caldo umido. C’è, come tutti i giorni, un uomo piccolo, grasso, dalla faccia gialla, sempre col sigaro in bocca. Il colore del viso è sgradevole come il modo di guardare, un modo padronale, come se lo spazio intorno fosse di sua proprietà. Il vento rinforza e i cappelli per turisti svolazzano, le corde di un’arpa vibrano da sole.
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“Vedrai che ci sarà tempesta… verso le due.” Sono seduto qui, in questo chiostro, e ascolto le chiacchiere degli altri, vedo scendere e salire, mi colpisce un vestito rosso fiamma, un passo energico, il bianco delle spalle, gli animali fantastici dei capitelli di S.*** e un odore di terra in cielo.
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In genere mi attira qualsiasi forma che accenni a un vuoto, a un’accoglienza, anche pericolosa, non troppo brusca. Dislivelli o un vaso; cavità, conchiglie, vasche, arcate, archi rovesciati, portici. Lo schiocco di una mano contro l’altra è un colpo di fucile in Piazza ***, oggi semideserta. Fra i mezzeri mossi dal vento sbuca la faccia del venditore.
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Ho dimenticato quello che volevo scrivere. Fisso la copertina di un libro sulla città di C. Una foto presa dall’alto: in primo piano Porta ***, in fondo, dopo qualche famosa cupola e campanile, il porto. Non ricordo quello che volevo scrivere. È legato alla città di C.? E se è così, a che cosa in particolare? Un rumore, un sogno, il ricordo di un episodio, di una strada? Lo avevo bene in mente, da pochi minuti. Doveva essere ben trascurabile per finire nell’oblio in pochissimo tempo! Sarà sommerso da vernici o strati d’acqua forse più insignificanti di quel che volevo scrivere. Non posso saperlo, non posso ancora saperlo, ammesso che venga mai a saperlo. Non sento nessun movimento sul fondo. La melma è compatta.
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Il volatile che ho visto ogni anno sul molo, a inizio primavera, azzurro e rosso, col becco affilato, in discesa rapida e precisa dentro l’acqua, è un Martin Pescatore fuori dalla sua zona. Non l’ho mai visto più di due o tre volte. Aspetta sopra una ringhiera, si tuffa e scompare non so dove. Ricordo piume quasi fluorescenti.
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“Più avanti. No, più indietro. Sì, sopra le lettere. Arrampicatevi. Così. Passami la bacchetta, annoda il nastro, assicuralo bene. Ieri è volato via, senza il nastro gli ultimi non mi vedevano, qualcuno si è perso. Uno l’ho ritrovato dentro un getto d’acqua, un altro contrattava per comprare dei fossili falsi.”
Sotto un tendone carico di escrementi di piccione, in Vico ***, che cosa fanno? Davanti hanno una parete grigio-nera, sotto i piedi un selciato sporco, sopra, molto in alto, una fessura di cielo, a pochi metri un bidone della spazzatura. Ristagna odore di calamari alla piastra come odore di pelle bruciata. Stanno sprofondati nell’ombra, sono circondati, guardano un monitor. Vico *** è oblungo, schiacciato, contiguo a un vicolo chiuso da cancelli. Passa un cane e accenna un movimento delle mascelle contro una gamba. “Se lo rifà, dice uno, gli sparo in bocca.” Arriva il camion della spazzatura seguito da un furgoncino con sirena lampeggiante e sonora.
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Avrei voluto essere da un’altra parte. Oppure non vedere quello che vedevo. Nessuna sorpresa, in realtà. Un ritorno di massa. La leccata in massa del gelato. La pittrice addossata a una vetrina, in Piazza di ***, disfatta dal caldo e dal vino pessimo, qualche foglio dipinto scivolato per terra. Meglio non guardare i dettagli: né edifici, né muri, né persone, né gesti, né scritte, né affissioni abusive, né tendoni instabili per il vento, né camion della spazzatura, né biciclette, né monopattini elettrici, neppure quei rigagnoli sospetti, quelle secchiate di ammoniaca. Non guardate i dettagli, i cavi a migliaia, la centrale termica con i fili annodati, un groviglio inestricabile, raccordi e ponti, vecchi, nuovi, tutto insieme in una scatola dietro un cancello incastrato fra muri.
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Un brusio, volevo solo un brusio, e un po’ di luce, ma non quei tamburi, quei gruppi elettrogeni, quelle voci acute, quei morsi all’aria, quel riflesso sulla plastica o sul metallo, quei cani a pelo corto, simili a sciacalli, le auto in coda, le carrozzerie bollenti, la corsa ad acchiappare un cartoccio di fritto, il camion della spazzatura che sosta all’altezza del naso. E il chiasso, il chiasso provocato da una persona sola, col cellulare, il vivavoce a tutto volume, il cellulare che fende la folla, innalzato come una lancia allo scopo di filmare, gli scambi di spazzatura, ritrovamenti, in un angolo, lo stemma di una celebre famiglia sfaldato, lo striscione arrotolato, sospeso, di una mostra finita da un anno.
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Il primo tombino è a labirinto, il secondo a zampa di gallina, il terzo è una variazione del primo. La grata con tre feritoie sotto cui passa l’acqua nera, ristagna. Mi sposto tre volte per l’insopportabile odore, ascolto la storia del cardellino che tolse le spine a Gesù e si macchiò di sangue, parliamo di un’edicola in Via S. *** lasciata andare in pezzi. Oggi mi accorgo che un commesso è mancino – mentre taglia la carne. Uno entra in un negozio schioccando le dita, un altro fischia, è acuto, insistente. Alzano altri ponteggi, calano e sollevano assi di metallo, corde, secchi, caschi. Una corda oscilla ma non per il vento oggi assente. Uno ha le ossa disarticolate e sporgenti. Un giorno gli bucheranno la pelle, penso, e si vedrà il telaio. “Ho scoperto nel levante tre pale d’altare, sono nel sotterraneo di una chiesa sconsacrata. Seguo certe tracce e incontro collaborazione.” Mi prude la pelle, forse per il caldo umido. “A Villetta *** ci sono circa undici colonne senza busto. Ne rimane uno, quello di ***, impiastrato di vernice. Una colonna è sdraiata in un’aiuola. Il busto è ben ventilato, guarda il mare a ponente con la faccia un po’ corrosa, come i capitelli del chiostro di S.***.” C’è un altro busto con un occhio bruciato, è in cima al parco della Villa di C. Dentro lo stagno dai riflessi smorti, s’impilano tartarughe nere e gialle. La collezione di busti ottocenteschi, che nessuno al mondo invidia, vigila sui passanti e sugli alberi. La rete nera ha lo stemma della repubblica, qualche volta abraso. Dentro le gabbie dove c’erano gli uccelli esotici è vuoto e polvere. Una pietra imita un volto. Il caldo aumenterà, dicono. Ma la parola d’ordine che oggi attraversa i vicoli è: arrivano i turisti, arrivano le navi. Aumenta il consumo di vaselina, aumentano i reticolati di tavoli, sedie, ombrelloni, diminuisce lo spazio per il cittadino. Il quarto tombino ha un motivo a virgole. Sarebbe un eccellente superficie per il frottage. Intorno agli scoli, liquidi lattescenti. La rete nera non scorre.
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Oggi verso le 13,30 entro nella Chiesa di S.*** e leggo un cartello scritto in cinque lingue: La visita alla chiesa è gratuita. La visita ai pochi metri che separano l’ingresso dalle navate è gratuita, vero, poi tre sbarre di legno ne vietano l’accesso. Mi guardo intorno: a ridosso delle sbarre un altro cartello: è gradito un contributo per la manutenzione della chiesa.
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Stanotte, nel dormiveglia, registravo i versi dei gabbiani: a volte sembra uno sghignazzo, oppure una risata, a volte uno strumento a fiato, un incrocio fra clarinetto basso e sax baritono, oppure si modula a singhiozzo, o esprime collera, incitamento.
A volte è frastornante fra le pareti dei palazzi, gli abbaini, le terrazze, i cornicioni, le innumerevoli scatole con cui è costruita la città di C. Ho sognato che l’impatto sonoro sbriciolava bastioni, curvava campanili, spaccava vetrate. Bastava un piccolo stormo, e quel verso, che ricorda anche un barrito e una minaccia, faceva tremare i tetti. Una parte dei gabbiani si staccava dallo stormo e s’imbucava nei vicoli, emettendo una specie di fanfara di guerra.
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Sopra una tettoia, lungo Via di ***, un paio di scarpe, lattine di birra e la carcassa quasi disseccata di un piccione.
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Risalendo una scala quasi buia, sosto sul primo ballatoio e si apre una porta. Dall’interno nessuna luce. A pochi centimetri, in un debolissimo chiarore, il contorno di un corpo che sembra alto, è fermo sulla soglia. Forse avevo sentito girare una chiave, forse avevo rallentato. Venendo dall’esterno, con gli occhi ancora abbagliati dal riverbero di un cielo opaco e luminoso, sono passato troppo in fretta in un ambiente scuro. Quanto tempo è passato? Nessuna parola, nessun movimento. Dovrebbe essere il primo piano, penso. In alto, filtrata da un tessuto sporco, una debole luce, a cui comincio ad abituarmi, mi fa scorgere una grande testa eretta che tocca l’architrave. La porta, in realtà, non è alta. Sempre silenzio, solo rumori e voci dall’esterno. Non ho salito molti gradini e verso l’alto sembra ci siano parecchie rampe, con molte svolte. I gradini sono neri, di un nero opaco, senza riflessi. Ho portato la mano al volto, istintivamente. Dalla strada un rumore come di un grande telo di plastica strisciato lentamente. Poi una saracinesca si abbassa, il colpo del ferro che batte sul marmo, lo scatto del lucchetto massiccio, due voci.
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Frammenti per strada:
– non me ne frega un cazzo
– il tuo vettore per guidare nella tua morale, non è il mio
– se questo è un principio risulta che bisogna assolutamente parlarne come priorità
– hai visto? ha i tatuaggi anche sulla punta dell’alluce
– domani andiamo al festival a Villa ***, dura tre giorni, c’è musica, gastronomia, lezioni di cucina, lezioni di teatro, rap italiano, rap bosniaco, quel comico che si vede in tv, tre schermi giganteschi, un comizio politico, un reading, un wisting, un torneo di cirulla a coppie, un maestro di tango, un corso di scrittura, un corso di fotografia, un incontro con il capo spirituale della Concrezione Orientale-Occidentale, un banchetto di miele, un corso di apicoltura…
– non riesco più a parlare
– faranno una grande opera, una monorotaia sorretta da decine e decine di piloni, un trenino come quello di un tempo
– quanti anni ha? che bello, che amore, che patatino, ma che amore, e sta dentro una borsetta! e non abbaia! che amore…
– non riesco più a lavorare
– va bene ma io trascino sacchi della misura sbagliata, si rompono per strada, lascio una scia di spazzatura
– fregatene
– i prezzi cambiano tutti i giorni, anche durante la giornata, dovete stare attenti
– aspettami, raccolgo la cacca del cane
– stasera bisogna assolutamente che prendiamo l’aperitivo insieme
– un film nuovo ogni giorno, capisci che meraviglia? Non costa tanto e puoi cambiare programma durante l’abbonamento
– non me ne frega un cazzo del vicino
– papà, pensa se un giorno non potremo più connetterci
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Se ripasso gli ultimi anni, come un album di fotografie, mi sembra tutto irreale, sopra o sotto la realtà; forse è la fotografia, un ritaglio nello spazio, una caduta sospesa nel tempo, irrigidita, un po’ estranea, simile a qualcosa che conoscevo. Simile ma con scarti improvvisi, come un viso dai lineamenti in genere poco mobili e d’improvviso agitati, un viso che ho conosciuto bene, che ho creduto di conoscere bene. Era quasi sempre impassibile. Qual è il viso della fotografia? Una parabola di oltre dieci anni si è bloccata, si era messa in posa, è andata in pezzi. Eppure nella foto è sospesa e compatta. La sequenza non ha aggiunto movimento al movimento sospeso.
Sono rimasto impigliato fra gli ultimi ganci. Albeggiava, era mezzogiorno, poi tramonto, sera, notte. Ero lì nei passaggi, solo nei passaggi, un raccordo sottile, necessario forse, neppure un ponte. Le fasi si ripetevano. Ero un raccordo per collegare tre o quattro ante.
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Facciamo un nome in mezzo a questa cancellazione toponomastica. Non lo troverete su nessuna delle innumerevoli targhe della città di C. Non è celebrato, non ha corone di marmo. Morì a 33 anni. E non scrivo “a soli 33 anni.” È un uomo da ascoltare. Per lui un altro uomo diede le dimissioni. Altri lo aiutarono quando seppe. Era già avanti di trent’anni. Toglieva polvere. Andate a trovarlo al confine, non il suo.
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Altri frammenti (con vivavoce)
– Fatti i cazzi tuoi.
– Quando sei arrivato in Italia? (Voce di donna)
– Stamattina.
– Allora ti richiamo fra due anni. (Voce di donna)
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Qualcuno è sbucato da Vico *** e si è appoggiato contro un muro accanto a una decina di bidoni della spazzatura. Dentro l’ennesima nicchia vuota sosta un piccione. Passa un uomo che cammina scalzo (lo rivedrò dopo, in Piazza ***). Fisso dall’alto il contenuto di un cartoccio a cono, il modo di spremere il limone e di gettare via il lungo stuzzicadenti. Dal distributore automatico non è sceso lo zucchero. Il caffè amaro è imbevibile. Osservo un volto di marmo con spaccature, una finestra alta con tenda bianca proiettata all’esterno, le smisurate tubature di metallo o di gomma, la sequenza dei cassoni per la condensa, alcuni zitti, altri agitati, una mela rossa sospesa fra vetrina e casse, braccia simili a ragnatele. Il chiarore opaco sembra luce artificiale. Il caldo aumenta. Qualche decina di turisti cammina con passo da sonnambulo, lo sguardo vitreo, fra i palazzi di Via X.
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Così anche oggi mi sono mischiato ai passanti, alle ombre, ai tagli di luce. È il primo di luglio. Le sgargianti sterlizie, sotto la sede della ***, sono appassite; una ha conservato un ciuffo secco e disordinato color paglia, le altre due hanno arrotolato il becco come una pergamena stinta.
La città di C. con le centinaia di ponteggi è ancora più stratificata. La sensazione della gabbia, del labirinto fortificato si accentua. Sotto le reti sono sparite centinaia di metri quadri di facciate. Dietro s’intravedono figure, corpi o corpi affrescati, finte architetture velate dai tramagli1 edilizi. Altri corridoi, dunque, altro cordame, nodi, ancora più ombra, una foresta di pali dentro la foresta di pietra.
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Sostare o andare avanti fra queste contorte spaccature. Le ho tutte in mente, come un marchio. Ripeto lo stesso tragitto anche se lo cambio. E dunque provo a guardare il cielo col suo movimento di nuvole. Di cui mi stanco presto perché il blu domina, è perfetto, smaltato. Il blu del cielo di mezzogiorno il primo di luglio, e i suoi riflessi sul metallo, sulle plastiche, sui tendoni bianchi: da qualche anno decuplicati. Le piazzette sono scomparse sotto tavolini, sedie e i massicci ombrelloni sorretti da braccia metalliche sproporzionate, vere gru, e tutte nere, come i tavolini e le sedie.
La deliziosa piazza *** rialzata, è una gran mangiatoia. Dopo aver osservato il cupo spettacolo masticatorio, devo andarmene perché un’improvvisa zaffata d’immondizia sorvola e scende su piazza, palazzi, porticato, via ***, e toglie il fiato.
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“Graffiate e scrivete sui muri solo per ragioni territoriali e non ve ne accorgete. Vi impadronite di una zona o di un angolo o di una strada coprendola di segni. La firmate come se fosse la vostra opera. Si tratta di proprietà. Invece di pisciare, di secernere liquidi da ghiandole, voi graffiate, scrivete, disegnate, macchiate. Volete essere proprietari, ma di spazi pubblici.
Non siete diversi dai colonialisti che detestate.”
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Speravo di essermi chiuso la porta alle spalle, di aver lasciato definitivamente la città di C. e non solo su carta, ma nei fatti. Sarebbe stato un gran sollievo sbattere in faccia la porta a una città che già dalle sue porte accoglie solo minacciando.
Qui si fanno affari, s’impila, si accumula. Senza idee, solo per il gusto perverso o tradizione dell’accumulo oppure per i privilegi comprati senza merito. Una grande passione, gli affari. Gli affari sono affari. Pecunia non olet. Tassa sui rifiuti: la più alta.
Oggi, come da un decennio, quasi una tradizione, Via dei *** era un vero cesso pubblico. Merda di cane e piscio. Merda secca o fresca; spalmata o appena deposta, e piscio a pozzanghera o a rigagnolo: per tutti i gusti. Selciato a pezzi, come da tradizione. Pecunia non olet.
La città di C. accoglie tutto e tutti. Non scarta niente e nessuno. Qui trovate lezioni bibliche di strada, poesia per strada, adoratori di Nostra Signora del Pesto, cani e urli, esercizi di pianoforte, esercizi di canto, opportunità, cibo di strada, fritto di strada, bottiglie spaccate per strada, artisti di strada, messaggi mistici a forma di fiore dipinti anche sui tronchi dei pochissimi alberi, dispensatori di baci schioccanti adornati di piumaggi simil-aztechi – sempre per strada. È la città mobile, è la città portatile, è la città del futuro. Si decora di farfalle e fiori. Sbatte i fiori ovunque: manifesti, striscioni, mostre. Mettete dei fiori nei vostri cannoni. Non fabbricate armi. Dipingete di giallo le bombe, fatele pop e poi potrete venderle. Qui non si discrimina, non si guarda in faccia a nessuno, il nome non conta. La città di C. è l’elenco del telefono, ferma gli autobus perché tutti, tranne l’autista e un passeggero, non hanno la mascherina. E le porte si aprono, sale la polizia e scappano tutti.
*
Mi chiedo perché vedo immagini di fango e cancelli. Un ricordo? Una fotografia? Durante l’ultima alluvione sotto le mie finestre scorreva un fiume in piena, uno andava a spalare fango, il fango seppelliva sottopassi e negozi poi sigillati per sempre. Sono passati anni ma non è finita. Adesso è siccità prolungata, il letto dei corsi d’acqua non assorbirà, la terra è compatta. Ripetizione. Si gira per anni e si torna al punto di partenza, davanti alla stessa ripida scalinata che non si ha più voglia di salire. Scoppiasse un temporale? La scalinata diventerebbe un orrido come in alta montagna, però in città. Qui è pieno di crepacci, dislivelli, precipizi, cavedi, e in fondo giardini, cemento, cortili per stendere e buttarci un pallone. La cancellata in ferro battuto, ampia, alta, a due ante, di Vico ***, arrugginisce. Oggi è domenica. Lo stretto davanzale ospita una coppia di piccioni e due uova. Il nido è fatto con pochi legnetti. Hanno ombra tutto il giorno.
*
– I cazzi miei sono i cazzi miei.
– Ma…
– I cazzi miei sono i cazzi miei.
– …
– Devono mettersi il berretto giallo argentato, tutti. Devo vederli subito e anche da lontano. Devo contarli rapidamente.
– Ma…
*
Le palme del parco dell’*** sono state tagliate. Una lunga fila di pietre tutte uguali delimita. La redola è eccessiva, il passo sprofonda. Anche una bella mimosa non c’è più. Ma l’odore di plastica surriscaldata dei giochi ovunque uguali c’è.
*
– La Storia… vaffanculo…
– Quando hai davvero bisogno, si allontanano tutti.
– Il vaiolo trasmesso dai pipistrelli… chissà…
*
Sono sempre più raccolti come un sacco. Sembrano inginocchiati dentro il corpo. Rosicchiano uno spazio esiguo di mensola in marmo ed è come fossero sdraiati o seduti per terra. Sbucano dai portoni. In Via dei ***, in Vico del ***, in Vico ***, un po’ dappertutto. Qualcuno si addormenta sui gradini della chiesa di S.***, un altro è riverso contro il portone della chiesa di S. ***. Il caldo e la siccità proseguono. Le ombre sono nitide: un lampione, un filo, una cancellata.
*
Li ammassano sulle panchine del Porto Antico, sotto le misere palme, accanto alla gabbia di vetro, recente struttura accanto alle biglietterie, fra catene e sbarre e cancelli, pali, tognolini, corsie intrecciate multicolori: bianche, azzurre per i pedoni, blu per le auto, gialle, rosse, simboli, segnaletica orizzontale, frecce adesive, tondi adesivi. Da mesi odore di uova marce.
*
Cerco di non guardare niente. Men che meno osservo. Soprattutto nella stagione in cui la voracità visiva è inesausta. Domina il genere autoritratto con cibo. Qui, autoritratto con focaccia, pesto e fritto. Ma la pancia piena di immagini e di cibo e di immagini di cibo non è mai abbastanza piena, benché tesa come un otre o sacca sul punto di straripare. Ci si accanisce su vetrine di ogni tipo, e su ogni tipo di variante: basta che ci sia la faccia, o le facce. Sono sempre operosi, occupati, impegnati a far rendere al massimo il tempo della vacanza con il massimo di multipli: filmati, fotografie, audio, audio video, messaggi scritti o vocali. Masticano e masticano.
Oggi, verso le 12, come ogni giorno c’era la pittrice, sdraiata quasi per terra, sul lato in ombra di Via dei ***. Tutti cercano l’ombra che non attenua la calura se non nei rari incroci attraversati dal vento che non si sa da dove arrivi. Come all’incrocio tra Via di*** e Via ***, luogo temuto d’inverno, molto apprezzato d’estate.
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Nel mio ricordo questa strada, Via ***, viene evitata perché attraversata da un vento gelido. Vedo una figura che rasenta i muri, si protegge col bavero, ha un cappello. Altre figure, poche, più indietro, procedono controvento, chine, quasi di profilo. Oggi il caldo opprime e l’aria di Via *** è benedetta. Qualcuno si ferma all’incrocio con Via ***, allarga le braccia, chiude gli occhi. Chiudo gli occhi e un colpo sordo, forse un portone chiuso bruscamente, un carrello, un richiamo, non mi fanno ricordare niente, solo un presente sgradevole, che nella sua lentezza torpida, accaldato, fiacco, tuttavia non smette di aggredire.
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In fondo al negozio, dietro al bancone, improvvisamente inizia ad agitarsi. Dopo, si agitano tutti. In Via dei ***, nel banco di marmo, si apre una fessura. Sono l’unico dei passanti che non continua a camminare, che si ferma, ascolta e guarda. Dietro ai banconi spuntano lunghi pali appuntiti rivolti verso l’entrata. Passano due moto della polizia e procedono oltre. Dal quarto piano cade una molletta per stendere. “Ha cercato di ferirmi!” grida un passante e si massaggia la testa ma in realtà non è stato colpito. Cerco di capire perché ha inventato, perché dentro una macelleria i commessi sono tutti alti e hanno la faccia grigia, molle, senza età. Con un sorriso ambiguo, uno dalla testa calva dice: “È iniziato tutto da qui, mangiavano qualsiasi animale.” Da Piazza *** proviene un brusio sempre più intenso. “Passami la tua chiave, sì, quella più lunga” mi dice uno sconosciuto. “Proiettano tutto su un grande schermo, lassù, in cima al grattacielo. Danno ordini, mandano musica da ballo, immagini di vacanze.”
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Quando ho visto i primi alberi abbattersi non capivo. Poi è caduta la seconda fila. Il tonfo dei tronchi era smorzato, il fogliame, invece, per lo più secco, mandava un rumore fragoroso. Adesso cadeva una pioggia fitta, riempiva qualsiasi cavità. L’acqua saliva di livello, mi costringeva ad andare sempre più in alto. Da una rampa, ad un’altezza indefinita, vedevo l’acqua alzarsi a spirale trasportando i tronchi degli alberi abbattuti e già lavorati, privi di rami e foglie: puliti. “Ti offrono il materiale per una zattera” diceva qualcuno, e intanto l’acqua defluiva verso il Parco *** dove avevo visto abbattere gli alberi. Uomini in tuta imbracciavano seghe a motore. Altri risucchiavano le schegge con un tubo aspirante.
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Tutta questa luce, da tanti giorni, e questo caldo continuo, anche di notte. La percezione è alterata. Si vede come attraverso un pezzo di plastica. Tutta la Città di C., che sembra scolpita in un unico blocco di marmo, abbaglia. E abbaglia d’improvviso, quando si sbuca da un lungo intrico di vicoli in ombra. Oggi, fra le 13 e le 15, rari i passanti. In Via S.*** qualche gruppo davanti alle gelaterie. Una faccia mi sembrava nota e mi volto subito per non incrociarne lo sguardo: sono stati pochi secondi ma sufficienti perché si stampasse e più tardi, prepotente, ritornasse con i lineamenti instabili, nel ricordo.
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Ricominciano a parlare dopo una breve pausa. Fanno un brusio continuo, strascicato. Voci di donna, uomini, bambini, vivavoce. Tre o quattro lingue. Versi, risate sguaiate. La piccola barista oggi aveva un grembiule viola; si muove come una coccinella fra il bar e Piazza***, quattro tavoli all’ombra di fronte a un ponteggio-fortezza: pannelli altissimi di truciolato, metà piazza ostruita. Dagli scavi sono emersi come sempre resti del passato.
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Dalla Rocca *** mi sparano addosso. Sono ex amici d’infanzia passati al nemico, un nemico che non ha volto, neppure nomi. Corro su un terreno sabbioso verso una porta che non trovo. La spostano sempre, penso. Qualche anno fa l’avevano messa lungo uno sterrato in costa, poi l’hanno sistemata nella zona di ***. So che trascinano palle da cannone lungo Salita *** per rifornire l’artiglieria pesante sulle alture. Vedo uno che misura con i passi il perimetro di *** per sostenere una teoria sulla costruzione di alcuni bastioni. Ripete quel percorso parecchie volte. Sfuggendo alle raffiche salto su un autobus che sbanda lungo una strada di campagna e si abbatte lentamente contro un gruppo di alberi. Uno si mette alla guida, fa aprire un paio d’ali, e mi riporta alla Rocca *** ma questa volta all’interno. L’autobus è flessibile, pieghevole come una sdraio da spiaggia, e penetra agevolmente. Dall’interno, guardando nello specchietto retrovisore, vedo una sala ampia, di pietra, con i soffitti altissimi. La sala è vuota di persone e cose. Le pareti hanno centinaia di feritoie. A un tratto compaiono i miei ex amici, quelli che mi sparavano addosso. Propongono una trattativa, una tregua, portano un rotolo di carta scritto e lo recitano quasi salmodiando. Scendo dall’autobus. Uno mi tende la mano. Sorride. Ha il viso tondo, pallido ed è pelato. Lo guardo, poi guardo la mano che mi tende. Anch’io sorrido. Da una feritoia, introdotto dall’esterno, vedo un oggetto che luccica. Guardo ancora la mano che mi viene tesa. Tendo la mia, sorrido., l’avvicino all’altra. Poi di colpo schiaffeggio quella mano con violenza. Fuori riprendono a sparare.
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Mi era sembrato proprio lui mentre rasentava i muri di Via***, disegnato contro le pareti chiare, il cappotto nero, avvolto nella sciarpa nera, il bavero rialzato, il cappello nero ben calcato. Sempre pallido, sottile, controvento. Lo sguardo diffidente. Soffiava un vento gelido. Ci siamo incrociati, dopo anni. Non sapevo se avvicinarmi o tirare diritto accelerando il passo. Quali inconvenienti o dispiaceri avrebbe portato quell’incontro? Il vento tagliava. Non si poteva indugiare. Lui, pur continuando a camminare, si era rannicchiato. Procedeva lento col passo regolare. A un certo punto mi sono fermato qualche metro più avanti. Soffrivo il freddo, ero all’incrocio con via *** dove il vento turbinava. Il giorno prima aveva nevicato anche a bassa quota. Lo fissavo. Lo aspettavo. Avevo deciso. Avrei abbassato la sciarpa perché potesse vedermi bene e lo avrei colpito. Lo avrei colpito perché non sopportavo più quella voce querula, femminea, quel corpo esile eppure resistente, quell’aria da jettatore che sempre emanava da tutta la sua persona.
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Avevamo appuntamento in Piazza ***, era primavera inoltrata. Lo guardavo da qualche metro di distanza. Aveva la barba lunga. Mi sembrava che nel tentativo di fare qualcosa annaspasse. Quello non era il suo quartiere. Quella non era la sua zona. Ero in anticipo, così potevo osservarlo. Cercava di allacciarsi una scarpa. Nel tentativo gli cadevano un sacchetto e una cartella. Anziché posarli per liberare le mani, ogni volta li raccoglieva, sempre provando ad allacciarsi la scarpa puntata contro un basso muretto. Si guardava intorno come se tutti lo stessero osservando, aveva la faccia rossa, sudata. A volte sbuffava ma non riusciva ad allacciarsi la scarpa. E sacchetto e cartella cadevano. Per un attimo avevo pensato di andargli incontro per farmi dare sacchetto e cartella e porre fine a quella scena penosa. Poi mi ero bloccato. Perché? Perché in realtà non volevo aiutarlo, volevo continuare a guardare quegli occhi che roteavano pieni di sgomento, quelle mani goffe, quei gesti scomposti. Doveva continuare a sentirsi come sotto una lente d’ingrandimento. Pressappoco un insetto.
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Se avessi continuato ad aspettarlo senza scendere sarebbe calata la notte. Un po’ di ritardo era normale. O forse aveva sbagliato strada o portone. Conosceva male la zona ma sapeva arrivarci – mi aveva detto. In quel periodo abitavo in Via ***, all’ultimo piano. Il citofono non funzionava, ma lo sapeva. Doveva mettersi sotto la mia finestra, in linea col portone e chiamarmi. Avevo aperto tutte le finestre che davano su Via***, se avesse chiamato lo avrei sentito facilmente. Eravamo d’accordo così. Un paio di urli e gli avrei lanciato la chiave. Ma gli urli non si sentivano. Aveva mezz’ora di ritardo. Per il resto era una persona puntuale, meticolosa. Gran raziocinio. Squadrava le cose a minuscoli cubetti e tutti delle stesse dimensioni. Non uno diverso. Quando ragionava mi ricordava i cristalli di neve. O il caleidoscopio. Comunque, continuavo a non sentire il mio nome dalla strada. Quasi tre quarti d’ora di ritardo. Che cosa era successo? Mi sporgevo dalla finestra ma non lo vedevo. Così mi sono deciso e sono sceso. A una decina di metri dal mio portone… era lì. La testa verso l’alto, lo sguardo fisso a una finestra… era lì, immobile. Io lo guardavo, lui non mi vedeva. Sembrava ipnotizzato. Gli avrei chiesto da che cosa. Perché quasi un’ora di ritardo. In realtà era arrivato puntuale. Ma si era piazzato davanti al portone sbagliato che però riteneva quello giusto in assoluto. Con le mie indicazioni si era fatto una sua mappa che non poteva e non doveva essere sbagliata. Tornava tutto: via, piano, forma delle finestre, numero civico; nella sua mappa tornava tutto. Così era lì, impalato da circa un’ora, fissava in alto e ogni tanto mi chiamava. Non si era neppure accorto del tempo che passava.
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“Dovresti conoscere bene tutte le voci, i versi, i suoni e i rumori che da quattordici anni senti sotto le tue finestre e nei dintorni del quartiere. Per esempio quei campanelli, quel vibrafono, quel colpo secco di una saracinesca sul marmo. Hai individuato la fonte? Le frequenze? Quale cane abbaia adesso? Chi tossisce? Chi traina che cosa? Sei allenato, l’orecchio si abitua, dopo anni le voci cambiano, alcuni oggetti vengono spostati, certi appartamenti cambiano inquilini, più o meno in fretta. A volte piantano le tende, si radicano, e si arrampicano come le piante parassite. A volte l’avvicendamento è basato sul sesso, la statura, l’età, la professione, la capacità di bere, di fumare, di far circolare certi beni, di ostacolare, di creare un blocco, alleanze, avamposti, tavolini sull’angolo, compiacenze, passaggi. Una catena di solidarietà.” Io sono stanco, rispondo. Solo stanco. Un tempo c’era il suono di un bel sax e il resto erano rumori. Adesso il sax non c’è più e mi accorgo che i rumori non sono mai andati via. Sono lamenti e alti lai nell’aer sanza tempo tinta. Per quanto cambino gli attori, lo spettacolo è sempre uguale. Una fossa. Una sponda di venti, venticinque metri. Approdano. Ma nessuno li traghetta altrove. E come i balani, bucano e s’incrostano.
1 Rete da pesca, spesso molto lunga, disposta in orizzontale. È una rete da posta.
Mondo e pensiero sono soltanto schiuma: di minaccianti figurazioni cosmiche; del loro volo pulsa il sangue nelle vene; dei loro fuochi s’illumina il pensiero; quelle figurazioni sono i miti.
I miri sono la vita dei primordi: come mari e continenti sorgevano un tempo; tra i miti il bambino, come tutti, vagò in delirio; tutti, in principio, vagarono tra i miti; quando questi sprofondarono, vaneggiando vagheggiarono quel vagare antico. Ora gli antichi miti sono sprofondati sotto i nostri piedi, e infuriano in oceani di deliri, e ci leccano i firmamenti; delle terre e delle coscienze; nei miti nacquero il visibile, nacquero “Io e “Non-io”, lo sdoppiamento…
Ma i mari si ritrassero: il cosmo, eredità fatale, si frantumò in realtà; invano tentarono di nascondersi tra i suoi brandelli; allo scoperto tutto si sciolse, tutto dilagò; le terre affondarono nei mari, la coscienza si lacerò nei miti della terribile pre-madre, e scrosciarono i diluvi.
Costruirono l’arca-pensiero: su di essa le coscienze, sfuggendo al mondo, che si ritraeva di sotto ai loro piedi, salparono per il nuovo mondo.
Diluvi fatali infuriano dentro di noi (precaria è la soglia della coscienza): stai in guardia – sono lì, pronti a scrosciare.
* I testi sono tratti da: Andrej Belyj, Kotik Letaev, a cura di Serena Vitale, La biblioteca Blu, Parma Milano 1973. La prima edizione dell’opera appare a Pietrogrado nel 1917-1918.
Una guida menzognera, precaria nei percorsi, oscura nei riferimenti topografici, attenta a ciò che non esiste più, ai suoi innumerevoli strati, raccontata da voci diverse, ossessiva e labirintica come la città di C.
Nella prima parte, il testimone è un valletto-marinaio al servizio di un gentiluomo gran viaggiatore che approda e soggiorna nella città di C. in un’epoca che potrebbe essere quella di fine ‘800.
Nella seconda, la voce principale è quella di una guida turistica, il tempo è il nostro presente, ma alterato da sogni, innesti di passato, presagi.
L’Appendice riferisce i nomi e sragiona.
Testo e fotografie dell’autore
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PRIMA PARTE
GUIDA ALLA CITTÀ DI C.
(Servo e padrone)
La citta di C. vista dal mare è meravigliosa. Arroccata dentro un semicerchio naturale ai piedi delle montagne sembra strapiombare nell’acqua con un effetto vertiginoso; il porto è piccolo ma perfettamente organizzato in settori, bacini, moli, darsene, cantieri, torri, magazzini, silos, banchine, gru, con una sconcertante varietà di imbarcazioni: a vela, a vapore, miste, a remi, con lo scafo di legno o di acciaio, chiatte, zattere, pescherecci multicolori, navi gigantesche, gozzi, velieri, alberature come una foresta, una foresta di cavi tesi e pizzicati dal vento, ganci e gru, bandiere di ogni paese, prue affilate, tonde, polene dorate dal corpo di sirena, poppe decorate con madonne e santi, amuleti, ossa di squali, strani pesci rotondi e irti, essiccati e usati come lanterne.
*
Appena sbarcati, percorrendo vie e vicoli tortuosi, sorprendenti per il decoro, la pulizia, il fresco odore di salmastro attraversato da una vena di aria più densa, con un sentore di catrame, pesce squartato, vernice, spezie, nasse e reti stese ad asciugare, colpisce una serie di portici in pietra, a ridosso della piazza più importante del porto dove sostano innumerevoli veicoli a braccia, tirati da animali, a due o quattro ruote, a due o quatto zampe, carretti e vetture raggruppate a centinaia sotto lo sguardo benevolo di una gloria cittadina effigiata in bronzo.
*
Non sono poche le glorie dei mari e dei monti raffigurate in ogni parte della città. I caduti, i cartografi, i navigatori, i poeti, i patrioti, i generali, i santi, i politici, i mecenati, le vittime, i carnefici. Così, al centro di piazza C., circondata da aiuole a forma di mandorla, ingentilite dai fiori, sopra una base di pietra gialla alta sei metri, svetta la cavalcatura in bronzo dalle natiche poderose, dai garretti muscolosi, dalle froge dilatate, tenuta con mano ferma e sapiente dal re che porge il cappello impennacchiato al cielo, alla terra, ai sudditi, in un gesto di solenne, vibrante omaggio.
E, poco più in alto, in cima a un obelisco di marmo immacolato, con le braccia conserte, col volto bonario e pensoso, vigila sulla città un condottiero di popoli.
Alle spalle, uno dei parchi più belli d’Europa, annunciato dal mormorio ancora lontano della sua famosa cascata.
Entriamo nel parco accolti da una serie di busti, con o senza braccia, tutti con i baffi, di marmo o di bronzo, piantati o eretti come sentinelle lungo l’entrata principale. Di fronte, svetta ancora lo stilita che ora vediamo di spalle. Più in basso, la statua equina di bronzo, imponente, sovrasta la piazza.
Sotto grandi magnolie fiorite, costeggiando un ruscello formato dalla cascata, saliamo lentamente verso la sommità del parco dove si trova la villa costruita dal celebre architetto C.
Nel ruscello spumeggiante nuotano pesci rossi e bianchi, tartarughe, gamberi di fiume. Si respira l’odore intenso dei fiori di magnolia. Le ninfee sono spettacolari. Continuiamo a salire lungo il viale serpeggiante. Sostiamo su un ponte affacciato sul ruscello. Il rumore della cascata adesso è più forte. In un punto più largo sorge una gigantesca voliera che accoglie uccelli esotici: aironi, colibrì, pernici verdi, una gran varietà di pappagalli, passerotti, pettirossi, gazze, quaglie.
Superata la voliera, stranamente silenziosa, senza quel chiasso che ci si potrebbe aspettare da una simile fauna, ma con la sensazione netta di essere osservati da centinaia di occhi piccoli e acuti, vediamo rimbalzare sopra enormi rocce e sentiamo il rumore fragoroso di acqua che precipita. Siamo in prossimità della famosa cascata di C.
*
La statua equina di piazza C., cavalcata da un re che tiene la briglia con la sinistra e ha tolto il cappello con la destra, è rivolta a sud. La base, alta circa sei metri, è di pietra gialla. La coda del cavallo è folta, esuberante, ben resa. Anche i finimenti sono lavorati con destrezza, sembrano ricami in bronzo.
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Fra le querce e le magnolie di piazza C. sorge la statua in bronzo di un poeta. Al posto delle braccia si allungano festoni di alloro che s’innestano in un libro conficcato per metà nello stomaco del poeta. Sul dorso del tomo si possono leggere titolo dell’opera e nome del poeta.
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La statua in marmo del poeta C. ha le braccia conserte. La statua in marmo del condottiero di popoli che dall’alto di una colonna domina piazza C., ha le braccia conserte.
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Quasi nessuno sente il crepitio del bronzo arrugginito mentre si stacca. Lamelle verde-ruggine sembrano stridere prima di staccarsi e disperdersi. Certi rigonfiamenti della materia, bolle, ondulazioni, esplodono liberando un debolissimo suono.
Qualcuno azzarda l’ipotesi di un richiamo di soccorso: la statua degradata, e che avverte il suo degrado, invocherebbe cure.
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Dopo che occhi e pelle si sono tuffati, inebriandosi, nei gorghi della famosa cascata, non senza un brivido di timore per il dislivello vertiginoso e il frastuono della massa d’acqua a precipizio che abbiamo osservato in diagonale contro lo sfondo del cielo; dopo che abbiamo goduto, attraverso gli spruzzi, di un incomparabile paesaggio a terrazze che digrada, tra prospettive lineari, palazzi e giardini, statue, alberi e fiori, fino all’orizzonte e al mare che s’intravede lontano in una nube di foschia, continuiamo a salire verso la cima della collina su cui sorge villa C.
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Nei ripidi giardini intorno a Piazza C. spicca un busto di donna in marmo. La donna, vetusta e nobile, l’enorme testa avvolta da una cuffia, sembra poggiare sulla sua base per un miracolo di equilibrio, un trionfo sulle leggi fisiche. È questa la prima sensazione se osservata da lontano; in realtà, la testa, quattro volte più grande di una testa normale, è sostenuta da una base potente, conficcata solidamente nel prato scosceso. Anche questa statua è priva di braccia ma la testa smisurata, addolcita dai merletti di marmo, dall’espressione severa e benevola, possiede un’eloquenza e occupa così tanto spazio che le braccia sarebbero state un ornamento superfluo.
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Superata Villa C. arriviamo in cima al parco. Una fontana a forma di trifoglio, asciutta, col fondo calcinato, e al centro un piccolo tritone che sembra lottare con un gronco; tre panchine in pietra, un belvedere di legno che aggetta sopra la città, e la fine ghiaia che ricopre questa sorta di piazzetta, il cielo di un blu smaltato, e rarissimi i visitatori; sotto, il basso continuo della cascata, qualche vago rumore della città.
Sul limite nord, un busto in pietra ci osserva. Sostiamo per riprendere fiato e godere dell’aria fresca che sembra arrivare, scavalcandolo, dal semicerchio delle montagne che sovrasta la città.
Sotto di noi, esposta verso sud, sorge la villa di C.: possiamo vederne il tetto, il retro e parte dell’entrata principale.
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Villa C. fu ampliata aggiungendo al corpo principale due torri di altezza diseguale; la prima, la torre C., ha una sola finestra costituita da un lungo e stretto rettangolo che la attraversa dalla base fino al tetto. La seconda, la torre C., venne eretta incautamente su terreno friabile incurvandosi in pochi mesi. L’architetto C. bloccò i lavori di innalzamento e fece rafforzare il terreno allargando anche la base della torre la cui costruzione fu terminata dopo circa 18 mesi.
Il corpo principale è formato da un blocco squadrato dove si aprono due alte porte di ferro separate da un muro costruito con pietra scura del promontorio. Ai due lati di questo blocco di pietra scura si allargano ventagli formati da una fitta trama di mattoni sovrapposti e incrociati. Un ventaglio s’incurva e si distende verso l’interno dell’edificio, l’altro verso l’esterno.
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“Se questo non fosse l’unico lavoro che sono riuscito a rimediare negli ultimi anni, non sarei qui. Accompagno i due viaggiatori che in questo momento stanno osservando Villa C. e, in particolare, uno dei due che è il mio padrone. Padrone non disprezzabile e anche sensibile, per quanto può esserlo un padrone nei confronti del suo valletto e un padrone dotato di grande energia, accanito viaggiatore, instancabile.
L’ho accompagnato in molte parti del mondo ma non sarei mai venuto qui, nella citta di C., nel parco di C., e non sarei qui a osservare chi osserva la villa di C. peraltro interessante, ma soprattutto inquietante, sia nell’insieme sia nei dettagli.
La città vecchia è sporca, buia, maleodorante. Dalle sue strettissime e interminabili viuzze emana un lezzo insopportabile che fa rimpiangere il mare aperto, le vette delle montagne o le foreste. Si vorrebbe fuggire all’istante perché gli edifici sono di altezza smisurata, accostati l’uno all’altro, e la luce del sole, anche in estate, entra solo a sciabolate, accecanti diagonali che si abbattono sulle pareti e incidono per pochi minuti lo sconnesso e sudicio lastricato.
I portoni sono massicci e altissimi, innumerevoli porte, piccole e grandi, murate, socchiuse, spalancate, cancelli, grate, acque di scolo, figure appostate sugli angoli come sentinelle, appena affacciate alle finestre, ingressi che danno su altri ingressi, scale interminabili, ombre rapidissime, un porto enorme eppure rinserrato, un’inestricabile bosco di alberature, una ragnatela di reti, cavi, ganci, cordame, una massa scura e compatta di chiatte, altissime gru, improvvisi e abbaglianti riflessi sull’acqua dei bacini, e un brusio costante, tonfi, richiami, colpi, come di un perpetuo cantiere sotterraneo, lunghi moli che s’innestano nella città, chiavistelli, serrature complicate simili a merletti di metallo, battiporta di ogni forma e grandezza, palazzi magnifici da cui vi guardano mascheroni di marmo grotteschi, e accanto a questo splendore di marmi policromi, decorazioni, affreschi dai colori vivacissimi, logge, colonnati smaglianti, ecco gli affreschi più deteriorati, il marmo più consumato, gli angoli più lerci e corrosi che abbia mai visto.
Basta una svolta per cadere e impigliarsi in un labirinto di sozzure, strisciare contro il degrado di persone e cose.
Non sarei mai venuto qui. Non sarei mai sbarcato.
Già dal lento avvicinarsi al porto avvertivo una sensazione di pericolo e crollo, forse per la montagna strapiombante sull’abitato, per la verticalità delle costruzioni, compatte e insieme inclinate, precarie per una strana luce, una strana prospettiva o il velo dei vapori di caldo che la rendevano ondulata; una sensazione di ostilità, forse per le fortificazioni sui rilievi delle montagne aspre, brulle alcune, altre verdeggianti ma sempre come se fossero spuntate di colpo dietro le vostre spalle, altissime, come le chiese, i palazzi, le muraglie, i vuoti, i dislivelli improvvisi, come ho sognato questa notte: palazzi altissimi di una città impervia, donne che per la calura dormivano sui terrazzi dentro grandi ceste di vimini; e io, da una posizione sopraelevata e sporgente nel vuoto, le guardavo dormire, e alle spalle, girandomi di colpo, vicinissima, una muraglia di granito dietro la quale s’innalzava un campanile molto alto contro lo sfondo nero del cielo e tutti i piani compressi, ravvicinati spaventosamente: il campanile schiacciato contro la muraglia, il cielo schiacciato contro il campanile e la muraglia schiacciata contro le mie spalle. E tutto come fosse germogliato in silenzio e in un attimo. Piatto eppure profondo, alto e massiccio.”
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I due viaggiatori, che accompagno in qualità di valletto e marinaio, non sospettano nulla del mio stato d’animo che, del resto, mi sforzo di nascondere.
L’entusiasmo del mio padrone per tutto ciò che vede è tale che sto bene attento a frenare ogni mio minimo malumore. Di sera, consegno le mie inquietudini, le mie paure e la mia solitudine a un taccuino che non abbandono mai.
La villa di C. cambia aspetto, talvolta quasi radicalmente, a seconda di una combinazione di luce e punto di vista. Questa è anche la caratteristica principale di tutta la città di C.
Quando pensate che il panorama finalmente si spalanchi, l’attimo dopo spiate dietro una fessura, e viceversa.
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Qui il senso di immobilità, o piuttosto di una deriva secolare, è fortissimo. Slittano lentamente i volti e le cose.
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La città è disseminata di teste scolpite; in genere bisogna guardare dal primo marcapiano in su, sono sparse a centinaia, sporgono dalle pareti, hanno cornici, talvolta, o ghirlande. Oppure dal muro emerge solo la testa levigata, l’ovale piccolo e perfetto di una santa dall’espressione triste, smarrita dentro una parete così ampia e alta, costruita con un materiale totalmente diverso dal suo e nel quale non può riconoscersi.
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Sul petto di una statua, un volto sbalzato ha l’aspetto di un seme.
Emblemi, insegne, edicole votive, bassorilievi, sovrapporte scolpite, colonne dove animali favolosi si divorano. Una testa di leone con la bocca spezzata sorregge una faretra piena di armi. Sulla parete di una chiesa, un santo ingrigito, sfaldato, quasi ridotto a scaglie e tuttavia ancora tenacemente aggrappato al suo muro.
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Nella città nuova c’è una galleria di ferro e vetro. Sono entrato. Dal soffitto a vetrate scendeva una luce polverosa, come attraverso una serra dai vetri sporchi.
Sugli angoli del soffitto troneggiano grandi aquile di ferro ad ali spalancate – i rapaci sono replicati in mille modi nella città di C.
Il pavimento a mosaico è tutto su toni scuri: neri, argentati, qualche rosso, dorature opache. Su queste tessere si spegne una luce già smorta.
Al centro della galleria, sul tetto, una specie di struttura a piramide sorregge la testa di una creatura bifronte. Si dice sia il simbolo di una città che accoppia gli opposti ma non sa unirli, limitandosi a registrare, a constatare le ripetute, innumerevoli contrapposizioni, gli attriti, i conflitti millenari che è incapace di sanare.
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Mi hanno detto che la città è molto arretrata nei suoi sistemi fognari. Sembra che le acque scure e quelle chiare scorrano in un unico canale.
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Appoggiati a una balaustra di marmo, sotto l’ampia ombra di un pino marittimo, osserviamo meravigliati la villa di C. I tetti delle due torri sono per metà identici nei materiali, nelle linee, nella forma spiovente. Uno spiovente dolce e lento, il lato di un triangolo poco inclinato. Nella torre C. l’altro lato è un semicerchio con lievi ondulazioni, come una mezzaluna sfumata dalle nubi. Nella torre C. sorprende la totale assenza di una metà del tetto. Lo spiovente dolce è tagliato da una linea retta perpendicolare che forma una parete senza finestre, senza affreschi, compatta, liscia, di pietra nera, fra il lucido e l’opaco e quasi refrattaria alla luce.
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Il mio padrone sembra accogliere ogni cosa con lo stesso umore curioso, stupito, vivace. Nessuna impressione sembra dominarne un’altra e tutte sembrano distribuite con equità per formare un panorama armonico.
A me sembra che guardi con un occhio solo e attraverso una lente acromatica. Le sue parole sono iridescenti anche quando il loro oggetto è buio, calcinato o grigio di un solo grigio. Calcinato come la vasca a quadrifoglio, nero e piatto come lo spiovente della torre C.
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Da una settimana accompagno il mio padrone attraverso la città di C.
Oggi, dopo aver osservato gli affreschi dai colori squillanti del palazzo C. e dopo un episodio violento che non voglio raccontare, anche se il ricordo, temo, disturberà il mio sonno, abbiamo visitato la chiesa di C., composita negli stili, stratificata. Ha un bellissimo campanile in pietra, un chiostro, una facciata bianchissima dalle linee semplici, tre navate, innumerevoli cappelle, innumerevoli lastre tombali, stucchi, dorature, una cupola mirabilmente affrescata, altari con marmi policromi, confessionali con i vetri gialli smerigliati; oltre il transetto, in fondo alla navata sinistra, un grande crocefisso di legno dal viso orientale, l’aureola sbreccata e spine lunghe quanto un braccio.
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Ho notato vetture il cui aspetto ricorda carri funebri: strette, lunghe, squadrate, con telaio e ruote nere, i finestrini scuri, i cavalli coi finimenti neri, prive di ogni decorazione, stemmi, monogrammi, stranamente silenziose anche quando procedono su un selciato sconnesso; all’interno è impossibile intravedere anche un’ombra; la gente, ho notato, si ferma e si scansa istintivamente, cede il passo, china la testa per pochi secondi. Eppure non compiono nessun ufficio funebre, mi hanno detto, facendomi capire, allo stesso tempo, che non sarebbe bene insistere con domande. Del resto, hanno aggiunto, non causano sofferenza a nessuno, tranne a coloro che trasportano, ma che vi salgono volontariamente ricambiando chi li ospita per quel viaggio del tutto segreto, dove l’imperativo, la condizione di chi mette a servizio le vetture e di chi lo accetta, è il totale anonimato fino al luogo di destinazione.
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Quando abbiamo iniziato a salire lungo i vialetti che portano alla villa C., fra i cespugli e dentro le pietre dei muri ho sentito qualcosa di simile a un brusio.
Quando siamo arrivati davanti a una balaustra ai cui piedi ci sono aiuole quasi senza vegetazione, alle mie spalle ho sentito un rumore come di una pietra smossa e poi uno scalpiccio rapidissimo.
Distratto dal panorama, da una sequenza di colonne che un tempo sostenevano i busti di cittadini illustri, ho dimenticato quei rumori.
Dei busti è rimasta la base; il nome inciso, attraversato da spaccature, è tuttavia leggibile. Solo uno, quasi intatto, sembra sporgersi dietro la balaustra; ha il viso rosicchiato dal tempo e dal salino. È girato e curvo verso il mare. Vi dà le spalle annerite dallo sporco, fissa un orizzonte opaco.
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Sul sagrato davanti alla chiesa di C. è incastrata una piccola targa. Sulle pareti di Palazzo C., sorrette da ganci poderosi, sono appese, a grandi frammenti, targhe di pietra che testimoniano atti infami. Alle pareti del chiostro dell’incantevole chiesa di C. sono appese decine e decine di targhe incise con cifre e lettere di vari secoli: danno l’effetto di un papiro di pietra srotolato sui muri.
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Un gigantesco frammento, un torso incompiuto, rimaneggiato, impastato, ferocemente tagliato come tutte le facciate di Via San C. arretrate di metri, decine di metri, come i capitelli amputati del lungo, strettissimo C. il ***. Gli ingressi ai palazzi non sono quasi mai quelli che si vedono; città sconnessa e insieme compatta, a trafori e a blocchi, con centinaia di logge murate, migliaia di finestre finte, la ripetizione nei marmi, nella pietra, sopra i portali, negli affreschi, della stessa scena dove un animale favoloso è trafitto e calpestato.
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Ho assistito ad atteggiamenti inesplicabili. Uno ruotava su sé stesso parlando senza sosta; un altro, davanti a una porta, sembrava che scalciasse; una donna minuta trasportava una pianta altissima dai fusti sottili e flessuosi: doveva fermarsi continuamente perché l’altezza della pianta, le raffiche del vento e la statura della donna rendevano il trasporto impossibile. E la donna rifiutava qualsiasi aiuto.
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Svoltando un angolo ho incrociato un corteo funebre: mi sono affrettato a lasciarmi indietro singhiozzi, fiori, litanie, accelerando per allontanarmi dal dolore, da quel dolore inaspettato, esibito, che non era il mio, ma per ritrovarmelo poi di fronte, a un tratto, in una piazza.
La chiesa, dalla facciata abbagliante, con l’enorme portone spalancato, lasciava scorgere l’altare, il corteo già disposto, la cerimonia appena iniziata.
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Tre quarti della città vecchia è degradata. Il degrado ha una scala: dall’intonaco un po’ sporco a muri spaccati, cornicioni pericolanti, fenditure, pozze di acqua lurida, infiltrazioni, infissi barcollanti, finestre senza vetri, ruggine, scolatoi a imbuto sospesi nel vuoto, rovine ammassate, travi sporgenti … un interminabile catalogo dell’incuria e della precarietà avvolto da un’apparenza compatta, fortificata.
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Sul cimitero monumentale che tanto ha entusiasmato il mio padrone (da giorni ricorre tenace nella sua conversazione), dirò solo che l’ho trovato grottesco, opprimente, una specie di museo delle cere in marmo.
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Osserviamo la copertura del corpo centrale, fitta di cifre e figure incise nel marmo. Una lieve, misurata pendenza del tetto, e un mirabile sistema di potenti getti d’acqua ne assicurano la pulizia. I getti d’acqua escono dalle bocche di una serie di volti in pietra quasi sferici, dall’espressione enigmatica. È un capolavoro d’ingegneria idraulica. L’acqua sale a forte pressione fino a raggiungere il tetto, viene scaricata con getti potenti sulle incisioni e poi convogliata, attraverso un sistema di passaggi quasi invisibile incorporato all’edificio, verso una cisterna collocata a metà della collina.
Successivamente, l’acqua raccolta nella cisterna, è usata per irrigare la vegetazione del parco di C.
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Qui l’oscurità si può vedere in pieno giorno. Dietro le Mura delle C., percorrendo vicoli tortuosi e strettissimi, piazzette minuscole, schiacciati da edifici alti come torri, aperture improvvise su vertiginose scalinate, spigoli taglienti, mi sono fermato a osservare un passaggio lungo, quasi buio alle due estremità – era circa mezzogiorno di una giornata limpidissima. Al soffitto era sospesa una grande lampada la cui luce giallastra rischiarava pochi metri formando un alone sporco sul soffitto a volta. Quel cerchio di luce, quel passaggio lungo e così stretto che per toccarne le pareti sarebbe bastato allargare un po’ le braccia, dissuadevano, erano un invito a non continuare in quella direzione.
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Gli sportelli. Una città di sportelli. Per lo più murati o legati con catene, a volte li trattiene una corda.
A volte sono spalancati e dentro la pietra nuda.
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Chi farà mai l’inventario delle porte, delle aperture, dei cancelli, delle grate, delle finestre, delle piccole porte dentro porte enormi, delle nicchie, di ogni variante di una soglia o passaggio?
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Il mio padrone partirà domani per la città di C. che si trova sulla costa di levante. L’ho pregato di lasciarmi qui e sono bastate poche parole perché capisse. Mi ha confessato di non essere sorpreso. Di recente, ha detto, mi ha visto stanco e ieri notte mi ha sentito gridare nel sonno, e non era la prima volta.
*
Questa città stanca. Tutte le città labirintiche e scoscese stancano. Si cammina per ore, come guidati da una spinta invisibile, come sfere lanciate dentro un tubo innestato in altri tubi.
Succede questo: senza accorgersene, dopo ore, sembra di ritrovarsi nel punto da cui si è partiti: lo stesso tabernacolo, la stessa immagine, lo stesso angolo, le stesse pietre, gli stessi cornicioni… All’estremità opposta di una strada, lo stesso portone; sui muri le stesse spaccature.
*
Il mio padrone è partito all’alba accompagnato da un altro domestico di pelle scura ingaggiato qui. Sono rimasto con la cuoca e un altro servitore che prima di oggi non avevo mai visto. Dorme nell’altra ala della villa. Nessuno ci ha presentati. Per adesso lo vedo solo nel giardino, nel vasto giardino coltivato.
Sembra un uomo taciturno, interamente occupato dalle sue mansioni, poco disposto alle chiacchiere.
*
Negli occhi, oggi, credo di avere solo il riflesso grigio delle pietre e qualche venatura di rosso acceso, di arancione squillante.
Il verde, nella città vecchia, è raro; il blu del cielo è segmentato in strisce fra un cornicione e l’altro.
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Ora passa una grande nuvola e il caldo già opprimente si rafforza. È una nuvola lenta, compatta, ha una luce opaca il cui riverbero fa male agli occhi. Non c’è aria; si sposterà lentissima.
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In mezzo alla strada, oggi, due neri si sono affrontati piantandosi silenziosi uno di fronte all’altro. Intorno, la gente si è bloccata senza interferire. Privi di armi, senza parlare, sono rimasti a fissarsi per un tempo interminabile. Tutta la scena sembrava un quadro vivente: nonostante la calura nessuno dei due sudava, e quel che c’era intorno restava immobile.
Non c’è stata lotta; neppure a parole.
Così come si erano bloccati l’uno di fronte all’altro, a un certo punto, agilissimi, sono scattati, girandosi intorno come in un balletto, restando schiena contro schiena.
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La sproporzione fra le dimensioni di un santo in terracotta e la sua nicchia fa provare un senso di pietà comica.
La statuina, alta pochi centimetri, è sovrastata da una cavità che sembra altissima e profonda come una caverna. Se la statuina non resta del tutto invisibile è perché una mano accorta l’ha posata sul bordo.
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Non capisco che cosa abbia visto il mio padrone. E soprattutto non capisco che cosa ho visto io. La Villa di C. nel parco C. non ha nulla d’interessante. La facciata a nord è piatta, suddivisa da quattro pilastri di cemento sporgenti, coperta da piastrelle marroni. Il tetto, a due spioventi, è di lamierino. Tutta la costruzione è squadrata, banale; nessun gioco di luce la ravviva.
E non capisco neppure quale parco abbia visto. Le ridicole voliere, in stato di abbandono, non hanno vita: né animale né vegetale. Sono polverose, sporche. Le reti sono arrugginite. All’interno, finti alberi secchi fatti col cemento che imita il legno. Gabbie vuote, cupe.
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In tutto il parco una collezione di busti, uomini celebri che hanno un legame con la città. Alcuni sono consumati nella faccia. Il parco è irrigato male: foglie verdi ma accartocciate, foglie secche, bacche rosse e avvizzite.
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I vialetti che salgono alla villa C. si snodano a serpente. Ogni tanto li taglia una scalinata. Avvolgono la collina, un tempo bastione, si biforcano e convergono su un pianoro o belvedere. Qui vi accoglie un grande busto di pietra con una pupilla annerita, una scacchiera dipinta sulla sezione di un tronco, un belvedere di finto legno inaccessibile perché pericolante, e alti pini dal fusto rossiccio. Intorno, a nord, le ultime costruzioni e dopo, a ridosso, i monti, verdissimi.
Una bassa ringhiera delimita, seguendone il perimetro ondulato, il pianoro. Una vasca di marmo a trifoglio, calcinata, alcune panchine e siepi di alloro; aghi di pino sulla piccola ghiaia chiara. Sale il brusio della città, la sirena delle ambulanze, spunta un uomo dall’andatura incerta, la testa bassa, su un angolo delle labbra una sigaretta spenta, appesa.
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Ieri, una donna che dormiva su una delle panchine si è sentita guardata, si è alzata ed è scomparsa in fretta.
Appoggiati alla ringhiera, il mio padrone e il suo anfitrione di C. discutono indicando questo o quell’altro punto.
È caduto un ramo e subito dopo un pezzo di corteccia col rumore secco di una pietra scagliata. Salendo ho visto pezzi di carta bruciata, tartarughe nere e gialle, immobili sulla pietra, sembravano idoli. Ci sono molte grotte sbarrate da cancelli; sono finte grotte, come finta è la cascata, finto il legno.
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Otto pini dal tronco rossiccio circondano la ringhiera di ferro che delimita a cerchio la vasca senza acqua. In realtà sono sette: l’ottavo è solo un ceppo su cui è stata disegnata una scacchiera. Anche i bellissimi pini sono disposti a cerchio.
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Sul belvedere a sud, una specie di terrazza piastrellata, crescono piante selvatiche, si accumulano sterpi e foglie secche. Da questa terrazza si vede il porto. Il blu impeccabile del cielo di ieri, oggi è velato. Non c’è vento. Pochi visitatori, torpidi, salgono e scendono la collina seguendo la torsione dei vialetti.
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All’inizio del parco di Villa C. c’è un platano secolare il cui tronco, a un tratto, si biforca; osservato da una certa angolazione riproduce la testa di un crocefisso per forma e inclinazione. I rami che si dipartono dietro il mento appoggiato al petto, la guancia sopra una spalla, imitano un crocefisso.
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Qui il cemento imita il legno, le grotte e i rami degli alberi.
Oggi la foschia si è mangiata il panorama. Appoggiato alla balaustra il mio padrone si sbraccia, indica, parla molto. A volte sento un frammento di frase, qualche parola sconnessa che rallenta, s’invischia nella calura.
*
Anche oggi, ancora una volta, siamo tornati alla villa di C. Il mio padrone e il suo anfitrione sembrano stregati da questo luogo e non riesco a capirne la ragione. Che cosa vede? Che cosa lo affascina? Dopo mesi di siccità le piante sono avvizzite, le foglie sembrano colpite da un autunno precoce o da una malattia. In cima alla collina il panorama è bello, non c’è dubbio; ma in questa città verticale i punti panoramici non mancano. Il parco non è privo di fascino ma è un’eco, un residuo, un resto di qualcosa, un’imitazione goffa come la cascata, le grotte, le voliere di finto legno.
Dentro le grotte, sbarrate da alti cancelli, sporcizia e ombra. Che cosa ossessiona il mio padrone? La fitta trama di ringhiere in cemento, le voliere senza uccelli protette da reti arrugginite? uno strano elmo di metallo o bacile capovolto sorretto da sbarre? La vasca senz’acqua a forma di trifoglio al cui centro un fanciullo – forse Ercole bambino – strangola un serpente di mare?
Il fondo della vasca è così asciutto e velato di bianco che guardarlo fa male agli occhi. Il fanciullo e il serpe sono calcinati, tranne la schiena da cui affiora il verde cupo del bronzo.
Forse è il busto con l’occhio annerito, o i pini dal tronco rossiccio, o la scacchiera dipinta sull’ottavo tronco tagliato, oppure le nuvole, il porto, strane torrette, una massa di costruzioni che precipita verso il mare, oppure la villa di C. la cui descrizione che ho sentito per caso, dettagliata nei minimi particolari, non corrisponde a quello che vedo?
Anche oggi la calura è opprimente; qualcuno cammina come rallentato, si affaccia da un livello, guarda, è guardato da un livello superiore, riprende a salire o a scendere.
*
Sono dodici le colonnine prive di busto che sfilano equidistanti, piantate fra muro e ringhiera. Solo un tal C. ha conservato il busto. Una è abbattuta. Dai cilindri di pietra spuntano i perni di ferro su cui si avvita il niente.
*
Ieri siamo passati da Salita S. C. strada larga, sinuosa ed elegante, fiancheggiata da bei palazzi, al limite della città vecchia, quasi un raccordo. Il mio padrone si è fermato in una piazzetta indicando le facciate ricche di architetture dipinte: colonnati, capitelli, finestre, timpani, sbarre, balaustre, archi, logge: inganni ottici, quinte teatrali, ombre finte.
Non lontano da Salita S. C., sul palazzo C., grandi riquadri dove il marmo imita il ferro brunito di celate, cimieri e armature con un effetto di verosimiglianza stupefacente.
In cima a Salita S. C. siamo sbucati in Piazza C., piazza circolare da cui si dipartono quattro grandi strade, delimitata da alte magnolie, piante di alloro e altri alberi ad alto fusto, siepi, aiuole, e gli immancabili busti di poeti, patrioti, soldati che sbucano fra le piante o le sovrastano.
Ho lasciato proseguire il mio padrone e il suo anfitrione e ho deviato in un giardino seminascosto dove su quattro livelli, disposte ad anfiteatro, ho visto un gran numero di panchine arcuate di marmo bianco. Sembrano convergere, con un crollo o slittamento calcolato, verso un fondo di pietre bianche e nere delimitato da muri di pietra bianca a blocchi geometrici. Queste panchine, non troppo dissimili da lapidi, formano un triangolo equilatero i cui lati sembrano risucchiati verso il vertice.
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Sbarre a protezione di una finestra murata.
*
Mentre camminavamo in Salita di Santa C. un mendicante è sbucato dall’alto e scendendo ci veniva incontro mormorando una litania incomprensibile. Mentre scendeva deviava verso altri passanti. Non tendeva la mano, stava curvo da un lato, e a quella distanza era di età e sesso indefinibili. Scartava i passanti oppure erano loro a evitarlo. Continuava a scendere verso di noi come fossimo la meta predestinata di quel percorso a zig zag. Il mio padrone si è immobilizzato e così il suo anfitrione. Io sono rimasto un po’ indietro, da un lato.
Mentre si avvicinava, quella specie di preghiera con cui il mendicante ritmava il passo, proseguiva e si definiva nei suoni.
*
Non so quante ore siano passate. Questi appunti notturni, mio malgrado, mi tolgono ore di sonno. Ma non sono stanco. Il mio padrone è assente e le mie mansioni, perciò, limitate. Uso le ore del mattino per recuperare energie.
I ricordi sfuggono. Quando credo di averli radunati, portandoli all’interno di un recinto, scivolano fuori. Quando credo di aver dato una cornice, anche sottile, a una scena, uno spigolo si apre, appare una luce non voluta, cede un altro spigolo e la luce irrompe, diventa abbagliante, dissolve l’intero quadro.
Non saprei dire quanto tempo mi occorra per incollare con affanno qualche pezzo sul foglio prima che un angolo mostri una fessura e quella luce importuna, parassita, cancelli.
A volte sono rapido a mettere insieme i ricordi e tengo insieme il quadro: i lati non si aprono, non ci sono fessure né porte socchiuse. Conservo quel buio, così prezioso, proteggo il silenzio, tengo lontano il chiasso della luce e scrivo.
*
Il mio padrone e il suo anfitrione sembrano ipnotizzati dal mendicante. È alto, magro, avvolto in un mantello che gli fascia anche la testa e nasconde una parte del volto. Immobile e curvo, dal basso appare imponente. S’intravede una barba folta, nerissima e per un attimo uno sguardo affermativo e insieme di richiesta. Rimane raccolto e fermo sotto il mantello senza pieghe che scende diritto fino ai piedi.
*
Oggi, con la scusa di un vago malessere, non ho accompagnato il mio padrone nelle sue perlustrazioni. So che andrà a visitare la Chiesa e il convento di S. M. di C. e la visita lo terrà occupato per buona parte della giornata.
Non so ancora quanto ci fermeremo in questa città; è come se il mio padrone ne fosse soggiogato.
Io rimpiango le vele, il cordame, la volta del cielo e il mare aperto. Il movimento e i colori dell’acqua, il paesaggio visto da lontano, il vento, le mie mansioni di marinaio, gli approdi e i brevi soggiorni in quei paesi con poche abitazioni colorate riflesse nell’acqua. Rimpiango le nuvole, ma non frantumate da cornicioni, grondaie, terrazzi, abbaini, compresse e ridotte a linee sottili e storte.
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C. è una città affascinante ma insidiosa, quasi malsana. Come il salino, col tempo sembra corrodere e intaccare sia le cose sia le persone. C’è una specie di accanimento o ripetizione nei suoni e nelle forme, un’eco che non trova sbocco e risuona all’infinito. Così le facce: a migliaia sulle pareti delle case, sotto i balconi, dipinte o scolpite, grottesche per le smorfie, o levigate in poche linee silenziose, a forma di sole, animale, fiore, le bocche spalancate, la lingua di fuori, l’espressione beffarda, demoniaca.
Così gli emblemi, le cifre, i cartigli, le insegne, le targhe. A ogni angolo un’edicola votiva, un lastricato sempre grigio e sconnesso, un odore forte e spigoli, gradini, rampe interminabili, case una sull’altra, pareti che si urtano.
Un volto sbuca da un petto, un cranio da un elmo. Il bronzo imita la stoffa, i ricami, le frange di una gualdrappa.
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… il mio padrone e il suo anfitrione sono sempre immobili. Il mendicante li fissa, continua la sua incomprensibile preghiera e muove la testa lentamente, oscilla lentamente con tutto il corpo; qualcuno si è avvicinato, altri si allontanano, io resto a guardare, immobile, per un tempo che non saprei dire. Il mendicante ha interrotto la sua giaculatoria, il corpo adesso è immobile, la testa ferma e reclinata sul petto.
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Se non continuo l’episodio del mendicante, è perché alla fine non è successo niente di particolare. Mi sarei aspettato un gesto, forse violento, un improvviso risveglio del mio padrone da quello stato di torpore in cui sembrava sprofondato, oppure che io stesso, avvicinandomi, interrompessi quello strano quadro dove due persone sembravano ormai statue davanti a una terza – quasi nemmeno un corpo ma un mantello – che oscillava lentissima mugolando parole sempre incomprensibili.
D’un tratto il mendicante si è inginocchiato.
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La città di C. è sporca, si sentono spesso cattivi odori. Anche se le strade sembrano pulite, le pietre esalano qualcosa di maleodorante. Due bambini, data l’altezza, sentono di più questa esalazione, scoppiano a ridere e si mettono a correre gridando: “C’è puzza di cacca!”
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Come un rogo dell’inquisizione, ma di stracci, una massa alta dieci metri e larga quindici si erge in una delle piazze principali. Una specie di grande covone formato con vestiti vecchi, scarti di sartoria, sacchi sfondati, tessuti consumati di ogni tipo s’innalza tra la facciata ovest di Palazzo C. e piazza De C.
Per quale scopo? Una festa?
Il mucchio è impressionante, sembra compresso da mani gigantesche, è compatto e domina una tonalità scura. Più che stoffa sembra pietra, un blocco unico di pietra nera.
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Un pomeriggio caldo rinfrescato da una brezza di mare. Seguo il mio padrone lungo Via C., una via importante per storia e architettura, così sento dire al mio padrone che mi precede, mentre la via s’inerpica, abbastanza larga e poco sinuosa.
In alto, un cane randagio spunta da uno dei tanti vicoli che incrociano Via C. Sul momento restiamo fermi e un po’ spaventati: il cane sembra non vederci, annusa, costeggia i muri. Poi prende una via laterale e scompare. Non sono pochi i cani randagi nella città vecchia e non conviene incontrarne uno, soprattutto in spazi così stretti. In genere sono solitari e scansano gli uomini.
Sotto le pietre di via C., come in molte parti della città vecchia, scorre un torrente. La via è animata e il brusio delle voci ha strani effetti di risonanza. Dove sostiamo per osservare un portale, che il mio padrone ritiene interessante, il brusio delle voci diventa simile all’acqua che scorre, ribolle come di fronte a un ostacolo, e sbocca col suono di una piccola, sorda esplosione.
Proseguiamo verso Piazza C.
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Il cane che ho visto oggi, si è fissato tenacemente nei miei ricordi e si mischia a un colore come di ombra profonda e al ferro arrugginito di tante grate, cancelli, portoni e ringhiere: sfondo ripetuto della città di C. Era magro, appuntito nel muso, di taglia media, marrone scuro chiazzato di bianco, con la coda corta.
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Siamo quasi fermi in un punto dove la folla comprime. Folla multicolore nei vestiti, nel portamento, nella parlata. Non siamo distanti da una piazza dove oggi è giorno di mercato. Riusciamo a deviare imbucando Vico del C, che è breve, a gradini larghi, lievemente in pendenza. In cima vediamo una cancellata chiusa e a destra un’edicola azzurra senza statua.
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Gli effetti acustici nella città vecchia sono sorprendenti e spesso sgradevoli. Una voce sembra un colpo di fucile improvvisamente sparato a poca distanza, una strada deserta si riempie di rumori di cui non si riesce a capire la provenienza. Capita spesso di voltarsi improvvisamente in una direzione per rintracciarne l’origine. Dentro un androne, dove una testa di leone getta acqua raccolta da una conchiglia, sotto volte decorate con figure fantastiche dai colori accesi, confluiscono i rumori della strada e si smorzano fra i colonnati, le balaustre e gli scaloni. Le pareti sembrano oscillare per il riflesso proiettato dall’acqua. Dopo tanto clamore di folla, trovo piacevole lo scrosciare dell’acqua di un verde-azzurro trasparente, riposante il bianco dei marmi e la regolarità degli spazi. Il mio padrone osserva incantato le splendide decorazioni delle volte e con i gesti delle mani imita le fluide ghirlande, i fiori che diventano corpi, i corpi che diventano piante.
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Dopo mesi il cielo è cambiato. Le nuvole hanno forma e movimenti autunnali, il caldo si attenua, le foglie del parco di C. si accartocciano e ingialliscono. Alcune cadono veloci e battono sul selciato con un colpo secco. I gialli spiccano sullo sfondo di quegli alberi che in apparenza non hanno mai autunno.
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Accovacciati fra stracci, vestiti di stracci, scoppiano a ridere, battono le mani e hanno voci stridenti, agitate, come se litigassero. Vorremmo allontanarci, tornare indietro, ma la strada che si restringe in un cunicolo ormai ci obbliga a passare in quel punto che suscita repulsione e allarme.
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Le nubi sono pesanti e scure: fra qualche ora pioverà. Il grigio del cielo e un bagliore bianco, l’ultimo del sole al tramonto, che ha rischiarato di colpo la facciata di un palazzo, annunciano un violento temporale.
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L’acqua trabocca da un tombino che sussulta e si solleva spinto dalla pressione. Siamo in piazza B, fra la loggia della M. e la chiesa di S. P. in B.
Sotto la piazza, dice il mio padrone, scorre un largo torrente che sfocia in mare.
Il tombino è saltato; intorno si spande un’acqua marrone, piena di ruggine. Passano venditori e carretti. Da una delle strade che convergono in piazza B, avanza un colosso nero che sovrasta tutti di due teste.
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Quando il mio padrone non ha bisogno di me, mi concede un po’ di tempo libero che uso per scendere nella città vecchia.
Procedo in fretta, imbocco scalinate, mi lascio andare per viottoli di mattoni e non mi guardo intorno finché non arrivo in piazza della M., piccola piazza quasi circolare sorvegliata da un paio di giganti in marmo, un orologio solare e negozi eleganti: una specie di preludio alla via più bella del centro storico.
Il mio padrone ha una grande memoria per i nomi; io, invece, ne ricordo pochissimi. La città vecchia, del resto, è un accavallarsi di nomi: piazze, piazzette, vicoli, strade, vie, stradoni, salite, vie con due nomi che differiscono solo per una parola, discese e tutti quei nomi che appartengono a un luogo dove sorge una chiesa, un monastero, un oratorio, e poi scalinate… un intreccio di nomi convulso come la città.
Eppure, ho scoperto che riesco a orientarmi. Con quale bussola o carta non so. Mi lascio andare ai ricordi che emergono mentre cammino, più o meno confusi, da cui estraggo, sfilo uno spigolo o un colore, un affresco o un qualsiasi dettaglio quando buca lo strato opaco dei ricordi e con cui riscostruisco una mappa personale. A volte afferro un odore o un suono e lo combino con facce che mi sembra di avere già visto. Oppure è una svolta che sembra cadere di colpo dietro qualcosa che non vedo, non ho visto prima o che forse non ricordavo.
Oggi, ad esempio, credevo di non ritrovare più una certa strada. Mi guardavo intorno perplesso, quasi smarrito, perché tutto mi sembrava identico a centinaia di altri luoghi già attraversati.
Poi ho ricostruito un tratto del percorso grazie a un dettaglio insignificante. Quasi al livello del lastricato di strada N., si apre una sequenza di finestre sbarrate molto simili fra di loro e quasi identiche a tantissime altre. Ma una, intorno alle sbarre, ha metri di catene attorcigliate e grandi lucchetti, e fra questa ferraglia arrugginita, dentro una cornice ovale, è incastrato il ritratto di una santa col volto che s’indovina dolce sotto uno strato spesso di sporco. L’immagine è alta circa 40 centimetri, la cornice sembra di legno, il volto sporge ondulato da uno sfondo ancora azzurro.
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Qual è il centro della città di C.? Sembra averne tanti ma finisce col non averne nessuno. E ogni abitante sembra avere una propria idea di centro. Domandate. E ad ogni risposta il centro si sposterà a nord, a est, o altrove. Sarà vicino a questo o a quell’altro quartiere, piazza, monumento, palazzo, zona… sarà in alto, in basso, sempre spostato un po’ più in là.
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Ho visto una scena di tempesta o battaglia. I vascelli avevano le vele ammainate o ripiegate, erano inclinati fra onde paurose e livide come il cielo. Erano quattro. L’alberatura della nave in primo piano sosteneva ancora qualche vela. In secondo piano, una strana colonna o torre bianca emergeva dall’acqua. Non capivo se le navi s’inseguivano o cercavano di scampare alla tempesta. La composizione formava un cerchio o piuttosto un ovale. I quattro punti principali, cioè le navi, sembravano spostarsi seguendo questa forma di rotazione.
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Ho notato che da certe piazze sono spariti gli orologi e un paio ritardano, ma nessuno sembra farci caso.
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Il trascorrere delle ore meridiane è affrescato, inchiodato, murato sui palazzi. Sine sole sileo, recita uno dei tanti detti che si leggono nei cartigli intorno agli orologi solari.
Un passaggio di nuvole, un cambiamento nella direzione del vento, ed ecco che l’ombra non segna più niente perché l’ombra portata non c’è più, il quadrante è muto, l’asta inutile.
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Oggi la giornata è molto limpida, il cielo sembra di porcellana, i contorni sono nettissimi. Il blu è sfrontato, aggressivo.
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Serata difficile.
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L’odore di salsedine che attraversa le strade, raschia i muri, assorbe polvere e vola verso la città alta, non è quello del mare aperto. È acre, fumoso, stantio. Come reti da pesca lasciate marcire.
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Il trasporto di un grande mosaico pavimentale da un convento a un palazzo, e la sua ricostruzione, tessera dopo tessera, è stato l’argomento di conversazione di oggi fra il mio padrone e il suo anfitrione. Il mosaico raffigura animali e fra questi alcuni segni dello zodiaco.
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Nel sogno di stanotte un vento forte sollevava parti del mosaico. Oscillavano, vorticavano, crollavano dentro un giardino: per un istante sembrava che formassero una figura.
Mi trovavo sotto un’arcata che dava sul giardino e vedevo il mio padrone trasportare dentro sacchi di iuta migliaia di tessere e rovesciarle in mare. Faceva sempre lo stesso percorso centinaia di volte: dal giardino al mare, dal mare al giardino. A poca distanza osservavo la scena. Mi chiedevo perché gettasse il mosaico in mare e che senso poteva avere visto che le onde lo avrebbero portato via, e perché quella penosa fatica. Cercavo di avvertirlo che in quel modo il mosaico sarebbe andato perduto, gridavo, ma un vento forte e ondate fragorose coprivano la mia voce. A un certo punto ho visto il mio padrone bloccarsi prima di raggiungere il mare: aveva un’espressione cupa, sembrava riflettere su quell’azione disperatamente inutile. Poi mi ha visto, ha gridato qualche parola, e si è messo a correre verso il mare. È entrato in acqua. Tentava disperatamente di raccogliere le tessere. Quando riusciva ad afferrarne una manciata correva verso la spiaggia e le gettava sulla sabbia.
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Oggi ho visto facce dai lineamenti ripiegati, quasi inestricabili. Difficile trovare un’espressione, un movimento disteso. E forse è stato meglio così. Certi occhi è meglio non guardarli, bisogna lasciarli in pace.
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Sono circa 700 i corsi d’acqua che attraversano il sottosuolo della città di C.
Durante piogge forti e persistenti, congiunte a mareggiate che penetrano all’interno, alcuni di questi corsi d’acqua s’ingrossano paurosamente. L’acqua spinge e fa tremare il selciato su cui si cammina. Trabocca dai tombini e allaga parti della città, scantinati, portici, seminterrati.
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Durante una delle ultime epidemie di colera, la città di C. ha ignorato le regole di prevenzione per continuare i suoi commerci appoggiandosi a teorie che accusano l’aria malsana, la sporcizia e la cattiva alimentazione piuttosto che il contatto.
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Per superare i cordoni marittimi le navi devono arrestarsi a distanza di sicurezza dal litorale, il responsabile dell’imbarcazione si avvicina alla costa con una scialuppa per esibire la patente sanitaria al ministro della sanità e per giurare solennemente che nessuno a bordo è infetto. La patente viene prelevata con una pinza e se ne verifica il contenuto: se il bastimento è ritenuto infetto o sospetto gli si vieta l’approdo pena la morte. Le lettere e i documenti vengono affumicati con un “suffumigio”, un fumo contenente zolfo, e poi immersi nell’aceto.
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Il XX luglio XXXX il cordone fu rotto da qualche contrabbandiere e l’epidemia cominciò a diffondersi da *** verso *** e ***. Il 2 agosto il colera scoppiò nella città di C. Dalla città di C. si diffuse lungo il litorale tirrenico toccando ***. Alcuni *** scapparono a *** che fu contagiata e contemporaneamente furono infettate anche *** e ***. A settembre una barca di un mercante della città di C. percorse il *** per raggiungere *** e ***. Il colera invase così anche il Regno *** che non aveva steso alcun cordone, nonostante le proteste popolari. A ottobre arrivò a ***, a novembre a ***. Da qui si estese in *** e da *** verso ***, *** e ***. A novembre arrivò a *** e da qui nella primavera dell’XXXX si diffuse a ***, a ***, a ***, a *** e a ***. A luglio raggiunse *** e di nuovo il litorale *** compresa, ancora una volta, la città di C.
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È una pozzanghera dopo l’altra, non si sa dove camminare, cade da ieri una pioggia fitta, scura. La conchiglia in cima alla fontana di Piazza C. si riempie di pioggia. Il popolo chiama questa fontana Il Barchile. Alla fontana si accosta una vettura. La sosta si prolunga. La pioggia batte furiosa sui cavalli. Cerco riparo sotto un portone e osservo la carrozza: il movimento rapido di una tendina. Qualche oscillazione che sembra provenire dall’interno, quasi impercettibile.
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Ieri la vettura è rimasta ferma accanto al Barchile per molto tempo. La pioggia ha smesso di colpo, è uscito il sole, ma con poca luce e poco calore. Piazza C., come a un segnale convenuto, si è riempita di gente. Al frastuono della pioggia torrenziale si è sostituito un brusio sordo, voci e passi, richiami, rumori, imprecazioni: tutta l’animazione sonora di una piazza di modeste dimensioni, il risultato di un vicolo che si è allargato spingendo i palazzi ai suoi lati.
Dalla vettura non è sceso nessuno. Dalle criniere e dalle code dei cavalli cadevano gocce. La vettura sembrava asciugarsi con sorprendente rapidità nonostante il sole fosse debole. Si asciugava più in fretta di tutte le altre cose intorno, quasi assorbendo un calore intenso respinto dagli altri oggetti e negato alle persone. In pochi minuti, dalle ruote ai finimenti, dal telaio ai vetri, la vettura era completamente asciutta, quasi arida e polverosa. Per terra, sulle pietre sconnesse, pozze d’acqua, riflessi torbidi.
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In Piazza C. sovrastante il Barchile, c’è un palazzo chiamato il palazzo del Melograno, perché quest’albero è cresciuto fra le spaccature della parete. In rapporto alle dimensioni del palazzo appare piccolo, quasi un arbusto insignificante. Dicono che non abbia mai dato frutti per non sporcare di rosso (un rosso troppo simile al sangue) il sottostante portale, portale di marmo con colonne, timpano, fregi – alto e arrogante.
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Dalla vettura avrebbe potuto scendere qualcuno. Almeno quando la pioggia scura e fitta ha smesso di rovesciarsi sulla piccola piazza C.
Sotto il portone, attraverso una cupa trama di gocce, osservavo. Forse ho immaginato il rapido movimento di una tendina. Le cose si vedevano come attraverso un vetro ondulato: oblunghe, precarie, sporche. Più lontane o più vicine, più storte. Sembravano il riflesso delle cose dentro l’acqua. Quando la pioggia è cessata e la gente ha riempito piazza C., mi aspettavo che arrivasse il passeggero atteso e che le ruote avrebbero ripreso a muoversi nell’acqua, finimenti e briglie a oscillare, i cavalli a scuotere criniere e code bagnate, e forse avrei intravisto un volto, una mano, avrei sentito una voce che non sarebbe stata quella del conducente. E la vettura si sarebbe asciugata con lo stesso tempo delle cose che la circondavano e non con quella sbalorditiva, innaturale rapidità che aveva prosciugato in pochi minuti metallo e legno e cuoio e vetri.
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I gabbiani sembrano sorretti dall’aria grigia, la gente è come schiacciata; le cose grigie si rafforzano, diventano profonde; i marmi risaltano; le facce si chiudono, guardano in basso.
Ieri da nord si è alzato un vento tagliente e oggi è più forte. In Piazza C. un gabbiano mi ha sfiorato urlando. La gente cammina in fretta come girata di schiena o di lato. Dai cantieri, dalle lastre di pietra, dai mucchi di terra volano frammenti. Nei portici di Via di C. s’ingolfa il vento, poi sbocca nei vicoli laterali: corridoi, imbuti che amplificano la forza dell’aria.
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Guardo le creste aguzze delle onde nel porto. L’acqua è livida, verde-grigia.
Ieri il mio padrone è rientrato dopo una settimana trascorsa nella località di C. Sembrava turbato, quasi scosso. In genere conserva, in un volto espressivo, una certa gioviale serietà; ma ieri, mentre scaricavo i bagagli, ho colto nel suo sguardo un peso, una gravità che non gli avevo mai visto. I gesti erano più lenti, la voce meno sicura, il passo esitante.
So che è stato ospite del dottor C. nella villa C. il cui magnifico parco arriva fino al mare. Il dottor C. è uno specialista ma non ricordo di quale disciplina. La villa in cui abita è decorata, mi hanno detto, da splendidi affreschi. La notevole varietà di piante secolari, nella lieve ma costante inclinazione del parco verso sud, precipita lenta verso il mare sul quale si affaccia dalla sommità di scogliere vertiginose. Qui si tendono verso la luce tronchi, rami e fogliame aggrovigliati alla boscaglia e aggrappati alla roccia.
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In piazza C., ma più che una piazza è uno slargo irregolare, c’è un bel palazzo in ardesia a strisce bianche e nere. Sulla facciata a sud fa bella mostra di sé un tabernacolo. In cima al tabernacolo, un piccolo busto del Padre Eterno, in un movimento di torsione, nella sinistra tiene il mondo: una sfera molto simile a una palla di cannone. La destra è sollevata in un gesto di benedizione sbriciolato dal polso in su. Dal polso spunta la sbarra di ferro del telaio.
In Vico C., piantata in un muro, si può vedere un’autentica palla di cannone simile alla sfera sorretta dalla sinistra del Padre Eterno.
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Stanotte ho sognato un vicolo: era attraversato freneticamente da puttane grasse, orribili. Nonostante la mole, si muovevano quasi correndo, andavano e tornavano spinte da un’urgenza incomprensibile. Ridevano. A volte staccavano le lunghe ciglia posticce o le capigliature finte.
Intanto, da uno strettissimo vicolo laterale sbucavano figure: una sopra l’altra si sporgevano contorcendo il volto e il collo teso; avevano pelle scura e denti bianchissimi. Si sentivano dei latrati e non se ne capiva la provenienza. A un tratto uno di loro mi dice: “guarda quell’imposta, sta crollando; guarda quel soffitto intriso d’acqua, quei pali, vecchie alberature di vascelli, tarlate e ammuffite. Non durerà.” Poi mi ritrovavo a contare il numero di ceste allineate su un molo, forse la diga esterna del porto, come dovessi farne l’inventario. Erano larghe e profonde ceste di vimini, il mare in burrasca sbatteva contro la diga, a volte oltrepassandola. Le ceste, nonostante la leggerezza, sembravano inamovibili. Intorno, tutto era scosso dal vento.
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Fra circa un mese sarà inverno. Il mio padrone aveva fissato una data di partenza e oggi l’ha annullata. Avevamo iniziato a preparare i bagagli quando il padrone ha dato ordine di non continuare ma, allo stesso tempo, di non rimettere tutto a posto. Così, ci ritroviamo fra bagagli che sembrano appartenere a qualcuno arrivato da pochi giorni o da qualcuno sul punto di andarsene: una specie di trasloco a metà.
Da parte mia non sento più l’urgenza di partire. Non appena arrivato avrei voluto scappare e, per mesi, ho sognato di risalire sul B.A. per salpare, lasciandomi alle spalle rapidamente la vertiginosa montagna, le palazzate a schiera, il porto della città di C., i suoi odori acri che afferrano alla gola, la sua sporcizia, il labirinto di corridoi, le minuscole piazze storte, le figure accovacciate negli angoli, le strade buie in pieno giorno, i selciati sconnessi, un cavaliere che trafigge una bestia centinaia di volte, una grande chiesa zoppa.
Adesso, mi sento preda di un torpore simile a quello degli animali che vanno in letargo.
Il mio padrone mi ha ordinato di recarmi al BA per alcuni lavori di manutenzione. Sono riuscito a mandare un altro servo poiché anche la sola idea di attraversare la banchina, adesso spazzata dal vento gelido, e di rivedere l’imbarcazione mi crea un malessere che fatico a comprendere. Un tempo il BA era la mia casa, e i mari attraversati, le coste, i porti e il cielo una specie di paese in movimento. I soggiorni sulla terraferma erano pause in attesa di ritornare sulla casa galleggiante a manovrare il timone, le vele, a fiutare i venti, le burrasche, a leggere carte e barometri, a stabilire col mio padrone questa o quella rotta.
Era euforia organizzata, febbrile disciplina di navigatori, scoperta.
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Dopo la visita al dottor C. nella località di C. il mio padrone esce raramente e le visite che riceve sono altrettanto rare.
Il taciturno giardiniere lo ha visto mentre passeggia nel parco: è assorto, si muove lento, e lo sguardo è poco rivolto alle cose intorno.
Non avevo mai parlato con lui ma un giorno, incontrandolo in giardino, mi ha indicato il padrone e ha detto: “L’ho sentito parlare da solo; parlava di affreschi, di una certa villa e di un dottore. Ha un volto inquieto. E non sorride.”
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Non guardo mai la posta del mio padrone che ho l’incarico di ritirare e consegnare. Tuttavia in questi giorni mi è capitato di notare un tipo di busta e una calligrafia che spiccavano in mezzo alle altre.
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Quando entro nello studio del mio padrone per consegnare la corrispondenza di solito esco subito. Oggi, invece, ho indugiato mentre il mio padrone scorreva le buste. Ho notato un cambiamento di espressione quando ha preso in mano una certa lettera: lo sguardo si è fatto inquieto e grave. Ha posato la lettera accanto alle altre e sembrava che non riuscisse più a concentrarsi su niente e a non guardare nient’altro che quella busta. Si era anche dimenticato della mia presenza.
D’un tratto mi sono sentito un intruso, uno che viola un segreto, o quanto meno un importuno. Allora ho chiesto se potevo andarmene cercando un tono di voce rispettoso e comprensivo.
Da oggi importa poco se la città è quella di C., se il mio padrone si è ripiegato su sé stesso dopo la visita alla località di C., se il giardiniere prosegue coscienziosamente il suo lavoro e parla pochissimo, se il resto della servitù appare raramente, in fondo ai lunghi corridoi, nelle vaste sale, quasi sorpreso e imbarazzato quando vede altri domestici. Ciascuno continua nella propria occupazione, ma è come se il tempo non fosse scandito da niente: né orologi, né commissioni, né preparativi di pranzi, cene o partenze.
Il mio padrone si fa servire i pasti in studio, esce a orari imprevedibili, può passeggiare nel parco per ore o pochi minuti, rientrare bruscamente come per un dovere, (stavo per scrivere dolore) improvviso. Poche volte ha bisogno di me. In quelle rare occasioni l’incontro è rapido e le parole strettamente necessarie come i gesti. Solo qualche volta certe espressioni minime, come una lieve increspatura delle labbra o un movimento della testa, danno l’idea di qualcuno che vorrebbe parlare per ore, far saltare un tappo, spalancare una porta.
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Poiché sbrigo le mie mansioni in poco tempo, di tempo adesso ne ho in abbondanza.
S’intende che resto sempre a disposizione del mio padrone, perché una parte del mio tempo è sua per contratto, e perché in me il senso del dovere è spiccato. I rapporti col mio padrone sono sempre stati corretti, sul filo di una forma e di un rispetto che non ha impedito, all’occasione, qualche abbandono più confidenziale e, soprattutto durante la navigazione, un rapporto quasi da compagni di viaggio, al confine tra amicizia e discrezione.
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Ogni statua è rigata dallo sterco dei gabbiani; sul bronzo macchie bianche, strisce; sulle teste, con berretto o no, il guano abbonda. Il verde cupo del bronzo è puntinato di sterco. Le spalle e le teste sono trespoli.
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Il vento gelido da nord ieri ubriacava i gabbiani e incupiva l’umore della gente infagottata, stipata sotto i portici.
Sulle cime è caduta la prima neve. Nei prossimi giorni sembra che nevicherà a bassa quota.
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Nel parco ci sono due laghetti circolari al cui centro s’innalza un getto d’acqua che sale sottile per molti metri. Nei giorni senza vento, disegna una linea bianca, netta contro il cielo e in caduta si sfrangia.
Intorno ai laghetti, disposte a semicerchio, statue di divinità pagane con la testa o gli arti sbriciolati.
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Oggi stavano rastrellando la fine ghiaia dei viali e il rumore era simile a quello di un frangente continuo, sommesso.
Il mio padrone ha dato ordine di smettere immediatamente. Si è rivolto ai giardinieri con un tono violento, per lui del tutto inusuale. Sembrava esasperato da quell’incessante rumore di ciottoli rimestati, da quelle linee ondulate bianche e grigie simili a certe correnti quando increspano il mare.
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Ho sognato un giovane dal corpo atletico che portava per mano un bambino. Sembrava fuggire da una città in fiamme. A un certo punto lo vedevo drizzarsi sopra un piedistallo. Aveva l’aria costernata. Sentivo che diceva: “Adesso dove poso il piede, che movimento potrei fare, come proseguo la mia corsa? Se faccio un passo avanti, precipito. Potrei solo girare in tondo ma a che cosa servirebbe? Non salverei né il bambino né il carico prezioso che ho sulle spalle. Potrei solo ruotare come impazzito. Per saltare ho sotto di me troppi metri. E intorno vedo salire l’acqua e dietro sento crepitare le fiamme. Forse qualcuno mi sposterà con tutta questa altissima base portandomi in salvo. Non avrò bisogno dei miei muscoli né del mio coraggio. Sarò sollevato col bambino, il carico prezioso e fragile che il mio collo e la mia schiena sostengono, mi trasporteranno in aria e mi poseranno in un luogo sicuro da cui riprenderò a correre restando ben diritto e fiero.”
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Stanotte ha cominciato a piovere e continua a piovere anche oggi; è una pioggia smorta e tenace, insistente e ottusa. La nebbia è scesa sul porto. Il dorso dei gabbiani si confonde col grigio uniforme del cielo identico al mare che ha il grigio murato di una parete. Il Faro sventaglia e si riflette sul grigio rinviando la propria luce a sé stesso.
*
In Vico C. il solito cavaliere, raffigurato in un sovrapporta, ammazza con la lancia il solito animale alato, stando ben saldo e al sicuro in groppa al suo mastodontico cavallo.
La porta del palazzo è quasi aperta e vedo un androne dalle dimensioni insospettate. Vasto, fitto di colonne simili ad alberi secolari e volte a crociera bianchissime. Sulle pietre grandi ceste a forma di culla scolpite nel marmo, ceste da giganti, vuote, bianchissime. Anche l’aria fra i colonnati appare bianca ma non trasparente, come un pulviscolo di calce.
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Dentro palazzo C. Ercole è rozzo, gonfio. Sovrasta una vasca senza acqua, calpesta e strangola un mostro a più teste di cui una gli sporge sopra la spalla come un teschio affilato.
Tutto l’animale è come prosciugato, secco, anche la fatica sembra conclusa da molto tempo, ma Ercole resta in posa, rigido e tronfio.
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Qui camminate sopra pietre scritte, marmi incisi. Qui i gendarmi, chiamati sbirri da sbura, cioè il brodo della trippa che bevevano per riscaldarsi, hanno tracciato con la punta del fucile una tela. Su questo gradino di marmo, in questo angolo di piazza C., potete vedere il classico quadrato del classico gioco. Ne vedrete altri sparsi per la città, una città dove iscrizioni, targhe, segni, emblemi vi assediano dall’alto e dal basso. Guardatevi intorno, chinatevi su quella buca: serve per l’elemosina, per il restauro di una Madonna, e quell’altra per imbucare l’anonima delazione a un magistrato.
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Finito il mercato in piazza C, hanno accumulato i rifiuti sotto un’edicola votiva. Formano una volta che ne sfiora la base. Sono resti di verdura, pesci, carta sporca, stracci. L’edicola ha una specie di tetto spiovente in ardesia, è poggiata su un muro alto circa tre metri che si affaccia sopra una piazzetta premuta da palazzi altissimi, scrostati. Il fondo della nicchia è blu, la piazzetta è grigia.
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Una figura regge nella destra il globo, è dipinta di giallo, guarda verso il mare, è dritta in piedi; accanto ha un cavallo bianco con le orbite sporgenti macchiate di rosso. Quei globi sono pieni di rabbia, di furore. La cavalca una figura con lo sguardo esangue, quasi distratto, con gli occhi di un verde scialbo e le labbra tumide; il cavaliere impugna una lancia e sta per vibrare un colpo sulla testa di un animale alato.
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Qui potete vedere quel che resta della Tomba dei Giganti, costruzione enigmatica, poiché si racconta che a dispetto del nome fosse molto piccola. I resti, ormai quasi sabbia mischiata al terreno, non rivelano nulla. Laggiù potete vedere – è quel mucchio di ferro mangiato dalla ruggine – i Giochi Meccanici di cui restano enormi scaglie corrose, qualche accenno di struttura in cemento, e un oggetto che può ricordare un triangolo: il tutto indecifrabile come le spoglie della Tomba dei Giganti. Sotto quella frana, verso il mare, scorreva un fiume il cui percorso girava intorno al monte e scendeva al laghetto artificiale che fra poco vedremo.
L’architetto C., scenografo, ha radunato nel parco una sorta di bazar etnico stupefacente, accostando obelischi egiziani, templi greci, pagode cinesi, e tutto ciò che la sua balzana immaginazione gli suggeriva. La parte a monte del parco è abbandonata da secoli, e l’accesso fu proibito per un numero imprecisato di anni. Sì, è là che abbiamo appena visto La Tomba dei Giganti e I Giochi Meccanici. Lassù gli alberi sono crollati uno dopo l’altro, la zona è stata transennata, l’accesso, come dicevo, proibito.
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In quella nicchia potete vedere un velivolo di carta simile a quelli ideati da Leonardo; più avanti, lungo vico C., vedremo una grande loggia in rovina, finestre sfondate; sempre in Vico C., una delle case più antiche del centro storico con una serie di archetti in mattoni, la casa dei C.; sull’angolo un grande fiore di carta, polveroso, dentro un vaso oblungo, dentro una nicchia col cielo stellato, la base di ardesia, due teste di angeli sbriciolate ma con le piccole ali intatte, e un’apertura a livello del selciato, il cui accesso è proibito, uno scantinato sbarrato da catene e lucchetti, sigillato col catrame. In cima a questa salita di mattoni non c’è più il palazzo dove abitò il poeta ***. Le sferzate di vento carico di vernici che vi solleticano il naso e vi fanno tossire arrivano dai cantieri, superano le mura della C., le vecchie mura di C., infilano Scalinata C., corrono verso Piazza C., aggirano ogni svolta, piombano sui tetti. L’odore di vernici e ferro e bitume è caratteristico della città di C. una cartolina olfattiva come l’odore di uova marce nei giorni di calura umida detta maccaia.
La città fu bombardata a tappeto, ferocemente, dal mare. Una cronaca andata perduta, la cui copia abbreviata si trova negli archivi di palazzo C., descrive incendi ovunque, massacri, impotenza difensiva.
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Durante un altro conflitto una bomba penetrò nella cattedrale ma non esplose. Nacque il culto dell’obice inesploso per volontà divina: lo spazio sacro avrebbe annullato la carica mortale del proiettile che è esposto all’inizio della navata destra. Sono centinaia i fedeli che si recano a baciare l’obice nel giorno in cui neutralizzato cadde pacificato.
Un culto di fertilità è legato all’immagine di una Madonna con bambino custodita sempre nella cattedrale. Le donne sterili si recano a pregare la madonna e restano finalmente incinta. Ciascuna offre in voto un bavaglino. Alla colonna sui cui è affrescata la Madonna sono attaccati centinaia di bavaglini come l’albero di una nave decorato da bandierine.
La colonna non è lontana dall’ingresso: quando l’uscio resta aperto e soffia vento forte, i bavaglini oscillano, si scuotono, come volessero abbandonare la colonna e volare attraverso le navate, sugli altari, sopra i pulpiti, fino a raggiungere il vertice della cupola, le finestre, la luce, una possibile fuga.
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Il mio padrone ha ridotto al minimo le mie mansioni come le sue uscite; e non parlo delle uscite fuori dalla proprietà, ma delle uscite dal suo studio. Riceve raramente il suo amico e anfitrione della città di C., so che ha lasciato crescere barba e baffi, peraltro curati, vedo la sua posta, e lo vedo, poche volte, camminare in giardino.
Ormai lo osservo come osservo il passaggio di una nuvola o di un gabbiano. Sono stanco di aspettare il giorno in cui deciderà di abbandonare questo borgo marinaro che ha tentato di essere una città, questo ammasso di palazzi schiacciato dalla sua stessa storia, un’ombra fitta e millenaria, un’eco interminabile come gridare dentro una cattedrale altissima.
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Non servendo quasi più il mio padrone, avendo affidato la cura della nostra imbarcazione ad altri marinai, passo una parte delle mie giornate in una vineria, sotto i portici di Palazzo San ***, una mescita senza pretese che sbuca fra legni, calcinacci, botti sfondate. Sto quasi sempre in piedi sulla porta, bevo in mezzo ad altri di cui non conosco il nome ma di cui ho imparato presto a conoscere i volti, l’impronta dei volti. Sono anche loro impronte, come quelle nei muri, nelle pietre, come il marmo scavato per secoli da zoccoli di legno, incurvati come l’ardesia dei gradini. E il vino non è male, il passaggio dei carretti mi distrae, passano a centinaia con i carichi più diversi sistemati con grande perizia oppure barcollanti. Gli urli dei venditori mi esasperano, a volte. Le richieste di elemosina anche. Oggi, un mendicante mi ha scagliato contro una moneta mentre passavo in Via San ***. Lo incontro spesso: dorme sui gradini di una strada di mattoni un po’ nascosta, non lontano dalla chiesa di San ***, chiesa dalla facciata bianchissima sui cui gradini si apposta di giorno, rannicchiandosi in cima; a volte esplode in una risata beffarda e demente. È basso, il busto corto, come schiacciato, ha capelli lunghi e grigi e la barba sporca.
Una volta, mi hanno detto, si sdraiava davanti all’ingresso di una banca con i testicoli di fuori, li esibiva e sghignazzava.
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Guardando verso terra vedrete centinaia di laccetti colorati, sfilacciati, come braccialetti fuori uso; o lamelle lunghe circa venti centimetri, molto sottili, residui di cantieri, si suppone. E bulloni, viti, scaglie di ferro. Pezzi di legno minutissimi, quasi segatura addensata fra le commessure delle pietre, impigliata fra le maglie delle grate, stracci agganciati a filo spinato nei luoghi dove passò la guerra, indicazioni graffiate sui muri, avvisi, divieti, oggi una stella filante avvolta al piede di una statua si annoda per un capo a un lampione.
Qui di fronte sorgeva un famoso albergo; i nomi degli ospiti illustri sono incisi su una targa poco visibile all’inizio di Vico *** vico strettissimo, sempre in ombra, male illuminato. L’albergo ospitò, fra gli altri, l’inventore di un gigantesco animale bianco, l’artefice di una creatura costruita con i pezzi di altre creature, uno scrittore che non amava la città di C., e altri notabili.
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Accanto alla vineria martellano, demoliscono, gridano ordini, spostano scale, assi, pulegge, carriole. L’architetto *** sta ristrutturando Palazzo San ***, svuota il porticato. I colpi fanno tremare pareti, pavimenti, tavoli, bicchieri. Il vino ondeggia nelle caraffe e sul banco c’è un dito di polvere. L’oste impreca.
Si sta fuori sotto l’arcata, oltre l’arcata, sulla strada fra il palazzo e Via di ***. Il fotografo ufficiale documenta l’opera di ristrutturazione e scatta una foto anche a noi avventori, accalcati davanti all’obiettivo. Osservo gli altri. Qualcuno si toglie il cappello come entrasse in chiesa o seguisse un corteo funebre. Assume anche un’espressione compunta. Sono tutti rigidi come ha chiesto il fotografo. “Fate finta di essere statue!” ha urlato. Qualche ragazzino si mette in posa, sporge il torace, uno gonfia le guance, uno, serissimo, come una sbarra stende un braccio verso il cielo.
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Sono a dieci metri l’uno dall’altro, quasi di fronte. In mezzo c’è una mattonata: Salita di S. M. ***. Uno è alto, magro, di pelle scura, mastica uno stuzzicadenti; non si capisce dove stia guardando, ha le pupille mobilissime, sembra guardare tutto e niente. Non ha più di trent’anni. Fra i due è raro che passi qualcuno. Più in alto, dove la salita svolta, sembra ci sia molta gente, perché arrivano voci chiassose, rumori come di una festa e d’improvviso vuoti, intervalli silenziosi, e poi ancora baccano, e tutto a folate imprevedibili.
Io sono seduto e osservo una torre che termina con una serie di piani ad archetti, archetti di mattoni. Una vera torre per civette, con ciuffi di erbacce agitate dal vento.
I due sono poco più in alto. Il giovane di pelle scura mette una mano in tasca e ne estrae un biglietto: lo guarda, lo capovolge, lo guarda ancora, lo stringe nel pugno, lentamente. Dietro ha una parete bianca macchiata di salnitro, i resti di un affresco che ha lasciato tracce di porpora, giallo, blu e quei toni inventati dal passare del tempo.
Lungo la mattonata sale un uomo anziano appoggiato a un bastone; sembra fare molta fatica, come se l’aria fosse troppo densa per lui. S’irrigidisce mentre passa in mezzo ai due, stringe le labbra, e fa una specie di scatto in avanti, accelera, per pochi metri. Deve aver trovato un punto meno resistente, un’aria più sottile, più adeguata alle sue forze. Così penso e sorrido, e guardo verso il basso l’acciottolato su cui poggio i piedi: forme tonde, verde scuro, pietre di fiume, probabilmente.
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Solo nella città di C. vedrete pezzi di balconate murati in orizzontale, colonne di balaustre come inserti piantati nelle pareti, incastri bianchissimi, forme neoclassiche di provenienza incerta, spostate non si sa da dove, murate non si sa perché, né quando. Orizzontali; ad altezza d’uomo e anche più in basso, in sequenza, come una segnaletica, lungo le pareti di un vicolo che si schiaccia contro le case di Piazzetta dei ***, piazzetta lurida, le finestre con le imposte pencolanti, imbrattata, cupa, sozza di merda di piccione. Non c’è intonaco che non sia scrostato, spaccato, pareti come manifesti scollati, appesi nel vuoto.
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Dietro queste sbarre altissime vedete i resti della chiesa di S. M. ***, in parte restaurata. Senza copertura centrale entrano aria, pioggia, sole, uccelli, polvere, foglie, carta, pulviscoli. Quasi un tempio pagano.
Oggi vediamo un gigantesco cavallo di cartapesta monocromo. Faceva parte di uno spettacolo sulla guerra di Troia che andò in scena nel *** al teatro del ***.
Fra qualche giorno sarà chiazzato di escrementi, sarà un trespolo per gabbiani, piccioni e altri volatili; lo consumeranno il vento, la pioggia, il sole, lo mangerà il salino. Torneremo a vederne i resti.
*
Ho fatto un sogno convulso, come in preda alla febbre. Camminavo da parecchi giorni eppure non ero stanco. Avevo visto molti paesaggi diversi, animali bizzarri, costruzioni strane, mezzi di trasporto inusuali, avevo sentito lingue, musiche incomprensibili, visto luci dai colori fantastici. Una voce afferma: “tu non hai mai camminato, era il mondo esterno a scorrere. Per questo non sei stanco.”
Poi mi ritrovavo in Piazza C., dove la giostra girava a velocità vertiginosa e intorno alla giostra ridevano uomini e donne indicando i loro bambini che urlavano, impazziti di paura, dentro la giostra, aggrappati ai cavalli, ai personaggi di Disney. Ogni tanto qualcuno raccoglieva un pezzo di giostra e gridava: Te lo tengo io! Ti tengo un occhio di Bambi! A dopo!
Poi qualcuno fumava tantissimo, gonfiandosi a ogni boccata, si espandeva sulla piazza tremolando, traboccando sui gradini, come un cartone animato. Era una palla vischiosa. Io correvo cercando di scansare quella lenta marea che si era allargata per un raggio considerevole.
Intanto il mio padrone scalava la statua di ***. Arrivato in cima si era messo a demolirla a colpi di piccone. Urlava che l’armatore mandava le navi a picco per riscuotere l’assicurazione facendo annegare quasi tutto l’equipaggio tranne i complici, gli ufficiali, e pochi altri. Meritava di crollare, di affondare nella sua polvere, di soffocare nei suoi pezzi, di provare l’orrore del naufragio.
Adesso il mio padrone era immobile, la faccia striata dagli escrementi dei gabbiani. Era altissimo, più alto della statua che aveva demolito, un po’ curvo, lo sguardo severo, il naso aquilino, le fedine lunghe, la mano appoggiata su un tavolino a tre piedi. Sembra davvero la statua che c’era prima, dice uno. Anche la posa è identica. Non è cambiato granché. Chissà se la gireranno a sud, a ovest, a nord, a est.
Io lo metterei a guardare i palazzi, schiena al mare, dice un altro. Poi qualcuno si metteva a fare ginnastica saltellando con un cartoccio in mano da cui traboccava uno strano liquido scuro. Mi accorgevo che erano molti a saltellare col cartoccio in mano, e ridevano tutti di una risata idiota e sinistra, succhiando fette di limone.
Poi cercavo un cartello, un’indicazione per tornare a casa. Pensavo: “in fondo non è affar mio. Le giostre girano, i bambini gridano, la gente fa ginnastica; e le statue crollano. Che c’è di strano? Succede da sempre e quindi…”
Ricordo che accadevano altre cose ma era tutto mischiato e velocissimo. Mi è rimasto impresso uno che prendeva a calci l’aria e sembrava divertirsi un mondo.
*
Il brusio delle ruote fasciate di stoffa, il grido di un cocchiere, lo schiocco di una frusta; mi scanso, tutti si fanno da parte, la carrozza lunga, nera, con scritte dorate indecifrabili, i cavalli bardati di nero, attraversa Piazza ***, lenta, cadenzata. Tutti si tolgono il cappello, le donne abbracciano i figli, i bottegai stanno immobili nella penombra, tutti sono silenziosi, riverenti, raccolti, nessuno piange. Il putto in cima alla fontana non getta più acqua. La carrozza compie una mezza curva, rallenta, sembra quasi immobile. Accosta il muro di Palazzo ***, la cui facciata è adorna di angeli enormi, trombe enormi, stucchi e dorature spesse, grossolane. Accosta il grande, alto portone a due ante chiodate simile a uno strumento di tortura. Qualcuno scende ma nessuno vede. Chi scende si ritrova di colpo dentro l’atrio di Palazzo ***. Nel silenzio generale un fruscio ripetuto, il gemito di un’asse della carrozza, il tintinnio debole di un campanello arriva da una finestra del secondo piano spalancata ma protetta da tende massicce, rosse, come un muro di mattoni spesso e ondulato.
Chi solleva quelle cortine? Quale vento può spostarle?
La carrozza sembra piegarsi su un lato, il predellino tocca quasi il selciato, il cocchiere annaspa, tutto il telaio trema. Solo i cavalli restano impassibili, alteri.
Dialogo tra l’ambasciatore nazista Abetz e Picasso davanti a Guernica (1937).
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Nel 2023 il Castello di Rivoli ha dedicato una grande mostra al tema “Arte e guerra”, con più di 140 opere di artisti internazionali che hanno interpretato gli orrori della guerra, da Goya fino ai contemporanei. Non comparivva però ancora in questo tragico affresco l’Intelligenza Artificiale (IA) con i suoi software di applicazione bellica e di nuove armate di droni e robot combattenti, ultimo approdo di una Cyberwar in atto da tempo. Come è accaduto per tutte le grandi innovazioni tecnologiche, la creazione e la diffusione dell’IA è stata salutata e celebrata (in questi tempi con particolare enfasi) come una svolta della civiltà umana, l’apertura di una nuova stagione di progresso economico, produttivo, sociale e culturale. Il problema però è sempre lo stesso: quale uso l’essere umano sarà capace o sceglierà di farne?
[…]
Qualcuno ha parlato, a proposito dell’uso indiscriminato dell’IA in ambito bellico, soprattutto quando sono coinvolte popolazioni civili inermi, di uno sterminio programmato che evoca una nuova forma artificiale di “banalità del male” (per citare la famosa definizione di Hannah Arendt in relazione agli imputati nazisti del processo di Norimberga, quando tentarono di discolparsi dal genocidio degli ebrei dichiarandosi meri esecutori di ordini). Attribuire in futuro crimini di guerra all’IA non dispenserà gli esseri umani dalla loro responsabilità. L’arte, come ha fatto Picasso con il suo capolavoro Guernica, oppure Kubrick con il film Il Dottor Stranamore, dovrebbe rispondere in due modi, pacifici ma determinati, all’uso dell’innovazione tecnologica per la (auto)distruzione del genere umano. Denunciare gli orrori della guerra e dimostrare come la tecnologia possa essere non uno strumento più sofisticato di morte e sofferenza ma uno strumento di creatività, di immaginazione di un futuro più sostenibile, e di pace.
Siete arrivati. Ve lo hanno permesso. Quanti anni avete? Diciotto, diciannove, ventuno? Mi conforta sapere che siete qui, davanti me, e che quindi posso iniziare. Non c’è nulla di più bello che iniziare. Ogni volta che finite di leggere un libro, non vi respira dentro un demone sconsolato e insoddisfatto che vi costringe a iniziare ancora? Non sapete cosa. Restate attoniti a riascoltare il suono di un aggettivo, il ritmo di una frase; perdete di vista il discorso, vi immergete in suoni casuali, immaginate una certa musica. Bene. Non pensate di sbagliare ma, semmai, di fare un altro viaggio, dove sia naturale e indispensabile la bellezza. Quella bellezza, solo vostra, che non verrà mai messa a tacere. Un sopruso, un delitto, un crollo, la minerebbe. Ma lei si oppone perché così volete. Tutto è complesso (mente, fantasia, desideri, sogni, progetti), ma quando non vi arrendete a qualcosa di prevedibile diventa semplice, come acqua che scorre. Per essere semplici dovete sapere cosa potete e quando potrete. Poi sarete liberi di spiccare il volo verso il mondo che volete.
Certo, questa lezione vi arriva da un docente che parla dentro un edificio semicrollato. Ma come docente non sono vincolato a nessuna materia e, se questa casa è pericolante e piena di crepe, io e voi sappiamo perfettamente perché. Ma non dobbiamo parlarne ora: questo è un altro argomento. Oggi, si tratta di vedere come funziona, oltre ogni artificio, la libertà della psiche.
Il governo ha deciso che questa lezione sia possibile. E qui, nell’aula, non ci sono microfoni. Non hanno avuto tempo di organizzare controlli: tutto va di fretta, con la solita incuria, anche il potere. Noi entriamo in questa pausa, dove neppure si accorgono di noi. In ogni pausa c’è libertà, sempre, e salvezza, dentro un universo molteplice, non definito dall’intelligenza, sospeso fra prosa e poesia. Vi ricordo che siamo qui, per una lezione di vento, in un luogo estremo che avrebbe dovuto crollare.
Ogni sapere che noi pensiamo è dentro di noi. L’immagine che si forma adesso nei nostri occhi potrebbe esistere anche senza di noi ma ci attraversa proprio in quel momento: noi siamo come quelli che, affacciati a una finestra, vedono il lampo e lo trascrivono come possono. Innumerevoli sono i lampi, innumerevoli i racconti del messaggero che ha assistito all’evento o di tutti i messaggeri che hanno assistito all’evento. Il lampo esiste, certo, senza di loro, ma si racconta attraverso di loro. Noi tutti siamo le voci diverse di un unico racconto. E oggi questo racconto è aperto e possibile: siamo noi i portatori sani di questo possibile. Tutto è visione che non si appaga nell’essere capita: mistero senza enigma, fonte di meraviglia e di domande. Noi però vogliamo capire: vediamo non solo con gli occhi ma con tutto il corpo, con la speranza che domani nessuno ci riconsegnerà al mondo delle cose normali e ci lascerà vivere il nostro giusto delirio. Nessun paesaggio appartiene all’uomo se prima non lo ha calato nei luoghi della sua mente. In quei luoghi, dove parlare di inferno o di paradiso significa fare giochi di parole, niente può definirsi o astratto o figurativo. Tutto è un fluire di forme, e queste forme hanno un solo privilegio: non essere né rigide né curve né significative né bizzarre. In quei luoghi, immuni da ogni artificio, ci può essere accordo o disaccordo, macchia e figura, immagine e buio. Tutto diventa realmente possibile.
Queste non saranno lezioni di estetica, come immaginate, ma di libertà. Io non sono un filosofo ma uno psichiatra. Uno psichiatra, cosa insegna? La scienza discontinua e infelice della libertà. Ha il compito di vedere, nella voce, nei gesti dell’altro, che cosa lo abbia ferito in quel punto esatto. Si accanisce a cercare il vero in ogni persona, e non sono fondamentali le parole che l’altro dice ma il modo in cui le dice o le tace. Quelle mi hanno permesso di essere qui a parlarvi: chi ci comanda sa che io non istigo, non provoco, non faccio politica attiva: mi limito a osservazioni inattuali. Ma voi, di queste osservazioni, fate armi. La vera arma è sentire la possibilità dell’aria nel tessuto delle cose. Non si può nulla, senza aria. Ti avvolge, comune a tutti: ma per ognuno c’è la sua aria, nel tempo in cui vive la possiede e, quando sparirà dal mondo, la lascerà ad altri, traforata dai suoi segni. Qualcuno li vedrà, forse. Qualcuno no. Il destino è destino. Però è indegno non avere speranza, non credere allo gnomo, al folletto, al fascino, al fantasma: al duende. Ricordate che chiunque muove le mani su qualche superficie, foglio o muro o terra che sia, chiunque agita le dita cercando forme, lo fa perché cerca, nel suo tatto, la nostra metamorfosi. La materia non è mai quel numero esatto di protoni ma l’energia che li rende pulviscolo vibrante. Ecco, in sintesi, la mia lezione di vento (M.E.).
Alfonso Guida scrive La farragine (La casa del libro, Taranto 2024) come scrive ogni suo libro: in uno stato di “dettatura” sonnambolica che accoglie/rifrange l’io reale, le cose reali, gli spazi della visione. “Ciò che sono non può essere parlato/ per intero. Non posso farne voce”. Guida, con una scrittura secca, dura, antilirica, da “deportato” dell’esistenza, scava la disperazione di un’epica minore, dedicata alle vittime. Il libro è suddiviso in sei sezioni: Dio Deserto Eredità; Ricadute; Introspezioni Retrospezioni Fantasie; Poetalia; Conditio, consecutio; Dati Matricolari. La “farragine” non è, come vorrebbe l’etimologia della parola, un “miscuglio” ma piuttosto una galleria di frammenti descrittivi, dove il mondo vegetale, minerale, umano, è una moltitudine pervasa dal male: “… sei tutti gli uomini che ho amato,/ nel tuo volto un rovescio di ere, un cambio/ di città, una radice multiforme”. Non si ha mai la percezione di leggere un libro scritto in versi perché Guida resiste a ogni musica consolatoria, a ogni cantilena ritmica. Non è lui, ad adattarsi al canto delle parole: è piuttosto il suono delle parole a disossare i suoi timbri e le sue risonanze per diventare fedele autobiografia del poeta e sigillare il suo dolore di scorticato testimone in racconti, riflessioni, parabole, vite, riti, ricordi. “Perdo il pensiero, perdo il filo, arranco,/ slegato. So che sto al vertice inverso/ del corpo sociale. Occupo uno spazio minuto della coda. Sono nato/ per ultimare un accento, un ritratto”. Riassumere La farragine è impossibile: occorre che il lettore si inoltri da solo, leggendo, nella spinosa foresta del libro per scoprirsi ospite vivo-e-morto di un universo polifonico e allucinato, da cui non ricaverà le “sorti magnifiche e progressive” dell’umano e ignorerà più di prima il mistero, tastando questa poesia rocciosa, rupestre, visionaria. “La pioggia è questo blu artico.// Sta qui, accanto. È un tamburo/ la veranda di formica. / Nera di un nero Goya,/ di un nero che trapassa/ la testa, il lume pallido/ della mente, le mitrie,/ le campane dell’orto”. Guida narra sempre, ma narra per enigmi, soprassalti, cortocircuiti, all’interno di una disseminazione verbale che, nel suo eccesso, crepa le strutture del mondo e dell’io, rivelando la vita per quello che è: un carcere di pietra. “A che serve la polvere, il sangue che si addensa in graffio,/ le immagini in cui sprofondi dormendo? L’enigma/ si è rotto. Ora guardi un mistero inservibile, invernale,/ lo scheletro di calce a cui ogni fantasma si è ridotto,/ tendi a diminuire i sopralluoghi e ogni frazione/ del cervello reagisce come può, allargando le raffiche/ tese della paralisi”. Occorre, come sempre, essere vigile sentinella della propria follia, annotare e tradurre, appesi ai propri sogni, sopportare le lunghe ore di pioggia, il gioco della luce e della morte, perché “Non esiste un silenzio sereno. Non c’è un cielo muto” e occorre restare calmi, stringendo i propri quaderni, evitando che il dolore si incunei ancora di più nella mente e nel corpo, intollerabile. “…Devi valutare i baratri./ Lo so che stai facendo un resoconto/ di incubi e che ti affacci, ma ti ritrai,/ come quella volta a casa mia, a picco/ sull’abisso…” (M.E.)
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Antologia di testi
1996
L’anno in cui la brutta fine urtò il bulbo
della peste e il balcone della morte
per aria. Io scrivevo, seduto, nudo,
nella vecchia legnaia dell’estate.
Ero molto disperato e parlavo
di donne morte oppresse dalla cenere,
di un vento azzurro che bagnava lo Jonio.
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1981
Cominciò presto e non ebbe mai fine
la mia sensazione di emarginato
dal mondo e dalla vita. Calamita
che attrae il paradosso del suo contrario.
Gridando il proprio senso di sconfitta,
non si ottiene mai nessuna giustizia,
ma si diventa preda dei proiettili
del disprezzo. È per questo che le vittime
tendono sempre più all’affondo, al moto
di affossamento, all’inabissamento
costante, inesorabile. È tragedia
l’assenza totale di redenzione.
L’ostaggio sprofonda nell’occhio cieco
del crimine e del pozzo di Alfredino.
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Ti lascio entrare perché io non distinguo.
Mi ometto come parte del discorso.
Non ho più soldi per pagare chi amo.
L’orlo è vuoto ed è vano che io sia vivo.
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Sfido il pavimento che ammucchio dentro.
Le montagne si angustiano negli occhi.
Getto un chiodo nel baratro, un rosario
nel vuoto per sentire come brulica
quel senso di perla dell’abbandono.
Per sentire il rumore delle cose
che strisciano. Mi oppongo all’illusione
di non essere solo. Questo forse
vuol dire creare me stesso, credermi
figlio, senza soluzione o riscatto.
Sfilano, statue mutilate, i versi.
**
Prima di ricominciare, rifletto.
Mi avvicino ai nodi del mondo inverso.
Tesso, conforme alle corrispondenze,
le armonie elementari del pensiero.
La mia paura è un groviglio di strade.
La ferita della terra di Craco
mi spacca in due il torace, mi apre il cuore.
Quando rifletto, esamino i fantasmi.
Mi perdo nelle messi dei crepacci,
dentro e fuori, metà uomo metà muro.
L’ombra sei tu vuoto, di solo buio.
**
Ciò che sono non può essere parlato,
per intero. Non posso farne voce.
Mi volto in due parole tra colonne
mentali e mute di deportazione.
C’è una felicità di cani che unge
le mani impietrite dei vecchi. Piove.
Sta per piovere forte. Si è ingrigito,
tra le malve dei tuguri, lo sguardo
dei bambini che urlano bekos: pane.
Nel grigio scalcinato delle foglie,
stanco, mi slaccio le scarpe, cammino.
**
Ti sei smarrito in un vicolo cieco,
la notte di San Biagio, nel ritratto
di un cavaliere mutilato. Hai chiuso
nei vetri di un negozio quel disordine
di ombre esterrefatte che ti bloccava
le caviglie, hai tentato una strategica
mossa di liberazione. Sfollando
di te le urne e lasciando s’indurisse
la cenere, il cianuro è entrato a chiazze
nell’idea di principio e paradiso
che fissavi, combattuto, compatto.
Ti sei smarrito in un vicolo cieco,
la notte di S. Biagio, in un ritratto.
**
Il silenzio
Le labbra calme,
le labbra addormentate,
l’indice che sigilla.
**
Ero balordo, non sapevo di me.
Quando l’io non è l’io, in fretta, ti smascherano.
Eppure avevo bisogno di specchi
perché non ero. Ogni appoggio un feticcio
di me, ogni indizio, una frazione. Pochi,
nessuno lo capì. Ora ho superato
le scale e sono nudo, vedi, sono
completamente nudo. Coi vostri abiti,
potei dire, ho tentato, vi ho uguagliato,
ma è stato un fallimento. Stanco, ho scelto
me stesso. Ho un volto che si specchia poco.
Quando accade, ritiro il mio riflesso.
***
*Alfonso Guida, La farragine, La casa del libro, “Collana di poesia Due Mari” diretta da Barbara Gorlan, Taranto 2024.