DITTICI. FILOSOFI TRA PAROLE E IMMAGINI. Giuseppe Zuccarino

Dittici. Filosofi tra parole e immagini, Milano-Udine, Mimesis, 2023.

INDICE

Benjamin e l’Angelus Novus di Klee

Le lacrime del faraone

Dall’incrinatura alla creazione

Macchine letterarie. Kafka riletto da Deleuze e Guattari

Foucault e il grammatico fantastico

Linee, luci, colori

Il luogo ateologico della poesia

Agamben e la Musa della filosofia

Indagini su un poliedro

Danzare con le immagini

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Dalla quarta di copertina

Il libro comprende cinque dittici, ossia coppie di saggi, relativi ad altrettanti filosofi: Benjamin, Deleuze, Foucault, Agamben, Didi-Huberman. L’indagine verte in particolare sul rapporto che essi hanno instaurato con la letteratura e le arti visive. Per quanto riguarda quest’ultimo campo, vediamo Benjamin ispirato da un quadro di Klee, Foucault affascinato dalle opere di Manet, Didi-Huberman alle prese con una scultura di Giacometti. Ma i testi letterari non sono meno attrattivi per i filosofi: ecco dunque Deleuze che, assieme a Guattari, legge le opere di Kafka, Foucault che indaga su quelle di Brisset, Agamben che interroga gli scritti di Mallarmé. Più in generale, a essere in causa è il nesso tra linguaggio filosofico e immagini (intese sia come opere d’arte visiva, sia come figure evocate solo tramite le parole). Ad accomunare i pensatori in questione, infatti, c’è l’idea che la filosofia non costituisca un ambito separato, chiuso su se stesso, ma sia parte integrante di una cultura e di una storia ben più vaste e multiformi.

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Dal saggio Dall’incrinatura alla creazione

…Si può dire pertanto che aver subìto una certa incrinatura a livello psichico, o comunque l’aver fatto esperienza di qualcosa che destabilizza il soggetto percipiente, sottoponendolo a un eccesso di dolore (o magari di gioia), se può in certi casi indebolirne le difese, così da indurle a cedere a pulsioni mortifere, in altri e più fortunati casi può conferirgli delle capacità di pensiero e di creazione che in precedenza erano per lui inaccessibili….

[…]

Occorre dunque saper trasformare l’incrinatura iniziale in una creativa linea di fuga, ma occorre anche, mentre si è impegnati a tracciare tale linea, imparare a conoscere “i pericoli che vi si corrono, la pazienza e le precauzioni che bisogna impiegare, le correzioni che bisogna apportare di continuo”1. Solo così, secondo Deleuze, l’atto di creazione giungerà a buon fine, e il pensatore o lo scrittore potranno dire di essere riusciti ad esprimere la potenza, nel contempo terribile ed esaltante, della vita.

1Gilles Deleuze, Claire Parnet, Dialogues, 1980.

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Giuseppe Zuccarino è critico e traduttore. Ha pubblicato numerosi volumi saggistici, i più recenti dei quali, editi da Mimesis, sono: Il farsi della scrittura (2012), Prospezioni. Foucault e Derrida (2016), Immagini sfuggenti. Saggi su Blanchot (2018), Interscambi. Filosofia, letteratura, pittura (2019), Sacrifici e simulacri. Bataille, Klossowski (2021), Forme della singolarità. Da Michaux a Quignard (2022). Ha tradotto tra l’altro opere di Bataille, Klossowski, Blanchot, Caillois e Barthes.

PER “RAREFAZIONI”. Gisella Genna

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Un libro come Rarefazioni (Italic PeQuod, 2023) di Gisella Genna, induce a una riflessione che già Elio Grasso propone nelle pagine introduttive. Questa “rarefazione” non è un simbolo di fragilità o di dissolvimento: è una via che esige il suo senso. «Ogni lettera si trasforma in figura che vale la pena offrire al lettore, l’oggettività è ancora presente, tanto che “rarefazione” non è un tragitto verso l’inconsistenza, ma il farsi largo fra l’inutilità imperante» (Elio Grasso). La voce del poeta è precisa come uno stacco musicale che si imprime nella memoria del lettore: «È linea di confine il larice – / il contorno cade, nell’estate / singolare, declina il suono / in rovescio di laghi. / Accade nel bosco la pazienza, / pietas nel pensare / cosa sono dunque gli uomini». Ogni poeta ha la precisa sensazione di abitare in una comunità dove ogni abitante rappresenta il dolore della caducità terrena nella sua versione, cercando parole che vivranno oltre la sua morte, trascrivendole su fogli di carta, su terreni sabbiosi, dentro lo schermo del computer. Siamo di fronte a un “atto di resistenza”, come suggerisce Gilles Deleuze. La resistenza è l’atto in cui la vita si oppone al “destino della vita”, che è quello di perire, e racconta l’insopportabile assenza della morte con parole che non vogliono mancare ma restare eterne. È un’eternità che non assume mai il valore del monumento egoico o della fede ultraterrena ma celebra, laicamente, lo sparire dell’uomo da questo pianeta, una sparizione fatta di segnali che ne parlano, un morire composto di segni che restano – uniche, sole, determinanti consolazioni. Il dolore della fine viene evocato da parole che, descrivendolo, lottano contro qualsiasi idea di fine, creando e ricreando l’illusione della presenza. «Mi tieni nella direzione / – frontiera alta della negazione – / all’alba nei campi vagante, / dominio dell’assente». Ogni poeta condivide lo stesso destino: circoscrivere la sua illusione di esistenza dentro uno schema di parole, opponendo alla disillusione del dissolvimento le tracce inequivocabili di quella presenza, il suo lavorare con ostinazione ossessiva a questo tema. Come osserva Danilo Kiš: «E tutto ciò che sopravvive al nulla è una piccola, vana vittoria sull’eternità del nulla». Ma il poeta, augurandosi una precaria immortalità, è sempre insoddisfatto di quello che fa, travolto dal costante lavorìo sotterraneo dell’”essere” delle parole contro il “divenire” della vita che muore. Se ogni poeta cerca la sua voce, per individuarsi dal nulla, la sua voce, necessariamente, deve sottrarsi alla cifra dell’individuazione perché “tormentata dall’infinito”, come Il Bardamu celiniano del Viaggio al termine della notte: «L’affondo del reale, il nostro freddo / – la parola si fa marginale, / sfioramento senza peso dei corpi. / Resa del tronco spezzato / nell’aria di gennaio – / se solo riuscissimo a credere». L’intimità di questa poesia è un felice slancio ascensionale che convive con una vertiginosa familiarità, dove anche l’incontro amoroso, rifranto nello specchio, è una tenue scena onirica: «Ti aspetto sul ponte mentre la gente avanza / freneticamente nei boulevard. Torno sempre / nello stesso albergo – le stanze occupate / insieme a un tu diverso. / Nello specchio del museo Rodin / eravamo in due».

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Antologia

Ripetere infinitamente il lancio

adagio, adagio

su dune di un paesaggio anteriore

– posare sguardi d’agata nel sole

bianco d’Itria.

*

Siamo corpo nell’ascolto,

una sola eco.

Scenda come divinazione,

scorra fluviale luce. Luce.

*

Linee dello sguardo –

cantando l’eco dei ricordi

essere più in là, lievemente,

in adamantino esserci.

*

Dalle alture scarne in Ladakh

spogliarsi è l’ultimo cammino, I

Ishvara nome divino,

sole che governa la mente.

*

Continuo a vedere le finestre in cortile riflesse nella mia, le tende scolorite dal sole e qualche

pianta di aromi sui davanzali. In viaggio verso casa sfilavano le abitazioni dei paesi di

provincia. Gli indumenti messi ad asciugare, svuotati della presenza. Mi sono stesa dall’altro

lato del letto e ho guardato quello che vedevi tu. Ho guardato con i tuoi occhi.

*

Ti aspetto sul ponte mentre la gente avanza freneticamente nei boulevard. Torno sempre

nello stesso albergo – le stanze occupate insieme a un tu diverso. Nello specchio del museo Rodin

eravamo in due.

*

Gli anni addensati. Una porzione di sfera che pare scivolata via nel cosmo antico. Non abito

più qui, dove il ricordo sfugge ed era luce da un solo lato, né bianco né oscuro: lontano.

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Gisella Genna è nata nel 1973 a Milano, dove vive e lavora. Giornalista e docente, si occupa di moda. A marzo 2020 è uscita per “Interno Poesia” la sua prima raccolta in versi Quarta stella. Si sono occupati della sua poesia blog letterari e riviste cartacee e online tra cui: “La Lettura – Corriere della Sera”, “Repubblica”, “Atelier”, “La dimora del tempo sospeso”, “Carteggi Letterari”, “Il Rifugio dell’Ircocervo”, “Rai Poesia”, “Inverso”, e altri.

Gisella Genna

PER UNA MOSTRA FUTURA. Gustavo Giacosa

Léon Ferrari

Maurizio Fontanelli

Pascal Leyder

Riccardo Sevieri

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Scritture erranti è un nuovo tassello del progetto di ricerca dedicato a indagare gli aspetti plastici della scrittura nel mondo dell’arte, iniziato da Gustavo Giacosa nel 2010. Questa ricerca, portata avanti con la complicità del compositore Fausto Ferraiuolo, ha dato vita a diverse mostre: “Noi quelli della parola che sempre cammina” a Genova nel 2010, “Paroles en marche” a Tolone nel 2016 e “Parole in cammino” a Roma nel 2022.

Nel tempo, questo vasto argomento è diventato uno dei temi che strutturano la collezione di art brut e arte contemporanea di Giacosa e Ferraiuolo. Questa collezione è vissuta come uno spazio di riflessione e di esplorazione, che ispira le creazioni di SIC 12, la piattaforma multidisciplinare che hanno creato a Aix-en-Provence nel 2012. Scritture erranti presenta una selezione di opere della loro collezione insieme a “Il libro delle domande”, un’installazione audiovisiva realizzata presso La Maison de Gardanne con la partecipazione di pazienti, famiglie e di tutto l’équipe di questo centro di cure palliative.

Le parole in libertà evocate nel titolo danno origine a una forma di scrittura che sfugge alle leggi predefinite dell’ortografia. Artisti di epoche diverse sono stati affascinati da questi dirottamenti dei codici della scrittura.

In Scritture erranti troviamo autori dell’Art Brut per i quali scrivere disegnando è una necessità imperiosa. Senza gerarchie o preoccupazioni di categorie estetiche, le loro opere si affiancano a lavori di artisti contemporanei, incisioni e vecchi documenti in un gioioso flusso di scrittura. Nel corso dei secoli, la scrittura che libera il disegno o il disegno che libera la scrittura è stata una preoccupazione ricorrente. Proclamata sui muri delle città o chiusa nelle pagine di un quaderno, l’urgenza di liberare la parola da ogni ingiunzione è intimamente legata ai percorsi di vita di questi autori. Come afferma Michel Thévoz nel suo libro Les écrits bruts. Le langage de la rupture: “Non scriviamo solo per formulare idee (…) a volte scriviamo anche, e in un senso completamente diverso, per liberarci, per avventurarci al di fuori della sfera personale in uno spazio immaginario dove i poli del mittente e del destinatario dei messaggi si confondono”.

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Perché scrivere è riscrivere,

Perché fare una domanda è già trovare una risposta…

Concepito come un libro immaginario di domande, Il libro delle domande è stato costruito a partire degli incontri con pazienti, medici, famiglie, membri dell’équipe e volontari de La Maison de Gardanne e della Villa Izoï. Il progetto fa parte del programma “Riaprire il Mondo” sostenuto in Francia nel 2021dalla Direzione Regionale degli Affari Culturali della Regione Sud. Durante la loro residenza, Giacosa e Ferraiuolo si sono impegnati nella raccolta di domande e nell’organizzazione di laboratori di scrittura disegnata destinati ai pazienti dell’ospedale diurno. Una domanda porta ad un’altra. Dalle domande semplici della vita di ogni giorno a quelle più profonde che ognuno si rivolge nel corso della sua vita: un lavoro incentrato sull’ascolto dell’altro.

Nel 2022, i due artisti hanno continuato la loro residenza grazie al sostegno della Regione Sud, della D.R.A.C e dell’Agence Régionale de Santé Provence-Alpes-Côte d’Azur nell’ambito del programma Culture Santé Handicap et Dépendances. In nuovi incontri individuali, hanno registrato le voci di pazienti, operatori e familiari leggendo le domande che essi stessi avevano formulato in maniera anonima.

A partire da questo materiale, hanno creato un’installazione immersiva con la composizione di poesie sonore basate sulle registrazioni vocali, la cattura d’immagini silenziose come nuvole e paesaggi, e le musiche scritte da Ferraiuolo che rafforzano una sensazione di serenità. L’installazione è presentata in una stanza buia, dove le immagini sono proiettate su tre schermi a circondare lo spettatore.

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Écritures en errance est le nouveau volet d’un projet de recherche commencé en 2010 par Gustavo Giacosa autour des aspects plastiques de l’écriture dans le monde de l’art. Cette recherche poursuivie avec la complicité du compositeur Fausto Ferraiuolo a donné lieu à plusieurs expositions : Nous ceux de la parole toujours en marche à Gênes en 2010, Paroles en marche à Toulon en 2016 ou Parole in cammino à Rome en 2022.

Ce vaste sujet est devenu au fil du temps un des thèmes qui structure la collection d’art brut et d’art contemporain de Giacosa et Ferraiuolo. Celle-ci est vécue comme espace de réflexion et d’exploration inspirant les créations de SIC 12, la plateforme multidisciplinaire qu’ils ont créé à Aix-en-Provence en 2012. Écritures en errance présente une sélection d’œuvres de leur collection ainsi que « Le livre des questions », installation audiovisuelleréalisée à La Maison de Gardanneavec la participation des patients, des familles et de toute l’équipe de ce centre de soins palliatifs.

Ces paroles en liberté évoquées dans le titre donnent lieu à une écriture qui échappe aux lois prédéfinies de l’orthographe. Ces détournements des codes de l’écriture ont fasciné les artistes de différentes époques. Dans cette exposition nous retrouvons des auteurs d’Art Brut pour lesquels écrire en dessinant est une nécessité impérieuse. Sans hiérarchie ou souci des catégories, leurs œuvres côtoient celles d’artistes contemporains, des gravures et des documents anciens dans un joyeux flux scriptural. À travers des époques différentes l’écriture libérant le dessin ou le dessin libérant l’écriture est ainsi une préoccupation récurrente. Proclamés sur les murs des villes ou enfermés dans les pages d’un cahier, l’urgence de libérer la parole de toute injonction est intimement liée aux parcours de vie de ces auteurs. Car comme le formule Michel Thévoz dans son livre Les écrits bruts. Le langage de la rupture : “On n’écrit pas seulement pour formuler des idées (…) on écrit aussi parfois, et dans tout autre sens, pour s’affranchir de soi, pour s’aventurer hors de la sphère personnelle dans un espace imaginaire où se défont les pôles d’émetteur et de destinataires de messages“.

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Parce qu’écrire c’est réécrire,

Parce que poser la question, c’est y répondre…

Conçu comme un livre imaginaire de questions, Le livre des questions s’est constitué au fil des rencontres avec les patients, soignants, familles, membres de l’équipe et les bénévoles de La Maison de Gardanne et de la Villa Izoï.

Ce projet s’inscrit dans le cadre du dispositif “Rouvrir le Monde” soutenu par la DRAC Paca en 2021. Durant cette résidence Giacosa et Ferraiuolo ont engagé un travail de collecte de questions ainsi que des ateliers collectifs autour de l’écriture dessinée destinés aux patients fréquentant l’hôpital de jour. Des questions en déclenchaient de nouvelles. Questions anodines du quotidien ou celles plus profondes que chaque être humain se pose au cours de sa vie : un travail centré sur l’écoute de l’autre.

En 2022 les deux artistes ont poursuivi cette résidence grâce au soutien reçu par la Région, la DRAC et l’Agence Régionale de Santé Provence-Alpes-Côte d’Azur dans le cadre du programme Culture Santé Handicap et Dépendances

Lors de nouveaux rendez-vous individuels ils ont enregistré les voix des patients, soignants et familles lisant les questions que de manière anonyme eux-mêmes avaient formulé.

À partir de ce matériel ils ont réalisé une installation immersive : ils ont composé des poèmes sonores à partir des enregistrements de voix, ils ont capté des images silencieuses tels des nuages et des paysages, Ferraiuolo a composé une musique qui renforce la sensation d’apaisement. L’installation est présentée dans une salle obscure dont les images sont projetées sur trois écrans entourant le spectateur.

Scritture erranti. Écritures en errance

19/1/24-16/3/24, La Manufacture Aix-en-Provence

4/4/24-4/5/24, MLAC, museo laboratorio arte contemporanea, Università La Sapienza, Roma

Fausto Ferraiuolo e Gustavo Giacosa

PER “ANNI SOLARI”. Giovanni Stefano Savino

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Giovanni Stefano Savino

Anni solari XI

(Gazebo 2014)

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«Cammino più vicino al pavimento

Della casa di ieri. Non ho forza.

Ancora un giorno alla finestra, e scrivo,

e misuro le sillabe nel rigo

come da bimbo le prime parole,

e vivo in spazi chiusi, e faccio festa,

e sillaba battuta sulla coscia,

e col domani fantasia s’accorda

15 ottobre 2014»

«Posso ancora contare undici sillabe

e sulla carta, ad una ora del giorno

qualsiasi, collocarla e dire a bocca

chiusa:, è aperta la mente all’avventura

di un insieme di segni, scrivo e vivo.

Mi toglie il tempo i piedi, ma mi lascia

Le mani, e nella gabbia delle mani

Il mio sentire d’oggi tengo e serro.

15 ottobre 2014»

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Il journal intimo, il diario quotidiano di Giovanni Stefano Savino, giunge qui alla sua undicesima stazione. Lo scrittore si descrive nella sua casa sull’Arno, evoca ricordi, enumera dettagli dell’esistenza passata e presente. Usa come strumento un linguaggio piano e semplice, uno scorrevole endecasillabo dove ogni artificio è ridotto al minimo. Questa poesia lieve e feconda non insegue nessuna altra poetica se non quella di un limpido registrare cose ed emozioni di ogni giorno. Vuole tenere lontana la morte datando minuziosamente le sensazioni. Ne scaturisce il ritratto di un uomo che possiede sempre una sorprendente e sorgiva freschezza nel dire, che pratica la scrittura come un esercizio di interminabile giovinezza. Tutto quello che accade all’uomo Savino viene detto dal Savino poeta, ora dopo ora, scandendo un quotidiano che, nelle singole poesie, fa di ogni giorno un pacato ma potente atto vitale.

Fin qui, parla l’apparenza del testo. Ma, nella sostanza, leggere un diario “interminabile” (ogni volume è fra le settanta e le cento pagine circa), che sappiamo non chiudersi con la parola fine, è un’impresa chimerica, e dunque essenzialmente poetica, anche per il lettore. Non contano le singole poesie ma il disegno degli altri libri qui evocati e convocati, al punto che il poeta è sempre al centro del suo labirinto mentre scrive e scriverà ancora, come gli auguriamo, molti altri libri simili a questo, mentre noi ricordiamo quelli che lui ha scritto finora, infaticabilmente. Come afferma Nietzsche: «Ma questo non è un libro: che sarà mai / un libro! Bara e sudario! / Questa è una volontà, una promessa, / un ultimo tagliare i ponti, / Un vento dal mare, un levare l’àncora…».

Tutti i libri di Savino non sono né sudari né bare, né vogliono tagliare i ponti o levare l’ancora. Sono delle case. Delle stanze familiari. Dei terrazzi notturni. Sono la sua vista quotidiana alle cose. Il registro di una esperienza vitale dove la penna che scrive, giorno per giorno, scandisce la vita fisica del poeta che scrive e ricorda, che scriverà e ricorderà, fino all’ultimo respiro, lasciando che i versi scandiscano i suoi “anni solari”.

Nel volume che sfoglio a nota conclusa (Versi a bassa voce. Anni solari XII, Gazebo, 2015) colgo alcuni frammenti che voglio ancora annotare: «Parlo con le ombre, che mi sento accanto; / ed è un ricordare che mi lascia / dentro più solo, accerchiato al muro, // su cui è vano scrivere col gesso». Savino non può fermarsi, non può che annotare ogni attimo, perché ogni attimo è immortale nell’annunciare il silenzio futuro: «…ancora vivo, ancora scrivo. Mi raserà il tempo / e nulla rimarrà di me. Oggi sono, // oggi batto parole come chiodi». L’artigiano continuerà fino all’istante conclusivo, quando sarà il silenzio a rubargli la voce: «…Al non scritto verso lascio // l’ultimo grido, l’ultima battuta». (M.E.)

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Giovanni Stefano Savino (Firenze, 1920-2018). Per le edizioni Gazebo pubblica Anni solari (2002), Anni solari II (2004), Trialogo, con Gabriella Maleti e Mariella Bettarini (2006), Anni solari III (2007), Canto ad occhi chiusi, Anni solari V (2008), Versi col vento. Anni solari VI (2009), Lascito. Anni solari VII (2009), Le liquide ore. Anni solari VIII (2012). Versi d’attesa. Anni solari IX (2013), I gomiti sul tavolo. Anni solari X (2014), Versi col tempo. Anni solari XI (2016), Versi a bassa voce. Anni solari XII (2016).

LA CURA DEL SOFFIO. Alfonso Guida

Giovanbattista Piranesi, Carceri

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Non è un caso che si sia chiamato Libro dell’esperienza il libro di una donna, Angela da Foligno, che ha vissuto per tutta la sua vita in cella. Un memoriale tremendo che con i libri di viaggio non ha niente in comune perché il viaggio avviene tra le mura costrette a mutare continuamente in specchi per dare alimento alla mente, alla sua capacità immaginativa di saziare l’esigenza tutta terrena di un amore comune fatto di spasmi e di carne. Un amore che nasce e finisce nel cerchio di pochi metri quadri. L’esperienza del corpo assoggettato all’anima, capricciosa e desiderante; il corpo, rigido, quasi plasmabile, come il giorno della creazione, una carcassa d’argilla. Perciò ben venga la cura del soffio.

Io non distinguo tanto tra realtà e realismo e ritengo che il realismo sia tutto ciò che mi commuove come l’emozione. Amo Rembrandt accanto a Van Gogh e credo che l’oscuro sia solo un falso storico perché ogni oscuro è un fenomeno, un’apparizione che si interpone. Dico questo perché per me Rosselli e Celan, i due falsamente oscuri della storia poetica europea, sono oscuro solo perché il limite imposto all’uomo cioè al critico lo ha deciso. Ma io, nei dieci anni di malattia, ne ho varcato e penetrato l’opera come muri di fumo. Era la mia lingua, una lingua, sì, piena di angiporti e di vicoli ciechi, più uscita fuori da una fiaba dei Grimm o da una mente piranesiana che da una lineare opera letteraria, di quelle che trovi all’autogrill o che partecipano ai premi letterari risaputi. Amelia è dedalo, Celan è buio. Ma ci vuole tempo. Perché si possa imparare a orientarsi nel dedalo e a trovare un faro nel buio. Vai avanti e arrivi lontano. Perciò stamattina chiudevo quel racconto breve dicendo che sono uguale a quei bambini che vengono alla luce in mezzo ai naufragi. Nei monasteri certosini il monaco amanuense, addetto alla trascrizione meticolosa e fedelissima delle opere antiche, sui termini oscuri, che non pervenivano al limite della loro sapienza, ci facevano un segno nero che era un uncino capovolto e lo chiamavano “crifie” (dal latino medioevale cryphia, derivato dal greco κρύϕιος «oscuro, nascosto»). Io sono un laboratorio di esperimenti. Avviene quasi tutto in silenzio. Dovevo imparare questo dal manicomio: num silenzio vero, cioè ordinato, dove niente scodinzola e niente sbuffa. Avrò visto questa calma in sogno molto tempo fa quando. prima di addormentarmi, guardavo le rose di Santa Teresa e aspettavo il pifferaio magico.

(Settembre 2023)

FELICITA’

Una lettera apocrifa di Madame de Sevigné (1689).

Jan Vermeer, Donna che scrive una lettera

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Ecco, vedi, io lo rivendico tutto, il nostro essere noi, anche così, come è stato, come sarà o non sarà più, a strappi, a singulti, tra dolori stremanti e gioie brevissime, come un temporale di marzo, lo rivendico e lo difendo, minuto dopo minuto, anno dopo anno, è una follia, naturalmente, certi tuoi amici, il Cavaliere di Clérambault o il visconte di Dorcennes non saranno d’accordo con le mie opinioni, ma io lo tengo stretto dentro di me, il nostro essere noi, anche se è poco di quello che speravamo e non si avvicina all’idea che sognavamo, esiste, è sangue nostro, è qui e ora, è questa la nostra realtà, non possiamo farne a meno, oppure potremmo, ma a prezzo di una linfa vitale ridotta a zero, di baci freddi nel marmo o nell’aria, di sangue che stagna, potremmo sopravvivere al nostro desiderio come a un macigno da cui escono immagini da paradiso, e morire in vita. Potremmo anche fingere di non ricordare e dire che niente ha avuto valore, ma che vantaggio avrebbe? Conquistare maggiore dignità? Acquistare una bella austerità? Ottenere una buona pulizia della mente e lenire il dolore? Ma, se il legno è secco e non brucia più, non serve a nessuno, in questo autunno. Se non dà più nessuna scintilla è innocuo, non fa male, non devasta e non distrugge, ma è un rifiuto privo di senso, una cosa da buttare, qualcosa dove i nostri occhi e le nostre mani non sono mai esistiti.

E invece siamo esistiti, Henri. La felicità è inalienabile, anche se dura un battito di ciglia.

Il resto della vita, può esserci come non esserci. Pazienza.

Tua M.

CREATURALE. Cristiana Panella

« ogni volo/è un pazzo in fiamme ». una nota per « Non è mai notte non è mai giorno » di Francesca Serragnoli

inizio dalla fine, dall’ « ospedale dei guardati », « gli intubati di Dio ». « Lavare la bocca e uscire con in mano la sacchetta. Il carrello di notte. La pausa. Le ruote. Il neon. Li vedi sbirciando dai corridoi, alzare il collo come oche ». chi guarda e chi vede : chi spoglia cercando e chi riveste e non si cura di alcun ottenimento, scrive Isabella Bignozzi nell’introduzione. una torcia che affonda gentile nella vita che non si guarda. e succede che un miracolo per svista sia lasciato lì, a irrompere per inopportunità, nella grazia ruvida che accende i corridoi di linoleum e dissipa gli afrori fossili di cloroformio. ché un malato è un matto per scavo di incomunicazione. meglio il sonno. Francesca Serragnoli non conta ma scrive presente e tutto presente, creaturale. tutto esposto, « campanellini, conchigliette, bicchieri », un’epifania di soli nascosti che lei riconosce Dio. così onora il terriccio che orla le scarpe, chiamato a un incarico di eternità non ancora annunciato. così scorge i rivoli di lana che annodano gli aneliti sommessi da una bocca all’altra. Maria Lai l’avrebbe chiamata Tu, sorella, invitandola al desco del pane inciso d’oro dei poveri. al trono dei guardati Francesca Serragnoli arriva abbigliata dello sguardo da basso, dopo aver spurgato un amore suo in altre stanze di malattia, che è sempre per parola differita, parlando al Dio che pone « l’astro in terra » e fa carne del suo mistero. e alle pendici del salto restano i diamanti negletti, quel montarozzo di bene rovesciato ai piedi di chi non può contenerlo : « non essere niente/e del niente/essere il tronco cavo/del tuo splendore ». lo scialo regale di Cristina Campo. diluirsi, alla fine, nel « calice dell’aria »e dire « Io non so mai cosa dire. Scriverò questo sul muro del bagno », vicina a quell’Angela da Foligno che dice « Allora l’anima mia non poté capire se stessa ». le braccia ingombrate del nulla dell’amore increato, che non trova senso in un destinatario terrestre, che non opera azione situata, ma, nell’arsura sua, vive in opera, inattiva. « ogni volo/è un pazzo in fiamme/è la corsa nuda di una donna/inseguita dal fuoco ». la fiamma d’amor viva di Giovanni della Croce che chiede di rompere la trama mortale per compiere la divina unione. in sé, la radice sanscrita ‘div’, lo splendore, la stessa di ‘dio’. l’ineffabile martello. e allora, in tanto eccesso, da basso si incarica qualcuno : un amato, una madre, sconosciuti figli, mentre le acque del dono di chiarore sono già rotte. da qui, il passaggio all’amore degli umani è ineluttabilmente un monologo che investe il suo oggetto di un ruolo insostenibile, e più la parola scorre, più l’oggetto d’amore scompare, ucciso a giorno nel bianco di un habitus pacato di senzienza. al termine di una inesauribile onninominanza. in questa continua cucitura delle piaghe al cielo Francesca Serragnoli è guardiana della soglia. una mano racchiude le dita screpolate degli ultimi, l’altra, lei ultima, tesa verso quella lente concava di Dio in cui corpo e anima si baciano senza ombra.

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Cristiana Panella (Roma, 1968) è senior researcher in antropologia sociale e culturale. Vive e lavora in Belgio. Dopo gli studi universitari a Roma e a Parigi ha conseguito un dottorato in Scienze Sociali all’Università di Leiden, nei Paesi Bassi. Ha effettuato lunghi soggiorni di ricerca in Mali. Parallelamente alla ricerca scientifica ha collaborato per alcuni anni come editor e lettrice con la casa editrice di Bruxelles maelstrÖm ReEvolution. Suoi testi di poesia e prosa, note e traduzioni di poesia inedita francofona contemporanea figurano in diverse riviste italiane on-line. Già finalista al Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano nelle edizioni 2019 e 2021, ha vinto l’edizione 2022 per la sezione « prosa inedita » con un testo ispirato e dedicato a Dino Campana, « dalle segrete, canto », pubblicato per Anterem Edizioni (Piccola Biblioteca Anterem 2023).

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La poesia per sua natura “espone”, ma è necessario un equilibrio tra intensità del portato e grado di esposizione nella parola. Nei versi di Francesca Serragnoli c’è quel pudore che è sintomo di vera libertà morale di fronte agli spaventi del vivere. Che sia sortilegio erotico o arida sua mancanza, che sia il vetro del corpo che soffre in una corsia d’ospedale, tutto è immenso e puntiforme, acuminato di presenza. Modello di statura, di toccante umana semplicità, la parola di Francesca osa una bontà insolente, avventata nello splendore: con dura disciplina della gioia, la poetessa percorre la Fede sorridendo al temporale, e si staglia fragile d’immensità, libera di smisurata dolcezza.

(Dalla prefazione di Isabella Bignozzi)

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NON E’ MAI NOTTE NON E’ MAI GIORNO

Camera 1

Quegli occhi giustiziati prima di morire, occhi di Gioconda sola, esposta a nessuno, in bagno, dopo il dipinto, guarda l’assolata fronte accartocciare una lamiera.

L’angelo nano le fa le boccacce al petto, arriva lì, batte le mani, fa giravolte. Ma nel petto la bomba afferra la bambina nuda, scioglie la corsa. Essa è sale.

Pietà di Santa Maria della Vita. Si guardano: riposano l’una sulla schiena dell’altra.

Bocche aperte nei letti. Un nido vuoto, rumore di bacchetti. Dio mio. L’aria posa sui petti una zia argentata.

Consolami, consolami, allunga le braccia l’unico clochard che è la parola.

Le gambe tremano. Ho paura. Vorrei essere figlia di me, figlia. Avere intorno le manovre della culla, le manovre della fiaba. Occhi ridenti e fuggitivi.

Le gambe scendono dal letto, fingono di correre sui prati.

Camera 2

Nella stanza il tempo è quello dei disegni dei bambini, tutto è a matita.

L’aria è quella degli oggetti depositati su un foglio, quelli. Si parla di poco, i capelli lavati, le calze elastiche, a che ora si è digiunato, qualcuno apre e chiude sportelli semivuoti. Il tempo solitamente sosta in melanconici ragionamenti. Ora è radunato in piazza, come domenica mattina, come le mosche, in campagna, alle due. È un cantiere, non riesce a guardarlo fischiando.

Nello pesa 60 kg, a volte 62. Viene portato con ruote nuove di zecca, oliate. Il peso è tutto lì, nella cesta. Con il pedale bloccano il letto. Non sa dov’è. Corridoio 1, corridoio 2. Un fagotto, il camice, nudo.

Si aprono perfettamente le porte di ogni ascensore, si vergogna. Mi guardano. Nessuno saluta. Buongiorno come va? Non è un paese.

In un fiocco di silenzio entra nella prima stanza, fermato contro il muro. La gola è il nido dove tiene la vita. Di tutta la cucciolata, è rimasta solo lei.

L’uomo di fianco ha i baffi, lo sguardo rintanato, una larva opaca. Il chiacchiericcio, si ferma, gli zoccoli sembrano battere nella stessa mattonella, battono pentole, ma non è una cucina. Si guarda i piedi, la coperta, tiene le mani sotto la testa, poi le enormi lampade di gelido bianco. Il braccio spalancato, guardano la vena.

La preghiera è la carezza a un cane. Non capisce più dove stia la coda o la testa

L’INSONNIA DI HARUN. Lucetta Frisa

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L’insonnia è percorrere a grandi passi le terrazze di questo palazzo, tanto alto che posso parlare con gli astri: ma gli astri tacciono. Oppure inviano messaggi che né io e neppure tu, Astrologo, sappiamo leggere. Forse un giorno smetteremo di assillarli di domande. La mia testa, sul collo che la sostiene, è simile a una terrazza. Ma il mio corpo giace inerte su morbidi tappeti e i miei piedi, sebbene sia estate, sono freddi, quasi insensibili. Protetto dalle stanze ovattate di damaschi oppure quassù all’aperto dove lo spazio regna, io mi sento soffocare. La mente pullula di pensieri come il cielo di astri. Ma dimmi, Astrologo, anche lassù ci sarà questo tumulto che scuote le tempie? Guerre e amnistie di nuvole, che si formano e si disfano come domande? Se è vero che il ritmo naturale delle cose comprende pause come lunghi respiri, forse la mutevolezza è solo nostra e al cielo appartiene un unico ritmo: quello dell’armonia assoluta. Così dicono i sapienti o gli imbroglioni. Ma perché, per raggiungerla, bisogna morire? Io possiedo molte terre, palazzi splendenti e la città intera: tutto è ai miei piedi. Ma non riesco a dominare i pensieri, i sogni: mi sfuggono sempre come gli animali selvatici che si perdono nel deserto.

E non riesco a dormire…

E poiché l’anima tua è balzata nell’aria

per la tua dolce leggenda

anniéntati, allora, e come gli amanti

diventa fiaba, diventa fiaba…

Parlava con l’Astrologo o era solo? La ruota pazza dei pensieri girava e girava. Era solo la stanchezza la causa di quell’inquietudine? Forse il monotono ripetersi degli avvenimenti, tutto quanto lo raggiungeva attraverso gli emissari o le spie che drizzavano le orecchie ai sussurri dei ministri, e si mescolavano al popolo per riferirgli i suoi umori volubili; ma soprattutto era l’obbligo di rispettare gli stessi princìpi tramandati da leggi ammuffite e codici

immobili? Tutte cose udite e straudite sulla bocca di consiglieri, sapienti, sacerdoti. E lette e rilette nei libri.

– Getta via lo scettro dei tuoi pensieri, Harùn, come fai con me, quando ti abbandoni nelle mie braccia.

La voce di una donna, non ricordava quale tra letante: forse la più amata o la più saggia. Dalla terrazza più alta – dove si percepiva solo la massa oscura della città come l’ombra di una fiera accovacciata – l’occhio di Harùn aveva viaggiato lungo la mappa del cielo per più di mille volte: per più di mille volte la notte l’aveva catturato. La notte, il cui grembo accoglie gli estremi: la sfrenatezza dei sensi e la contemplazione mistica, e l’inizio e la fine di ogni cosa. Mille e una notte aveva trascorso con i suoi compagni inseparabili: l’astrologo calmo ed eloquente, il poeta che suonava il flauto sussurrando frammenti di un poema antichissimo di cui ogni poeta ometteva o aggiungeva strofe, mutandone di volta in volta il ritmo, ma non il senso; e infine, le favorite dalla pelle lunare, con la loro danza insinuante e flessuosa come la curva di una melodia:

Altre voci, altri flauti simulano eternamente

quel fuoco che si è morti se non si ode…

Da quella terrazza, Harùn, una notte, aveva cominciato a discendere. Perché il cielo gli era sembrato di colpo vuoto, seppure fitto di stelle, l’astrologo un cialtrone incanutito tra le sue favole, il poeta un abile giocoliere di parole, e le favorite, forme fredde di una stucchevole bellezza. L’insonnia si era fatta intollerabile, come la consapevolezza dolorosa di appartenere a un Mistero: il mistero del

fuoco. Ma lui, Harùn, si sentiva spento.

Oh, dato mi fosse nell’angusta prigione dell’Essere

trovare aperta una porta sull’ampio vuoto del Nulla…

Entrare di notte nei luoghi frequentati di giorno fu la sua prima avventura. La sala delle udienze, dove al mattino appariva in abiti d’oro per amministrare la giustizia, promulgare leggi, dare ascolto al Visir, luccicava al buio, silenziosa, dentro gli alti specchi: vuota, palpitava di infinite domande smascherando la vanità dei suoi orpelli; e la piccola sala segreta destinata agli emissari stranieri e ai suoi protetti, con le pareti di velluto che inghiottivano intrighi e confessioni di amici presunti o nemici dichiarati – quali segreti, in quell’ora di solitudine, poteva nascondere?

E poi più in là, la solenne scalinata, affacciata sulla corte, tutta di smalto arabescato dove al pomeriggio lui si mostrava a una folla immensa che rumoreggiava lamentosa, gesticolando, invocando il suo nome, alzando verso di lui il volto anonimo di folla anonima, e gli rivolgeva incomprensibili richieste.

I giardini perfetti e meravigliosi costellati di fontane lo attendevano alla sera per una tranquilla passeggiata. Oltre non si era mai spinto. Il palazzo, nella sua interezza, gli era sconosciuto. Scendeva le scale in silenzio: sprigionavano una strana malìa. Spiava negli appartamenti dei servi addormentati e nel serraglio delle favorite, giù giù fino alle cucine, alle stalle, alle cantine, alle prigioni. Tutta quella folla incalcolabile di gente e oggetti, appena intuibili alle fiamme tremanti delle candele o ai raggi della luna che penetravano gli angoli più remoti del palazzo… Dunque, tutto questo gli apparteneva, era suo. E per la prima volta entrava nel cerchio del suo sguardo e del suo cuore. Man mano che scendeva, l’aria si appesantiva, caricandosi di odori intensi, talvolta repellenti. Non c’erano solo i profumi dell’incenso e del sandalo delle stanze da letto, non c’era solo l’aria pura e sottile delle terrazze. Infine era uscito per strada, in abiti dimessi, ingannando la sorveglianza delle sentinelle. Camminava in fretta, in preda all’ansia. Lasciava alle spalle il suo palazzo addormentato, protetto dalle guardie, cintato da cancelli aguzzi come spade: e lui a piedi, solo, con calzature leggere, inadatte a quelle strade sventrate da frane sassose, scivolose, dove dormivano i poveri, i malati, gli storpi, i ciechi, i dementi, malamente avvolti nei loro stracci che si tenevano compagnia con i cani randagi, i muli stremati, sbarrando col loro corpo intorpidito la strada ai passanti. Ignorava la topografia della città. Le volte che l’aveva percorsa, nei brevi tratti consentiti dal protocollo di corte, era stato in portantina, a occhi socchiusi per il sole accecante e la polvere, tra la confusione e il malessere di uno spettacolo violento a cui non era abituato.

Si ferì dolorosamente i piedi, cadde più volte tra i rifiuti. Fece finta di nulla. Si rialzò. I rumori della città lo assalirono – un groviglio di suoni rochi e bisbiglianti, sguaiati e aspri, un ossessivo ronzio simile a un interminabile sottofondo a cui seguiva, di colpo, un silenzio tombale più minaccioso di qualsiasi rumore – poi tutte le voci notturne tornavano ad assediarlo: sibili acuti, nenie struggenti e lamentose, grida stridule, richiami di uccelli predatori, canti di prostitute, maledizioni di cammellieri ubriachi, urla di venditori ambulanti, salmodìe… Simili alla gente e agli oggetti del palazzo emersi dal buio con una forma e un nome, quei suoni uscivano prepotenti dal silenzio, reclamando ascolto.

Non poteva più sottrarsene, ora che udiva e vedeva. La notte detiene il mistero dell’assoluto e di ogni rivelazione. Non confonde, invita a distinguere. Non sfuma, invita a definire. Spiare dentro la notte: è questo il destino dell’uomo. Scoprire i destini altrui, estrarli dall’informe massa delle cose, dare loro, attraverso uno sguardo attento e amoroso, un corpo, una dignità, così come un poeta sceglie, una volta per tutte, dall’anonimato del dizionario, “quella” parola e non un’altra. Spiare nel buio indifferenziato per tentare di leggere, nel libro del mondo, gli effetti visibili e mutevoli, di quelle immagini profonde. Spiare dentro la notte per capire il giorno. E non dormire. La notte che precede il giorno – come il passato il presente – ne illuminerà il mistero, perché il giorno è molto più difficile della notte, crea enigmi, leggi, domande angosciose che ci lascerebbero inermi e atterriti, se prima, da umili viandanti, non siamo scesi ad attraversare la notte. Ma come salvarci dalla struggente nostalgia di quello che lasciamo dietro di noi?

Il vento leggero di Aprile sulla guancia del fiore è bello

bello nella distesa del prato un volto che illumina il cuore:

tutto quello che dici su quanto è passato, sempre bello non è.

Sii lieto e non parlare di ieri: oggi è bello.

Inciampò in un moribondo coperto di orribili croste. Due ragazzi nudi si rincorrevano nella polvere, con una lucerna in mano. Un uomo usciva da una casupola lacerandosi il viso, trattenuto dai parenti in lacrime. Voci di donne gridavano frasi sconnesse. Una coppia avvinghiata si nascondeva dietro un cespuglio. Non più estraneo al teatro delle voci, alla forma dei gesti e dei volti; da quando era sceso in strada aveva cominciato a provare le passioni e i dolori di quei corpi che popolavano il buio: la gioia meschina del ladro di un sacco di cannella, le trafitture della gelosia di chi è tradito, la tensione per una estenuante trattativa di vendita di una capra decrepita, l’odio di un assassino, l’ingenua meraviglia di un ragazzo davanti alle monete che lui, passando, gli aveva lasciato cadere in mano. Poi, trafelato, aveva raggiunto la spiaggia. Non era la prima volta che incontrava i beduini, i nomadi privi di ogni bene materiale, liberi e predatori. Un giorno, uno dei loro capi gli aveva chiesto udienza per vendere a caro prezzo il passaggio in una zona del deserto sorvegliata dalle sue tribù. Un emiro straniero minacciava la guerra se non avesse avuto incolumità di passaggio e lui era stato costretto a cedere al ricatto del beduino. La spiaggia e il mare, perdendosi a vista d’occhio, emulavano il deserto. C’era molto vento, grandi onde increspate, sabbia che si sollevava in piccoli mulinelli, ricadendo mollemente. Non più il ristagno dell’aria nelle stanze dei servi, la prigionia delle strade labirintiche, le insidie di quei rumori, di quei corpi scuri e infelici. Aria, spazio, respiro. Su una spiaggia di notte, passato e futuro si incontrano in un presente eterno. Non accade così anche nel deserto? Lui non l’aveva mai attraversato. Ma la notte concentra, il deserto dissipa. Non si sa in quale punto del tempo si stia vivendo e tutto diventa possibile come impossibile, tutto è vertigine e smarrimento. L’assenza d’acqua e la presenza incontrollata dell’aria e della luce che annullano forme e direzioni comunicano l’insensatezza dell’esistere. Così aveva letto nei libri, così gli aveva riferito chi ne aveva fatto esperienza. Solo il mare, allora, visto da riva, unisce il movimento e la stasi in un’unica immagine ritmica? E riesce, forse, a conciliare gli opposti?

Su quella riva aveva incontrato i nomadi. Li aveva un po’ invidiati, come invidiava la libertà delle belve. Inaspettatamente, gli veniva offerta l’occasione di interrogarli e conoscerli da vicino. Era con loro che aveva traversato il deserto a dorso di cammello o solo immaginato di farlo? Al limite delle forze, inseguiva una visione che interamente lo possedeva, come il bisogno di dissetarsi. Cosa stavano cercando? E lui, perché si trovava lì? E chi gli aveva parlato dell’uccello Roc, così immenso da oscurare il deserto con le sue ali? Le ali che avrebbero portato l’ombra in quel paesaggio intollerabile. Se si fosse posato sulla terra, almeno una volta, una sola, lasciando una minima traccia del suo passaggio… Nessuno poteva crederci veramente senza una testimonianza visibile.

– Se non vediamo il Roc, anche una sola piuma, saremo per sempre preda del ginn..

– Noi abitiamo il deserto e il deserto è il Nulla e al Nulla si torna quando si muore.

– Solo gli inganni degli occhi possono colmare il Nulla.

Così li aveva sentiti ragionare.

Il suono è fuoco e non vento

si annulli colui al quale manca questa fiamma…

Davanti a sé, sulla groppa di un cammello della carovana, aveva intravisto una figura femminile, avvolta in un velo chiaro. Sul fianco dell’animale batteva il piccolo piede nudo calzato da un ruvido sandalo. Harùn aveva fissato a lungo quel piede e la sagoma vaporosa a cui apparteneva. Fantasticando sulla bellezza della donna che mai avrebbe potuto guardare negli occhi, mai avrebbe potuto carezzare, mai possedere.

– Qui non udiamo il canto del flauto, oppure il suo suono è così alto che non sappiamo se fuggire per non ascoltarlo o abbandonarci alla sua seduzione. Ma poi, le tempeste di sabbia o il nostro orecchio invecchiato lo allontanano per sempre…

– Noi nomadi non sappiamo creare nulla, solo parole fatte di vento che capiamo soltanto noi, e visioni fugaci e terribili. Abbiamo gli occhi feriti dal sole e la gola riarsa. Ma è questo il nostro modo di vivere… Voci e ancora voci che si rincorrevano, si affievolivano, tornavano ad attraversarlo come soffi d’aria.

– Chi vive nel deserto è perché vuole sentirsi polvere tra la polvere e grida continuamente il nome di Dio, il nome del Nulla, che ha mille e un nome. Ma nessuno potrà mai avvicinarsi al suo vero nome…

Harùn aveva sognato tutto questo? Sofferto la prigionia del deserto – forse la peggiore delle prigionie – dove l’insonnia diventa insostenibile, fino a sfociare in febbre mortale? Ad un tratto la scena si era svuotata, riempita di silenzio: spiaggia e mare la occupavano tutta, in un unico orizzonte appena rosato. Un profumo di sale e d’alghe l’avvolgeva. Era già mattino. Harùn si era rimesso a camminare, a caso, in direzione del porto.

Chi cerca perle si tufferà nel mare

e chi se stesso si specchierà negli uomini.

Solo chi torna a casa a raccontare

potrà conoscere tutto l’orizzonte

La nave era là, pronta a slanciarsi in mare, le vele già protese al vento, mentre brevi flutti leggeri battevano contro la chiglia come per incitarla al distacco. I mozzi, aggrappati insieme alle scimmie sull’albero maestro, rispondevano agitando braccia e gambe agli imperiosi comandi del capitano che soverchiavano perfino il rullo dei tamburi; gli sfaccendati, sulle banchine, si divertivano a batterli fino allo sfinimento. Sulla scala di carico i negri ansanti trasportavano enormi bauli stracolmi di preziose mercanzie: tessuti orditi d’oro e argento, tappeti, le più rare spezie, suppellettili, oltre a gemme e a monili di varie fogge e splendore. Lui, Harùn, avrebbe fatto scalo in diversi porti pertrattare vendite e acquisti vantaggiosi, e scambiare oggetti tangibili a suon di dinhar, con altri intangibili – ma appunto per questo dal valore inestimabile: le storie dei viaggiatori, ad esempio, le riflessioni sul destino delle loro anime e dei loro commerci, lussi e miserie visibili e nascoste, e tutto tra slanci generosi e repentine diffidenze, grandi prove di amicizia e imprevedibili tradimenti, intimi rancori e confessioni di passioni felici o infelici, reali o immaginate…

E dopo tanta navigazione e la lettura minuziosa delle carte nautiche e di quei segni scritti solo sulle onde o nel cielo per cogliere in tempo i primi cenni di un mutamento – il ritorno della bonaccia o l’arrivo della tempesta, la diversità dei colori dell’acqua che segnalano la presenza dei bassi fondali o il pericoloso avvicinarsi alle barriere coralline – la nave cominciava a farsi più insicura, corrotta da un senso di precarietà; allora, accadeva che la prolungata assenza dalla terraferma facesse scambiare il dorso di un mostruoso pesce addormentato per un’isola tranquilla; e si scendeva dalla nave, attratti dalla sua ricca vegetazione, dal cibo abbondante e saporito, dalle promesse di un riposo dolcissimo. Poi l’enorme mostruoso pesce cominciava a scuotersi…

Salvo per miracolo, desiderava tornare a casa, ma ancora gli accadevano cose orrende e bellissime, ancora eventi paurosi e celestiali e a quel punto, stanco di tutto, non sapeva più giudicare né godere di nulla. C’era il rischio di naufragare. Perché solo nell’attimo estremo di un’inversione di rotta ci è concesso di salvarci o precipitare. E chi sceglieva di sottrarsi a quella rischiosa immobilità era perché non voleva restare per sempre sultano, mercante o marinaio: restare solo una parte di sé, strappato a quella terra futura dove si deve fare ritorno per voltarsi indietro e raccontare.

Dopo tanti viaggi Harùn si chiedeva se anche la terra e il mare si fossero alleati per ingannarlo. Ciò che aveva di più certo – le antiche origini, una solida dimora, l’opera faticosamente realizzata, la forza dei legami famigliari – nascondeva insidie. La sua città, domani, come il suo corpo, sarebbero stati cancellati per sempre: la città inghiottita da un terremoto o devastata dalle guerre, il suo corpo da violente o corrosive malattie, e gli amori…sciupati o miseramente traditi. Tutto si mutava in polvere, come in una notte lontanissima gli avevano insegnato quelle voci e figure incontrate nel deserto, o forse soltanto in sogno. E lui, ora, giunto al termine del viaggio, mai avrebbe voluto ripeterlo. Si era spogliato, viaggiando, di tutti i desideri. Era riuscito a realizzarli quasi tutti. Dunque era libero di lasciare il suo spirito congiungersi all’aria… E allora, perché ancora l’insonnia?

E quel palazzo antico splendente rivale del cielo

alla cui soglia i re prostravano china la fronte,

sui suoi bastioni in rovina la tortora ora si vede

posarsi e triste chiamare: Dove? Dove? Dove?

Non riconosceva la sua casa. Forse aveva sbagliato strada? False indicazioni? Chi prende in considerazione le domande di un vecchio straccione? Lui parlava di un meraviglioso palazzo con una torre alta da dove si potevano interrogare le stelle. E raccontava di essere disceso da lì, un giorno. E gli sembrava di essere stato il padrone non di un solo palazzo, ma di un’intera città e avere visto e conosciuto tanti luoghi e tanta gente sempre diversa, di viaggio in viaggio.

– Come ti chiami? – gli chiedevano. Lui rispondeva in modo confuso, sembrava incerto. Qualcuno gli aveva detto (o lo aveva letto?) come alla fine dei propri giorni chi raggiungeva la sazietà, non si sarebbe più reincarnato, neppure in un’ala di farfalla. Chi raggiungeva qualcosa di simile alla pace si sarebbe trovato a migliaia di miglia dal luogo di partenza. E ora perché il suo spirito invocava l’assoluto mentre le sue gambe, tremando, lo conducevano verso casa?

Colui che è lontano dalla propria fonte

aspira all’istante in cui le sarà di nuovo unito…

Il pozzo stava al centro del palazzo, era il cuore del giardino, protetto da cespugli di rose selvatiche, da palme la cui cima splendeva d’oro ai primi raggi dell’alba come agli ultimi del tramonto. Il pozzo sembrava colmo d’acqua ferma, ma quella immobilità era illusoria per chi guardasse con più attenzione. Non era che una cavità profonda dove sotto, da qualche parte, si nascondeva una sorgente. Harùn si era sempre chiesto dove nascevano le sorgenti, ma le risposte dei sapienti non l’avevano mai convinto. Come quando domandò se anche il mare avesse una sorgente e dove. Il sapiente aveva spalancato davanti ai suoi occhi una grande carta misteriosa facendovi scorrere sopra una lunga bacchetta mentre continuava a parlare. Non riuscendo a stare dietro alle sue spiegazioni troppo complicate, si era tanto annoiato da licenziarlo su due piedi. L’acqua del pozzo, sotto la superficie, pulsava di mille vene impercettibili. Specchiava il cielo notturno dalla cui profondità si affacciavano le stelle: sfavillavano. Chissà da quanto tempo erano spente ma la loro luce, attraversando il tempo, giungeva fin lì ad ingannare chi le guardava. Ciò che mostrava il pozzo non era il cielo, ma la sua immagine capovolta. Anche le stelle riempivano lo spazio di illusioni come i miraggi del deserto e il piedino nudo di una donna.

Soltanto colui il cui abito è strappato da un grande amore

si è purificato dal desiderio e da tutti i difetti…

Il pozzo non rifletteva solo le stelle e il piccolo cerchio di cielo delimitato dai suoi bordi, ma anche il viso di Harùn che dormiva. Per quanti giorni e quante notti aveva indossato, sotto il manto del sultano, gli abiti polverosi del viandante? E per quanti giorni e notti, sotto quel manto, aveva sognato di traversare il deserto e il mare? Quale traccia di sé aveva lasciato sulla terra se non le favole dei suoi viaggi, simili a tante altre di uomini come lui? Viaggi riflessi nell’acqua di mille oceani e nelle vene vibranti dell’acqua nel pozzo, al centro della sua casa. Ma quella casa, era veramente la sua? E quei profumi, quei profumi così intensi, lui, li aveva realmente respirati un giorno?

Altre voci, altri flauti simulano eternamente

quel fuoco che si è morti se non si ode…

Harùn, ora, dormiva. Non udiva più nulla. Il canto inestinguibile del flauto si sarebbe ancoralevato a consumare le notti e i giorni di altri Harùn.

(1994)

Note:

I versi in corsivo sono tratti da opere di Jalâl-âl Dîn Rûmi e Omar Khayyâm. Il testo è tratto da La torre della luna nera e altri racconti, Puntoacapo editore, Novi ligure 2012.

“BUGIARDINO”. Per Paolo Castronuovo

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Scrive Alfonso Guida nella sua prefazione a Bugiardino:(Il Convivio Editore, 2023): «Ecco, si tratta di una letteratura composta nella stanza di una torre di vedetta, al di qua di un faro, dall’interno di un laboratorio di osservazione che redige documenti e referti perennemente incompleti e inconsistenti, carte in cui a mancare per fatalità è sempre la parola d’ordine, la chiave o il soffio di cancellazione e chiarificazione. Bugiardino è un repertorio di tentativi, la geografia umile e malinconica di un kafkiano incarcerato in forme viventi ancora forse non propriamente umane, ma al confine tra mineralità fossile e creaturalità entomologica». Un libro come Bugiardino è pharmakòn: farmaco che cura e veleno che intossica. L’autore presenta così i versi del suo volume: «Contenuto di questo libro 1. Cos’è e a cosa serve 2. Cosa deve sapere prima di prenderlo 3. Come prenderlo 4. Possibili effetti indesiderati 5. Come conservarlo 6. Contenuto della confezione». Occorre credere seriamente alla materia delle sue parole: «ancora tu / nelle mascelle dei versi / ti impasti alle parole / penetri nelle carie / e non mi lasci respirare coi tuoi filamenti / ritorni come graffio sotto la cancellatura / pirografia nel legno /infarto delle arterie». Occorre credere alla sua energia di metamorfosi: «i tuoi trucioli arrivano con la notte / sono bisce che mi scivolano sugli occhi, / sigillano le palpebre facendosi casa / nonostante l’insonnia sia una bestia / troppo feroce da domare. / non resta che una pelle bronzea da guardare / per abituarsi al buio, / vedere le labbra disegnarsi su una parete / e attendere il pizzico del giorno». Esistono libri che chiamano all’essenza dell’angoscia («nel bianco della calce / ogni latte è buio») e mostrano la via artaudiana dell’urlo («correre verso la finestra / con la bocca gravida di un grido»): Castronuovo scrive uno di questi libri. Bugiardino ammutolisce il suo lettore con parole che non lasciano scampo: «– è nei dettagli la casa delle grandi opere / non negli avverbi e superlativi assoluti / lascio che la lingua si nutra / del vento delle pagine voltate / e poi insista per inumidire l’indice / pietra focaia / per ogni retorica» (M.E.)

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Antologia

costellami il torace come la bombola

di un compressore schizzata di vernice

la luna gravida del cielo verrà forata

da una rondine stilografica

sarà l’amniocentesi del buio

e non ci sarà più tempo

per abbracciare la terra con le mani

mentre il letargo si sveglia nel torpore

di una sedia di plastica cotta

dai giorni nel cortile

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il cielo è una catacomba pluviale

una risacca di vapore che cade

su testa e spalle per allagare i nervi

distendere ogni piega con un ferro

polverizzato dall’industria della morte

un cataclisma da accogliere sulle colpe

mentre la terra bagnata si impasta addosso

e ci rende sabbie mobili

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l’autunno refrigera i cancelli dilatati

mentre una calza cancella le imperfezioni

un guardaroba vuoto tace dinanzi a un lenzuolo

e un corpo morto abbellisce la camera

– l’oblio si espande a soffocare ogni tratto

di luce che cerca varchi da esplorare

e nella geometria di questi elenchi

ti guardo lasciare il posto a un volto

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nel bianco della calce

ogni latte è buio

solo le vene dell’edera fanno ombra

al casolare, mentre dentro

i cucchiai di legno impolverano la volta

e la luce gialla del tungsteno

ci attonda frugale.

abbiamo bisogno di questa morte

calda e balsamica

dell’acquietarsi dei tornado

dei muretti sperduti –

noi siamo carne in scatola,

il pasto dei rifugiati,

la porzione della sera

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Palo Castronuovo è poeta, scrittore, editor. Ha scritto la trilogia poetica: Labiali (Pietre vive, 2016), L’Insonnia dei Corpi (Controluna, 2018), La Croce Versa (Effigie, 2022; il romanzo La Falla Oscura (Castelvecchi, 2018). Ha curato e tradotto H.P. Lovecraft nel volume Il Simbolo della Bestia (Joker, 2022), Dirige la collana clandestina apeoriodica di plaquette “Occhio nudo”. Il suo ultimo libro di versi è Bugiardino (Il Convivio Editore, 2023).

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Paolo Castronuovo

MANDATO

Giovanni Castiglia

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Accenno a due miei libri recenti (Sentinella, L’arcolaio 2022) e Nottario (I Quaderni del Bardo, 2023), perché ho voglia di parlarne. Perché sono le tracce più concrete dell’opera segreta che perseguo da decenni. Queste pagine non vanno confuse con un diario intimo: sono una serie irregolare di appunti, incursioni, aforismi, racconti, pensieri. Un taccuino senza biografia, se non quella del mio io scrivente catturato dalla composizione di note sospese tra filosofia, estetica e sogno. Mi sento, in qualche modo, la Sentinella del mio Nottario. Opere simili ne sono sempre esistite in ogni letteratura, dallo Zibaldone di Leopardi agli Appunti di Canetti ai Diari di Kafka. Opere che obbligano il lettore ad essere presente dentro ogni riga delle loro pagine, senza distinguere opera da opera, libro da libro, come quando il postino Ferdinand Cheval assemblava il suo Palais Ideal pietra dopo pietra, notte dopo notte, in decenni di semifolle lucidità, e ne venne fuori la struttura architettonica e inspiegabile di un palazzo.

Per una scrittura come la mia sarebbe appropriato il termine di mandato. Chi lo ha affidato, e a chi? Chi lo ha dettato, e a chi? Saperlo sarebbe risolvere il trauma della propria scrittura: irrisolvibile dall’inizio. Preferisco che l’io scrivente si abbandoni all’avventura, a un’esperienza di soglia che nasce dal sonno della ragione, dal desiderio di essere fuori di sé, dentro una qualche estasi (o balorda ossessione) di cui potrà parlare ma solo per frammenti, senza sapere se quei frammenti corrispondano a qualche verità. Il mandato è la fedeltà al mandato. La vita è la veglia che sfrutta il sonno perché emerga l’isola sommersa che ancora non esiste e che le parole edificheranno, instabile e necessaria — futuro arcano di visione, “solido nulla”, libertà opposta alla minaccia, follia viva contro regole morte. Come ci ricorda il compagno segreto Giacomo Leopardi: «Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi» (M.E.)