COLLATERAL

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Michel Mann (1943) dirige film noir importanti come Strade violente e Manhunter. È un regista cool. Ama il cinema per l’eleganza allusiva e complessa dell’immagine. Il noir veicolato dalla sua luce assume tonalità stranianti, che ricordano alcuni film francesi, come Frank Costello faccia d’angelo e Notte sulla città di Melville. In questa breve pagina inedita (2007) Mann mette in risalto il “respiro” del suo cinema.

La luce della notte

Dipende da quale grado di verità dare al film. Dipende solo da questo, se sei tu il regista che può dire l’ultima parola. Io non voglio prendere lo spettatore allo stomaco, sconcertarlo con effetti speciali e violenti. Io non voglio il suo shock. Voglio che senta quella che è la materia profonda di un trauma, come accade nei Guerrieri della notte. Tutto il film di Hill è permeato di violenza ma, nell’occhio che guarda, restano le geometrie di quelle strade notturne. Un maestro, Hill, senza la volontà di esserlo. Nulla di raccapricciante e di superfluo nel suo cinema, secco e terribile: quello che accade accade. Essere dentro alla violenza come Will Graham, in Manhunter; guardare le foto sanguinose della famiglia sterminata dal killer dentro il salone bianchissimo e lucente della casa. Non voglio mostrare, esibire, fare fracasso. Lo spettatore dov’è, se io occupo tutta la sua mente, tutti i suoi sensi? Non è più un uomo libero. Voglio che chi veda i miei film sia libero. Si persuada che tutto è notturno e allarmante, ma comunque visibile dentro la luce del giorno. La luce esiste.

Da bambino, vedendo La morte che corre sul fiume di Laughton, mi ricordo che ero terrorizzato. Ma non mi spaventavano le nocche di Mitchum, con scritte le parole bene e male. E neppure il commento fragoroso della musica mentre, ironico cavaliere assassino, percorre a cavallo la riva del fiume alla ricerca dei bambini. Ero rimasto costernato da Shelley Winters, il suo corpo giovane morto annegato nel fiume, la testa sul volante, i capelli biondi che ondeggiano mossi dall’acqua. Era un’inquadratura luminosa. Mi stupiva, da bambino, che lei fosse morta perché era molto visibile e quindi sembrava viva. Pensai a quante suggestioni racchiude un’immagine. Per un creatore di film è molto importante non essere troppo logici. Se sei logico, la bellezza ti sfugge, sparisce dalla tua opera, ti trovi con addosso le catene della ragione. Se invece segui un’idea, trovi delle cose. E le cose belle andrebbero «trovate nel prezioso stato d’animo della prima volta, scoperte, non citate» come scrive Orson Welles.

Per questo, in Collateral, la mia Los Angeles notturna è così chiara. Voglio che lo sia. E Tom Cruise, il killer, ha solo la barba un po’ lunga, niente di spaventoso. L’espressione incerta, quasi triste. La tristezza degli assassini. Quella mi interessa: quella solo voglio cogliere. Il sangue, i delitti, sono roba da cronaca, sono mattatoio. Il cinema cattura silenzi improvvisi. Laterali, non centrali. Collateral, appunto. Ricorderò sempre quel piccolo film straordinario, L’occhio indiscreto, con Joe Pesci, quando il fotografo, parlando delle sue foto, dice che lui inquadra le persone o un attimo prima o un attimo dopo la morte. Giusto. Non si può fare altrimenti. Ma in quell’intervallo di tempo c’è tutta la luce, tutti i suoi folli, felici riflessi. Questo ho capito, dopo anni di lavoro, del nitido intrico di sogni che è il cinema. Le scelte che si offrono a un regista sono incidenti, attimi di grazia, coincidenze. Chi volesse capire cosa succede veramente in un set entrerà in un arcipelago di idee irrealizzate, di successi casuali, di fallimenti imprevedibili, di incubi necessari. Perché alla fine, dopo tanto ragionare, il film è una cosa viva, che continuamente respira.

*I testi sono tratti da: Marco Ercolani, A schermo nero, QuiEdit, 2010.

MAI DEL TUTTO BUIO. Dario Capello

*Questa poesia è stata “montata”, come uno scherzoso collage, da Dario Capello a partire da alcune parole del mio libro Turno di guardia. È l’ennesima dimostrazione che la poesia non è proprietà di nessuno, se non dell’altro da sé.

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Non si oppone più

lo scorrere del tempo.

Ora puoi sognare giustizie

durante il sonno, puoi

appoggiare la fronte

su quello che era il mare

con i gabbiani, la spuma

delle onde, l’aria

che circonda

e quel blu

il centro, la fine e l’inizio

della vita.

Il buio non è mai

del tutto buio.

Domani non sarà così:

domani accadrà.

Guardami, guardami

come sono, bersaglio

di quella luce.

Non scrivo di cose belle

non so che farci, la luce

mi cola dalle ciglia.

Qui, nello stesso corridoio

di vertigine, qui

non verranno

i pensieri degli altri

a trafficare con parole

il bordo del foglio, intorno

a questi nomi, qui

le cose sono

di chi le ha toccate.

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PER “TAMEN”. Giancarlo Sissa

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Una significativa epigrafe, tratta da un frammento di lettera del 1961 di Vittorio Sereni, introduce Tamen (Moretti & Vitali editore, 2023) di Giancarlo Sissa: «Non ho una cosa da affermare in assoluto, una mia “verità” da trasmettere. Ho dei conti da saldare con l’esperienza». In questo libro antologico Sissa salda i suoi con una scelta consistente delle prose, tratte da diversi libri nel tempo, da Noi a Il bambino perfetto, da Persona minore ad Archivio del padre, per chiudersi con Senza titolo alcuno. Si tratta del diario plurale di un’esperienza. Ma quale esperienza? Quella che, dentro una prosa reale e surreale sempre più ellittica, non rinuncia all’emozione ma la scortica con grazia sottile, fino a sfiorare il silenzio. La prosa, a volte, è ferita più intensa della poesia in versi, le sue maschere più trasparenti. Scrive Sissa: «La scrittura qui è sempre un laboratorio germinale, una gemmazione continua di accenti e di voci (…), il coraggio di forzare le cose in controtendenza, di rompere il giocattolino ben confezionato della glossa accademica o della lirica di maniera, il modo per verificare in se stessi la concretezza del gesto che salva, che apre il respiro a tutte le ipotesi dell’anima e della storia». Giancarlo opera, con la prosa, un ritorno magico al suo teatro dell’anima: illimpidisce la tragedia con parole sempre più leggere e sospese. Tamen (etimologicamente “tuttavia”) è l’autoritratto segreto di un poeta insoddisfatto dai ritmi della poesia e alla ricerca costante di un proprio suono, intimo e civile insieme, che la prosa, almeno in parte,. gli concede. Un libro plurale come Tamen ci fa immaginare futuri e liberi appunti sull’io-mondo dii uno scrittore mai appagato dalla sua naturale musicalità e che, tuttavia, ci svela i suoi doni, creando «quel particolare bildungsroman che, oltre al retaggio surrealista, recupera un dettato più immediato e fruibile, dal sapore non di rado aforistico, con intenti oracolari non disgiunti da una forte compromissione con l’oralità» (Pasquiale Di Palmo). Sissa, nelle sue ultime prove, usa volutamente una punteggiatura lacunosa e interrotta, che appare come una tecnica pittorica puntillista tesa a evidenziare immagini, ricordi, pensieri, con pudore e pietas.

Antologia

(Da “Persona minore”)

Padre

Padre senza memoria, dietro il sentiero rompe la diga, il suo orrore verticale, il buio d’acqua senza cielo, ma più alto è il camminamento della distanza e assopite le sentinelle Una festa muta senza suoni accoglie il ritorno nel ricordo d’un sogno. Padre d’alte illusioni segnate in un quaderno, gli esercizi di grammatica sono la nostra voce.

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(da “Persona minore”)

Ancora esilio

A Giancarlo Sissa

Abito il mio cadavere. L’immagine che affonda nello specchio come una mela nell’acqua. La neve nel parco è figlia della cometa, vela nera del tempo. Rabbrividiscono le finestre del mattino, la luce accesa nella cucina del sonno, e vengono come in sogno, come la briciola che cade e feconda, in silenzio vengono, con lentissima evidenza, i passi del disastro, le cerimonie della confusione.

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(da “Archivio del padre”)

Perché sognare argina. La periferia dei volti nella quale mi preparo. A sparare. A sparire. Come un soffio. Di polvere. Sul mobile in salotto.

Nell’aria qui attorno nuotavano balene. E ora ci si annoia l’argine arginando. Non so. Nemmeno quanto. Tempo. Ho per guarire. E tutta questa gente. Che ride. Che ride.

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(da “Senza titolo alcuno”)

Venerdì 6 marzo 2020

Il mondo quando ha paura diventa il posto delizioso dove studiare l’arte di fermarsi.

Venerdì 20 marzo 2020

È nei dettagli che si nasconde la pietà. La rivoluzione dei pianeti. Ogni anziano è l’unica copia d’un libro impossibile da riscrivere. Impariamo a leggere prima di fare i fenomeni. Grazie.

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Giancarlo Sissa nasce a Mantova nel 1961 e vive a Bologna. Pubblica: Laureola (1997), Prima della tac e altre poesie (1998), Il mestiere dell’educatore (2002), Manuale d’insonnia (2004), Il bambino perfetto (2008), Autoritratto (poesie 1990-2015), Persona minore (2013), Archivio del padre (2020). Nel 2018 pubblica la plaquette Il lupo e nel 2022 la plaquette Frontiera.

Giancarlo Sissa

NUOVI LIBRI DELL’ARCA

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Alfonso Guida. Diari del transito, I libri dell’Arca, Joker, Novi Ligure, 2023.

Scrivere non presume il manicomio. Se scrivo possiedo il senso del privato. Se non scrivo, possiedo il senso dell’intimo.

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Le celle frigorifere, i mattatoi, le stalle di cemento in grate di Joseph Roth. Oggi la neve ha esteso una macellazione. È rimasta una creatura mentale. Come potrei affrontare la vera neve, questi ghiacci, gli stivali mancanti, i centesimi a rintocchi rotolando? Una via, i tabacchi, l ora di compieta che recita la notte di una selva di acacie dove forse mi sarò liberato. Dopo il confine e la parola, sono lì, sono lì…

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La Russia realizzò il tormento spirituale di Georg Trakl. Il Novecento si è stagliato nel paradiso del sogno superando le fantasie ottocentesche. Le visioni e i solipsismi onirici che portano verso un’infrazione della soglia di solitudine. Oggi preso tra le mani La nascita della tragedia di Nietzsche. Esperire fatalmente Dioniso è stato il passato. Le forze omeriche, ingenue, come le chiamava Schiller, non si spengono. Prima di Apollo, di Elia del Logos c’è un addormentamento, una sosta. Si scrive qualche lettera dal traghetto. Si sta in silenzio seduti nell’ombra di un albero. La tragedia Attica è la passione e il maleficio. Quando cade il fulmine che incide il petto, un bacio d’incesto. È la deplorevole maledizione edipica. La sfrenatezza erotica nella poesia. Il Dio Caprone di Pavese. Nelle immagini è Dioniso, il satiro barbuto, il sangue vergine, il florido fallo del toro.

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Dove non sono? Dov’è il Dio se è vero che abita il luogo che manco? Il dubbio atroce di aver camminato per un luogo senza averne saputo. Coscienza morta. Coscienza dormiente. Cosa ricordo dei luoghi che ho attraversato senza saperne? Quali sono? Averne una immagine. Individuarne il paesaggio. Questo è valido se colloco il luogo di Dio nel passato. Anche oggi, domani. Occorre chiudere gli interstizi, sfilare via le luci, per capire. Non vivo tutto ciò che posso vivere. La presenza degli altri, quando scrivo, si infittisce. Ogni lettera ha il suo destinatario. La fiamma viva, com’è tragica la speranza. Deporre la mia prima pietra è la fine dell’errore.

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Quale critica puoi muovere alla croce? Qui è il silenzio che si gioca ogni battuta. Anche la verità. Non guardo al “come” ma al “che”. Ho una predisposizione verso la forma espressionistica, violenta. I lilla di Alejandra Pizarnik, le ore del sangue insonne, la rondine in gabbia mentre un bambino sull’altalena fa monologhi, l’afasia dell’automa, la lingua penzoloni. Il poeta porta il bene, non sa farlo. Non pensi che il suicidio possa essere lo sbocco dell’attraversamento di una paura? A Pavese sfuggì la foce che lui stesso toccò.

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Per Voronez, Osip [Mandel’štam] ha un epiteto ricorrente: “vorace”. Non può sottrarsi. E vorrebbe sciogliersene. Ci sono legami che non possono essere sciolti. Queste poesie si alimentano di immagini stuporose, terribili. L’incanto sorge dal cavernoso ondeggio della terribilità luciferina. Io sento orgoglio virile, spirito d’iniziazione, energia selvatica: questa è la rocciosità del vir che segna, come ne viene segnato Cristo (“l’Unto”), l’apocalisse avida della congerie poetica russa.

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Vuol dire che scrivere per me è già il tradimento di una verità. È il suo compimento e la sua morte attraverso la parola, creatura che nasce cadavere.

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Hölderlin fu il più fedele di tutti. Si riduce alla non parola perché il silenzio è il porto della parola come la fossa è il porto di un cadavere. La mia idea dello scrivere è frutto esperito.

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La parola è tentativo, filtro, ponte. Vero è solo il movimento profondo che la muove o la scuote e di cui la parola è solo angolo sbozzato, segno approssimativo. Gran parte del nostro vivere de profundis non passa per la lingua. Siamo costretti a subirne l’ineffabilità.

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Parlo di un movimento tellurico che precede, un moto primitivo come il sogno o un fenomeno sub limine. Vale il momento in cui lo si avverte fisicamente. Parla il cuore, fonte di verità, prima ancora di ogni parola d’amore. La parola sopraggiunge dopo, al momento della ricreazione del fenomeno. Perciò il poeta sente moltiplicazione, atto. Perché è chiamato due volte, dal vivere e dallo scrivere. Ma la scrittura è una riva dove il fenomeno percepito ma invisibile giunge già cadavere. Dietro, c’è molto disincanto.

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…La parola giunge a riva dopo un lungo camminamento interno. Esistono parole tormentate nel corpo dal fenomeno che le ha partorire. Arrivano scheggiate, mai integre. Le parole sono insufficienti a dipingere la vastità nodosa della sua matrice, che è l’interiore.

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[Quarta di copertina]

Cosa dire, di questi Diari del transito? Che occorre leggerli sapendo che ci si perderà nella loro lettura. Nessuna certezza, di prosa o di poesia, qui viene coltivata. La scrittura, esposta ed esplosa con ritmi precisi, inattesa e provocante, segue con disperata felicità le strategie della mente e i soprassalti del cuore. Vuole esistere non come resto di una fossile letteratura ma come paesaggio umano dove vegliano sempre parole ferite, urgenti. «Nel nostro corpo si lascia avvertire la sommossa, il sommovimento, il volo, l’incrinatura di faglie geologiche, la ferita che mostrerà il monologo, ciò che di un lungo papiro egiziano possiamo dire, fin dove si arena la parola. Servirebbero torme di parole, ma la parola giunge fin dove può e li si sdogana il destino». Guida non insegue nessuna personale salvezza ma una infuocata sincerità, sua e universale, che scortica la visione dentro la realtà delle cose. «Non so la fantasia, ma l’immaginazione ha spessore, geometria, gentilezza, gergo». Il lettore, chiamato a fluttuare fra ricordi, riflessioni, mitobiografia, incursioni del mondo, orrori della ragione, illuminazioni della psiche, espone il suo corpo vivo nelle reti della scrittura. (M.E.)

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Giuseppe Zuccarino, Linguaggio e follia, I libri dell’Arca, Joker, Novi Ligure, 2023.

Artaud mette dunque in discussione la stessa architettura logico-sintattica del discorso: «Il linguaggio razionale / grammaticale moderno / attuale / è troppo approssimativo / con la sua maniera di stringere / con chiarezza un falso / soggetto / esso obbliga a edificare soltanto / nel repertorio delle / cose chiare, ossia / già rischiarate / invece di andare a cercare / nell’oscuro»4. La volontà di contestare la normalità comunicativa viene espressa anche in una delle più celebri asserzioni artaudiane, contenuta in un testo tanto più programmatico in quanto destinato a fungere da ouverture al primo volume delle sue opere complete: «Io so che quando ho voluto scrivere ho fallito le parole e questo è tutto. / E non ho mai saputo niente di più. / Che le mie frasi suonino in francese o in papuano è proprio ciò di cui m’infischio. / […] Ma che le parole gonfiate dalla mia vita si gonfino poi da sole a vivere nel b a – ba dello scritto. È per gli analfabeti che scrivo».

Gilles Deleuze ha dato una sua interpretazione della frase finale: «Artaud ha scritto delle pagine che tutti conoscono: “Io scrivo per gli analfabeti” […]. Questo non vuol dire perché gli analfabeti lo leggano, vuol dire “al posto degli analfabeti”». Ciò è tanto più vero in quanto lo scrittore ha assunto da sé tale posizione: «Devo dunque dire che da trent’anni che scrivo non ho ancora trovato del tutto, / non esattamente il mio verbo o la mia lingua, / bensì lo strumento che non ho smesso di forgiare. // Sentendomi analfabeta illetterato, questo strumento non si appoggerà sulle lettere o sui segni dell’alfabeto, con cui ci si trova ancora troppo vicini a una convenzione figurata». Si tratta dunque, per lui, di creare un nuovo linguaggio, che si sottragga risolutamente alle regole della scrittura: «Niente grammatica. // […] Niente lettere, / niente suoni, […] / niente frasi, / niente parole, / niente alfabeto». E ancora, in un altro passo dei suoi quaderni: «Ho pensato di usare un / linguaggio che non / rispetti più né / lo stile, né la / grammatica, né / l’ortografia, né / niente del tutto. / e dirò in primo luogo / prima di tutti gli / altri che occorre / che questo linguaggio / non rispetti / neanche le / lettere, / perché come ognun / sa e come / ho già detto / l’analfabeta / è un mistero / senza alfa e / senza omega».

Una lingua, pertanto, che non è più identificabile con quella nazionale: «Se ho avuto la vita di uno scrittore francese, sono sul punto di inventare un’altra lingua». E tuttavia Artaud è incline ad ammettere che non gli è possibile tagliare totalmente i ponti con l’idioma di origine: «Quello che so / il canticchiare / scandito / laico / non liturgico / non rituale / non greco // qualcosa tra negro / cinese / indiano / e francese villon // Per arrivarci / partire dal fatto che sono / francese». Dunque, a suo avviso, conviene tener presente il proprio punto di partenza, ma anche la necessità di distanziarsi da esso: «Bisogna vincere il francese senza lasciarlo, / sono ormai 50 anni che mi tiene nella sua lingua, / ora ne ho un’altra sotto l’albero».

(Da “L’utopia della lingua nell’ultimo Artaud”)

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[Quarta di copertina]

In questo libro, l’approccio al tema «linguaggio e follia» avviene più sul piano della critica letteraria che su quello psicologico o psichiatrico, per quanto venga presa in considerazione anche la storia clinica degli scrittori studiati. In effetti, ciò che davvero li accomuna è il nesso che, nelle loro opere, si instaura tra la follia e la materialità del linguaggio. Basti pensare alle strane invenzioni narrative di Roussel (originate in realtà da segreti giochi verbali), ai microgrammi di Walser, alle glossolalie di Artaud, ai testi anagrammatici di Zürn, al passaggio dalle parole inglesi a quelle straniere in Wolfson. Un caso a parte è costituito da Queneau, considerato qui in quanto autore di un’importante antologia dei «pazzi letterari» ottocenteschi: individui palesemente affetti da turbe mentali, che sono però riusciti a pubblicare libri in cui espongono le loro bizzarre teorie. Anche se non si tratta certo di equiparare o confondere creatività artistica e follia, la lettura dei vari scrittori presi in esame ci aiuta a riflettere sul fatto che il disagio esistenziale non ha impedito ad essi di raggiungere notevoli risultati sul piano letterario. Come faceva notare Georges Bataille, evocando esempi forse ancor più illustri, «ciò che lega essenzialmente l’arte alla sragione (alla “patologia mentale”) è che entrambe ci restituiscono alla potenza dell’istante, e che la sragione, essendo il pericolo corso dall’arte, non ne è soltanto una contropartita mancata, ma anche il segno di un rigore e di una necessità decisivi. Da qui il senso intimo, opprimente, di smisurata vittoria che c’è nella follia di Hölderlin, di Van Gogh o di Nietzsche».

ESSERE

Giovanni Castiglia, Le regioni dell’aria

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Non avrebbe senso continuare a riflettere se non fosse chiaro che riflettere è rispecchiare e che una realtà sconosciuta ci attende ogni volta che la pensiamo. Essere non è mai essere dove siamo.

TIFONE GUSTAV

Giovanni Castiglia

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Cosa c’era scritto ieri, sui giornali? Tifone Gustav. Un bel nome. Tutti chiusi nei cessi, con le sbarre alla finestra, mentre il ciclone travolge ringhiere, deforma biciclette, riduce le auto a sculture: l’opera di mille artisti informali. Bravo Gustav! Uno splendido lavoro. Un Rinascimento alla rovescia, come la vita. Dai templi alle rovine. Se il Maestro del Destino si offrisse di ridarmi il corpo, dopo l’istante estremo, e rivestire di nuovo le mie ossa con carne, pelle e vestiti, e rimandarmi a soffrire da padre, madre, moglie, figli, rifiuterei: come posso rinunciare alla gioia di non esistere qui, fra le mura dell’ospedale per tornare alla tormentosa sofferenza dei vivi? Alcuni matti si vantano di essere i sovrani della corsia. Proclamano il loro delirio illudendosi di trasformare il mondo. Invece offrono al nemico un’arma terribile: le loro stesse parole.

Tutto nasce dal silenzio. Dal segreto. È lì la resistenza. Di me, con tutti i miei corpi e le mie anime; di me, attento studioso del vostro sapere, ostinato archeologo delle vostre tecniche, non conoscerete niente. Io invece conosco Charcot, Janet, Jung, possiedo tutte le chiavi, so tutti i misteri. Fra le chiavi del simbolo e quelle del reparto psichiatrico qual è la differenza?

Vivo la condizione del giusto, quindi non posso aspettarmi altro che questa lunga e tenace inimicizia con voi, mascherata dalle tecniche, dai camici, dai nomi farmacologici. La mia mente cola. Ma voi, da millenni, la asciugate con uno straccio sporco che poi strizzate nel cesso. Un giorno o l’altro, proprio per questo, vi troverete a vagare nel vostro pianeta come automi crudeli. Ma io, con pazienza inflessibile, combatto le regole del gioco. Combatto te, fratello psichiatra. Tu hai smesso di piangere, io no: il mio delirio è le mie lacrime, la mia libertà. Senza legami, trabocco di legami col mondo degli spiriti, col regno dei morti vivi. Sei come ti pensavo, siete come vi pensavo: anime morte. Vi compiango. E, se ne siete consapevoli, vi odio di più e vi compiango di meno. Leponex cento milligrammi una compressa ore otto. Sereupin venti milligrammi una compressa ore dodici. En due milligrammi una compressa ore ventuno. In caso di insonnia trenta gocce di Talofen: ecco la terapia che avete pensato per il Grande Schizofrenico, tutto il vostro potere in milligrammi». (M.E.)

IMBIANCARSI L’ANIMA. Serena Olivari

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Ho ritrovato questa breve plaquette di Serena Olivari, Imbiancarsi l’anima, (s.i.p, s.d.), il 15 luglio del 2023 nel risvolto di copertina di un mio antico libro, Il demone accanto (L’Obliquo, 2000), nascosta come un misterioso segnalibro.

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Serena Olivari (1952-2010), pittrice. Tra le sue mostre personali: I guardiani delle porte, I tappeti, Sweet home, I Giardini, Sai quella città laggiù a sinistra del deserto? Ultime opere. Tra le mostre collettive: Nodi d’artista,, Rosa rose, Arte in ostaggio, Submarine, Grigi-ori,, I taccuini. Ha pubblicato acquerelli su riviste, tra cui “il Cobold” e “Lettera”, e per la plaquette di Lucetta Frisa, Gatta senza lacrime (edizioni Pulcinoelefante, 2003). Come poeta ha pubblicato Seduta dove non sono (Edizioni S. Marco dei Giustiniani, Genova, 2007) e La furia di quel piccolo niente. Poesie 1991-2007 (I Libri dell’Arca, edizioni Joker, 2013).

MARIO BENEDETTI. Alfonso Guida

Mario lesse una mia poesia su fb. La ricordo bene. Una lirica in settenari sullo sputo di un ragazzo in sede di seggio elettorale. Gli piacque. Mi contattò e mi invitò a scrivere a piacere sulla sua pagina. Ci scrivemmo. Fu un giorno di festa. Andavo matto dei morti di Umana Gloria, che erano esattamente i morti di San Mauro e della mia infanzia. Fui felice. Ma poco dopo seppi che era finito in ospedale e, non riuscendo più a sopportare il suo tempo, morì.
Umana Gloria è il più bel libro di poesia scritto tra il 1990 e il 2023.
C’è il menefreghismo stilistico del vero poeta Mario: né scuole né adepti. Era legato ai suoi mostri, ai suoi morti. Come un bambino. Quei morti che lui, successivamente, per amor di estetica, vide nelle “Pitture nere” di Goya, contemplandovi all’interno lo stesso “inabissabile” che vi ravvisò Baudelaire. E vide i cadaveri di mamma e papà attraverso i cadaveri e gli ossari di Zoran Music. Fino alla depressione. Il terzo e ultimo libro, Tersa morte. Quella morte inevitabile ma “tersa”, senza compiacimenti, né letteratura ne estetismo né usi figurati della lingua che non fossero quelli fabbricati dalle smanie di allucinazione proprie della malinconia depressiva. Il suo libro di brevi prose, Materiali di un’identità, contiene stupende riflessioni su Michelstaedter: pietà, Salvia e l’Eros come dépense in Bataille. Ascoltava il metal, i Rammstein. Come facesse, continuo a chiedermi. Gli voglio bene ma non l’ho mai incontrato. Gli sconosciuti a cui voglio bene superano in quantità parenti e conoscenti. La mia famiglia sono stati i libri che ho letto. Amelia era la matrona, Celan il re, i russi gli amici nomadi, i romani gli amici attraverso le cui opere ho potuto fare chiarezza nel groviglio indistricabile delle mie deviazioni.

Mario è morto di una morte trasparente.

17/07/23, 20:50

Mario Benedetti (fotografia di Dino Ignani)