Florbela Espança. Poesie scelte, con testo portoghese a fronte, cura e traduzione di Danila Boggiano, Edizioni Oltre, Sestri Levante, 2023
**
Ciò che sorprende in Florbela Espanca è non tanto la problematica fragilità che riguarda il rapporto con sé stessa e con il mondo, cosa poco sorprendente, trattandosi di poesia, quanto la potenza delle immagini in cui questa fragilità va a confluire, come un abito sontuoso di colore rosso indossato in occasione di un lutto. Non per negarlo e rovesciarlo convenientemente in festa, ma per mostrarne in contrasto i dolorosi risvolti, contrappunto alla lucida consapevolezza spinta sino al punto dell’esasperazione che è il segno di Florbela donna e poeta. Guarda in sé, Florbela, e lo fa incessantemente e immediatamente, musicalmente, senza nulla concedere alla parte riflessiva e mediatrice della parola che potrebbe appunto flettere nella direzione del pacato aggiustamento il suo sguardo. Fa insomma quello che nessun poeta dovrebbe fare, ma questa è mia opinione, pena il lamentoso narcisismo, l’isterico compiacimento.
Eppure, nonostante la prepotenza impietosa e impetuosa del sentire e l’evitamento, quasi sconsiderato meccanismo di difesa posto dalla sua tendenza all’autodistruzione, da parte del linguaggio di una qualsivoglia misurata rappresentazione del dolore, questa poesia non sfiora neppure il rischio della leziosaggine e del patetico accoramento che certa letteratura, soprattutto femminile, potrebbe evocare. Al contrario, proprio da questo modo, tutto tratto dalla sensualità dell’accadere in lei delle cose, scaturisce quella danza tra l’alto e il basso che eccede il suo personalismo e si fa condivisione. Ne sono testimonianza i simboli, quasi archetipi, cui ricorre, la torre, il castello, la brughiera, la tempesta, la lotta tra la luce e il buio dei crepuscoli, il vento, l’abisso come tradimento dell’altitudine e l’altitudine come specchio solenne dell’abisso e suo riscatto.
Eros, in Florbela, eterno gioco tra poros e penia, tra desiderio e sua malinconica dissoluzione e desiderio del desiderio ancora, e nessuna possibilità di tregua, neppure a livello di nichilismo che potrebbe essere infine un approdo, non privo dei suoi conforti, dentro il principio di morte. Bipolarità, forse, l’andamento nevrotico che la riguarda? E chi è immune da nevrosi? Ma in quanti hanno gli strumenti espressivi -sì, a volte gli dei possono essere buoni- per trarre l’oro dalla nevrosi? Questa la grazia che Florbela, e persino il suo nome sembra suggerirla, porta con sé ed efficacemente ci svela, la possibilità qui, sulla terra obliqua dell’incompiutezza, della sosta dolorosa e ineludibile all’angolo degli otto cammini, di essere almeno nell’istante della pagina, nella dialettica giocosa e tragica tra il suo deserto e il segno chiamato a smentirlo, il fiore prezioso schiuso, fermo al punto giusto che lo riguarda.
(Danila Boggiano)
**
Este livro…
Este livro é de mágoas. Desgraçados
Que no mundo passais, chorai ao lê-lo!
Somente a vossa dor de Torturados
Pode, talvez, senti-lo… e compreendê-lo.
Este livro é para vós. Abençoados
Os que o sentirem, sem ser bom nem belo!
Bíblia de tristes… Ó Desventurados,
Que a vossa imensa dor se acalme ao vê-lo!
Livro de Magoas… Dores… Ansiedade!
Livro de Sombras… Névoas… e Saudades!
Vai pelo mundo… (Trouxe-o no meu seio…)
Irmãos na Dor, os olhos razos de água,
Chorai comigo a minha imensa mágoa,
Lendo o meu livro só de mágoas cheio!…
**
Questo libro…
Questo è il libro dei dolori. Infelici
che passate per il mondo, piangete mentre lo leggete!
Soltanto la vostra pena di torturati
può, forse, sentirlo…e comprenderlo.
Questo libro è per voi. Benedetti
quelli che potranno sentirlo, né buono né bello!
Bibbia di chi è triste…O sventurati,
che la vostra infinita pena si faccia lieve nel guardarlo!
Libro di dolori… sofferenze… ansietà!
Libro d’ombre… nuvole… e saudades!
Va per il mondo… (l’ho portato sul mio seno…)
Fratelli nella pena, gli occhi velati di pianto,
con me piangete il mio dolore immenso,
leggendo il mio libro solo di dolori pieno!..
**
Divino instante
Ser urna pobre morta inerte e fria,
Hierática, deitada sob a terra,
Sem saber se no mundo há paz ou guerra,
Sem ver nascer, sem ver morrer o dia,
Luz apagada ao alto e que alumia,
Boca fechada à fala que não erra,
Urna de bronze que a Verdade encerra,
Ah! Ser Eu essa morta inerte e fria!
Ah, fixar o efémero! Esse instante
Em que o teu beijo sôfrego de amante
Queima o meu corpo frágil de âmbar loiro;
Ah, fixar o momento em que, dolente,
Tuas pálpebras descem, lentamente,
Sobre a vertigem dos teus olhos de oiro!
**
Eterno istante
Essere una povera morta inerte e fredda,
ieratica, distesa sottoterra,
senza sapere se nel mondo c’è pace o guerra,
senza vedere nascere, senza vedere morire il giorno.
Lume spento in alto e che riluce,
bocca chiusa alla parola che non sbaglia,
urna di bronzo che racchiude infine il vero,
ah! Essere io quella morta inerte e fredda!
Ah, rendere eterno ciò che sfugge!
Quell’istante in cui il tuo bacio avido di amante
brucia il mio corpo delicato di ambra bionda;
ah, rendere eterno quel momento
in cui, dolente, le tue palpebre scendono, lentamente,
sulla vertigine dorata dei tuoi occhi
**
Florbela Espança nasce a Villa Vicosa l’8 dicembre 1894 e muore suicida, nello stesso giorno, trentasei anni dopo. Si sposa tre volte ma non ha figli. Contemporanea di Pessoa, la sua vita letteraria oscilla fra apprezzamenti parziali e mancati riconoscimenti. In vita, pubblica due antologie di testi poetici, Il Libro dei dolori e Il Libro di sorella saudade. L’intera opera poetica è raccolta in Sonetti completi, nel 1934. da Guido Borrelli, un professore italiano innamorato della sua poesia.
Una volta fu innalzata l’anima e vedevo Dio con tale chiarezza e in tale pienezza come non l’avevo mai visto così in modo tanto pieno. Lì non vedevo amore. E anch’io persi l’amore che avevo dentro di me: fui fatta non-amore.Poi lo vidi in una tenebra – dico in tenebra, perché lui è il maggior bene che si possa pensare e capire. In quel bene che si vede nella tenebra io mi rannicchiai tutta quanta. Sono diventata così sicura di Dio, che mai potrei dubitare di lui o di non possederlo sicuramente. In quel bene tanto efficace che appare dentro la tenebra sta ora la mia speranza, tutta concentrata e sicura.
Così la fedele cristiana Angela da Foligno a me, frate trascrittore. Ecco le sue prime parole, che traduco come posso nell’arido latino della Chiesa, fedele al compito che mi avete affidato. Voi sapete chi è Angela, Monsignore, perché mi avete comandato di riferirmi il suo messaggio; ma nessuno ve l’avrà descritta, neppure sommariamente, perché nessuno lo potrebbe. Vi accennerò qualcosa io.
Dicono che Angela sia di carnagione molto scura, che non abbia decoro né grazia; si sa di certo che ignora il latino e il volgare; vive chiusa nella sua cella, acquattata nel buio, invisibile agli sguardi, in attesa che l’estasi le cambi la voce. Strana voce la sua, cavernosa, un po’ sorda. Mi sono abituato a udirla nei miei lunghi giorni di trascrittore, l’orecchio appoggiato alle grate della cella, le ginocchia indolenzite, il foglio fra le dita. A Foligno, lo sapete, è diventata più famosa della più famosa delle sante; ed è per i suoni che la sua bocca fa scaturire dal buio quando è posseduta che io, povero frate, sono stato chiamato da Voi a farle domande sulla creazione del mondo e degli uomini, sulla Verità di Dio e sulla Santità della Chiesa.
Ma in effetti, Monsignore, io stesso non sono sicuro di quello che la mia mano ha trascritto e sottoposto al Vostro giudizio. Mi sembra di essere stato stupido, lacunoso, infedele. E se mi sforzo di ricordare, ricordo meno di nulla: solo alcune parole tronche, bisbigliate in una lingua molto simile al dialetto umbro. Io traduco come posso. Ma nel dialetto di Angela ci sono consonanti aspre, che non formano sillabe, vocali cupe, a cui non so dare un senso, suoni che si mescolano nel buio come colpi sordi.
A me sembra che Angela abbia detto quello che ho riportato qui sopra, all’inizio della lettera, ma c’è anche il rischio che noi – io, come umile servitore, e Voi, come rappresentante della Chiesa – stiamo trattando non con una donna ispirata da Dio, con una santa analfabeta e innocente, ma – oso appena dirlo – con una strega posseduta da una lingua eretica e nuova, che ci parla di un nulla sconosciuto. È il problema che sottopongo alla Vostra attenzione. Io credo di non poter più capire. Io non voglio più capire. So che, comunque, continuando a trascrivere queste visioni, io tradisco chi quelle visioni soffre nell’anima e nel corpo, e non voglio più che questo accada.
Io vi chiedo, Eminenza, di esonerarmi dal mio penosissimo compito, che malamente cerco di assolvere. Preferisco non fare più nulla, essere rimosso dall’incarico, espulso dalla stessa Chiesa se sarà necessario. Se volete sapere qualcosa di più, se le mie parole Vi sembrano quelle di un malato o di un folle, venite in questa cella, dove Angela parla la lingua tronca e tenebrosa di cui Vi mando relazioni, e appoggiate l’orecchio, come faccio io da giorni, a queste grate, calde della sua voce. Allora saprete in quali mari io navigo da solo, e quanto la mia navigazione abbia qualcosa di simile a un annaspare che mai verrà a capo di nulla.
Venite e cercate di capire. Io ho smesso di farlo oggi.Angela è corpo troppo straordinariamente invaso dalla lingua delle sue visioni perché possa tradire con la mia voce la sua insostituibile estasi. Le povere parole che Vi mando oggi con diffidenza – eco della sua lingua notturna – non sono lodi o preghiere. Angela espone il nulla che abita sotto l’immagine rassicurante di Dio: niente ci assicura che un Essere supremo e assoluto le detti quanto noi trascriviamo, a onore della fede cristiana – ma quanto ci detta è certo segno di un inferno che non si sa quanto appartenga al corpo e quanto allo spirito. Ciò che mi pare le crocefigga la carne e le innalzi l’anima è solo un buio ostinato, da vegliare in tutta la sua fierissima tenebra, dentro il quale stare e tacere, e casualmente emettere suoni, singulti, lacrime di parole.
Perciò, prima di perdere la mia fede, prima di vergognarmi della mia impotenza a trattare con un fuoco che non comprendo, che mi occupa le orecchie come voce diabolica, io resto muto.
Vostro frate A.
Lo scrittore Georges Bataille, su un treno affollato di soldati in partenza per la seconda guerra mondiale, legge in traduzione francese Le livre des visions di Angela da Foligno e ne resta conquistato: riporterà notizia di quest’incontro folgorante nel capitolo «La nuit» di Somme athéologique. Alla visionaria di Foligno, vissuta alla fine del XIII secolo, si attribuiscono scritti di diversa natura, oggi conservati nella Biblioteca Comunale di Assisi con il nome di Libro Lelle. Nessuno dei testi è scritto da lei: le sue visioni, dettate in dialetto umbro, sono trascritte in latino ecclesiastico. Diversi i trascrittori e i redattori: dell’ultimo non si conosce nulla, mentre il primo sarebbe un frate minore, celato sotto la sigla A. Riascoltando le proprie parole fissate nella scrittura dei frati, Angela le avrebbe definite da un lato verità e dall’altro truffa e bestemmia.
**
*I testi sono tratti da: Lucetta Frisa, Marco Ercolani, Furto d’anima. 40 lettere reali e immaginarie tra uomini e donne nella storia e nell’arte, Greco & Greco, Milano, 2018.
Da dove iniziare a leggere questo romanzo poematico sulle “figure del mito”, Cantami o diva degli eroi le ombre, di Isabella Bignozzi (Edizioni la Lepre, 2023)? In modo rapsodico e diacronico dall’inizio di un capitolo, Itaca:
«Ad alcuni marinai appare un’isola, navigando verso il tramonto. Altri l’hanno cercata a lungo, seguendo le stesse rotte, guardando le costellazioni di notte e orientandomi con i racconti di chi vi era approdato, ma non l’hanno trovata. Eppure non è lontana dalla terraferma. Salendo in alto, sulle pendici del Nerito, si può vedere il continente, oltre un canale di mare. Itaca, si dice, è avvolta da un gioco di correnti, da un ruotare capriccioso di brezze e flussi di vento, che fanno perdere la via. Solo i pescatori e qualche vecchio marinaio sanno come orientare il timone e la vela per tornarvi. Capita di confondersi con le tante isole che, vicine l’una all’altra e chiare di sole fin dal primo albeggiare, ammiccano ai naviganti: Dulichio, Same, Zacinto. Itaca invece ritarda il mattino, rimane nascosta, in ombra. Bassa, ancora bagnata di notte, fugge l’aurora, laggiù in fondo al mare. Poco importa. Non è un’isola importante, ricca di oro o mercanzie. Non è uno scalo necessario. Non vi sono grandi porti in cui comprare ceramiche tinte o gioielli luminosi, né stoffe screziate o tappeti d’oriente. Non vi sono potenti monarchi, né strategiche alleanze, o ricchi fidanzamenti. L’approdo è difficile, ventoso, frastagliato».
Perché ritengo questo “inizio” così esemplare come indicazione di lettura per il romanzo? Perché Isabella Bignozzi ci mostra qui un’Itaca dimessa, sottotono – un semplice e arido pezzo di roccia libero dai miti di Odisseo e dalla poesia di Kavafis. Su questa misura volutamente lieve, rinforzata dallo stile trasparente e neoclassico, Isabella ripercorre i miti e ci riporta le storie, a noi note, di dèi e di eroi, con una leggerezza incantata che le re-illumina. Sta al nostro sguardo seguire questo romanzo-non-romanzo nell’intreccio di storie-miti che ritornano, prime fra tutte l’Iliade e l’Odissea. Leggiamo, dal risvolto di copertina: «La spedizione immensa, basata su un inganno. La guerra infinita, incantesimo che mangia il tempo. Questo romanzo è una rapsodia moderna, che fa rivivere alcuni personaggi omerici e del mito troiano con narrazione obliqua; nel libro respirano miti e leggende eterni, e gli archetipi della vittima e dell’eroe, secondo una prospettiva vicina al Poema della Forza di Simone Weil». Riscrivere storie già scritte, in questi anni estremi della letteratura, è fondamentale: la reinterpretazione del “già detto” è nello sguardo postumo dell’artista che ritrova, oltre la trama antica delle storie, una prospettiva altra, una musica nuova, in questo caso una “musique de chambre” che riconduce dee ed eroi nelle nostre stanze, perché noi possiamo ri-parlare con loro al di là delle parole già lette. L’ìntuito dell’autrice è quello di non affidare l’ultima parola agli eroi, agli dèi e ai loro già noti destini, ma a Simone Weil, evocata in “Perché il forte uccide l’inerme? Simone Weil sulla guerra”, il saggio che conclude il volume. Scrive Isabella, riecheggiando il pensiero di Weil: «L’amore implicito di Dio nella sua forma di amore per il prossimo, è scandalo e insurrezione perché va contro la necessità meccanica che regola l’universo secondo la legge, stabilita dalle stesse soprannaturali sfere, dal prevalere di una creatura sull’altra mediante l’uso della forza».
Nell’epilogo del libro Isabella si identifica con Elena di Sparta e così scrive, come in un racconto apocrifo ma reale: «Non so come ma, a volte, vedo. Attraverso il tempo: foro l’aria, solco lo spazio. Intuisco un’altra me, identica. Come se lei mi lasciasse guardare dai suoi occhi. Ma sono istanti. Allora ecco mura candide, di marmo. Ecco Menelao, il suo dolore, l’accampamento. C’è l’odore dell’esercito, delle latrine. C’è sangue secco nella sabbia, e del legno che brucia, nei roghi, la carne dei morti. In quei momenti mi capita di muovermi su terrazze altissime. So che sono gli spalti di Troia. Sono velata in viso, poco più che un’ombra. Come posso essere tra quelle mura?»
**
Isabella Bignozzi ha pubblicato racconti, prose artistiche, testi poetici, saggi e contributi critici su varie riviste letterarie, fra cui “Pangea” e “La foce e la sorgente”. In poesia ha pubblicato Le stelle sopra Rabbah (Transeropa, 2021), e Memorie fluviali (MC edizioni, collana “Gli insetti”, a cura di Pasquale di Palmo); in prosa i romanzi Il segreto di Ippocrate e Cantami o diva degli eroi le ombre (entrambi per La lepre edizioni).
*I testi sono tratti da Canzoni di cortese villania. Amori Concetti Ri(dis)cordanze, Format Puntoacapo, Novi Ligure, 2008.
**
Che io non veda sul tuo volto
quei lenti fragori di luce è ormai decretato
dagli anni trascorsi al gusto forzato
dell’arte sonora tinta dai venti.
Sperduta e stanca andavi tra le genti
con passo insicuro ed ora è scemato
l’agito orgoglioso il mondo è isolato
al tempo in cui complici eran le menti.
Donna scavata con troppa premura
mobile ampolla di vino scorrente
sorta dal buio del sonno irrisolto.
Distante imperfetta instilli calura
fra me dio d’un tempo e il corpo al presente
tu dio che manca di fede e di volto.
**
Sembra l’ultima parte del viaggio
un cielo sereno dopo la guerra
che sperse il mio corpo nella tempesta
le nostre allegrie rinacquero a maggio.
Trovammo memoria e insieme coraggio
pazzi di gioia tormammo alla terra
folli d’amore e di vino alla testa
del sole arraffammo l’ultimo raggio.
E poi a nuotare nel fiume più terso
spremendo sidro dai frutti più ghiotti
ché si cospargon di me le acqueforti
e tu che perduta apri all’universo
labbra di carta e amorevoli motti
m’investi ariosa di piccole morti
**
Mirko Servetti (1953-2023). In poesia,ha pubblicato: Frammenti in fuga , con Teresio Zaninetti (Lalli Editore, 1981); Quasi sicuramente un’ombra (Forum/Quinta Generazione, 1984); il poema Canti tolemaici (Tracce, in due volumi, 1989 e 1993); L’amor fluido (Bastogi Editrice, 1997); Quotidiane seduzioni (Edizioni del Leone, 2004); Canzoni di cortese villania (Puntoacapo Editrice, 2008); Terra bruciata di mezzo – fra Vespero e Lucifero (Matisklo Edizioni, 2013, e-book); Indefinito canone (Matisklo Edizioni, 2016); Uomini in fiamme, con Carlo Di Francescantonio (Ensemble, 2018).
Nota su Galassie parallele di Marco Ercolani, Il Canneto edizioni, Genova, 2019.
**
Galassie parallele sono quelle che costellano opere di artisti “outsiders”, quindi eccentrici, discordanti. Tutti riuniti nel segno della vertigine. Vertigine dell’origine, del ritorno di un senso che è costretto a passare per il sotterraneo, per il sole nero dell’insonnia. Figure agitate da colpi e contraccolpi, serbatoi di un’energia esplosiva, sempre a contatto col fantastico e con la sua febbre. Una sfilata di identità vacillanti, colte al centro del loro turbinio, quando i corpi si flettono sotto al peso.
Davvero enciclopedico in questo libro è il dispiegamento dei saperi che spaziano per ogni dove. Marco Ercolani scava con la sua scrittura acuminata nell’intreccio tra destino e opera, in prospettiva fenomenologica e, nello stesso tempo, dialoga con amici lontani, lunari quanto basta per aver sperimentato le raffiche della “tempesta emotiva” e dell’invasione dell’ombra.
Ne escono “frammenti di un discorso amoroso”: pensieri , schegge di biografie, luoghi, occasioni, figure snervate e inquiete. Impossibile nominarle tutte. Cervantes, Micheaux, Giacometti, Hugo Wolf, Glenn Gould, Lorenzo Calogero, Dino Campana, tanto per citare alcuni estremi della catena. Una cavalcata, quella di Ercolani, che travalica i canoni della saggistica. Una rapsodia delle svariate forme dell’arte o meglio, un più libero “ricercare”.
Marco Ercolani vuol rompere quel cerchio di solitudine che racchiude ogni opera d’arte Vuole entrare, varcare la soglia del “mistero senza enigma”, risuonare empaticamente, a specchio. A specchio della sua propria esistenza. Tutto palpita e si corrisponde in queste GALASSIE PARALLELE. E’ sempre un incontro sotterraneo, da anima a anima, quel che muove e sollecita la scrittura, la ricerca della parola-pensiero. Tutto quello che Marco annota nella prosa di Leopardi, la “mobilità nervosa delle parole”, la “germinazione naturale del pensiero”, il “cammino all’aperto” è lo stesso segno, la cifra e il carattere della sua propria scrittura vibrante.
« Et tout d’un coup, d’un seul coup, le voile se déchire, j’ai compris, j’ai vu. » Jean-Paul Sartre La Nausée.
Un douloureux voyage introspectif amène le protagoniste de La Nausée vers un état où conscience et perception de soi se mêlent dans une réciprocité équivoque. Y a-t-il quelqu’un qui soit capable de comprendre son propre visage? – se demande Roquentin, «out ça (yeux, nez, bouche) n’a pas de sens, ni même d’expression humaine.
La rencontre avec son propre visage, objet d’identification sociale et en même temps de distance de soi, est pour l’homme depuis toujours une interrogation ouverte, voire une angoisse à maîtriser. Séduits par leurs mensonges, nous croyons au visage de l’acteur comme à celui de l’inconnu qui nous croisons dans la rue. A chaque fois, nous sommes victimes de notre présomption, de notre intuition, de notre pouvoir de décrypter le visage des autres et leurs mystères, leurs mensonges. Révéler le mensonge d’autrui serait bien plus excitant qu’accepter une défaite face à notre propre visage. Le rappel du visage de l’Autre serait donc plus tranquillisant que la rencontre avec notre propre visage?
Et pourtant, si un visage n’était pas ce lieu de sincérité rassurant que nous imaginons? Ce lieu dont, malgré le dépassement d’une certaine physionomie, nous prétendons encore qu’il nous offrirait des clés d’interprétation des hommes et de leurs comportements? Pourquoi la tête serait-elle l’encyclopédie ambulante qui devrait tout connaître et nous donner tout à voir?
En se rapprochant de l’œuvre d’Éric Derkenne, on ne peut pas éviter l’effondrement dans l’hypnose suscité par ces organes ronds et multiples. En cherchant à revenir de ce choc, on pourrait se demander : comment transmettre l’effroi d’un regard insaisissable, le miracle de son apparition ? Et si ces visages n’étaient que les paysages désolants et désolés d’un terrain de combat? Peut-il être le lieu du plus dur combat livré entre les forces sans nom qui habitent un soi immaîtrisable?
Les yeux n’exprimeront alors ni message, ni mystère, sauf le pus sulfureux que dégage le frottement violent entre un regard et l’autre. Les nez lutteraient avec les pénis pour la possession d’une centralité… les trous obscurs des narines et des bouches, seraient comme des canons prêt à tirer… Que pourrait-on en dire?
Encadré strictement par la dimension de la page, la quête obsédante et inassouvie d’Éric Derkenne, nous fait penser aux images d’un copiste de guerre. Ces simples soldats avaient pour mission de dessiner la stratégie de guerre et en même temps de témoigner de la bataille. Le résultat? Une cartographie infinie des combats que corps à corps Éric a menés avec son image. Car ce sont son propre corps et sa propre image, qui sont le véritable lieu de cette bataille sans merci. Une bataille est une chorégraphie d’actions entre deux forces armées menant à l’anéantissement de l’une ou de l’autre. Ces actions ne sont pas livrées au hasard, mais répondent à une étude minutieuse des forces en présence et des puissances opposées.
Également dans son approche graphique, Derkenne structure progressivement un schéma d’actions visant à une attaque sur plusieurs fronts. Historiquement, une bataille est constituée par une multitude des combats individuels et les combattants n’ont généralement connaissance que d’une partie limitée des évènements. Ce n’est pas le cas de Derkenne, qui reste tout au long de sa carrière le maître solitaire de son propre champ de bataille. A lui la responsabilité de l’emplacement de sièges qui constitueront l’essence de sa stratégie offensive.
Elle consiste à cerner totalement une place forte par circonvolution afin d’empêcher toute entrée et toute sortie du lieu. En différents secteurs de la page, Derkenne affronte par sièges ces forces qu’il veut contrôler et attaquer. On se trouve devant la mise en œuvre d’un encerclement des objectifs. Parfois le siège est plus serré et les résultats sont des enceintes plus denses, plus marquées; parfois le corps à corps se termine par un abandon du champ et par une plus grande distance entre un rond et l’autre qui nous parle de la fatigue du combat. Le tracé de ces lignes de bataille nous montre des infinies variations, et on a l’impression que le guerrier s’empare du lieu davantage par la durée du combat que par la force utilisée.
Du dynamisme du cercle, de sa force originaire et créatrice, il fait un siège pour attendre la reddition de forces encerclées. Il marche autour du dessin en ordre de bataille, il avance dans le même ordre que les forces combattantes. Et chaque cercle est une porte, et chaque visage un appel…
Pour Antonin Artaud, cet appel a un caractère d’urgence. Il écrit dans le catalogue de l’exposition de ses dessins à la Galerie Pierre à Paris en 1947: «Le visage humain est une force vide, un champ de mort. La vieille revendication révolutionnaire d’une forme qui n’a jamais correspondu à son corps, qui partait pour être autre chose que le corps. (…) Ce qui veut dire que le visage humain n’a pas encore trouvé sa face et que c’est au peintre à la lui donner, à le sauver en lui rendant ses propres traits».
Le sentiment d’effondrement, de doute perpétuel face à la possibilité de saisir l’apparence extérieure d’un visage correspond à toute une déclinaison d’artistes qui traversent le XX° siècle et qui, d’Artaud à Giacometti, de Michaux à De Kooning affronteront à plusieurs reprises la problématique intemporelle de la figuration. Dans le domaine de l’art brut, où les frontières entre art et vie sont encore plus démantelées, cette thématique se déplace naturellement vers les enjeux de l’auto-figuration. Le visage est un cercle en soi, un cercle de protection magique qu’en pratique l’auteur trace d’abord dans un acte qui possède une dimension rituelle et magique.
En tenant compte des distances entre les expériences des uns et des autres le «visage-corps» est pour des auteurs comme Artaud et Derkenne le lieu d’une quête identitaire qui passe par l’appropriation de la multiplicité pour reconstruire l’Un selon un processus d’individuation douloureux qui fait l’objet d’une recherche constante.
Dès ses premiers internements en asile psychiatrique, Artaud se dit « mort au monde ». Incapable de parler en son nom, il demande sans arrêt à y être identifié. «Je ne suis pas mort » écrit-il, «je suis séparé».
D’une manière différente, Derkenne conditionné par les effets d’une trisomie 21 sévère, n’aura pas accès au langage, mais acquerra par la fréquentation des institutions sociales (famille et foyer d’accueil) une certaine conscience de soi.
Dans notre culture, l’association nom/visage est récurrente. Le nom désigne l’individu et son visage est un signe corporel – peut être le plus évident- de sa différence au monde. Le visage prend, comme le nom, une valeur de signature. Dans son parcours de fragmentation et de reconstruction de soi, Artaud utilisera au long des années plusieurs identités, morcelant et établissant un nouveau nom : AR –TAU, dans une demande ininterrompue d’identification. Demande qui sur un plan esthétique et formel, l’amènera à dépasser l’opposition usuelle entre écriture et image.
Derkenne à qui ont été transmises précocement les préoccupations contemporaines en faveur d’une reconnaissance de l’auteur, remplit des cahiers avec une imitation d’écriture et met sa « signature » en bas de la page comme une présence constante qui renforce le caractère auto-identitaire de l’œuvre. Pendant les quinze années de son parcours artistique, Derkenne a dû se confronter aux transformations subies par son corps et aux difficultés liées à l’image qu’il renvoie. La trajectoire de vie d’une personne atteinte de trisomie 21 est profondément marquée par les conséquences du handicap. Dans le cas d’Éric, l’image qu’il construira progressivement de lui- même, intègre de façon harmonieuse les limites que lui impose sa condition avec les potentialités dont il dispose.
Comme pour Artaud, ces autoportraits seront les témoins vertigineux d’une reconstruction-déconstruction de soi. Sonder le gouffre corporel est le chemin pris par Artaud pour qui l’accès au visage n’est que le retour en surface d’une plongée abyssale et obscure. La verticalité de ce parcours dessiné par explorations et excavations est liée à la profondeur du gouffre. «Le gouffre insondable de la face, de l’inaccessible plan de la surface par où se montre le corps du gouffre, le gouffre en corps, ce gouffre le corps, le gouffre corps».
Derkenne préfère les basses eaux et les plongées en extension. Un rhizome qui ne voit pas d’opposition entre tête et corps sans privilégier l’un aux dépens de l’autre. On se trouve face à l’orchestration organique d’un corps-tête ou d’une tête-corps. Une organicité à plusieurs centres et aux entrées multiples. Ramifications où chaque centre possède une valeur en soi et est interchangeable avec les autres. Bulbes oculaires, trous de nez ou testicules, sont quelques-unes des portes tourbillonnantes ouvertes à cette identité rhizomique, laquelle, sans commencement ni fin, nous communique la vitalité d’un guerrier qui a gagné sa bataille.
**
Perché ripubblicare in questo blog la versione originale della prefazione di Gustavo Giacosa a Champs de bataille di Eric Derkenne (RFMK éditeur, 2014). Per lo stesso motivo che ci fa considerare l’autoritratto come “testimone vertiginoso di una costruzione-decostruzione di sé”. Il corpo come abisso e l’abisso come corpo sono i temi di Eric, insondabile nel pensiero e sondabile nelle forme che nascono dal suo silenzio. Derkenne compone autoritratti come passaggi accessibili a un buio senza ritorno. Li compone come un preludio assoluto. Trasgredisce così ogni codice di “opera finita” e filologicamente corretta, orientandoci verso l’impensabilità, l’inesauribilità, il monstrum di un disegno-pittura che mappa il visibile e l’invisibile. Siamo, da spettatori, testimoni di un “resoconto minuzioso e tremendo di stati vissuti fino al limite della morte”. Scrive lo psicoanalista Salomon Resnik: «Avere un corpo significa anche com-prenderne i limiti, accettarne la finitudine spaziale e temporale. La nozione di corpo implica l’assunzione di una “frontiera concreta” che le relazioni ordinarie non trasgrediscano. D’altra parte, assumere il corpo proprio e le sue possibilità di porsi in relazione col mondo richiede anche un certo grado di “permeabilità”, di disponibilità allo scambio, al “negozio”. Vivere il proprio corpo significa accettare i propri confini e riconoscere lo spazio dell’altro». La materia visiva di Derkenne non è permeabile, non è disponibile, è un multiverso di gallerie orientate verso un ultramondo. Lo spazio reale dell’altro non esiste. Nessuna frontiera concreta lo persuade. Non vuole accontentarsi di uno spazio-tempo comune. Al contrario, suggerisce agli spettatori l’idea di un al di là del corpo, che contesta le norme della vita collettiva, perché «non si può guarire la vita». Derkenne concepisce la sua personale pittura come rigoroso e ossessivo diagramma di una trance emotiva. Nessuna mente dirige e domina il corpo, è il corpo a farsi mente invasata, pur mantenendo uno spazio di lucida osservazione del proprio caos. Scrive Artaud: «La verità della vita è nell’impulsività della materia. Lo spirito dell’uomo è malato in mezzo ai concetti. Non gli chiedete di soddisfarsi, chiedetegli soltanto di essere calmo, di credere che ha trovato infine il suo posto. Ma soltanto il Matto è davvero calmo».
Jacques Roubaud, Qualche cosa nero, FT-Finis terrae, collana Le meteore, Como-Pavia 2022, traduzione di Domenico Brancale e eTomaso Santi,
**
Qualche cosa nero, forse. Qualche cosa grigio, tolto al nero. Come trattenere la morte dell’amata, indicibile, e dirla. L’esperienza dell’impossibile è la sola via percorsa dal poeta. (M.E.)
**
(Dalla quarta di copertina)
«La tua morte dice il vero. La tua morte dirà sempre il vero. Ciò che dice la tua morte è vero perché dice». Un uomo ha perduto la sua donna e dice, riga dopo riga ìl dolore della sua assenza. Il dolore più difficile da scrivere. L’uomo è il poeta Jacques Roubaud, la donna è la fotografa Alix Cléo Roubaud. Qualche cosa nero, pubblicato nel 1986, è il libro del lutto della poesia.
**
Fedeltà e tradimento quando si traduce sono due vie di uno stesso volto. Il volto della parola. Nella fedeltà si tradisce la propria lingua, rimanendo fedeli alla lingua altrui, nel tradimento si tradisce la lingua altrui rimanendo fedeli alla propria. Sempre si rinuncia a qualcosa…
(Domenico Brancale e Tomaso Santi)
**
Meditazione dell’indistinto, dell’eresia
a Jean Claudfe Milner
Ci sono tre supposizioni, la prima, senza ragionarci troppo, è che non c’è più, non la nominerò.
Una seconda supposizione è che niente si potrebbe dire.
Poi un’altra supposizione è che niente ormai le assomiglia, questa supposizione destituisce tutto ciò che crea legami.
Da alcune di queste supposizioni si possono dedurre, senza rilevanaza, proposizioni a catena.
Dal fatto che niente ormai le assomiglia, si concluderà che non c’è niente se non il dissimile e da lì, che non c’è nessun rapporto, che nessun rapporto è più definibile.
S’arriverà quindi all’inadeguatezza.
Tutto si sospende nel punto in cui sorge il dissimile e da lì qualche cosa, ma qualche cosa nero.
Con la semplice ripetizione, non c’è più, i tutti si disfano nel loro tessuto abominevole: la realtà.
Qualche cosa nero che si richiude. e si sigilla, una deposizione pura, incompiuta.
**
Questa fotografia, l’ultima tua
Questa fotografia, l’ultima tua, l’ho lasciata sul muro, tra le due finestre, sopra,
La televisione scollegata, e la sera, nel golfo di tetti a sinistra della chiesa, quando la luce,
Si concentra, e allo stesso tempo scorre, su due estuari obliqui, inalterabili, nell’immagine,
Mi siedo su questa sedia, da cui si vede, contemporaneamente, l’immagine interna alla fotografia, e attorno ad essa, ciò che mostra.
Che solamente, di sera, coincide, grazie alla direzione della luce, con essa, tranne per il fatto che, sulla sinistra nell’immagine, tu guardi,
Verso il punto in cui mi siedo, vederti, invisibile adesso, nella luce,
La sera, che pesa, sul folto di tetti fra le due finestre, e io,
Assente dal tuo sguardo, che, nell’immagine, fissa, il pensiero di quest’immagine, dedicata a questo, le sere da adesso, senza te, nel punto,
Vacillante del dubitare di tutto.,
**
Jacques Roubaud (1932). Poeta, prosatore, matematico, traduttore. Nel 1966, insieme a Georges Perec, entra a fart parte del circolo Oulipo, fondato da Raymond Quenau e François Le Lionnais. Fonda nel 1965 la rivista “Change”. Tra le sue opere: Quelque chose noir (1986), ii romanzi consacrati a Hortense (1985,1987,1990), il ciclo di prose Le grand incendie de Londres (2009), Poétique. Remarques (2016), Traduire, journal (2018), Chutes, rebonds et autres poèmes simples (2021).