PER “QUALCHE COSA NERO”. Jacques Roubaud

Jacques Roubaud, Qualche cosa nero, FT-Finis terrae, collana Le meteore, Como-Pavia 2022, traduzione di Domenico Brancale e eTomaso Santi,

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Qualche cosa nero, forse. Qualche cosa grigio, tolto al nero. Come trattenere la morte dell’amata, indicibile, e dirla. L’esperienza dell’impossibile è la sola via percorsa dal poeta. (M.E.)

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(Dalla quarta di copertina)

«La tua morte dice il vero. La tua morte dirà sempre il vero. Ciò che dice la tua morte è vero perché dice». Un uomo ha perduto la sua donna e dice, riga dopo riga ìl dolore della sua assenza. Il dolore più difficile da scrivere. L’uomo è il poeta Jacques Roubaud, la donna è la fotografa Alix Cléo Roubaud. Qualche cosa nero, pubblicato nel 1986, è il libro del lutto della poesia.

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Fedeltà e tradimento quando si traduce sono due vie di uno stesso volto. Il volto della parola. Nella fedeltà si tradisce la propria lingua, rimanendo fedeli alla lingua altrui, nel tradimento si tradisce la lingua altrui rimanendo fedeli alla propria. Sempre si rinuncia a qualcosa…

(Domenico Brancale e Tomaso Santi)

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Meditazione dell’indistinto, dell’eresia

a Jean Claudfe Milner

Ci sono tre supposizioni, la prima, senza ragionarci troppo, è che non c’è più, non la nominerò.

Una seconda supposizione è che niente si potrebbe dire.

Poi un’altra supposizione è che niente ormai le assomiglia, questa supposizione destituisce tutto ciò che crea legami.

Da alcune di queste supposizioni si possono dedurre, senza rilevanaza, proposizioni a catena.

Dal fatto che niente ormai le assomiglia, si concluderà che non c’è niente se non il dissimile e da lì, che non c’è nessun rapporto, che nessun rapporto è più definibile.

S’arriverà quindi all’inadeguatezza.

Tutto si sospende nel punto in cui sorge il dissimile e da lì qualche cosa, ma qualche cosa nero.

Con la semplice ripetizione, non c’è più, i tutti si disfano nel loro tessuto abominevole: la realtà.

Qualche cosa nero che si richiude. e si sigilla, una deposizione pura, incompiuta.

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Questa fotografia, l’ultima tua

Questa fotografia, l’ultima tua, l’ho lasciata sul muro, tra le due finestre, sopra,

La televisione scollegata, e la sera, nel golfo di tetti a sinistra della chiesa, quando la luce,

Si concentra, e allo stesso tempo scorre, su due estuari obliqui, inalterabili, nell’immagine,

Mi siedo su questa sedia, da cui si vede, contemporaneamente, l’immagine interna alla fotografia, e attorno ad essa, ciò che mostra.

Che solamente, di sera, coincide, grazie alla direzione della luce, con essa, tranne per il fatto che, sulla sinistra nell’immagine, tu guardi,

Verso il punto in cui mi siedo, vederti, invisibile adesso, nella luce,

La sera, che pesa, sul folto di tetti fra le due finestre, e io,

Assente dal tuo sguardo, che, nell’immagine, fissa, il pensiero di quest’immagine, dedicata a questo, le sere da adesso, senza te, nel punto,

Vacillante del dubitare di tutto.,

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Jacques Roubaud (1932). Poeta, prosatore, matematico, traduttore. Nel 1966, insieme a Georges Perec, entra a fart parte del circolo Oulipo, fondato da Raymond Quenau e François Le Lionnais. Fonda nel 1965 la rivista “Change”. Tra le sue opere: Quelque chose noir (1986), ii romanzi consacrati a Hortense (1985,1987,1990), il ciclo di prose Le grand incendie de Londres (2009), Poétique. Remarques (2016), Traduire, journal (2018), Chutes, rebonds et autres poèmes simples (2021).

Jacques Roubaud

IO SONO PARLATO. Alfonso Guida

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Le canne soporifere. Il gas minimo del caffè.

Col sonno in bocca, secca e aspra di cenere l’ora.

La casa sono giorni che la mente ne compie il transito.

L’errore di una frase marginale, la gravità.

Stefano che mi pensa uomo di amori malati.

Disperato e felice, a strati, a vortici, un’eco di occhi.

La passione di un uomo dal sangue slegato, ecco, questo.

La letteratura e altre schiavitù.

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-La voce che mi detta è perfetta. (A.G.)

-Il racconto della tua voce (M.E.)

-Profondissima questa frase. . La profondità è tutta nella preposizione articolata “della” che l’occhio fino nota diversa dalla banaòe “dalla”. Per te, che sei le voci, la voce è un animale, un essere a sè.

Io sono parlato.

E non saprò mai da chi. Per questo sono uscito pazzo. Volevo stanare la voce, saperne il nome, darle un volto. La follia è la pretesa di essere profilers della voce. Adesso ho accettato di essere eseguito, parlato come fossi io stesso una corda, uno xilofono. La voce batte. È un martelletto di piombo.

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Giovanni Castiglia, Abisso

PER “UPDAY”. Luciano Neri

Upday, Scalpendi, Collana assemblaggi e sdoppiamenti, Milano, 2023

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«Upday, “Giorni in su”. Un testo scritto con un programma vocale di scrittura. Il tema: in vacanza, 24 ore, su un’isola greca. Due prospettive fisse sulla baia, in ordine cronologico, con montaggio successivo. Una scrittura oggettiva, dove il soggettivo è non poter registrare/scrivere tutto il possibile accaduto in quelle 24 ore. Il lettore osserva il rigore dei blocchi in prosa, disposti in ordine geometrico nella pagina. Le descrizioni di oggetti, di movimenti, di esseri umani, si susseguono con uno stile neutro, elencatorio, dove le risonanze sono ridotte al minimo. Sembra inutile cercare una direzione, un significato, a queste prose lisce e chiare. Qui la vita scorre da sé. L’autore guida il lettore in una camera bianca, anecoica, dove certe parole accadono. Il lettore ha il compito di accoglierle e di preservarle dalle interpretazioni, perché ogni interpretazione le tradirebbe. Nuovo nouveau roman? Nuova école du regard? Direi qualcosa di meno e di più: osservare la scrittura nel suo neutro registrare la realtà, tra parole greche, nomi di imbarcazioni, traffici costieri, profili di draghi, frinire di cicale. Ma il neutro non esiste. Upday ci appare come una parete di parole che solo casualmente sono quelle che compongono il libro, anche se il caso è predisposto con rigore. Alla fine il lettore è solo davanti a un enigma e vorrebbe rileggere il libro per arrivare a un senso, a un fondo. Ma qui “la profondità è la superficie”, direbbe Hugo von Hofmannsthal». (M.E.)

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Da Upday

Perimene è un’altra parola molto frequentata nelle conversazioni notturne, in spiaggia e al bar ristorante. Ciascuno trattiene il fiato all’arrivo di una piccola nave pirata che trasporta escursionisti della domenica negli angoli più remoti dell’isola raggiungibili solo via mare, si anima un saliscendi sul molo in una imbarcazione per il traffico costiero e si rischia una collisione con i giovani tuffatori e la grande terra immobile e taciturna resta sullo sfondo grigio, il suo colore attuale, in lontananza il solo visibile.

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Si osserva ancora con attenzione la grande terra di fronte e da alcune disomogeneità geomorfologiche si intravede la testa di un drago dormiente.

Luciano Neri

Per “DALLE SEGRETE, CANTO”. Cristiana Panella

*dalle segrete, canto, Piccola Biblioteca Anterem, Verona, 2023.

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(“e queste note stonate di un sole rotondo, chiamano incanto”: le parole di Cristiana Panella condensano l’universo di “Dalle segrete, canto”, il volume edito nel 2023 dalla Piccola Biblioteca Anterem e dedicato a Dino Campana. Non so come descrivere questo libro incandescente e urticante se non invitando il lettore a penetrare con la lettura la sua materia linguistica: la prosa, dall’apparenza diaristica, è bisturi che rimanda alle pagine del Malte Lauris Bridge rilkiano, ma soprattutto è lama che squarcia il taccuino mostrando frasi spazzate via dal dolore di una “disperata erranza”. Non errare ma stare, nei confini del libro è il compito di chi percorre queste parole, perché “stare è un atto di resistenza, ri-stare, ri-stare, restare in piedi a testa nuda, la mia nuda vita li riporta al terrore senza nome, non i cadaveri disossati che pigiano con le scarpe per i loro esercizi da retori”.) M.E.

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un passero si ciberà dei brandelli volati dalla pampa incendiata sulle teste di coloro che non vedono la fiamma, non sanno che sulle loro crape nidificano le ceneri delle mimose selvatiche, nelle mie scarpe lo sciacquettìo delle carni aperte, portano nei salotti il puzzo scostumato dell’uomo solo, specchio rotto di cui ognuno è frammento che mai si riunirà al suo suo volto, senza costume puzzo nudo, mendicante delle porte chiuse. la mia giacca inopportuna butta addosso ai cani in frac le rughe del tempo svenduto a disconoscere. dopo che avranno fritto la mia testa la esporranno nella formalina.

A memento perpetuo dei

CRIMINALI DEL PENSIERO

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Invidia

lasciarli credere che sbavassi per le loro scarpe nuove

sono l’uomo senza terra hanno preso la mia gamba di legno e mi hanno incollato un piede vestito. non vogliono credere che il viandante con le scarpe nuove non ci vede, che la direzione è dirupo, a un passante stanco della vita ho regalato le mie scarpe. Qui le ciabatte sono obbligatorie. per quello non si sente più il profumo delle rose. le loro scarpe nuove mi fanno orrore segretamente.

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Cristiana Panella (Roma, 1968) è senior researcher in antropologia sociale e culturale. Vive e lavora in Belgio. Dopo la laurea in Lettere Moderne a Roma si è trasferita a Parigi, dove ha ottenuto un DEA (Diplôme d’Études Approfondies) in Storia dell’Arte Africana alla Sorbona per poi conseguire un dottorato in co-tutela europea (Paris 1 Panthéon-Sorbonne, University College London, Universiteit Leiden) in Scienze Sociali all’Università di Leiden, nei Paesi Bassi. Ha effettuato lunghi soggiorni di ricerca in Mali sul commercio clandestino di antiche terrecotte e sui cercatori d’oro, prima di dedicarsi allo studio del commercio informale a Roma. Attualmente è orientata, in una prospettiva multidisciplinare, sulle implicazioni etiche della corporalità. I risultati delle sue ricerche sono stati presentati in decine di pubblicazioni e convegni internazionali in Europa, Canada e Stati Uniti. Parallelamente ha collaborato come editor e lettrice con la casa editrice di Bruxelles maelstrÖm ReEvolution. Suoi testi di poesia e prosa, note critiche e traduzioni di poesia inedita francofona figurano in diverse riviste italiane on-line. Nel 2019 pubblica per proprio conto il non-romanzo in cielo e in terra. Nel 2020 ha ricevuto la Menzione Speciale per una silloge al al Premio nazionale di poesia Arcipelago Itaca. Nel 2022 vince il Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano per la sezione « prosa inedita». Nel 2023 pubblica, per Piccola Biblioteca Anterem, Dalle segrete, canto, dedicato a Dino Campana.

Fotografia di Cristiana Panella

CENTO LETTERE SULLA POESIA. Marco Ercolani, Angelo Lumelli, 3.

(2023)

Non è strano: la poesia è senza parole. Le poche che trova, la catturano interamente, senza lasciarle nemmeno una sillaba per farsi sentire. Angelo Lumelli

Restare appena dicibile praticando una scrittura interminabile. Marco Ercolani

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Terzo capitolo. Lettere 17-22

Diciassettesime lettera. ERCOLANI

La ferita del linguaggio. Ma non sentire il lamento dei feriti, come se l’intera orchestra fosse coperta da strati di neve e ogni musicista suonasse il suo strumento con bella ostinazione, nonostante il silenzio. Ricordo un poeta russo, si chiamava Muni: lo evoca Chodasevic in Necropoli. Muni invidiava il fumo perché sentiva di essere solo “l’ombra del fumo”. Nessuno ricorda un suo verso, dicono che morì suicida. I suicidi hanno molti diritti: il primo è evitare che il mondo, per loro, continui in forme inaccettabili. Si guarda il buio dentro una stanza, con ansia. L’ansia è rendere la stanza il luogo reale in cui compiere una fine che ci si ostina a rimandare, per ottime ragioni. Una volta morti, si resterebbe orfani del pensiero di morire. Orfani? A raccontarci, di noi? E in che modo? Oscuro o chiaro? È facile scrivere oscuro ed essere illeggibile, più difficile scrivere semplice e restare illeggibile.

Ricordo un artista che si chiamava Felicien Marboeuf, un raffinato intellettuale amico di Proust. Marcel gli aveva fatto leggere alcune pagine di All’ombra delle fanciulle in fiore e lui aveva commentato, con lettere struggenti, quanto fosse un delicato segno di bellezza coltivare per le giovani adolescenti un amore segreto. La passione per corpi diafani e innocenti non deve realizzarsi in rapporti carnali. Qualcuno riferisce che Felicien Marboeuf, diversi mesi dopo, fu condannato a dieci anni di prigione per aver molestato due bambine, di otto e nove anni. Proust, chiuso nella sua stanza a scrivere, non seppe mai nulla né di lui né dell’atto imperdonabile che aveva tradito quelle lettere ricche di grazia. L’innocenza è necessaria, più di quanto crediamo.Come quando si torna allaprima pagina e la voce inizia a narrare. All’inizio. Ma di quale inizio? Io, a causa della mia professione, ho sempre poggiato l’orecchio a terra per sentire i suoni imminenti delle voci altrui. Non volevo udire soltanto la mia: restare prigionieri di se stessi inaridisce. Mi è necessario dissodare altri campi, le cui coltivazioni sono simili alle mie ma non uguali. Lo sai? Il libro che rileggo di più, a tratti, è l’Opera filosoficadi Novalis. Tra quel libro e lo Zibaldone di Leopardi scelgo senza un attimo di esitazione Novalis, e qui lo cito per te: «La forma casuale, ovvero singolare, del nostro Io, resta soltanto per la forma singola – la morte fa cessare soltanto l’egoismo. La forma singola resta soltanto per l’intero, nella misura in cui era divenuta universale. Noi parliamo dell’Io – come di uno, e sono però due, assolutamente diversi – ma assolutamente correlati. La casualità deve scomparire, il bene deve rimanere. Il casuale era casuale, l’essenziale resta essenziale. Ciò che ami ti resta».

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Diciottesima lettera. LUMELLI

Grazie mille, caro Marco. Ah come l’hai detta giusta! – “scrivere semplice e restare illeggibile”. Così si fa nel covo della poesia. Non perché la poesia sia difficile, ma perché conduce un’esistenza illegale – e allora diventa come la casa di Merleau-Ponty (In senso e non senso) – non guardata da un punto di vista, ma da nessuno in particolare, quindi una casa troppo desiderosa di tutta se stessa, a rotta di collo, da tutto l’orizzonte.

Ciò non è diverso da chi ha un punto di vista fisso, testardo, quello e nessun altro. Quel punto di vista è condannato all’esilio, proprio perché ha osato esserci, da vivo. Lo stesso vale per il passato. Il passato, in quel suo momento, fu vicino al proprio futuro, del quale serba la traccia.

“Cosa fatta” a volta si compiace di avere sventato tutto il resto, a volte ha motivo di struggente nostalgia. Tutto ciò è normale in poesia – come chi, ammutolito, rappresenta ciò che sia parlare. Stranamente, in modo oscuro, sento che tutto ciò è incamminarsi verso Novalis, che tu citi per me.

Alla fine i poeti sono innocenti, anche giocando ai dadi. C’è un’affermazione, nella tua lettera, che cade dove la mia pelle è più sottile. Lì urto sempre – con qualsiasi cosa. “L’innocenza è necessaria, più di quanto crediamo. Come quando si torna allaprima pagina e la voce inizia a narrare. All’inizio. Ma di quale inizio?”

Io ho una mezza pagina che ha cambiato posto mille volte, ora volendo essere romanzo, ora un saggio sul romanzo, altre volte una richiesta di perdono, altre volte ancora una pubblicità immobiliare. Contro ogni ragionevole principio, te la mando – sperando che tu mi possa aiutare, costringere…

Amo pensare a un romanzo nel quale, arrivato davanti a una vecchia casa con l’intonaco consumato dagli anni, il personaggio dirà: “Difficilissimo fare un intonaco nuovo scrostato”. Questo personaggio intende dire che soltanto l’accaduto esiste e che questo non è ammissibile? L’umidità l’ha fatto sollevare l’intonaco, qua e là ci sono tracce di verderame – prima ancora c’era una vite, un pergolato di uva fragola? Il romanziere non ci mette niente a fare un muro scrostato, nel caso ombreggiato da un possente glicine, prova ulteriore che il tempo c’è stato davvero, lunghissimo, tale da consentire al tronco di attorcigliarsi in grandi volute, strette come corde. Questa riparazione è bastevole? Ha preso due piccioni con una fava? Il problema è che questo romanziere ci crede davvero, alla lunga – ha bisogno di crederci, come il lettore – allora, incoraggiato da quella concordia, dagli stessi intenti, comincia a narrare, velocemente, e l’altro a leggere, incontrandosi su quelle pagine. Guai se il grave problema, come l’orco nascosto nelle fiabe, non viene evitato: in quel caso il linguaggio si mangia i più bei racconti in un boccone, avanzando verso il lettore, interdetto – come chi si è portato in casa uno sconosciuto, che improvvisamente non dice più una parola, lo guarda, fisso, con gli occhi azzurrini, tipici, che sembrano vuoti, trasparenti, al punto che l’imbarazzo è insostenibile – allora, con buone maniere, questo lettore – è di lui che si tratta – lo accompagna alla porta, avendo, come unico compenso, una strana storia da narrare!

Il primo passo diventa tale perché è avvenuto il secondo, quindi con cosa cominci, legittimamente? Io, quando si tratta di incominciare, comincerei sempre da dopo. Alla fine per fare un romanzo bisogna scrivere la prima frase, sempre indegna, alla quale devono seguire migliaia di frasi, al fine di renderla legittima, o ancora meglio, dimenticata, sepolta dagli eventi, tanto è grave la sua pretesa, tanto è grave l’avere iniziato. Sventare l’inizio! – ecco che ci risiamo, sommergerlo con il seguito immane.”

Marco, io non ho la pretesa di fare il tuo mestiere, ma a me sembra un bel caso.

Angelo.

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Diciannovesima lettera. ERCOLANI

In un mio antico sogno ricordo che ero un oratore greco; balbettavo, preda di una bizzarra afasia; ma poi, di colpo, sollevavo il braccio e intonavo il discorso con la voce che mi usciva fluente dalle labbra. In quello stesso momento, a pochi metri da me, rannicchiato sull’orlo di un precipizio, un vecchissimo saggio sussurrava che non è più necessario: “L’uomo ha smesso di esistere e quanto rimane di lui sono questi sassi. dipinti dalla sua mano come bocche spalancate. Non ti affannare più”. Interruppi il mio discorso, lasciai la città: che cosa ci facevo ancora in quel tempio? Avrei fatto l’oratore, come mi auguravo da sempre, e le mie parole avrebbero percorso il mondo, ma come dimenticare le parole del vecchio? Non potevo. Ma da allora seppi che ogni discorso era illegale, perché veniva da un’afasia, e pronunciarlo era sempre un inizio che non avrebbe avuto fine.

Incominciare da dopo, dici tu. Nascondere la prima frase fra le altre. Mi è capitato di farlo, in certi racconti, come a dare spazio ai piccoli enigmi del narrare, necessari per creare nel lettore la sospensione dell’incredulità. Ho sempre desiderato che la parole viva, anche se destinata al nulla, fosse pulsante, anche se pronunciata nel deserto, un pezzo nel mio “discorso contro la morte”. Tutti i progetti umani vanno in polvere, ma la polvere è “pulvo inamorado“. Ci siamo noi, viventi, dietro ogni cosa. Un intonaco nuovo scrostato possiamo inventarlo: ogni cosa è inventabile, niente è imbarazzante. L’imbarazzo inizia quando vogliamo essere semplici trattando il mistero della poesia. Ma, come diceva Maurizio, “la parola è il pianeta che rende possibile ogni cosa. No, non aveva letto quell’aforisma in un libro, leggeva in modo disordinato, aveva lavorato per trentacinque anni all’Italsider, ma da vero matto voleva inventarsi un suo giardino, ripido, inaccessibile, soltanto suo, nel quale avrebbe vissuto scomodamente, in modo selvaggio, ma con la libertà di essere se stesso.

Ah, sì, viaggiare nelle teste altrui! Il mio viaggio non è mai casuale. Il mio nomadismo ha tende fisse. Sono vicino soltanto a persone che tengono la porta socchiusa, se non spalancata, che cercano il mondo non per abitarlo da conquistatori ma per viverlo da straccioni, per ospitarlo in sé e mettersi a soqquadro. “Arrivano i barbari”, e sorridiamo con gioia. Cosa avremmo fatto senza di loro? Noi non siamo Ulisse se non quando il navigatore si smarrisce nel viaggio. Però lo ammiriamo per come ha voluto affrontare le Sirene: pensare di udire le loro voci letali, salite dalle rocce, restando a bordo della nave, stretto dalle corde, urlando ai compagni che non lo sciogliessero, evitare di inabissarsi verso chissà cosa, morendo incantato (in spagnolo si dice encantado di un uomo pietrificato, desencantado di un uomo libero). Pensare di udire ma non udire. Solo dopo quell’episodio Ulisse, le orecchie offerte al canto possibile, sarà, per se stesso ma non per i suoi compagni, chi non ha udito. Uno che, per convenzione, chiamiamo poeta. Ma anche il matto ha il potere, come i poeti, di udire (fantasticare?) da solo…

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Ventesima lettera. LUMELLI

Ordunque, mi viene da dire, caro Marco, donc – ergo quindi perciò…con queste particelle ah Cartesio! vorrei cominciare un poema, onde sfatare tutte le fate che trasformano ogni essere in ciò che vorrebbe – ma noi non vogliamo rinunciare alla nostra scarsità, quella che ci consente di essere ospitali, di accogliere il forestiero che conosciamo dall’andatura, da lontano – il passo di colui che cammina, non di colui che soltanto arriva, perché la meta d’arrivo trasforma la partenza, l’afferra da lontano, suggerisce la misura del passo, anzitempo l’interpreta…le fa dire più di quello che sa…

Anni fa, tu mi hai mandato un poema, un poemetto, dal titolo Non tornare è la grazia. Tratta del ritorno – di Ulisse, per non essere da meno – di un eroe che ha capito come il senso non sia mai un arrivo, ma un transito, per cui quando il transito è finito è finito anche il senso nascente. Allora ti scrissi una lettera – sono passati un po’ d’anni – la quale, con minima esegesi del tuo testo, pur non avendo niente contro Penelope, stava decisamente dalla parte di Ulisse: Itaca, mentre s’avvicinava, copriva con la presenza la lunga fuga dalla morte, il dribbling con il destino, la nascita perenne: era la fine del poema. Per ragioni che mi rimangono oscure – la cosa non mi allarma – avevo citato, in quella lettera, una parola in dialetto delle mie parti: feitò – nella suggestiva pronuncia dei vecchi, gli unici autorevoli ed autorizzati. Spiegavo che feitò era ben più che fatato (come, ad orecchio, sembra significare) – significava, piuttosto, conciato, trattato con arte e destrezza, in modo da non sentire dolore, una funzione anestetica, riferita per esempio ai calli sulle mani dei contadini, usi a maneggiare zappe, vanghe, roncole…

In pratica: la meraviglia di non sentire dolore, lo strano silenzio tra grida immaginarie… E qui siamo ad un punto cruciale del tuo poema. In breve, sulla base delle parole che riporterò tra poco, avevo inteso che le Sirene non avrebbero cantato, che invano Ulisse stava aspettando, legato all’albero della nave, come da tradizione… I suoi compagni invece, in quel silenzio, con le orecchio tappate, si figurano quel canto terribile, l’urlo di loro stessi, fino ad impazzire.

Mentre la nave oscilla e il sonno si avvicina resto sveglio. Le sirene potrebbero, invisibili, cantare…

Se dormissi anch’io, sentirei.

Dovrò essere sentinella | del canto futuro, | sentinella | del presente silenzio.

Le sirene non cantano ma i miei uomini | sì e folli | per sempre | le strida degli idoli neri emersi dall’acqua | udranno | ignorando che quelle | e solo quelle rispecchiano le loro voci, | sono le loro voci vibrate contro | l’assalto temuto.

Le corde mi legano all’albero, | libero di udire dondolo, folle fingo di udire, | ma le sirene sprofondano | e loro, senza sapere, trasformati, scorticati,| non continueranno il viaggio, | impazziranno in mezzo alle grida…

Caro Marco, questo episodio, novecentesco, mi aveva molto colpito, mi sembrava, tra l’altro, un trattato di poetica, adatto ai nuovi dolori umani, ai fantasmi del dolore contro i quali soltanto uomini feitò |incalliti potevano essere all’altezza. Rimanere svegli per poter sognare, senza diventare grido di sirena.

I trucchi sono tanti per vivere, sopravvivere. Il tuo poema, tuttavia, pone anche altre questioni, in quanto, rifiutando il ritorno, rifiuta il poema stesso, il quale tende alla fine – è attraverso questa tensione che il poema passa da vicenda a vicenda, in un disordine ordinatissimo, mai diventando ostaggio di un evento, ponendosi come il poema dell’attraversata. Sono vittime delle sirene coloro che non possono udirle: è allora che esse cantano.

Angelo, desencantado?

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Ventunesima lettera. ERCOLANI

Angelo,

“lo strano silenzio, tra grida immaginarie”. Qui tu descrivi con esattezza la follia. Nel 1994 scrivevo un racconto su Artaud, ti cito le pagine finali:

«Conosco i colpi del linguaggio che cozza dentro di me e che gli impresari della letteratura vorrebbero disporre in croste di saggi, in gusci di romanzi che si conservino, schegge che non puzzano, non appestano, non sputano, non feriscono, non mandano a puttane la cosmografia del cielo e l’ordine degli equinozi, come le nuvole di El Greco e le visioni di Lautréamont: croste e gusci che mi chiudano nell’ineluttabile servitù della parola, nella sciocca ripetizione del suo rito, quando lei è solo insurrezione dal nulla che vomita i suoi intestini contro ogni legge, oggi e per sempre, fiume in piena che non potrà più essere arginato perché non ci saranno romanzucci e paginette a frenarlo, e tutto sarà bagnato di utopia fino al collo, e il vortice gorgoglierà, indocile, fino a prorompere in un’orda di lemuri e di vampiri, gli stessi che mi assediano goccia dopo goccia, notte dopo notte. Mi è diventato impossibile vivere avendo sul ventre questi incubi che passano il loro tempo ad arrotolarsi nei miei organi, fino a togliermi, per intrusione magica, il possesso del mio stesso corpo. Siete tutti colpevoli, miei piccoli, miserabili Barrault: tutti proteggete l’assenza di quel blocco scuro che afferra la gola e permette alle parole di uscire dalla bocca non evirate, non immiserite dal fuoco che le ustiona, non ridotte a stato di demenza – ricordi, angelo ribelle, sconvolto Baudelaire, la tua afasia? Ma io mi difenderò, io il cuore lo salverò dal nodo della congiura di chi mi impone di fare arte che sia solo arte, assassina della mia vita vivente. Forse lo salverò apparendo a tutti voi stupido e vuoto, facendo il trickster davanti a un microfono e imitando le tue sublimi pagliacciate, se mi sarà concesso non irritarmi più di quanto io possa spaventosamente irritarmi!»

Perché te le cito? Il mio racconto ha quasi trent’anni, ma non è invecchiato. Di parole non evirate abbiamo sempre bisogno, di un cuore che pulsi libero. Il tuo ha sempre pulsato così nel “folle volo” di un Ulisse inclassificabile e traditore, sempre lanciato verso la mèta ulteriore. Inconsapevole, anticipava il mito di colui che camminò nella neve e nel sole, Robert Walser, cercando di sparire? Anche noi siamo sulle orme di Robert? O su quali altre orme? Ti lascio con le parole di un amico: «Marco Ercolani è un poeta? Ed è un poeta significativo? Si può dire senz’altro di sì. Ma a patto di condizionare questo sì a un’idea molto ampia del mandato poetico, estendendola anche a chi, come Ercolani, appunto, è un ossessionato osservatore d’ombre per il quale non è necessario esprimersi in versi. Tenterò, pur brevemente, di spiegarmi. Dal mio punto di vista, Ercolani è più poeta dei poeti – tranne ovviamente i Sublimi – pur non avendo quasi niente a che fare, lui, scrittore di prose così radicalmente eccentriche e sui generis, con il mestiere-genere di poeta».

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Ventiduesima lettera. LUMELLI

Caro Marco, tu che hai curato il linguaggio, che l’hai visto stravolto dai dolori, penso tu abbia tentato ogni modo per tranquillizzarlo, per non farlo spaventare – anche con pastiglie, sedarlo – quando la parola è un gesto, urgente, senza differirsi attraverso la rappresentazione – allora, quando essa diventa rossa di collera, verde di bile, nera (Caligaverunt oculi mei, quando perfino la liturgia s’impietosisce e diventa terapia) – ecco, ancora una volta mi rivolgo ad Hölderlin, alla sua traduzione dell’Antigone che tanti hanno deriso: Cosa c’è? Perché pronunci di rosso una parola? – (calcaìnais’ èpos/rossoporpora parola).

Il tuo saggio amico, che non conosco, parla del “mandato poetico” che tu estendi oltre il rito del verso, direi fino alla guarigione dalla poesia, allo sguardo dalla riva – quello che può sapere perché può ricordare. C’è una spregevole voluttà, una voglia di sangue, nel circo – come chi invidiasse il dolore, la morte che non lo degna di uno sguardo. a mente deve sanguinare di salvezza: ecco cosa significa l’estensione del mandato.

Videte, omnes populi, | si est dolor similis | sicut dolor meus. Fa parte della liturgia delle tenebre, nella settimana santa – l’autore è Tomàs Luis de Victoria (XVI secolo).

La poesia ricostruisce il proprio rito ogni volta – quindi a che servono le antologie? Mi ha sempre affascinato l’idea di un arco trionfale in mezzo alla campagna. L’ho immaginato da bambino, nei campi di grano, di mais. Passarci sotto aveva qualche oscuro significato, un po’ felice e un po’ no – non garantisco d’averlo capito, tanto più adesso. Immaginavo che le donne anziane, un po’ streghe, dicessero: guai a passarci sotto, guai all’imbrunire!

Rimango dell’idea che le sirene cantano per chi ha paura di sentirle. Altrimenti stanno zitte, ma noi rimaniamo da soli. Ecco i guai della salvezza. La porta stretta del linguaggio è piantata in mezzo alla pianura delle parole? Passa nove volte fuori dall’arco trionfale, la decima passa sotto – è questa l’arte del verso? la sua cura?

Ti ricordi la magica parola: feitò? Un uomo incallito vorrei essere. Immagino anche te, che esci nelle tempeste del linguaggio degli altri. Insieme ad Artaud. Oggi, dopo tutto, vorrei scrivere una poesia in lode delle cose che non posso essere, una grande pietra erratica, l’apparizione dell’albero. Mi accontenterei di essere un loro detrito, la parte friabile che si commuove.

Con tutto il cuore. Angelo

LE PAROLE INDUGIANO E RIGIRANO. Giancarlo Baroni

I testi sono tratti da: Giancarlo Baroni, Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura, prefazione di Elio Grasso, Puntoacapo, 2022;A occhi aperti sogno di essere un castoro. Alcune cose che posso dire di me 2020-2022, nota di Mauro Ferrari, ibidem, 2023.

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«…la lingua per sua natura gioca col proprio mondo e col mondo esterno, e di questo Baroni si accorge riuscendo a intrecciare le diverse idee di diversi autori di diversi tempi».

(dalla prefazione di Elio Grasso a Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura)

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«Cammino gesticolando e gorgogliando appena, senza parole quasi: ora rallento il passo per non turbare il gorgoglio, ora grugnisco più in fretta al ritmo dei miei versi. Così si pialla e prende forma il ritmo, fondamento di ogni opera poetica, ch’esso percorre tutto come un rimbombo. A poco a poco dal rimbombo si comincia a estrarre le parole. Alcune parole fanno semplicemente uno scarto e svaniscono per sempre, altre invece indugiano, girano e rigirano decine di volte, fino a che con si sente che la parola ha trovato il suo posto (…) Quando l’essenziale è ormai pronto, si ha di colpo la sensazione che il ritmo sia spezzato; manca una sillaba, un suono. Si rifanno allora tutte le parole, e il lavoro vi precipita in una condizione di delirio esasperato. Quasi vi applicassero, per la centesima volta, su un dente una corona che non vuole reggere! Alla fine, dopo cento riprove, tutto va a posto! La somiglianza è per me aggravata dal fatto che, quando infine la corona va a posto, i miei occhi stillano lacrime (..) di dolore e di conforto», scrive nel 1926, in Come far versi, Vladimir Majakovskij. Siamo un poco stupiti, da lui ci saremmo aspettati furori ideologici anziché stilistici, un’attenzione acuta al ritmo della via piuttosto che a quello del verso. Ma, a prescindere dai nostri pregiudizi e aspettative, egli descrive esemplarmente, con precisione e intensità, la concentrazione e lo sforzo occorrenti per scrivere, e ritrae l’attività del poeta come tanto difficile, gravosa e totalizzante da possedere risvolti maniacali e dolorosi. «Una rima che stai per afferrare per la coda, ma di cui ancora non disponi», confida ulteriormente Majakovskij, «ti avvelena l’esistenza: si parla senza sapere quel che si dice, si mangia senza sapere quel che si magia e non si dorme perché la riima sembra volteggiare dinanzi agli occhi».

(da “La faticosa necessità della scrittura, in Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura)

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Mi sono chiesto anch’io quale sia il sentimento prevalente che mi spinga a scrivere. “Una incerta beatitudine”, mi sono risposto, insicura, travagliata, inquieta, ma pur sempre beatitudine.

(da A occhi aperti sogno di essere un castoro. Alcune cose che posso dire di me 2020-2022)

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Giancarlo Baroni è nato a Parma nel 1953. Ha scritto in versi: I merli del Giardino di San Paolo e altri uccelli (Moby Dick, 2009), Le anime di Marco Polo (Book, 2015), I nomi delle cose (Puntoacapo, 2020). Nel 2022 ha pubblicato Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla lettteratura, con prefazione di Elio Grasso (ibidem, 2022) e A occhi aperti. Sogno di essere un castoro. Alcune cose che posso dire di me 2020-2022), con nota di Mauro Ferrari (ibidem, 2023).

Giancarlo Baroni

PER “AL DI QUA DI NOI”. Paolo Pistoletti

I testi sono tratti da: Paolo Pistoletti, Al di qua di noi, Arcipelago itaca. 2023.

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La scrittura di Pistoletti è un basso continuo di percezioni struggenti dove l’invenzione linguistica nasconde una voce di perenne congedo. Non sembra che il mondo qui appaia, piuttosto che scompaia non appena viene nominato. “E se tu non sei tu ma un altro io / allora faccio / le storie come i bambini”. Qui, “nella nostra casa piena di spazi vuoti”, il poeta abita sereno. Manca alla vita vivendo, e quasi non dice il suo rimpianto. “Più per i discorsi rimandati a dopo / i fatti dietro alle cabine / dietro a tutto / quel celeste / che anche noi saremmo / dovuti ritornare”. Pistoletti tesse la poesia come una trasparente rete di parole, dove si annida e sparisce: “un versante / neve all’estremo / dei corpi”. La luce di Ghirri sottende e incanta il discorso poetico di Pistoletti. Come scrive Fabio Franzin: «Noi che siamo, fragili ma unici, dentro la spirale spezzettata delle parole. Noi che siamo al di qua di chi ci ha lasciati, al di qua di chi non abbiamo mai abbandonato».

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Chi da per sempre

torna chi parte

sono

Io che poi la strada

prende il mio posto.

Tu che poi io

via alberata

sostituisci me.

Che mi fu affidato

da nessuna pietà celeste.

Che chi ho qui ha di nuovo

male alle foglie, alle case

alle mura.

Che da fuori del temporale

ho già l’aria

di chi non c’è.

Dall’incessante giungo.

A lui ritorno.

Fine pena mai.

Si carica un altro mondo

da qualche altra parte

che non so. Così un altro io

che sarà stato

si sottrae dal mio nome.

Mi manchi all’appello mia dispersione

tra gli innumerevoli.

È l’ora

di non esserti più.

È l’ombra di andarsene.

Del mio tempo

verso dentro

una terra liquida

prima di nascere. Postumi dal cielo

amniotico

tra le acque rotte

mi ritrovo ogni volta

nato come dopo una sbronza

di dèi. Ancora un io vuoto

a perdere

un corpo

da ogni mio corpo come un estratto

da ognuno di me.

Mi succedo

dal mio sé.

Dal non ricordo oramai

di quante vite..

Luigi Ghirri

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Paolo Pistoletti pubblica in poesia Legni (Ladolfi editore, 2014) e il libro d’arte Borgo San Giovanni (Fiori di torchio, Seregn de la memoria, 2018). Suoi contributi sulla poesia e sulla parola sono stati pubblicati da Fara editore e dalle edizioni CFR. È stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine La pupilla di Baudelaire, della casa editrice Le loup de steppes.

PERLE, TEMPO E DESTINO. Silvia Comoglio

Una lettura di L’infilaperle e le altre, di Elisabetta Negroni, L’autore libri, Piccola Biblioteca, Firenze, 2000.

Marc Chagall

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Era una vecchia canuta, come se ne ammirano con tenerezza in certe foto color seppia” è l’incipit morbido e fiabesco, cristallino e ancorato nel tempo, di L’infilaperle, uno dei racconti di Elisabetta Negroni. Docente e terapista di persone affette da disabilità, Elisabetta Negroni, in questo racconto incluso nel libro L’infilaperle e le altre, così come anche nei racconti delle raccolte Racconti di Donne e di Fate e La bimba antica, crea con la sua acutissima sensibilità e capacità introspettiva personaggi e situazioni che, per quel loro alone di mistero ed enigma, potrebbero sembrare in urto con la nostra esperienza del reale. Ma, appunto, è soltanto un potrebbero sembrare, ed è così perché la loro realtà affonda nella nostra identità, nel nostro essere persone, e personalità, indefinite e in itinere, fragili e misteriose, sembianze, e anche specchi, di tempi che si intrecciano e si fanno destino, o appello, a cui si deve rispondere.

Appena un tratto di penna e Viola Priscilla e Lupo di L’infilaperle o la vecchia di Gira… Gira… In tondo si fanno presenza, e non potrebbe essere diversamente quando la capacità di introspezione è così acuta e profonda da farsi tangibile, tridimensionale. Meglio ancora, corporea. Ed un corpo che si plasma e nutre di introspezione e profondità non può non essere, proprio per questa sua singolare fisicità, anche puro tempo e destino. Un tempo e un destino che, però, misurandosi con questi parametri, possono essere indagati e offerti solo guardando e attingendo da quella che è la nostra dimensione più intima e segreta, ma anche magica e misteriosa al punto da sconfinare nel mondo dell’occulto.

Ancora un filo; e perle irregolari come sassolini turchesi si infilzarono veloci, quasi obbligate dalla volontà della vecchia che a suo capriccio sceglieva e scioglieva colori e contrasti. Formava e disfaceva intrecci”. Fili e perle. E l’infilaperle con il suo fare e disfare intrecci. Fili dal respiro sottile e metafisico che accolgono altri respiri, le perle, vale a dire quei respiri che al ritmo delle umane passioni si fanno pieni e luccicanti di amore inquietudine dolore… E nella danza dei fili e delle perle, e del linguaggio preciso e scolpito di Elisabetta Negroni, il destino e il tempo si scoprono nella loro incessante mutevolezza. Fattezze e circostanze si incontrano e scontrano e ciò che sembrava definito continuamente si ridisegna tra le mani dell’infilaperle. Ma chi è l’infilaperle e quale il suo ruolo? Una delle tre Parche, o una combinazione di tutte e tre? O è Tempo e Destino, l’uno incarnato nell’altro così da congiungere tutti i possibili fili e le possibili perle? O ancora, è uno specchio e in quello specchio ci riflettiamo fino a cadere e diventare noi l’infilaperle? Una relazione/metamorfosi, questa, che rende del tutto inedito e sorprendente il Tempo/Destino. Inedito e sorprendente perché scopriamo di essere noi quell’unitarietà di Tempo e Destino, e in questa unitarietà si diventa capaci di assorbire passato e futuro, di sentire e vivere il Tempo/Destino come circolarità e totalità, quella stessa che incontriamo nel racconto Gira… Gira… In tondo. Una vecchia anche qui che ad un certo punto racconta una storia e all’interno della storia un’altra storia e poi ancora una storia in questa storia… La vecchia non solo sente e vive il Tempo/Destino ma è essa stessa Tempo/Destino e noi lo diventiamo con lei. E il dirci che è, che siamo, Tempo/Destino attraverso una due tre… storie è un espediente per facilitarcene la comprensione. Non è del resto la storia, la fiaba, a raggiungerci nella nostra infanzia come prima forma di linguaggio e tempo/destino? Come linguaggio che per primo si assimila introietta e sedimenta e per questo, perché innestato nelle pieghe più intime del nostro sentire, il più immediato e comprensibile? La fiaba, ossia, direbbe Walter Benjamin, lo spirito più profondo con la mano più leggera.

Ecco, questo, lo spirito più profondo con la mano più leggera, è la cifra che contraddistingue Elisabetta Negroni e i suoi racconti. E forte di questa cifra Elisabetta Negroni entra esplora e scandaglia ogni dimensione e tutto – amori e rancori, baci schioccanti e statue che vivono “un tempo infinito e fulmineo”, donne lupo e formule magiche, streghe e madri che all’occorrenza si spalmano unguenti e volano dalla finestra – tutto è essenza vita e voce che vibra all’unisono e l’intero Tempo/Destino, noi, si ritrova tangibilmente presente in tutte le possibili combinazioni di fili perle e grovigli, di regole e assenza di regole, di ombre misteri e passioni. Semplicemente, il Tempo/Destino in cui tutto nasce e si dice. O ancora, più semplicemente, l’universo di Elisabetta Negroni.

Marc Chagall

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Elisabetta Negroni è nata a Roma e vive attualmente a Padova. È docente, formatrice e terapista di persone disabili, ha fondato e diretto centri di riabilitazione equestre. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni tra cui Racconti di donne e di fate (L’autore Libri Firenze – Premio Garcia Lorca 1998), L’infilaperle e le altre (L’autore Libri Firenze –Premio Città della Spezia 1999 e Primo Premio per la narrativa edita Foemina d’oro 2000), La bimba antica (Ibiskos Editrice, Risolo).

Elisabetta Negroni

PER “COMBINATORIA”. Claudio Salvi

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[La voce di Claudio Salvi, nelle sue pagine di diario in Combinatoria (Zacinto edizioni, Manufatto poetico 17), si offre al lettore come un nastro magnetico dove si ripetono, fino a uno stato di ipnosi, frasi semplici e brevi, che iniziano sempre con la lettera minuscola. Qualcosa accade, ma senza che si percepisca un senso. Il linguaggio poetico è una rete di foto esatte e sfuggenti, di azioni delle quali non dobbiamo capire né direzione né significato, perché non ci sono. Un io scivola sul foglio, al limite della de-menza, cioè dell’assenza di una mente. Qui non c’è una ragione ordinante ma un registro di frasi fitte e veloci, che ripudiano la naturale attesa di qualcosa che accada. Non accade nulla. Se immaginassimo una musica per le sequenze di Salvi non dovremmo pensare né a Cage né a Webern ma a un’alea indifferenziata, senza autore, o alle linee geometriche sospese di Sol LeWitt. Salvi inventa un monologo che ci costringe a ripensare il Beckett poeta di qualcosa lì: «ma dove / lì fuori / dove lì fuori / di fuori / fuori che cosa / la testa che cos’altro / qualcosa lì da qualche parte fuori / la testa //…così talvolta / lì fuori / da qualche parte lì fuori / proprio come se / come se / qualcosa / non la vita / necessariamente». Lettore di diari settecenteschi e amante della musica antica, Salvi sceglie, da poeta, l’enumerazione seriale di frasi che testimonino il tragicomico sottofondo di un’esistenza poetica che, non cercandolo, cerca il suo segno]. (M.E.)

Sol LeWitte

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30 agosto

è sabato.

è coperto.

siamo soli, arriva una macchina.

scendi, ce ne andiamo.

siamo soli, dormo di sopra.

arriva uno in macchina, scendo.

ce ne andiamo.

siamo soli, giro in casa.

arriva uno in auto.

ce ne andiamo.

andiamo.

arriva un cane, mi giro.

è un capo, andiamo in fondo.

ce ne andiamo.

arriva uno in macchina. mi giro.

è un campo.

ce ne andiamo.

arriva un cane. mi giro.

È un campo.

mi giro. è un campo.

ce ne andiamo.

viene uno con un cane.

siamo in cortile. mi giro.

arriva uno.

ce ne andiamo.

siamo in stanza. Mi giro.

arriva uno.

è in cortile. andiamo via.

dormi in stanza. arriva uno.

mi giro.

Dormo. arriva uno in macchina.

mi giro.

siamo in stanza.

accendo in stanza. dormo.

siamo in casa.

arriva uno. mi giro.

siamo in casa. dormo.

accendo in stanza.

arriva uno in macchina. mi giro.

arriva uno in macchina. mi giro.

siamo a letto. dormo.

accendo. ce ne andiamo.

vado in macchina.

accendo – ce ne andiamo?

vado in macchina.

viene uno con un cane.

siamo in strada.

viene uno in macchina.

siamo in un locale.

ce ne andiamo. viene uno in auto.

andiamo in camera. io dormo.

andiamo in un posto.

ce ne andiamo.

siamo in camera. io dormo.

sera.

andiamo in una via.

due siedono.

io sono a una colonna. è buio.

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Claudo Salvi (Milano, 1976). Pubblicazioni: Album (Arcipelago itaca, 2016), sequenze (Anterem edizioni, 2022). Altre pubblicazioni in: nazione indiana, gamm.org, vibrisse.wordpress.com, leparoleelecose.it, argonline.it, il cucchiaionell’orecchio.it, niedergasse.it, Le nature indivisibili, La foce e la sorgente.

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Claudio Salvi

MONTAGNA, SCRITTURA. Donatella Bisutti

*I testi sono tratti da: Donatella Bisutti, Sciamano. Inediti 2015-2020. Testi 1985-1999, Delta 3, collana di poesia Aeclanum, 2021.

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Come ha scritto infatti il filosofo rumeno Lucien Blaga nella sua Trilogia della Conocenza, il Mistero non deve essere svelato, ma ne deve essere solo affermata l’esistenza. La sua esistenza ci è necessaria. L’unica conoscenza degna di questo nome è infatti la conoscenza che egli chiama exstatica, in opposizione alla conoscenza razionale cui da’ il nome di instatica.

“Da “Una nota di poetica””

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Il vento

Senza forma, la prende dal cambiamento di forma che impone agli oggetti. Cerca nel visibile qualcosa che lo contenga, ma non è mai a sua misura. Un fiato, che si precipita attraverso i vuoto per colmarlo di nulla. Ma quando si leva ondeggiando verso il cielo, noi non vediamo che la sua veste di polvere in cui il nostro sguardo si confonde,

Come una lama che allarghi una fessura, disserra la chiusa custodia degli oggetti La loro voce è questo resistergli: piegarsi fuga o schianto. Gli alberi si sospingono, rami contro rami. Le schiere dell’erba sbandano, gli steli si contraddicono.

Così l’anima si contrae quando soffia dal nulla.

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Montagna, scrittura

La montagna è movimento pietrificato, cioè ritmo che non ha fine né inizio. Una catena di montagna è una scrittura perfettamente reversibile i cui spazi sono silenzio. L’immobilità della montagna è suggerita dal movimento del cielo, con cui è posta a confronto. Ma il movimento del cielo è solo apparente: nella sua accezione più immediata esso è produzione di nuvole. Le nuvole non sono che il vanificarsi cielo entro se stesso, il sognare che il cielo fa di se stesso rimanendo immobile. Il cielo è una mente che produce immagini e continuamente le vanifica per trovarne di nuove […]

La montagna è scrittura. Come la scrittura è violenza che si cristallizza nell’immobilità. La scrittura sogna il cielo dell’immagine, che continuamente richiama ad altro, che continuamente è se stessa e nello stesso momento altro, limite della vibrazione della parola. Catturando le immagini, come la montagna cattura le nuvole, il movimento immobile della scrittura la sorpassa, le disfa, le riconduce al silenzio.

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Donatella Bisutti è poeta, narratrice, saggista. Ha vinto il Premio Montale per l’inedito, il Premio Lerici Pea, il Premio Camaiore, il Premio Ada Merini.. È tradotta in vare lingue ed è stata ospite di residenze di scrittura all’estero. Suo è il saggio La poesia salva la vita e i suoi libri sulla poesia per i ragazzi, tra cui Le parole magiche. Le sue ultime opere sono Sciamano (Delta 3, 2021) e Erano le ombre degli eroi (Passigli, 2023).

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Donatella Bisutti