TAALA

Immagine di Pietro Casarini

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Non hai per caso visto cosa ha fatto il tuo Signore al popolo di Ad, a Iram dalle colonne, città edificata come nessun’altra al mondo?

Corano, LXXXIX, 5-7.

La città aperta è assurdamente prensile…

Osip Mandel’stam

Dicembre 1996 – Marzo 1998

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“C’è sempre stato, fin dall’inizio, qualcosa di strano, di irreparabile, di impossibile da pensare, a Taala. Chi la vedeva riflessa in un pozzo, con le strade affondate nell’acqua; chi la scopriva come un groviglio di cavi, oscillante alle minime folate di vento; chi la percepiva come una fogna maleodorante; chi come una cantina silenziosa o una stazione vociante di ubriachi; chi come un’isola chiusa da una barriera di scogli, popolati da stormi fragorosi di uccelli. Tutte percezioni plausibili. Il fatto è che nessuno le comunicava all’altro. Così tutti camminavano con i loro cervelli ben chiusi, e la bocca sigillata”.

“Sono tentato dal descriverti Taala come si descriverebbe una città mirabile, enigmatica o terrorizzante. Insomma, costruirti il romanzo della città, perché tu possa leggerlo. Ma Taala non era così. Chi si aspettava un’oasi romantica vide dei palazzi d’acciaio: chi si aspettava una città d’acciaio affondò in una palude. Insomma, Taala deluse tutti. Per un certo periodo di tempo, ci sentimmo quasi irrisi da lei: il suo opporsi ai nostri desideri ci sembrò il pensiero diabolico che lei ci opponeva, per non essere posseduta. Poi cominciammo a capirla. E allora divenne bello amarla, provare un senso di stupore e di rispetto, di felice meraviglia”.

“Ecco cos’era Taala: una città sventrata, una trincea con nubi di polvere e di fumo, con quei sacchi di sabbia nelle strade, con quegli schermi che si gonfiano e sgonfiano nell’aria, secondo le raffiche di vento”.

“Taala è proprio così: una città incerta di sé, che tutti possono plasmare, come un vaso di cera”.

Marco Ercolani, Taala, Greco & Greco, Milano 2004.

BONACCIA. Giorgio Mobili

Carissimo Marco, 

ho un breve inedito affiancato da una foto, intesi come omaggio all’amico e straordinario poeta cileno Ennio Moltedo (1931-2012). Scattata alcuni anni fa a Viña de Mar – per Ennio città natìa (da cui mai uscì) e insieme universo estetico – la foto vuole simboleggiare il suo amore lirico e filosofico per la línea azul dell’oceano, limite astratto da varcare con l’immaginazione (forse non diversamente dalla leopardiana siepe). La poesia è (come dev’essere) un’indistricabile sovrapposizione della sua visione alla mia. Se ti interessasse ospitare il “combo” sul tuo sito, mi farebbe onore.

Grazie e a presto, Giorgio

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BONACCIA

Per Ennio Moltedo (1931-2012)

Il mare è solido
il sole si è avvitato al cielo:
mi propongono di farmi suddito
di un regno in cui
la bonaccia ingurgita ogni demone
di oscurità.
Verrà immortalato
ogni istante d’amor sincero
nel balenio dei giardini.
Ma quando emergerà
la tua sfera, non sarò lì
perché avrò
perso il treno
stregato dall’odore della sera.

PER “IL LIBRO DEL TU”. Massimo Barbaro

I testi sono tratti da: Massimo Barbaro, Il libro del tu, MC edizioni, collana “Gli insetti” diretta da Pasquale di Palmo, 2023.

Le immagini sono di Giovanni Castiglia

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Leggere Il libro del tu è seguire il ritmo di un pensiero che non pensa se stesso. Gli aforismi non hanno una funzione ermeneutica; sono incursioni, frasi, commenti, osservazioni. Si cammina dentro riflessioni vagabonde e disincantate con il passo dei flâneurs che vanno nel mondo senza meditare nessuna meta. Il libro del tu, che si dipana in dieci sezioni, non prevede un tu preciso ma una molteplicità di voci che si spalanca nel multiverso dell’immaginazione-scrittura e poi evapora, usando le parole per fare a meno delle parole. Qui leggiamo una poesia che si nasconde dietro i pensieri e non si rivela nei versi: un ininterrotto journal bisbigliato a mezza voce, fra incertezze, interrogazioni, sospensioni, trasalimenti. Nessuna frase ha una direzione assertiva o un significato sapienziale; si snoda, fluisce, va, si chiede, si risponde, inciampa, traballa. Il libro del tu è un soprassalto lirico-filosofico che l’autore attraversa come un bosco di cui intravede fiocamente i rami degli alberi. “Un libro che esula da qualsiasi genere, ponendosi sul sottile discrimine che separa l’aforisma dalla poesia” (Pasquale Di Palmo). Mi viene spontaneo chiedere cosa sia necessario per leggere e godersi questo libro. Mi rispondo così: un senso di trasparente libertà interiore, di intima innocenza, quella che si annida in un uomo immune da vincoli di potere, di sapere, di ideologia. In un poeta consapevole. (M.E.)

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ANTOLOGIA

Sei sempre sotto la minaccia dei gesti. I gesti ti ricattano.

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Non credere che la musica riempia il vuoto.

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La musica fluidifica. Toglie attriti, lubrifica.

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Fai ogni cosa come se fosse scritta su uno spartito. Non sia leggere, lo so. Ma tu sai ascoltare.

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L’aria fresca al mattino da una finestra Spingiti olre. Basta semplicemente andare.

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Le foglie e il tempo. Sin da bambini.

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Ci sono dolori che sprofondano, abissali. E dolori che si estendono, si allargano. E poi quelli in cui perdi ogni direzione.

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Fatti trovare.

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Scrivi con cattiveria, come lo scultore che fa calchi.

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Dormi di più. Maledici la mancanza di sogni come la vera povertà.

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Respirare. La vita visibile.

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Vuoi salvarti? Esci da te. Ti allontani, ti vedi. Di spalle. Contro il mondo, di sfondo, Nessuno, intorno.

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Accarezza tutto. Tieni tutto, invece.

*

La sola salvezza.

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In pena. Timore che non lo farai. Che non ce la farai.

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Hai per caso appreso l’arte dell’equilibrio? Ma guàrdati.

*

La sofferenza alimenta la scrittura. Ti vedo. Vai in giro col lanternino. Se è vero che scrivere cura, tu vai a cercare la malattia per il piacere di guarire.

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E come vedi non è vero.

*

Abbandonato lì. Sul ciglio. Al bivio.

*

Smettere di parlarti.

*

A chi sto parlando? Non ti ho mai parlato. Solo ascoltato.

*

L’enigma, se c’è (io non credo), risolvilo. Tu.

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Alcuni testi del libro erano apparsi nel blog Scritture a questi link:

Massimo Barbaro

DELIE. Maurice Scève

(traduzione di Lucetta Frisa)

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V

La mia Signora, l’arco d’amore in pugno

tirava su di me per attirarmi a sé:

ma guadagnai alla corsa e sì lontano

che non sapeva più dove mirare

Così vedendomi sottrarmi sano

e salvo senza che il mio corpo fosse scalfito

vòlgiti, disse, verso di me in fretta

fuggi il mio arco o il potere, che è suo?

Non fuggo, dissi, né l’arco né la freccia:

ma l’occhio tuo che il mio cuore ha ferito.

*

Ma Dame ayant l’arc d’Amour en son poing

Tiroit à moy, pour à soy m’attirer:

Mais je gagnay aux piedz, et de si loing,

Qu’elle ne sceut oncques droit me tirer.

Dont, me voyant sain et sauf retirer.

Sans avoir faict à mon corps quelque bresche:

Tourne, dit elle, à moy, et te despeche.

Fuys tu mon arc, ou puissance, qu’il aye?

Je ne fuys point, dy je, l’arc ni la flesche:

Mais l’oeil qui feit à mon coeur si grand playe.

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VI

Vivevo l’aprile della mia adolescenza

libero e ignaro d’ogni male a quell’età

e l’occhio inesperto d’ogni danno

fu sorpreso dalla tua dolce presenza

che per il suo alto e divino magistero

sbalordì l’anima e la sensualità

e coi suoi occhi l’arciere audacemente

a lui soltanto asservì la mia sorte

e da quel giorno lui continuamente

guidò nella bellezza vita e morte.

*

Libre vivais en l’Avril de mon âge,

De cure exempt sous celle adolescence

Où l’oeil, encor non expert de dommage,

Se vit surpris de la douce présence

Qui par sa haute et divine excellence

M’étonna l’âme et le sens tellement

Que de ses yeux l’archer tout bellement

Ma liberté lui a toute asservie;

Et dès ce jour cotinuellement

En sa beauté gît ma mort et ma vie.

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VII

Quella bellezza che fece bello il Mondo

quando lei nacque in cui morendo vivo,

impresse nella mia luce rotonda

non solo i suoi vivi lineamenti:

ma tanto fu il mio spirito rapito

mirando la sua mirabil meraviglia,

che, quasi morto, sua deità mi sveglia

nella chiarezza di mie funebri voglie

e più m’accende e più ne sbalordisco

più mi inabissa in tenebre profonde.

*

Celle beauté qui imbellie le Monde

Quand nacquit celle en qui mourant je vis,

a imprimé en ma lumière ronde

non seulement ses lineaments vifz:

mais tellement tient mes espritz ravitz.

En admirant sa mirable merveille,

que,presque mort, sa Deité m’esveille,

en la clarté de mes desirs funebres,

où plus m’allume, et plus, dont m’ésmerveille,

elle m’abysme en profondes tenebres.

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Maurice Scéve (Lione, 1501-1564 circa), poeta. Pubblica Délie. Objet de plus haute vertue, a Lione nel 1544. Nel 1533 studia ad Avignone in compagnia di amici italiani. Partecipa al ritrovamento delle spoglie di Laura, cantata secoli prima da Petrarca. La donna amata sotto il nome di Délie fu probabilmente la poetessa Pernette de Guillet, lionese (1520-1545). Una traduzione parziale di Delie, a cura di Diana Grange Fiori, è apparsa in italiano per le edizioni Einaudi nel 1975.

Maurice Scève

PRENDIMI PER MANO. Lorenzo Pittaluga

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Préndimi per mano, conducimi

verso la lentezza, segna i confini

del mio viso e l’attraverserà la luce

dove vive l’uccello non classificato.

Préndimi per mano, diventa la guida del ragazzo

che non ripeterà l’errore dei padri e dritto

agli occhi lànciami il tuo nome.

Préndimi per mano, se esiste

un regno vi entreremo a coda

bassa e apparirà l’ospite:

abbiamo avuto l’onore delle armi.

Préndimi per mano, taglieremo

le teste agli usurpatori, l’usuraio

che ci prestò la primavera è già scomparso,

sogneremo: e la lettera perduta sarà.

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Le regioni dell’aria, Giovanni Castiglia

LETTERA PER “VIAGGIO D’INVERNO”. Silvia Comoglio

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Marco carissimo,

il tuo Viaggio d’inverno* è un Sé che analizza e si analizza, che si struttura e destruttura continuamente radicandosi nella Storia e in sequenze psichiche che sono archetipo/motore della nostra personalità.

Comincio dalla Storia, quella che stiamo vivendo e da cui, osservando, ci lasciamo osservare e, chissà, forse siamo i suoi osservati speciali. Nel dubbio osserviamo, meglio, tu osservi e ci trascini con te. La guerra in Ucraina, brutali fatti di cronaca, la quotidianità degli emarginati… tutto incidi lasciando che il problema delle responsabilità morali sbocci all’improvviso e ci si ritrovi in un gorgo da cui non si esce se non lo si interiorizza, se non lo si assimila. Perché tu interiorizzi in esterno, ossia tu entri nell’evento nell’uomo nella Storia e poi fai dell’evento dell’uomo della Storia un frammento eticamente e problematicamente pensante per la pagina, per il lettore, mentre, al contrario, il lettore se vuole farsi quel frammento, diventare problematicamente e eticamente pensante, può solo interiorizzare, unica possibilità per compiersi in quel frammento e portare se stesso e il frammento nella sua completa dimensione storica sociale e, soprattutto, mentale.

Mentale. E qui sta il punto. Perché mentale è la parola/nodo. La parola che annoda evento e persona. Che contiene e dispiega tutti quegli inesauribili sintomi umani che sono ciò che ci vincola/non vincola all’esistenza. Vincolo/Non Vincolo. Ecco, a me sembra che tu in questo tuo viaggio abbia sostituito Essere/Non Essere con un più pressante, e forse moderno/contemporaneo, Vincolo/Non Vincolo. Sono vincolato o non vincolato, più esattamente, mi voglio vincolare o non vincolare agli schemi etici sociali creativi culturali? Perché da questo dipende la mia libertà, la libertà di dire sì o no alle imposizioni e alle regole della società in cui vivo e della Storia. E allora è qui che tu discendi nella mente di Ivan Petunin, di Celan Beethoven Mussorgskij Bacon, della madre di Jackie…

E poi, infine, prendi la Storia e quel mentale che hai strutturato/destrutturato come un grande domino con cui da un lato riempi gli spazi vuoti dell’esistere e dall’altro fai traboccare quelli pieni, ecco prendi queste due categorie/eventi/paradigmi/paradossi, chiamali come vuoi, e da qui fai nascere Borel. L’identità del contrasto e del divergente. L’enigma del visibile/invisibile. E la chance. Chance di essere catalizzatore di istinto e passionalità, di folle normalità e normale follia, di resistenza. E noi diventiamo Borel. Lo diventiamo in una luce che è quella che contraddistingue Viaggio d’inverno dalla prima all’ultima parola, la luce della nudità, perché non c’è parola sillaba o lettera in cui non si è nudi. Una nudità che ci rende astorici e di una individualità universale, quella capace di infrangere il limite dello specchio, di farci cadere nel profondo della nostra identità e poi l’uno nell’identità dell’altro, perché ciò di cui siamo composti è appunto un’universale identità fatta di tutti quei sintomi che sono, che ci piaccia o no, ciò che fa di noi un’umanità. E questo, Viaggio d’inverno, lo dice con lucida autenticità. Nessuno si salva perché non siamo parte di un tutto ma siamo il tutto o, se si vuole cambiare prospettiva, tutti siamo in condizione di salvarci perché in noi tutti i sintomi coesistono, si tratta di riconoscerli/anticiparli, di individuare un antidoto. Ma ne siamo capaci? E’ alla nostra portata? E qui, sia chiaro, la questione non è: siamo liberi o non liberi di, qui la questione è: ne siamo capaci? Chissà.

Intanto abbiamo Viaggio d’inverno, grande e libero affresco collettivo, su cui riflettere.

Un forte abbraccio, Silvia.

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Antologia da Viaggio d’inverno

Regni irreali

Vuoi che ti dica quello che penso veramente? Lui è un clochard speciale. Inizia il suo diario occultandosi al mondo e cominciando prima a scrivere, poi a disegnare. Dedica centinaia di pagine alla descrizione puntigliosa dei tormenti e delle uccisioni di bambini e bambine strangolati, impiccati, decapitati, smembrati, arsi vivi, crocefissi, sventrati. Lavapiatti in un ospedale, cattolico fervente e praticante (onora la messa alle sei di ogni mattina), vive recluso in una camera di magazzino poco lontana dalla foce maleodorante di un fiume. Quando di giorno lava i pavimenti imbrattati, lo chiamano «idiota» ma lui tace. Da sessantanni scrive e dipinge bambini e bambine nelle sue quindicimila pagine dedicate ai Regni Irreali. Ricorda, da bambino un tornado, che strappò le case dalle fondamenta e i corpi dalle case: vuole scongiurare che ritorni. Per questo nel suo libro traccia le cronache sia dei dei bambini massacrati sia delle loro improvvise resurrezioni in campi fioriti. Tutto si compie nelle grandi pagine del suo libro, a notte alta. Lì tutto muore e rinasce. Dio non esiste a caso. Lui lo prega tutti i giorni. Scruta la carta bianca con pietà, perché fra qualche ora sarà colma dei cadaveri che disegnerà, e delle minuziose parole di pietà con cui descriverà ogni dettaglio. C’è chi lo accusa di essere un assassino fallito, chi impreca pensando che senza quei volumi di carta il modo sarebbe pieno di molti bambini morti. Vorrebbero farlo fuori, accoltellarlo nei cessi dell’ospedale, ma lui è troppo mite e le quindicimila pagine dei Regni irreali li intimoriscono, anche se non le hanno mai viste. Dipinge con imperscrutabile gentilezza e ogni ragazza morta nella carta è destinata a risorgere. Macchia la carta con immagini fittissime. Si concentra sul soggetto della percezione rappresentandolo in tutta la sua interezza, reale e irreale, come sul punto di esplodere, un attimo prima della morte. Ma non sa trattenerlo sul margine del disastro. L’oggetto brulica inquieto, ricolmo di tutti i colori e di tutte le forme, gli sfugge. Allo stesso modo le composizioni furiose di Bacon affondano in una spettrale figuratività che appena richiama l’esistenza umana: nelle sue figure torturate e distorte c’è una materia liquescente e raccapricciante che appanna i lineamenti dei volti, una materia che l’occhio deve guardare perché il resto del quadro è chiuso a ogni fuga: è parete, letto, finestra, colore opaco di luoghi murati. Nel suo oscuro scantinato di custode-voyeur, dove lascerà inedite le quindicimila pagine del suo libro, scritto e dipinto, lui pensa alle oscure maree del fiume Hudson. L’acqua-fiume è un’immagine rifranta e minacciosa che sprigiona migliaia di apparenze confuse, senza cornici. Mentre lo specchio, confinato nelle stanze borghesi, è un cerchio tranquillo, l’acqua scompone i riflessi, increspa e agita, è flusso che trascina e disperde, portando l’immagine verso l’evanescenza. Fra l’armonia dell’immagine ferma e la dissonanza dell’immagine mobile il pittore ha scelto l’acqua mobile dove a volte rifugia le sue figure innocenti. Il solitario custode, che morrà ottantunenne, consuma il suo mondo in una pittura-parola frastagliata e ininterrotta, piena di fogli immensi. In certi giorni si immagina mentre da’ libero spazio ai suoi impulsi e uccide delle ragazze appena entrate in ospedale, inermi. Cosa sarebbe potuto accadere? L’intervento della polizia, la rimozione dei cadaveri, l’incarcerazione dell’assassino, la fine di ogni enigma, le pareti di una cella. A cosa sarebbe servito disseppellire quel brutale desiderio? A generare morti precoci e crudeli, a determinare l’ergastolo di un miserabile. Da pittore delle forme e delle parole può mostrare su fogli interminabili migliaia di ragazze uccise nelle sue fantasie pittoriche, in un combattimento mitico fra crudeli schiavisti e salvatori gentili. La fantasia delirante rende lui, recluso di una misera stanza, non l’assassino che avrebbe potuto essere ma il pittore-salvatore che sa mostrare, dentro i suoi “regni dell’irreale”, la realtà di una psiche che si redime con le sagome dei fantasmi e non con i cadaveri delle vittime. L’assassino si traduce/tradisce nel pittore. Ma non è questa una realtà comune a tanti artisti anche sani di mente, da Francis Bacon a Lucien Freud, che oltrepassano ogni rassicurante superficie visibile? Osserva Paul Klee: «Più di uno non riconoscerà la verità del mio specchio. Deve comunque rendersi conto che io non sono qui per riflettere la superficie (questo può farlo la lastra fotografica) ma che devo penetrare all’interno. Io rifletto fino all’interno del cuore. Io scrivo parole sulla fronte e attorno agli angoli della bocca. I miei volti umani sono più reali di quelli veri».

Henri Darger

Saman

Saman, io e tuo padre siamo morti nel momento esatto in cui Danish ti toglieva la vita e getttava il tuo corpo nel Po. Non doveva accadere ma, come sai, se leggi la storia del popolo pakistano, non poteva che andare così. Tu ora non esisti più ma noi continuiamo a respirare e respiriamo da morti, avendo ucciso lei. Non avresti dovuto baciare quel ragazzo, protendere il viso con tanto amore verso chi amavi. Tuo padre aveva deciso già il tuo destino e tu gli hai disobbedito clamorosamente. Non c’è scampo. Ci hai costretti a toglierti dal mondo. Non perdonarci come noi non perdoniamo te. Sì, eri bellissima, e io non vedrò mai i tuoi diciannove anni. Chi avrà pietà di te? E chi avrà pietà di noi?

Jackie

Il mio Jackie? Sì, hai ragione: lo chiamai così, in omaggio al piccolo Jackie Coogan ne il Monello di Chaplin. Il monello lanciava le pietre e rompeva i vetri, Charlot vetraio li aggiustava. Distruttore e ricostruttore: come mi raccontano ii suoi amici e ii suoi detrattori, le due anime di mio figlio, il grande filosofo Jacques Derrida. Per me, per sua madre, sempre e soltanto Jackie.

Rapper

Io te lo confesso: io, Ivan Petunin, mi uccido per non andare in guerra a uccidere. Mi tolgo la vita perché non sono sono pronto a togliere la vita a nessuno. Io ho prestato servizio nell’esercito russo, ma allora era diverso. Oggi, se guardate il mio video su Telegram, saprete che non sono più vivo. Non posso prendere su di me il peccato dell’omicidio della mia anima. Non voglio. Sono un rapper e non un assassino. Vado via.

Necessità

Al funerale della donna ottantasettenne un impresario delle pompe funebri, distratto, porge la mano al parente per esprimere le sue personali condoglianze e tutti lo guardano con disgusto e paura, obbligandolo a ritirare la mano protesa. Un altro uomo porta la figlia, tredicenne, a un controllo ospedaliero dopo la rimozione di un carcinoma. Un poliziotto gli infligge una multa da 400 euro. Per il funzionario di polizia quel controllo medico non era, con tutta evidenza, uno stato di necessità. Dove si sviluppa la necessità nel tempo del Covid? Nella scatola di fagioli acquistata al supermarket, nella crema cortisonica cercata in farmacia e non nel corpo di una bambina appena operata? Chi decide la reale necessità? Cosa è davvero reale? Per gli occhi di chi? I soprusi nascono dalla differenza degli sguardi, che come asce producono giudizi. Osservando in un bar aperto, accanto al mare, le catenelle che dividono il dentro dal fuori, non hai la percezione di proteggerti ma la tristezza di essere qui e ora, in uno stato di desolazione condivisa: ritrovi la necessità di viverti più gentile, con un gesto consentito, una carezza nell’aria, uno sguardo di empatia, che possano sostituire, qui e ora, la minima fisicità di un abbraccio desiderato. Tesi a mostrare il proprio respiro pur misurando gesti e distanze, guerrieri di una battaglia incerta, orfani di abbracci decisivi, senza più nulla da sorreggere: eccoci a vegliare il tempio. Tu, noi, tu, noi: invisibili, fragilissimi custodi sigillati da maschere.

Pensare è sconvolgersi

Bacon smise di gettare sul cavalletto i colori, stremato. Si addormentò e fece un sogno. Era in una grande chiesa, molto buia. Davanti ai suoi occhi la scultura in legno di un Cristo: ma i piedi non apparivano crocefissi al legno, erano prodigiosamente liberi, e tutto il Cristo sembrava proteso fuori dalla croce, nello slancio di una caduta violenta o nella volontà di un’ascensione estatica. Francis fissò stupito quei piedi: non aveva mai pensato che i talloni riuscissero a staccarsi dai chiodi della croce. Per un attimo pensò che la sofferenza fosse terminabile e non, come la pensava lui, disgustosamente continua. Si chiese se il crocefisso fosse di Giovanni Pisano. «Forse della sua bottega – pensò fra sé e sé. Quando uscì dalla chiesa, come svuotato, vide l’insegna di una città – Massa Marittima. Osservò il duomo: era spostato dal lato destro della piazza, quasi che un vento improvviso lo avesse messo così, di sbieco, e una benefica bonaccia avesse impedito che crollasse oltre il bordo delle colonne e dei muri. Gli vennero in mente certi paesaggi di Soutine, che aveva la tentazione di trattenere con le mani perché pini e case non scaturissero fuori, rapiti da un vortice. Al tavolo di un caffè vide un ragazzo: aveva un foglio sulle ginocchia. Stava copiando da un libro piccolo, illustrato in bianco e nero, quello che sembrava un disegno del Pontormo. I due occhi del disegno – che ricordavano quelli dell’originale – erano totalmente bianchi. Anche da quel foglietto mal copiato lo guardavano fissi, come ciechi, e sembravano suggerirgli, come già sapeva, che il mondo era un paesaggio insensato e stravolto. A Bacon tornarono in mente le parole di uno psichiatra che un giorno, nel suo studio, conversò con lui sulla follia: «Vedi, loro – e alludeva ai matti – o sono pietre o sono piume». Una ragazza, da un sipario mezzo strappato, gli chiese di avvicinarsi. Aveva un’aria misteriosa, i capelli scuri. Lo fece entrare in una stanza dove, ai muri, erano appesi fogli tutti fitti di linee geometriche. «Sono queste le fondamenta, – ripeteva – le fondamenta…». Francis si accorse di non resistere più. Irritato, turbato da una collera incontenibile. strappò i fogli dalle pareti, fuggì via. La ragazza scomparve. Fu allora che gli venne in mente un verso: «la materia oscura l’assilla…». Sapeva che non ci può essere geometria nel mondo. Anche Klee lo sapeva da sempre, nascondeva i suoi piccoli angeli armoniosi dietro scritte enigmatiche o disegnandoli discretamente su carta da pacchi. «È tutto disgustoso… – ripeté Bacon fumando per le strade. La città gli sembrava fatta di una materia strana: gli uomini ci camminavano ma non riuscivano ad avanzare bene; faticavano, i piedi incollati all’asfalto. Uno di loro oscillava, braccia e gambe fluttuavano da un lato e dall’altro. Una voce disse: «Ha un coltello nella schiena». L’uomo, che continuava a oscillare senza nessuna lama visibile, finì con lo stramazzare a terra. Francis non si avvicinò al drappello pietoso che stava soccorrendo il morto. Continuò a camminare sperando di potersi svegliare. Adesso era come dentro un’erba altissima e sentiva di non odiare più i paesaggi ma di appartenere al crescere stesso dell’erba. Se avesse dipinto tutto questo non avrebbe potuto fare che come Monet semicieco: tracciare il sentiero del suo giardino, con il ponte e le piante, come un intrico rosso e verde, una macchia inestricabile. D’un tratto si sentì, dentro l’erba, come se fosse chiuso dentro una gabbia. In che modo ne sarebbe uscito? Ricordò due quadri di Pollock esposti al Guggenheim di Venezia: uno si chiamava Foresta incantata, l’altro Alchimia. Li rivide, esatti e grigi come li ricordava, turbolenti ma regolati da un ordine misterioso, che rammentava tanto le leggi oscure della foresta quanto i rigorosi processi alchemici. Capì che non sarebbe mai uscito da quell’erba senza pensare a una figura. Di nuovo gli affiorò alla mente il verso – «La materia oscura l’assilla» – e capì che doveva cedere all’ordine. Ricordò il secondo quartetto di Shostakovic, lo riascoltò mentalmente in pochi secondi. Rammentò simultaneamente che, in qualche pagina di taccuino, Cioran aveva scritto: «Pensare è sconvolgersi». Bacon si svegliò alle cinque di mattina, osservando la scimmia fissa sul suo tavolo di legno. Sorrise e cominciò a lavorare alla sua Crocefissione.

Francis Bacon

Borel

Vivere è sempre sbagliato. Per strada ti aspettano orari, padroni, ordini, numeri. Ci chiamano sempre. E, quando chiamano, bisogna obbedire. Ma non sempre. Al contrario: in tutti i modi che ci sono concessi, è necessario disobbedire a quanto ci vuole inerti. Io, leggendo libri e divorando film, mi sono estraniato da una vita che non sentivo mia. Mi sono messo in stand by. Guardavo videocassette, facevo scorrere parole. Una continua metamorfosi. Noi siamo questa condizione di metamorfosi. Chi non lo crede possibile è un servo che si accontenta. Mi piacciono i servi, ma i servi che vogliono esserlo. Mi sono fatto chiudere qui proprio per soggiacere alle regole dell’istituto. Obbedisco, e vengo nutrito e alloggiato. Tutto bene. Conservo il mio spirito come se fosse sotto la neve: intatto, immune. Non devo impegnarmi a possedere, orchestrare, addestrare. Del mondo non ho niente da dire, dal mondo non ho niente da prendere. Per me tutto quello che esiste è un vago ricordo di artisti sconosciuti, di libri prodigiosi, di terrori mentali. Non ho altro in mente che questo. Vorrei correre, ma le gambe non me lo consentono, Tomas. È come se non fossi mai realmente e totalmente vissuto. Qui sto da tre anni e tutto va bene. Nessuna malinconia. Leggo, penso, scrivo. Certe volte sfoglio dei libri, a notte alta. Non distinguo le parole sulla carta, ma provo un piacere straordinario a voltare le pagine, a percepire storie che non leggo. Poi guardo lo specchio, non appena fa notte. Bellissimo non vedermi! Mangio con voracità, i gomiti puntati sui braccioli della sedia, tendo i muscoli delle spalle. Leggo di vite che ho ritrovato, che ho inventato. Vite finite, stroncate da morti ingiuste, inopportune, scandalose, gratuite, crudeli. Vite troppo veloci o troppo lente. Le ho salvate io dal silenzio. Il primo sopruso, ovviamente, è la morte. Ci renderà, prima o dopo, sue vittime. Ma io voglio combatterla. Migliaia di biografie di migliaia di uomini descrivono fatti stupidi e comuni. Io mi assento da tutto questo. Mi dichiaro: non presente. Ho voluto schivare la vita vera per assaporare la vera vita. Salvare chi si è arreso al silenzio. Mettere il suo nome, tracciare la sua storia, definire il suo tempo. Sostenere questo compito impossibile: cacciare il silenzio. Io lo sto facendo. Io racconto di esseri che sarebbero stati spazzati via, senza le mie parole. Li tengo vivi nelle parole. Io ero un tipo riservato e tranquillo, non prendevo mai la parola per primo. I lineamenti anonimi. Il corpo mediamente robusto. L’altezza normale. Gli occhi castani. I capelli né folti né radi. Avrei potuto confondermi con chiunque. Uno che passa inosservato in mezzo alla gente. Non ho mai lottato contro questa felice uniformità e mi sono reso quasi invisibile. Quando non hai una vita soddisfacente, un corpo giusto, dei pensieri originali, e ti ripugna toglierti la vita, accetti di vivere in segreto. Ma devi covare un altro mondo. Quello che, tutti i giorni, tessi e ritessi, come un ragno famelico. È una chance che nessun dio e nessun demone ti strapperà.

Tutti siamo esattamente così, chiusi in piccole, infime ossessioni. Ognuna è un recinto che limita, che stringe. Il nostro male e il nostro bene. Il peggiore degli abissi ma anche la nostra unica smorfia. Perdiamo tutto, ma importa a qualcuno? Il giorno dopo è daccapo. La vita non ha colonne fisse, strutture eterne. Ci sono nomadi che traversano il deserto senza nessun messaggio da portare. Nessuno è mai solo. Neppure io, adesso, lo sono. Ci sei tu. Come ti chiami? Tomas? Da tempo speravo che accadesse, Tomas. Qua ne passano tante, di persone, ma tu sei un tizio strano. Mi assomigli, credo (o mi immagino che sia così). Qual è il tuo kharma? Io fin da ragazzo sono stato ossessionato da un duende che mi dettava i pensieri migliori, da un folletto felice e maldestro. Ero stregato da Miles Davis e Tom Waits: loro sì che hanno il duende, dicevo. Crebbi con l’idea che le persone, prive di uno spirito che le possieda, fossero inutili automi. Cominciai, fin da bambino, a disegnare sui muri delle facce e dei corpi, ma su ogni faccia e ogni corpo volevo che aleggiasse una striscia di bianco, una traccia di vapore che li animasse con il vigore del duende. Le persone che ho amato a volte non erano neppure vive: erano scrittori di altri secoli. Nessuno mi parli mai di letteratura. La letteratura, quella vera, non esiste. Gli scrittori sono e saranno sempre esseri vivi, più vivi di te e di me perché hanno sperimentato la passione di non esistere attraverso parole che esistono. Io andavo sempre al cinema, quando ero giovane, guardavo film degli anni quaranta, mi sentivo finalmente e totalmente solo, non appena calava il buio nella sala; al cinema non vedi mai una persona umana nella luce vera del sole, sono tutti esseri come te e come me, scontrosi, voraci, infantili, atterriti, semiciechi, rintanati, sognanti: guardano immagini, osservano figure, non s mostrano nudi; con loro condivido storie dove immagini di corpi oggi morti si muovono alteri e appassionati. Non è straordinaria, quella vita sotterranea? Il vento porta turbini di polvere sui piatti e sulle mani, ululando senza suono. Un gangster si uccide in cima a una fabbrica, sparando contro dei barili di esplosivo. Una donna scende la scala facendo oscillare un anello alla caviglia. Un uomo non sente, nel buio, il suono dei suoi passi. Un giovane, seduto con la sua donna nel sedile anteriore della macchina, ingrana la retromarcia e si sfracellano insieme nel burrone.

Sì. h pensato spesso alla psichiatria ma non ho mai studiato l’argomento. Non sono diventato né psicologo né medico. Mi ripugnava esercitare una professione che avesse delle analogie con questo problema sacro. Ma ho spesso immaginato la condizione del folle. Ho immaginato che io e lui, per molti giorni, ci frequentassimo nella cella di un manicomio. Il pazzo è sempre lì, nel dolore di non esserci o di esserci troppo. Abita sempre lo stesso luogo, che solo lui conosce. Non serve nessuno, non serve a nessuno, non invecchia mai. Si ritira dal frastuono dei vivi, si fa consumare da un sogno. È un puro. È una pietra che nessuna goccia d’acqua può levigare. No, non guardarti intorno, Tomas! Sembra che ti stiano braccando ma non ci badare. Non verranno fin qui. Questo è un luogo di dementi. Non penseranno mai che tu sia qui. Férmati. Ricordi le pitture di Briga, a Notre Dame de la Fontaine? Il Giudizio Universale. Le ruote. I diavoli. I mostri. Il corpo impiccato di Giuda, gli occhi sbarrati, gli intestini che gli fuoriescono dal corpo come un serpente che si attorciglia su se stesso: il diavolo, con la testa e il culo da diavolo, tira fuori dall’impiccato, come nel travaglio del parto, un’anima nuova. Forse non te l’ho mai detto ma io, dentro di me, ho un’energia quasi incontrollabile, a cui non ho mai attinto completamente perché non mi è stato concesso, perché me lo hanno proibito. Non ho vissuto bene la mia normalità. Non sono mai stato normale ma sempre malinconico, come quelle figure dei santi del Lotto, disperate e assorte, recluse dal mondo sacro e dal mondo profano. Mi sono sempre difeso da qualche pericolo, visibile o invisibile. Sentivo che, se mi fossi abbandonato, avrei provato un malessere intollerabile. Mi sarei trovato nudo, i nervi allo scoperto, scorticato. Non potevo permetterlo. È incongruo e infantile, lo so. Ma ero sempre in stato di resistenza. Si resiste con una fatica micidiale, ma si resiste. E, alla fine della giornata, almeno non si è perso terreno. Non si è avanzato, non si è indietreggiato. Si è rimasti in bilico, come se da un momento all’altro qualcuno volesse spingerci nell’abisso ma non ci riuscisse: ecco la realtà. I muscoli sono tesi, pronti all’assalto. Ci opponiamo. Un altro mondo ci aspetta. I pittori, in questo senso, mi hanno sempre appassionato. Creano superfici nuove, dipingono nuovi mondi. Non si accontentano delle forme che esistono ma ne imbrattano altre. Non ho mai avuto problemi di padre o di madre: sono rimasto orfano dell’uno e dell’altra a cinque e sette anni. E tu? Se vieni in istituto a visitare tua madre, lei è stata accanto a te o lontano da te, per anni, visto che non sei più giovane. E allora tu sei una vittima. Lei avrà cercato, per amore, di toglierti l’aria che respiravi, di sostituirla con la sua. È accaduto sempre così, da quando esiste il mondo. E tu hai lottato contro la sua violenza. Magari sei diventato ingegnere, medico o scrittore. Cosa posso saperne? Ma in realtà ne so io più di te. Non avendo vissuto il problema, me lo sono covato dentro. Ci ho pensato fino all’ossessione. Avendo perso i genitori da bambino, mi sono trovato con uno spazio enorme e vuoto da occupare con il pensiero. E ho pensato, anno dopo anno, a cosa significhi essere figlio o padre, e ho fatto innumerevoli fantasie. Se mi capitasse, un giorno, di vedere una scala i cui gradini finiscono dentro un muro, proverei sempre la speranza che domani quei gradini possano andare verso una porta, portarmi dentro una casa. Non credo che la realtà sia quella che appare. Se ci credessi, sarei morto e non ti starei a parlare. Saremmo tutti già finiti. Io, te, gli altri. Hai mai letto un libro mentre scende la notte e i fogli cominciano a diventare invisibili e tu cerchi comunque di decifrare le righe? Io sì. Viviamo perché ogni giorno siamo dei paradossi: facciamo strappi, apriamo fessure, provochiamo ferite. Ho 67 anni, bloccato in questa carrozzella. Ieri ho trovato tra le mie carte un vecchio racconto: lo avevo intitolato Borel: dice di un prigioniero che assume tutte le facce dei suoi visitatori. Perché voglio fartelo leggere? È un racconto breve e non significativo, ma attraverso questo racconto ho capito di essere chi sono. Non ricordo come mi chiamassi prima ma da allora, ne sono certo, ho detto a tutti che mi chiamavo Borel e tutti, da allora, mi hanno chiamato Borel. Mi scartavano, diffidavano di me, ero solo uno scribacchino invisibile. Fai bene le tue pratiche, Borel. Non ti distrarre, Borel. Ordina i numeri, Borel. Compila le cartelle, Borel. Fai le fotocopie, Borel. Ed io eseguivo, senza usare la testa, come un morto vivo. Consòlami. Ho la testa che pesa, che vorrebbe staccarsi dal collo. Io non ci sto. Tu sei un uomo sano. A te sembra di essere una persona normalmente viva. Normalmente sana. E lo sei, come tanti. Ma fino a che punto sei consapevole di avere avuto soltanto un’immensa, fottuta fortuna? Sarebbe bastato un piccolo virus, una piccola infezione in alcune fibre del cervello, e saresti stato una persona spenta, un fantoccio inerte. Hai mai studiato certe malattie neurologiche? Dovresti farlo con scrupolosa attenzione e capiresti di essere, come tanti uomini, un privilegiato, un eletto. Io ho scritto tre racconti su tre incomprensibili infermità. Volevo che il mio lettore capisse fino a che punto l’orgogliosa e arrogante salute dell’uomo sia solo una botta di culo, un’assurda roulette russa e niente di più… Sai cosa significhi, Tomas, perdere i capelli, zoppicare, avere il sangue che scorre lento nelle mani, nelle gambe? Banali reazioni chimiche. Chi vuole avere la testa a posto, chi vuole opporsi alla demenza, può. basta che sia discorde al mondo o almeno che finga di piegarsi e poi si scavi una via d’uscita proprio dentro alla sua tana, dove resterà padrone solitario e onnipotente. Io sono troppo vecchio ma ho tutta la libertà che voglio per dare voce ai miei dèmoni, non devo soffocare verità, obbedire a convinzioni, conta quello che è vero: l’odore di una schiena abbronzata e adolescente, il profumo delle piante notturne, un cielo stellato, un sesso giovane e morbido,. Quella ragazza aveva sedici anni, il viso acuto, gli occhi neri, la magnifica schiena scura. Ho pensato con gioia: e se morisse ora? Quella giovane meraviglia non avrebbe dovuto invecchiare, volevo fotografarla in quella luce dorata. Devo lottare. Ogni impresa è impossibile e perciò va tentata. Io credo che potrò sconfiggere il tempo. Forse no, ma rallentarlo? Già se ti scrivo, se ti parlo, questa lentezza mi scivola dentro la mente. Non arresterò la natura delle cose ma le renderò straordinarie, per un tempo appena più lungo di quello che ci è concesso. È già qualcosa: una frivola, insignificante vittoria della memoria. La schiena della sedicenne, bellissima e abbronzata, resterà splendida per qualche settimana in più, o qualche giorno, qualche minuto, qualche secondo in più, senza che il tempo cominci già da ora a logorare la pelle delicata ed elastica, quella pelle che toglie il fiato per la sua bellezza e non chiede parole a nessuno. I vecchi e i matti sanno trovare ancora lo stupore che la vita cancella nella lobotomia dei giorni. Loro, i vecchi e i matti, alieni dall’ordine sociale, non hanno niente da perdere e niente da dare; come certi assassini, assomigliano in modo sorprendente agli artisti. Invece, noi: cadaveri con quest’aria assorta, irritante, da pupazzi. Che la vita ci porti solo a questo stato è buffo e impossibile, forse non riusciamo a ribellarci nel modo giusto, a respingere la morte con la necessaria fermezza, eppure si potrebbe, si può più di quanto si creda ma tutti sono pigri e sordi, si arrendono ai vecchi riti, credono che la vita di domani sia lo specchio della vita di ieri e non è così, scorrono solo storie, lo sai quante storie mi hanno assediato nella vita? più di quante tu possa immaginare, io non sono mai stato un uomo solo, non sono mai stato solo un uomo, qui non si tratta di parole, si tratta di storie, e hanno bisogno non solo della voce che le pronuncia, le storie, ma delle parole che le scrivono, proprio di certe parole che lasciano segni. Non ho voluto annotare nulla fino a sessant’anni, mi illudevo di ricordare, invece si dimentica tutto, Non ricordo un solo volto come nessuno ricorda il mio, sapresti descrivermi se chiudessi gli occhi? Sapresti realmente descrivermi? I racconti hanno un nome, un cognome, un corpo, dovrei raccontarti la filastrocca della mia nobile vita? Le vite si assomigliano tutte, banali, indaffarate, infelici, terribili, indegne di parole, ho lavorato, non mi sono sposato, non ho avuto figli. Viaggi? Pochissimi. Si parte per luoghi lontani ma si resta sempre dentro di sé, non bastano deserti dorati o cattedrali gotiche, chiostri barocchi o tramonti alla Belém, conventi affrescati o mari antartici, si resta immobili, con il piacere di essere immobili, metà degli uomini sul pianeta crede di essere viva e lo è meno di me, ho sempre percepito, fin dall’infanzia, un’idea eccellente della vita, una forma ben tracciata che gli altri inutilmente si sarebbero accaniti a frammentare, quella forma era precisa in tutto e per tutto, ma non ne voglio parlare ancora, in questo mondo di idioti nessuno capisce che la vita è un lampo, un lusso, un caso, si ostinano a trattenerla come un tesoro prezioso e fanno pena, i corpi non restano, sono destinati a disfarsi in cenere, ma si pensano immortali. E se io fossi solo un uomo di cinquant’anni truccato da vecchio? Se avessi simulato delle malattie terribili, tanto da rendere necessario il mio ricovero qui? Se ti avessi raccontato solo delle favole idiote? A volte chi prende la penna in mano non si accontenta della sua unica voce e rimane complesso, inafferrabile, irriducibile. Volevi leggere i miei racconti? Volevi sfogliare i miei disegni? Sono nella mia stanza, lassù. Chiusi nel comodino a sinistra, primo cassetto. Vai pure a prenderli. Sali, grazie. Sei già arrivato? Vòltati, allora.

Io sono qui, sulla soglia della stanza. Come sono salito, se sono un invalido? Ma ora non lo sono più. Ti confesso che non ho mai scritto una riga, non ho mai disegnato niente. Nella mia stanza troverai solo la cenere dei miei sigari. Prendili pure. I sigari sono tuoi, Tomas. Ti stupisci che io stia dritto sulle gambe? Ma io non ho mai avuto nessuna infermità. Tu, invece, adesso, hai forti dolori, non è vero? Alle cosce, alle caviglie, ai polpacci. Ti capisco. Devi sederti. La carrozzella è proprio vicina al letto, dalla parte sinistra, vicino al comodino. Perché sei tu Borel, ovviamente. Lo sei da quando te l’ho detto: «Ieri ho trovato tra le mie carte un vecchio racconto: lo avevo intitolato Borel. Racconta di un prigioniero che assume tutte le facce dei suoi visitatori». Io, da oggi in poi, sarò solo uno dei tanti figli imbecilli che vengono a trovare la mamma in cronicario: alle sei e dieci uscirò di qui, con la tua faccia e con il tuo nome, le gambe sane e scattanti, finalmente libero, perché ti ho parlato per il tempo necessario. Con le magie del racconto tutto si trasforma: la parola è il pianeta che rende possibile ogni cosa. Io, ora, sono libero come te. E tu resterai qui, essendo tu Borel. I tuoi documenti li prendo io, i miei li metto nel tuo portafoglio. (L’ultima pagina del mio racconto prevedeva che io lasciassi l’ultimo visitatore al mio posto, scambiando con lui il corpo, la faccia, la voce.)

Tranquillo… Il tuo dolore non durerà troppo a lungo. Borel è di salute cagionevole. Tra pochi mesi compirai sessantotto anni; poi, senza accorgertene, arriverai a sessantanove, settanta, settantuno. Un tempo ragionevole. Poi anche respirare ti sarà difficile. L’enfisema, il cuore gonfio, la pancreatite. I soliti dettagli. Ma il congedo sarà breve. Addio.

*Marco Ercolani, Viaggio d’inverno, prose inedite, 2023.

PER “SMENTIRE IL BIANCO”. Silvia Patrizio

I testi sono tratti da: Silvia Patrizio, Smentire il bianco, Arcipelago Itaca Edizioni, 2023

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Anche i poeti amati da Silvia partecipano a questa operazione di innesto e di riscrittura. Le citazioni sono più corpi in vita che parole e la diagnosi è più per penetrazione che per osservazione. La mancanza («l’infanzia che non ha fotografie»), l’assenza, il «respiro ribattuto…», il vuoto rappresentano forse il bianco da smentire. O da mentire. Se domandiamo alla memoria soltanto un’informazione (o un colore) di ordine intellettuale la memoria ce la restituisce senza la sensazione di evocare niente da noi stessi. In questa raccolta, invece, Silvia si abbandona a una conversazione intima col passato elaborandolo attraverso un’indagine endoscopica rigenerativa.

(Da Una pagina per Silvia di Andrea De Alberti)

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Il sapore è quotidiano, del cibo annerito

sui fornelli, e un sollievo di torta alle mele.

Non c’è altro da prelevare all’incoscienza

tenuta nel rilievo

di una telefonata attesa, e subito

ritratta dalla mancanza d’aria che si apre

appena prima di avvistare

le pareti, o sospettarle.

*

Eppure ha senso adeguare un campionario

di pensieri declinandoli al già visto:

il tavolo il rimprovero dei libri

lo specchio il lampadario che fa scudo

del suo doppio e quel tango inappagato

che ritorna, compromesso a ogni curva

come un respiro ribattuto…

*

Il danno ha i contorni del corpo

– lesioni ispessimento terapia –

sorprende nomi inediti alle cose

e li chiarisce

nel suo lessico d’aghi

che scuce le vertebre e sceglie

una posizione alla paura.

Il corpo è una fessura, la metà di un errore

fissato tra le otto e le nove

di un intero inverno.

Ma sarà rapida

la sera, col suo affamarsi di spettri:

antidoti che il calcolo frantuma.

*

Cosa classifica la gioia? Che cosa captano i segnali?

Cosa ti lega al tuo narrare? Adesso basta, è innaturale

come affondare nel piatto le date importanti

ma viene ancora da inventare

un balcone per la casa di viale dei Tigli

l’infanzia che non ha fotografie

un traghetto che ogni anno lascia il golfo

per un alito lievissimo

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Silvia Patrizio

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Questa poesia sceglie la parola come radiografia del proprio essere-nel-mondo (“Appartenevi all’indulgenza delle foglie, / al chiodo che cresce la sua ombra / sul rovescio dell’insonnia. Eri il fuoco / gettato sull’amore / dalla parola amore”). Smentisce il bianco del silenzio per riordinare la propria voce, la propria intima conversazione con se stessi, unica terapia contro il dolore. (È la lingua a interdire / l’esperienza autoimmune del rimorso / (nel diario tra parentesi aggiungevo / il blues è un suono, un’intenzione / l’errore è nel respiro). Il poemetto Medea – un intermezzo a più vocici racconta come sia necessario ri-narrare il mito perché l’uomo si re-interroghi sul proprio presente, dove i vivi parlano ai morti, e scelga una posizione per la propria paura: (“Ora è spina / questa fibra di voce, la lingua che si fa / memoria, / destinazione della mano”). Il libro si chiude slacciando visioni, ritrovando radici, in un movimento delicato e rigoroso di equilibrio, dove per “equilibrio” intendiamo un silenzioso accordo dell’angoscia con il rigore della frase poetica: “Lo spessore che prima era rifugio / ora è vento che slaccia le visioni / e annuncia l’inverno. Piove / – non temere la morte per acqua – / Ecco il dettaglio, l’ultimo / a chiudere la scena: / l’inchino del salice / sulle sue radici”. (M.E.)

Giovanni Castiglia

DOVE HO SBAGLIATO? Carlo Luigi Romano

Carlo Luigi Romano

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Breviario provvisorio di fede nelle apparizioni: Eccomi!

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Sono caduto dalle nuvole col paracadute, mi sono arrampicato sugli specchi con le ventose e ho appena bevuto l’amaro calice zuccherando abbondantemente il caffè.

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La gente non mi piace ma vanto amicizie nel genere umano.

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Prendendo le cose con filosofia le capirò?

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Mi sono riciclato come personaggio di fantasia così da poter immaginare la realtà.

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Sto cercando di fissare sulla carta gli errori commessi in modo da poterli ripetere tali e quali in futuro.

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La crisi mi ha fatto precipitare al di sotto delle mie ordinarie impossibilità.

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Mi mancano i mezzi per giustificare una fine. Per adesso continuo.

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Cerco di ridere per fare rima con vivere.

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Mi sono limitato a dare soltanto un’occhiata alla civiltà, c’è troppo da imparare.

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Mi basterà un caffè con panna montata per sedere al tavolino della pace.

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Io sono questo. Dove ho sbagliato?

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Mi ritrovo sempre fra i piedi e non mi do nemmeno una mano.

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La prima cosa che mi è venuta in mente mi ha esaurito e l’ho dimenticata.

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Esito a prenderla come una buona notizia, sembra tuttavia che Dio sia intenzionato a credere che esisto.

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Posso anche essere al di là del bene ma non del malessere.

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Ho ragione di non credere nella ragione. Me ne farò una ragione.

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Perché puntare al futuro quando non ho ancora riempito del tutto il passato?

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Devo stare in guardia con gli amici, qualcuno di loro potrebbe anche esserlo.

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Ho il dispiacere di non essere riuscito a fare grandi cose ma ho anche provato la soddisfazione di disfarle.

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Pinot Gallizio

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Carlo Romano è una singolare figura di intellettuale eclettico e marginale, un petit maîtreobscur che ha fatto del disadattamento un’estetica in cui convergono Huysmans e la scapigliatura, il radicalismo e l’avanspettacolo, Fluxus e il Conte Mascetti, l’underground e il dandismo,  il libertarismo americano e il Marchese de Sade, il blues e il trallalero, le droghe e i bignè. Una struggente idea della Liguria su tutto il resto. Penso di poter affermare che ha fatto dei libri la sua passione assoluta, con evidenti sconfinamenti in una vera e propria perversione cartacea (e oggi non solo cartacea). La libreria Il Sileno di Galleria Mazzini a Genova, alla quale si dedicò col fratello Mario, è stata un luogo di elezione per almeno un paio di generazioni di intellettuali (nonché di sbandati) genovesi e la sua biblioteca (oltre trentamila volumi che da poco hanno trovato sede presso la Fondazione De Ferrari) può essere forse considerata la sua più importante “opera” di artista (segreto). Oggi vive a Uscio, il paese da cui proviene la famiglia paterna, legge (onnivoramente, come sempre), scrive (è collaboratore delle pagine culturali del Secolo XIX) e cura un sito internet La biblioteca dell’egoista che è lo specchio fedele della varietà dei suoi interessi culturali (Giuliano Galletta).  

KHNOPFF. Alfonso Guida

I testi sono tratti da: Alfonso Guida, Khnopff, a cura di Barbara Gortan, Casa del Libro, Taranto, 2023.

Knoppfh è un’aria della vita. A vent’anni vidi il suo dipinto Il silenzio e sentii che quell’immagine non mi avrebbe più lasciato. A distanza di trent’anni ho omaggiato il pittore simbolista belga soffiandone le atmosfere in questa plaquette di 20 componimenti, data a Barbara per affetto dopo un lungo corteggiamento. È così che scrivo ora. Tutto non può che essere cosi (A.G.)

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Resta qui, accanto al tornio del vasaio,

conduci questo sciame

di atomi verso il presagio terrestre,

di ogni sfioritura, sfronda il principio

reale di queste ombre, il mare vuoto

di ogni istante e dii ogni ferita emersa

dalla luce fredda del nostro errare.

Senti, ogni passo è caduta e stazione,

sangue e siccità, mappa e disperazione.

La terra è pietra levigata e ogni uomo

torna seguendo il filo che traspare

dal passato e dalle orme cancellate.

Resta accanto alla pipa del vetraio,

conduci questo grido fitto di ossidi

verso gli anni rimasti, nell’esametro

di latta che una cornacchia, al mattino,

spezza e sporge tra due tetti, migrando.

*

Blister

Mesi in corsa per dire

lo sbaglio di una cura,

tregue, preparativi

i guerre, fogli

di aforismi, responsi

non decifrati. Il canto

nasceva dal giardino

spogliato e sparso

di aghi e foglie i cui nervi

parevano bachi da seta morti

di giallume. Anni

di porte murate e chiavi smarrite,

pietrisco di muri d’ala e pietrame

di muri di controripa. Una casa

di ferro che l’estate riscaldava

fino all’ustione e l’inverno gelava

fino al ghiacciaio, all’assideramento.

Mesi in corsa per dire

l’uncino ostinato, l’unghia incarnita,

ma lo sguardo vagava,

come un fuso, nel vuoto, si screziava

di bianco e nero, luce e buio, un corpo

di sale, il moto oscillatorio interno

di un barometro, di un ossario esposto.

*

Il silenzio

Le labbra calme,

Le labbra addormentate,

l’indice che sigilla.

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Fernand Khnopff, Ricordo della Fiandra

Fernad Khnopff, Chiudo la porta a me stessa

CONTRO LA CADUCITA’. Lucetta Frisa

I testi sono tratti dal libro collettivo: AA. VV., I nomi della sincronicità, a cura di Stefano Baratta e Flavio Ermini, Moretti e Vitali, Bergamo 2007.

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In uno dei suoi haiku Matsuo Basho scrive: «Erba estiva: / per molti guerrieri / la fine di un sogno». Da sempre i poeti mettono al centro della scena il tempo inesorabile e la caducità della vita con le sue imprese illusorie, il dolore per giovinezza e bellezza spariti, fugaci come ali di farfalla. L’ala di farfalla mi riporta all’idea di Psyché e quindi a Sigmund Freud, che nel suo Caducità, parla di questo dissolversi e del dolore che ogni essere umano non può non provare nel momento in cui ne acquisisce interamente coscienza. «Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello o nobile gli uomini hanno creato e potranno creare. Tutto [….] gli sembrava svilito dalla caducità a cui era destinato».

Ma, a segno di questa mancanza, di questo profondo sentimento dell’effimero, il poeta ci lascia in eredità le sue parole: poesie che, lette e rilette, diventeranno humus per poesie che verranno scritte da altri. Si delinea quindi una traccia, una scia di volo per chi voglia seguire la divagante e invisibile traccia della farfalla. Per sostare ancora in area giapponese, ricordo le parole del settecentesco Yosa Buson: «Un monaco solo / legge una pietra incisa / nel vento invernale». Una pietra incisa come quella di Gilgamesh giunta fino a noi dal fondo dei millenni, e non solo perché la pietra è materia legata alla permanenza più di un foglio di carta. Buson sembra rispondergli anche lui facendo parola del sentimento dell’eternità esprimendolo simultaneamente in tre immagini: il monaco solitario – speculare al lettore in tempo reale – , la pietra che fissa la parola e il vento che non la cancella.

Il poeta, leggendo altri poeti, ha la sensazione di abitare in una comunità dove ogni componente rappresenta la caducità nella propria individuale versione, con le parole che affida al sogno della sopravvivenza dopo la sua morte fisica, qualunque sia il supporto – petroso, cartaceo, digitale, ventoso. Siamo di fronte a un “atto di resistenza” come suggerisce Gilles Deleuze. La resistenza – l’atto in cui la vita si oppone al “destino della vita” – consiste proprio nel parlare della morte, nel corteggiarla fino a quando lei non avrà il sopravvento: è “atto poetico” attorno alla morte. Nelle epoche d‘oro della poesia spagnola inglese, francese, al pieno fulgore di una regalità terrena fa da contraltare il riflesso spoglio della sua caducità, così come nella pittura della natura morta gli oggetti sono colti nel punto di sparire dall’occhio dell’osservatore – occhio vivo, demiurgico, e asincronicamente occhio della morte che ne illumina la precarietà. Lo stesso messaggio – il permanere della dissoluzione del paesaggio nel tempo – viene espresso dal tema delle tavole apparecchiate e sparecchiate. Quando John Donne inneggia all’amore parlando della morte e inneggia alla morte alludendo all’amore, questo amore mai scisso dalla morte si eternizza nelle parole come pietre tombali, testimoni dei morti vivi fra di noi. È un doppio movimento di sincronia che ruota attorno a se stesso, non la coincidentia oppositorum verso qualche ipotetico centro. Il concetto di caducità – che si tinge di religiosità e di fede nell’ultraterreno come di umana laicità senza futuro – segue una traiettoria dal fuori al dentro e viceversa, in un apparente sincronismo, celebrando o il Tempo (che coglie passato, presente e futuro) o il tempo (dove vediamo il presente, il semplice sparire dell’uomo. Una sparizione fatta di segnali che continuano a parlarne, un morire composto di segni che restano le uniche consolazioni per chi li scrive, contro ogni trascendenza. Ai versi di Omar Khayyàm “In mano prendi una coppa e la treccia d’Amica gentile / che passa, passa e non resta questa tua vita d’un giorno” fanno eco quelli di Lorenzo il Magnifico “chi vuol essere lieto sia / del doman non ‘è certezza”.

Il poeta non ha un suo pensiero originale. Ha un destino, comune a tutti i poeti: circoscrivere la sua lotta e la sua illusione dentro un tessuto di parole, e applicarsi ostinatamente a questo lavoro. Il suo perenne scacco è speculare alla consapevolezza che nel vuoto delle parole non troverà che il vuoto delle parole. Ma la vita è divenire, supera e travolge l’impermanenza umana. Quello che qui muore altrove può vivere, forse sta già nascendo Pensando oltre di noi, come oltre le nostre parole, troviamo vita e morte compresenti in un divenire non legato alla cronologia umana. Allora, se è vero che ogni poeta cerca la sua voce per individuarsi dal nulla, è anche vero che la poesia è chiamata a compiere un passo ulteriore: procedere oltre il suo percorso individuativo e confluire, con la sua debole scia, nell’aria vasta di tutte le parole. Sono loro a possederlo, non il contrario. E lui è voce tra le voci, disseminata in intrecci, mescolanze, polifonie. Nel suo provvisorio hic et nunc il poeta si individua nelle variazioni di queste tracce, come un attore che ogni sera intona le stesse battute con vibrazione individuale e sempre diversa, perché l’arte è molteplicità e continuum della stessa intonazione.

Il poeta sa che il suo nome si perderà insieme a mille altri, creando una molteplicità di voci, un suono di fondo, una polifonia anonima. Non esiste nessun vello d’oro da raggiungere ma un viaggio verso l’ignoto dentro il quale usare le parole come frecce e come scudi contro la morte. Parole-maschere, tracce del suo passaggio terreno. Solo attraverso di esse può fingersi immortale e collegarsi all’idea del divenire. La sincronicità è questo contrasto insanabile, tra vita e morte, che solo le parole, con la loro pelle illusoria, nella tessitura dei richiami e delle corrispondenze, hanno il potere di alleviare. Se il non fare parola è consegnarsi all’irreversibilità e inappellabilità di una morte che esiste qui, nel nostro tempo ma non nel divenire del Tempo, scrivere è il tentativo di esprimere qualcosa di traboccante che ci ammutolisce mentre ci esorta, paradossalmente, a farne parola. Una finzione che non sarà più finzione ma specchio microcosmico di un’altra – seppure irraggiungibile – realtà.

Vicente Aleixandre, nei suoi Poemas de Consumatiòn, scrive: «Fare è vivere ancora,/ o essere vissuti, / o prossimi. Chi muore vive e dura».

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Mosaico pavimentale del Museo del Bardo, Tunisi