DELLA MUSICA PRIMA DI TUTTO. Albino Crovetto

Albert Ayler

1

Ho sovrapposto un quartetto a una sinfonia; ho tolto i bassi all’orchestra; ho fatto scorrere a doppia velocità il quartetto. A che scopo? Solo allo scopo di infastidirvi con un rumore che neppure dodici falciatrici farebbero e per non darvi punti di riferimento, nessun riposo, nessun piacere. Le rose e i rampicanti sono crollati, la fontana spara acqua a caso – vi conviene scansarvi – il chiosco liberty per la musica rumoreggia – sono le vostre proteste – che si aggiungono allo sfregio. Attenti alle bibite! Il tavolino vibra, i bicchieri scivolano con gli ombrellini, ora sono sul bordo e al prossimo quartetto sovrapposto cadranno sulla pietra rosa della passeggiata, la famosa passeggiata con il suo famoso parco e la sua famosa torre e la scogliera che slitta in mare. Che rumore! Che musica mai sentita! Armonici a triplo strato come certe rocce! Inascoltabili… eppure li ascoltate, o meglio, li subite. Protestando, è vero, però non restate impalati a conversare, a sorseggiare, a guardare il bel tramonto… scattate in piedi. Vi prude la pelle. Vorreste uno zampirone anti – frastuono, vorreste sentire un quartetto per volta o solo la sinfonia… E anche i bassi! Volete anche i bassi! La musica del passato si rispetta! gridate. Chi ha osato? Vergogna! Come risposta, e qui facciamo un antifonario, tolgo tutte le note alterate. Come vi sembra adesso? Un po’ smilzo… sì… Allora lascio la sinfonia e tolgo i quartetti… ma azzero tutti gli strumenti ad arco! Non sembra la radiografia della Pastorale? Annullo anche l’ordine dei tempi. A che scopo? Mi annoiano le forme classiche. Ricordano sempre la Trinità, Santissima più o meno. Un bel dualismo? No? Nemmeno… I vostri bicchieri sono sul bordo, ancora una piccola vibrazione…

12

C’è un terzo orecchio come c’è un terzo occhio. Si apre solo su certe frequenze, quelle dove viaggiano i ragni trasportati dal vento, le onde radio sommerse che si alzano in un impeto di orgoglio, i chiodi sonori, le pause smarrite etc. etc. Una riunione di parvenze e corpi, riunione familiare, quelli che furono con quelli che ancora sono. Una bandiera strappata portata al galoppo oltre il confine e piantata nella terra in sommossa, nella terra stanca di ricevere cibo guasto. Vi suoneremo un aratro, stasera. Sceglierete voi lo standard più adatto per essere percosso sull’erpice. Sarete complici, senza volerlo. Summertime? La faremo con un fischietto da arbitro e un richiamo per le anitre. Qualche corda del basso pizzicata. Strapperemo le corde e ne faremo un gomitolo da cui ricaveremo una maglia strettissima e voi la indosserete. La maglia di Nesso, un po’ attillata, sì. Vi dedicheremo il primo assolo collettivo, il primo assolo mentre sudate terrorizzati. Io starò a guardare il mio sax appoggiato contro un muro mentre crea fessure. Non vi aiuterò. Non posso. Sono andato laggiù e quando tornerò per voi sarà tardi. E non ci sarà una seconda take. Per voi.

23

Dopo la morte di mia moglie sedicenne durante il parto, e di mia figlia appena venuta alla luce, sono sparito. Ho iniziato a vagabondare lungo il delta, pieno di dolore e con una fede che vacillava. Non ho mai incontrato nessun maestro di chitarra tedesco o svizzero: non credete alle leggende. Ma sono arrivato davvero a quell’incrocio: quattro strade senza sapere quale imboccare. Strade polverose come i miei vestiti e le mie scarpe. Stavo diritto e irresoluto al centro dell’incrocio aspettando. Aspettando che cosa? Un segno? Distante franava del terriccio ma lo sgranarsi del piccolo smottamento non mi ha suggerito niente. Neppure il canto degli uccelli. Forse avrebbe funzionato con Sonny Boy Williamson II. La posizione delle stelle? Mi sembrava sempre la stessa: gelida e silenziosa. Una preghiera? So che qualcuno ha cantato per voce sola certe mie canzoni con un risultato apprezzabile. Sembrano canti liturgici ma non so di quale liturgia. Durante i miei vagabondaggi ho saputo che hanno mandato nello spazio un brano di un bluesman blind. Non sono pochi i blind nel blues. C’è anche un blind bianco che suona la chitarra da tavolo. Un giovane biondo… almeno… era giovane, era biondo. Qui in questo incrocio ho incontrato il diavolo, è vero, confermo la leggenda. Ma non è il diavolo che immaginate. Nessun patto, nessuna anima in cambio di una prodigiosa tecnica chitarristica. Era un povero diavolo, conciato peggio di me, seduto su una roccia. Nella mano – sinistra naturalmente – teneva un bicchiere di latta, chiedeva l’elemosina. Era davvero un povero diavolo, così ho scritto Me and a poor devil, e il bicchiere mi ha ricordato un avvertimento di Sonny Boy: “Non bere mai da una bottiglia già stappata.” Saggio avvertimento, ma purtroppo ero già ubriaco e innamorato della moglie del padrone: non mi sono accorto di niente. Poco male. Le mie canzoni le avevo già scritte tutte. Tranne un paio di cui lascerò gli spartiti al povero diavolo seduto qui con me all’incrocio, un diavolo che mi somiglia molto, forse più smarrito e stanco di me e che non saprei aiutare. Così c’è stato un diavolo e c’è stato, non uno scambio, ma un dono. Se i biografi vorranno correggere li ringrazio. Sulla mia evoluzione tecnica alla chitarra ne hanno scritte tante. Inventino quello che vogliono: si ha il diritto di inventare, di immaginare. Un patto col diavolo proprio a un incrocio! Perfetto. Faust blues. Lo avrei anche fatto, ma la mia anima era quasi sparita, un brandello inzuppato nell’alcol, nei vizi e nella disperazione. Forse il solo motivo che ha dato una spinta alla mia tecnica è il dolore e il vaneggiamento, una specie di perdizione, qualche fantasma. Me and the poor devil walking side by side… Adesso imbocco una strada qualsiasi, poi mi pulirò bene i vestiti, prenderò una camera, registrerò le due nuove canzoni e fra un’incisione e l’altra scenderò in strada a rimorchiarmi una puttana.

By by black bird.

22-23 gennaio 2023

1 Il brano è ispirato ad Albert Ayler.

2 Ispirato a Robert Johnson.

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Albino Crovetto è poeta e fotografo. Ha pubblicato diversi libri di poesia ed esposto in Italia e all’estero. Ha tradotto, tra gli altri, Mirbeau, Dumas, Jaccottet, Volodine. Suoi testi poetici sono apparsi in riviste, fra cui “Poesia”, “Arca”, “La foce e la sorgente”.

PLACES, AND ALL THE PLACES. Antonio Pibiri

Nicolas De Staël, Paysage, 1952

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..che la luce stessa era compromessa, che la vera parola restava da creare

Jöe Bousquet

Salire per le scale buie non è stata impresa facile

stella bizzarra sotto coperte da casermaggio

sbucare sulle alture del Sinai, fa freddo lassù

i gradini vanno scolpiti nella roccia

Disvelamento dispone a circondarci

Si turbano in punta le grida, il giubilo

brevi ricadute d’arco a campana

Nulla resiste a memoria fioritura

e non c’è zampillo di fosforo

che bruci nei crateri degli occhi

La guida, del resto, ci aveva avvertiti

Non troverete traccia di Dio in cima

la nuvola sillabica… tenetevi stretti zaini e contanti

gli orologi da polso, i telefoni

in questi luoghi ruberie colpiscono

pari a improvvisi turbini di vento,

vi mulìna addosso il dito del diavolo!”

Brancolare non è stata impresa facile

La voce del beduino nel vento assottiglia

solo a tratti fa sperare, e il terrore

più leggero svanisca il corpo

se privo di pena

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Sogno di Tiberiade, sponda occidentale

Pellicola di superficie non fai una piega

a sbarazzarti dei traversamenti

Vive cellule d’acqua. Spiegami

come assolvere il progetto, l’Uomo

in paesaggio su timbriche d’acqua

Noi non sappiamo di che morte il lamento

Noi nel giro degli affanni, ma non

del tutto estraneo l’Altrove ci spia

La gita al lago distesa in tovagliette

quadre e uova sode, i fiori drogati

di sfinente mareggiata solare, è vinta

da luce che sulla marina spancia al fine

giunta al fine in ardenza assoluta

bianca

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Erano soliti radunarsi un’ora prima dell’alba

Attesa e sprofondìo di rimandi vira

Lo sguardo spinto a oriente

fino al termine del vedere

o è il fantasma che riacquista il sorriso

dentrofuori i corpi ladri e cellulati

Plinio non ne dà cronaca, non sa

quanto radunarsi leggeri in tunica e vento

Plinio non sa intuire dell’inizio il pleroma

Solo nella vampa d’oro, su forre e

grotticelle, sopra braccia aperte del fiume

che sàssoli di polvere odora

di ogni cosa visibile di nuovo il

REINCANTO

*

il grano insperato frana dal troppo

i cipressetti sullo sfondo sferzati

da un incendio, bianco

Antonio Pibiri

LUCE A PETROLIO. Cristiana Panella

“Frammento dal video-poema di Cristiana Panella e Caroline Boulord, “l’amore mendica e ripete (rosario del movimento curvo)”, 2020 (testo di Cristiana Panella)

https://www.anteremedizioni.it/cristiana_panella_videolettura_con_animazione_della_prosa_inedita_l_amore_mendica_e_ripete

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quando la trina è lordata,

tu sii compatta, e canta.

hanno strappato i fogli.

cancellare la memoria delle incisioni rupestri

le orme

hanno strappato i fogli.

rapito il busto nudo alla sua danza

e tutte le parole.

le addobberanno lontano da te, orfane vestite a festa

la brutta copia è un bene non destinato

e tutte le parole.

riscrivile, come un amanuense che verga il primo ruscello d’oro del suo alfabeto.

l’alfabeto è noto solo alla clausura,

diceva il poema portato via alla sua dimora.

hai scritto in piena facoltà di gioia, di odori tondi di novena

sii felice, donna benedetta da tua madre, sii felice.

la teoria dei vasi comunicanti passata alla mascella dell’algoritmo,

un Polifemo dissacrato che trita,

Penelope assunta tra le centraliniste dell’IA per battere il telaio delle coincidenze senza incanti, venticelli di menzogna con la minuterie

nessuna Assunzione.

disegna la veste di velluto rosso come una formula, nell’amore intoccabile con cui ti fu dato

intoccabile, dico.

hanno schernito il braccio materno scippando all’etere una burattina del pornosoft

si affidava a noi rimesso, in resistenza sull’uscio del dono

sotto la doccia. la spugna segnava la pelle che essudava il suo pianto

e noi accompagnavamo insufficienti dall’altra parte della soglia,

sillabe incerte per ammaestrare i saluti

altri depongono madri cieche in una tinozza

una Pietà femminista, il ritorno del debito di nascita

il dubbio alita dando la schiena.

il mercimonio dei fiori tuoi nel vuoto gioviale dello struscio,

la colatura del quasi uguale

si unge la grazia con l’assertività temperata nelle schermaglie dello Spritz,

l’ammiccamento raggrinzito negli scoli delle Ore piccole

si acciacca. si ridaccia.

si esiste sporcando.

la borreliosi 4.0 arriva sottovento sulle ali di Pegasus

niente diagnosi, niente malattia

(niente prova, niente reato,

si diceva nel ventesimo secolo) 

il campo magnetico per i folli su ordinazione.

che si scrivano solo preghiere.

TEREZIN. Silvia Comoglio tradotta da Giuseppe Zuccarino

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Margit Koretzovà

Plzeň 08.04.1933

Terezín 1942 – Auschwitz 1944

Stolperstein: Plzeň 08.09.2022

disegnò a Terezin

Rozkvetlà louka s motyly, Le farfalle

* * *

Se mi ami ­– soffia

sulle ali, le ali di farfalla,

quélla di Terezín. E allarga, allárga,

l’alba di memoria, fondandola vicino

al per sempre che si apre

in cime di specchi ripetuti. E poni,

poni un sasso, a nitore di fúlgido turchino,

un sasso, un sasso grande, in ore

di cesura di nudi amori nudi, e –

in becco al cardellino in lunga traversata

nel porto di ogni casa, perché resti

résti eterna la farfalla, e sempre da lì –

da lì ci guardi, da lì, da Terezín –

– – – – – – –

Margit Koretzovà

Plzeň 08.04.1933

Terezín 1942 – Auschwitz 1944

Stolperstein: Plzeň 08.09.2022.

Elle dessina à Terezin

Rozkvetlà louka s motyly, Les papillons

* * *

Si tu m’aimes ­– souffle

sur les ailes, les ailes du papillon,

celui de Terezín. Et élargis, élargis,

l’aube de mémoire, en la raffermant auprès

du “pour toujours” qui s’ouvre

au sommet de plusieurs miroirs. Et place,

place une pierre, qui ait la pureté d’un étincelant bleu turquin,

une pierre, une grande pierre, dans les heures

des césures, des nus amours nus, et –

dans le bec du chardonneret en sa longue traversée

jusqu’au port de chaque maison, afin qu’il reste,

qu’il reste éternel, le papillon, et toujours de là –

de là il nous regarde, de là, de Terezin –

– – – – – – –

QUALE ARIA E’ PERFETTA?

Taccuini inediti di Caspar David Friedrich (datati 1836), ritrovati in un album di schizzi con sulla copertina, scritta, in inchiostro rosso, la parola “Reisengebirge”.

Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Discorso contro la morte, I libri dell’Arca, Joker, 2008.

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Un cielo di Leonardo, e in quell’azzurro così calmo, in quel tono così giusto, la quiete che desidero. Imitarlo, ridipingerlo.

Martedì. Riesengebirge. L’ennesimo tramonto. Devo stare attento. Troppa bellezza costringe a un respiro breve, a un disegno esatto, a contorni precisi.

Stare a letto, dormire. Poi svegliarsi, passeggiare, respirare, sapendo che le tele sono tutte là, intoccate, nell’atelier. Creare è un attimo. Ciò che resta è l’arte del respiro. Non si può tumulare il mondo.

Tele senz’aria. Tre quarti della mia opera. Disprezzo.

Nei miei schizzi è diminuito quell’eccesso di cielo, di bianco assoluto, che aveva fatto dei miei covoni e dei miei alberi tracce lievi sulla carta, delle navi e dei porti uno scheletro di vele e di scogli. Comincio a colorare i cieli, a respirare in modo ampio. Sono cieli smorzati, soffici, dolci; aprono spazi, speranze. Non devo più essere esatto. Ho un corpo con tante lacune. Sbaglio.

L’arte consumata in solitudine. Infelicità vigilata.

Se osservi il quadro della nave naufragata nel ghiaccio non credere, come tutti, che io sia il devoto discepolo di un’allegoria della morte. Guarda bene le luci di quei pezzi di ghiaccio: sono foglie illuminate dall’alba, piante che stanno per fiorire.

Solo a mettere nelle tele quanto l’occhio vede. La natura è vuota se non la colma l’occhio. Ma l’occhio è infecondo se non si lascia invadere dalla luna, dal fumo, dai ghiacci, dagli orizzonti, da Rungen bianca e rocciosa…

Nelle mie tele si è depositata la sostanza di molte visioni e, se le guarderai tutte insieme alla mostra di Lipsia, vedrai un limpido anfiteatro di immagini – dalle rovine alla civette, dai fiumi alle nuvole. Ma che fatica, ora, parlarne. Sono così sazio di quest’aria sublime, rarefatta e chiara, dove ogni sentimento della vita è inscindibile dal sentimento dell’opera assoluta. Ogni arte vale in sé, come lavoro dell’anima e non come esibizione di forme. La sua necessità è la caducità, la mutevolezza.

Mi sento felice da quando penso che qualcuno potrebbe rubare o bruciare le mie tele. Ne sorrido. Vita, ambizioni, opere, immortalità – tutto legato a un filo. Solo per caso ci ricordiamo di Leonardo e di Michelangelo, e non di altri autori che hanno avuto lo stesso genio ma non le stesse occasioni. Io stesso sono Caspar David Friedrich al trenta per cento.

Quando dipingo l’aria divento per tutti intrattabile, perché so che sarà imperfetta. Ma quale aria è perfetta?

Concentro la mente in un quadro che non ho ancora cominciato. Ne conosco il tema, il nome, le minime gradazioni di colore, ma non riesco ad iniziare. Ho paura che, se lo comincio, un qualche fuoco eccessivo mi arderebbe vivo.

Vorrei abbracciare una donna senza l’ossessione di dipingerne la schiena…

Gli artisti sono più miseri degli uomini comuni: subdoli, bugiardi, ipocriti, pronti alla calunnia e all’omissione, alla malvagità e alla dimenticanza. Invidiano i fortunati, disprezzano gli ingenui. Curano il loro orto con scrupolo e malizia. Se possono, tradiscono. A volte, non hanno neppure la forza di tradire. Dimenticano. Sono stupidi, sordi.

Ricordo le parole di Kleist su di me: «È magnifico in una solitudine infinita contemplare un deserto d’acqua sconfinata sotto un cupo cielo in riva al mare. Il quadro è là, con i suoi rari oggetti misteriosi come l’Apocalisse, come se nuovamente meditasse sui pensieri notturni di Young, e giacché esso, nella sua immensità, non presenta nulla in primo piano fuorché la cornice, quando lo si osserva si ha come l’impressione che le palpebre vengano recise». Impressione? Realtà. Il mio occhio è perpetuamente spalancato. La mia ossessione non ha un attimo di quiete, neppure quello concesso da un battito di ciglia. Guardo fisso davanti a me. Basterebbe che qualcuno arrivasse alle mie spalle e mi posasse la mano sulla schiena per decidere del mio destino: fermarmi o proseguire. Ma finora sono sempre stato solo davanti ai paesaggi.

I burocrati della pittura usano paesaggi fissi, con scene mitologiche e tramonti di cartone. Ho rischiato anch’io questo codice, quando la mia anima era ridotta a un fossile. Adesso lavoro notte e giorno sulla naturalezza – un compito immane – e penso di essere un genio. A volte è necessaria l’illusione del genio: per i disperati è l’unica salvezza. Anche se – lo sappiamo – un artista diventa geniale quando si dimentica.

Ai visitatori dell’atelier rivelo il mio tono, distante e impassibile, come se fossi un principe morto che guida i suoi amateurs alla collezione delle sue opere, come se io fossi un principe morto che li guida, la candela accesa, all’interno del suo corpo sventrato da qualche cavallo imbizzarrito. Indico i miei quadri al solenne Goethe, che nella mia arte non trova nessuna certezza; al dolce Carus, che dalle mie albe ricava pensieri che non ha mai osato pensare; al timido Runge, che mi fraintende sempre; al pallido Kleist, che mi capisce in silenzio.

Vuoi sapere il nome del mio ultimo quadro? Aurora boreale. Il soggetto: un sole pallido sale all’orizzonte, nascosto dai rami di una betulla. Cielo straordinario: una fascia rosa scuro, con nuvole gonfie e precise, dagli orli neri; in alto, all’orizzonte, un azzurro nitido, sfavillante, che precede la notte. In cieli come questi, mostrati e velati da foglie, con il sole è sempre presente luna. Convivono con singolare saggezza. Gli antichi aruspici, quando scrutavano cieli che non appartenevano né al giorno né alla notte ma ad entrambi, pronunciavano profezie apocalittiche.

Alla croce, all’arcobaleno, alla luna, non corrispondono più i simboli consueti. L’equivalenza si è spezzata.

Aurora boreale. Tronco, arbusti, picchi aguzzi, e poi il sentiero sassoso, in una luce fredda, con le nubi esatte, gli orli rossi, il cielo azzurro chiaro. Aurora boreale. Una luce come non ne esiste più. Irripetibile. Isola di Rungen. Rocce bianche, di un bianco vicino all’oro. Schizzi della costa, ancore, vele. Alberi, cavalli, case. Studi di nuvole. Sotto le nuvole il Reisengenbirge. Tramonto. Una nave in secca, il chiarore lunare, il fuoco sugli scogli. Uomini, al bivio. Invisibili, a volte visibili. Viandanti, di schiena, davanti a un burrone di nebbia. Carri, piante, profili. Rocce, trave, vela. Mare, sempre. Una pianta sospesa nel grigio. Foglie allargate nel vuoto. Rovine su rovine. Querceti.

Cerco enigmi senza solitudine. Chissà se esistono.

Kleist, mio povero e folle amico! Uccidersi come lui? No. Heinrich amò chi amava la morte come lui. Amore come desiderio condiviso della morte. Solo con quest’amore convinse Henriette Vogel ad annegare con lui nell’acqua del Wansee. Io potrei morire come lui solo se ritrovassi Johann, solo se avessi un’altra occasione: sprofondare nel ghiaccio al suo posto. Talvolta lo desidero. Quando vedo le rocce bianche e il mare di Rungen, smetto di pensare. Torno a casa e dipingo i segni della fine imminente: tumuli, urne, cipressi, civette. Talvolta la morte assomiglia proprio a un’assenza di suono.

Una volta Jean Paul paragonò il mio atelier al cadavere sventrato di un principe morto. Credo avesse ragione. Vide esattamente la verità. Solo i corpi svuotati ritornano alla loro essenza. Solo i corpi dei prìncipi possono averne la fierezza. Il pittore non deve dipingere solo ciò che vede davanti a sé, ma anche ciò che vede dentro di sé. Se però dentro di sé non vede nulla, che cessi di dipingere ciò che vede davanti a sé.

GERMANY – CIRCA 2002: Monk by the Sea, 1808-1809, by Caspar David Friedrich (1774-1840), oil on canvas, 110×171 cm. (Photo by DeAgostini/Getty Images); Berlin, Schloss Charlottenburg (Art Museum). (Photo by DeAgostini/Getty Images)

Un sole a picco, perpendicolare alla terra; una luce assoluta, che appartiene al regno della notte; gli abitanti, o invisibili o morti; il pianeta sprofondato nel silenzio; le città addormentate: porte sbarrate, finestre chiuse, viali deserti, fiume prosciugato. Per anni ho disegnato l’albero scheletrico fra le rovine, la civetta sulla tomba, il cancello del cimitero, il salice isolato nella pianura lunare. Poi, cominciando a conoscermi, ho capito che non potevo glorificare soltanto le rovine, come un guardiano fedele. Sdraiato su un prato, mi accorsi di annoiarmi di me. Inebriato dalla visione delle nuvole, dal colore degli orli, dal movimento di masse bianche e d’oro, mi sentii la testa leggera. Avevo i piedi nell’acqua, il vuoto nella mente. Mi assopii pensando di cambiare pelle.

Talvolta, alla porta, sento dei suoni – fruscii insistenti, come di giunchi strisciati sul legno; scricchiolii ripetuti, come di armature di cavalieri fantasma; tonfi sordi, come di sacchi sbattuti sulla sabbia. Una notte ho dipinto una pianura completamente buia con il pensiero assorto in quei suoni.

Questo maledetto visibile di cui sono costretto a servirmi perché il mondo capisca! Desolante schiavitù. Vorrei smettere di usarlo. Vorrei essere solo musica e suono. Quando dipingo e penso al regno dei miei occhi, mi trovo a collocare templi e rovine in un silenzio assoluto.

Sedere su uno scoglio e gettare pietre contro la mia ombra, dietro di me. Davanti, guardare l’acqua del mare.

Ho sempre pensato di essere costretto all’esattezza perché, nel momento in cui mi fossi sbagliato, sarebbe accaduto qualcosa di orribile. Come quel giorno in cui dipinsi la porta murata di una vecchia abbazia e durante la notte sentii venire, dalla tela, dei rumori misteriosi, come se qualcuno battesse, dall’altra parte, con colpi di vanga o nocche di mani.

Ho sognato che volevo costruire una casa per me. Ma, nello spazio che avevo deciso per la costruzione dell’edificio, o svenivano dei bambini o scoppiava un temporale o si commetteva un delitto. Alla fine, invece di una casa, avrei costruito una tomba.

Anni fa, con l’esattezza dell’orafo, disegnavo delle foglie. Se avessi raccolto tutte le foglie della foresta, dopo l’uragano, e le avessi riattaccate al ramo da cui erano cadute, avrei completato il progetto di un’arte precisa, inattuabile, inutile. Smisi di pensarlo, considerandolo un’idiozia. Non voglio che la mia pittura sia inerte come il corpo immobile del re che regna. Voglio che sia disordinata, proprio come il corpo sventrato di quel principe.

Sento un vuoto sotto le costole, sopra lo stomaco, all’altezza del cuore. È una sensazione penosa, ma garantisce la bellezza e la forza della tela.

Ho sognato un uomo. Avanzava altero e sicuro, poi mi venne di fronte e disse: «Tutte le notti, alle undici, guarda il fiume». Io restai sbalordito. Mi sembrò che passassero molti anni e ogni sera di ogni giorno di ogni anno ero lì, davanti al fiume alle undici, guardare fisso un punto nell’acqua. Dopo un tempo indefinito vidi, una sera, un uomo, alle undici, in quel punto del fiume. Stava annegando. Mi gettai, lo salvai. Quell’uomo aveva la stessa faccia dell’uomo che mi aveva ordinato di guardare, ogni notte, il fiume.

Non c’è più scampo, per me. Lo sapevo da tempo. Da quando, bambino, ho saputo che Johann moriva, niente è più apparso come prima. C’è stato solo quel buio, quella vita che avevo sottratto al mondo e che laggiù, nella notte, esigeva la sua esistenza, negata dalla morte prematura. Una morte che lo aveva raggiunto a causa mia. Perché Johann volle salvarmi dal ghiaccio dove stava annegando e morì al mio posto. Una vita rimasta là, fra le non-vite, che si vendicherà della mia. La sento nascere, formarsi, plasmarsi. È solo lamento, solo voce, ma presto diventerà corpo, il suo corpo. Il mio volto, mentre la sua vita comincia a parlarmi, sta cambiando; comincio, continuo a cambiare; fra poco, al mio posto, col mio stesso volto, ci sarà Iohann, lui, Johann, il fratello che ho ucciso e che vivrà coi miei gesti e la mia voce, mentre io, annientato, espierò, sepolto nel ghiaccio, senza riuscire a morire…

Claudio Parmeggiani, Caspar David Freiedrich

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Dipingere non il frassino ma il suono del frassino, lo schianto della folgore sul ramo. O, delle betulle, certi rami, bianchi come avorio, alti e flessuosi, dove la corteccia si distacca lentamente, con strisce sottili, come di carta – carta per piroghe, sandali, tetti, ponti, libri…

Come era facile montare i consueti materiali – luna, rocce, vele – e comporre miracoli cromatici, meraviglie meccaniche, ingegnosi e sublimi paesaggi! Ma la realtà è diversa. Esiste, nelle cose e nell’arte, una misteriosa rivoluzione che non posso più controllare con i miei freddi calcoli di pittore, con le mie alchemiche strategie di luce…

Guardo, nel muro sopra il mio letto, il disegno a sbarre creato dal chiarore lunare.

Fu quando parlai con Goethe. Scegliemmo un angolo buio, io dissi ciò che dovevo dire. La sua faccia si riempì di lacrime. Era con noi anche Jean Paul. Mi disse che non aveva mai visto Goethe piangere. Cosa gli hai detto? – mi chiese. Non ricordo più – risposi.

L’arte è la forma di ciò che la esclude: la passione diretta, il grido che ammutolisce, la mortalità.

Non posso che dipingere schiene. Non ci sono modelli che mi guardino negli occhi. Nessuno deve guardarmi negli occhi. Tutti hanno da fissare il paesaggio, abbaglia, ammutolisce, toglie il fiato. Non posso che mettermi dietro di loro, da complice e da spia.

Non conosco il sud del mondo. Non ho mai sognato il sud. Il mio unico sogno è una distesa piatta, un orizzonte metallico, una linea grigia sotto il cielo. Potrebbe essere la linea che delimita l’oceano come il deserto. Nei miei sogni non accade nulla. Io non ci sono. Anche le mie visioni non hanno bisogno di me.

«Perché quest’uomo raffigura solo la schiena?».

«Perché è il luogo dove tu non potrai mai guardarti».

Non ci sono specchi nei miei quadri: io non duplico nulla.

L’albero, al centro del tronco, ha un buco nero.

Quando emerge l’immagine di ciò che desidero veramente dipingere, incomincio a muovere il pennello, inseguendola come il falco la lepre sbucata dal cespuglio.

Non posso lavorare senza il pensiero di un cielo – un cielo interno, che scaturisca dalla pelle e balzi fuori dal viso, colmo di nuvole, percorso dal vento, affannoso; che tenda a diventare sereno senza diventarlo mai. Senza il pensiero di questo cielo è possibile dipingere?

I cieli che dipingo sono vuoti, sconfinati. Ma è bene, col pennello, fare un primo segno. L’abbozzo di un tetto, di un monte. Una curva nera.

A che servono i rossi, i gialli, i blu? A parlare dell’io. Non lo voglio. E’ già molto quel graffio, quel nero nel bianco totale che potrebbe assorbire la mano.

Non il nero dei pozzi, delle macchie, ma il nero sottile con cui la punta del pennello dà inizio a una forma. Vorrei che sul ghiaccio apparissero ombre di nuvole, di uccelli, di uomini.

Faticosissimo tracciare l’ovale di un viso. Non ne ho la spudoratezza. Il volto è carico di emblemi, valori, simboli, virtù, armonie. Lo detesto. Meglio vedere gli uomini da lontano e dall’alto, come Piranesi: piccolissimi, deboli, fragili, sproporzionati alla nera materia che ci assorbe e ci inchioda, da cui non possiamo uscire.

All’inizio volevo dipingere paesaggi o schiene. Avevo sempre raffigurato gli altri sbozzandone le spalle e la nuca, salvaguardando il segreto del volto. Vedere una faccia – così pensavo – era uccidere chi la possiede. Poi tutto cambiò. Capii, col passare dei giorni, che le schiene erano troppo opache, troppo cupe. Non le volevo più. Cominciai a provare un desiderio, sempre più irresistibile: essere guardato dagli esseri che dipingevo. Così nacquero le facce. Nacquero gli storpi, i matti, gli ubriachi. Volevo sentirmi fissato da figure che non avevano la fissità solenne dell’opera finita ma la mobilità sfuggente e stolida degli esseri vivi. Poi bruciai tutti quei quadri, uno per uno.

Il mio destino mi è diventato indifferente, come l’incomprensione dei miei contemporanei. In fondo sono fortunato: posso mostrare le mie opere. Vengono appese nelle gallerie, ammirate o derise. Altri non hanno questa fortuna. Nessuna galleria li accetta. Vivono la morte civile: le tele ammassate nell’atelier. Diventano pazzi sotto il peso delle proprie opere, che non saranno mai viste.

Come vorrei non essere più artista di opere ma essere vivo che emette la sua voce, quel particolare timbro di voce, quel modo di essere – la sua opera effimera, felice, disperata, libera da editori, galleristi, compromessi, errori.

In fondo a tutte le cose, dove immaginiamo verità solide e consolatrici, c’è sempre un soffio casuale. Lo sanno gli esseri che metto a sentinelle delle mie tele. Spettatori, angeli, ombre, viandanti, guardiani. Vegliano il transito verso e dal vuoto. Talvolta vorrei srotolare il mondo come un libro e piegarlo a cuneo verso il centro: diventerebbe pagina da traversare, foglio da percorrere, e non paesaggio immoto da guardare.

Ogni paesaggio è una scala rovesciata, dove scendere è speculare a salire. La scala di Giacobbe non è che una variante sublime della discesa all’Ade.

Il mondo non è una superficie da possedere ma un labirinto dove orientarsi, smarrirsi, o restare sulla soglia a testimoniare.

Poiché i morti non giacciono silenziosi nella tomba, può darsi che io parli ancora nella voce di qualcuno che non vuole lasciarmi all’olio delle tele e ai vermi della terra, e mi invita a rispondere, con altri linguaggi, della mia vocazione ossessiva e ascetica all’arte. Scrivo e dipingo anche per questo mio compagno futuro.

La notte provoca nella materia torsioni che solo il fuoco potrebbe produrre plasmando il metallo. Ma poi arriva il giorno, e tutto torna come prima.

Vorrei parlare non del fuoco che sgretola e incenerisce, ma della fiamma che brilla fra libro e bottiglia, tra mela e teschio, diritta e calma, austera e silenziosa sul tavolo di legno, riflessa nell’ovale dello specchio. De la Tour conosceva tutti i segreti di questa luce, con cui faceva brillare i volti dei vivi come se fossero icone sacre o fantasmi di morti: ricordo i suoi volti di fanciulle che reggono torce nel buio, di donne che schermano candele nella tenebra fitta. Per me è impossibile affrontare la luce con la stessa sacralità. Io devo inventare un chiarore freddo e lontano, di cui non sia visibile la sorgente.

Un grande alone, rosso e dorato, roseo e grigio, dietro l’albero, nel fondo della tela. L’occhio umano non deve capire che l’albero brucia ma osservarne gli effetti con pudore, da dietro uno specchio o un sepolcro, senza esserne folgorato. Così la mente vedrà, come in sogno, la fonte di cui le pupille osservano il riflesso.

.Dipingere paesaggi non all’altezza della terra

Se fossi un uccello che volai miglia e miglia sopra il livello del mare, dove l’aria è tanto rarefatta da essere irrespirabile, dove neppure gli uccelli osano spingersi.

Le nuvole non sono solo i vapori che vediamo dal basso. Sono veri e propri pianeti, dove il piede umano non potrà mai posarsi. Forme di isole e boschi, immagini di altopiani e caverne, si alternano senza un ordine stabilito, edificando regni senza nome, vivi solo per l’assenza di vento. Si vedono montagne dalle pareti azzurre o dorate, che non posano su nessun blocco di pietra, compatte, granitiche, innevate. Cascate bianchissime, immobilizzate nel disegno della cascata. Crepacci dove l’alto non si distingue dal basso. Altopiani dove non vola nulla. Sterminate pianure che assomigliano a isole, lastroni ghiacciati, picchi nevosi. Laghi, fatti della sostanza dell’aria. Crateri, strapiombi, pianori disseccati, distese di sabbia, lastre di vetro, pozze di rame. A volte sono una massa grigia, un antro nero, un pozzo sinistro, eruzioni rocciose simili a mostruose stalattiti. E, molto spesso, quasi ogni giorno, il banale cielo azzurro fa giustizia delle loro forme, le dilegua, compie un triste sterminio.

L’aria non è semplice come pensiamo. È qualcosa di complesso, che si divide in strati. Sopra, ad esempio, un bianco senza tempo; sotto un azzurro acceso, una banda blu che simula l’orizzonte del mare; sotto, ancora del bianco, fatto di cirri, cumuli, nembi che modellano isole deserte o altopiani polari; sotto ancora, nubi più leggere, come di cotone; e sotto ancora il mare, forse la terra. Ma terra e mare, visti dall’aria, sotto le nuvole, appaiono come paesaggi sottomarini, regni fantastici colti attraverso nebbie, specchi, vapori. Legati alla terra siano povere figure, mai all’altezza della realtà.

Guarda al centro del sole. Se osservi con attenzione, vedrai un punto più scuro, una macchia buia. Osserva a lungo. Proverai freddo e silenzio. Gli alberi diventano ombre, il cielo scolora, il bosco si rabbuia. Ma fissa bene quel punto nero. E allora troverai di nuovo l’origine, la prima luce, l’attimo in cui il raggio solare nasce – ma meno caldo, più intenso. Guarda al centro del raggio. E, se sarai attento, ritornerai a sentire la notte – ma meno fredda, più serena. E sempre e ancora così, finché la saggezza ti consentirà di sentire la luce e le tenebre come una sola cosa.

Ho infilato l’inferno nell’astratta prospettiva della solitudine e non nella materia della carne, come Tiziano, come Velàzquez. Se si vedono i miei miseri autoritratti, la prova è lampante. Qual è quello autentico? Quello in cui sembro un idiota, con la matita in mano? o l’altro in cui si mostra, di profilo e di fronte, con una barba riccioluta, palesemente falsa? o l’altro ancora, in cui faccio la parodia del poeta pensoso, immerso nelle sue rêveries? Il più reale mi raffigura con un cappello calato sull’occhio destro. Sembro malato alla vista, punito per la sua passione dell’esattezza, per la mia eccessiva imitazione della natura visibile. Non mi dispiacerebbe ritrarre ancora me stesso. Due autoritratti dell’adolescenza, uno immerso nella luce piena dell’estate, l’altro sprofondato nella fissità attonita dell’inverno. Entrambi mi ritraggono allucinato e silenzioso, come se non potessi più svegliarsi dal sonno che mi ha colto.

Il cielo: una fascia rosa-scuro, con nuvole gonfie e precise, dagli orli neri; in alto, all’orizzonte, un azzurro sfavillante, preludio alla notte futura. In cieli come questi, mostrati e velati da foglie agitate dal vento, sole e luna risplendono insieme; il primo cupo, la seconda pallida. C’è una singolare e diabolica saggezza nella presenza simultanea dei due astri. Gli antichi aruspici traevano le loro profezie dalla visione di questi cieli, che non appartengono né al giorno né alla notte, ma ad entrambi, felicemente illogici. Come vorrei dipingere non il frassino ma il suono del frassino, non il lampo ma il fragore della folgore sul ramo. O certi rami di betulle, bianchi come avorio, flessuosi, dove la corteccia si distacca lentamente, con strisce sottili, come di carta – e la carta inventa piroghe, sandali, tetti, ponti, libri. Trovare il sentiero giusto, all’ora giusta, il sole dorato fra i rami, e percorrerlo bene, sopra la valle parallela al mare, prima che scenda il buio e la valle sia tutta grigia e la notte cominci, pesante, a salire. In quel sentiero, dove la luce è prossima a sparire, i vermi guizzano veloci nel sottobosco e le capre mandano lamenti sibillini, a cui è necessario obbedire.

Vedere la terra dalla prospettiva del cielo. Del capogiro. Non fossi un pittore e fossi un uccello! Poter volare miglia e miglia sopra il livello del mare, dove l’aria è tanto rarefatta da essere irrespirabile per l’uomo, dove il silenzio che immaginiamo è già un rumore violento! Le nuvole non sono solo i vapori che vediamo dal basso. Sono veri e propri pianeti, dove il piede umano non potrà mai posarsi. Forme di isole e boschi, immagini di altopiani e caverne, si alternano senza un ordine stabilito, edificando regni senza nome, vivi solo per l’assenza di vento. Montagne dalle pareti azzurre o dorate, che non posano su nessun blocco di pietra, sembrano compatte, granitiche, coperte di neve. Cascate bianchissime, immobilizzate nel disegno della cascata. Crepacci dove l’alto non si distingue dal basso. Altopiani dove sono rari anche gli uccelli. Isole che sono sterminate pianure, lastroni ghiacciati, superfici bianchissime, colline ondulate, picchi nevosi. E laghi, fatti della sostanza dell’aria. E crateri, cascate, strapiombi. O pianori disseccati, distese di sabbia, lastre di vetro. A volte sono una massa grigia, una tromba nera, un inferno. Ma, molto più spesso, il banale cielo azzurro fa giustizia delle loro forme, le dilegua, compie un triste sterminio. L’aria non è semplice come si pensa. E’ qualcosa di complesso, che si divide in strati. Sopra, ad esempio, un bianco senza tempo; sotto, un azzurro acceso, una banda blu, che simula l’orizzonte del mare; sotto, ancora del bianco, fatto di cirri, cumuli, nembi, che modellano isole deserte o altipiani polari; sotto ancora, nubi più leggere, come di cotone; e sotto ancora il mare, forse la terra. Ma mare e terra, visti dall’aria, sotto le nuvole, appaiono come paesaggi sottomarini, regni fantastici intravisti attraverso nebbie, specchi, membrane.

Mi chiamo Caspar. Caspar David Friedrich. In uno dei miei autoritratti ho l’occhio bendato. Ma, con un solo occhio, io posso, devo, so vedere più a fondo.

MARGIT, PERLA

Come ti scrivevo, dopo la traduzione di Giorgio Mobili ho cominciato a pensare che tradurre Terezin in altre lingue, ma anche in altri linguaggi (fotografia pittura musica…) potesse essere un modo per donare vita a Margit, per far fiorire tutta la vita che c’è nel nome e nel disegno di Margit. Ho chiesto allora a Kvetuse se voleva tradurre Terezin in ceco, Kvetuse non conosce l’italiano e per questo le ho mandato la traduzione di Giorgio. E lei mi ha risposto concentrandosi sul nome di Margit, ha scritto “Il significato del nome Margit è Perla”. Io l’ho trovata una traduzione bellissima, un nome prezioso per una bambina preziosa. Del resto il senso non è tradurre Terezin, sì, è anche questo, ma è soprattutto donare vita a Margit e Kvetuse lo ha fatto.

(Da una lettera di Silvia Comoglio a Marco Ercolani)

**

Terezín

Margit Koretzovà

Plzeň 08.04.1933

Terezín 1942 – Osvĕtim 1944

Stolperstein: Plzeň 08.09.2022

kreslila v Terezínĕ

Rozkvetlà louka s motyly

Význam jména Margit je „Perla“

Trad. Květuše Sokolová

PhDr. Květuše Sokolová -Vedoucí Odboru Kultury – Plzeň (Direttore del Dipartimento della Cultura di Pilsen)

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Terezín

Margit Koretzovà

Plzeň 08.04.1933

Terezín 1942 – Auschwitz 1944

Stolperstein: Plzeň 08.09.2022

disegnò a Terezin

Rozkvetlà louka s motyly, Le farfalle

*

Se mi ami — soffia

sulle ali, le ali di farfalla,

quélla di Terezín. E allarga, allárga,

l’alba di memoria, fondandola vicino

al per sempre che si apre

in cime di specchi ripetuti. E poni,

poni un sasso, a nitore di fúlgido turchino,

un sasso, un sasso grande, in ore

di cesura di nudi amori nudi, e —

in becco al cardellino in lunga traversata

nel porto di ogni casa, perché resti

résti eterna la farfalla, e sempre da lì —

da lì ci guardi, da lì, da Terezín —

(S.C.)

LA TERZA PAGINA. Laura Caccia

I testi sono tratti da: Laura Caccia, La terza pagina, Book editore, Fuori collana, 2023. In copertina l’immagine è dell’autrice, Cadenza 1, olio su tela, 1985.

**

Se non fosse per qualche

soglia irreparabile

a sovvertire ogni fatto marginale

la pagina è l’una

e l’altra del foglio

scoglio emerso

sommerso tra mareggiate

intemperie

e acque altissime

*

nostro dicibile indicibile – le prove dai balconi agli orizzonti – dai corpi alle maree – il doppio della scena fronte e retro – il sipario del foglio ci somiglia

**

sporcare le voci finite

nel folto di troppi testimoni

impresentabili a

confondere i numi

i frantumi

nel risuonare

di riti sommari la pretesa

di parlare di

abiezioni e di fango

con abiti puliti.

*

increspa le labbra – come dire come osare – di pace in pagina – ogni cosa in disarmo – la prima l’ultima volta — parola in farsi – senza nulla in cambio

**

uscire dal foglio nelle cadenze del sangue costi quel che costi la felicità in affitto oscurando la voce

una seduzione casuale il lutto in apnea la labbra nel loro canto esposto

*

ridotta ai minimi termini / o all’infinito / memore immemore / fuori dii sé / nella distanza che non termina seduce / chiederci se il demone che infuria in noi sia ombra o luce

**

Laura Caccia, Cadenza 1, dettaglio

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Tutte le pagine che compongono La terza pagina di Laura Caccia sono costruite come un dittico di strofe in versi e in prosa (più che strofe sequenze ritmiche, campiture pittoriche, poèmes en prose); la poesia è stampata in carattere tondo e la prosa in corsivo, ad eccezione del prologo. Ne deriva una struttura rituale e musicale, un andante pacato che compone e ricompone un equilibrio di contrasti. Il lettore è guidato, ipnoticamente, senza interrogarsi sulla differenze fra senso e suono, a percorrere le tracce di una via maestra ma minima che mescola toni e risonanze, inventa limiti, li sconfina, li reinventa ancora, ma sempre nell’ottica di una pace, di una interezza cercata e raggiunta dal poeta-pittore, nel suo intimo paesaggio. Così Laura Caccia scrive nella prosa, poetica e teorica insieme, Osare scrivere di felicità, che mette fine al libro, anzi lo apre verso nuovi orizzonti: «Lasciarmi sorprendere dalla bellezza. Screpolare da un nome. Annodarvi tralci, monconi di azzurro e di ocra. Sentirvi vibrare echi e contatti, la musica del vento, un respiro comune. E passeggiare tra i vigneti lungo i filari ordinati della scrittura quando il sole vi stempera i suoi inchiostri rossastri. E deviare oltre, smarginare. Svoltarmi all’altro, all’inaspettato. Assaporare l’incontro. Rendere fertile lo strappo, l’errare. Quali gradazioni dare a tutto. Forse esiste una terza pagina del foglio, quella assente, quella di un sentire felice. Una pagina che potrebbe dare forma a quello che alla vita appare confuso. Affrescare con tratti di fulgore il corpo precario e ferito dell’esistere. Farne intuire l’intero. Dipingere la luce ancora bagnata. Osare scrivere di felicità.»

**

Laura Caccia (Varallo Sesia, 1954), laureata in filosofia presso l’Università agli studi di Torino con una tesi di estetica, relatore Gianni Vattimo, si dedica per diversi anni alla pittura. Il passaggio alla poesia avviene con Asintoti (Opera Prima, Anterem – Cierre Grafica, 2004). Nel 2012 si aggiudica il Premio Lorenzo Montano per la raccolta inedita con D’altro canto (Anterem Edizioni, 2012). Fa parte del Comitato di lettura di Anterem Edizioni, della giuria del Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano ed è nella redazione della rivista Osiris, con sede a Greenfield, Massachussets, USA. Sue poesie e note critiche sono apparse su riviste, siti, antologie.

Laura Caccia

UN PURO CON TANTI RITORNI. Donato di Poce


**

Sfonderà gli spazi della poesia
questo germoglio forse
che rischio di calpestare
ogni volta che scrivo…
questa disperata, violenta, tenera incertezza
che ti fa gridare
un nome confuso,
una parola misteriosa,
mentre dentro ti graffia il desiderio
che non diventa comunicazione

*


Come una siringa
mi penetri dolcemente
e sento uno stridio di stelle
nella tua vita sdoppiata, divisa, accartocciata.
Cerco la tua spiaggia
e incontro una processione di domande
che mi squarcia il cervello.
Questo può dirti un uomo in crisi
un uomo insicuro
un uomo da tutti i giorni
un puro con tanti ritorni

*

Eccoci dunque tra le macerie dell’essere
ingenui e incompiuti
a cercare le radici
di un nuovo umanesimo,
a mendicare un poco d’incanto
ora che in noi a esistere
è solo il terrore
di non esistere.

**

Va a sapere perché
mi legarono ad un tavolo
quand’ero appena fanciullo,
ma perché lo rovesciai
e mi scagliai con rabbia contro la finestra
questo lo so bene
ve l’assicuro.

*

Come una siringa
mi penetri dolcemente
e sento uno stridio di stelle
nella tua vita sdoppiata, divisa, accartocciata.
Cerco la tua spiaggia
e incontro una processione di domande
che mi squarcia il cervello.
Questo può dirti un uomo in crisi
un uomo insicuro
un uomo da tutti i giorni
un puro con tanti ritorni

*

Gli avevano detto
che aveva le dita storte
e mangiava le unghie,
che per questo
non poteva essere un poeta,
che per essere tali
bisognava curare l’estetica delle mani.
Forse un giorno
vi racconterò la storia
di un poeta monco
che andò a morire
in un orto di fragole.

*

Eccoci dunque tra le macerie dell’essere
ingenui e incompiuti
a cercare le radici
di un nuovo umanesimo,
a mendicare un poco d’incanto
ora che in noi a esistere
è solo il terrore
di non esistere.

*

Scrivere forse
È raccogliere la caligine dei versi
Nei solchi bruciati della storia.
Scrivere forse
È raccogliere briciole di vita
Per continuare a sognare
Oltre il silenzio e il caos

*

Restiamo soli
Come scaglie di luna
Mentre il vuoto cresce in noi
E la vita svanisce.
Nelle mani resta solo l’odore
Del glicine strappato nella notte

**

Giovanni Castiglia

**

Le poesie sono tratte da Vincolo testuale. Il libro, opera prima di Donato Di Poce, è stato pubblicato per le Edizioni Lietocolle nel 1981 e ristampato per “Eretica edizioni” nel 2023. Il tono giovanile e “rivoltoso” dei suoi versi si arricchirà, negli anni, di una leggerezza aforismatica.

LA LEZIONE DEGLI DEI. Lucetta Frisa

*I testi sono tratti da: Lucetta Frisa, La lezione degli dèi, Il Cappellaio Matto 22, a cura di Vincenzo Guarracino, New Press Edizioni, Como. 2023.

**

Dalla prefazione di Marco Ercolani

*Soffrire di metamorfosi

“Il poeta soffre di meraviglie” scrive Nanni Cagnone. E aggiungerei: soffre anche di metamorfosi. Nella parola si apre sempre un varco, da cui sbucare inattesa, vertiginosa. La poesia, in quanto esperienza dell’impossibile, ci racconta di un luogo dell’origine traversato dai miti, un luogo che però resta archetipo delle passioni originarie. Ogni poesia efficace e sincera è la versione che il poeta ci offre del suo personale grido di dolore. Di fronte all’irruzione di quanto fa ammutolire, il poeta tesse parole non consolatrici, che lo sprofondano in un felice desiderio di fuga da sé, di trasformazione dell’essere: “Voleva perdere la sua identità / e non sa ancora se l’ebbe davvero / non volle mai cambiare la figura / l’infanzia il desiderio ed il pensiero; / soltanto non vuole più essere lei / non essere più un’umana creatura / ma appartenere solo all’universo / sotto altra forma o colore e leggera / spalancarsi e ridere. Nelle favole / gli animali si trasformano in uomini, / massimo premio degli dèi, ma lei / chiedeva loro un’opposta magia: / mutarsi voleva in animale / divino di compagnia”.

Non soltanto di meraviglie soffre il poeta ma anche di costanti metamorfosi, che lo guidano turbato verso isole sconosciute, anche quando crede di essere il tranquillo abitante della sua antica casa. Ogni poeta vero può non riascoltare, per l’ennesima volta, la “lezione degli dèi”? La visione di Frisa non prevede e non prescrive limiti: invita all’erranza, allo sperdimento, e alla musicale narrazione di quell’erranza. Non si possono leggere queste poesie sperando di ricavarne una qualche teoria; si può solo trovare, nella misura meditata e ardente dei versi, la traccia di un cammino che si snoda fra lontananze e riflessi, errori ed enigmi: “un segno degli dèi forse un loro errore / forse un enigma difficile che neppure / la sfinge avrebbe potuto chiarire”. La poesia di Lucetta respira all’interno di una linea ondulata ma ferma, dove le immagini che affiorano evocano le emozioni del pensiero attraverso una scrittura vibrante, politonale, commossa ma fiera, sempre modellata in un suo felice equilibrio sonoro.

**

Clitemnestra, Agamennone

C’è chi sa incenerire un amore

per un delitto senza rimorsi

in un attimo copre di nero il suo corpo

e non lo ricorda più:

il fuoco e il sangue sono affini e puri.

Muore di fuoco chi è onesto lotta e perde

diventa quell’aria fine che gli dèi respirano.

Ma l’acqua calma sta nel ventre della madre

deve morirci dentro chi non riesce a nascere

ad avere un nome, morirci chi è sleale e con dolcezza

tradisce chi lo ha amato, guardandolo negli occhi.

La rete maliosa lo lega affogandolo illuso

di essere tornato nel grembo

inerme pulito sazio prediletto e torpido

nei giochi oziosi e orizzontali come al principio della vita.

Così il grande eroe dovrà morire senza onore.

**

Atteone, Diana

Sapeva guardare e guardando imparava

le cose che gli mostrava la Natura

e quelle scritte nei libri dei sapienti

così tutto poteva apparire

facile possibile chiaro. Ma sentiva

che più imparava meno sapeva

e qualcosa gli sfuggiva sempre

e sempre ancora solo andava

disperato piangendo i suoi confini.

Poi una luce furiosa e feroce lo accecò

alzando cortine di nuvole e fumo

e dentro quella speciale cecità infine

eccola, è lei.

Subito morsi di cani emersi

dagli inferi e ferite di corna angeliche

lo ridussero a una poltiglia sanguinosa:

così se ne andò da questo mondo

insieme a quel mistero che finalmente

lo portava via.

**

Nausicaa, Ulisse

Qualcuno mi disse di un uomo diverso

che parla una lingua più aspra della nostra

simile a un singhiozzo?

Un uomo nudo e ferito in tutto il corpo

con mani scorticate ma con gli occhi

che tremano non so se per la gioia

di questo approdo o d’incertezza. Da dove

viene? Ha traversato a nuoto questo mare

infinito sempre in burrasca? E’ un dio

marino o un demone emerso dal fondo

messaggero di sciagure?

L’ho scoperto su questa spiaggia sassosa

che dormiva. Vinto da stanchezza, certo,

e nel sonno sembrava voler tenere con sé

tutte le voci e i silenzi del mare.

Dopo avere ascoltato giorno e notte il racconto

dello straniero accolto nel palazzo di mio padre

(sembrava felicemente stupito della nostra generosa ospitalità)

capii come ignorasse il nostro modo di essere e nulla

sapesse del sonno e dei sogni, nulla dell’isola dei Feaci.

Ascoltavo come non avevo mai ascoltato prima

e giorno dopo giorno vedevo il nostro grandioso palazzo

disfarsi, le sue pareti volare come vele bianche di nave

ai soffi del vento, Il viso paterno perdere i tratti così quello dei fratelli

e delle mie belle schiave: non potevo toccare nessuno

perché tutto si scioglieva lieve come neve al sole

tutto diventava aria tutto tornava all’origine,

Al termine del racconto più nulla e nessuno esisteva.

Nausicaa figlia di Alcinoo, principessa di un’isola felice,

non c’era più. Ma solo chi avrebbe seguito

lo straniero per sempre, lottato accanto a lui, incontrato

divinità ostili, nemici astuti, spogliata dei suoi abiti

d’oro dei gioielli della sua vita inconsistente.

Sarebbe stata una donna che si feriva le mani.

**

Ifigenia

Il padre è un dio per la famiglia; comanda

punisce è potente come in guerra.

Ma l’altra notte l’ho spiato nell’orto

che sussurrava a qualcuno che non vedevo

sospirando diceva eseguirò

la tua volontà se è questo che mi chiedi.

Gli chiedeva un sacrificio umano

come prezzo della sua vittoria a Troia.

Il sacrificio ero io: Ifigenia sua figlia.

Poi non so come andarono le cose.

Fui presa di forza, legata come

una bestia, stordita con una bevanda

amarissima. Non ricordo null’altro.

Ora sono qui con un lungo abito

bianco a vegliare il tempio della dea

che mi ha salvato .Siamo tutte donne

vergini preghiamo la luna e danziamo

lungamente al suo chiarore.

Se sono felice non lo saprò mai.

**

Da Il dolore si nasconde in un sorriso

Voleva perdere la sua identità

e non sa ancora se l’ebbe davvero

non volle mai cambiare la figura

l’infanzia il desiderio ed il pensiero

soltanto non vuole più essere lei

non essere più un’umana creatura

ma appartenere solo all’universo

sotto altra forma o colore e leggera

spalancarsi e ridere. Nelle favole

gli animali si trasformano in uomini,

massimo premio degli dèi, ma lei

chiede loro un’opposta magia:

mutarsi voleva in animale

divino di compagnia.

EL DORADO. Giorgio Mobili

**

IL LUNGO INVERNO

C’è un taglio nuovo nella luce

non te lo aspetti dalla vecchia tenda

sfreghiamo gli occhi ma i nomi

non sono gli stessi, non sono

più per noi. E l’ombra

insabbia il sognatore, e già nere

le schiene…

Brucia il mondo intero

questa sera

ma senza far rumore: il mare

ricomporrà le cifre del miraggio

la strada che credemmo

stella…

La carta per le nuove sponde

identica ad ogni passaggio

l’insegna con la V scomparsa

il brivido che vive solo

sulla costa.

**

**

EL DORADO

Il sonno spezzato tra di noi

se lo inghiottono i palazzi di vetro

indifferenti al metro

e alle ragioni per cui

ci dissanguammo all’El Dorado Café…

Quante cose da farsi

e il pulpito a pochi centimetri

dal giro di boa:

ma stretto sotto il neon

imperturbabile, il varco

si richiudeva ancora prima di aprirsi…

Nel tempo che ci resta

scintilleranno altre opportunità

e viste dorate

ma ogni notte bianca

il vento fischierà su quelle

abbandonate.

**

**

IL RITMO DEI PENSIERI

Ti sei mai chiesto cosa sia

che dal Portico dei Morti

accampa flebili diritti

come se ricordasse intatti, a ruota

gli echi del gioco?

Oggi c’è un’aria che s’incaglia

perché al vaglio di assonnate telecamere

siamo già in Missouri –

con troppi auguri

e nove lune da ammazzare…

Nessuno decifrava

la farragine del rientro:

straniero in casa ripulendo il viso

scaldandomi le dita al fuoco lento

che divorerà

la tua corsa sulla terra

(ma qual è il ritmo dei pensieri

quando ogni tappa manca

in fretta la misura

e lo spavento galoppa sul mare?)

**

**

CITY

Dopo la collisione, mi stendo

i fasci dei fari ti annunciano

mi stringi la mano

e con l’altra, ruffiano

attivi i tamtam periferici.

Rientrato il viandante

il cerchio si chiude, ma cresce

una nuova inquietudine:

la cinta del cielo

ha un colore straniero

(o per l’ora stentiamo

a riconoscerla…)

E un filo di brezza accompagna

quell’ultima voce lontana:

posso impazzire oppure farmi le ossa

ascoltando.

**

**

MACCARESE BEACH

Sia benvenuto l’ultimo rimesto

di famuli e padroni

che anche i castrati mimano il vocione

da dietro i paraventi

lacrimogeni…

E mentre aspetti che il roveto bruci

c’è chi per due soldi scalderà i tuoi crucci

sotto il telo

di Maccarese Beach.

Davanti al dito alzato ci arrangiamo

pronti senza pudore

a perdere i sensi, a finire in tivù

all’alba già in ghingheri

per la posterità:

è il grand guignol delle cause al vento

ma non è detto che si diano tutte

appuntamento

proprio qui.

Sogniamo il paradiso di Tahiti

o su una palla d’obice

di sorvolare il souk a Marrakech.

Ci attrae l’immunità divina

di Hammamet…

Ammiccano gli angeli

dalla costa Smeralda, ma il piede

obbedisce al baleno bastardo

sull’eternit

di Maccarese Beach.

Ogni promessa è stata mantenuta

e anche tu saresti in salvo

se il lembo non si fosse sbrindellato:

ora lascia che il sole ciociaro

ti scaldi le ossa…

Si appisola lo spettro di Pier Paolo

sui campi d’oro dietro l’aeroporto

togli la cera, Ulisse:

non canta più nessuno.

Ci ingegnavamo a sostenere tutto

pur mancandoci il fiato

per sviscerarlo a freddo, sotto un melo:

la spiaggia (asserivi contento)

ha una logica in cielo…

Venimmo armati per bruciare i ponti

finimmo ad un revival dei Bisonti

giù alla stazione

di Maccarese Beach.

Ci siamo addormentati sulla sponda

nel mezzo di uno screzio

su come adoperare ciò che resta:

viene l’ora di usare le forbici

di imporre il silenzio…

Mortificato, pigro o impenitente

sai che la somma tornerà ugualmente

senza tanti ritocchi

per la dignità.

Giungemmo a meta su un binario morto

con l’ultima consegna

e un indirizzo cieco sul polsino:

alla fine del mondo

eccoci on the road again

Dal solco duro delle offerte al mukhtàr

dal lungo addio di Sunset Boulevard

prendi l’uscita

per Maccarese Beach.

**

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NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Giorgio Mobili (Milano, 1973) è un poeta, traduttore e critico letterario italiano. Trasferitosi negli Stati Uniti nel 1999, insegna da anni alla California State University di Fresno, dove risiede. È autore di vari saggi e dello studio Irritable Bodies and Postmodern Subjects in Pynchon, Puig, Volponi (Peter Lang, 2008). La sua poesia è apparsa in svariate riviste letterarie (tra cui L’immaginazione, Poesia, Steve, Gradiva, La Clessidra, Fili d’aquilone) e nell’antologia bilingue Poets of the Italian Diaspora (a cura di Joseph Perricone e Luigi Bonaffini, Fordham UP, 2013). Ha pubblicato sei raccolte poetiche: Penelope su Sunset Boulevard (Manni, 2010), Planet Maruschka (La Vita Felice, 2013), Waterloo riconquistata (Puntoacapo, 2014), Miracoli ed effetti (Pèquod, 2016), Dimenticare un Hotel (Puntoacapo, 2020) e Missori/Missouri (Fili d’aquilone, 2023). Al 2013 risale la sua prima raccolta in lingua spagnola, Última salida a Ventura (Mago Editores, Santiago, Cile). Nel 2021 esce Sunken Boulevards (Fomite Press) il suo primo libro di poesia in lingua inglese e fotografia. Ha tradotto in italiano i poeti Narlan Matos (La provincia oscura, Fili, 2016), Christopher Merrill (Necessità, Fili, 2017) e Carmen Berenguer (Orme di secolo, Fili, 2021). Ha tradotto in inglese il poeta Luigi Fontanella (Adolescence and Night, Fomite Press, 2020), e il filosofo Massimo Cacciari (Essays on Dante, SUNY, 2022).

Giorgio Mobili

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Le poesie del libro sono pubblicate in Missori/Missouri, Edizioni Fili d’Aquilone, 2023.

Le fotografie sono inedite..