Serigrafia di Paola Pezzi, realizzata per il libro di Rubina Giorgi Una vita imperfetta, Brescia, L’obliquo, 1992.
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C’è possibilità, per letteratura e filosofia – se vogliamo ora guardare a ciò che hanno davanti a loro –, che ci si trovi al cospetto di una situazione mitica, nella probabilità di una «nuova mitologia», dove il «mitico» sarebbe offerto dal chiaro processo del finire umanocentrico; un finire nel quale tutto muta dell’ente che è in questione, l’uomo, così che la metamorfosi ecco richiami il mitico. Un mitico della fine, come c’è un mitico degli inizi – e sarebbe erroneo pensare che «mitico» vi sia soltanto agli inizi, sarebbe come ritenere che l’iniziale sia il «primitivo», che il mitico sia il «primitivo». Forse piuttosto il mitico è delle situazioni estreme, così del primordiale e così del finale – per non soffermarci ora sul fatto che primordiale e finale si implicano anche. E se ciò vale, il mitico è del simbolico (ma non era di questo che volevo parlare), essendo il SYMBOLON ciò che integra, completa, dunque estremizza, situazioni eventi figure fatti, lasciando vedere, o intravedere, il RESTO, i possibili. E forse il symbolon c’entra anche perché il letterario e il filosofico, se in qualche modo debbono affrontare il loro perpetuo affrontarsi, debbono farlo in qualcosa che va oltre di loro, e direi nella loro estremizzazione ancora (di volta in volta) vuota e sempre pronta: nel symbolon appunto.
Se il Symbolon è il contenitore – che contiene e il contenibile e l’incontenibile, e l’“uno” e l’“altro”, e il qui e l’altrove e che è per essere rotto e, quando si rompe, mostra tutto, ed è come se non ci fosse così estremizzando se stesso, energia potenza e sorgente calore pre-creante (pro-creante) della mente –, l’estremità di situazione introduce nelle potenzialità dei modi figuranti esprimenti, le tiene aperte e mobili: su che si stanno misurando e si misureranno letteratura e filosofia? Per ciò che precede, sul mutare della fine (proprio della fine), ossia su un nuovo De rerum natura credo. Una creazione, una mitologia, in scrittura che forse è già in corso, che incombe su di noi, che ci contiene e ci scrive, un poema-sistema del mondo, non un’opera individuale, ad una moltitudine aperta di voci, che dice canta e scrive anche chi non scrive, per poco che in qualche modo canti.
Non è vero che poesia e filosofia hanno sempre bisogno di rapportarsi a inizi e fini, dunque di agire su situazioni estremizzate? Ciò è troppo vago, non ci dà la figura dei loro percorsi?
Vago per vago soggiungo un’altra cosa vaga: non potrebbe essere il pensiero della “complessità”, sue estensioni e radici filosofico-poetiche, date le funzioni globalizzanti del symbolon, ad indicare prossimo-futuri cammini per poesia e filosofia?
* Estratto da una lettera a Giuseppe Zuccarino, datata «Salerno, 7 novembre 1990». Il titolo è redazionale.
*Osja, amico mio lontano! Caro, non ho parole per questa lettera che forse non leggerai mai. La affido allo spazio. Forse tu tornerai e io non ci sarò più. Allora questo sarà l’ultimo ricordo di me.
Osjusa, come è stata felice la nostra vita. Le nostre liti, le nostre baruffe, i nostri giochi, il nostro amore. Adesso non guardo nemmeno più il cielo. A chi mostrare le nuvole che scopro? Ricordi i nostri poveri giochi nelle nostre case randage, le nostre tende da nomadi? Ricordi com’è buono il pane che si trova per miracolo e che si mangia in due? E l’ultimo inverno a Voronez. La nostra felice povertà, le poesie. Ricordi, uscimmo dai bagni pubblici, comprammo uova o salame. Passò un carro col fieno. Faceva ancora freddo e io tremavo nella mia giacca (è il nostro destino, ora so che freddo soffri tu). E quel giorno mi è rimasto impresso: ho visto, chiaro fino al dolore, che quell’inverno, quei giorni, quelle sventure erano la migliore e ultima felicità che ci toccava in sorte,
Ogni mio pensiero è per te. Ogni lacrima ogni sorriso è per te. Benedico ogni giorno e ogni ora della nostra amara vita, mio amico, mio compagno, mia guida… Ci scontravano come cagnolini ciechi, e stavamo bene. E la tua povera testa delirante, e tutta la follia nella quale abbiamo consumato i nostri giorni. Com’eravamo felici, e come l’abbiamo saputo sempre, che quella era la vera felicità.
La vita è lunga. Deve essere difficile e lungo morire da solo, da sola. Possibile che proprio a noi inseparabili dovesse avvenire tutto questo? Noi cagnolini, tu angelo, ce lo siamo meritato? E tutto va avanti. E non so nulla. Ma so tutto e ogni tuo giorno, ogni tua ora mi sono visibili e chiari come nel delirio. Mi sei comparso in sogno ogni notte e io continuavo a chiederti cos’era successo e tu non rispondevi.
L’ultimo sogno: in uno sporco buffet di uno sporco albergo compro del cibo. Sono con me degli uomini completamente estranei, e dopo aver pagato capisco che non so dove portare quel ben di Dio perché non so dove sei tu. Quando mi sono svegliato ho detto a Sura: «Osja è morto». Non so se sei vivo, ma da quel giorno ho perso ogni tua traccia. Non so dove sei. Se mi senti. Se sai quanto ti amo. Non ho fatto in tempo a dirti quanto ti amo. E non so dirlo nemmeno adesso. Dico solo: per te, per te… Sono io, Nadja. Tu dove sei?
*Il testo di Nadežda Jakovlevna Mandel’štam è autentico.
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(forse settembre 1938)
Nadežda,
questa lettera non ti arriverà, vita mia, ma la scrivo perché il fuoco è acceso, fuori dalla baracca 11, e posso muovere ancora le dita senza crampi, un mozzicone di matita va su questo foglietto, trovato fra un cranio e un’uniforme, ecco tre parole a dirti che ti amo, senza le voci rauche dei compagni, senza l’affanno del pane, come unica necessità solo scrivere il tuo nome, Nadežda, i miei versi tu li ricordi a memoria, li trascrivevi, dopo le mille conversazioni notturne, nel lugubre freddo delle nostre notti, meglio che tu non mi veda ora, le mie poesie sono assenti, sono i morti accanto alle fosse scavate, ti scrivo e bisbiglio – Chiare, fresche, dolci acque…-e canto Mozart, Non più andrai, farfallone amoroso…, canto e rido, penso a quando mi abbracciavi, va via il morso della fame, canto quel tono di violoncello, nella Commedia di Dante, quell’oscuro timbro, Nadežda, il conte Ugolino, breve pertugio dentro da la muda, ti scrivo e il fuoco non si è spento e il mondo è ancora la nostra foresta dormiente, non terra coatta, non campo duro, la vita è fiato e canto, canto e fiato, movimento, movimento, movimento, nessuno strappa le labbra che si muovono quando dicono Nadežda, Nadežda, Nadežda…
Sogno un cavaliere. Entra nella foresta, cavalca al piccolo trotto. Aspetta di combattere il drago e di inaugurare la battaglia. Ha sete e si ferma per abbeverare l’animale a una fonte non del tutto limpida. Del drago non c’è traccia, ma l’atmosfera resta minacciosa. Il cavaliere guarda davanti e dietro di sé, vede foresta ovunque, tutto è buio, di un buio minerale, come se l’aria fosse cristallo nero. Passa uno scudiero, a piedi, come vergognandosi di camminare. Il cavaliere gli chiede: «Dov’è il drago?». Lui fa una smorfia, cerca di scappare, ma il cavaliere scende da cavallo, lo ferma con la punta della lancia, gli ripete la domanda. E quello, con un riso beffardo: «Guàrdati in giro. Secondo te c’è bisogno di un drago, qui? Vedi se puoi aprirti un varco fra i rami». Il cavaliere si sente gelare. D’improvviso avverte le mani pesanti, le torce si confondono una dentro l’altra. Comincia a pensare che gli alberi della foresta potrebbero muoversi contro di lui, come nel Macbeth, e si sente in colpa per qualche delitto che non ricorda di avere commesso. Intanto, il cavallo è scomparso, la fonte disseccata, sui rami scuri è scesa l’inutile, densissima notte. L’uomo pensa che un giorno scriverà di tutto questo, se il caso vorrà che si salvi dalle tenebre, dagli indirizzi dei morti, dalle morte voci dei vivi nei gironi della Russia. Se il caso vorrà che io scampi, Nadežda, ti abbraccerò. Ma non s…
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Alla fine del suo libro, Le mie memorie, Nadežda Jakovlevna Nadežda Jakovlevna Mandel’štam trascrive la sua ultima lettera, scritta nell’ottobre del 1938 e mai arrivata al destinatario. Il 12 ottobre di quello stesso anno Osip è internato in un lager di transito presso Vladivostok, a Vtoraja Recka. Una lettera, vergata nella baracca numero 11, arriva a Mosca il 13 dicembre, indirizzata al fratello Aleksandr. Il poeta si spegne il 27 dello stesso mese in una delle baracche adibita a lazzaretto e sepolto in una fossa comune vicino al campo. Dall’inizio del 1939 corre notizia che Mandel’štam non sia più in vita e il 5 febbraio Nadežda Jakovlevna si vede restituire un vaglia postale inviato a Vladivostok con l’annotazione “A causa della morte del destinatario”.
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Il testo è tratto da: Lucetta Frisa, Marco Ercolani, Furto d’anima. Le immagini sono di Francesco Balsamo e di Wols.
Sembra il più caotico, il più disorientante dei libri che ho letto finora di questo autore e invece paradossalmente, a ben vedere, è il più centrato su un tema che aleggia attorno ai versi esemplari (l’emergenza dei sistemi, p.85)
“non so che pensare, come fare quello che dico si disfa mentre lo dico”
E (per una nuova cultura, p.84):
“Lo slittamento del corpo della lingua una sorta di vestito chiamato a servire
l’architrave fondativa si dimentica degli umani estensione di predicati.”
Qui si tratta di capire perché questo libro descriva una lingua così in crisi. Per quello che so di Coviello, il linguaggio di cui parla dovrebbe essere quello mutuato dall’amato Lacan, a somiglianza del quale è strutturato l’inconscio, lo stesso di cui l’animale-uomo è preda ma che lo fonda come soggetto. Ma allora perché “una sorta di vestito”? Del vestito, infatti, se si vuole, ci si può liberare e restare nudi, ma del linguaggio no perché è proprio quello che ci struttura. E’ di qui che viene il titolo che, se ci si pensa, è ben tragico? Questo “nulla” che lui sente sia in quello che “si disfa mentre lo dici”, sia nel corpo che rimane senza protezione quando le parole, dentro le quali si nasconde il poeta, sono venute meno?
A questa domanda può rispondere solamente l’autore. Michelangelo gentilmente mi spiega.
“Nothing è quanto rimane dopo una vita spesa a scorrazzare in lungo e in largo nel linguaggio. E’ una sorta di coscienza-paura; consegue alla quotidiana aggressione che ognuno di noi subisce da ammassi verbali ad alta inconsistenza per cui (cito le sue parole) ‘la lingua non è più un patrimonio del soggetto’. Ciò genera una frattura ‘è la frattura è dentro al silenzio della lingua degli altri’’”.
La lingua degli altri. In effetti gran parte di questo lavoro si sviluppa come un collage di frasi, registrate nel momento in cui raggiungono l’autore dall’esterno virtuale o reale. Sembrerebbe una resa provocatoriamente consapevole al “luogo comune”; essa, però, viene saltuariamente interrotta da lampi di autenticità che Coviello solitamente concentra in brevi frasi o in uno o due versi in cui passa i suoi messaggi di sempre: la poesia come “conoscenza di ciò che uno non sa di sé”
“Stiamo vivendo a proprio piacimento” p.83
“o solo desiderio o solo l’infinito” p. 82
“murati vivi passatempi sociali” p.78
“ho pensato di passare di fronte
cercando il fenomeno il ciò che riluce.” p. 75
“andarsene così con passi d’aria” p. 55
“ciascuno si ritaglia nella sfuggente
parola e così via.” p. 53
oppure la poesia come “gioco di dissacrazione”:
“attrae di più uno che pensa?” p.8
“bellezza culo estremo” p.7
“questionando conquistava” p.13
“coniugi amici due mali” p. 15
“animo elevato il cul combatte” p.16
“sarà l’egoismo principio universale?” p.17
E, soprattutto, la poesia come ricerca. Molte sono le proposte che l’autore ha presentato nel corso della sua opera. Qui, nella “ Via crucis”, invita a decodificare un idioma escogitato ex novo per ironizzare sulla prosopopea della lingua “colta” per antonomasia (il latino). In “Cuore battaglia” richiede complicità e tolleranza al lettore che, trovandosi davanti ad un’assenza totale di punteggiatura, deve per forza prefigurarsela se vuole dare allo scritto un senso (con la spina nel fianco del dubbio di stravolgere completamente il pensiero di chi scrive).
Comunque, mentre in passato Michelangelo mi è sempre apparso come il grande giocoliere dei punti di vista che riesce a far convivere anche se (o soprattutto perché) antitetici, qui mi sembra inesorabilmente catturato da questo unico tema: lo strapotere della parola che, dopo averli fondati, si dimentica degli umani. Gli umani, però, non possono dimenticarsi di lei.
“ …e ora corri dove più ti piace voce alterata cos’è mai la bellezza? è il rivedersi presto logoro nome che patimmo un giorno”(Cuore battaglia p.30).
“Ma se ti piacesse di me che sono apparecchiata cos’è la bellezza? Troppo sarebbe la voglia in cui mi trasformai ti porto in bocca come una canzone.” (p.31)
“Cos’è mai la bellezza? Senza fare altri giri tenerla segreta o buttarla fuori farsi male aiutarla in ogni modo.” (p..33)
“…cos’è mai la bellezza? Pelle senza odore colta da corpo e coltivata bianca e perfetta su tutta la notte fin quando l’alba avida e aspra senza più profumi immensa corre insieme a lei” (p. 34)
“a te che porti il cielo nello sguardo e parole profumate dell’amante lontano cos’è mai la bellezza?” (p. 35)
“cos’è mai la bellezza?…lettere e quaderni dove piove in superficie e tutto passa come nave al tramonto queste parole quiete sul cuore a sua insaputa” (p.38)
Tollerare questa commistione che abita la parola da una parte alienante e dall’altra “dolce ragione sola” della vita è l’obiettivo di questo testo che si accolla coraggiosamente la fatica di esprimere, ma nello stesso momento mettere in dubbio, la propria fede nella lingua, di sfidare per lei vertiginose arrampicate sulle pareti dell’immaginario, di arrovellarsi nella ricerca dell’esemplare più convincente tra i termini noti e i luoghi comuni e nell’invenzione per lui di un senso che gli consenta ribellione e rinascita.
Poiché l’uomo è l’albero del campo; come l’albero l’uomo cresce. Come l’uomo, anche l’albero pone le sue radici, ed io certamente non so dove sono stato e dove sarò, come l’albero del campo.
Poiché l’uomo è l’albero del campo; come l’albero, egli tende verso l’alto. Come l’uomo, viene bruciato nel fuoco, ed io certamente non so dove sono stato e dove sarò, come l’albero del campo.
Poiché l’uomo è l’albero del campo; come l’albero, è assetato d’acqua. Come l’uomo, rimane assetato, ed io certamente non so dove sono stato e dove sarò, come l’albero del campo.
Ho amato e ho odiato; ho provato questo e quello; sono stato sepolto in un pezzo di terra; E c’è amaro, amaro nella mia bocca, come l’albero del campo; come l’albero del campo.
Lettera apocrifa di Filippo Bentivegna, trovata sotterrata sotto una zolla del suo giardino di Sciacca.
Sciacca, 1958.
E lo so, lo so che sono matto, il matto scultore di Sciacca. Io, Filippo Bentivegna.
Maria? E chi è Maria? Di cosa parli? Ti ho fatto entrare nella mia casa, brutto scemo, e mi parli di un fantasma? Vergogna. Vergogna. Non so più niente di Maria. Non so più niente dell’America da anni e anni. Io sono Filippo de li testi, scultore. Il mio pensiero è le mie teste: l’ho conservato per il mondo, tutto dentro le teste. Non ho lasciato niente fuori. Voi uomini vivete nell’inferno. Io raccolgo nel mio paradiso le mie teste. Più di tremila. Intere piramidi. Montagne su montagne. Non ne regalo una. Le tengo come un tesoro. Sono un tipo avaro, pericoloso, dicono strano. Dopo quella botta in testa vivo solo nel mio giardino. Qui, con montagne di teste. La chiave dell’incanto ce l’ho io, è in cima alla cima della testa più alta. Pietre, al mio servizio. E mandorli, ulivi – tutti al mio servizio. Pietre tenere, dure. Intaglio e scolpisco. Chiamami Eccellenza. Chi sarebbe Maria? la mia donna d’America? Quella che stava col tipo che mi ha massacrato? So tutto, dell’America. Tutto. Ho dipinto tutti i suoi grattacieli, con tanti pesci sotto.
Vieni con me. Gli uomini respirano veloci: finiranno per perdersi. Le statue no. Se ne stanno ferme, come schiave. Io lo batterò, il tempo, quel porco. Rovina e corrompe: è ora di finirla. Sono nato quando scoccava mezzogiorno, morrò quando scoccherà mezzogiorno. Sole sulla testa. Sole sulle teste.
Non conosco che i volti che faccio. Devono essere qui. Teste da toccare. Ho altre vie di scampo? Il mondo scorre, sparisce. Io lo fermo qui, fra pietre, pietruzze, sassolini. Qui posso. Se avessi più forza non riempirei solo un giardino ma due, tre, mille giardini, una regione, una nazione, la terra, e pianeti, pianeti, e io che domino tutti, io l’Eccellenza delle mie Pietre… Lo sai cosa dicono di me?
-Ecco il signore delle caverne, il matto!
-Sindrome ciclotimica!
-Esaltazione maniacale!
-Sulle sue carte non c’è la parola «marinaio».
-Inabile, c’è scritto.
-Scemo.
-È indifferente al denaro.
-Non vende le sue teste neanche a peso d’oro.
Stupidi, stupidi uomini!
Le teste umane non sono solide. Le ossa si disfano, il cervello si corrompe. Si diventa deboli, scemi. Non sarà così per le mie. Loro sono salde, eterne. Le coloro, a volte. Un po’ di rosa, un po’ di blu. Belle, calme. Di legno e di pietra. Ho riempito tutto il giardino. Sono io il guardiano dell’eternità. Io sono immortale. Chiamami Dio. Ora la creazione è a posto. Cosa c’entra Maria? Un po’ d’ordine, accidenti! Tutti questi tipi disfatti dalla morte, cambiati, distrutti. Non si poteva andare avanti così. Ora eccole qua: teste vive, che non saranno mai polvere. Teste che un po’ dormono sempre. Occhi come cerchi. Semichiusi. Eccole nel sonno. Teste di pietra. Davanti e di dietro. Non c’è una faccia, non c’è un culo. L’uomo è uomo.
Ecco il mio tesoro. Altro che Maria!
Lo so cosa dicono di me:
-Scava cunicoli nel giardino.
-Scolpisce mostri.
-Dipinge i capelli dei mostri rosa o azzurro violento.
-Non fa altro dal 1919.
-Noce o betulla? No, ama l’ulivo.
-Non si appoggia al bastone. Lo usa come scettro, il re di Sciacca.
-Ci chiama «dignitari di Sua Eccellenza».
-Parla storpiando gli accenti, con frasi incomprensibili.
-A cena pretende dolci strani, con fichi secchi a forma di testa.
E certo! Io mangio pietre. Ieri mattina, martedì grasso, tutta Sciacca mi ha visto. Immobile sul carrozzone che traversava il paese, in compagnia della mia maschera di cartapesta, disegnata nell’atto di scolpire teste. Ridevo come uno scemo guardando il mio doppio di cartone. La folla mi applaudiva. Era il desiderio dei miei servi: che apparissi, in pieno carnevale, come il folle scultore di Sciacca. Esibirmi nel carnevale come quegli idioti che si mettono teste da mangiafuoco o da fata turchina. Hanno riso di gusto, gli stupidi.
Il mio doppio, sì. Non invento niente. Non so scrivere ma ascolto. Sento la radio. So mille cose. So del doppio, di Dio, di Picasso. Cos’è che mi leggi? Chi è che l’ha scritto? Dài, leggi, fammi sentire! E’ un articolo? Un articolo su di me? «Filippo Bentivegna fa piramidi di facce. Ma non assomigliano ai lavori di Fernando Nanetti, che riempì di graffiti le pareti del manicomio di Volterra. Bentivegna ha un progetto preciso: vuole esibire la sua bizzarria, come il principe di Palagonìa i suoi mostri. L’isolamento in cui ha lavorato non ci impedisce di considerarlo, a tutti gli effetti, uno scultore dominato dall’idea fissa della testa umana. È proprio così diverso dal folle scultore di Sciacca un artista contemporaneo come Alberto Giacometti, di cui Bentivegna non avrà mai sentito neppure parlare? Giacometti, le sue teste le mette a confronto con l’aria e la strada. Bentivegna le ammucchia ossessivamente nel giardino, fino a farne un tempio involontario». Chi lo firma? Gillo Dorfles?
Un tempio, già. Io sono vecchio, sì. Vecchio.
Io sì. Le mie teste, no.
Ma da domani, se mi restano le forze, riprendo a scolpire. Non ci sarà un solo momento di sosta. La creazione non è finita. Bisogna fare un po’ d’ordine, nelle tribù di questo pianeta. Tutte queste montagne intorno a me. Teste piccole, appena nate. Teste di re. Teste colorate, seccate, dormienti. Teste sul davanti dei sassi. Teste sul retro. Teste sempre. Quale il dritto? Quale il rovescio? Da nessuna parte. Qui ammucchio incubi ovunque. Ce n’è una che ho infilato dentro un albero di noce, nel cuore del suo legno: è rosata, piccolissima.
Maria? Torna tu, da Maria! Sarà vecchia vecchia, brutta, bruttissima. Sì, da giovane lavoravo a Boston in una linea ferroviaria. Un uomo mi ha colpito, qui, sulla fronte. Ci siamo picchiati per lei. Ma le sono grato. L’amavo e quell’uomo mi ha rotto la testa perché l’amavo e così ho cominciato a riparare la mia testa rotta con le mie teste eterne. Grande, grande fortuna. Guarda laggiù. Guarda lassù. Séntile, le mie storie. Séntile tutte.
Ero bello per Maria? Davvero? Ero proprio bello? I matti, sai, diventano eroi se li ricordi, se non lo scordi…
Rolando Mariano Andrade (Buenos Aires, 1973) è scrittore, poeta, traduttore e giornalista argentino. È autore di Los viajes de Rimbaud (1996), Poesía Beat (2017) e Canciones de los mares del Sur, la sua opera più recente, pubblicata nel 2018 per le edizioni Buenos Aires Poetry. Ha collaborato al libro 20 anni senza Cortázar (Rivista Caleta, Università di Cadice, 2004). Ha lavorato in Argentina, Francia, Stati Uniti. Sue poesie sono pubblicate nelle riviste “Buenos Aires Poetry” (Argentina), “Poesía” (Venezuela), “Literariedad” (Colombia), e altre.
Mi parlano, mi placano con le loro parole, questo credono. Mi distraggono da te. Ti strappano. Ti estraggono, ti portano lontano. Dove non posso ascoltarti. Sono troppe le loro parole sono troppe, fanno rumore, crepitano (sono prestigidatori, loro, le scintille del nero acciecano ogni colore), e inoltre le scrivono, le annotano, le vedo lì ritte contro il muro bianco, e hanno gli occhi scuri, lo sguardo scuro, il corpo nero. Non voglio che mi tocchino. Mi promettono carezze, altre, mai più nostre, altre, oscure. Non parlano di speranza, dicono aspettative, e arricciano la bocca e sorridono, sanno molto più di me, e vivranno più a lungo di me per dire più forte quello che dicono che non so. Sono loro, arrivano sempre al momento della sconfitta, sono più grandi. Mi hanno rinchiuso in un quadrato secco, e ci hanno buttato dentro le loro parole. Mi hanno lasciato sola, ho tenuto le mie, quelle di allora, le mie per te, e le ho mescolate con le loro, ho fatto un corpo e l’ho messo a respirare al posto del mio, l’ho lasciato dentro il quadrato secco. Non volli che si presentasse nessuno, nemmeno io che mi accucciavo, rimpicciolita e incapace di dire nulla. Ogni volta più secco, il corpo, venivano a trovarlo, stava meglio, dicevano, e parlavano di quella cosa. E io non comprendo. Per quanto piccola io sia, guardandolo, me ne dimentico. Non potevo provare. L’asciutto era opaco. Loro continuano a parlare. In questo corpo ci sono troppe parole. Puzza. Mi fanno impazzire. Io so. Mi parlano. Di nulla. Non so.
(Da Ronda de noche, traduzione di Alessando Prusso, Editorial de l’imposibile, Genova, 2022)
“Se mi ami – soffia/ sulle ali, le ali di farfalla,/ quélla di Terezín” sono i versi con cui si apre Terezín, la poesia che scrissi nel 2005 di ritorno da un viaggio a Praga per Margit Koretzovà e un disegno, Rozkvetlà louka s motyly, Le farfalle, che Margit fece quando era nel campo di concentramento di Terezín. Rozkvetlà louka s motyly. Non soltanto forme linee e colori ma anche, e soprattutto, uno spartiacque tra un prima di Rozkvetlà louka s motyly e un dopo Rozkvetlà louka s motyly. E una fuga. La fuga dalla datità di Tempo e Storia verso l’eticità di Tempo e Storia. Un’eticità che si compie fino in fondo quando l’etica si fa cifra del Tempo e della Storia. Si fa quel Sempre capace di custodire Margit. Di esserle fedele.
Terezín fu scritta, dunque, nel 2005 e pubblicata poi nel 2014 in Via Crucis come ultima poesia della raccolta, e come testo in cui si condensa tutto il significato della mia Via Crucis.
Così come Paul Celan anch’io chiamo Auschwitz, la Shoah, “ciò che è stato” perché sento che “ciò che è stato” si incunea più fermamente, e radicalmente, nel Tempo e nella Storia, e in questo suo incunearsi li taglia di netto, diventando quel solco, quella cesura, nella storia dell’umanità da cui non si può più prescindere.
Per questo non sarebbe stato possibile per me scrivere una Via Crucis, scrivere (e qui semplifico molto perché il discorso è ampio, attraversa la storia sacra e profana, mette in discussione l’uomo e Dio – penso a Il concetto di Dio dopo Auschwitz di Hans Jonas – e coinvolge altro e altro ancora), scrivere, dicevo, di un uomo innocente condannato a morte, senza pensare e senza dire di Sei Milioni di uomini donne e bambini. Senza dire di Margit.
In seguito, nel 2020, cominciai a pensare ad una nuova edizione di Via Crucis, avrei voluto tradurla in un’altra lingua con la sola Terezín in più lingue, ma soprattutto volevo parlare di Margit. Il breve riferimento a Margit in apertura di Terezín pubblicata nel 2014 è come un nome e una memoria cristallizzati e appiattiti, e per questo sentivo, e sento tuttora, che è necessario dire di Margit, perché nel nome di Margit e nel suo disegno ci sono la bellezza e il miracolo di una vita, c’è una bambina, Margit, che vive e vuole vivere.
Gertruda Koretzovà nata Sachs
Di Margit sapevo da precedenti ricerche la data di nascita, 8 aprile 1933, e i numeri dei trasporti, R. 18.1.1942 da Pilsen a Terezín e En. 4.10.1944 da Terezín a Auschwitz. Nel cercare informazioni aggiuntive scorgo nel database di Terezín Pamiatnik il nome di un bambino, Hanuš Koretz, nato il 3 giugno 1934. Per data di nascita, numero e data di trasporto Hanuš avrebbe potuto essere il fratello di Margit. Una supposizione da cui inizia la ricerca di altri possibili familiari. Ed è così, guardando e confrontando i database di Terezín Pamiatnik e Holocaust.cz, che arrivo ad ipotizzare che Robert è il papà di Margit, Gertruda la mamma e Hanuš il fratello. In seguito dallo Yad Vashem ricevo prima i documenti di trasporto di Margit e Hanuš, su cui è indicato lo stesso indirizzo, Plzen, Skretova 16, e poi i fascicoli della famiglia Koretz Sachs dove trovo un ulteriore riscontro alle mie supposizioni. Ora è certo, Robert è il papà di Margit e Hanuš, e Gertruda, nata Sachs, la mamma.
In questi documenti c’è un nome, Robin Sachs Sokolow, e il suo indirizzo di Chicago. Robin e suo padre, Herbert Sachs, per anni hanno cercato i loro familiari, l’ultima lettera indirizzata all’International Council of Jews from Czechoslovakia è datata 13 aprile 1977. Il necrologio di Herbert Sachs con i nomi dei figli e dei nipoti trovato in internet è la chiave per rintracciare la nipote Jessie, la figlia di Robin, e da lei arrivare a Robin. Robin è la cugina di Gertruda, detta Trude, sarta di professione, e di Margit.
Robin mi ha parlato delle ricerche fatte da lei e da Herbert, tutte testimoniate nei documenti depositati allo Yad Vashem, e da cui è risultato che nessuno dei loro familiari è sopravvissuto. Da Robin ho notizie di Trude e della famiglia materna di Margit ma non di Robert, di Robert, e della famiglia di Robert, Robin non sa nulla.
Robert Koretz
Le ricerche ricominciano dal database dello Yad Vashem dove in corrispondenza di Robert Koretz ci sono due testimonianze, una di Herbert Sachs e l’altra di Eleanor Feitler.
Eleanor ha depositato testimonianze per altri ventuno familiari, con annotazioni precise sui loro legami di parentela. Da queste sue testimonianze ricostruisco l’intera famiglia, Sophie Langhschur, la nonna di Eleanor, e Clara Langschur, la nonna di Margit, sono sorelle, e quindi Margit e Eleanor sono cugine. Eleanor, ho questo sospetto, non doveva sapere di Trude Margit e Hanuš perché nel database ci sono accuratissime testimonianze rese, è evidente, con estrema cura e amore per tutta la famiglia Koretz, per Robert, per Otto e Clara, i nonni di Margit, per Marta e Rosa, sorelle di Robert e zie di Margit, ma non per Trude Margit e Hanuš.
Al Leo Baeck Institute, Center for Jewish History di New York, c’è un fondo a nome di Eleanor Feitler, una collezione di documenti e lettere della sua famiglia. Scrivo al Leo Baeck Institute. La mia mail viene inoltrata a Eleanor ma rimbalza indietro, mi viene dato un link, è del necrologio di Joseph Feitler, il marito di Eleanor, con i nomi delle loro tre figlie, Barbara, Jane e Carol. Barbara Karchin che insegna a Chippewa Valley School potrebbe non essere un caso di omonimia. Le scrivo. Mi risponde. È lei.
Da Barbara a Eleanor, nata Glauber, che con il papà Emil e la mamma Gusti Mayer nel 1938, all’età di otto anni, è dovuta fuggire con la sua famiglia da Vienna negli Stati Uniti e da cui ho la conferma che di Margit e Hanuš non sapeva nulla. I legami familiari sono ora ricostruiti, e Margit si è ricongiunta alla famiglia che le era stata sottratta e che si voleva annientare.
L’albero
È un grande albero la famiglia di Margit, un albero genealogico che Eleanor Feitler, mancata nel dicembre del 2021, pochi mesi dopo il nostro incontro, ha sempre custodito con cura e amore. Un albero che, come i disegni di Margit e Hanuš, si fa mondo e resistenza a quel Tempo e a quella Storia che tutto volevano inghiottire e sradicare. Resistenza, ma anche fedeltà. Fedeltà a Margit. E con lei a tutti i Sei Milioni di Uomini Donne e Bambini.
Stolpersteine
8 settembre 2022, ore 9:00. Sono a Plzeň, Ulice Skrétova 16, per la posa delle Stolpertseine per Margit e la sua famiglia. Risalgono al mese di settembre 2021 i primi contatti con Anne Thomas, coordinatrice internazionale per l’installazione delle Stolperteine, e Kvĕtuše Sokolovà, coordinatrice per Pilsen, per sapere se a Pilsen c’è una Stolpertstein per Margit. Non c’è. Racconto allora di Margit e delle mie ricerche. Kvĕtuše mi risponde pochi giorni dopo allegando alla sua mail due fotografie del Registro delle nascite e morti di Pilsen. Uno è il certificato della famiglia di origine di Robert, l’altro della famiglia di Robert con i nomi di Trude Margit e Hanuš.
Per l’ordine cronologico delle richieste di posa delle Stolpersteine quella per Margit avrebbe dovuto essere posta nel 2023 ma, così mi scrive Kvĕtuše, la storia di Margit e della sua famiglia è extraordinary, per questo la Stolperstein sarà già posta nel 2022. E non solo una per Margit ma quattro, per Margit e per tutta la sua famiglia.
יד ושם. Yad Vashem. Un monumento e un nome. Ma soprattutto חיים. Chayim. Vita. Perché è questo, la Vita, che deve essere cercata sempre. Non fermarsi, mai, sulla soglia del nome e del monumento. Ma scendere nelle profondità del monumento e soprattutto del nome per portare alla luce la Vita, l’Esistenza che in quel nome è racchiusa, e farla sbocciare e fiorire.
Memoria e Vita devono coincidere o la Memoria rischia di inaridire e svuotarsi. Deve invece essere viva ma può esserlo solo se è alla Vita, a Chi c’è in quel monumento e in quel nome, che si tende. E lo si cerca. Per averne cura. È così che il tempo, quello in cui ciascuno di noi è chiamato a vivere, si fa tutto il Tempo, quello che ci unisce, che ci rende responsabili di ogni attimo passato presente e futuro. Dare, dunque, Vita e Eticità al Tempo per essere nel Tempo l’Umanità tutta e perché il Tempo, ogni istante, coincida con l’Umanità. Sia l’Umanità.
יד ושם. וחיים.
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Una testimonianza per Margit e i documenti trovati nel corso delle mie ricerche sono ora conservati negli archivi della Fondazione CDEC – Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (https://www.cdec.it/) e di questo si ringrazia il suo Direttore, Gadi Luzzatto Voghera.
Riflessioni apocrife di Maurice Blanchot sulla genesi de “L’ultimo a parlare”, dedicato alla poesia di Paul Celan.
A volte gli scrittori, quando parlano di poeti che non esistono più, sembrano o vogliono cercare un compagno che si è perduto in anticipo e sono felici di perdere il loro tempo con lui, si mettono a contatto diretto con la sua invisibilità, soprattutto sono consapevoli che la sua opera non potrà più essere distratta dalle esigenze quotidiane ed è lì, consegnata per sempre alla sua eternità di parole, e il linguaggio non potrà che entrare e uscire, da quelle parole, solo da quelle.
È il caso del mio rapporto con Celan, con l’ultimo Celan in particolare. Intendo scrivere un libriccino su di lui. Ma scrivere è già una parola grave, inutile. Diciamo: vorrei che certi frammenti di riflessioni echeggiassero a partire dai suoi versi, come le risonanze di un vaso percosso nel modo che il mio udito sente. La sua poesia, oggi, simile per intensità solo a quella di Hölderlin e apparentata a quella dalle segrete violenze della follia, è un vaso percosso, crepato da sensi, da suoni. Se ne può parlare solo così, quasi tacendo, per timore di oltraggiarla, e sapendo che ormai l’autore è morto e l’ha consegnata per sempre a noi come a un amico non remoto. Lì, “nel moto ondoso delle parole sempre in cammino”, ogni cammino è stato deciso, e i graticci, i reticoli, gli spasimi, i cristalli di linguaggio, non potranno più né diminuire né crescere di uno. È la sola certezza, infatti, che resta al poeta, l’ultima. L’autore arriva dai suoi libri con una voce irrevocabile, che i disastri della sua vita non potranno più modificare. Avesse saputo, Kafka, che sarebbe morto muto, non faccio fatica a immaginare che sarebbe stato ancora più ironico e spietato nell’articolare le sue parabole.
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Friedrich Hölderlin , Paul Celan
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Ecco, nel campo di Celan, già dissodato dalle sue parole, io posso davvero esistere, posso guardarlo veramente ed essere amico della sua definitiva imperfezione: non c’è migliore amicizia di quando l’indicibile inventa il dicibile e vive in sua compagnia. Allora il mistero è perfetto, e la letteratura smette di essere artificio, enigma, ma è visione del libro. Così Celan, tanto accusato di oscurità da critici deboli e ciechi, potrà rivelarsi, proprio come l’ultimo Hölderlin, un occhio nuovo, uno specchio aperto, anche se ormai privo di mondo, uno specchio dove tutti i frammenti hanno il pericoloso potere di esistere attraversando la molteplicità dell’immaginazione, dove ogni oscura sillaba è luminosamente comprensibile a chi sa vedere, è un pezzo vivo di dialogo, aperto all’occhio dell’altro attraverso il reticolo della lingua. Forse il poeta della Todesfuge deve finalmente essere letto, non capito o peggio interpretato, ma letto come si legge la luce di un tramonto inscritto nel cielo.
Talvolta penso all’Odissea, grande metafora non solo della conoscenza ma anche della follia. Navigare trascinato via dalla mèta da dèi ostili, vivere come in delirio in terre lontane, passare fra ciclopi e cariddi, e poi tornare al proprio io, liberarlo dai parassiti che lo assediano, fare piazza pulita degli avidi proci, riconquistare dopo un tempo quasi eterno la propria armonia interrotta. Itaca è il nostro viaggio, dopo che l’impresa riuscita, l’assedio fortunato, si sono risolti nell’agghiacciante cancellazione distruzione di Troia, con fumo, vittime e morti. Celan ha subìto quella distruzione, attraverso la morte della sua famiglia nei lager, e come Odisseo ha intrapreso un viaggio, nei mostri della lingua, negli incubi della follia. Non è tornato a Itaca. Ha cercato di accoltellare la sua Penelope. È stato triste e solo, spesso ricoverato, e poi ha conosciuto il regno muto dei pesci, nella fonda Senna. Non ci resta che tornare nell’arida Itaca per lui, testimoni del testimone. Vivere le grate, le crepe, le incrinature, i varchi stretti, non scivolare come lui, alla fine, nell’immenso, insondabile vuoto, ma, come lui, traversare i pericoli della lingua, la terra dei lestrigoni e delle circi, sempre sperando che un’armoniosa nausicaa ci ascolti.
Se neve, notte, cenere, sono le parole che dominano la sua poesia, come per illuderci che la realtà sia ancora leggera o impalpabile, ricordiamo che quella neve buia, quella cenere notturna, si sono depositate su una pietra bianca, che si trova nel fondo dell’essere della parola: è quella che noi dobbiamo leggere, oltre le pagine, o saremo lettori privi di occhi, pronti solo a interpretare decifrando chissà quali inutili verità, o scrittori ricchi di libri da cui è stato escluso il mondo. (M.E.)
Anselm Kiefer
* Il testo è apparso in: RIGA 37. MAURICE BLANCHOT, a cura di Giuseppe Zuccarino, Marcos y Marcos, 2017.