LA SECONDA VISTA. Annette Druste-Hülshoff, Anton Mathias Sprickmann

John Constable

*Il testo è pubblicato in: Lucetta Frisa, Marco Ercolani, Furto d’anima. 40 lettere reali e immaginarie fra uomini e donne nella storia dell’arte, Greco & Greco, Le Melusine, Milano 2018.

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La seconda vista

Hulshoff, 8 gennaio 1819

O mio Sprickmann! non so come cominciare per non apparirle ridicola; perché è ridicolo davvero quanto ho da dirle. Non posso illudermi; debbo accusarmi di fronte a Lei di una stupida, strana debolezza, che mi amareggia da molte ore; ma non rida, La prego; no, Sprickmann, non c’è proprio niente da divertirsi. Lei sa che io non sono folle; questa mia bizzarra, pazza infelicità non nasce da libri o romanzi, come potrebbe credere il primo venuto. Ma questo nessuno lo sa, Lei solo ne è in parte al corrente, e questo male non mi è stato causato da circostanze esteriori, l’ho sempre portato dentro di me.

Quando ero ancora piccolissima (non più di quattro o cinque anni, perché avevo fatto un sogno in cui credevo di averne sette e mi sembrava di essere grande), mi parve di andare a passeggio con genitori, fratelli, sorelle e due amici, in un giardino; non era bello, anzi era un semplice orto, attraversato da un viale diritto, che non finivamo mai di percorrere in salita. Poi diventò simile a un bosco, ma il viale in mezzo rimase e noi proseguivamo sempre. Questo e non altro fu il sogno, eppure restai triste per l’intera giornata e piansi, perché non ero nel viale e non avrei mai potuto andarci. Ricordo anche che un giorno, avendoci mia madre parlato a lungo del suo luogo natio e delle montagne e dei nonni che ancora non conoscevamo, provai un tale desiderio di vederli che quando, alcuni giorni dopo, a tavola, lei per caso nominò i suoi genitori, io scoppiai in violenti singhiozzi, tanto che dovettero portarmi via; ciò accadde prima che avessi sette anni, perché a sette anni conobbi i miei nonni.

Le scrivo questi episodi insignificanti solo per convincerla che questa felice inclinazione per tutti i luoghi in cui non sono e per tutte le cose che non posseggo è innata in me e non é stata indotta da circostanze esteriori: così non Le sembrerò tanto ridicola, mio caro, indulgentissimo amico. Una follia che ci è venuta dal buon Dio è sempre meno riprovevole, io penso, di una che ci siamo procurata noi stessi. Ma da qualche anno questo mio stato si è acuito in modo che posso davvero considerarlo un grave tormento. Una sola parola basta per guastarmi tutta la giornata, e purtroppo la mia fantasia ha tante passioni su cui sbrigliarsi che non passa giorno senza che qualcuna sia eccitata con dolorosa dolcezza.

Ah mio caro padre, provo un tale sollievo scrivendole e pensando a Lei! Abbia pazienza e lasci che Le scopra del tutto questo mio pazzo cuore, se no non posso riprendermi. Paesi lontani, grandi uomini interessanti, di cui ho sentito parlare, lontane opere d’arte e altro ancora, hanno tutti questo bizzarro potere su di me. Con i miei pensieri io non sono a casa, dove peraltro sto così bene, nemmeno per un istante, e anche quando per intere giornate il discorso non cade su nessuno di questi oggetti, io me li vedo passare davanti agli occhi in ogni momento in cui non sia costretta a impegnare fortemente altrove la mia attenzione; e li vedo con forme e colori così vivaci e così verosimili che mi spavento per il mio povero cervello.

Un articolo di giornale, un libro, per quanto mal scritto, che tratti questi argomenti, può farmi venire le lacrime agli occhi; e se qualcuno sa narrare esperienze vissute, se ha viaggiato per quei paesi, se ha visto opere d’arte, se ha conosciuto quegli uomini e sa parlarne piacevolmente e con entusiasmo, oh, amico mio!, allora la mia pace e il mio equilibrio ne sono a lungo turbati, e per più settimane non riesco a pensare ad altro, e se sono sola (specie di notte, quando sto sempre sveglia per qualche ora), posso piangere come una bambina e insieme ardere e delirare, in modo neppure ammissibile per un innamorato infelice.

Le mie terre predilette sono la Spagna, l’Italia, la Cina, l’America, l’Africa, mentre paradisi come la Svizzera e Tahiti mi fanno poca impressione. Perché? Non lo so; eppure ne ho letto e sentito parlare molto ma non sono altrettanto vivi in me. Se Le dico che spesso rimpiango spettacoli che ho visto rappresentare e spesso proprio quelli a cui mi sono annoiata di più, o libri che ho letto a un tempo e che non mi sono affatto piaciuti… per esempio, a quattordici anni, ho letto un brutto romanzo, di cui non ricordo più il titolo: comunque, vi si trattava di una torre su cui precipita un torrente, e sul frontespizio un’incisione rappresentava questa torre avventurosa; da un pezzo avevo dimenticato il libro, ma da qualche tempo riaffiora alla mia memoria,non la storia, e neppure il tempo in cui la lessi, e quella miserabile incisione mal disegnata, dove non si vedeva che la torre, diventa per me uno strano miraggio, e spesso desidero ardentemente rivederla: se questa non è follia, la follia non esiste, tanto più che io non sopporto il viaggiare; quando sto lontana da casa una settimana desidero con altrettanto ardore tornarvi, e a casa ogni mio desiderio è prevenuto e esaudito.

Mi dica: cosa devo pensare di me stessa? e che devo fare per liberarmi di queste assurdità? Sprickmann mio, temevo di inteneririmi quando ho cominciato a descrivere la mia debolezza; invece scrivendo mi sono fatta animo; mi sembra che oggi resisterei al nemico, se ardisse un assalto. Lei non può immaginare come, quanto al resto, sia felice la mia condizione esteriore; posseggo l’amore dei miei genitori e dei miei parenti. […] C’é qui adesso da noi una sorella di mia madre, Ludowine, una ragazza buona, calma, intelligente; la sua compagnia mi è assai preziosa, specie per la chiarezza e l’esattezza con cui giudica le cose, riportando spesso alla ragione, senza neppure sospettarlo, la mia povera testa confusa. […]

Addio! E non dimentichi con quanto desiderio attendo una risposta!

la sua Nette

J.W. Turner

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Münster, 15 gennaio 1819

Mia cara Annette,

non posso nascondere che la tua lettera mi ha gettato in un grave imbarazzo. Mi verrebbe da mettere l’indice alla bocca e bisbigliare «Silenzio, Nette, non parlare più, Nette, non immaginare più, ritorna in te; tu non sai quello che dici». (Hai parlato delle tue fantasie a qualcun altro o hai avuto l’accortezza di tenerle ben strette al tuo cuore?) Forse non dovrei neppure risponderti e meglio sarebbe per tutti passare sotto silenzio il tuo smarrimento e ricordare quanto dice San Paolo nella Epistola ai Corinzi – che dopo la morte non vedremo più attraverso uno specchio ma guarderemo direttamente in faccia il Mistero.

Di quale natura sia questo mistero è difficile dire. E tu mi provochi a spiegare troppo chiaramente quanto dovrebbe essere detto solo per cifra, per allusione o per mute indicazioni: i segreti, una volta svelati, si mostrano ben povera cosa. Il tuo appassionato desiderio di una risposta risolutiva resterà dunque insoddisfatto. Però ascolta quanto ti dico e ricòrdalo: le parole con cui mi descrivi la tua bizzarra e pazza infelicità non sono lo sfogo di una giovane adolescente inebriata dagli entusiasmi di un’età non ancora adulta; non sono il segno di quella capricciosa sventatezza che in capo a pochi anni svanirà per mostrare la strada diritta delle tradizioni e dei doveri familiari. Al contrario, queste parole indicano che tu hai delle emozioni non controllabili.

Io, più che rispetto, ho una passione oscura per questo tipo di emozioni, come se a parlarmi non fosse Annette Druste-Hulshoff ma un qualche demone che agita come vento infuriato i cespugli delle brughiere: sento, nella tua confessione inattesa, non già una ridicola debolezza ma la fiaccola di un destino poetico consegnato per sempre alla potenza della visione. I tuoi timori di essere sventata o assurda non appartengono alla tua anima ma alle convinzioni inculcate dalla famiglia, alle misere vergogne che quelle norme borghesi – oso appena dirlo – ti faranno sempre provare se tu, come prevedo, le sconvolgerai e diventerai poeta e per la poesia sosterrai lunghe e faticose battaglie, peggio di un guerriero, contro la rigidità delle tradizioni borghesi. L’artista altro non è che un orecchio molto attento alle proprie emozioni: vergognarsene è la vera vergogna, che ti invito a non provare mai, pena il disprezzo per te stessa e per il lungo lavoro che abbiamo condotto insieme.

La superiorità dell’immaginazione sulla ragione e della donna sull’uomo – come ti narravo nelle mie lezioni più segrete e di cui non dovrai mai parlare a nessuno, quelle lezioni che nessuno sospettava io potessi impartirti – è così indiscutibile e scandalosa da essere commovente ed esemplare.

Sii orgogliosa del potere delle tue fantasie, Nette. Io lo sento, questo potere, come se vedessi un fiume che sta per traboccare dagli argini. La guardo, quella corrente furiosa, e so che non ho il dovere di mettere in salvo nessuno. Ma posso dare un senso al fiume, convincerlo che esiste, difenderlo contro le eventuali siccità. Chi di noi non ricorda l’incisione di un vecchio castello dirupato o di un ruscello vorticoso che precipita fra le rocce? Ma poi l’abito talare, l’uniforme da ufficiale, la marsina da gentiluomo, le scartoffie da avvocato, fanno giudicare vana fantasticheria anche il più essenziale dei sogni.

Tu sei fortunata, Annette: per te la fantasia non termina con l’età della ragione, come per noi, ma si prolunga naturalmente nella vita adulta. Se vuoi, posso chiamarla, con te, follia: ma sappi che la chiamano così solo le persone che la temono, solo i rétori della logica e del privilegio. Follem in latino significa sacco vuoto ed è questo vuoto il tema dei tuoi sogni: c’è chi lo recinta con divieti, norme, ortodossie; c’è chi lo vede e resta con la lingua confusa, le tempie ronzanti, in stato di vertigine; c’è chi lo sente come minacciosa diversità e allora diventa assassino, criminale, o giudice; c’è, infine, chi come te lo sente nell’anima e allora produce visioni, ascolta sogni, scrive poesie.

Ti diranno che le tue emozioni sono sciocchezze, che è colpa del clima tedesco, della solitudine o di qualche umore assurdo; ti inviteranno a essere ragionevole, ordinata e metodica, a confinare la tua oscura e potentissima immaginazione nel piccolo sogno da salotto, nel pianoforte strimpellato all’ora del tè con innocue romanze, nelle chiacchiere convenzionali degli aristocratici Hulshoff: te la degraderanno in modo brutale, con minuziosi e domestici massacri, e le tue belle vertigini, i tuoi meravigliosi smarrimenti, diventeranno emicranie da donnicciuole – qualcosa di banale, da sussurrare all’amica come un malessere importuno, un peccato di cui vergognarsi. Ma vergognarsi di fronte a quali trionfali e ragionevoli realtà, Nette?

Di fronte agli eccidi degli eserciti prussiani e ai saccheggi delle città nemiche noi dovremmo rinunciare al sogno e scegliere, come alternativa, le carogne dei nostri fratelli su un fumante campo di battaglia? Ho sempre cercato un mondo che non debba nascondere i suoi sogni ma che al contrario sia costretto a nascondere le sue miserabili realtà. Quindi, Nette, accéttati come sei: e fallo con gioia e fierezza, come hai scoperto che si può, scrivendo. Sei un essere destinato a soffrire, come chiunque non accetti supinamente le regole del gioco: mia sola raccomandazione, per il bene che ti voglio, per la tua fragile salute, la solitudine senza rimedio e la straordinaria sensibilità, è che tu non debba penare troppo, in quel modo disumano con cui gli altri ci costringono a soffrire, anche senza volerlo.

Ascoltami, Nette. Gli adulti – tristi ufficiali del buon senso – hanno poche cose da insegnarti: camminano con la vanga attaccata al braccio, pronti a colpire i vivi come a sotterrare i morti. Tu lìberati, sii folle e leggera: ma, poiché il mondo sarà durissimo con te, esercitati nella tua arte senza sognare sollievi. Non essere né orgogliosa né presuntuosa; esprimiti poco, fingiti smarrita, non mostrare il tuo segreto al mondo. Se qualcuno si accorgesse di come realmente sei, non tarderebbe a farti a brandelli – con l’ottusità, se è stupido, con l’ironia, se è intelligente. Come vedi, neppure una volta ti ho fatto discorsi religiosi: sarebbe stato semplicissimo, per un sacerdote, dirti che hai visioni in qualche modo simili alle visioni mistiche ed esporti il mio pensiero più tormentoso: che fra il posseduto dalla poesia e il posseduto da Dio non esistano in fondo, sostanziali differenze. Sarei stato convincente, ortodosso, soprattutto banale. Ma, se mi fossi comportato così, avrei tradito la tua anima, battezzandola subito con un falso nome.

Ho preferito dirti la verità: tutti noi, più o meno sepolto, possediamo quel dio delle visioni e delle analogie che ci trasporta in paesi immaginari e pensieri remoti, un regno invisibile ma più reale di quello che abbiamo sotto gli occhi; solo che, fin dalla nascita, questo piccolo dio è catturato come un soldato nemico, incarcerato e ridotto al silenzio. In rari casi è così chiaro e forte da non poter essere imbrigliato, tradito o censurato: questo è il tuo caso, Nette. Tu possiedi la seconda vista.

Io non posso quindi, dopo l’imbarazzo iniziale, che essere sbalordito e felice per la tua sorte: e forse, nel fondo del cuore, invidiarti e congratularmi con me stesso per l’educazione che ho saputo impartirti, nonostante le censure della nostra epoca.

Con affetto, tuo Matthias Sprickmann

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*Pubblico online, come racconto a sé, La seconda vista, già apparso in “La dimora del tempo sospeso”. Il testo di Annette von Druste-Hülshoff è autentico, mentre il testo di Anthon Matthias Sprickmann è apocrifo.

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Annette von Druste-Hülshoff nasce a Munster nel 1797 da famiglia agiata. A quindici anni conosce Anthon Matthias Sprickmann, sacerdote e docente universitario, che diventa suo consigliere spirituale. In una lettera del 1814 la poetessa si confessa dominata «dal pensiero della consunzione» e accenna a Sprickmann un sentimento di profondo terrore per la sua immaginazione visionaria, la sua Vorgeschichte, la «seconda vista». Nella maturità la poetessa parteciperà a un libro, Vestfalia pittoresca e romantica, con cinque ballate: una di queste avrà come titolo, appunto, Vorgeschichte.

Annette von Druste-Hülshoff

LA FERITA. Giorgiomaria Cornelio

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Da dove si entra nella poesia? Per quale luogo? È noto come alcune raffigurazioni della resurrezione di Gesù – appartenenti in particolare al Basso Medioevo – mostrino la piaga del costato ancora sanguinante. Nonostante il trionfo sulla morte, le ferite del Salvatore non si sono rimarginate: esse conservano questa aporia di un trascorso mai completamente trascorso, di un qualcosa che qui si mantiene fra il corrotto e l’incorruttibile senza tuttavia appartenere davvero a nessuno dei due: «dux vitae mortuus, regnat vivus» recita la sequenza pasquale Victimae paschali laudes («il Re della vita, morto, regna vivo»). Allo stesso modo, in ogni poesia si entra proprio attraverso quella ferita che, nonostante la trionfante compiutezza dell’annuncio, continua imperterrita a sanguinare – a conservarsi aperta.

da Congedo

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Giorgiomaria Cornelio (1997) ha fondato insieme a Lucamatteo Rossi l’atlante Navegasión, inaugurato con il film “Ogni roveto un dio che arde” durante la 52esima edizione della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro. La loro “Trilogia dei viandanti” (2016-2020) è stata presentata in festival e spazi espositivi internazionali. Cornelio è curatore del progetto di ricerca cinematografica «La Camera Ardente», e redattore di «Nazione Indiana». Suoi interventi sono apparsi su «Le parole e le cose», «Doppiozero», «Il tascabile», «Antinomie», «Il Manifesto». Ha vinto il Premio Opera Prima con la raccolta La Promessa Focaia (Anterem, 2019). È uscito per Luca Sossella Editore il suo secondo libro di poesia, La consegna delle braci (2021). Insieme a Giuditta Chiaraluce ha ideato il progetto di esoeditoria Edizioni Volatili.

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Giorgiomaria Cornelio

SCRIPTIONS E ALTRO. Ricordando Luisella Carretta

Nella sua lunga e laboriosa vita di artista Luisella Carretta ha incrociato e condiviso progetti con diversi scrittori genovesi, redattori della rivista “Arca”:, nell’idea di un viaggio in luoghi della mente, del corpo, del mondo, che sovvertano gli orizzonti noti.

Con Marco Ercolani, in collaborazione con Lucetta Frisa, progetta la rivista Scriptions (1999–2020), di cui trascriviamo l’indice e di cui parla Giuseppe Zuccarino qui: https://ercolani.art.blog/2020/11/02/riviste-invisibili/

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SCRIPTIONS. Fogli (di)segni e scritture,

a cura di Marco Ercolani e Luisella Carretta.

In collaborazione con Associazione culturale “Le Arie del tempo”, Quaderni di scrittura “Arca”, “Società culturale Rapallo”.

In epigrafe a ogni quaderno questa frase di Roland Barthes: “Non la scrittura quando si è compiuta, ma nell’atto del suo compiersi (ed è questa che chiamiamo qui “scrizione”).

Quaderno 1

1. André du Bouchet, Aria.

2. Suad Al-Sabah, Il testo aperto.

3. Thomas Stearns Eliot, Little Gidding.

4. Renato Urciuoli, Fogli di fisiognomica.

Quaderno 2

5. Norman Scott Momaday, Nuovo Mondo.

6. Georges Bataille, Tre interventi.

7. Jean Fautrier, Sul virtuosismo.

8. Rinaldo Caddeo, Dopo la sconfitta.

9. Lorenzo Pittaluga, Universo.

Quaderno 3

10. Joseph Joubert, Lo stile è il pensiero.

11. Samuel Taylor Coleridge, La tomba del cavaliere.

12. Pierre Reverdy, Poesie in prosa.

13. Ernst Meister, Pensieri per un anno.

14. André Frénaud, Il silenzio di Genova.

Quaderno 4

15. Quaderno sudamericano: Antonio Cisneros, Eduardo Milàn, José Emilio Pacheco.

Quaderno 5

16. Maurice Blanchot, Il ritorno.

17. Maurice Blanchot, Tre «prières d’insérer».

18. Giuseppe Zuccarino, Risurrezioni di Lazzaro.

19. Attilio Sartori, Marcel Proust: il rumore, le voci.

Quaderno 6

20. Lucetta Frisa, Poèmes traduits.

21. Elio Grasso, Nel soffio della terra.

22. Donatella Bisutti, Non c’è parola nell’invisibile.

23. Massimo Morasso, Solvet saeclum.

Quaderno 7

24. Pablo Neruda, Un oceano che racchiude la speranza.

Quaderno 8

25. Laura Tibaldi, Il pensiero acrobatico.

26. Simone Cattaneo, La carità luminosa.

27.Alfonso Ravazzano, Generosità della distanza.

28. Francesca Serragnoli, Eccoti minima cruna.

Quaderno 9

29. Giuseppe Cosmi, Domenica al parco.

30. Monica Ferretti, Diario della piazza scura.

31. Marco Ercolani, Eclisse.

32. Donatella Buongirolami, Due storie.

Quaderno 10

33, René Char, Omaggio a Miró.

34. Ettore Bonessio di Terzet, Tentare l’inarrivabile.

35. Raffaele Perrotta, Il decreto del ni-ente.

36. Enzo Fabbrucci, A doppia mandata.

37. Renato Urciuoli, Altri fogli di fisiognomica.

Quaderno 11

38. Marco Ercolani, Non oltre.

Quaderno 12

39. Giuseppe Zuccarino, Musica e solipsismo.

40. Giuseppe Zuccarino, La legge in persona. Glosse a La folie du jour di Blanchot.

Quaderno 13

41. Idea Vilarino, Non so chi sono.

42. Alejandra Pizarnyk, Diari.

Quaderno 14

43. Aldino Leoni, Marengo.

44. Serena Olivari, Cercavo ancora rovine vive.

Quaderno 15

45. Luigi Sasso, Dal frammento al Libro.

46. Marco Ercolani, L’instabilità dell’opera.

47. Dario Capello, Ventate di buio.

48. Giuseppe Zuccarino, In compagnia del demone.

Quaderno 16

49. Luigi Sasso, Né qui né altrove.

50. Annamaria Carrega, Il sogno, la metamorfosi, la scrittura.

51. Giuseppe Zuccarino, Un’idea della poesia.

52. Marco Ercolani, Una tonalità oscura.

Quaderno 17

53. Marco Ercolani, Quattro apocrifi.

54. Giuseppe Zuccarino, Disiecta.

Quaderno 18

55. Marco Ercolani, Nottario. Il portavoce.

Quaderno 19:

56. Marco Ercolani, Nottario. Voci altrui.

Quaderno 20

57. La Valse.

(fotografie di Chiara Romanini, testi di Marco Ercolani e Giorgio Galli).

Quaderno 21.

58. Images

(fotografie di Chiara Romanini, versi di Marco Ercolani).

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Segni e scritture

AA. VV.,Layla.

Luisella Carretta, Giuseppe Zuccarino, Sfiorando il limite.

AA.VV. Passaggio a Saorge.

Monica Ferretti, L’appuntamento

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Con Marco Ercolani cura progetto grafico e mostra (I SEGNI POSSIBILI), all’interno del convegno: “Tra follia e salute. L’arte come evento”, Villa Comago di S. Olcese, Graphos editore, 2000.

I SEGNI POSSIBILI

Cosa sono I segni possibili? Fogli sparsi. Fogli in libertà, appunti a margine, carte d’artista contenute in cartelle d’arte, composte in occasione del convegno Tra follia e salute. L’arte come evento. Il logo, disegnato da Luisella Carretta,, rappresenta una foglia innervata di segni e scritture, trattenuta da tratti neri e discontinui, che in alto si sfrangia in un grappolo di parole mentre, in basso, sono disegnate le ali nere di un uccello. Nell’ìnterno della cartella si legge: ” Ci sono energie sotterranee che faticano a venire alla luce. Disperse dall’eccesso delirante o annullate dall’angoscia depressiva, restano potenziali, inespresse, invisibili. Ma, se queste energie si manifestassero come segni possibili,. come scritture verbali o visive tracciate su rari fogli per pochi lettori, si potrebbe pensare a un’arte istintiva ma non ingenua: arte che non salva e non guarisce ma è utopia di una forma necessaria, non sintomo muto ma parola perturbata di un sogno. Un sogno che, come per ogni artista, vuole trasformarsi in opera viva”.

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Due le mostre tenutesi alla Biblioteca Berio, I taccuini del 2007 e Lettere del 2009, in collaborazione con :Marco Ercolani e Giuseppe Zuccarino.

http://1995-2015.undo.net/it/mostra/48434

http://1995-2015.undo.net/it/mostra/83809

I TACCUINI, esposti a Harelbeke, Belgio, Stedelijke Akademie Voor Beeldende Vorming. sono stati anche esposti alla Biblioteca Berio in una mostra collettiva, con progetto di: Luisella Carretta, Marco Ercolani, Giuseppe Zuccarino.

Intimi ma visibili

“Qui non voglio ripetere il tentativo di tenere un diario, ma annotare cose che non vorrei dimenticare”.
Robert Musil

Una mostra dedicata a dei “taccuini d’artista” è la paradossale esposizione, la provocatoria visibilità concessa a scritture e segni che, per la loro natura intima, avrebbero dovuto restare segreti. Invitati a realizzare dei taccuini, scrittori e artisti visivi hanno accettato questa sfida e questo compromesso: restare intimi ma visibili. Hanno composto schizzi, disegni, foto, scarabocchi, scritture, riempito in modo totale o lacunoso fogli diversi per contenuto, spessore, formato, materiali, e delineato un tragitto metaforico: trasformare la carta bianca di un qualsiasi domestico quaderno in intrico di segni, combinazione magica, sogno perturbante. Questi taccuini si mostrano come stravaganti boîtes à surprise, copertine esotiche per scritti aforistici, misteriosi scrigni colorati, criptiche micrografie, fogli a fisarmonica fitti di versi e acquerelli, pagine materiche, scherzi concettuali, capricci utopici, eccentrici viaggi biografici. Sono «segni della mano sinistra» che sembrano seguire il suggerimento di Osip Mandel’štam: «Distruggete i manoscritti, ma conservate ciò che avete tracciato a margine, per noia, per disperazione e come in sogno». È a questi segni «tracciati a margine» che la mostra si ispira come un unico libro collettivo, un manuale di scritture fantastiche, astratte e reali, in bilico tra l’estrosità del segno e l’imprevedibilità del senso, non troppo lontane da quelle macchie di caffè di cui Victor Hugo, pittore e scrittore, si faceva artefice e medium, modellandole a immagini fulminee della propria visionarietà, sulla scia di Leonardo da Vinci e di Piero di Cosimo che intuivano, nelle crepe o macchie dei muri, paesaggi mai visti e forme bizzarre. (M.E.)
Inaugurazione: 24 febbraio 2007, Biblioteca Berio, via del Seminario, 16 – Genova

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Nel 2002 Luisella Carretta elabora questo quaderno, in omaggio a un poeta schizofrenico morto suicida, Lorenzo Pittaluga (1967-1995): CONTRAPPUNTO, da frammenti di poesie di Lorenzo Pittaluga, Genova, pag. 46, 21×30 cm., disegni e testi, xerox su acetato e collage, inchiostri e acquerello su carta. In: https://ercolani.art.blog/2021/09/03/contrappunto/

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Architetti, poeti, saggisti, filosofi, psichiatri, fotografi, collaborano con Luisella alla ricerca di una personale e perturbante Atlantide,

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Libri di Luisella Carretta

Con o senza (Masnata, Genova, 1971)

Superficiale (Masnata, ivi, 1972)

Rapaci in volo (Pirella, 1988)

Etogrammi nel cielo (Arti Grafiche Sobrero, 1990)

Viaggio a Mitchinamecus (Le Arie del Tempo /Graphotecnica, 1991)

Intorno ad Atlantide (Arti Grafiche Sobrero, 1992)

Atelier nomade, 1 (Campanotto, 1998)

Dove le pietre volano, diario di un viaggio in Islanda (ivi, 1999)

In volo con le api (ivi, 2000)

Non volevo vedere l’orso (ivi, 2002)

Dissociazione e creatività/ La transe dell’artista a cura di Vincenzo Ampolo e Luisella Carretta, Prefazione di Georges Lapassade (ivi 2005)

Il mondo in una valigia. Atelier nomade, 2 (ivi, 2006)

Viaggi nell’altrove. Esperienze di transe d’artista (ivi, 2021)

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Scritti per Luisella Carretta

Fili d’aquilone – num. 13, Intervista a Luisella Carretta (filidaquilone.it)

https://ercolani.art.blog/2021/01/25/avventure-dello-sguardo/

https://ercolani.art.blog/2021/09/03/frammenti-quaderni-performances/

ttps://ercolani.art.blog/2022/10/12/la-stanza-dellarchitetto-di-atlantide-per-luisella-carretta/

AA. VV., Foglie vento sabbia. L’incantata leggerezza del cosmo nell’opera di Luisella Carretta, a cura di Simonetta Spinelli, Genova, Serel International – Stefano Termanini Editore, 2022.

QUANDO PRENDE UNA FORMA IL DOLORE. Gianni Priano

Testi e fotografie di Gianni Priano.

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Che muoia solo o sola

Se darsi o tutelarsi non è pane

per i denti forti e deboli della ragione

forse è più una questione di dopamina

di serotonina, di ormoni o geni.

Chi si dà non lo fa mica apposta

di solito è uno che cammina

su e giù alla fermata del bus

come si dice: un ansioso. Cova

per le occasioni speciali un groppo

al plesso, cioè alla bocca dello stomaco

e se gli spari in fronte ti ringrazia.

Chi si tutela sta nella cornice

di uno specchio d’acqua o di stagnola

facile che muoia solo o sola.

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Quando prende una forma il dolore

Quando prende una forma il dolore

smette gli stracci, abbottona la camicia

si allaccia i lacci, si lava la faccia

allora sì che è proprio incominciato

e marcia dal crepuscolo alla notte

invade il buio, ci si accartoccia dentro.

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Non ha un perché il dolore, ne ha parecchi

né un solo seme, né una spiegazione

(spieghi le coperte, non lo spieghi

il dolore, la desolazione).

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Non c’ è tutela, nessuna prevenzione

né strategia. Solo combattimento.

Non si può vivere secondo anestesia

o retta via o geometria. Si va e bon.

Si va come ragazzi. Si va e si prende

si inciampa, ci si sporca. E poi si paga.

Si perde sangue dal naso e dalla bocca.

Questa è la vita, non è novalgina

né oppio, ideologia. É preghierina.

Si va e ci si fa male.

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Non ha troppi perché il dolore, solamente

uno è il perché, che sta a monte di tutti

gli altri perché che chiami con parole.

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Sulle prime il dolore non era dolore

ma un continuo conato. Ora assume

il modo della spina, del dente marcio

di una notte al freddo.

Adesso tocca a te dimenticarne

quasi un etto ogni mese.

Che mica sei tu il suo paese.

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WOLS

Tutte le immagini e le fotografie sono opere di Wols.

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Wols è lo pseudonimo di Alfred Otto Wolfang Schulze. Nasce a Berlino il 27 maggio 1913 e muore a Parigi il 1 settembre 1951. Dopo aver compiuto gli studî liceali a Dresda trascorre quattro mesi presso il Bauhaus di Dessau, dove studia con Ludwig Mies van De Rohe e Moholy Nagy. Nel 1933 si stabilisce a Parigi, dove incontra Jean Miró, Max Ernst, Tristan Tzara e Alexander Calder. Per guadagnarsi da vivere fa il fotografo; nel 1937 espone le sue fotografie alla libreria “Les Pléiades”. In quell’occasione assume lo pseudonimo di Wols. Comincia a disegnare e a dipingere e intensifica la sua attività durante il periodo del suo internamento (in quanto cittadino tedesco) all’inizio della guerra. Rilasciato nel 1940, vive a Cassis e Dieulefit; poi, dopo il 1945, a Parigi, dove conosce Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir. Si dedica all’illustrazione di libri di Sartre (Visages, 1948; Nourritures, 1949) e di Kafka (L’invité des morts, 1948). Nel 1947 espone alla Galerie Drouin, nel 1949 alla Gall. al Milione a Milano, nel 1950 alla Hugo Gall a New York. Nel 1958 la Biennale di Venezia allestisce una sua importante retrospettiva. Influenzato agli inizî soprattutto da Paul Klee e da surrealisti come Miró e Arp, Wols arriva ad elaborare un’immagine astratta libera da ogni forma mentale precostituita: si affida alla vibrazione del segno e di tutto il tessuto pittorico. Se per Klee si può ancora parlare di un elemento poetico divenuto forma, in Wols l’elemento poetico trasfonde direttamente nel processo del dipingere. Poeta e musicista, oltre che pittore, assillato da pensieri scientifici e filosofici, autore di aforismi e pensieri in libertà, Wols è il più autentico artista della corrente “informale”: converge tutte le energie vitali nella pittura e le fa vibrare come sismografi nel punto estremo in cui sfumano nel mondo del sogno e dell’alienazione senza mai dissolversi del tutto. (M.E.)

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“Qui si rivelano le qualità di un’era”, “qui vi sono tutte le sue tensioni”. Così scrisse il critico d’arte Carl Jakob Burckhardt nel 1947 dopo avere assistito alla mostra di Wolfgang Schulze, in arte Wols, presso la Galerie Drouin di Parigi. A distanza di più di mezzo secolo non si può che dare ragione al suo giudizio. Ancora oggi le opere di Wols sono cariche di un’angoscia interiore comune al suo autore, artista tanto geniale quanto dalla vita irregolare, vittima tanto di sé stesso che di un’epoca, quella degli anni ‘30 e ‘40, che schiacciò la sua sensibilità, rendendolo grande come fotografo solo a posteriori grazie alle Documenta di Kassel (1955, 1959, 1964) della Biennale di Venezia del 1958.
Quest’ansia generale è ben riscontrabile al Martin Gropius Bau di Berlino dove dal 15 marzo al 22 giugno del 2014 è di scena la mostra Wols Photographer – The Guarded Look (Lo sguardo salvato), raccolta di più di un centinaio di suoi lavori solo fotografici (niente quindi della sua produzione da pittore). Inizialmente allestita l’anno scorso a Dresda in occasione del centesimo anniversario della nascita dell’artista che nella città sassone passò l’infanzia (ma i suoi natali furono a Berlino), il titolo dell’esposizione ha una sua giustificazione prima di tutto storica: quasi tutte le opere mostrate al Martin Gropius Bau fanno parte dell’archivio messo a disposizione dalla sorella di Wols, Elfriede Schulze-Battmann che fin dalla morte del fratello si preoccupò di raccoglierne e preservarne tutto il materiale prodotto durante la sua breve, ma variegata, vita in giro per l’Europa.Il percorso dell’esposizione è ordinato cronologicamente. A seconda del periodo della sua vita, Wols fotografò soggetti e con tecniche differenti, senza mai tornare indietro. Ecco quindi, in successione, i primi ritratti in bianco e nero a modelle ed attrici, le foto di strada sia tedesche che francesi (si trasferì a Parigi nel 1932 dove fu coinvolto nel movimento surrealista senza mai davvero abbracciarlo), le varie nature morte e quell’astrattismo sempre più protagonista degli scatti della sua ultima parte di vita quando, parallelamente, Wols si affermava come uno dei maggiori rappresentanti della cosiddetta Arte Informale. Purtroppo erano già gli anni in cui la sua salute veniva debilitata dall’alcolismo, una progressivo decadimento fisico che lo avrebbe portato alla prematura morte a 38 anni, a Parigi, per avvelenamento da cibo. Così lo ricordò successivamente Jean Paul Sartre, colui che assieme a Simone de Beauvoir all’epoca lo avevano avvicinato al pensiero esistenzialista. “Ho incontrato Wols nel ‘45, calvo, con una bottiglia e una borsa da mendicante. In quella borsa c’era il mondo, c’erano le sue preoccupazioni. Nella bottiglia c’era la sua morte. Era stato bello un tempo, ma non lo era più. Aveva 33 anni, ma guardandolo nessuno lo avrebbe poturo immaginare senza quella giovanile tristezza nei suoi occhi. Tutti, lui per prima, pensavano che non avrebbe più potuto tornare indietro da quella situazione”.(Andrea d’Addio)

HORAE. Alfonso Guida

Wols

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ORA PRIMA

Nevicherà stasera. È la speranza dei vecchi.

L’aria ha una dolce calma e punge i corpi nell’ombra.

Niente avviene. Il principio dispone il suo futuro minimo.

Pala e foglio, ognuno col suo talento.

Sono stanco, ma anche oggi inginocchiarmi e scavare.

ORA SECONDA

La ferita all’aperto è un muro a calce. Oppure esce

dai vetri dei negozi, dalla carriola piena d’erba

dei netturbini. Ascolta le previsioni meteo,

la viabilità. Il canto delle spine è sommesso.

La cenere è un volo d’inverno che, soffiando, dirigi.

Il caffè bollente anticipa le stazioni del giorno.

Le scarpe ancora vuote, il sole inutilmente sulle ossa.

Gli ippocastani in piazza, comuni carcasse tra i corvi.

ORA TERZA

Mezza luce, l’indugio tra le tempie.

Queste nostre preghiere avvinte al vezzo avaro del viatico.

Viandante e vento, vanità del veleno, violenza

velata del vuoto. Insensate invenzioni. Avvero il senso

di minaccia che percuote le labbra. Quante parole

spogliate e spaventate resteranno mute, in disparte.

ORA QUARTA

No no non voglio stare troppo in alto.

Devo ascoltare la ruota frenetica,

gli anni di quest’ora, il minuto esterno,

l’età in cui dio sarà ripetizione.

ORA QUINTA

Per pudore, costruisci una distanza coi vestiti.

Crei un equilibrio, tra ritualità e rettitudine.

Scegli una stanza anteriore al tuo luogo,

fai entrare, attento, i millenni e i secoli più vecchi.

Non ami il tuo tempo, escludi i colloqui.

Tutto va. Ogni cosa si trasferisce.

ORA SESTA

Nel mio dolore c’è Camillo Sbarbaro.

Sul pagliericcio di Seneca dorme,

patetico, l’orfano. L’orto è l’ordine.

Lì aggiusto i contrari e accoppio gli ossimori.

Che rapporto c’è tra ossa e sigarette?

Le ossa carbonizzate, già, una vecchia

cronaca, oggi, l’indulto e l’indulgenza,

la virilità adulta, la sapienza.

***

Ennio Morlotti

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COSCIENZA CONSEGUENTE

Consegue alla coscienza

di abitare un fosso la realtà

che un quaderno riesce a tenere esatta.

Precisando il centro, non alterando.

La mano, il foglio. Eppure viene un grappolo,

si frantuma l’ attesa. Nel contrario lanciarsi,

prevedere il versetto, non vedermi

nudo, lontano, farmi prova, indizio.

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Un matto allentare lupi nel bosco,

questo, tra le Bic nere, fu impazzire.

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Mente come chiesa di San Medardo,

cripta dei voti piena di dentiere,

calchi di molari. E i voti dei pazzi

diversi, un velo, un nastro del battesimo.

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Questo fu impazzire. Giocare a scacchi

col tiranno, andare incontro alla mossa

che decide del livello d’invaso.

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La voce, troncando la sua dizione,

teme. La volta brucia,

mi sprofondo in bocca, spalano, spalano.

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Dipingi San Mauro a grosse gocce di latte,

ringrazi ogni sera la Mezza Signora che si affaccia

dalla feritoia centrale della torre normanna.

Scendi, tra caditoie cadenzate e maldestre chiaviche,

chiacchiere fatate, calce, tubercoli cotti,

ti distrai, ti distendi, trovi un vicolo cieco, balbetti

cretto, strettoia, angiporto, passi in rassegna il variabile

dell’iride, il lirismo di una specie minore

di bestiario e di novelliere coi quadri verniciati

di nero-Goya o nero-Dorè. Scendi, rispolveri

gli inizi, ingaggi la masnada dei fallimenti,

ripeti la tenebra e lo stellato, ripeti

che qualcosa hai visto e perduto, una linea che divideva

dall’interno la dismisura a imbuto. Poi sei affondato.

(Inediti, gennaio 2023)

Francisco Goya

SCRITTURA E GRIDO. Silvia Giacomini

I testi sono tratti da La tentazione di essere vento, La Vita felice, Milano 2014.

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“Il mio film si intitolava La tentazione di volare.

Seppellitelo qui,

tra i rovi di una carne senza dono.

(…)

Il mio film si intitolava

La tentazione di essere vento.

Nessuno l’ha visto.

Affondatelo qui,

come la cima innevata

di un monte spezzato”.

*

Alcune esperienze poetiche trascendono l’atto della scrittura e si propongono come grido, “cantata drammatica” nella pagina bianca. Scrive Silvia Giacomini: “Un corpo che divora se stesso è un grido. È un disperato atto di scrittura del dramma umano di esistere. L’anoressia ci parla di noi”.

*

“La pagina bianca, la notte oscura; la tentazione di tendersi, di articolarsi comprensivamente dentro le cose come vento – in una scrittura che è spazio tensivo, “settima stanza” di offerta di sé -” (dalla postfazione di Matteo M. Vecchio).

*

Questo libro è la voce iperbolica di un silenzio che avrebbe voluto restare tale. Ma il dramma dei versi, la necessità di descrivere la malattia, il desiderio di delineare il proprio paesaggio, la felicità di emergere dal buio della psiche, hanno preso il sopravvento sul silenzio come sepoltura.

*

“C’è un abbandono che taglia d’un colpo tutti i fili.

Una volta avevo per compagna

la mia voce in nebbia di pensiero,

adesso c’è solo il rumore delle cose:

lo scricchiolio di una sedia,

il gorgoglio dell’acqua risucchiata,

il crepitare della carta rubino di una caramella,

il clic della luce accesa spenta,

il fruscìo della minuscola sfera d’acciaio

che fa correre l’inchiostro sulla carta

di questo quaderno che mi raccoglie bianca in un bianco

rigato di flebili, inutili sponde.

Voci amiche

a distrarmi dal silenzio

adesso che la mia mente non c’è più”.

*

“Perdita di realtà? Come affermare questo di qualcuno che vive vicino al reale fino a un punto insopportabile («questa emozione che restituisce allo spirito il suono sconvolgente della materia» – scrive Artaud nel Pesanervi)? Invece di comprendere la schizofrenia in funzione delle distruzioni che introduce nella persona, dei buchi e lacune che fa apparire nella struttura, bisogna afferrarla come processo”. (Gilles Deleuze)

*

“L’iniziale del costruire un ponte

è un aquilone gettato al vento

per far passare un filo

da una parte all’altra del burrone.

Ma se di là non c’è nessuno

ad afferrare la croce del volo e la sua pelle,

nessuno ad agganciare al filo la prima corda da tirare,

l’aquilone s’incaglia nel nero del fogliame

e il filo teso

tra la mano e un punto a caso nello spazio

è destinato a rimanere solo un filo:

non potrà essere percorso

da chi alla parola

chiede il superamento di un abisso”.

*

“quella che ero

e quella che sono adesso -due cose divise-

potrebbe questa essere -Pazzia?(Dickinson)

La pazzia, per come la considerarono i filosofi, è una trappola che rende impossibile il pensiero. Ma, proprio perché il rischio della follia è cancellato dall’esercizio della ragione, la ragione si trincera nel possesso di sé e costruisce la propria fragile verità mettendosi all’erta contro ogni pericolo che potrebbe minacciarla. Costruisce una dicotomia, che ha una sola alternativa: il “dare parola” a ciò che appare irragionevole. La follia del poeta, lo sprofondamento del suo pensiero nella non-ragione, permette alla filosofia di essere percepita non come l’opposto della ragione ma come un’esperienza al limite che apre nuovi orizzonti: questa esperienza costeggia la follia, come già teorizzava Schelling affermando che la follia è il principio stesso dell’essere. E per Nietzsche, quello di impazzire sembra essere non solo un rischio di cui è bene essere consapevoli, anzi «il pericolo più grande», ma anche qualcosa che occorre volere, perlomeno in certi momenti. Scrive, in un suo frammento postumo: «Così deve fare lo spirito forte con i suoi cani selvaggi: per quanto violenta possa essere in lui la volontà di verità – il suo cane più selvaggio – egli deve nel tempo da lui scelto poter essere la volontà dell’incertezza, la volontà del non sapere, e soprattutto la volontà della follia». Il desiderio di essere folli entra nella storia della filosofia: la necessità di un pensare oltre, di un’esperienza fuori dai bordi della ragione, diventa sostanziale.

*

Silvia Giacomini ci racconta di una scrittura che, nel suo grido silenzioso, protegge e accoglie la follia, permettendo all’essere umano non solo la “semicieca distruzione” ma l’”illimitato amore”, la necessità di non essere più “colpevoli di esistere” perché, oltre l’ombra assoluta del male, affiori un chiaroscuro che esige rinascita.

*

“Con la faccia nel fresco dell’erba,

tutto il peso spartito in lacrime

nei piatti fondi dei palmi

chiudere gli occhi

per dimenticare gli occhi

per dimenticare di non esistere in quegli occhi

o di esistere distorti.

Faccia nell’erba

mascherarsi della propria sparizione

la maschera protegge

l’unicità di un divenire”

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Silvia Giacomini (1976) è attrice di teatro, poeta, drammaturga, incisore. Ha fondato la compagnia teatrale “I desideranti”, realizzando monologhi di vite borderline. In poesia ha scritto La tentazione di essere vento (La Vita felice, 2014) e Mal bianco (Ladolfi, 2019).

Silvia Giacomini

LE DITA DI SOUTTER

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Galassie parallele. Storie di artisti fuori norma, Il canneto editore, Genova 2019.

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Louis Soutter

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Le dita di Soutter

Pittore e violinista, cugino dell’architetto Le Corbusier, Louis Soutter trascorre una vita nomade. Vagabonda per diversi paesi. Suona saltuariamente il violino nei cinema, accompagnando le proiezioni di film muti. Veste sempre elegante, con una camicia di seta e un abito Principe di Galles. Quasi cieco dal 1937, passa gli ultimi anni della sua vita, dal 1940 al 1942, nel manicomio di Ballaigues. Soutter versa il fondo del calamaio sulla carta e con l’inchiostro ne ricava figure perturbanti, che evocano le “macchie” di Victor Hugo, dove relitti, barche, castelli, torrioni, disegnano un paesaggio stregante. Soutter immette nei fogli fori, tagli, finestre, fessure, e traccia ombre di ladri, malati, assassini, macellai, ballerini, acrobati, amanti, che sottrae al dolore facendole risorgere. Torturate e crocefisse, le figure supplicano col nero delle mani e delle teste; si muovono, annaspano, non sembrano esistere. Soutter ha le mani grondanti, ma il colore è nero, non rosso: è inchiostro, non sangue. Intinge le dita in fogli larghi e lisci, tappezza la stanza di carta; e se non ci sono fogli usa le pareti e vi muove sopra le mani, alla ricerca di un viso, di una schiena. Il pittore non ha più occhi per il mondo. Pubblicamente è un folle e un idiota: nella sua realtà intima è un risorto, salvato dalle forme che crea, creato dalle forme che salva. Dissotterrandole, si libera dal dolore. Le sue dita grondano un nero furioso e gioioso nella perfetta fusione fra creatura e creatore. «Dice il vero, chi dice ombra» (Paul Celan). Non ha il tempo di pensare, Soutter: può solo aggirarsi nella sua cella, a pochi metri dalle leggi del mondo, le mani intrise del liquido che gli scrittori versano nelle lettere dell’alfabeto e che lui usa come pittura/scrittura, alle soglie del disastro mentale. «Soutter», scrive Starobinski, «è un maestro della coreografia onirica […] Le tecniche sorprendenti arrivano a trascrivere il pathos del tema – assassinio, crocefissione – in un balletto quasi astratto, dove tutti gli elementi espressivi sono mirabilmente scanditi». Ma se le dita di Louis Soutter occupano gli spazi vuoti della carta o della tela come silhouettes minacciose, dove teste e braccia dominano il resto del corpo come giganteschi incubi, ci arriva dalle regioni della visionarietà un’altra opera, quella di Adolf Wölfli, giudicata da André Breton «una delle tre o quattro più importanti del Novecento».

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Adolf Wölfli

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Adolf Wölfli scrive un’autobiografia di circa venticinquemila pagine, fitta di microscritture, collages di giornali e riviste, animali fantastici e stilizzati, uccellini, anelli, campanelle, pentagrammi realizzati con una scrittura musicale non tradizionale. Wölfli, bersagliato da un destino avverso che lo rese orfano in età giovanissima, protagonista di atti di violenza più autodistruttivi che aggressivi, chiuso per trentacinque anni nell’ospedale psichiatrico di Waldau, compagno forse anche di Robert Walser, è oggi considerato uno dei più grandi talenti artistici di quella ‘zona’ mai ben definita che allarma sia la ragione umana che la natura stessa dell’arte. Il suo è un esempio di ‘arte interminabile’ che lascia dietro di sé la sua sterminata autobiografia scritta e le sue decorazioni fantastiche di soli, cupole e uccelli, vegliato sempre dall’attento psichiatra Walter Morgenthaler. Esiste una potente urgenza riparatrice nel Wölfli aggressivo e violento: ritrovare/ricostruire il paradiso perduto della prima infanzia. Il suo primo, grande ciclo pittorico Dalla culla alla tomba (1908-1912) ha come protagonista Doufu, il nome di Adolf bambino, eroe di esplorazioni e scoperte favolose. Oriente, Australia, Groenlandia, sono le mete favolose dell’epica di Wölfli che, nella logica del suo delirio, sbeffeggia le “magnifiche sorti e progressive” del colonialismo europeo e narra di un impero immaginario e illimitato, scritto e dipinto totalmente da lui, inventando tutte le parole straniere e i nomi di tutti i luoghi geografici. Morgenthaler non scriverà una biografia psichica di Wölfli ma getterà sulla sua opera uno sguardo polisemico, attento a sottrarre quella vita e quell’opera dalle derive estetizzanti e dalle griglie psicopatologiche. Rinunciando al linguaggio stigmatizzante della psichiatria, Morgenthaler si limita a osservare la complessa architettura di tutte le sue espressioni artistiche, un anno prima che lo psichiatra Hans Prinzhorn pubblichi L’arte dei folli e Karl Jaspers scriva Genio e folla. Strindberg e Van Gogh. L’opera di Wölfli è profondamente moderna, osserva Morgenthaler, nel cogliere la ripetizione seriale di forme astratte e decorative che dell’universo delirante mettono in luce la carica energetica e il potere di trasfigurazione. Una nitida frase di Prinzhorn rispecchia il pensiero dello psichiatra: «Ci troviamo di fronte ad un fatto sorprendente: l’affinità tra il sentimento del mondo schizofrenico e quello che si manifesta nell’arte

EPSON MFP image

L’ISOLA DEI MORTI. Rolando Mariano Andrade

*I testi, nella traduzione di Monica Liberatore, sono tratti da Canciones de los Mares del Sur, 2018.

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Ciò che resta della mia giovinezza

Tornerò a Parigi per trovare

ciò che resta della mia giovinezza.

E se non trovo nulla

non me ne andrò.

Rimarrò

fino a recuperare ciò che possa.

No, non me ne andrò.

Rimarrò

e fingerò

insolenza e ubriachezza,

la vecchia beatitudine.

Tornerò a Parigi per cercare

ciò che si è stinto.

Scaverò tra gli amici

ad ogni tavolo delle Aux Folies.

aspetterò a Stalingrado e nelle Fiandre

coloro che sono andati lontano.

Berrò e ricorderò.

Ricorderò

la nostra gioventù

e la nostra libertà,

tutti i maggio e gli ottobre.

Ricorderò

e mi ricorderò di loro.

A tutti noi

che eravamo giovani a Parigi.

Sì, tornerò e resterò

fino a recuperare ciò che possa.

Fino a trovarmi

o lasciarmi andare,

come la nostra gioventù.

Nadi, dicembre 2016

*

Lo que quede de mi juventud

Volveré a París a buscar

lo que quede de mi juventud.

Y si no hallo nada

ya no me iré.

Me quedaré

hasta rescatar lo que pueda.

No, ya no me iré.

Me quedaré

y simularé

insolencia y embriaguez,

la antigua dicha.

Volveré a París a buscar

aquello que se extinguió.

Escarbaré por amigos

en cada mesa del Aux Folies.

Esperaré en Stalingrad y Flandres

a los que partieron lejos.

Beberé y recordaré.

Recordaré

nuestra juventud

y nuestra libertad,

todos los mayos y octubres.

Recordaré

y nos recordaré.

A todos nosotros

que fuimos jóvenes en París.

Sí, volveré y me quedaré

hasta rescatar lo que pueda.

Hasta encontrarme

o dejarme ir,

como nuestra juventud.

Nadi, diciembre de 2016

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L’arte di navigare

È successo una mattina,

le tue mani erano guarite.

Di notte sognavi versi.

Sono stati scritti

in questa stessa pagina.

Hai recuperato i rudimenti

dell’arte della navigazione.

La Croce del Sud,

il sole, la manipolazione

del sestante.

E altre tecniche dimenticate

per raggiungere terre remote.

Conoscenza nascosta

negli interstizi del tempo

e abbandonato

per secoli.

Il riflesso delle nuvole

all’orizzonte.

La lingua

della nascita delle onde.

La traccia degli uccelli migratori

e l’ingannevole

silenzio dei cetacei.

Melbourne, novembre 2016

*

Arte de navegar

Ocurrió una mañana,

las manos habían sanado.

Por la noche soñaste versos.

Quedaron escritos

en esta misma página.

Recobraste los rudimentos

del arte de la navegación.

La Cruz del Sur,

el sol, el manejo

del sextante.

Y otras técnicas olvidadas

para alcanzar tierras remotas.

Conocimientos ocultos

en intersticios del tiempo

y abandonados

por siglos.

El reflejo de las nubes

en el horizonte.

El idioma

del nacimiento de las olas.

El trazo de las aves migratorias

y el engañoso

silencio de los cetáceos.

Melbourne, noviembre de 2016

**

Disperati

Erano i tempi dei disperati

in queste zone del diavolo.

Messo all’angolo

nell’angolo di un continente,

alcuni uomini si sono allontanati.

Ludwig Leichhardt partì per l’Ovest

con altri sette, muli e altro.

Il prussiano

evaporato in poche settimane.

Lo cercano ancora in deserti infiniti.

Burke e Wills sono andati a nord,

ventuno anime, 2.000 miglia più avanti.

Sono arrivati.

Poi la follia e la fame li avvolsero.

Nessuno dei due vide più Melbourne.

Là nella frontiera Ned Kelly

è stato assassino, criminale, eroe.

Al patibolo.

I proiettili schizzano ancora senza ferite

il suo spettro decapitato nella nebbia.

Melbourne, novembre 2016

*

Desperados

Eran tiempos de desperados

por estos lares del demonio.

Acorralados

en el rincón de un continente,

unos hombres soltaron amarras.

Ludwig Leichhardt partió al oeste

con otros siete, mulas y más.

El prusiano

se evaporó en unas semanas.

Aún lo buscan por desiertos sin fin.

Burke y Wills fueron hacia el norte,

veintiún almas, 3.250 kilómetros delante.

Llegaron.

Luego locura y hambre los cercaron.

Ninguno de los dos volvió a ver Melbourne.

Allá en la frontera Ned Kelly

fue asesino, criminal, héroe.

A la horca.

Las balas todavía salpican sin herir

su espectro decapitado en la bruma.

Melbourne, noviembre de 2016

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Songlines

Qui la terra è rossa

e il nome del morto

non viene pronunciato per un anno.

La intera terra è un labirinto

di versi e di note,

sparsi un tempo da loro

nei propri viaggi

perché gli uomini cantino

e non dimentichino chi sono.

La intera terra è una melodia

che guida gli uomini

attraverso l’ignoto,

come la stella del mattino

più tardi

sulla strada per il mondo dei morti.

Qui ‒ e anche lì, sospetto ‒,

la terra che non si canta

è una terra che morirà.

Sulla strada da Darwin ad Alice Springs, novembre 2016

Alice Springs

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Songlines

Aquí la tierra es roja

y el nombre del muerto

no se pronuncia por un año.

La tierra entera es un laberinto

de versos y notas,

esparcidos antaño por ellos

en sus travesías

para que los hombres canten

y no olviden quiénes son.

La tierra entera es una melodía

que guía a los hombres

a través de lo desconocido,

como la estrella matinal

más tarde

camino al mundo de los muertos.

Aquí -allí también sospecho-,

la tierra que no se canta

es tierra que morirá.

En camino de Darwin a Alice Springs, noviembre de 2016

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L’isola dei Morti

Un giorno si impara

che siamo tutti becchini,

esiliati su una rupe boscosa,

in attesa che la barca

porti uno ad uno

i nostri amati morti.

Sempre una tomba vuota,

sempre le lapidi a nord,

così le pietre fuggono dal vento

concepito alla fine del mondo,

mentre un raggio di sole porta

un po’ di quiete nel pomeriggio.

Sul chiaro promontorio

un altare per i più pregevoli.

Sulle versante in riva al mare,

quelli non tanti fortunati.

Ognuno sa

chi è chi tra i suoi morti.

Port Arthur, novembre 2016

L’Isola dei morti, vista da Port Arthur

*

La Isla de los Muertos

Un día se aprende

que todos somos sepultureros,

exiliados en un peñasco arbolado,

esperando que la barca

traiga uno a uno

a nuestros queridos muertos.

Siempre una tumba vacía,

siempre las lápidas al Norte,

así las piedras huyen del viento

concebido en el fin del mundo,

mientras un rayo de sol brinda

algo de sosiego a la tarde.

En el promontorio claro,

un altar para los más preciados.

En las laderas junto al mar,

aquellos sin tanta fortuna.

Cada uno sabe

quién es quién entre sus muertos.

Port Arthur, noviembre de 2016

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Canzone dell’occhio rosso di Yasur

Io e lei

alla fine

della Strada Dimenticata.

Alla fine

di noi.

Al riparo

dall’occhio rosso di Yasur.

Avvertiti

dai sospiri.

Io e lei

vagando

sulla pianura di cenere.

Alla fine

del nostro amore.

Spiati

dall’occhio rosso di Yasur.

Io e lei

nelle terre

di Frum e del kastom.

Alla fine

della Strada Dimenticata.

Spruzzati

giorno e notte

dalle lacrime

che cadono nel cielo

dall’occhio rosso di Yasur.

Imaio, dicembre 2016

*

Canción del ojo rojo de Yasur

Ella y yo

al final

del Camino Olvidado.

Al final

de nosotros.

Amparados

por el ojo rojo de Yasur.

Advertidos

por los suspiros.

Ella y yo

vagando

por la llanura de cenizas.

Al final

de nuestro amor.

Espiados

por el ojo rojo de Yasur.

Ella y yo

en las tierras

de Frum y el kastom.

Al final

del Camino Olvidado.

Salpicados

día y noche

por las lágrimas

que caen al cielo

desde el ojo rojo de Yasur.

Imaio, diciembre de 2016

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La sepoltura di Stevenson

In piedi davanti alla tua tomba bianca

vedo l’oceano che ti ha portato

e la giungla che ti ha protetto,

le montagne che forse

ti hanno portato in Scozia.

Vedo i capi samoani

ricevere le notizie

“Tusitala è morto”,

che è partito dalla casa di Vailima

una notte di dicembre.

In piedi davanti alla tua tomba bianca,

capisco i tuoi due desideri:

indossare gli stivali

ed essere sepolto

in cima al monte Vaea.

Pochi sono i papalagi

che hanno meritato le lacrime

in queste isole e in questi mari

saccheggiati senza ritegno

dalle piaghe dell’Occidente.

In piedi davanti alla tua tomba bianca,

grande Tusitala del Nord,

vedo le torce e sento

le braccia di duecento

solcando la terra in salita.

Il resto di Samoa si chiede

“che disgrazia ci è capitata”,

e nella dimora di Vailima

qualcuno prepara il tuo sudario

e veste i piedi nudi.

Arriva già il temuto mattino,

i tuoi ospiti ti accompagnano

e più forti trasportano

la bara sulla cima di Vaea,

la cima della tomba bianca.

Apia, dicembre 2016

*

El entierro de Stevenson

De pie ante tu tumba blanca,

veo el océano que te trajo

y la jungla que te amparó,

las montañas que quizás

te llevaron a Escocia.

Veo a los jefes samoanos

recibir la noticia

“Ha muerto Tusitala”,

que partió de la casa en Vailima

una noche de diciembre.

De pie ante tu tumba blanca,

comprendo tus dos deseos:

llevar las botas puestas

y ser enterrado

en lo alto del monte Vaea.

Pocos son los papalagi

que han merecido lágrimas

en estas islas y mares

saqueados sin descanso

por las plagas de Occidente.

De pie ante tu tumba blanca,

gran Tusitala del norte,

veo las antorchas y escucho

los brazos de doscientos

surcando la tierra cuesta arriba.

El resto de Samoa se pregunta

“qué desgracia nos ha caído”,

alguien prepara tu mortaja

y viste tus pies desnudos.

Llega la temida mañana ya,

tus anfitriones te acompañan

y los más fuertes cargan

el ataúd a lo alto de Vaea,

la cima de la tumba blanca.

Apia, diciembre de 2016

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Rolando Mariano Andrade (Buenos Aires, 1973) è scrittore, poeta, traduttore e giornalista argentino. È autore di Los viajes de Rimbaud (1996), Poesía Beat (2017) e Canciones de los mares del Sur, la sua opera più recente, pubblicata nel 2018 per le edizioni Buenos Aires Poetry. Ha collaborato al libro 20 anni senza Cortázar (Rivista Caleta, Università di Cadice, 2004). Ha lavorato in Argentina, Francia, Stati Uniti. Sue poesie sono pubblicate nelle riviste “Buenos Aires Poetry” (Argentina), “Poesía” (Venezuela),  “Literariedad” (Colombia), e altre. 

ORIENTI. Per Elio Grasso

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Di Orienti di Elio Grasso (puntoacapo edizioni, 2022) Anna Ruchat scrive: «In queste liriche verticali e orizzontali (che nulla concedono alla prosa), si ripete la dinamica astratto-concreto del poeta, ma questa volta in uno sballottamento di onde, in un mare in tempesta, e le parole non ci salvano, anzi ci dis-orientano…». Quindi parole estranee a un oriente preciso che presupponga una nascita. Orienti, infatti. Molteplicità di direzioni. «C’è modo di sapere, senza tagliare il tronco poetico e umano?». Forse non c’è modo, e questo libro lo testimonia. Ascoltiamo l’incipit di una poesia: «Difettano le cose / nelle grandissime distanze». L’inizio suggerisce un largo maestoso, che però delude, consegnandoci subito ad “estranee polverosità volanti sui crinali”. Ogni volta che il lettore affronta l’intransigente linguaggio poetico di Elio, è chiamato a una duplice sfida: seguire i suoni delle parole o affidarsi alle scie di senso che disseminano? In entrambi i casi si troverà perso perché l’oggetto poetico di Elio Grasso è uno specchio destinato a non riflettere una conoscenza interna o esterna: è talismano di parole nascosto sotto una lingua semplice e mai disarmata, estranea a prevedibili rifrazioni, occulta e limpida, meravigliosa nell’aprire mondi e misteriosa come una maschera che occulta il suo essere maschera. “La cenere sfaldandosi rimescola / antiche ombre che nemmeno scolpite / il tempo ha saputo lanciare / a questo riserbo decennale. / E le pietre dove sono capitate.” Questo ultimo verso ci lascia interdetti. Non è interrogativo, non è icastico: apre domande, senza proporre risposte: esiste, senza risolvere la vita. “Forse siamo, senza saperlo, i resti di un’Apocalisse”. E l’uomo, in questa Apocalisse? “Chi nasce dopo di noi sognerà l’oltremare / e forse le malattie spariranno, / mani straniere per antichissime rovine”. (M.E.)

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Dal sollievo di sollevarsi, in ogni

gesto tuo rinveniamo la venuta

al mondo, certe volte una ballata

o conseguente elegia dov’era la strada

immutata della guerra, e forse le sirene.

Radicale, e pure morbida, l’ombra

rimane ai piedi del folgorato monte

non più lontana della vetta riunita

al cielo uguale di tutti, d’improvviso

schierato e posto nell’alto folto.

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Difettano le cose

nelle grandissime distanze,

null’altro che estranee polverosità

volanti sui crinali e passi come graffi

sulla pelle mostrata che procede

da una parte sola scambiando

dimora per dimora.

Ringhiano persistenti ai confini,

un specie di lingua è nel mare

e vale con essa contare i respiri

alle belve.

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Avremo un tempo i cui i boschi saranno irriconoscibili. E, sotto ai muri, ugual sorte. Sulle lingue di terra molti avversari, deboli nelle loro credenze. Fortezza, alle nostre età, non ci fece straparlare, trepidi nell’anima e in nome ci siamo aggiunti all’epoca. Per vedere, spazio da vedere, ancora.

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Secolo aggiunto

Forse siamo, senza saperlo, i resti di un’Apocalisse.

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Elio Grasso