Alla fine del giorno porto le mie cose dentro un sacco
caricato sulla schiena, faccio le scale,
sento cigolare qualcosa.
Girato l’angolo, una o due voci,
aiutano a ritrovare
una soglia e a superarla
per entrare
dove l’aria ha qualche spostamento
quando poso libri, occhiali, conto i dislivelli,
sul bordo danno prova di pazienza
le mie cose, le ore trascorse formano un solido compresso,
le trame del giorno s’intrecciano, danno ancora una volta
una scintilla.
25-5-2022
Alzate luci sul viso, portate via l’ombra, i segmenti
più scuri, le acque torbide fuori
dal perimetro.
Sia chiaro il fondo, asciutto,
senza deviare
non c’è bisogno di passaggi, ancora passaggi,
prove, salti da una sponda a qualcosa,
– la finestra si è ritagliata un posto,
il clamore la circonda,
avanzano
come fossero due mani avverse.
20-5-2022
In fondo ho una brughiera e un giro antiorario
per trovare una porta e uscire
e c’è uno spazio dal confine
ben tracciato,
coperto da qualche nube bassa,
sembianze,
per un solo lato cespugli, erba piegata
e impronte
una pietra simile alle altre allineata
con uno sbalzo lieve.
14-1-2022
Nei mesi di canicola il segreto sta nel bere
con criterio, una certa dose al confine,
che permetta equilibrio e discussione
cogliendo il tempo di una lieve ebbrezza,
usandolo.
I materiali s’impastano e girano,
le poche ore di facce e di trambusto
vanno e vengono, si offrono e arretrano,
la mano si allunga, coglie,
si chiudono gli occhi per un attimo,
s’imbuca la strada dove gracchiano
le guide, stridono i microfoni,
la solita giornata di luglio,
le secchiate di ammoniaca
allagano la pietra
che si contrae e stride.
4-7-2022
Ora spengo, guardo le cose con la punta delle dita.
La nebbia è stata strappata,
i rumori diventano piccole frane,
gusci,
la faccia che non ho più visto
passava come sempre,
segnalava;
che cosa voleva esattamente:
un ritorno
una finestra dove bucava
con lo sguardo un altro,
inadatto, forse,
al tempo, ai confini,
e adesso, mentre ripete un nome
e lo soffia in una stanza,
cerca ancora un nido
e si affaccia al buio.
13-8-2022
Albino Crovetto nasce a Genova nel 1960. E’ fotografo e traduttore (Volodine, Jaccottet, Flaubert). Ha pubblicato poesie in rivista e due raccolte in volume, Una zona fredda (Niebo, La vita felice, 2004), e Imposizioni (Il Canneto, Genova, 2011). Alcuni suoi versi sono presenti in “Poesia”, 14, luglio-agosto 2022. Le fotografie in “Scritture” sono dell’autore.
Lascio. Lascio a te la lira creativa radioattiva quel che mi rimane. Risieda tra le tue membra fresche. Perdona il fardello di un presunto perdente e d’un certo e sicuro perduto. Fuggo da un mondo distante dal pubblico pagante, dal mio corpo volante. Fiaccola nella tenebra celebra l’inchiostro.
(L.P.)
Cristina Annino, Francesca Asfaltorosa, Leopoldo Attolico, Chiara Daino, Marco Ercolani, Alessandro Ghignoli, Stefano Marchica, Francesco Marotta, Alessandra Paganardi, hanno parlato di Lorenzo Pittaluga in “La dimora del tempo sospeso”, “Blanc de ta nuque” e “Viadellebelle donne” (aprile 2011)
F.M.
Il poeta di solito di dispone di un “laboratorio” nel quale prova e riprova la “solubilità” dell’enigma della voce, riconoscendo – perché ne ha uso e possesso – gli strumenti e la loro capacità di risuonare, la tonalità e l’estensione dei timbri utilizzati. In Pittaluga, invece, si ha la sensazione di un rapporto capovolto, a parametri rovesciati: è l’enigma stesso che si fa voce attraverso la corporeità/soggettività senziente del poeta, usata come cassa di risonanza e conduttore per manifestarsi – ma nella sua assoluta, pura “insolubilità”. Ha volte, leggendolo molto attentamente come sto facendo da un bel po’, ho l’impressione che lui abbia piena consapevolezza di tutto questo: una consapevolezza che dissemina nei testi sotto forma di ictus, di rifrazioni, di accumuli ingiustificati, di accenti distorti: quasi a voler dar conto delle modificazioni che il medium corporeo subisce, accompagnandolo o opponendo resistenza, nell’attrito di forze divergenti che lo attraversano.
M.E.
Metti in luce un nodo molto importante, sul quale ancora c’è molto da riflettere: il poeta che prova la solubilità dell’enigma nel suo laboratorio è un poeta che parte dai suoi mezzi, utilizza i suoi timbri, poi magari fa delle full immersion che lo sviano, lo inquietano, lo contraddicono, ma fondamentalmente traccia a se stesso la sua strada. Ma il poeta che dissemina di ictus, rifrazioni, accenti distorti, la sua poesia, come Lorenzo, è un autore che subisce l’attrito delle emozioni a un grado alto di ustione, ne è vittima, è poeta solo in quanto con le parole trova, cerca di trovare, spiragli nel buio sempre più fitto, è la poesia che lo parla, lo usa, finché lui la lascia fare. Sarebbe questo, io credo, il modo giusto per essere poeta, ma è molto pericoloso perché si rischia la dépense, il traboccamento, l’andare oltre. Il puro enigma. Cosa scegliere? A volte, io credo, un andirivieni dolente fra il laboratorio consapevole e l’officina alchemica inconsapevole.
C.A.
Pittaluga sa di avere due teste, quella fisica e un’altra che gli è spuntata nascendo, e nella superba composizione “Perché, per fare una poesia”, si ribella ( alzandone i toni, ingigantendoli dal basso, ballando sul niente del sugo, ribadendo che lui la spacca, la rovescia, la beve) a questo stato di natura sua, come uno che affoga s’attacca al fango. Sa che non ha scampo, ma la sua aspirazione a una normalità, a una qualunque normalità calma, viene espressa qui come un “a solo” magistrale. Io ci sento la Musica.
M.E.
Ribellione. Titanismo. Voglia di normalità. Intuizioni esatte, Cristina. Un grazie da lui. Da quella Musica sghemba che ormai neppure lui può più contraddire. “L’integrità del sogno dove amore imparo e vivo” resta integro sogno, per sempre.
A.P.
Una mente troppo sensibile per non essere instabile e troppo lucida per non essere poeta. Lorenzo Pittaluga è stato un incontro straordinario nella mia biblioteca, incontro che devo a Marco Ercolani e alla sua perizia di critico. Purtroppo non sono riuscita a incontrare Lorenzo anche nella biblioteca più importante, la vita.
M.E.
“Verranno nuovi poeti
e saranno i nostri figli
a cui abbiamo dato nozioni
e colore esatto.”
Quel colore esatto, pure se lacerato e urticante, ecco per questo si è dato e ci è dato Lorenzo Pittaluga, al di là della sua biografia.
C.A.
Quartine molto interessanti che sembrano programmatiche o schegge che poi Pittaluga avrebbe potuto distendere, sempre con convulsione visionaria, in una strutturazione più lunga (ad esempio altre poesie, comparse anch’esse nella Dimora). La stessa forza contorta, dolorosa e luminosa a dimostrazione di quanto la poesia non possa salvare nessun’anima, ma si disponga, malattia parallela, accanto al corpo /mente dell’individuo. Parlare di bellezza poetica, più agevole per i testi lunghi, qui è un fatto secondario, si pensa magari a quanto la sofferenza “strappi” a prezzo altissimo da un cervello, in certe condizipni e a tale livello, lamenti che stanno all’arte quanto il delirio sta al sogno.
M.E.
Bellissime parole, Cristina. Ti rispondo qui, dal mio Servizio, a un metro dall’armadio dove tengo i quaderni di Lorenzo. “Lamenti che stanno all’arte quanto il delirio sta al sogno”. E la poesia come “malattia parallela” allo stato di follia. La tua intuizione vede bene quanto non si tratti, per Lorenzo, di bellezza ma di spasmo, di sfigurazione, dentro un concetto di bellezza molto più ampio e complesso di quello che alle nostre eufoniche orecchie potrebbe apparire.
C.D.
Tra corse e rincorse [in ritardo, al solito: orologio circadiano *tarato* – dal Bianconiglio] ringrazio per inedito e Lorenzo amatissimo! Quel *colore esatto* che ci presenta: chi è sempre presente e rispunta, a sorpresa, per donarsi ancora… *il mio bagaglio di cute* è Nascita che resuscita: un Poeta. Un Poeta capace: vaso comunicante e sanguigno, nel perfetto volto di Dio. Se sapessi restituire la sua voce troppo acuta, i suoi capelli rossi, la sua maniacalità, la sua risata stridente, il suo concentrato furor scribendi, sarei un vero Poeta… Ma trascrivo i suoi versi, e quasi lo sono.
A.G.
Preparare la morte è un lavoro lungo e faticoso, una /quasi/ genesi che con Lorenzo Pittaluga non può che non passare attraverso la poesia, la sua parola che dice che perfeziona ogni volta di più il quadro, senza lasciare alla cornice il solo ruolo del contorno, ché ci ‘svela il mistero’. forse è questo che ci lascia così, tra lo stupefatto dei suoi versi e la forza di cambiare, di poter ‘tradire le ore i minuti’.
M.E.
A me è sempre sembrato che la cornice e il quadro, attentamente descritti e visti da Lorenzo, fossero possibili solo nell’atto della scrittura, e non altrove. È alla sua vita che è sfuggito l’uno e l’altro, e non si può scrivere così tanto, e così ininterrottamente, senza poi arrivare davanti al muro di questa assenza insopportabile.
S.M.
Ringrazio Marco Ercolani per la dedizione con cui continua a celebrare l’inchiostro di Lorenzo, la cui lira radioattiva, ma di sicuro creativa, continua a suonare per tutti noi. Ringrazio chi, come Marco, apprezza, riflette e reca la propria cura sulle pagine da vivere.
M.E.
Riflettevo, in questi giorni, all’etimologia della parola “cura”. Deriva da “kharis”, cioè da “grazia”. Ecco: la grazia che ho ricevuto da Lorenzo sono i suoi scritti, che oggi “curo” come in anni lontani ho curato lui persona viva. C’è, in tutto questo, un interesse profondo e completamente “disinteressato”. La “lira creativa radioattiva” è una metafora molto bella. Spesso si pensa, e anche giustamente, che il “folle” sia chiuso nel suo mondo, asserragliato nei suoi fantasmi, non troppo capace di “donare”. Questa poesia dimostra il contrario: per Lorenzo “la lira creativa radioattiva” è un dono che genera energie rivolte al futuro, mutazioni appunto.
L.A.
Qui siamo tra “il pudore e l’effondersi” come direbbe la Bettarini, in quella zona dell’espressione affatto reticente e nello stesso tempo pausata da una sordina umbratile, discreta . Non un solfeggio, ma l’appassionata persuasione di un linguaggio avvolgente e non invasivo, a cui non si può negare (credo) originalità e riconoscibilità.
F.A.
Avevo già apprezzato moltissimo Pittaluga nella sua versificazione breve, nei suoi lampi letterari qui in precedenza proposti. Non posso che rinnovare il mio gradimento per questo lavoro di cura dell’espressione dal percorso più lungo e complesso che rivela capacità di grande suggestione in un linguaggio consapevole della propria essenza.
F.M.
… capacità di grande suggestione in un linguaggio consapevole della propria essenza, dice Francesca. E infatti, gli inediti continuano a rivelare, e a confermare, un autore di grande maturità stilistica, supportato da una non comune – nel senso della padronanza e della chiarezza – coscienza della direzione da imprimere alla sua scrittura: un plurimorfismo strutturale di chiara matrice “sperimentale”, nell’accezione dantesca del termine.
M.E.
“Plurimorfismo strutturale nell’accezione dantesca del termine”. Non posso che confermare le parole di Francesco. Stupirmi che un ragazzo di nemmeno trent’anni, afflitto da gravi disturbi psichici, possa nella scrittura esercitare quella padronanza e quella chiarezza che nella vita gli erano così difficili, è un sentimento ormai assente. Ognuno, è la mia convinzione, vive dove può vivere, nella fessura che gli viene concessa. Lorenzo ha avuto l’occasione di essere vivo e forte proprio nella poesia. E i segni restano. Sono qui. Grazie alla “Dimora del tempo sospeso” non resteranno sepolti nella soffitta di una casa ma vivi nello sguardo curioso dei suoi lettori. La cosa più strabiliante, secondo me, è che non potresti mai immaginare una forma “diversa” da quella che la materia del suo canto di volta in volta gli “suggerisce”, o forse gli “detta”, gli “impone”.
F.M.
Credo che scrivesse sotto dettatura. Le fasi diverse della sua scrittura sono però molto precise e scandite temporalmente, influenzate dall’umore. Come un artista visivo che vive ora la geometria, ora il colore, della sua ispirazione. Certo che, a distanza di anni, è sempre meno evidente, nella sua poesia, la confusione della follia, ed emerge il rigore anche se inconsapevole della composizione. Come se, quando ti visita, la poesia dettasse le sue leggi. Punto e basta.
In Pietre anno IX, n. 1-2-3, gennaio-febbraio-marzo 1983, direttore Giuseppe Marcenaro
Dopo aver sprecato tanti anni a recitare parti mediocri in teatri di quart’ordine Ljuba è tornata a casa: viviamo insieme, ora, vive con noi anche mia madre. L’aria è irrespirabile perché non brucia bene la stufa. Fuori risuonano delle voci – adunate? assemblee? Ho lo stomaco vuoto. Esco raramente, uscire mi disgusta. La neve di Pietroburgo è putrida e preferisco soffocare nella mia stanza piuttosto che camminarci dentro. Ho dolori al torace, fitte acute e frequenti che mi tolgono il respiro. Ljuba esce a fare la spesa e torna dopo ore; le mani livide dal freddo passa pomeriggi interi davanti ai negozi con il terrore che, giunto il suo turno, tutto sia già stato venduto.
Io leggo, in qualche gazzetta, tiepide lodi al mio ultimo libro, plausi incerti e perplessi. Un critico attento giudica Mattina grigia un volume postumo. Non posso che concordare con lui: io volevo mettere assieme le poesie giovanili per dimostrare ai miei lettori che sono morto e che rivivere è impossibile. Non tormentatemi, lasciatemi tacere. Sono così stanco, in certe giornate, che dimentico quale colore avessero gli occhi di Ljuba ed è atroce per me, non ricordare che erano di un magnifico azzurro. I giorni della felicità e della rivolta sono rumori del passato. Dietro la marcia malferma dei rivoltosi, Cristo era solo uno spettro disegnato nell’aria da fiocchi di neve. Adesso, spente le fiamme degli incendi, il cielo è grigio La Nevà un fiume solcato da blocchi di ghiaccio. I cavalli che galoppano fra i canali non emettono un nitrito. La mia poesia è uno strumento troppo fragile – un violino forse? – spaccato da un colpo di zoccolo. La cassa è sfasciata, le corde recise, l’archetto giace nella neve. La musica è sparita e restano cadaveri privi di senso, la legna non brucia e riempie dii fumo la stanza, che aria irrespirabile, le adunate, le perquisizioni, i sequestri! Ljuba è invecchiata e litiga con mia madre. Io ho fame e quando scendo da letto mi muovo lentamente, una mano premuta sul cuore. Il poeta muore perché non ha più aria da respirare e la sua vita è priva di senso. Non è stata la pallottola di D’Anthès a uccidere Puskin ma la mancanza d’aria. Mia moglie mi sveglia alle due di notte e dice che lancio urla agghiaccianti. La mia casa è stretta come un pozzo. Il soffitto mura l’orlo del pozzo. A una lettura di versi, nello scantinato di un ristorante fuori uso, un giovane altezzoso parlava delle poesie di Blok dicendo che erano state scritte da un cadavere. Io, nascosto dietro la schiena di un amico, sorrisi.
Quando sono stato vivo?
Solo cercando di accordare la mia voce al ritmo della rivolta come una pietra, cadendo, si unisce al fragore della valanga. Solo quando, intorno a me, tutto bruciava, sapevo che era giusto. Anche la mia biblioteca venne ridotta in cenere, di Sachmàtovo restò un tiglio secco, tutta la proprietà fu arsa dal fuoco. Erano anni bellissimi. Mi ubriavaco, applaudivo le ballerine, ascoltavo romanze strazianti. Alle attrici che baciavo nei camerini lasciavo sempre il mio biglietto da visita. Volevo che dormissero con il mio nome sotto il cuscino. Erano anni di ebbrezza.
Sachmàtovo bruciata, mi acclamarono come un dio. Lessi I Dodici da una sala all’altra della Russia. Tutti mi ascoltavano ma nessuno mi parlava. sentivo gli applausi e le ovazioni di un pubblico eccitato dal ritmo febbrile del poema ma, in quegli applausi e in quelle ovazioni, non distinguevo il suono di una parola umana. Quale donna m avrebbe baciato se non l’avesse lusingata la speranza di leggere quel bacio descritto nei versi di un mio poema? C’era qualcosa di falso nella bocca delle donne come nelle braccia degli amici, quando mi cingevano con affetto le spalle.
Io sapevo tutto. Erano amici indiscreti e fedeli, attenti a spiare i miei gesti e la mia voce solo per trascriverli nei loro libri di memorie – testimoni della mia leggenda, penosi parassiti. Preferii voltare la schiena e non rispondere più alle loro domande, tanto li disprezzavo. Preferii essere giudicato un uomo mortalmente solo. È disonesto che un poeta già stanco e malato legga antiche poesie sapendo che sarà deriso da fischi impietosi quando la sua voce intonerà versi più sommessi. Fate parlare un altro, vi prego! Salga un altro sul palcoscenico e martelli l’uditorio con la sua voce metallica! Sulla scrivania, davanti al letto, ci sono dei fogli. Fogli bianchi. Perché Ljuba non li brucia? La stanza sarebbe meno fredda se da quella carta salisse del fuoco. Sono arrivati i vascelli? Non arrivano! Come possono arrivare? Bisogna avere speranza, non guardare l’orizzonte come si guarda il fondo di un pozzo. Io cerco l’ultimo atto della commedia. Deporre il mio viso – questa maschera che gli anni non riescono a coprire di rughe – nell’angolo di un cortile qualunque, perché vi giochino dei bambini sporcandola di polvere, lacerandola in mille pezzi nella foga del gioco.
So che nulla è più possibile. So bene come il cielo notturno sembri limpido a chi desidera uccidersi. Perché Ljuba non ha compassione? Perché non brucia I fogli strappando dal mio sguardo la tentazione di scrivere? La stanza sarebbe meno fredda e i pensieri meno caotici. Con il passare del tempo ho perso un’abitudine della mia giovinezza: fermare uno sconosciuto, in piena notte, e mettere un braccio sotto il suo; parlargli con dolcezza, forzarlo ad entrare in un caffè deserto, leggere nei suoi occhi il terrore di essere derubato; farlo sedere e e poi versare nel suo samovar un té caldo, ridendo della sua paura e del suo stupore.
Ma ora non cammino più di notte. La mia mano, cercando di aprire un cassetto, sprofonda nel buio. Come vorrei saper pronunciare le soavi e perverse parole sul futuro che certi personaggi di Cechov, baciando i loro cari, sussurrano con ipocrisia quando ha fine il racconto.
Quante volte, camminando a notte alta lungo i canali deserti, ho guardato l’acqua della Nevà pensando che si fosse appena increspata e richiusa sul corpo di un uomo! Quante volte ho avuto la sensazione che uno sconosciuto, offeso dalla vita e disgustato dal suo orrore, si fosse appena tuffato nella corrente gelida! Io mi affacciavo, il ventre piegato sul parapetto, e non vedevo nulla; sentivo solo dei pezzi di ghiaccio galleggiare nell’acqua smossi dalla corrente. Molti anni fa credevo che dovere dell’artista fosse sentire la musica di cui risuona l’aria dilaniata dal vento. Credevo che esistesse ciò che io volevo esistesse. Ma le illusioni sono crollate e ora mi trovo in questa camera fredda, con la voglia di tossire, torturato dal pensiero di essere in un pozzo stretto dove voleranno i corvi. Sento già il cielo da azzurro diventare nero perché si sono addensati insieme, guardano il mio corpo dall’altezza di venti metri aspettando il momento propizio per piombare sul mio petto e piantare i loro becchi sul mio torace immobile.
L’ossessione si placa, come il dolore, solo quando Ljuba mi tocca la fronte. Avrei bisogno di medicine ma fuori è buio e cade la neve. Neve, ghiaccio, farmacia. Non ho la forza di cercare una candela e di avvicinarla al vetro per vedere se la farmacia è aperta. Non ne ho la forza, resto a letto immobile, mentre Ljuba lava piatti e posate, litiga con mia madre…
Il solo verso che ho trovato in questi anni di silenzio non l’ho scritto io ma Kostantin Fet: lo ripeto ogni giorno verso le cinque del pomeriggio, come si ripete il nome di una sorgente, con la stessa dolcezza…
Qui l’uomo si consuma…l’uomo si consu…l’uomo si…
Con il passare dei giorni sono sempre più simile a mio padre. La mia stanza fredda ricorda la sua camera spoglia di mobili, il pavimento invaso da panni sporchi, pezzi di carta, fiammiferi bruciati. Lui restava immobile per ore nella stessa sedia, le mani ferme sulle ginocchia, le spalle dritte, la testa eretta, sognando che dalla stanza vicina un pianoforte suonasse l’Aurora di Beethoven. Le dita mi fanno male. Sono stanco. Anche le notti mi sembra che abbiano perso il loro candore. È la fine? Talvolta, quando potevo ancora camminare, il corpo mi cedeva all’improvviso e le gambe si piegavano. I muscoli di tutto il corpo erano colpiti da un sonno invincibile. Ma io non dormivo, i miei occhi erano spalancati benché le braccia fossero molli, svuotate di forza. Una volta, il corpo gettato sul marciapiede, un cucciolo mi lambì la guancia con la lingua (ero ubriaco)… Una bimba lo seguiva, la sentivo tossire, una tosse sorda, continua. Si chino verso di me, un ciuffo scuro sulla fronte, la gonna aderente alle ginocchia. Resto un attimo a guardarmi. Aveva sopracciglia nere, naso diritto, orecchie attaccate alle tempie, dimostrava nove anni. Io non riuscivo a muovere la testa, non dissi neppure una parola. Lei affondò la mano nel pelo del cucciolo, sorrise, avvicinò le sue labbra alle mie. Le senti fresche, sottili. Poi rovesciò la testa all’indietro, il ciuffo le sparì dalla fronte, gli occhi brillarono, la vidi ridere in modo osceno e sfrontato, come la bambina sognata da Svidrigajlov la notte del suicidio…
È notte ovunque. Alle sei di sera. Alle sei del mattino. Notte ghiaccio neve farmacia. La farmacia è chiusa. Il lampione manda una luce giallastra. Sento dei rumori sordi venire dal salotto, come se un coltello affondasse nella stoffa. Ljuba è sulla soglia, grida. Cosa succede? le sussurro con calma. Lei tace. Vedo un giovane e un vecchio entrare nella mia stanza, hanno giubba e calzoni grigi, una cintura di cuoio alla vita. Senza neppure guardarmi affondano le mani nei fogli sparsi sulla scrivania e, vedendo che sono bianchi, li gettano via con un gesto di rabbia. Scaraventano la lampada a terra, forzano i cassetti con un cacciavite, distruggono la serratura dell’armadio con la punta di un coltello, frugano nella biancheria e fra i vestiti tagliando e strappando, come se cercassero qualcosa. Uno di loro arriva a palpare il guanciale dove appoggio la nuca. Mi sento sollevare la testa. Perché non andate via? Siete vivi? Vi sto sognando? Se cercate manoscritti da incriminare frugate altrove: qui si parla di usignoli e di bellissime sconosciute. Non sentite che l’aria è irrespirabile, che la stufa manda un odore acre? La legna è cattiva. Si può ancora vivere? Il pozzo è stretto, i corvi immobili sull’orlo, ma non sembra che vogliano aggredire. Da quando hanno bruciato Sachmàtovo e tutti i castagni del bosco sono stati arsi dalle fiamme non cii sono più alberi buoni, da cui ricavare il suono di violini. Uscire a raccogliere legna significa portare a casa qualche ramo nero e umido di neve che, bruciato, non darà altro che fumo, fumo acre, irrespirabile.
Voglio aprire una lettera, fra le tante cadute dal tavolo. (Loro sono andati via, sono solo). La lettera porta la data di qualche mese fa. Non ci sono, dentro le pagine, quelle frasi umili e false con le quali uno scrittore esordiente presenta al celebre poeta i suoi versi mediocri. Forse – e sarebbe la fortuna più grande – tu, che mi scrivi, non sei ancora un poeta ma vivi per esserlo. Sarebbe possibile, dopo tanti anni, che qualcuno desideri la mia amicizia e mi scriva solo pe rquesto? Vorrei crederti quado dici di volermi vedere ma ho paura di crederti. Comunque, ti aspetto. Se vieni mi farai piacere. Sarebbe bellissimo vedere spalancare la porta con un gesto sicuro, e tu avvicinarti al mio letto per aggiustarmi la nuca sul cuscino perché da qualche giorno il collo mi fa male. Le tue dita sono fresche, gentili. Come è giovane la tua mano! Forse non hai ancora vent’anni. Prega con me per la pace e per la libertà della Russia che ci sono tolte e che sono indispensabili all’armonia del poeta. Prega non per la pace esteriore ma per quella creativa, non per la libertà puerile di muoversi ma per quella segreta di creare. Il poeta muore perché non ha più aria da respirare e la sua vita è priva di senso. Non è stata la pallottola di D’Anthès a uccidere Puskin ma la mancanza d’aria. O D’Anthès.… (ME.)
La forma dell’essere umano, la strada che intraprende, il luogo dove vive: Seghers mette tutto questo in gioco e per questo ci turba. Categorie come la sicurezza spirituale, l’accecamento, l’esilio, contestate e sminuite, si perdono in uno sforzo estremo dell’attenzione artistica…
Questa messa in discussione è inappellabile: il colore – armonia possibile, possibile sogno di forme – viene negato in anticipo, mentre il contorno naturale delle cose – la roccia, ad esempio, con il suo aspetto facilmente percettibile, punto d’appoggio istintivo dell’intuizione religiosa, sbocco degli dèi sulla terra – è cancellato, eroso, scisso dall’una all’altra incisione attraverso qualcosa di bianco e di immateriale. Questo fondo, verso il quale Seghers ci conduce, non è forse l’informe, l’eclisse del progetto umano? Si pensa ai colpi di gomma di Giacometti: più che al dettaglio di un aspetto, portano all’apparenza pura, cercando di liberarla dalle categorie della vista. Seghers e Giacometti bruciano le navi dell’uomo. Ciò che rappresenta è vero al di là della parola che lo pronuncia. La parola, come il riflusso che cancella, si accorda alla notte.
Alberto Giacometti
Hercules Seghers
In Seghers, al termine di questo cancellamento delle cose, nel momento in cui lo sguardo indotto in confini ossessionati da forze incontrollabili quasi dispera dei poteri dell’uomo, la forma paradossalmente ritorna… Attraverso questa presenza povera, rasoterra, al più basso grado del visibile, si disegna il vero cammino di una terra che avvolge l’umano, poeticamente abitata…
I pittori informali disegnano le crepe del muro, l’aprirsi della pietra sotto le radici dell’albero, la sua progressiva appartenenza alla casualità della roccia. Ma tutto questo accade al sole di un orizzonte la cui bellezza razionale è sufficiente a mantenere l’illusione di un essere-in-sé della Forma; e, se la fragilità umana è voluttuosamente ammessa, è ammessa solo dando valore assoluto alle categorie che la pensano.
Seghers non ha nessun tipo di attenzione per questa tradizione romantica. …Nell’epoca di Vermeer, che assolutizza le apparenze, nell’epoca di Rembrandt che se ne distrae, occupato dalle sue stravaganti ricerche di psicologia spirituale, Seghers è un isolato. Solo Elsheimer, nei suoi disegni venuti recentemente alla luce, ci suggerisce, come direbbe Rimbaud: Ho visto. Solo Elsheimer, come Seghers, contempla faccia a faccia questa presenza nella montagna e nell’albero: questa vista o salva o conduce alla follia.
Hercules Seghers
Da quando Gallileo guardò ingrandire nelle sue nuove lenti il suolo screpolato della luna, la coscienza ha cominciato a comprendere che la forma non era ciò che sembra a Dante e a Raffaello: non era la realtà ultima dell’essere. Ma semplicemente la nostra scrittura – le nostre aperture, le nostre strade incompiute, il nostro vento. Potremmo sviluppare questa scrittura in modo felice, non mettendola in quanto tale in discussione, senza prima assumerci, con un’immersione al di là dell’apparenza, il diritto verificato di pretenderlo?
Poussin, che studiò con passione la musica antica del numero, prende un pugno di terra e dice – Ecco la Roma perduta – Questa terra che appare nei suoi ultimi quadri – Polifemo, Orione cieco, Apollo innamorato di Dafne – si confronta a ciò che Seghers ha sostenuto, povero e solo, nei fasti del secolo d’oro.
Hercules Seghers
Una certa musica, di presunto diritto divino, – che trionfa nel Concerto di Giorgione e si incupisce in Leonardo da Vinci, diventa ornamento nel manierismo, si tende e spezza nelle dissonanze di Michelangelo, ma rinascendo sempre come unica dimora, unica nave – ha fine per sempre. È a partire da questo silenzio, ormai, che la verità dell’arte prenderà corpo. Si comprendono meglio, indagando il segno di Seghers, gli alberi di Fragonard, dalle cime pericolanti come frammenti di ghiaccio; ed i visi ossessionati, travolti, che dipinsero Géricault e Goya.
Si comprende la follia, la cui ambiguità si profila nel divenire di quest’opera.. Quando l’equilibrio non è più che formula soddisfatta, lingua impietrita, artificiosa chiusura, e non sussiste più che il vuoto, la massima ambizione dell’artista può scivolare nella malattia per portarsi a contatto del limite invisibile in cui i segni cambiano senso. Ci sono momenti in cui il sintomo può essere la forma vuota di questa pienezza che, in tempi arcaici, si definiva positivamente come simbolo e nei quali la nuova armonia non può che farsi udire nella sincope dell’ordine e della forma stabiliti
Hercules Seghers (Haarlem, 1589 – Amsterdam, 1635) influenzò con l’opera grafica dei suoi ultimi anni Elsheimer e Rembrandt. Innovò la tecnica dell’acquaforte e dell’acquatinta. Non ebbe imitatori e non appartenne a scuole. Morì in circostanze tragiche. Ubriaco, cadde e si fratturò il cranio. Fra i titoli delle sue opere: Ai limiti del bosco, Paesaggio con rocce aguzze, Paesaggio fluviale con rocce, Paesaggi con abete.
*Hercules Seghers, di Yves Bonnefoy, è pubblicato in “L’Ephémère”, 2, aprile 1967. Traduzione di Marco Ercolani in “Fanes”, 2, giugno 1990, ora in “Scritture”.
Da Preferisco sparire. Dialoghi con Robert Walser (1954-1956)
Questa pagina è il finale del libro e segue immediatamente Contemplazione, il breve foglietto che, nella finzione narrativa, viene donato da Walser a Weiss come esempio ultimo della sua scrittura. Preferisco sparire è stato pubblicato, nel 2014, dalle edizioni Robin (M.E.)
Hai letto? È tutto quanto ho scritto negli ultimi vent’anni a Herisau. Ora basta, con la mia risposta e con la tua curiosità. Basta con la scrittura, la paura, il dolore. Perché a Waldau scrivevo e a Herisau ho smesso? Risponderò semplicemente: sono molto, molto peggiorato. Nessuno mi ha più visto con una penna in mano. Dopo Waldau non mi sono più interessato ai miei libri ma alla mia follia. È quello il mio unico libro, e non vorrei che mi sfuggissero le frasi migliori. No, nessun inferno: è un vivere sottovoce, dentro la trasparenza di me, un po’ come Bartleby nel grande ufficio da cui non volle muoversi più. Siamo tutti vuoti, nel momento stesso in cui ci dedichiamo alla scrittura. La scrittura è soltanto l’incarnazione della vanità, è nulla. Io rinuncio in tutto e per tutto alla mia vanità. Perdo le parole, sacrifico me stesso, mi salvo. Si dirà che scrivo in segreto quando nessuno mi vede, anche dentro le suole delle scarpe. Se fosse vero, e questa è la grazia, mi dimentico di farlo. Dimenticare è salute. Ricordare, solo ossessione e mania. Tutte queste cose, adesso, le mura dell’ospedale, le facce dei malati, ho l’impressione che si accartoccino. Ma non c’è nessun incendio, solo che si trasformano e le osservo trasformarsi. Non mi sento tranquillo. Sì, certo, intrecciando canestri, annodando pacchi, leggendo vecchie riviste, conversando con te, mio innocuo scienziato, mi calmo. Capisco che tutto è sonno e non mi impongo nulla. Il mondo mi invita a diventare lo zero che sono, a non avere speranza. Appena inizio a sperare, le cose finiscono per essere troppo vive, per ardere come puro fuoco. Ma dopo bruciano, oh pena e orrore! No, mai, basta col fuoco!
Fischietto impassibile, il largo cappello bene aderente alla testa, così i pensieri non volano via come api. Cammino nel freddo Nel freddo cammino. Non devo vederti più, non voglio vederti più. Buon Natale, Weiss.
*Quest brevi pagine, nella versione originale e nella traduzione in francese di Sylvie Durbec, sono, nella finzione del libro, l’unico foglietto che il vecchio scrittore Robert Walser consegna al giovane psichiatra Karl Weiss come testimonianza della sua scrittura nel manicomio di Herisau. Preferisco sparire è stato pubblicato, nel 2014, dalle edizioni Robin (M.E.)
Contemplazione
Vedo di fronte a me così tanto tempo, non posso ingannarlo se non con un artificioso trastullo, sono lieto di tutto cuore di aver trovato questo passatempo. Non mi si vuole, né mi se può dare un’occupazione, non si ha bisogno di me, sono completamente al di fuori di ogni necessità, ebbene, allora sarò io a servirmi di me stesso, sceglierò da solo il mio scopo e mi considero sufficientemente portato per svolgere qualsiasi lavoro, fosse anche il più strano ed inutile. Sono robusto e pesante e pieno di sentimenti, e di capacità pratiche non comuni. Per quanto possa anche essere miserevole la mia attuale condizione in questa Herisau, io mi sento comunque stranamente libero e coraggioso, e il mio cuore è abile nello scovare pensieri consolanti. Solo di tanto in tanto, per dirla apertamente, mi sento triste e privo di speranze, penso al mio futuro come a qualcosa di perduto e di oscuro, ma si tratta solo di momenti, e nulla di più.
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Chi dice sentire dice memoria, chi dice memoria dice movimento, chi dice movimento dice quella concretezza piantata da qualche parte, che prende slancio da un punto preciso, Le belle nuvole fuggitive grandiose non sono attaccate a nulla e quindi non producono nessuno scuotimento, Ci sono montagne di nuvole e fortezze di nuvole la cui posizione ha qualcosa della noncuranza dei cigni che ruotano, dell’indolenza di donne che si lasciano andare a un sorriso, a un gesto. Le variazioni del bello e del sublime culmina non una docilità silenziosa e totale, come accade per idee elevate, opere di pietà di giustizia o d’amore. In un silenzio inudibile il più maestoso dei concetti si allontana, soffiato via dal buco arcaico dove scaturisce il vento.
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In questo istante, per esempio, gli alberi sono scossi dal vento per la ragione, immediatamente impercettibile, che sono perseveranti, Nella misura in cui i rami si rilasciano, può nascere quel senso di scuotimento. Se non fossero ben radicati non si potrebbe parlare delle loro foglie e di conseguenza non ci sarebbe ragione di sentire nulla,
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Non si sveglia mai. Vive solo nel sonno, Cresce ma continua a dormire, Vive negli ospedali. Io lo vedo mentre dormo ,io povero calzolaio, amico di amici(lui non ha né padre né madre). Mi chiedo cosa stia sognando. Non lo so, Ma lui preferisce non svegliarsi. All’età di sedici anni, ne sono testimone, finalmente muore. Forse è andato a riposare in qualche altro regno, senza lasciarci un cenno.
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I pittori, la materia del mondo la appiattiscono nella tela con bellissimi colori e lì la guardano stupiti. Fissano mappe, cartografie,mondi paralleli, sfaviillanti. Non si accorgono che fuori si è già scatenato l’ultimo temporale della terra, che nessuno è più vivo e che stanno decorando l’interno delle loro tombe con offerte segrete. O forse se ne sono accorti,lo sanno da sempre e sorridono proprio per questo.
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Mentre camminava per le coline, da ore e ore, si accorse di stare sognando e cercò di svegliarsi, ma fu inutile. Continuò a camminare per boschi e radure senza sentire la fatica, e quando una donna lo guardò e gli sorrise, non provò nessun rimpianto per il mondo nel quale non riusciva a tornare.
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La musica non gli piaceva. Per lui era così bello non sentire suoni. Ma un giorno fu costretto a rimanere dietro una cascata e da allora capì tutti gli incantesimi che possono essere generati dalla fresca, ininterrotta dolcezza del suono. Come faranno,i libri, a restituire quell’incanto se non mancandolo sempre? Se non restarsene muti a desiderare quel suono?
*
Ci si chiede perché non sarebbe necessario trovare una finestra perché un paesaggio abbia un senso, Senza delle finestra da cui possa essere visto tutto questo mare di campi e di alberi è una musica indefinita senza strumenti.L’arte di quale fuga?
**
E si ritrova dove non credeva di essere, tante ipotesi sul tappeto, un passato che parla il suo interrotto futuro.
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Di certe vite che si vedono sommerse non si devono piangere mai, sono opere delicate, nomi interrotti, Occorre guardarle dal vetro ma senza gridare.
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Tutto questo sparire è un essere molto chiari nella notte e nel sonno, è dimenticare il respiro sulle rive del fiume.
Non avere quasi nulla. Terra senza di noi, da vedere a notte alta, sognando.
Resta il segreto della terra fresca,il foglio trovato per caso, dentro una pietra spaccata. Ma non è una pietra. Guardala bene: è un diamante intatto.
**
Studiare la paura riga per riga: diari di poeti, viaggi,vertigini, nuvole sparse. Così la gioia.
Tutto ancora esiste.
Specchio di quando smetterà di esistere.
**
Cantilena
che trascrivo con frasi dettate
da questo mio dio nelle dita
e sparisce il mondo fuori
neve monti giardini
ripeto la cantilena
termino il libro
poi esco nel mondo vuoto
**
Una bella aria
che al cielo stellato mi faccia salire
dal folle frinire
nella terra cara
**
Scrivere
noi
percorrere
noi
che domani non saremo più noi
pregare il mondo
perché nulla di quello che esiste
fermi i nostri pensieri
focili fiori delicatissimi del futuro
Non essere
più.
**
Cado in disparte
nn triste
odia i tristi
il mio sorridente dio
Contemplation (traduzione di Sylvie Durbec)
En face de moi, beaucoup de temps. Je ne peux le tromper qu’avec un jeu artificiel, je suis bien content d’avoir trouvé ce passe-temps. Personne ne veut ni ne peut me donner une occupation, personne n’a besoin de moi, je suis totalement inutile. Alors c’est à moi d’être utile à moi-même, de me choisir un objectif tout seul, et je me sens capable de développer une occupation quelconque, fut-elle la plus étrange et la plus inutile. Je suis robuste et fort, plein de sentiments et de capacités pratiques peu communes. Pour autant que soit misérable ma condition actuelle à Herisau, je me sens toutefois étrangement libre et courageux, et mon cœur est habile à débusquer des pensées consolatrices. De temps en temps, pour dire les choses ouvertement, je me sens triste et sans espérance, je pense à mon avenir comme à quelque chose de perdu et d’obscur, mais seulement par moments, rien de plus.
Qui dit entendre dit mémoire, qui dit mémoire dit mouvement, qui dit mouvement dit cette réalité plantée là qui prend son élan à partir d’un point précis. Les beaux grands nuages fugitifs ne sont rattachés à rien et ne produisent aucun bouleversement. Il y a des montagnes et des forteresses de nuages dont la position ne tient nullement compte des cygnes qui nagent, de l’indolence des femmes qui se laissent aller à un sourire, à un geste. Les variations du beau et du sublime culminent en une docilité silencieuse et totale, comme c’est le cas pour les idées élevées, les œuvres de piété, de justice ou d’amour. En un silence inaudible, le plus majestueux des concepts s’éloigne, rejeté loin du trou archaïque d’où jaillit le vent.
En cet instant, par exemple, les arbres sont secoués par le vent, du fait, immédiatement perceptible, qu’ils sont persévérants. Dans la mesure où les branches s’abandonnent, ce sentiment de secousse peut naître. Si les arbres n’étaient pas bien enracinés, on ne pourrait parler de leurs feuilles et par conséquent, il n’y aurait aucune raison d’entendre un quelconque son.
Il ne s’éveille jamais. Il ne vit qu’en dormant. Il grandit mais il continue à dormir. Il vit dans les hôpitaux. Je le vois bien tandis qu’il dort, moi, pauvre cordonnier, ami de ses amis (lui n’a ni père ni mère). Je me demande à quoi il rêve. Je ne le sais pas. Mais lui, il préfère ne pas se réveiller. A l’âge de seize ans, j’en suis témoin, enfin il meurt. Peut-être est-il allé se reposer dans quelque autre royaume, sans nous laisser plus de signe.
Les peintres aplatissent la matière du monde sur la toile, en de très belles couleurs et ils la regardent frappés d’étonnement. Ils contemplent des cartes, des mappemondes, des mondes parallèles et brillants. Ils ne s’aperçoivent pas qu’au dehors s’est déchainé le dernier orage de la terre, que tout le monde est mort, pendant qu’ils décorent l’intérieur des tombeaux avec des offrandes secrètes. Ou s’ils s’en sont aperçus, ils le savent depuis toujours et sourient justement à cause de ça.
Pendant qu’il marchait dans les collines, depuis des heures et des heures, il s’aperçut qu’il rêvait et chercha à se réveiller. Mais ce fut inutile. Il continuait à marcher à travers bois et clairières, sans ressentir la fatigue, et quand une femme le regarda et lui sourit, il n’éprouva aucun regret pour le monde vers lequel il ne réussirait pas à revenir.
La musique ne lui plaisait pas. Pour lui c’était aussi beau de ne rien entendre. Mais un jour, contraint de rester derrière une cascade, il comprit dès lors tous les enchantements que peut générer la douceur ininterrompue et fraîche du son. Comment feront les livres pour rendre cet enchantement sans le réduire ? Si ce n’est en restant muets pour nous le faire désirer ?
Il se demande s’il ne serait pas nécessaire de trouver une fenêtre pour que le paysage ait tout son sens. Sans les fenêtres d’où il peut les voir, cet océan de champs et d’arbres est une musique qui n’est pas jouée. Art de quelle fugue ?
Et on se retrouve là où on ne croyait pas être, autant d’hypothèses en jeu, un passé qui parle d’un futur ininterrompu.
De certaines vies qu’on dit souterraines, on ne doit jamais pleurer : ce sont des œuvres délicates, des noms interrompus. Il faut les regarder par la vitre, mais sans crier.
Toute cette disparition a une existence très claire dans la nuit comme dans le sommeil, comme oublier de respirer sur les rives du fleuve.
N’avoir presque rien. Terre sans nous, à contempler en pleine nuit, comme en rêve.
Reste le secret de la terre fraîche, la feuille trouvée par hasard, une pierre brisée à l’intérieur. Mais ce n’est pas une pierre. Regarde-la bien : c’est un diamant intact.
Etudier la peur ligne à ligne ; journaux de poètes, voyages, vertiges, nuages épars. Ainsi la joie.
*Nel 2014 Maurizio B. si esibisce a Contemporart Hospitale d’’Arte, recitando un suo racconto in versi, accompagnato da una voce femminile e da una chitarra: questo è il testo del suo racconto-poema. Contemporart Hospitale d’Arte (Villa Piaggio, Corso Firenze 24, Genova, www.contemporart.eu) è un’associazione che ospita eventi di musica, teatro, danza, readings poetici e filosofici, incentrati sul tema arte e diversità. Tra le sue iniziative l’inaugurazione di una “Biblioteca Bandita”, destinata a raccogliere libri e testi sommersi di arti e scritture irregolari.
Gustavo Giacosa
FATICA NON NEMICA
Di Maurizio B.
La fatica non nemica fa parte
di lei, della vita…
*
Bùttati.
E sia, anche se il calcolo mi da’ come sicuri grossi danni. Urlo come un samurai e mi butto. Terrore, magia, i rovi mi accolgono come le braccia di una madre e dolcissimi mi accompagnano a terra, certo loro me lo avevano detto, ma tu va’ a capire. Apro gli occhi, profumo di humus mi accompagna, mi porta a casa. he mi prende? Perché bisogna partire?
Alzo gli occhi, lo zaino mi parla: è un giorno di bagagli, questo; il pensiero rassegnato. Preparo cibo e caffè, abbigliamento tecnico e anche Damina, il cane, capisce che non tira aria buona.
Siamo pronti. Via. Poche gocce ma grosso vento caldo. Burrasca, dettaglio marginale.. Comincia il finimondo ma è notte di bagagli. Un pensiero, perché? Come se sia dato all’uomo di conoscere le risposte.
Ricevo l’invito di una mulattiera, non la conosco ma è il Percorso. Pioggia, case buie e luci gialle, un filo spinato mi strappa i calzoni. Discesa e di nuovo sulla via, sono passati i taglialegna. Sento un fiume è gonfio ma già sono bagnato, il problema è uscire. L’acqua alle ginocchia lo percorro, finisce il muraglione, esco.
il cane piange, non ce la fa. Torna dentro. Piange. Arrivo, amico canide, ma non ti piacerà. Lo agguanto per la collottola, insieme tra i flutti. Mi merito un po’ di caffè.
Di nuovo sulla via maestra e nuova mulattiera, si sale ma l’acqua è tanta. Vuoi vedere che è scoppiata una fogna? Affermativo: troppa acqua, troppa puzza e bucce di arancia. Scendo e continua il finimondo. Riscendo e continua. Il cane e io bagnati.
Sono a Sestri, cerco una sosta, sono al porticciolo. Baracche e tettoie, un angolo nascosto, sento odore di morte. Un rampicante troppo cresciuto conferma: questo uomo più non è. Per quanti anni ho sentito questo odore prima di capirne il messaggio: queste cose hanno perduto il loro amico, aspettano un nuovo prescelto.
Prendo fiato, rispettosamente in piedi, intanto la pioggia cessa. Bacio, il caffè. i muovo lento, stralunato, non vedo niente che mi stimoli in qualche modo. Come si fa a smettere di fumare? i tornano i pensieri, non so chi li ha scritti però parla il Custode, nome dai molti significati.
Qualcuno mi ha guidato fino alla stazione di Varazze. Il cane trova subito il ristorante, molte persone mangiano, adesso mi viene da pensare che doveva essere l’ora di pranzo. Damina si fa invitare, mangerei anch’io, ma vado via, cammino un po’ verso ovest; la sento dietro di me, ha mangiato e io sulla panoramica vista mare prendo un po’ di caffè.
Cammino sull’Aurelia e tanto per cambiare cerco una sosta, sono stanco, ho anche sonno. Trovata in mezzo ai lentischi. Solitudine e conseguente meditazione portano a cercare nuovi sbocchi o strade dove poter esprimere la spiritualità/realtà emotiva. A questo punto nasce infatti un impulso cerimoniale che potremmo definirei come una ricerca di un dialogo con il circostante. È così che gesti consueti acquisiscono una valenza comunicativa consentendo una espressione della realtà emotiva e una interiorizzazione dell’esterna. Questa modalità inconsueta di espressione porta l’essere umano a porsi alcuni interrogativi sulle invece consuete modalità comunicative. La parola sotto le varie forme di discorso, discorso, dialogo, canto. L’arte ingenera danza, pittura, lo sport come espressione di ricerca dei limiti.
Quante cose vanno perdute quando si instaura quello che da un lato può essere letto come un sovraccarico di informazione? Quale differenza tra la persona che ripete per anni lo stesso gesto (ballerino o atleta?) e un’altra che da semplici azioni ricava poche misurate parole?
Giunge il sonno nel profumo d’erba, è garantito un buon risveglio, un sereno cammino. Sono di nuovo qua, di nuovo io. Come sarebbe bello se la luce di una candela fosse sufficiente per scrivere. La lampadina mi ferisce. Un sacco di cose mi feriscono. Ho voglia di tornare a Mornasco, la più grossa cinghialata della mia vita. Non è una scelta facile. Il primo dovere della mia vita è cercare di star bene quindi – stai con Raffaella, mi dico. C’è una difficoltà: da troppo tempo una parte di me attende uno spazio di espressione. La mia regola della giusta misura mi impone di tenerne conto. Il pericolo è quello di avere necessità di uno sfogo disorganizzato. Ci vuole cautela anche nel reprimere parti di se stessi che disturbano la quiete, scomode.
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Lontano
nel nulla
ti sembra
vedere tornare la vita
componi te stesso
respiri
con gli occhi fai grande
più grande
questa nuova venuta
nebbia infinita
lontano
nel nulla
ti sembra
comporre la vita.
**
Il cucciolino abbaia. È’ pieno di difetti, uno dei miei amici canidi. Per esempio mi mangia le ciabatte e ruba, però fa bene la guardia. Quando dormo, amici o nemici nessuno può passare vicino alla casa senza che io ne venga informato. Poi torna, cerca le coccole, è il suo modo per raccontarmi tutto. Ha abbaiato, fatto grr e l’intruso è velocemente entrato in casa sua.
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Comunque, nonostante tutto, la loro compagnia non è bastata,
La solitudine mi ha fatto male
lame alla gola
di chi ferma
il respiro dell’amore
il custode aspetta
solo una vita
solo un lavoro una fatica
senza che appaia
visibile un segno, un senso.
Per piccole o grandi spalle
piccola o grande fatica, segno..
Senso. Verità.
Sennò, dove cercare senza
sapere cosa?
Qualunque e dovunque ma
troppo grande per piccoli
occhi la triste verità.
ci resta un po’ di cibo
il tenero germoglio
sempre che sia nato
Di un nuovo futuro.
**
Vivrà soffocato da tanta malerba? Possibile che essa diventi per lui fertile terriccio, prezioso nutrimento? Questo lo stato d’animo. D’altronde la civiltà occidentale è in decadenza economica e morale. Certo il progresso è un processo positivo ma, insieme a tutte le conquiste di cui posiamo godere, il nostro percorso ci ha portati a dimenticare qualcosa di essenziale. Prova ne sia che non vi è un rimedio a tutto un sacco di storture. Mordi la prima mela non funziona, il Carpe diem è distruttivo. Ci vuole empatia, affetto, per tutto ciò che ci circonda, non importa il prezzo.
**
Una carezza e…
torna la vita
una ciocca sul viso
e senza vedere
so ciò che mi aspetta
una pelle di seta
e senza spere
vicino un calore un sapore un cadere
un amore
Aspettare finire la notte
e solo potere vederti volare
solo sognare.
una carezza e…
Raffaella dorme, i miei sentimenti vegliano.
che devo fare?
Dove trovare lo spazio per un piccolo re?
Datti tempo, mi direi, ma quanto?
La mia vita è un punto interrogativo, posto che esistano vite certe.
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Una buona giornata, che mi porta a una sera dai mille dubbi, mille rigagnoli di unico grande lago: che fare di questa mia vita? Che fare, alla luce dell’inversione del pensiero di Cartesio? E di una diversa interpretazione dei vangeli? Della rivelazione animista? Dell’utilità di parte della filosofia orientale? Troppe domande. Per ora ritengo di accontentarmi di una: chi sono? Un tagliaboschi, un raccoglitore di more o il Custode del Tramonto? Un San Francesco? Mi torna utile riordinare alcune direttive primarie figlie della saggezza dei 50 anni. 1. Stare bene (leggi evitare ricadute psicotiche) per me, i mie figli, i miei cari, tutta la società civile. 2. Pagare la mia indole che non sopporterebbe l’eterna attesa (leggi rischio suddette ricadute). Non posso vivere senza il bosco, non posso stare bene se mi isolo troppo. Ho chiaramente bisogno di conciliare queste due verità. Per il momento la questione cruciale è la casa in vendita.
Devo trovare una giusta dimensione in entrambe le possibilità, che si venda o no ogni momento è una ripartenza, un divenire. Di nuovo qua di nuovo io. Sospeso ascolto, interpreto. L’eccesso di interpretazione è un sintomo psicotico ma non mi sembra questo il caso, manca completamente il delirio di onnipotenza, anzi, mi sento piccolo come piccoli sono effettivamente gli uomini. Diminuire a coscienza di sé è il modo per meglio comprendere quello che ci circonda, esseri umani compresi. Il mondo è invaso da voci che vorrebbero farsi ascoltare. Cartesio sostiene: Cogito ergo sum, chiudendo il significato, la motivazione della nostra vita dentro il piccolo essere che ognuno è. Sum ergo cogito mi porta a pensare che il significato della nostra vita sia talmente grande e importante da non poter essere compreso dalla nostra limitata mente.
Certo ribaltare completamente il pensiero del grande filosofo è riservato ad eminenti studiosi. Ma io persevero e dico anche la mia sull’interpretazione dei Vangeli. Il santo Bambino nasce e cresce in una povera e decorosa famiglia poi avverte una vocazione e parte per predicare al mondo. Molte persone vengono attratte da questo Messia che predica e pratica il bene. Così come molte persone potenti ne vengono disturbate. Qui il nostro eroe viene imprigionato, conosce il male, la sofferenza, muore. Secondo me la morte è un’allegoria come la resurrezione, si vuole invece parlare della nascita di un uomo nuovo, più completo, che sa, che conosce il bene e il male.
Ci sono due livelli di realtà – una piccola realtà, che è il nostro raziocinare, e una grande realtà che comprende l’universo. Se noi saturiamo la vita di raziocinio perdiamo la facoltà di comunicare con la grande realtà di cui il nostro inconscio fa parte.
**
Di qui, di là, dal canto allunga e trova la via.
È stato e sarà della scienza del sale,
conosciuto davvero per la fine del tempo.
Là dove scende
o vive senza capire
Custode del tramonto
del tempo che prego sia senza vento.
Sia nuova forza la tradizione perduta,
ed ogni sabbiosa cancellatura.
Fuoco e fiamme
È di nuovo mattina,
mi sento cerebroleso
in grana la marcia bambino
e schiaccia la tavoletta!
Attento, adrenalina!
Bisogna rischiare nella vita
Se vuoi campare!
Un bell’incidente mortale
oppure senti l’aria intorno a te,
d’improvviso ti potrebbe parlare,
quanto sottile sarebbe la voce,
di grasso e rumore sono piene le orecchie.
Gentile.
Trova la forza.
Gentile.
Vita come Odissea, come puledra ombrosa
che ama la briglia salda.
Entra…C’è una porta dentro te,
una porta che non hai mai varcato.
L’ignoto spaventa, ciò che ti aspetta
è momento di puro terrore.
Entra…la caduta diventa discesa,
sempre più lenta, dolce.
Finalmente dialogare con l’interezza di te.
Entra…unica via.
Non più inadeguata, c’è una persona
che dove serve sta, anche con se stessa.
Vincere la presunzione:
imparare l’arte dell’attesa, del vuoto.
Corri la vita alla criniera veloce di luce
che schiva, volta, riparte inarrivabile
senza segno di momento inerziale,
senza segno di sosta.
Come in sogno, reale, il tuo arco si alza, si tende.
Parte la freccia, l’immateriale semiretta
si compie, colpisce, punge. E tu…
Non vedi la punta, il bersaglio.
La tua pena, la tua fortuna.
Sei salvo da un’inumana pietà.
Quanto pesa la verità, quanto una luce troppo forte.
Chiudi gli occhi, chiudiamo gli occhi, ascendiamo,
affrontiamo l’ignoto senza coraggio, senza paura.
**
Comunque alla faticosa gestione del malessere esistenziale è deputata la spiritualità dell’essere umano. Divertente notare che la conoscenza apporta risorse utili allo scopo e insieme comporta maggiori e onerosi interrogativi.
**
Lontano
nel nulla
ti sembra
vedere tornare la vita
componi te stesso
respiri
con gli occhi fai grande
più grande
questa nuova venuta
nebbia infinita.
Lontano
nel nulla
ti sembra
comporre la vita.
Di qui, di là, dal canto allunga e trova la via.
È stato e sarà della scienza del sale,
conosciuto davvero per la fine del tempo.
Là dove scende
o vive senza capire
Custode del tramonto
del tempo che prego sia senza vento.
Sia nuova forza la tradizione perduta,
ed ogni sabbiosa cancellatura.
**
Neve latte pan bagnato
serve cerchi ciò che è stato
zuppa dolce uomo antico
trova il debito non pagato
quando monta la marea,
scendi la duna, parla all’ebrea.
Acqua alle caviglie, salsedine alle narici,
cancella l’ordine dei lari
trova la serpe e cambia la sorte
ora ti basta la luce della luna
Quanto
se canto di me
trovi sentimento e ragione
in una tua nuova armonia
vento
posso sentire
di guerra o di grande sapere
nella mente del sia
fame
nel mondo che c’è
di pancia o di tecnologia
senza
capire di sé
ogni vita nasconde
una sorte senza una via.
Molte cose tengo per me
alcune sono per chiunque voglia sapere e…
posso serenamente affidare
l’onore di piccole, nobili mani solo una vita
dura o leggera fatica
per forti o tenere spalle
Il tenero germoglio
sempre che sia nato
di un nuovo futuro, o…
Troppo grande per piccoli occhi la verità?
Il senso del segno del sogno
può fare capire.
**
La luce è troppo forte, chiudo gli occhi, odore di caffè, passa un trattore sulla strada. Non sento canto di uccelli da molto tempo. Lentamente mi siedo, non vorrei agire troppo, scollarmi dal reale. Ricordo un lento camminare, la strada trafficata, persone, volti. Buongiorno sì buongiorno no, dipende dall’umore, sono in fondo, passo sul ponte e, il rito, guardo giù… Un sentiero, ormai son qua, entro e nel bosco mi collego con i miei amici leggeri, loro hanno sempre un buon motivo per volare o cantare. Mi lascio prendere, ascolto, mi guidano anche verso improbabili direzioni, verso passi impenetrabili. Ma non mi dispiace avere un senso, val la pena pungersi e faticare: è sempre più difficile, impervio. E ora? Ho i piedi su di un albero caduto e dondolo…. Vedo un grappolo di succose more e la volontà muove la mia mano. Non c’è desiderio nella mia mano che con delicatezza sfiora i frutti. Solo i più maturi sono destinati a cadere. Altri rimangono. Altri verranno. Comunque alla faticosa gestione del malessere esistenziale è deputata la spiritualità dell’essere umano. Divertente notare che la conoscenza apporta risorse utili allo scopo e insieme comporta maggiori e onerosi interrogativi.
Che facciamo con ‘ste more?
Il vino naturalmente! Così le metto in un vaso di vetro che chiudo ermeticamente per ottenere una fermentazione carbonica. Dopo un paio di mesi lo ritrovo e, magia, champagne di more! Me lo bevo goloso. A questo punto mi dico –ancora!- e richiudo il vasetto dopo aver versato una generosa dose di zucchero.
**
Aiuto,
è il messaggio cifrato,
il Druido è in armi accerchiato,
la mano è salda ma per il timone c’è bisogno del favore del vento.
Chiamerà a raccolta lo spirito dei fratelli.
Una vita votata allo sconfinato, alla frontiera, al bordo, all’immatura ricerca della solitudine dove trovare l’immensa brughiera, l’immensa prateria, lo spirito, la realtà di un antico fantastico mondo. Ataviche fantasie di viaggio in un mondo deserto hanno trovato spiegazione nell’abbondanza dei presagi. Il cane guardava il falco ma le cornacchie erano con loro. Il cane deve decidere se chiamare a raccolta il branco ma il grande valore della preda non gli fa dimenticare che il fiero rapace può identificare la sorgente di un attacco e privarla della vista. Questa la motivazione della cautela che il falco avverte intorno a sé, incurante delle prede che si mostrano. Bene o male non ce n’è per nessuno. Per volare l’unica cosa è il vento e trovare le correnti. E d’improvviso…un’esplosione che squarcia la notte…
Insieme ai cani scendo la scala con sentimenti interrogativi e trovo la spiegazione. La dose di zucchero per il vino era eccessiva e il pur robusto vaso di vetro è esploso.
**
Una buona giornata, che mi porta a una sera dai mille dubbi, mille rigagnoli di unico grande lago: che fare di questa mia vita? Che fare, alla luce dell’inversione del pensiero di Cartesio? E di una diversa interpretazione dei vangeli? Della rivelazione animista? Dell’utilità di parte della filosofia orientale? Troppe domande. Per ora ritengo di accontentarmi di una: chi sono? Un tagliaboschi, un raccoglitore di more o il Custode del Tramonto?
**
Una carezza e…
torna la vita.
Una ciocca sul viso e…
senza vedere
so ciò che mi aspetta.
Una pelle di seta e…
senza sapere
vicino
un calore un sapore un cadere un amore.
Aspettare finire la notte e solo potere vederti volare
solo sognare.
Una carezza e…
Custode sa
e chiama un piccolo amico dal grande cuore
Custode aspetta
che l’orrida mano semini il suo stesso raccolto.
È così che la lama scende
tanto veloce da non apparire
alla gola di chi ferma il respiro dell’amore.
Ad ogni meraviglia
nuova meraviglia. Ad ogni terrore
nuovo terrore
Come la mano
raccoglie la sabbia
la sabbia cade
il vento la porta via
qualcosa rimane
la mente pensa
un’altra cosa
Come la mano…
La domanda che fai al destino
è il grande segreto che porti.
Mai devo capire il tuo sogno.
Bagna la mano
l’odore che senti
è una seconda voce.
Togli il rumore al vivere
sentirai ciò che è dolce.
Chiudi gli occhi
per colorare il buio.
Ogni corpo parla
anche se
non sempre risponde.
La libertà comincia dall’amore per la propria prigione.
Solo una vita. Fatica non nemica. Di lei, della vita.
La libertà è un’esperienza vertiginosa che confina con il nulla. Chi sa, sa.
A ciascuno il pane che semina.
La rabbia alimenta se stessa.
**
Volevo un mondo senza esseri umani.
Oppure persone leggere, come nuvole.
Quando camminavo, lo sa,
aprivo e chiudevo il ventaglio.
L’io è gli altri. Io sto abbastanza bene, ma questi colloqui sono importanti non soltanto per me. Se lei impara dalle mie parole qualcosa di più di quanto già non sappia, ne potrà trarre beneficio qualche persona che soffre più di me, che ha bisogno di lei ora più di quanto non ne abbia bisogno io: non siamo soli al mondo.
La mia malattia è stata un’esasperazione della mia vita interiore. Io […] devo stare attento alla mia corda psicotica. Però voglio parlare con gli uomini, ironizzare. Chi non sa cogliere l’ironia, che provi a cogliere pomodori. C’è spazio per la melissa e per l’origano: basta che li piantiamo in campi diversi. Una vita è poco, ma quel poco è essenziale. Per quel poco lavoriamo. E il lavoro è fatica. Fatica non nemica. Capisce? Fatica non nemica.
Se una madre sente il suo bambino piangere deve alzarsi da letto e andare verso la culla. Deve faticare. Non può continuare a dormire. Passo dopo passo si costruiscono i confini. Non sono mai certo di dove andrò veramente. Diciamo che la persona che sono adesso è venuta fuori da uno stato di necessità, e quindi anche dalla malattia. Per una persona intelligente la mancanza di una malattia psichica può anche essere un vero problema, può banalizzare la vita. Io ora, sto bene così. Non essendo né spontaneo né istintivo e mancandomi i fondamentali della vita, gioco la mia battaglia sapendo di aver perso qualche partita, ma non smetto di lottare.
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Basta con le scatole delle convenzioni. Io mi sento una persona che ha un suo preciso valore etico e lo stesso valore lo sento in lei, Marco, anche se le nostre affinità non sono molte. Io non ho inibizioni. Ho handicap da cui attingo forza. Io stendo il mio lenzuolo senza disturbare la funzionalità dello scambio fra me e l’altro. Che anche l’altro stenda il suo. Se poi troveremo modo di tessere qualcosa insieme, tanto meglio. Io voglio avere una funzione, essere utile all’altro, essere una ricchezza. Io ho il rigore di un obiettivo: questa è follia? Bisogna applicare una spinta, non arrendersi.
Di qui, di là, dal canto allunga e trova la via.
È stato e sarà della scienza del sale,
conosciuto davvero per la fine del tempo.
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Come la mano
raccoglie la sabbia
la sabbia cade
il vento la porta via
qualcosa rimane
la mente pensa
un’altra cosa
Come la mano…
(Genova, 2014)
Fausto Ferraiuolo
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L’IO E GLI ALTRI
*In questo breve testo, pubblicato nel n. 34 (aprile-giugno 2014) di Fili d’aquilone sono annotate, in corsivo, le parole reali di Maurizio B. e, in tondo, le mie riflessioni sulle sue parole.
1.
«Volevo un mondo senza esseri umani. Oppure persone leggere, come nuvole. Quando camminavo, lo sa, aprivo e chiudevo il ventaglio».
Maurizio ha immaginato un mondo altro, disabitato dall’uomo, che possa essere aperto e chiuso dal movimento di un ventaglio. Sigmund Freud definisce il sogno allucinazione notturna e il delirio allucinazione diurna. Wilfred Bion descrive l’universo del delirio come “stato permanente di sogno”. La differenza tra allucinazione e sogno sarebbe solo la capacità di risvegliarsi, che nel folle è assente. Ogni notte, quando l’io tace e i sogni affiorano, sperimentiamo la possibilità di impazzire per un limitato numero di ore: il sogno è la follia notturna che permette al giorno di esercitare le strategie della ragione. Secondo Maurice Blanchot: «Quando la follia si fu completamente impadronita della mente di Hölderlin, anche la sua poesia si capovolse. Tutta la durezza, la concentrazione, la tensione quasi insostenibile degli ultimi anni, diventa riposo, calma, forza placata. Perché? Non lo sappiamo». E se il poeta Hölderlin avesse finto, almeno in parte, la sua pazzia? La poesia è anamorfosi del mondo, suo specchio rovesciato: attraverso le vie segrete del linguaggio difende la necessità dell’uomo di creare sogni paralleli al mondo ma reali. Conoscere un folle che salvi la sua follia dalle regole del delirio e la trasformi in vivente poesia è la mia personale utopia di psichiatra e di scrittore.
2.
«L’io è gli altri. Io sto abbastanza bene, ma questi colloqui sono importanti non soltanto per me. Se lei impara dalle mie parole qualcosa di più di quanto già non sappia, ne potrà trarre beneficio qualche paziente più grave di me, che ha bisogno di lei ora più di quanto non ne abbia bisogno io: non siamo soli al mondo».
Maurizio era affascinato dal delirio, oggi è sedotto dalla normalità. Pensare che il proprio problema possa risolvere quello di un’altra persona è un atto di solidarietà, generale ma non generico, che orienta verso la guarigione. M. non si trincera più in una verità-delirio da opporre al mondo ostile. Cerca di capirlo, quel mondo, anche con una certa ironica pietà. Cerca di venire a patti con lui, a costo di soffrire la tristezza di alcuni sogni falliti. Una pizza condivisa con i figli è più importante di un solitario delirio di onnipotenza. Talvolta, ma solo talvolta, rimpiange l’energia che lo traversava. Ora quell’energia, mi ricorda, gli serve per camminare in altre strade. E, se in anni passati pensava il cibo come qualcosa di ostile e di nemico, ora il cibo lo prepara lui e dei suoi piatti si vanta con un sorriso.
3.
«Lontano / nel nulla / ti sembra / vedere tornare la vita / componi te stesso / respiri».
Il racconto di Georg Büchner, Lenz si conclude con queste parole definitive: «Così trascinò la sua vita…». Maurizio esige il contrario: comporre se stesso, respirare. Non vuole l’assenza di via e di viaggio, il prolungarsi indefinito dell’angoscia, come Siegfried Lenz, scortato via dalla casa di Oberlin. Il poeta che si sente disperato al calare del buio e cerca nel dolore fisico la certezza di essere vivo, è l’uomo descritto da Celan: colui che guarda il cielo con la testa rovesciata. Il cielo, è per lui, la voragine azzurra in cui precipiterà. Lenz è il simbolo del poeta folle, veggente: dell’occhio condannato a non chiudersi mai sulla visione che lo attraversa.
4.
«La mia malattia è stata un’esasperazione della mia vita interiore. Io […] devo stare attento alla mia corda psicotica. Però voglio parlare con gli uomini, ironizzare. Chi non sa cogliere l’ironia, che provi a cogliere pomodori. C’è spazio per la melissa e per l’origano: basta che li piantiamo in campi diversi».
Pacificato dalle sue crisi, che lo portavano a viversi o come un nomade senza pace o come un dio dal potere illimitato, Maurizio è consapevole di poter modulare la sua sofferenza: di far vibrare meno la sua corda, che però non smette di essere presente, e lui ne è consapevole. Scrive Emile Cioran: «Non ho incontrato un solo uomo interessante che non abbia avuto una malattia più o meno segreta». E questa malattia più o meno segreta non può che corteggiare i confini incerti della mente. Ma neppure troppo incerti, se si riesce a trovare il gusto delle differenze e dell’ironia. In campi diversi convivono diverse energie, e si mescolano senza confondersi.
5.
«Una vita è poco, ma quel poco è essenziale. Per quel poco lavoriamo. E il lavoro è fatica. Fatica non nemica. Capisce? Fatica non nemica. Se una madre sente il suo bambino piangere deve alzarsi da letto e andare verso la culla. Deve faticare. Non può continuare a dormire».
Alle parole di Maurizio continuo a rispondere ogni giorno, perché ogni giorno è costruzione di salute, per me e per gli altri – costruzione irregolare, erratica, confusa, nebbiosa. Talvolta dimentico di cercare le parole giuste. Lascio che mi arrivino. E soltanto dopo, lavorando con frasi e sorrisi, giudizi e commenti, cercando di osservare nodi, di sciogliere dilemmi, mi accorgo che guarire gli altri è possibile, ma sempre in modo relativo. A spicchi. A frammenti. Per attimi. Dopo anni. La vita è inguaribile, scrive Artaud. E la ferita, ogni ferita, nel presente e nel passato, resta inconsolabile. Quando un giorno un paziente mi chiese se anch’io sentissi le voci, gli risposi che talvolta le sentivo, ma senza dolore. Lui restò interdetto, ma sorrise.
6.
«Passo dopo passo si costruiscono i confini. Non sono mai certo di dove andrò veramente. Diciamo che la persona che sono adesso è venuta fuori da uno stato di necessità, e quindi anche dalla malattia. Per una persona intelligente la mancanza di una malattia psichiatrica può anche essere un vero problema, un banalizzare la vita. Io ora, sto bene così. Non essendo né spontaneo né istintivo e mancandomi i fondamentali della vita, gioco la mia battaglia sapendo di aver perso qualche partita, ma non smetto di lottare».
È una convenzione affermare che la follia sia una disgregazione dell’identità. In certi casi, cronici e di estrema gravità, può esserlo, ma più spesso ci troviamo di fronte a un quadro diverso: una esasperazione delle idee ossessive, una eccessiva riorganizzazione del mondo, che rallenta il flusso vitale e lo cristallizza in gesti, formule, cifre. Il compito del terapeuta è non tanto quello di una chiarificazione precisa del sintomo ma quello di una volontaria divagazione dal, di una amorevole distrazione, dove il paziente possa trovare modo di sciogliere i suoi nodi anche con gli strumenti dell’improvvisazione. La malattia mentale è uno dei modi concessi all’uomo per approfondire le dinamiche del vivente. ma occorre anche riposarsi.
7.
«Basta con le scatole delle convenzioni. Io mi sento una persona che ha un suo preciso valore etico e lo stesso valore lo sento in lei, dottore, anche se le nostre affinità non sono molte. Io non ho inibizioni. Ho handicap da cui attingo forza. Io stendo il mio lenzuolo senza disturbare la funzionalità dello scambio fra me e l’altro. Che anche l’altro stenda il suo. Se poi troveremo modo di tessere qualcosa insieme, tanto meglio».
Maurizio conosce la mia doppia natura: il critico che ascolta la parola veggente e sregolata dei poeti, e lo psichiatra che ha il mandato sociale della reclusione dei matti. Entrambe le mie identità gli sono note. Sa qual è il mio lenzuolo e se può entrare in una rete di scambi con il suo. Quando si fa socio dell’associazione culturale* , dove organizzo mostre e readings su arte e follia e dove dirigo le attività della Biblioteca bandita, si assume l’incarico di rinfrescare le pareti dei bagni e di riverniciare le porte. Stende il suo lenzuolo. Io gli chiedo se non sia troppo faticoso, e risponde semplicemente:
«Dottore, va bene così. Tutto questo mi rende eccitato, curioso. È un modo di essere diversamente poeta. E poi, gliel’ho detto. Non ho paura della fatica. Lo ricorda? Fatica non nemica. Non nemica».
Io mi allontano nella sala della Biblioteca Bandita, che ospita testi eccentrici di autori non presenti nelle librerie e nelle biblioteche regolari. Ricordo le parole di Giovanni Benedetto Castiglione:
«e chi è riuscito pazzo in versi, chi in musica, chi in amore, chi in danzare, chi in far moresche, chi in cavalcare, chi in giocar di spada, ciascun secondo la miniera del suo metallo; onde poi, come sapete, si sono avuti meravigliosi piaceri. Tengo io adunque per certo: che in ciascun di noi sia qualche seme di pazzia, il qual risvegliato, possa multiplicar quasi in infinito».
Non solo “moltiplicarsi” ma “reinventarsi”. Scopro che una casa traversata dai vortici può essere anche una casa che contiene il vento. Smetto di capire ciò che potrei non capire. Il filosofo Platone dice che la mente non è un vaso da riempire ma un fuoco da accendere. Il poeta persiano Hafez che il segreto di questo mondo è un enigma che nessuna sapienza può sciogliere. Io sorrido delle citazioni che mi vengono alla memoria. Intanto Maurizio finisce di smaltare le porte e io sento che l’enigma resta indecifrabile, come lo restano i sogni, anche dopo l’interpretazione più convincente.
Biblioteca bandita
8.
«Io voglio avere una funzione, essere utile all’altro, essere una ricchezza. Io ho il rigore di un obiettivo: questa è follia? Bisogna applicare una spinta, non arrendersi».
Anch’io non mi arrendo. Se un obiettivo è rigoroso, mi sembra sano perseguirlo con ostinazione. Io resto qui, sentinella, tra chi crolla e chi è sospeso.
«Con gli occhi fai grande / più grande / questa nuova venuta / nebbia infinita / lontano / nel nulla / ti sembra / comporre la vita […] Di qua e di là / dal canto / allunga / e trova la via / è stato / e sarà / della scienza del sale / consente davvero / per la fine del tempo»
Se il sale è un fluido virtuale, che non si vede ma che si sente e insaporisce il cibo, la scienza del sale potrebbe essere quella conoscenza tutta umana, quel sapere concreto (l’etimologia è saphés, dal sapore penetrante) che da’ senso al percorso fisico e metafisico dell’uomo, dove la via si trova proprio di qua e di là dal canto. Parole come quelle che io e Maurizio ci scambiamo, nel corso delle settimane e dei mesi, vorrebbero accennare ai confini che si costruiscono camminando, segni di strade ancora nuove, da esplorare con la magia del reciproco parlarsi.