Sui quadri di Jan Peter Tripp
di W.G. Sebald
(traduzione di Luigi Cannillo)

Le due vele erano gonfiate nel vento che soffiava da Ovest, e noi fissammo la direzione della barca in modo tale da intersecare la corrente delle maree, contro la quale lo sgombro, che come tutti sanno appartiene ai pesci di maggiore consumo, ama nuotare. Quando iniziò a fare giorno calammo gli ormeggi. Vedemmo subito nella lontananza che andava lentamente rischiarandosi la barriera delle scogliere di roccia calcarea, orlate sulla cima dalla linea sottile dei prati e dei boschi più scuri, ma poi tutto durò ancora per un po’, finché i raggi del sole attraversarono le onde leggere e apparvero gli sgombri.
Uno addosso all’altro e in numero che sembrava aumentare continuamente sfrecciavano appena sotto la superficie dell’acqua. Il loro corpo rigido, a forma di siluro, la cui caratteristica principale è una muscolatura ipertrofica che ne limita notevolmente l’agilità, li spinge sempre su un percorso diritto. Uscire da questo percorso per loro è impossibile, e riescono a pervenire a una meta solo facendo degli ampi giri. Dove loro si muovano quando si spostano, contrariamente ai pesci più stanziali, è sempre stato ed è ancora oggi un mistero. Negli oceani davanti alle coste americane ed europee, scrive Ehrenbaum, ci sono in località che si estendono per molte miglia quadrate e che raggiungono molte pertiche di profondità, nelle quali gli sgombri si ritrovano improvvisamente, in determinati periodi dell’anno. in migliaia di milioni e dai quali scompaiono di nuovo con la stessa velocità con la quale sono arrivati. Di sicuro ora scintillavano e sfrecciavano attorno a noi. Nel blu della loro schiena, segnato trasversalmente da una striscia irregolare neromarrone, sfavillavano delle paillettes rosso porpora e verdidorate, un gioco di colori iridescente, dal quale nei pesci che avevamo pescato avevamo spesso già notato che nel momento della morte, sì, appena toccati dalla luce estranea, asciutta, scoloriva velocemente e si spegneva in un alone color piombo.
All’apparizione così variopinta degli sgombri ancora in vita richiama anche il loro strano nome, che, come osserva Ehrenbaum ricorda in un altro punto, risale al sostantivo varius e alle varianti dei suoi diminutivi variolus, variellus, varellus, che significano all’incirca pezzato o macchiato, ragione per la quale da questi deriva la petite vérole, la malattia presa una volta principalmente in quelle case nelle quali, almeno secondo l’uso della lingua francese, alla cassa era seduta da padrona di casa una Makrele, una maîtresse [Makrele = “sgombro” nella lingua tedesca “maquerau” in quella francese, N. d. T.]. Probabilmente le relazioni tra la vita e la morte degli uomini e degli sgombri sono di gran lunga più complicate di quanto immaginiamo. Non c’è, pensavo tirando su la prima lenza, una incisione di Grandville sul quale siano seduti a una tavola apparecchiata una mezza dozzina di pesci a sangue particolarmente freddo, vestiti con sparato, cravatta e frac, che si accingono a cibarsi di un loro simile, oppure, cosa che non sarebbe meno terribile, uno di noi? Forse non a caso si dice che sognare pesci porti la morte.
D’altra parte in molti popoli il pesce è un simbolo di fertilità. Scheftelowitz per esempio ritiene che anche presso gli ebrei tunisini in occasione del matrimonio o del Sabbat vi sia la consuetudine di spargere delle scaglie di sgombro sotto il guanciale, mentre lo psichiatra e antropologo viennese Aisenbruck, emigrato in California, sostiene in uno dei suoi scritti ingiustamente dimenticati che i tirolesi amano inchiodare al soffitto della stanza una coda di pesce.
Come poi vadano le cose in realtà è un’altra faccenda. Nessuno di noi in fondo sa come arriva sul piatto dell’altro o quali segreti siano nascosti nella mano chiusa di chi gli sta di fronte. Anche se ci dedichiamo all’ittiomanzia, prendiamo le posate da taglio, sminuzziamo prudentemente lo sgombro e interroghiamo l’oracolo delle interiora, difficilmente riceveremo risposta, perché cieche e mute ci guardano, le cose – le venature nel legno piallato, il braccialetto d’argento, la pelle che invecchia, l’occhio spento – e non ci rivelano niente del destino della nostra specie. Continuo a ripensarci fino a sera. Eravamo ormai tornati da tempo dalla pesca e guardavamo dalla terra ferma verso il mare grigio, quando mi sembrò che là fuori, scivolasse tra le onde, visibile di tanto in tanto, qualcosa di triangolare. Perhaps it’s someone still out sailing, disse la mia compagna, or else the fin of that great fish we will never net passing us far out at sea.


