
Nella sua poesia Dario Capello insegue un’opaca luminescenza, composta di delicate stupefazioni, improvvise virate percettive, minime sospensioni sintattiche. I testi respirano all’interno di un bisbiglio sonnambolico, dove idee e pensieri vengono subito trasformati in visioni-impressioni: «tutti i colori tornano / a custodia del vuoto madornale, / zolfo e stile dei suoi / mutevoli contorni. / Ma io sono la rètina insieme al vuoto»; oppure «grigio tra gli occhi. Da quale simmetria / da quale invisibile / vengono le minacce?/ Un respiro / d’ombra vive nell’ombra / della biro, a contraccambio del mondo. / Qualcuno ha restituito adesso / il suo umanissimo pallore: piuma / d’apparizione/ misura d’incanto per tutti i racconti». Questo «respiro d’ombra», trattenuto nell’ombra dello strumento-penna, è il fondo lieve e disperato della poetica di Capello: una «piuma d’apparizione» che è il «contraccambio del mondo» «misura d’incanto per tutti i racconti». Non inganni la levità dell’accento: questa poesia è tragica, e gli uomini sono «guidati da un nero ancora / più fondo», dove ogni speranza di salvezza è incerta: «Ci appartiene, ci bisbiglia / un paradiso, e la sua idea / disfatta». Le parole, in Capello, diventano “vapori” che formano la fantastica fortezza di fumo e di vetro attraverso cui l’io poetico può dipanare il suo linguaggio. Ma, se la fortezza è scudo che protegge dallo straniero e dal nemico, per chi resta dentro di sé è specchio seducente e diabolico: «sfoglia di metallo su una lastra di vetro» – strumento per eccellenza della riflessione artistica: quella riflessione che, per Capello, è tutta dentro al suo sentimento di stupor per la realtà, psichica e quotidiana, che le parole descrivono con andatura folgorante e guardinga. Personaggio walseriano e appartato, lontano da minimalismi autobiografici e da barocchismi lirici, Capello compone una poesia impressionata dalle percezioni come certe pellicole ultrasensibili, una poesia intessuta di pianissimi, di smorzature, di delicati impasti timbrici. Accennando al tema dell’albatro baudelairiano, Capello scrive, con la sua personale sprezzatura: «Finirà tutto in quell’andare / barcollante, in cerca».
Dario Capello (Torino, 1949). In poesia scrive i libri Il corpo apparente (CDC, 2000) e Vanità del tema (Viennepierre, 2007) e le plaquettes: Nel gesto di scostarsi, Caput vertiginis, Le assenti e Dove tutto affiora – ventun variazioni sull’Apocalisse. In prosa: Torino. Da Nietzsche a Gozzano, Unicopli 2003 (integrato poi in Amante vertiginosa. Torino in 12 movimenti, Casaccia editore, 2010) e un saggio per Paola Mongelli Della visione inquieta (I libri dell’Arca, Joker, 2009).

