di Alfonso Ravazzano


La pietra è anche sete
nelle preghiere resta muta
raccoglie le ginocchia e la fede.
L’odore persistente della croce
e le pieghe della polvere sulle
candele accese.
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Inginocchiati diventiamo indecifrabili
torniamo nell’intimità della luce
immobili quasi disegnati nel rituale
della confessione.
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Le ombre sono crudeli respiri
nomi e fisionomie si sommano
in percezioni sottili in minime
premure.
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La detenzione al disagio attraversa
i luoghi rivelati dalle nostre preghiere
l’orologio scrive la sua disciplina.
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E’ naturale precipitare come pietre
a lavoro finito i sassi tornano sassi
chi le prega è naturale che cerchi di salvarsi.
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La pietra è in altre forme
la stanza un silenzio buio
il segno della croce diventa
una finestra aperta dove mi
lancio volando senza patemi.
Ho solo paura di condividerne
la fine.
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Se hai paura non posso aspettarti
ho la bellezza generosa della fede
la carta su cui scrivo ha voce umana
e prega le parole che nascondi.
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Si può pensare di costruire il dolore
in modo artificiale e poi fare finta
di morire per vedersi una volta
davvero felici.
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Ho paura di pregare la mia fine
resistere è una fatica inutile
e poi una parte del mio corpo
non capisce se sarò io a pregare
o se sarò pregato.
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Ma quando torni fra i vivi
pensi alle mani sudate che
dovrai stringere o alle frasi
che non contengono parole
ma soltanto uno spreco di fiato?
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Quante preghiere sono le tue mani
io in un luogo sconsacrato sarò
la differenza che abitavamo
tu sapevi che non sarei tornato
bastava guardare come camminavo
ma le case hanno occhi indifferenti
e tutti i sogni respirati restano nell’aria.
Fra il dimenticare e il dimenticato
c’è un vizio appariscente che consola.

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L’ho sognata la pietra dei santi
le preghiere prima e dopo la cena
e tutta una fila devota a guardare.
I fiori nella loro fine dolorosa
calpestati sui gradini della chiesa
perdonano la morte dei vigliacchi.
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I vestiti sopra ad una pietra scura
poi scalzi a toccare l’acqua scivolando
indisturbati dentro al lago. Noi amiamo
trasformarci.
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Quando respiri sento una mano
dietro la schiena che mi spinge
vorrei restarti sempre più vicino
dimenticami e ci sorprenderemo
in altri nomi comunque marginali.
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L’ultima pietra che hai sognato
era quella dove abbiamo dormito
la tenevamo stretta a quattro mani
tu ci parlavi io no perché avevo paura.
Ora che consumo luoghi e angoli
senza meritarli mi chiedo se tornerò
un giorno per salvarti.
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Le foto senza memoria vanno bruciate
mentre diventano cenere ti guardano
vogliono sapere quando torneranno.
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Non piangerà nessuno
le lacrime in cerchio
come a tenersi per mano
e si diventa invisibili
credimi io non ho perdono
non riconosco il principio
dove tu hai costruito la croce
nessun supplizio pregato
soffrire è violare noi stessi
la mascella colpita più volte
il corpo che rincorre se stesso.
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Penso alla preghiera che non ho mai pregato
alle parole che parlano ai pesci al disagio che
ogni suono riversa, al fiato che mostra impazienza.
Soffocatemi.
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La fisionomia del silenzio è
nel tuo sangue diventato mio.
Avremo più tempo e temporali
alimentando spasimi e lampi.
Noi nella pigrizia dell’assedio
nel maltempo o nel tempo stesso
e questo ci rende bugiardi, cristi
in infinite figure diventate spine


che bravo che sei,Alfonso! Con te respiro poesia. Non è cosa frequente!
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