MINIME CIRCOSTANZE. Per Marco Furia

nota di lettura di Marco Ercolani

In Minime circostanze (Associazione Contatti, Genova, 2021), Marco Furia sviluppa la sua ricerca stilistica e umana nel difficile territorio della “prosa poetica”. Il libro è una raccolta di prose minimali e descrittive che evocano l’arte di Francis Ponge, autore delle brevi composizioni dal titolo Le parti pris des choses. Leggiamo le due epigrafi al libro, la prima da Osip Mandel’štam: «Vedere, udire, capire – tutti questi significati un tempo confluivano in un unico fascio semantico». La seconda da Daniil Charms: «I sostantivi danno vita ai verbi e donano ai verbi libera scelta». E iniziamo il libro: «Avvertito insolito strido, interrotta impegnativa lettura, raggiunse ampia finestra e si sporse. Poté notare, così, grosso piccione appollaiato su basso ramo e domestico felino che, nei pressi, lo osservava da terra». Cosa può percepire, il lettore, davanti a queste frasi? Un sentimento di delicato e composto equilibrio che l’occhio dell’autore ricava serenamente dai semplici fenomeni della realtà. Non un discorso filosofico o simbolico, che alluda a mondi ulteriori, ma un camminare lieve accanto alle “minime circostanze” della vita quotidiana. Non solo descritte: iperdescritte, fino a generare un quadro reale e surreale insieme, ironico e spiazzante, dove accadono cose prevedibili narrate con sorridente “sprezzatura” e raffinata lontananza emotiva: «Impetuosa raffica di gelida tramontana avendo spezzato più d’una stecca di pur robusto ombrello, riparatosi sotto ampio portico, inserito alla meglio inutilizzabile attrezzo entro cestino dei rifiuti (buona parte del manico sporgeva in maniera ben visibile), acquistò da provvidenziale ambulante analogo arnese e proseguì il cammino. Altra folata l’avrebbe investito?». Incalza una domanda: ma perché narrare le “minime circostanze” di una vita con uno sguardo così capillare e dettagliato, una prosa tanto minuziosa e razionale, come avvinta al singolo oggetto descritto? Per una semplice ragione: sviluppare l’attenzione poetica proprio a partire dal grado zero della cosa detta, senza orpelli narrativi, senza arabeschi lirici, senza complicazioni drammatiche. Chi legge deve farsi sedurre da questa partitura sfaccettata, puntillista, e vivere l’attimo semplice di un pranzo come una coreografia di nomi e di aggettivi: «Raggiunta apparecchiata tavola, accomodatosi su lignea sedia, consultò non ricco menu. Fornita pronta risposta alla sollecita richiesta di attento cameriere, strappato cartaceo involucro, estrasse sottile grissino il cui piacevole (lento) consumo – pensò – lo avrebbe aiutato a ingannare l’attesa. Soltanto dopo che fu vuotato l’intero pacchetto, fumante pietanza venne servita».

Furia costruisce una sequenza magnetica e ipnotica di descrizioni della vita quotidiana: ogni pagina sembra rinnovare il banale incantesimo del dire il dicibile, senza attardarsi nell’indicibile. Forse perché, secondo l’autore, la vita è comunque, nei minimi dettagli esplorati con pazienza dal linguaggio, meravigliosa ed estranea alla morte. Una banale osservazione meteorologica suscita vibrazioni ed enigmi: «Ampia vetrata gli permise di notare come alle pronosticate (abbondanti) precipitazioni corrispondesse un cielo parzialmente nuvoloso. Più tardi, forse, sarebbe piovuto?» Un uomo che fischia a un gabbiano e gli porge sul marciapiede il resto di una brioche osserva: «Avrebbe l’accorto volatile accettato la sua alimentare offerta? Chissà». Quel “chissà” è una minima promessa di futuro. Il titolo del film di Roy Andersson Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza evoca, come queste prose, reali e astratte insieme, lo stesso sorriso segreto e beffardo sull’esistere.

Lascia un commento