di Annamaria Ferramosca
Giuliano Ladolfi Editore, 2021, prefazione di Maria Grazia Calandrone

da Sezione I
le origini l’andare
Eppure sento il sibilare della prima neve,
la delicata melodia della luce del giorno
e il cupo brontolio della metropoli.
Bevo da una piccola fonte,
la mia sete è più grande dell’oceano.
Adam Zagajewski

si fermano i vortici della notte si compie il tempo
l’humus prende forma imita materia d’alba
la morbida piega dei petali
sul petto approda l’arca il bosco oscilla
e uno stormire basso quasi un silenzio
permette all’utero l’ultima spinta
dev’essere pace intorno per il primo grido
così difficile e pure così gioioso
dire di un movimento che prima non c’era
e pure si predisponeva
con l’impercettibile forza del germoglio
un tendere misterioso del seme
verso un cielo che approva che chiama
il piccolo corpo a muoversi sul ventre
inesorabile verso la tepida scia bianca
**
pianeta d’aria e luce e fango
dalla notte arcaica risvegliate
memorie d’oceano alghe azzurre
e sulla terra l’alba degli incontri
brusio di passi
scavano i fianchi ai monti
una rete di valichi e sentieri
come una profezia
**
piega verso settentrione il cammino
un capriccio obliquo della luce
segue la pelle bruna la scolora
azzurrisce occhi fa chiari i capelli
larga piove bellezza sulla terra
e ci fa ibridi lungo i meridiani
ibridi siamo e solo per amore
ibridi camminiamo accanto per millenni
lasciando a terra ibridi uccisi
ibridi schiavi ibridi annientati
il senso è oscuro o uno scuro
disegno governa
tutte le cadute le polveri
i lumi le ricostruzioni
(finché il sole irradia si ripetono
incontro disincontro
i segni sulla sabbia indecifrabili)
**
qui c’era una casa e una cisterna
cigolava di vita la carrucola
intorno s’affaccendavano le api
nelle ritmiche estati
di spighe e d’ossa
poi fu davvero arduo
veder levarsi il muro inesorabile
scegliere con chi stare con chi decidere
di attraversare un mare assurdo
lasciarsi estinguere o cercare
varchi nel miraggio
del grande accordo
tutto fu davvero molto arduo
visto che
umani e pietre per muri
continuavano a confondersi a confondere


da Sezione II
i lumi i cerchi
allora sfreccia
tra gli alberi le stelle
la vita
per andare a gocciare
attratta
negli occhi dell’ultimo nato
Claudia Ruggeri

quando le previsioni raggiungono
la massa critica
il quadro intero deflagra
si può agire ormai
solo per mani stringendone infinite
sgomenti emergere dal fango
salvando i pochi semi superstiti
risalire i fianchi del vulcano
raccogliere lava lapilli
versare sul tavolo l’agglomerato
farne un totem fermacarte a fermare
tutto il caos che piove dalla fronte
il tremore sgomento dei neuroni
lo spin ha invertito il suo giro
matte spirali innescate
ribaltate gravità e latitudini
contratti i fili che fanno verticale la postura
così che siamo rovinati fino a terra
e sulle caviglie – erano alate –
sta colando resina vischiosa
prima che faccia notte
prima che la bambina impari a sillabare
dobbiamo
ricomporre l’asse spezzato
liberare il volo aprire
nuove misure all’orizzonte
**
fare tabula rasa dei pensieri
affidarsi al buio
con la sicurezza dei ciechi
sostare ad ogni angolo della notte
afferrare i lumi al baluginare dell’alba
sulla bocca delle sorgenti
nel luccichio delle nascite
verrà l’oceano
verranno le sue vele
saremo nuovi per nuovi continenti


splendide poesie. Ci respiro. come in tutti i versi della Ferramosca- un’aria classica, rotonda e luminosa. Amo in modo particolare quelle “musicali” da leggere a voce alta per l’intensa espressività che anche oralmente acquistano risonanza.
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Il tuo cenno sincero a classicità e musicalità, mie ossessioni da sempre, cara Lucetta, mi fa particolarmente piacere. te ne sono profondamente grata.
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