

L’ironia surreale di Piera Mattei
di Lucetta Frisa
Conosco poche scrittrici italiane di “racconti brevi”, e quindi questo libro di Piera Mattei, NORD*, mi ha sorpreso molto piacevolmente. E inoltre, l’effetto-sorpresa non è, forse, un fattore determinante di valutazione? Sono pochi i fortunati lettori che lo provano e non per una loro mancanza di sensibilità.
Scrive l’autrice nella premessa al libro: “Frammenti di memoria riaffiorano con l’evidenza della verità, ma impreziositi o semplificati…Chiunque pensasse di riconoscere in questi racconti una parte di storia, una frase, un pensiero che – diversamente sedimentato – confina nel suo ricordo non avrebbe torto”.
Molti i libri a parlarci di memoria – e in particolare quelli femminili -, dato che la scrittura è essa stessa un atto di memoria, da quella strettamente autobiografica a quella più ampiamente collettiva, procedendo per continue elaborazioni, sedimentazioni, reinvenzioni. Non appena qualcosa ci attraversa, fa scattare i suoi meccanismi: da semplici notizie di cronaca a libri letti che riemergono mescolati a un racconto udito per caso al supermarket, riflessioni sulla morte e la vita davanti alla tazza del caffè mattutino. Da qui, da questi reperti di memoria, Piera Mattei prende spunto per rifinire i suoi racconti come piccoli oggetti delicati, ironici e talvolta fantastici, che mi ricordano alla lontana un certo Buzzati, ma più intimo e più spirituale. In questi otto racconti, il fantastico si coniuga però a un certo realismo minimale (non a caso quasi tutti gli exergo sono di Raymond Carver) e la narrazione scivola via leggera, calma e limpida, ottenuta, come nell’opera alchemica, dopo l’espulsione di ogni scoria e cioè di tutte le ridondanze – le frasi, gli aggettivi, le parole in esubero. Il tocco è perciò sommesso e sorvegliatissimo, la distanza dell’osservatore rispettata. Ma “il segreto di questa scrittura è nell’umorismo – scrive Dacia Maraini – e ce n’è moltissimo, anche nei racconti dove c’è un alto pathos”. In questo libro, in particolare, è con una sottile ironia, che l’autrice dipinge il proprio disincanto esistenziale. E non è frequente incontrare questa ironia nella prosa al femminile, di norma, di tutt’altra cifra.
Un’altra singolarità è che la maggior parte dei racconti sono scritti in prima persona al maschile, come se si volesse osservare il femminile da una prospettiva “altra”. Anche se non sempre è così, perché in altri due racconti (decisamente fantastici e umoristici) i soggetti scriventi sono due animali, un cane e un pollo, mentre l’ultimo, La bambina di pietra, è impersonale. Viene da pensare che Piera, tratteggiando la favola del suo nome e della sua infanzia, non può che guardarsi da una dimensione di ulteriore “distanza” e suggerire come a volte la cancellazione di una sillaba nel nome possa corrispondere a un cambiamento di carattere e di destino, legati come sono ai capricci del caso. C’è comunque, in ogni racconto, un senso di velato sbigottimento, come di chi viene spogliato di identità, insieme all’energia dei propri sogni, e si affida inerme al naturale evolversi del tempo.
In Nord il racconto eponimo del libro, l’anonimo io protagonista e l’amico Max fuggono verso una città del Nord per difendersi dalla peste (chiara allusione al male sociale del meridione come all’omonimo libro di Albert Camus) ma la stessa epidemia investe anche la città nordica. Compaiono morti, malati nelle strade, presenze dolenti che si aggirano come fantasmi. L’autrice descrive i dettagli con sobrietà, senza alzare il tono della voce. Il giovane, aiutato dall’amico, decide di imparare a dipingere, proprio in quella città straniera, cercando un antidoto individuale al disagio collettivo, ma anche i due amici si ammalano di una malattia fisica e morale al tempo stesso. Il protagonista – l’io narrante – fugge dalla casa protettiva come un adolescente che non riesce a mantenere un rapporto ideale col compagno, cammina per le strade infette, si mescola ai malati e ai diseredati, un po’ come Siddharta e Harun-al-Rashid. Tornati al sud, saldano ulteriormente un patto di affettuosa solidarietà per affrontare insieme la paura di un doloroso e inarrestabile male comune. Inquietante è lo stile narrativo per la sua semplicità, il suo sottotono, come se l’autrice uniformasse nella memoria il brusìo del privato ai rumori e alla violenza del pubblico. Ed è solo il primo, sembra suggerirci, a trattenere ancora una possibilità di sopravvivenza (sia per i rapporti umani come, forse, per la scrittura). Al contrario, nella storia di un cane, Cherubino, il rosso, raccontata in prima persona dal cane, trapela un timbro delicato, surreale e sensoriale al tempo stesso, che ci ricorda il Flush di Virginia Woolf. Il giovane bassotto che parla di se stesso, della sua vita, di quello strano prurito sotto le ascelle mentre è il fedele compagno di giochi di un bambino e infine della sua straordinaria mutazione dopo la morte accidentale: non si trasforma infatti in giocattolo cibernetico, come vorrebbe una certa fantasia virtuale da videogiochi, ma in qualcosa di molto più aereo, che non risente della legge di gravità: un angelo, un cane alato, angelo custode del suo padroncino. È ancora la misura umana che persiste nel legame tra uomo e animale a prevalere, tra il cucciolo-uomo e il cucciolo-cane.
Qui Piera Mattei, più che negli altri racconti, seppure tutti altrettanto convincenti, raggiunge un suo fascino originalissimo e difficile è spiegarne gli ingredienti: strategia dell’intreccio, tenerezza dei contenuti, regia delle sequenze del racconto, in modo da mescolare la prospettiva fantastica alla sensualità della descrizione, e tante altre cose inafferrabili che fanno di questo testo una delizia particolare.
(2006)
*NORD, Manni, 2004, ristampato in La tromba e la pianola, Edizioni Gattomerlino, 2016.

