Testi 1936-1937
a cura di Lucetta Frisa
Via del vento Edizioni, Pistoia, 2018


La vita
Si può o non si può pensare, tranquillizzarsi nelle immagini abituali e tradizionali del pensiero o,al contrario, porre chiaramente alla nostra coscienza la questione del senso della vita umana sulla terra.
La prima via è più tranquilla e forse più vera. La seconda, è più suggestiva. resta difficile dire quale delle due sia consigliabile: ma bisogna ricordare che, anche se solo una volta ti interrogherai sul senso della vita, la domanda non ti lascerà più, e, amica o nemica, ti accompagnerà fino alla tomba.
Funerale
Salendo verso la porta di Boujloude, attraverso il cimitero, vedo un funerale povero. Hanno sistemato un panchetto ai piedi del morto, poi dopo aver steso un lenzuolo bianco, ricoprono il centro del corpo con una stoffa verde a disegni rossi, e lentamente lo calano nella tomba. La terra è opaca e quel bianco del lenzuolo, quel verde e quel rosso sono vivamente rischiarati dal sole. E’ passata una nuvola e si è fatto più scuro. Me ne sono andato.
Una specie di cinema
Ho disegnato su questa piazza fino alla fine del giorno. Bevuto tè e sceso ancora al suk. Moschee colme di luce, la notte. Mendicanti, banchi schifosi. Risalito al Mellah (quartiere ebraico). Comincio a conoscere la città. Ridiscendo ancora verso quelle stradine coperte di vigne, non c’è più molta gente. Ieri, al suk degli animali, ho lavorato otto ore senza fermarmi, avevo la testa che girava per la stanchezza. Mamma, non posso dirvi le parole, pallido riflesso di quello che penso, qui è una specie di cinema rispetto alla vita. Scrivetemi. Sono felice, molto felice. Lavoro molto. Non so se otterrò qualche risultato. Scrivo due tre ore al giorno e disegno il resto del tempo.

Bambino di quattro anni
A Bourges c’è un canonico che per tutto l’anno fa studiare al suo corale il Messia di Händel. Se ne occupa davvero molto, fa provare due o tre volte la settimana e cerca di anno in anno di comprendere meglio lui stesso questa musica; compra tutto quanto si pubblica sull’autore, vibra veramente con lui e, il giorno dell’esecuzione, convinto che il mondo intero attenda di sapere a che punto sono gli allievi, a quale punto di perfezione si trovino, dirige con un tale fuoco che Händel stesso forse non saprebbe. Eppure, se in tutta Bourges ci sono dieci persone che sanno di cosa si tratta, e solo cinque in grado di capire e gustare a fondo il Messia, è già tanto; ma lui lavora e ha bisogno di credere che il mondo lo capisca.
Io sono triste quando dipingo e so in anticipo di non essere capito… A volte la distanza tra il mio lavoro e i miei sogni mi fa ridere. E’ certamente grazie allo studio che si riprende coraggio, il fatto che ci possiamo dare una ragione della fede intuitiva nei grandi pittori. Cosa hanno fatto,come, perché, quale il risultato dopo tre anni di contatto non costante come il mio? Bisogna sapersi dare una spiegazione,perché troviamo bello ciò che è bello, una spiegazione tecnica. È indispensabile conoscere le leggi dei colori, sapere a fondo perché le mele di Van Gogh all’Aia, dai colori decisamente sordidi, sembrano splendide, perché Delacroix sciabolava di righe verdi i suoi nudi decorativi sui pavimenti mentre sembrano senza macchie, di un colore di carne abbagliante. Perché Veronese, Velasquez, Franz Hals possedevano più di 27 neri e altrettanti bianchi? Van Gogh si è suicidato, Delacroix è morto furioso contro se stesso, Hals si ubriacava di disperazione. Perché? Dov’erano loro? I loro disegni? Per una piccola tela di Van Gogh al Museo dell’Aia ci sono note esplicative per due pagine. Ogni colore ha la sua ragione d’essere ed io, al pari degli dèi, andrò a marchiare delle tele senza aver studiato.

Bisogna disegnare, leggere
Prima di tutto il lavoro, che va avanti piano, ma va avanti. Ho fatto nel cortile un atelier di scultura, le casse servono da trespolo e la terra dei vasai è ottima. La mia vita qui è completamente cambiata dall’inizio. Lavoro meglio con minore inquietudine, meno disperazione. Ieri ho fatto un disegno di una bambina berbera, che è il migliore fino adesso, è migliore di me. Ah, se potessi cambiare, diventare più semplice, più semplice! Ma è una continua lotta e senza un risultato immediato.
Vorrei assolutamente restare qui più a lungo per ottenere dei risultati seri. Non ho mai avuto a disposizione così tanti libri, tanti modelli,tanta gioia e tutto quanto in una condizione acuta di evoluzione, di sensibilità, di vita a fior di pelle, di semplicità che resta per me la cosa principale, e che è preziosissima per il mio lavoro. Che sogno, poter restare qui tre o anche solo due anni in Nordafrica. Bisogna acquistare peso, bisogna disegnare, leggere, è necessario. Per parlarvi di disegno, più si va avanti più si trova giustissimo il bisogno di tacere. Ogni giudizio per i propri disegni o per quelli degli altri non sarà mai ben soppesato.
Ciò che devo fare
Grazie molto per la vostra bella lettera. Mi ha dato fiducia. L’importante è sapere che sarebbe meglio non ritornare se non posso tornare con una nuova vita. Tutto il cielo è calmo stasera. Sono le otto. Jan disegna ancora su una riproduzione di Claude Monet che io ho dipinto questo pomeriggio. Sul muro una stampa di Hokusai. Irradia nella stanza non solo la gioia dei suoi colori ma una regola di vita, di studio. Sono contento di scrivervi perché il mio lavoro migliora. E’ proprio il caso di dire che si esce dalla malattia con una pelle nuova (ho avuto febbre e male al fegato, ma qualche giorno di digiuno a letto e anche del chinino mi hanno guarito). Capisco meglio dove mi trovo e ciò che devo fare. Lo si voglia o no, arriverò a questo e andrò sempre avanti finché avrò chiaro l’orizzonte. Adesso sono calmo e tutta la vivacità la dedico al lavoro. Questo solo importa, la vivacità nel lavoro e tutto andrà nel migliore dei modi. Abbiate fiducia, Papà, io lavoro. Nulla viene dal nulla dicevano gli antichi Greci. So che la mia vita sarà un viaggio continuo sopra un mare incerto, è la ragione per cui costruisco la mia barca solida, e questa barca non è ancora costruita, Papà. Non sono ancora partito per quel viaggio, lentamente, pezzo per pezzo, sto costruendo. Mi ci sono voluti sei mesi d’Africa per sapere di cosa si tratta esattamente. Vedremo quello che porteranno i mesi seguenti e ho fiducia: è tutto quanto posso dirvi.
Non esiste nulla per me in modo positivo a parte i miei sogni e tendenze. Dio sa se questi sogni diverranno realtà.

Marocco
Il Marocco è tanto bello che bisognerebbe costruirci un’accademia di pittura, poiché i colori sono estremamente vivaci e allo stesso tempo calmi come non si vedono da nessun’altra parte e in quanto al disegno, l’antico domina le strade. Qui s’impara a vedere i colori,qui lavoro ininterrottamente e credo che il fuoco cresca ogni giorno e spero di morire prima che si abbassi. Non preoccupatevi più della mia salute, va molto meglio. Con tutto quanto potrei dire sul Marocco non riuscirei a riempire interi volumi, però conta solo una cosa: dipingo.Ho studiato anatomia fino alle dieci. Tutto fiammeggiava di calura, gli ulivi,il cielo, la terra,il paesaggio assai più vibrante con 48 gradi all’ombra- sensazione di felicità, di ricchezza di colori e di vita in sogno, allo stesso tempo. Dai primi pendii si può vedere gli ulivi resistere all’aridità delle isole sulla terra blu rosata che da lontano si trasformano in miraggio.
Tutto deve accadere dentro di me
Non sono ancora così forte per dare un posto preciso a quello che amo veramente nel mio lavoro. So che forse ciò non ha importanza. So che altri pittori cercano prima di tutto di soddisfare chi gli commissiona lavoro ma so anche che io non potrei farlo. Tutto deve accadere dentro di me. È solo insieme alla necessità interiore, intima, che devo disegnare, che farò possibilmente del buon disegno e della buona pittura.
Tutte le volte che voglio scrivervi, preferirei spedirvi un disegno piuttosto che fare lunghe chiacchiere che portano a dei malintesi,quindi sarebbe meglio tacere. Così a proposito della lunga lettera che vi scrissi prima di spedirvi questo disegno. So che non siete sicuro di me e lo sarete forse ancora meno vedendo il mio lavoro, ma Dio sa di avermi dato una fede vivissima in questo lavoro e fede nel futuro. Non ho mai dubitato di poter fare ottime cose e le farò.
Maschere
Tutti in punta di piedi per veder salire in cielo la falce lunare. Tutte le energie della terra e del cielo si sollevano e la debole falce si alza, appena visibile. Maschera che ricorda l’Egitto – maschere di bellezze di Tatar, modellate da mille correnti tutte diverse, guardano la luna crescente e urlano. Alcuni ragazzi si arrampicano in cima ai minareti, altri corrono indiavolati per le stradine e suonano le corde dei loro strumenti.

L’erba di smeraldo
Le donne avanzavano regali come regine nei loro abiti colorati portando sul capo, al tramonto, semplicemente un gran mucchio di rami d’oro. Sullo sfondo, animali tranquilli nelle luci vivide che il sole irraggiava, morendo. L’erba di smeraldo si accende, emana una vivida luce verde, sono gesti offerti dagli ulivi. I fuochi verdi dell’erba su lunghe fasce accendono il paesaggio e raggiungono la luce allo stesso tempo. Verde il fuoco dell’erba che consuma la sua stessa luce, accende il paesaggio, un tronco, un profilo di donna; investe di un’aria magica i profili degli alberi. Le foglie degli ulivi scintillano lievemente. Non è la luce del giorno. Non è la luce della notte. Un uomo si ferma nell’ombra. Osserva le olive, piccoli punti neri nel cielo profondamente buio. Nimbo d’argento che brilla intorno all’albero. Cielo blu e profondo. Un altro uomo curvo nell’erba, canta e raccoglie. Le grandi barre degli uomini colpiscono gli ulivi che spesso brillano come fuochi insieme alle olive che cadono inseguite dalla luce. Più in là la curva quieta delle bestie dagli occhi infantili che mangiano questa erba di fuoco. Bestie bianche – bestie nere.
Tramonti
I tramonti, quando ha piovuto durante il giorno, vibrano in modo inimmaginabile.
Paesaggio
Del fumo, forche di legno bianco, buoi. Un Arabo taglia la carne. Meraviglioso mondo del mercato: asini, muli, cappelli di paglia, le donne. Danzatori vanno da gruppo a gruppo, ballando. Musica profonda. Nella polvere i colori calmi danno l’impressione di sognare. Un tetto verde di Marabout scintilla in cima ai monti blu. Di notte una luna enorme si alza lentamente Paesaggio rosso e blu. I grilli simili al cristallo. Passa n uomo, con una lanterna in mano.
Tutto il villaggio dorme.
Non lontano, degli asini – occhi chiusi, grandi orecchie cadenti.
Casbah
Ero partito da solo per vedere una casbah ricoperta di pitture murali, Ci sono rimasto per prendere appunti. Mi hanno trattenuto altri villaggi. E’ giunta la notte. E poi, molto tempo dopo, quando i monti si misero a ballare nei miei occhi, con il piede sbattevo contro le pietre, ogni ramo morto contro l’altra caviglia. I pastori hanno raccolto, non so in che buco, un capretto che chiamava la mamma come i bambini quando hanno un po’ di febbre. Le hanno dato un po’ di latte e il capretto è ripartito trascinando la zampa. E io sono arrivato a Marrakesch profondamente ammaccato. Adesso tutto va meglio. La ferita non spurga quasi più.
Studiare il più a lungo possibile
Tutto questo è lontano da noi. Non credo che là ci sia più bellezza che altrove, tutte quelle pietre le sentiamo fredde: penso all’unica cosa importante per me e cioè che dopo un anno di tentativi di pittura in quel meraviglioso Marocco e non essendone uscito coperto di allori, però potrò sempre vedere e copiare Tiziano, El Greco, i bei primitivi, l’ultimo dei Bellini, Mantegna, Antonello da Messina, e se talvolta queste tele non sono così vicine al mio cuore come quelle degli antichi fiamminghi, degli Olandesi, di Vermeer, Rembrandt, Van der Meer, da esse imparo immensamente e non mi auguro che una cosa sola: poterle studiare il più a lungo possibile.
Qualsiasi cosa faccia, io non resterò che un buon uomo e se proprio non diventerò un gran signore arrivo a credere che sarò migliore di quest’ultimo.. Tutto ciò che avvertite in me di confuso, Papà, un giorno svanirà, e forse quel giorno non è poi così lontano.
Apparizione
Ci sforziamo con gli stessi occhi di rivedere le stesse cose, ma niente può eguagliare il momento in cui un paesaggio ci si svela, divino. Niente. Il fuoco, la fede nella natura, ci appaiono nel tempo di un lampo, nei rari momenti di grazia e non secondo la nostra volontà.

**
Una fiamma che cresce
di Lucetta Frisa
È universalmente noto il tragico destino di Nicolas de Staël, nato a S. Pietroburgo il 5 gennaio 1914 e morto il 16 marzo 1955 ad Antibes, gettandosi dalla finestra del suo atelier. In questo breve volume compaiono, inediti in Italia, frammenti e lettere scritti in Marocco fra il 1936 e il 1937, che testimoniano la fase giovanile e passionale della sua esistenza: il pittore, traversato dalla febbre della ricerca, si mette in viaggio, da Marsiglia a Fès, da Rabat a Marrakesch, quindi attraverso le montagne dell’Atlante e del Col du vent, e con una scrittura rapida e ferma, fatta di impressioni, schizzi, appunti teorici, cerca l’orizzonte del proprio destino di artista con intransigenza e ossessione, sapendo fin dall’inizio come «tutto deve accadere dentro di me». Studia la pittura di Turner, Monet, Hokusai, Hiroshige, visita diversi villaggi e una casbah con pitture murali. Ancora non è apparso in tutta la sua potenza e in modo definitivo il demone dell’inquietudine, dell’insoddisfazione del genio, chiuso in una “solitudine inumana”. Ancora vibra la luce di un paesaggio da scrutare e amare e interiorizzare. In uno di questi scritti la pagina iniziale è bianca dove splende un’unica parola: Clarté. E in una delle lettere inviate ai genitori appare una frase, più delle altre profetica: «La fiamma cresce ogni giorno e spero di morire prima che si abbassi».
Non possiamo, da lettori, che accogliere queste righe con commozione consapevole, come una musica segreta che ci ritrae l’artista da giovane, le sue potenti utopie, i suoi intransigenti giudizi, il suo sconfinato desiderio che l’arte sia una fiamma assoluta che brucia sempre e comunque, senza compromessi e mediocrità, dovesse questo costarci la vita. «Più voi capirete che l’esplosione è tutto, in me, come quando si apre di colpo una finestra, più capirete che fermarla mi è impossibile, impossibile per me rifinire di più le cose, e più capirete questo più avrete veri argomenti per difendere ciò che faccio», scrive de Staël nel 1955, affermando che l’esplodere infinito dell’atto artistico non si concilia mai con la necessità di rifinire i contorni del quadro. «Troppo vicino e troppo lontano dal soggetto, non voglio essere sistematicamente né l’uno né l’altro… Il contatto con la tela lo perdo all’istante, lo ritrovo e lo perdo. Bisogna pure che io creda all’accidente, non posso che avanzare di accidente in accidente, fin da quando la sento troppo logica la logica mi snerva e va naturalmente verso l’illogico», scrive ancora il pittore nello stesso anno. Non vuole essere vicino al soggetto del quadro ma neppure lontano. Lavorando nel crinale tra forma e non-forma, disobbedisce al rigore dell’informale e alla prevedibilità della figurazione. Ha fiducia in una logica totale che, nella sua assolutezza, tende all’illogico. Non avanza per teorie sistematiche ma per piccoli accidenti e minime catastrofi, inseguendo i dettagli della sua ossessione nel presente del quadro a cui lavora. «Sordo, muto, gli occhi che si abbassano ogni giorno a forza di guardare, farò dei quadri come potrò per i dieci anni che vi aspetterete dalle mie mani di pittore (1954)». «Ho bisogno di elevare i miei conflitti a un’altezza unica, non fosse che per presentarli in tutta umiltà, e ciò indica molta familiarità con tutto ciò che traversa il cielo, va e vieni di ombre, luci, composizione fantastica, molto semplice, di elementi (1952)». «Dipingo come posso, e cerco ogni volta di aggiungere qualcosa elevandomi su ciò che mi soffoca (1954)». E scrive ancora: «Si finisce per avere una sensibilità molto prossima alla follia quando si è vicini a quegli invisibili ostacoli che si scelgono sempre quando lo scacco è imminente». De Stäel, malato di perfezione e di assoluto, muore perché giudica la sua opera sempre imperfetta, e non riuscirà mai a realizzare il dipinto che vorrebbe. Muore per mancanza di equilibrio ed eccesso di desiderio, folgorato da quello che vede e che le sue mani traducono a fatica sulla tela. Cerca in mezzo alle nuvole, sollevando lo sguardo, tra composizioni fantasmagoriche, quello che vuole trovare nella materia dei suoi colori, abbassando gli occhi. Qualcosa lo spinge sempre oltre, come se scalasse una montagna: «Più si sale, più tutto si complica ed è impossibile, non ho mai abbastanza cielo in montagna». Quanto cielo vorrebbe de Stäel? Quanta luce? Non c’è mai abbastanza luce o abbastanza cielo. L’opera si annunzia sempre, ma non è mai definita. «Probabilmente, mi preme affermare che ci sono due cose valide in arte: la folgorazione dell’autorità e la folgorazione dell’esitazione (1954)». Lo scacco di de Stäel è in questa autorità folgorante che lo spinge verso un’opera fedele alla luce che la pervade e in questa folgorata esitazione che gli fa sentire quella stessa opera come infedele, imperfetta. Non c’è corrispondenza fra il possibile, che si realizza, e l’impossibile, che si cerca. I risultati sono sempre deludenti.

Georges Braque, venerato dal pittore, aveva scritto: «Se dovessi cercare di vedere qual è il cammino dei miei quadri, direi che dapprima c’è un lasciarsi impregnare: poi – la parola non mi piace ma si accosta alla verità – ne segue un’allucinazione, che a sua volta diventa ossessione e per liberarsi dall’ossessione bisogna fare il quadro o si muore». De Stäel, secondo questa affermazione romantica, non ha saputo fare il quadro assoluto e ha scelto di morire. All’amico Pierre Courthion scrive: «È troppo facile definire assurdo ciò che essenzialmente è organico, vitale, ciò senza cui non si può vivere, e che forse sarà l’equilibrio di base per tutto ciò che verrà. No, è grave pronunciare una parola come questa, quando il punto più acuto di tutta questa bella storia è un’illuminazione senza precedenti (1955)». La folle utopia del pittore è la ricerca, implacabile, di questa «illuminazione» che, sul piano concreto, non può che sfuggirgli. Nella sfida tra il vedere e il non vedere alla fine rifiuterà l’impotenza della sua opera, troppo lontana da quell’oltre luminoso di cui deve essere il segno. L’atto finale sarà quella metafora trasformata in gesto reale: il volo in cui il suo corpo si solleva, si innalza, e infine vede, ma subito dopo ineluttabilmente si schianta. L’opera artistica, quella autentica, è lì, nella folgorazione del sollevarsi e nella penosa difficoltà dell’esserci, come accade al goffo Albàtro di Baudelaire, simbolo della poesia e della sua inadeguatezza al mondo.


*I testi del pittore sono tratti da: Lettres du Maroc, Edition Khbar Bladna, Imprimerie Spartel, Tangeri, 2010; Les Gueux de l’Atlas, ibidem, 2010; Cahier du Maroc, ibidem 2010. In postfazione le affermazioni di De Staël sono riportate da: Cieli immensi. Lettere 1935-1955, Le Lettere, Firenze, 1999.


