di Stefano Massari

sette delle mie prime morti
(1969-1982)
I
la prima volta
non capivo neanche il bambino che ero
ma sentivo la notte che masticava la pelle
del giovane uomo che sorrideva e dipingeva
mio padre bestemmiava batteva i pugni
sulle porte di casa per fortuna
la luce nella stanza era accesa
II
poi la madre della madre
cullava qualcuno che per sempre non c’era
fissava qualcosa che per sempre spariva
chiusa nella camicia che puzzava di bianco
la notte mi pisciava di fianco e piangeva
e si strappava i capelli mentre chiamava madre
sua figlia
un po’ d’acqua e nient’altro, signora
tanto da questo male nessuno ritorna, signora
III
la terza morte
aveva unghie rotte e di cera
e nessuno di noi sapeva chi era
quel lago spalancato e improvvisa
colore di ruggine e legno
le guardie indignate cercavano l’ombra
per sfuggire allo scempio e al sudore dei figli
perduti nell’odore di vomito e caldo
seduti a raccontare agli amici
l’incredibile storia della loro madre
che vola


IV
poi bastò tacere e aspettare
come aspetta la terra
che non ha il pensiero di noi
così il padre si staccava
pezzi marci e scuri dal corpo
che neanche parlava
eppure spingeva i denti in avanti
per riuscire almeno a ringhiare
i medici lo tagliarono tanto
che non ne rimase nemmeno
il ricordo
allora ridevo di odio
per quel povero monco
con la sua mano di cuoio
che slegava indifferente
al mio sguardo
mostrando fiero
il suo unico figlio
rimasto chiuso
in quel taglio
e nient’altro


V
la quinta morte era lunedì
le case intorno piegate dal male di tutti
di cinque uno solo salvato rimasto idiota
con l’occhio sinistro voltato dalla parte sbagliata
il braccio appeso per sempre a un rancore di madri
stupefatte e incapaci di capire che presto
quelle bare sudate e splendenti avrebbero preso
anche noi gli interrotti condannati a tradire
addestrati a sparire già pronti per l’ombra
e per ogni prossima misericordiosa
bomba

VI
sei volte annunciata
arrivò la morte dell’amico più grande
che diceva ormai di neanche pregarla
che non c’era bisogno perché la pelle
era già vetro abbastanza e l’ago andava
infilato caldo e buono anche per l’osso
e piano piano piano così non avrebbe lottato
ma pianto all’infinito e dormito con i topi
nel letto che per rispetto gli avrebbero
mangiato soltanto una mano
la madreperla mano
VII
poi si spezzò la croce la città
e il mio nome per sempre
sdraiato sul fianco di un asfalto qualunque
con la mano ancora umida del suo labbro inferiore
e l’urlo del mondo venuto a bruciare proprio
nel centro dei nostri anni perfetti perché mio
soltanto mio era il compito di morire per tutti
e invece restai a scegliermi dio tra i nemici a venire
e il buio come compagno di banco


