
Ricorderai la dacia, la vespa,
l’astuccio sporco d’inchiostro
o i mirtilli che mai raccogliesti
da bambino nel sottobosco.
Osip Mandel’štam
(trad. Remo Faccani)
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Teatro familiare
rientrerò con il distacco del sidha
la dignità polare della bambina
tra quei parati da quirinale
sotto quei soffitti dipinti
pieni d’occhi:
icone buie, cobalti, mappe siderali.
riecheggeranno tra i legni
di librerie come cattedrali
gli anatemi della nonna
che grida al gatto in dialetto
le ciabatte di panno
les mots français di Padre
gli strilli da profetessa di Sorella
tuniche di fuoco e capricci di trine
la maglietta, il sugo, i maccheroni.
rivedrò lo sguardo da leopardo fragile
di Fratello
i suoi terrori virali
la berlina delle bionde replicanti
le sue fisse nietzschiane (riverberare)
ai fuochi fatui dei fornelli.
e mia madre, mia madre
in finestra che fuma
che dice ve ne accorgerete.
quando morirò, dice,
allora sì che davvero vedrete.
chiare le note di un pianoforte,
iva zanicchi e la ruota della fortuna
le carte scritte a mano – la grazia dello scriba –
di Padre:
occhi gialli, affetti indecifrabili,
carezze ieratiche, siglate in stele
madre disegna arabeschi
con la brace della sigaretta
– dalla bocca al fianco, dal fianco alla bocca –
il suo credito inesigibile
dal gioco del mondo
ribolle in doppia iride.
nei silenzi precipiti
una combustione sotterranea
perpendicolare.
ma può dirsi domenica:
alla fonte lustrale
del rubinetto
la nonna riempie la brocca
butta acqua nella farina.
il suo gesto liturgico:
cuocere il pane.
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Lirica del padre
le frasi dette
i gesti delle mani
lasciano memoria nell’aria
come traiettorie aeronautiche
rotte alate
a calcolo numerico
ogni desiderio
che esca dalle labbra di un bambino
disegna a terra
con pietra bianca, di gesso
i quadrati
del gioco del mondo
dicevi intelligenti sì, ma siete fragili
la vita tatuata
da una medaglia
strazio – prigionia – fame
dismessi
in altra pelle
emergeva, a volte,
in una smorfia di diniego
una stranezza orfana
inattesa
un dispetto
io ti dicevo
vieni papà
ma mi pareva tardi
come fossimo sorvegliati
due stranieri in autunno
avrei voluto conoscerti infine
prima che la vita finisse
di strapparci gli occhi
ti cercavo
ti cercavo
con la nostalgia dei ritorni
nel rovescio assopito
delle parole
ma sono rimasta a guardare
inebetita
il nostro cristallo
farsi anisotropo
deformarsi
la tua voce
divenire
massa mancante
priva di trasmissione.
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Annotazioni
ecco, dunque, il tuo quaderno di spine.
è minuto, sai, rispetto a quello d’altri
non farne un vanto, né un oggetto raro
portalo con eleganza, con discrezione
non lo stanerai con la lama d’acciaio
con gli agglomerati di nuove molecole
ti sta parlando del lupo ferito
curvo sulle zanne
gli occhi d’allarme
inchioda col martello i bracci della croce
che siano proporzionati, perpendicolari
leviga il legno scuro, percorrine le vene
spiana con la lingua i margini scheggiati
lava mille volte i piedi dalla polvere
e poi avviati, e guarda bene avanti
la schiena diritta, le ossa che bisbigliano
non ti lagnare, c’è pace nell’ultimo raggio
il crepuscolo assopisce care le foglie
sbiadisce la furia bionda del grano
un tepore verde sale da teatri d’erba
che piegano al tintinnare dei sistri.
ecco, dunque, il tuo compito è questo.
è più minuto, sai, di quello d’altri
non è vanto, né oggetto raro
ma solo una ferita gelida di luce,
la tua più preziosa tenerezza
ora fatti calice
grembo d’ombra
è il tuo corpo che chiama casa.
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Il cercato incontro
Affollare gli specchi
aprire crepe sotto i passi
tenere in tasca il proprio dolore
come un pugnale
questo l’allarme quieto
la possibilità incrinata
amara
che scoperchia il nero niente
in ogni cercato incontro.
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Dissezioni
la continua vivisezione
gli uni sugli altri chini
chini sui corpi sul cuore
la compartimentazione
nelle sue pertinenze elettriche
analizzare sfacelo dettare
annotare dell’aperto miocardio
segnare il tracciato appuntito
nodo del seno atriale
valvola mitrale corde tendinee
indifesa carne sul tavolo
settorio tavolo-acciaio, indifeso torace
disarmata gabbia con le dita apriamo
di coste il dono caldo
sulle mani la carne rossa
la tenerezza che era un equivoco
la tenerezza cara sul tavolo
errato il calcolo aperta la cassa
dal bisogno il cuore diamo accordiamo
ora l’acciaio settorio sul tavolo
la lama la pinza e l’ago ricurvo
sul freddo imbrattato tavolo
la grossa nera sutura montata
su pinza l’ago pronto ricurvo
ferita lacerti ventricoli aperti
la compartimentazione
bianco pulsare dei corpi la carne
dissanguato livido grumo sul tavolo
le camere ancora percorse da impulso
aperte ridenti ancora percorse
la competenza elettrica la pertinenza
oscena la cassa,
aperte le camere
le coste divelte porgiamo
apriamo porgiamo offriamo
non governato l’impulso l’equivoco
l’amore il naufragio il tenero equivoco
insistere riparare pulsare
dal bisogno apriamo e porgiamo
riprovare dissanguare
dal dolore ripetere
dal bisogno ancora
riprovare.
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Sutura
è tempo di trarre
il frenulo-corda
tra i denti-colonna
sollevare la lingua
e vibrare papille
provare a dire del lacrimare
che irrora rugiada-marea
scioglie le ciglia
nel lago di cigno nero
del ricordo strano
che bolla nel buco
sfoca sospeso
rotola nel quadrante di polvere e pane
del fastidio che accende – incandescenze – come tungsteno
corrente alternata di rabbia
nel filamento
della colpa che scava come guscio
pieno-che-svuota
parete di crepa che grida di alzarsi
di fare, di dare
della fatica che graffia epitelio
incurva colonna a segmenti
incava la fronte
come cranio vuoto che brulica
del dispiacere che ara il petto
preme come pollice sugli occhi
fa radunare tutto il male
allo sterno come punta
è tempo di provare a dire
cercando sutura
provare.
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L’ombra delle cose
a Chiara
non diciamo più di noi a chi non ha spazio in petto
a chi imbocca le soglie brevi, volta le spalle presto
fa barbarie che silenzia le voci della notte
restiamo in riva al mare, sedute, la sera
in tasca la ferita più nostra, conservata piano, in un involto scuro
la fretta e la pioggia alle spalle come coltelli
una quieta emergenza, una luce rossa di preghiera
sarà calda ancora di sole l’acqua
sarà l’ora di salutarsi, di guardare alle spalle, alla pineta preziosa
armeggiare un impegno, un rinvio, dipanare un rientro ragionevole che sale
agli avambracci, alle clavicole, alle labbra poi
ma l’estate coltiva fino a tardi l’ombra delle cose
e le parole piene, le mani cave fanno culla e canto di madre,
compassione di chi innalza l’ascolto, di chi digiuna l’attesa.
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La legge dell’acqua
il battere della pioggia sul vetro
foresta svelata intima foresta
la notte nel modo più indifeso, la fronte in disparte,
la discesa nella rotta, in bilico,
le gambe piegate nella legge dell’acqua
stelle nel nero il fuoco tu
il dolore di una musica piano
una sospensione vuota di sonno e di affetto
ti scrivo fragile di parole senza vergogna
fedele di tenero estremo amore.
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Le ore
cercami di notte
dove solo tu
dove solo noi
questo cuore che tambura adesso
questo pensiero sciolto tra le mani
un nero fuori che parla duro, dice cose sue
avevamo un volto solo io e te
così tenero e serio era il nostro fiore
ci aprivamo il cuore dalla bocca
ora ti aspetto qui
dilatata la giostra di carne in granelli muti
irradia dal fondale un’antigravità
con fatica
con cura e fatica
solleva dalla terra piccole cose bianche
piccole cose care
fatte d’ali e gonfie d’acqua buona
con il palmo dandole al volo
ma le ore salgono piano
col dito mi disegno sul seno
l’impronta fredda della tua mano che manca.
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L’amore degli umani
essere toccati
in quel punto indifeso e segreto
dove depone il suo bene la parola esatta
che ci fa immobili in un battito da dentro
nella nostalgia profonda della cura.
