IL DOVERE DELLA CURA. Isabella Bignozzi

Isabella Bignozzi

Ricorderai la dacia, la vespa,

l’astuccio sporco d’inchiostro

o i mirtilli che mai raccogliesti

da bambino nel sottobosco.

Osip Mandel’štam

(trad. Remo Faccani)

**

Teatro familiare

rientrerò con il distacco del sidha

la dignità polare della bambina

tra quei parati da quirinale

sotto quei soffitti dipinti

pieni d’occhi:

icone buie, cobalti, mappe siderali.

riecheggeranno tra i legni

di librerie come cattedrali

gli anatemi della nonna

che grida al gatto in dialetto

le ciabatte di panno

les mots français di Padre

gli strilli da profetessa di Sorella

tuniche di fuoco e capricci di trine

la maglietta, il sugo, i maccheroni.

rivedrò lo sguardo da leopardo fragile

di Fratello

i suoi terrori virali

la berlina delle bionde replicanti

le sue fisse nietzschiane (riverberare)

ai fuochi fatui dei fornelli.

e mia madre, mia madre

in finestra che fuma

che dice ve ne accorgerete.

quando morirò, dice,

allora sì che davvero vedrete.

chiare le note di un pianoforte,

iva zanicchi e la ruota della fortuna

le carte scritte a mano – la grazia dello scriba –

di Padre:

occhi gialli, affetti indecifrabili,

carezze ieratiche, siglate in stele

madre disegna arabeschi

con la brace della sigaretta

– dalla bocca al fianco, dal fianco alla bocca –

il suo credito inesigibile

dal gioco del mondo

ribolle in doppia iride.

nei silenzi precipiti

una combustione sotterranea

perpendicolare.

ma può dirsi domenica:

alla fonte lustrale

del rubinetto

la nonna riempie la brocca

butta acqua nella farina.

il suo gesto liturgico:

cuocere il pane.

**

Lirica del padre

le frasi dette

i gesti delle mani

lasciano memoria nell’aria

come traiettorie aeronautiche

rotte alate

a calcolo numerico

ogni desiderio

che esca dalle labbra di un bambino

disegna a terra

con pietra bianca, di gesso

i quadrati

del gioco del mondo

dicevi intelligenti sì, ma siete fragili

la vita tatuata

da una medaglia

strazio – prigionia – fame

dismessi

in altra pelle

emergeva, a volte,

in una smorfia di diniego

una stranezza orfana

inattesa

un dispetto

io ti dicevo

vieni papà

ma mi pareva tardi

come fossimo sorvegliati

due stranieri in autunno

avrei voluto conoscerti infine

prima che la vita finisse

di strapparci gli occhi

ti cercavo

ti cercavo

con la nostalgia dei ritorni

nel rovescio assopito

delle parole

ma sono rimasta a guardare

inebetita

il nostro cristallo

farsi anisotropo

deformarsi

la tua voce

divenire

massa mancante

priva di trasmissione.

**

Annotazioni

ecco, dunque, il tuo quaderno di spine.

è minuto, sai, rispetto a quello d’altri

non farne un vanto, né un oggetto raro

portalo con eleganza, con discrezione

non lo stanerai con la lama d’acciaio

con gli agglomerati di nuove molecole

ti sta parlando del lupo ferito

curvo sulle zanne

gli occhi d’allarme

inchioda col martello i bracci della croce

che siano proporzionati, perpendicolari

leviga il legno scuro, percorrine le vene

spiana con la lingua i margini scheggiati

lava mille volte i piedi dalla polvere

e poi avviati, e guarda bene avanti

la schiena diritta, le ossa che bisbigliano

non ti lagnare, c’è pace nell’ultimo raggio

il crepuscolo assopisce care le foglie

sbiadisce la furia bionda del grano

un tepore verde sale da teatri d’erba

che piegano al tintinnare dei sistri.

ecco, dunque, il tuo compito è questo.

è più minuto, sai, di quello d’altri

non è vanto, né oggetto raro

ma solo una ferita gelida di luce,

la tua più preziosa tenerezza

ora fatti calice

grembo d’ombra

è il tuo corpo che chiama casa.

**

Il cercato incontro

Affollare gli specchi

aprire crepe sotto i passi

tenere in tasca il proprio dolore

come un pugnale

questo l’allarme quieto

la possibilità incrinata

amara

che scoperchia il nero niente

in ogni cercato incontro.

**

Dissezioni

la continua vivisezione

gli uni sugli altri chini

chini sui corpi sul cuore

la compartimentazione

nelle sue pertinenze elettriche

analizzare sfacelo dettare

annotare dell’aperto miocardio

segnare il tracciato appuntito

nodo del seno atriale

valvola mitrale corde tendinee

indifesa carne sul tavolo

settorio tavolo-acciaio, indifeso torace

disarmata gabbia con le dita apriamo

di coste il dono caldo

sulle mani la carne rossa

la tenerezza che era un equivoco

la tenerezza cara sul tavolo

errato il calcolo aperta la cassa

dal bisogno il cuore diamo accordiamo

ora l’acciaio settorio sul tavolo

la lama la pinza e l’ago ricurvo

sul freddo imbrattato tavolo

la grossa nera sutura montata

su pinza l’ago pronto ricurvo

ferita lacerti ventricoli aperti

la compartimentazione

bianco pulsare dei corpi la carne

dissanguato livido grumo sul tavolo

le camere ancora percorse da impulso

aperte ridenti ancora percorse

la competenza elettrica la pertinenza

oscena la cassa,

aperte le camere

le coste divelte porgiamo

apriamo porgiamo offriamo

non governato l’impulso l’equivoco

l’amore il naufragio il tenero equivoco

insistere riparare pulsare

dal bisogno apriamo e porgiamo

riprovare dissanguare

dal dolore ripetere

dal bisogno ancora

riprovare.

**

Sutura

è tempo di trarre

il frenulo-corda

tra i denti-colonna

sollevare la lingua

e vibrare papille

provare a dire del lacrimare

che irrora rugiada-marea

scioglie le ciglia

nel lago di cigno nero

del ricordo strano

che bolla nel buco

sfoca sospeso

rotola nel quadrante di polvere e pane

del fastidio che accende – incandescenze – come tungsteno

corrente alternata di rabbia

nel filamento

della colpa che scava come guscio

pieno-che-svuota

parete di crepa che grida di alzarsi

di fare, di dare

della fatica che graffia epitelio

incurva colonna a segmenti

incava la fronte

come cranio vuoto che brulica

del dispiacere che ara il petto

preme come pollice sugli occhi

fa radunare tutto il male

allo sterno come punta

è tempo di provare a dire

cercando sutura

provare.

**

L’ombra delle cose

a Chiara

non diciamo più di noi a chi non ha spazio in petto

a chi imbocca le soglie brevi, volta le spalle presto

fa barbarie che silenzia le voci della notte

restiamo in riva al mare, sedute, la sera

in tasca la ferita più nostra, conservata piano, in un involto scuro

la fretta e la pioggia alle spalle come coltelli

una quieta emergenza, una luce rossa di preghiera

sarà calda ancora di sole l’acqua

sarà l’ora di salutarsi, di guardare alle spalle, alla pineta preziosa

armeggiare un impegno, un rinvio, dipanare un rientro ragionevole che sale

agli avambracci, alle clavicole, alle labbra poi

ma l’estate coltiva fino a tardi l’ombra delle cose

e le parole piene, le mani cave fanno culla e canto di madre,

compassione di chi innalza l’ascolto, di chi digiuna l’attesa.

**

La legge dell’acqua

il battere della pioggia sul vetro

foresta svelata intima foresta

la notte nel modo più indifeso, la fronte in disparte,

la discesa nella rotta, in bilico,

le gambe piegate nella legge dell’acqua

stelle nel nero il fuoco tu

il dolore di una musica piano

una sospensione vuota di sonno e di affetto

ti scrivo fragile di parole senza vergogna

fedele di tenero estremo amore.

**

Le ore

cercami di notte

dove solo tu

dove solo noi

questo cuore che tambura adesso

questo pensiero sciolto tra le mani

un nero fuori che parla duro, dice cose sue

avevamo un volto solo io e te

così tenero e serio era il nostro fiore

ci aprivamo il cuore dalla bocca

ora ti aspetto qui

dilatata la giostra di carne in granelli muti

irradia dal fondale un’antigravità

con fatica

con cura e fatica

solleva dalla terra piccole cose bianche

piccole cose care

fatte d’ali e gonfie d’acqua buona

con il palmo dandole al volo

ma le ore salgono piano

col dito mi disegno sul seno

l’impronta fredda della tua mano che manca.

**

L’amore degli umani

essere toccati

in quel punto indifeso e segreto

dove depone il suo bene la parola esatta

che ci fa immobili in un battito da dentro

nella nostalgia profonda della cura.

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