

Tra gli insoliti hobby di Tolkien vale la pena ricordare ciò che descrisse nel suo saggio Il vizio segreto, pubblicato nella raccolta Il medioevo e il fantastico, ovvero l’invenzione di nuovi linguaggi. Tutto ebbe inizio quando il giovane Tolkien ascoltò per caso un gruppo di ragazzi parlare in “animalico” (o “animalese”), un linguaggio-gioco che si serviva esclusivamente di nomi di animali e numeri per comunicare qualsiasi tipo di informazione. Ad esempio “cane usignolo picchio quaranta” poteva voler dire “tu sei un somaro”. Successivamente l’animalico venne dimenticato e sostituito da un nuovo idioma: il “Nevbosh”, che storpiava in maniera irriconoscibile le parole inglesi sostituendole in alcuni casi con altre latine o francesi. Da allora l’interesse di Tolkien per le lingue non fece che aumentare. Nel suo saggio Inglese e gallese Tolkien ricorda il giorno in cui per la prima volta vide su una lapide le parole “Adeiladwyd 1887” (“Costruito nel 1887”) e se ne innamorò. Il gallese divenne una fonte inesauribile di bei suoni e perfette costruzioni grammaticali, un linguaggio melodioso a cui poter attingere per le sue future invenzioni linguistiche. Infatti, dopo il gallese venne il finnico (suomi), e prima di esso il greco e l’italiano, e l’immaginazione prese il sopravvento. Bisogna ricordare che lo stesso Tolkien, scrisse in una delle sue lettere che «nessuno mi crede quando dico che il mio lungo libro (Il Signore degli Anelli) è un tentativo di creare un mondo in cui una forma di linguaggio accettabile dal mio personale senso estetico possa sembrare reale. Ma è vero». Le storie della Terra di Mezzo erano quindi servite unicamente a dare una collocazione (seppure fittizia) alle parole dei suoi linguaggi. Non era stato dunque il contrario.
Tra le decine di idiomi inventati da Tolkien possiamo citare:
- L’Elfico primitivo (da cui tutto ebbe inizio)
- Il Quenya (l’antica e cerimoniale lingua degli Elfi)
- Il Sindarin (l’idioma elfico di uso comune)
- Il Telerin (il linguaggio degli elfi Teleri)
- L’Adûnaico (la lingua di Númenor)
- L’Ovestron (la lingua comune)
- Il Doriathrin (la madrelingua di Lúthien)
- Il Nandorin (la lingua degli Elfi Verdi)
- Il Khuzdul (la lingua segreta dei Nani)
- L’Entese (la lingua degli Ent)
- Il Linguaggio nero (ideato da Sauron e parlato dagli Orchi)
Le lingue delle varie razze rappresentano un’altra complessità, poiché ognuna di esse, per quanto misteriosa, viene corredata di storia, sviluppo, simbologia, grammatica, pronuncia e dialetti locali; in particolare va detto che la lingua di Nani, il Khuzdul, contiene parecchi segreti: la variante parlata a Moria prevedeva sette rune segrete, e comunque segrete e non facilmente visibili erano le rune scritte sulle mappe che indicavano porte segrete. Spesso esse diventavano visibili solo sotto un raggio di luna, la quale doveva essere nella stessa fase in cui era quando le rune furono scritte. Inoltre la rivelazione più grande è che le rune naniche, così come ci vengono presentate in tabella da Tolkien, hanno delle corrispondenze numerico-matematiche, spiegate nell’opera di Didier Willis “l’uso esoterico di Tengwar e Rune”, tradotta da Francesco de Virgilio come segue:
«La Mappa di Thror e Bilbo ne Lo Hobbit è stata eseguita da J.R.R. Tolkien con grande completezza. Possiamo soffermarci sull’accuratezza dell’opera, ed ammirare la vegetazione schematizzata, i toponimi attentamente eseguiti e la calligrafia: in se stessa già è un’illustrazione magnifica. Ma chiaramente non possiamo mancare di notare le due iscrizioni runiche rappresentate sulla mappa, una sulla sinistra, segnata da un dito teso che la indica, e l’altra al centro, in lettere “trasparenti”. Questo elemento fu, per una non parte trascurabile, all’origine del successo dello Hobbit in particolare nei confronti dei giovani lettori.
J.R.R. Tolkien ci consegna molto rapidamente la chiave del primo enigma. Il mago Gandalf, quando restituisce la scheda a Bilbo ed ai tredici nani che lo accompagnano, rivela l’esistenza di un passaggio segreto per entrare nel regno sotto la montagna dove c’è il drago Smaug:
“’La porta è altra un metro e mezzo [“cinque piedi”] e ci si può passare in tre per volta’, dicono le rune”

Per la seconda iscrizione non ci sono proprio più alcune difficoltà: un po’ più tardi gli eroi arrivano alla casa di re Elrond che rivela loro l’esistenza di un testo in «lettere lunari» sulla mappa, visibile solamente alla luce della Luna, ed in condizioni il molto particolari. Nondimeno, alcuni punti delicati permangono: alcuni suoni dell’inglese sono rappresentati da un solo segno mentre la trascrizione Latina ne richiede molti.
Comunque, il sistema di scrittura illustrato qui non è un’invenzione di J.R.R. Tolkien. Effettivamente, i simboli rappresentati sulla Mappa di Thror sono solamente altre rune di un vero alfabeto, il futhark illustrato qui in una versione anglosassone e tarda (variante del futhorc a 31 segni, principalmente usato tra il 700 ed il 1200 d.C.). Da allora in poi, Tolkien fu inspirato da questo futhark per creare il proprio sistema di scrittura, adattato alle sue lingue elfiche (e di conseguenza alla lingua dei Nani, il Khuzdul). Ci ritorneremo brevemente quando parleremo delle rune ne Il Signore degli Anelli. Si impongono a questo punto due osservazioni:
a) Usando il Futhorc nella narrazione, Tolkien sembra avere volontà di costruire una «grande mitologia anglosassone». Questa volontà si incontrerà in tutte le sue opere, dove disegna la sua inspirazione sullo sfondo leggendario germanico.
(b) Tolkien stesso non sembra essere soddisfatto di prendere come è il sistema anglosassone, ma l’aggiusta, lo completa secondo le proprie necessità: nella sua concezione, si segue la tradizione storica, le rune non hanno mai formato mai un corpo consolidato e definitivo, ma sono state al contrario adattate dalle genti che le ha usate continuamente. I punti che abbiamo richiamato sopra dovrebbero giustificare, laddove fosse richiesto, la rilevanza di un utilizzo numerico delle rune de Il Signore degli Anelli.
Analizzeremo perciò l’uso di tengwar e di cirth (rune) inventate da J.R.R. Tolkien, cercando di mostrare in che maniera ciò possa consegnarsi ad un’interpretazione del loro senso ignoto, come risultato della corrispondenza di questi segnali coi valori numerici (derivanti dal loro ordine in una tavola).
Iscrizioni che specialmente ci interessano sono le Porte di Durin e la Tomba di Balin nelle Miniere di Khazad-dûm, entrambi presenti nel primo volume del SdA, II libro, IV capitolo (“Un viaggio nell’oscurità”).
La Tomba di Balin
Le rune o “cirth” furono inventate, secondo Tolkien, dall’elfo Daeron per scrivere nella sua lingua natale, il Sindarin. Esse conobbero una sofisticazione ulteriore quando i Nani le adottarono per trascrivere la loro lingua, il Khuzdul [per questo, ci rifacciamo al capitolo 8; N.d.T.]. Anche se il loro aspetto richiama quello delle vere rune nordiche, le rune tolkieniane sono organizzate in maniera molto più rigorosa. Per esempio per identificare vocali occlusive, è sufficiente aggiungere un segno sotto la runa (da p 11, a b 22); per identificare vocali fricative, è sufficiente invertire la direzione della runa (f 33, v 44).
Una bella iscrizione in Khuzdul ed in inglese appare sulla tomba di Balin.

Una volta translitterato, si legge così:
Balin Fundinul Uzbad Khazad-dûmu
Balin son of Fundin Lord of Moria (in italiano Balin figlio di Fundin Signore di Moria)
I Nani hanno usato 27 rune distribuite su tre linee. Noi proponiamo di suddividere perciò (tutto sommato arbitrariamente) l’iscrizione di 3 linee su 9 colonne, e calcolare il totale per ogni linea [considerando che nella Tabella dell’Angerthas fornita da Tolkien nel SdA, App.E, ogni certh è identificata da un numero – vedi cap. 8; inoltre, ovviamente, la scelta delle 9 colonne deriva dalla semplice operazione 27 cirth : 3 righe = 9 cirth per riga, ossia 9 colonne; N.d.T.].

Il primo numero, 259, è più enigmatico; probabilmente sta quasi a rappresentare una chiave per calcolare la data dell’evento citato. Nell’anno 1981, i Nani abbandonarono Moria, dopo la morte del loro re Náin per poi ritornare là solamente nel 2989, data in cui Balin intraprese la riconquista delle miniere. Ciò porta ad una prima osservazione:
1981 + 3 × 259 + 231 = 2989
Il fattore 3 che qui appare in questa espressione è forse la causa della presenza di tre linee scritte in Khuzdul.


Ma la data della spedizione di Balin può essere calcolata anche in un’altra maniera: il valore del totale delle linee in Khuzdul è di 712, e la linea in inglese arriva a 759. Abbiamo di nuovo un risultato sorprendente:
2989 = 3 × 759 + 712
Il fattore 3 è di nuovo, molto probabilmente, a causa del fatto che tre linee in Khuzdul si oppongono ad una sola in inglese.
Il numero 259 attesta forse finalmente, l’aderenza di Balin al lignaggio di Erebor, perché 259 × 10 = 2590, data del ritorno dei Nani alla Montagna Solitaria. Fino a che poi Erebor assunse fama di una casa di una certa importanza, la maggior parte dei Nani risedettero di nuovo nelle Montagne Grigie o nei Monti Azzurri. È solamente a partire dal 2590, a seguito della scoperta dell’Archenpietra che Erebor divenne per eccellenza la casa della gente di Durin in esilio. Il processo è relativamente semplice, ed i risultati ottenuti sono piuttosto scioccanti: il numero 231 corrisponde indubbiamente alla lunghezza della vita di Balin, nato nel 2763 e morto nel 2994.
Suo fratello Dwalin nacque nel 2772, precisamente 222 anni prima della morte di Balin, il quale designò perciò da questo numero il suo erede, colui al quale sarebbe spettato di diritto il titolo di Signore di Moria, uzbad Khazad-dûmu.
La tomba porterebbe perciò, per colui che fosse a conoscenza di queste notizie, a leggere:
Balin figlio di Fundin
Signore di Moria nel 2989
Nano di Erebor
Il suo erede legittimo è (in questo giorno) vecchio di 222 anni [quindi “ha oggi 222 anni”; N.d.T.]
Balin visse 231 anni
Mettiamo in relazione le iscrizioni definitive del Signore degli Anelli con quelle di più vecchia data di composizione, pubblicate da Christopher Tolkien in The Treason of Isengard. I passaggi che più ci interessano sono lo schizzo grezzo della frase sotto le Porte di Moria così come appare in un appendice su come Tolkien considerò le rune al tempo. Nella quinta versione dell’iscrizione della Tomba di Balin, che probabilmente è datata 1940, la parte in Khuzdul ha importanza minore che nella Compagnia dell’Anello, ed è di nuovo su tre linee: perciò dovremmo trovare lo stesso numero di rune, ossia 27; questo però avviene soltanto se consideriamo che le rune evidenti sono 26 (per rappresentare la h in Khazad-dûm Tolkien in questa iscrizione utilizza la runa t, /kh/, laddove invece ne Il Signore degli Anelli impiega la runa e18, e il segno senza valore numerico V /k+h/. Tutte le differenze delle due iscrizioni, in questo senso, vertono verso una organizzazione più metodica del sistema di scrittura runico. Dall’altro lato, però, qualcosa si oppone a questa concezione: perché Tolkien ha utilizzato due simboli, quando ne esisteva uno solo, e peraltro, già adeguato all’utilizzo che intendeva farne?
La spiegazione diventa più semplice se si seguono le indicazioni dell’app.E del SdA. Il segno /kh/ rappresenta probabilmente una x fricativa in elfico (Tolkien usa l’esempio del tedesco bach), e /k+h/ una consonante aspirata kh propria del Khuzdul (<<più o meno come in backhand>>), in concordanza con le indicazioni del SdA. Il cambiamento non è una semplice correzione, come ci aspetteremmo dal famoso particolare rigore e dalla precisione dell’Autore.
Prima di terminare l’analisi dell’iscrizione del 1940, dobbiamo notare che questa comprende esattamente 4 × 13 rune, suddivise equamente in Khuzdul e inglese; il testo finale in inglese comprende ancora 2 × 13 rune.
Le Porte di Durin

La scrittura degli Elfi, l’alfabeto Tengwar(o le Tengwar, che dir si voglia) attribuita a Fëanor è presentata da J.R.R. Tolkien nell’App.E del SdA, con il nome ed il valore fonetico usuale attribuito ad ogni tengwa. Nella Tabella delle Tengwar presentata da Tolkien nell’App, come in quella dell’Angerthas, i segni sono numerati, da 1 a 36. L’Autore specifica che esistono vari “modi”, nei quali le vocali possono essere rappresentate altrettanto bene sia da segni diacritici posti in varie posizioni intorno alle lettere, sia da lettere separate. Molti principi di scrittura delle tengwar rimandano essenzialmente alle rune: raddoppiando l’arco della tengwa aumenta la quantità di voce nella pronuncia, aggiungendo un tratto sotto la tengwa si inserisce un’aspirazione, ecc.
Vediamo ora una iscrizione in tengwar, nel modo detto “del Beleriand” sulle Porte di Durin; in questa iscrizione, oltre alla frase di benvenuto nel Regno di Durin (incisa sull’arco) sono presenti in particolare tre simboli, dislocati separatamente dalle altre tengwar, in posizioni isolate; sono riportati di seguito:

Come si deduce dall’immagine soprastante, le tre lettere rappresentano le iniziali dei due scalpellini che incisero le porte (Celebrimbor dell’Eregion e Narvi) e del Signore di Moria, Durin VI.
Sommando i numeri attribuiti ad ogni tengwa12, si ha il numero 29, che nella stessa tabella rappresenta la tengwa che ha nome silme (è un nome Quenya, significa “luce” o, in altre fonti o secondo altre interpretazioni, “luce di stelle” – è inoltre detta anche silpion).
Ricordiamo anche quanto dice Gandalf a proposito delle lettere che compongono l’iscrizione: <<Sono intarsi d’ithildin, che riflette solo i raggi di luna e delle stelle, e dorme sin quando non sente il tocco di chi pronunzia parole ormai da tempo obliate nella Terra di Mezzo.>>
Tutto ciò diventa interessantissimo se ricordiamo come sono visibili le Porte di Moria: esse appaiono soltanto alla luce della Luna o delle stelle; altrimenti, è visibile solo nuda roccia, impenetrabile, senza alcuna fessura.
Ancora una volta, è interessante notare che a nota di uno schizzo originale del SdA, Gandalf non menziona la luce delle stelle, ma solo quella della Luna:
<<Esse sono costituite di una qualche argentea sostanza che è visibile soltanto quando toccata da qualcuno che conosce le esatte parole, e io credo fermamente che esse brillino soltanto nella luce lunare.>>
Il disegno delle Porte di Moria che appare nel SdA è stato ricopiato da uno schizzo. L’originale (MS Tolkien drawings 90, fol 41) presenta qualche stranezza. Il dato più rimarchevole è l’aggiunta delle tengwar n°3, 21, e 5 a matita, in un disegno completamente realizzato con inchiostro nero. Tutto lascia pensare che quella a matita sia un’aggiunta posteriore, in seguito ad una riflessione.
Le Porte di Durin, tuttavia, non ci consegnano di nuovo tutti i loro misteri: se si conta il numero di lettere sulla prima linea di scrittura sull’arco, con l’eccezione di quelle che non hanno valore numerico (in questo caso si servirono dell’arco nel Modo del Beleriand per rappresentare la a e di un portatore con un tehtar per la i), si può notare che le lettere sono esattamente 13 per ogni lato (considerando come “centro” la tengwa úre sulla sommità dell’arco).
Se guardiamo sopra la prima riga dell’arco, notiamo dei piccoli ghirigori che, per la precisione, sono 7 per lato; senza troppa immaginazione, è facile notare che ogni piccolo ghirigoro è posizionato su una tengwa del primo rigo in particolare, dividendo ogni gruppo di 13 tengwar per lato in 7 sottogruppi precisi. Tuttavia, non sappiamo come interpretare questa particolare simmetria…
Semplicemente a scopo speculativo, potremmo considerare che alcuni ghirigori sono posti sopra una tengwa, altri invece sono posizionati tra due tengwar. Ovviamente è difficile trarre dati da una stampa piccola e – in linea di massima – non troppo precisa, così come la si ritrova nel SdA.

Ora, nel primo caso, la tengwa è semplice da individuare; nel secondo, nel caso in cui il ghirigoro capiti tra due tengwar, potremmo considerare quella che segue la nostra linea immaginaria verticale che parte dal ghirigoro (disegnata in grigio).
Il primo ghirigoro è palesemente posto sopra la prima tengwa dell’iscrizione: la e di Ennyn. Altrettanto possiamo affermare del secondo ghirigoro, ottenendo la y di Ennyn. Il terzo ghirigoro è posto sul gambo della d di Durin; una posizione abbastanza evidente da poter assumere che la d è la nostra terza lettera. Il quarto ghirigoro separa la tengwa úre, ossia u, da r in Durin; se consideriamo la lettera successiva alla nostra linea immaginaria, otteniamo la r di Durin. Il quinto ghirigoro è posizionato in maniera inequivocabile sulla a di Aran.
Proseguiamo: è abbastanza evidente che il sesto ghirigoro è posto sopra la n di Aran. Il settimo, invece, sembra essere a metà tra la o e la r in Moria, ma ad un occhio attento non sfugge certo che in realtà è posto sul corto gambo della o; assumiamo la o come settima lettera. Ora passiamo all’altro lato: l’ottavo ghirigoro è posto tra la e e la d di Pedo; seguendo la regola suddetta, consideriamo la tengwa che segue il ghirigoro: d. Per il nono ghirigoro si ripete quanto già detto per il settimo: in realtà indica la o di Pedo. Il decimo, indica a colpo d’occhio la e di mellon, laddove l’undicesimo, sebbene in maniera quasi ingannevole, indica la seconda l della stessa parola (anche se, va ribadito, non è molto evidente).
Possiamo facilmente affermare senza rischio di errori che il dodicesimo ghirigoro è posto sopra la n di mellon, così come nella stessa maniera il tredicesimo indica semplicemente la i di minno; non abbiamo neanche difficoltà nell’individuare nella o finale di minno la nostra ultima lettera, sotto il quattordicesimo ghirigoro.
Le lettere “casualmente” trovare finora sembrano possedere un significato ben preciso; riscriviamole in ordine:

Avendo un dizionario di Sindarin alla mano, avremmo varie possibilità a portata di mano:

Ora, la voce eydra precisamente non esiste, ma esiste edra, ossia il verbo Sindarin edra- “aprire”. Nodo, invece, esiste nella radice verbale nod- “legare”. A questo punto, la nostra frase sembra avere un senso ben preciso, qualcosa come “Apri i tuoi legami”, o “Sciogli ciò che ti lega!”. Infine, la tengwa úre che separa le due frasi del primo rigo è ancora più sorprendente: qual è il suo significato? Posizionata sulla sommità dell’arco, circondata da tre piccoli puntini, uno per lato, e sormontata da due ghirigori più grandi degli altri 14 a sinistra e destra, sembra acquisire quasi un valore particolare, che però ci è sconosciuto».
L’Autore delle scoperte riportate in questo approfondimento, Didier Willis, non crede che la tengwa úre sia utilizzata qui soltanto per rappresentare i due punti nella frase “Ennyn Durin Aran Moria: pedo mellon a minno”:
«…effettivamente sarebbe una concezione riduttiva, considerando che, se veramente stiamo parlando della tengwa úre e non di un semplice “cerchietto” separatore, come ogni tengwa, anche úre avrebbe un particolare significato fonetico (che in Sindarin, per la precisione, è u). Insomma, se veramente la tengwa in questione rappresentasse solo i due punti, questa regola dovrebbe essere osservata anche nel secondo rigo dell’iscrizione, cosa che non avviene. Inoltre, nello schizzo originale la tengwa úre non era posta separata rispetto al testo, ma era incorporata in esso, e non era neanche separata dai tre puntini, come invece avviene nel disegno definitivo. Senza ombra di dubbio, i due punti all’inizio e alla fine della frase sono uno dei tanti usi conosciuti della punteggiatura tengwar, e vanno considerati come tali, al contrario dei più enigmatici puntini intorno alla tengwa úre…»
Qui lo scritto di Didier Willis si ferma, ma devo osservare che rimane da analizzare il secondo rigo dell’iscrizione, cosa che farò non appena potrò dedicarmici. Seguendo il mio istinto e la mia passione per gli enigmi ho provato e riprovato calcoli e combinazioni apparentemente slegate finchè ho scoperto che le Rune segrete di Moria nascondono ancora altro, e ciò che segue, sebbene possa inizialmente almeno inizialmente apparire un po’ forzato, trova riscontro in diverse affermazioni di Tolkien durante le sue conferenze.
Sono partito dalla forte convinzione che il cambio di segni, significati e valori numerici fra le rune di Erebor e quelle di Moria dovesse avere per Tolkien una motivazione segreta molto più profonda che un semplice senso estetico, così ho analizzato a lungo e attentamente ogni differenza. Dalla mappa di Thror si evincono le 28 Rune di Erebor, con i loro relativi valori fonetici e numerici (quasi per tutte), mentre le Rune di Moria ce le fornisce Tolkien nell’Appendice C de Il Signore degli Anelli (lo stesso vale per le cirth elfiche). Comparando fra di loro, una ad una, le Rune di Erebor con quelle di Moria, si evidenziano sette rune completamente nuove nell’alfabeto di Moria:

La prima operazione matematica “da enigmista” che ho fatto è stata la somma di tutti i valori numerici di queste sette rune (un po’ come per la tomba di Balin) ed otteniamo il numero 137; forse è forzato ma 1 potrebbe simboleggiare l’Unico Anello che comanda sui Nove, 3 gli Anelli degli Elfi e 7 gli Anelli dei Nani: comunque potrebbe essere pura interpretazione personale.
L’operazione successiva è stata quella di dividere 137 per il numero delle rune (sempre come sulla tomba di Balin…) ed il risultato è: 137/7 = 19,5714285714. Un numero che non significava niente… oppure era una specie di data? Pensando proprio alle date ho provato ad indagare sull’argomento della comparazione fra il nostro Calendario Gregoriano e quello elfico di Imladris (i calendari sono anch’essi disponibili nell’Appendice B de Il Signore degli Anelli).
Il Calendario Elfico è così suddiviso: un anno elfico (Yen, al plurale Yeni), è composto da 144 anni solari (Loa); in una delle varie conferenze tenute Tolkien disse che il nostro mondo era la Terra di Mezzo in un’altra epoca, e che ci trovavamo da qualche parte tra la Sesta e la Settima Era; un lavoro pubblicato sul forum di Eldalie a proposito della comparazione fra i due calendari afferma chiaramente che il 28 marzo 2001 siamo entrati nel 129° Loa del 14° Yen della Settima Era della Terra di Mezzo.
Ecco che in questa data e in tutti questi numeri comparivano il 14 e il 28; che fosse un segno che mi trovavo sulla strada giusta?
Un’altra affermazione importante è che il 14° Yen è iniziato il 29 marzo 1873; se di quel risultato apparentemente astruso che avevo ottenuto prima (19,5714285714) consideriamo le prime quattro cifre senza la virgola otteniamo 1957.
Dopo parecchi tentativi ho applicato questo calcolo: 1957 – [(14+28) x2] = 1957 – (42 x2) = 1957 – 84 = 1873 Ecco un altro segno che mi trovavo sulla strada giusta.
Dalla comparazione dei due calendari inoltre emerge la seguente corrispondenza:

Appare evidente che il numero 28(9) corrisponde al numero 3, cioè il mese di marzo, quando è iniziato il 14° Yen, mentre 14(5) corrisponde a 2; qui una macchinosa operazione che prende il 3 e il 2 si svolge in questo modo (anch’esso ottenuto dopo parecchi tentativi): 3 – 2 = 1, da aggiungere a 28 per ottenere 29, cioè il giorno di inizio del 14° Yen. In questo modo decisamente farraginoso avevo però ottenuto un risultato assolutamente corrispondente alla data comparativa di inizio del 14° Yen della Settima Era.
Conclusioni
Ringrazio innanzitutto mia moglie Caterina che mi ha supportato (e sopportato).
Un grazie anche al mio migliore amico Daniele per avermi donato lo splendido Atlante di Karen Wynn Fonstad.
Grazie al collega e maestro Marco per le disquisizioni sull’immaginario, la poesia, la creatività e la mente e per l’incoraggiamento a scrivere.
Grazie a Fabio e Pervinca perché hanno davvero portato un pezzo di Contea (reale, viva e abitabile!) nel mondo di oggi.
Grazie ad Alessandro per aver prontamente risposto ad ogni iniziativa.
Grazie a tutti coloro con i quali ho potuto avere scambi di opinioni ed informazioni costruttive sulla Terra di Mezzo e su Tolkien.
Riporto nella bibliografia un ringraziamento alle fonti informatiche delle informazioni qui contenute.
Alla luce di quanto detto sino a qui, scoperte le ragioni per cui Tolkien scriveva, a cosa si ispirava, cosa voleva dire, ci resta da riflettere sul perché noi dovremmo leggere, lasciarci trasportare ed ispirare dalle gesta degli Eroi della Terra di Mezzo: perché i nostri tempi, con le loro iniquità e brutture, non sono poi tanto diversi da quelli narrati, e anche a noi, proprio come a Frodo per la venuta dell’Anello non è dato decidere; noi possiamo solo scegliere cosa fare del tempo che ci viene concesso. Ma se in quel tempo ci lasciamo ispirare da valori retti e buoni, alla fine di tutte le cose saremo ricompensati come noi vorremmo; ora spetta ad ognuno di noi pensare a quale vorremmo che fosse la nostra ricompensa: rivedere la verde Contea, o rivedere le Montagne ed i prodigi di Bosco Atro, o essere accolti dal chiaro suono di trombe d’argento nella bianca città di Minas Tirith.
Bibliografia e citazione delle fonti
Come detto nell’introduzione, la maggior parte dei testi sulla fantasy e sul contenuto delle lettere di Tolkien, oltre alla sua biografia, è mutuata da Wikipedia, fonte infinita di informazioni dettagliate ed esaurienti.
Per la parte relativa ai messaggi nascosti nelle rune dei Nani, ho citato un testo di Didier WILLIS, Ajaccio, Séminaire Des Géographies imaginaires à Tolkien, Deuxième semaine, Tolkien, créateur d’un monde, Conférence du 22 octobre 1999. Il testo si intitola L’utilisation ésotérique des runes et des écritures elfiques par J.R.R. Tolkien, con traduzione a cura di Francesco de Virgilio.
Per le mappe mi sono ispirato all’opera di Karen Wynn Fonstad, “The Atlas of Middle-Earth”, esauriente e formidabile atlante dedicato alla Terra-di-Mezzo.
Rimando qualsiasi altra ricerca alla lettura delle opere di Tolkien (non solo sulla Terra-di-Mezzo) e alla raccolta delle sue lettere, “La realtà in trasparenza”.
