

Michelangelo Coviello, Pape Satan, New Press Edizioni, 2020
Quando ho iniziato a leggere il libro di Michelangelo Coviello ero convinta che si trattasse di un ibrido. Forse ero influenzata dalla recente lettura degli “Apocrifi” di Marco Ercolani, quelli di cui nel Nottario dice che inventano “dei falsi d’anima che raggiungono effetti di verità.” Procedendo nella lettura, però, mi è sembrato che non di apocrifo si potesse parlare ma di una specie di indagine, una ricognizione per indizi che, pur aderendo alla realtà dei fatti (così come venivano descritti dalle fonti) arrivava a disegnare profili di personaggi e letture di eventi, inediti e imprevedibili. Il motore creativo, infatti, lungi dal rincorrere metafore o, meglio, allegorie, era orientato a individuare, grazie alla ricerca, verità “altre” desunte da testimonianze. Tali verità consentono una logica, fiera di autonomizzarsi distanziandosi dalle interpretazioni ufficiali e affrancata quindi dal rischio che tali interpretazioni risentano dei dilemmi di chi le ha proposte. E i dilemmi di Coviello? Alcuni di essi formano l’ossatura del testo quali: che rapporto intercorre tra colpa e perdono? Il perdono può essere concesso ad ogni colpa? Come commisurare la pena ad ogni tipo di colpa?
Tali dilemmi non possono che ricadere sul ritratto dei protagonisti: Bonifacio VIII e Dante. Bonifacio è un gigante di spudoratezza e cinismo, preda di impulsi incontenibili. Dante, genio della parola, è ancorato ad un ideale di spiritualità cui spesso non riesce ad attenersi nei fatti. Egli pratica il linguaggio come una fede, con immane fatica. Lo pratica come invenzione e ricerca ma non riesce ad evitare che tra le righe si insinuino episodici sospetti di “linguaggio come truffa”. E’ il caso dell’equivoco in cui il Poeta trascina il lettore circa la data d’inizio della stesura della sua Commedia. Si può leggerlo come un tentativo di attribuirsi funzioni vaticinanti tipiche dei primordi (le antiche profezie erano in versi) mutuando così dalla sua stessa opera la sacralità che la contraddistingue. Qui c’è il Coviello che conosco: quello che ribalta gli schemi ma anche quello che sa giocarsi alla grande le proprie parti antagoniste. La nostalgia per una visione fideistica della vita sopravvive accanto al dubbio cinico circa la totale e crudele casualità degli eventi. Deliziose le figure dei due ragazzi incaricati di ramazzare con i loro rastrellini le monete offerte per ottenere indulgenze. Per chi tifa Coviello? Per quello che dice: “Non è che qualcuno se ne approfitta?” o per quello che è convinto che le offerte siano destinate a “dar da mangiare agli affamati… come dice il Vangelo”? E tra Bonifacio e Dante? Certo, quel Bonifacio che impone al popolo le leggi della chiesa e nel contempo sostiene in privato che “il parto verginale sia un assurdo”, che “l’incarnazione del figlio di Dio sia ridicola”, che “l’anima muore con il corpo”, si sente che affascina Coviello. E’ il fascino di chi mette allo scoperto i “cattivi pensieri” e, soprattutto, che osa sfidare Dio. Ma Coviello è un poeta e un poeta non può che tifare per quello i cui versi “vengono mandati a memoria dai ragazzi che li ricopiano e li studiano”. Uno che “nuota nella lingua come un pesce nel mare.”
Per fortuna Michelangelo può contare sulla propria molteplicità e sul pendolarismo con cui riesce a spostare il proprio punto di vista da un angolo di visuale ad un altro senza che alla sua prosa vengano meno senso del ritmo ed eleganza.
Caterina Galizia
