(LUME OBLIQUO). Maria Luisa Vezzali

Maria Luisa Vezzali, lineamadre, Roma, Donzelli, 2007.

Maria Luisa Vezzali

Ogni autentica poesia vive in un terreno di antitesi che spesso sono inconciliabili e tendono a creare cortocircuiti: «per quante volte ci moltiplichiamo/ nella stanza buia il moto a ritroso/ si inceppa in avanti: lo specchio/ è vuoto e forse anche irridente/ oppure è l’occhio/ incapace di vedersi// fino alla fine». La poesia di Vezzali vuole abitare il paradosso di questa lingua non conciliata, dove le parole sono sempre indizi di metamorfosi, segnali di visioni, avvisi di un oltre: «le mani diventano altre cose/ che strumenti per prendere o per dare/ raggi sonde scale/ per precipitare». Il paesaggio è quello di un invasamento centrifugo, che richiama a un centro assente, dominato da un colore bianco. Sembra, leggendo, di vederlo, questo vortice bianco, dove le parole si sciolgono dalla prigionia del corpo terreno, si protendono verso «un’abissale voce inversa/ senza capire nulla». Ma il corpo insegue le parole con la stessa passione con cui le parole cercano di staccarsene e di scintillare di vita propria. La lingua della Vezzali capta le tensioni implosive-esplosive della ‘parola mistica’, alterna immagini abbagliate a improvvise oscurità, esce ed entra dal corpo dello scrivente e dalla materia della parola. «Il mistico incide il suo gesto nell’essere. Il poeta nell’essere della parola» (Scataglini). La ‘linemadre’ evocata dal titolo è la terra di confine di queste metamorfosi, con quel «gusto di meteora sotto le unghie», quel dionisiaco pullulare di colori, dal rosso al bianco, fino ai silenzi acromatici del nulla. «ci sono ore in punta di compasso/ con pochi giri/ di senso incerto […] ore minuti cerchi/ giunti a morire qui/ nel lazzaretto di questa stanza/ stanza potente stanza/ senza porte/ così accecante da quando hai sparato/ alla lampada/ che non vedo più neppure l’ombra/ della penna//i sassi dentro al vaso/ sono cristalli recisi di scelta/ se viene nero/ il frutto resta/ assiderato».

Assistiamo a una letterale, turbinosa trasformazione degli oggetti. I sassi sono fiori recisi. La fine della vista artificiale – la lampada fracassata – coincide con l’esplosione della vista interna che scaturisce, veggente, dal buio. Domina lo sguardo poetico, la superficie assoluta, dove tutte le energie confluiscono. «Indicibile/ lo sguardo di nuovo diretto// sulla brutale nudità ricambiato/ ritmo rimisurato// tela imbiancata/ papiro eraso// per preparare la prossima/ raccolta di forze// o forse la prossima damnatio/ memoriae».

La poesia di Vezzali – «occhi che pulsano senza vedere/ non ci servono le interpretazioni» – vive intera nel suo slancio, nel suo impetuoso ascendere-sprofondare, nel suo trascinare tutti i frammenti in un pulviscolo di luce. I titoli di alcune sezioni – «vasi di splendore», «il forte senso della fiamma» – sono di per sé indicativi: «le visioni ora sono dentro al corpo/ prigioniere però no, non del tutto che percorrano/ la rete delle vene non è strano/ che trascinino le parti profonde/ del cielo giù attraverso la trachea/ sotto le volte cave dei polmoni/ rimescolandosi ottavo elemento».

La poesia è l’atto di ampliare la voce, di farsi cassa di risonanza di visioni tattili, acustiche, visive: «angelo sodo, angelo senza profumi// pietra-magnete dell’amore perfetto»; «prima di noi per noi/ deserto tutto// mai strade cielo sfide/ sintassi». Nella liturgia appassionata ed eccessiva di un canto che non smette di effondersi, Vezzali costruisce una laica liturgia barocca, alla continua ricerca di un silenzio anelato, pronunciato, gridato. In questo viaggio difficile: «se persino tra noi a volte/ la spalla urta lo spigolo»; «se persino tra noi a volte/ il lume delle ciglia è obliquo», Vezzali trova le radici surrealiste di certa poesia spagnola (primo fra tutti Vicente Aleixandre) e i cortocircuiti sintattici di una poesia ‘femminile’ come quella di Adrienne Rich e Anne Sexton.

Libro maturato e sofferto per oltre un decennio, lineamadre è invasamento, architettura, chiaroscuro. La scrittura poetica, pur restando «papiro eraso» e «tela bianca», trova schegge di immagini dentro nuclei linguistici compatti e densissimi, per testimoniare l’indicibile a cui anela, con l’impeto dolente di una sua ‘piccola eternità’ di parole.

(M.E.)

Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Vertigine e misura. Appunti sulla poesia contemporanea, con una nota critica di Gabriela Fantato, Milano, La Vita Felice, 2008.

Lascia un commento