DIRE TUTTO ALLE CASE. Thierry Metz

Traduzione e cura di Mia Lecomte

Questo volume di Thierry Metz, Dire tutto alle case (Interno Poesia 2021) è tratto da Poésies 1978-1997, Pierre Mainard, 2017. Tradotto e curato da Mia Lecomte, il poeta è già noto in Italia per almeno tre volumi di prosa e poesia: L’homme qui penche, Bordeaux, Opales/Pleine Page, 1997 (poi 2008; e Nice, Editions Unes, 2017. In italiano L’uomo che pende, Pistoia, Edizioni
Via del Vento, 2001, traduzione di M. Rouan e L. Gonfiantini); Sulla tavola inventata, Milano, Edizioni degli animali, 2018, traduzione di R. Corsi; Manuel d’un manœuvre, Paris, Gallimard, 1990 (in italiano Diario di un manovale, Milano, Edizioni degli Animali, 2020, traduzione di A. Ponso).

Nella sua prefazione Lecomte scrive: «In 76 clochards célestes ou presque Thomas Vinau assembla una galleria di mini-ritratti di scrittori, poeti, artisti, musicisti décalés – Charles Bukowski, Billy Holiday, Blaise Cendrars, Albert Cossery, Nicolas Bouvier, Francis Bacon… – esistenze “estranee” e marginali, spesso di malattia e sofferenza, dotati del potere taumaturgico di guarire il mondo con i loro distillati di bellezza. Avventurieri “del minuscolo”, “feriti fedeli alle proprie ferite”, “inconsolati che consolano”, della cui famiglia fa parte anche Thierry Metz: “La sofferenza ha escluso Thierry Metz dalla vita. Non era uno debole. Prima di tutto era poeta. No, manovale. No, poeta. No, manovale. Prima di tutto era poeta e manovale.era poeta e manovale. Scriveva con il piccone. Una volta evaporato il sudore, l’inchiostro diceva la pietra. E la mano. E il respiro. L’inchiostro diceva il niente. La bottiglia e la fatica. Il tempo che scava i lombi. Il collega. Il capo. Il muro. In altre parole, l’inchiostro diceva il tutto. Tutto di una vita piena. Il suo piccolo cielo. L’acqua e il cemento. Ad altezza d’uomo. E poi la tragedia ha fatto il suo lavoro. Una tragedia famigliare, come si suole dire. La peggiore”».

Un poeta suicida. Uno dei molti che affollano la letteratura poetica, da Remo Pagnanelli a Marco Amendolara, da Edouard Levé a Nadia Campana. I loro profili vitali sono tutti diversi. Ma un legame accomuna questi poeti estremi: da un lato il coraggio di mettere il punto finale al flusso della vita, dall’altro la capacità di avvertire, nelle cose esterne e interne, non le armonie di un tempo quotidiano ma una vibrazione di magica intensità e anche di intollerabile angoscia. La follia è questa risonanza di cui non si riesce a controllare l’eco. Ascoltiamo la voce di Metz:

«Una radura non può dirsi / che il mattino presto prima della favola / quando il gallo ancora / può separare chicchi e ami».

«Nell’angolo improvvisato / irrompe il coltello. / Raccogliamo l’orrore al centro del pavimento / potiamo la casa. / Uomo disalberato / tra le ruote e le antenne: / il suo viso ci trascina a terra».

«Nella voce tua che sorvolavi / qualcuno rimestava sabbia / impastava vita e morte. / Qualcuno scherzava. // Solo il bambino prossimo alla morte / sapeva che dal coro delle parole / sarebbe sorto il giardino, / un’erba sola: irriducibile».

Scrive Mia: «I testi qui tradotti – una scelta dalla silloge edita da
Pierre Mainard che raccoglie poesie mai uscite in volume – abbracciano un arco temporale che va dal 1978 al al 1997. Precedenti alla prima pubblicazione di Metz e contemporanei all’ultima, permettono così di avere
uno sguardo di insieme sul suo percorso poetico; quella che potremmo definire come una parabola, appunto, della sparizione, fabbricata “corporalmente”, giorno dopo giorno, lungo vent’anni di scrittura. E in questo consiste soprattutto la difficoltà di una traduzione che deve rendere conto di tale progressivo e inesorabile smottamento nel bianco. Un registro volutamente basso, sussurrato con esattezza, proteso sul precipizio
dell’essere. «Solo il verbo esprime, il resto non conta», nelle parole del poeta a Thierry Courcaud, che lo racconta nel ricordo in apertura dell’edizione Mainard. Ed è infatti il verbo il cardine dell’edificio di luce che le mani-inchiostro di Metz affidano all’inesorabile, la scansione ovattata del metronomo su cui la traduzione deve adattare l’incedere lungo la voragine. Agire onesto e implacabile del verbo, chiarezza abbacinante della sua
direzione».

Mia Lecomte individua la progressiva sparizione del poeta. Il poeta-manovale, che lavora col piccone, nel suo “dire tutto alle case” alla fine sgretola il suo stesso gesto, per ritrovarsi in un al di là del linguaggio sempre altrove da qui.

«Anzitutto leggere / passare da una prossimità all’altra, / ritrovarsi nel linguaggio / solo per essere qui / con i propri altrove – forse / con tali altrove partire, / forse non essendo il punto d’incontro / di ciò che forse è noi / senza di noi /che non incontriamo mai / altrove da qui». Quuando il dramma entra clamorosamente in scena nella vita di Thierry Metz, quando Vincent, il secondo figlio di otto anni, muore davanti ai suoi occhi travolto da un’auto, il poeta crolla nella depressione e nell’alcolismo. Dopo il trasferimento a Bordeaux, nel 1996, e due ricoveri nell’ospedale di Cadillac, “padiglione Chardot”, il 16 aprile 1997 si toglierà la vita.

Riesco a seguirlo / ma solo in un’altra lingua / che tutto attraversa continuamente / merlo foresta / l’ombra con / la persona /
che non è nulla / senza il ramo / ciò che è l’uomo irraggiungibile».

Uomo irraggiungibile. Uomo raggiunto.

Uomo in piedi. Uomo che pende.

Thierry Metz.

(M.E.)

Mia Lecomte



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