RUDIMENTI DI SQUILIBRIO. Giuseppe Pellegrino

di Giuseppe Pellegrino

Equilibrismi (china su carta)

03.

Questa pelle è niente. Questo niente è una pelle. Una pelle di tamburo dove suona la pioggia.

04.

Pronunciare ad alta voce il nome dell’individuo per invitarlo ad uscire dall’Albero Tamburo.

05.

Un colpo di dadi non abolirà l’azzardo di un ordine e connessione fra le cose come ordine e connessione fra le idee.

06.

Il pensiero non si forma, non si delinea se non attraverso percorsi nascosti. Il pensiero si muove come sott’acqua. E per avere un pensiero pertinente a qualcosa, bisogna pazientare ore. Ore di veglia sottratte al riposo, ci si stanca a rimanere sempre vigili sperando nell’abboccamento di un pensiero in un momento di distrazione. Per avere un pensiero pensato da tutto il mare del pensare, per lo meno averne uno in un giorno se si è fortunati, ogni tanto se tutto sommato è un buon periodo, non basta avere il tempo per pensare. Occorre anche lo spazio. E cambiando spazio cambia anche il pensiero.

07.

Decidere di cambiare strada solo dopo averla sbagliata: il fieno improvvisamente profuma dai campi al cielo. Sembra troppo poco il tempo per poter dire qualcosa. Ma lo stesso tempo è sufficiente quando si inciampa.

Muffe (biro nera su pagina di libro)

83.

Scrivere è come seppellire. Le parole che scriviamo vengono chiuse in un testo, dove rimangono giacendo nel silenzio e nell’ombra, fino a quando qualcuno accedendovi le riscopre. Decifrare (decriptare) è un’operazione che si compie quotidianamente. Sembra veloce, immediata. Eppure ha una parte seppellita, nascosta in stratificazioni sempre più antiche, incrostate di fossili, dopo modificazioni telluriche, con molte perdite di memoria simili a caduti sul campo, come la capacità delle lettere non solo di servire a comporre le parole, ma anche di parlare da sole. E ponendo quindi che questa capacità sia stata perduta, le lettere ora sarebbero rimaste ammutolite. Nondimeno, scrivere per chi lo fa somiglia al disseppellire, al portare alla luce. Piuttosto che un vestire corpi morti di lettere, sembra una ricerca in cui è difficile prevedere cosa si scoprirà durante il proprio scrivere, poiché lo si potrà sapere solo alla fine, quando cesserà il bisogno di scriverlo.

Truciverba (pennarello su settimanale)

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Se tu provassi a scrivere dal basso verso l’alto, noteresti che nonostante la tua intenzione di rimanere leggibile, chiaro, le lettere tenderebbero inevitabilmente ad oscurarsi come schiacciandosi una sull’altra, a consumarsi come per un silenzioso attrito.

Vedresti che il testo ha conservato comunque una sua linearità e che la pagina non si è trasformata completamente in uno spazio ideografico, dove si prevedono ricerche di senso secondo più e vari percorsi; piuttosto, il tuo procedere avrebbe solo un senso, quello contrario.

La scrittura ti potrebbe sembrare come in equilibrio, diventata spessa, fatta di un inchiostro chitinoso, mutata in un qualcosa dentro un suo mondo fisico, terreno, sottoposto alla forza di gravità, alle condizioni di un corpo costantemente costretto a bilanciarsi perché costantemente in condizioni di cadere.

Verificheresti che questo scrivere necessita di un certo esercizio muscolare, e che sarebbe molto più faticoso se in ogni foglio venissero formulate molte frasi. Poche, invece, per favorire la concentrazione; e di solito una soltanto.

Se provassi a scrivere a lungo una stessa frase (cosa che a scuola un tempo curiosamente si chiamava “penso”), saresti portato a rilevare che il suo significato tende a svuotarsi, a perdere la sua ovvietà, diventando diverso, poi problematico, poi più nulla. Cosa avresti scritto?

Rimarresti come sospeso al filo del tuo pensiero: avendo appena vergato di una frase la versione giusta, di senso finalmente compiuto in un trionfale qui ed ora, solo un momento dopo avresti il dubbio che di quella versione sia più precisa un’altra, e muovendoti leggermente potresti constatare di doverla modificare in un’altra ancora. Di continuo. Entreresti in un movimento ricorsivo, in cicli che si susseguono senza mai stabilmente coincidere; e probabilmente ti chiederesti anche da dove viene tutta questa tua pazienza. Per non dire accanimento.

Dunque scriveresti dal basso verso l’alto e nel contempo la frase avanzerebbe come ruotando. Tutti quei tentativi di giungere alla sua formulazione esatta verrebbero registrati uno di seguito all’altro, senza sovrapporre correzioni, in modo che la frase stessa si espanda, si allunghi sempre di più, con un effetto di sprofondamento, di eco, facendosi sempre più strada fino a quella presunta versione conclusiva, estenuata, simile a un ipotetico avversario messo a terra e lasciato lì, insieme a te.

Ma se provassi a guardarla, la tua pagina appena compiuta, potresti anche non avere l’impressione di averla costruita dal basso; al contrario, invece, dall’alto, per caduta, come le guglie di sabbia sulla riva. Per un motivo non ancora chiaro, innalzare somiglierebbe a cadere. E la cosa ti suonerebbe vagamente sinistra

Volume (pennarello su carta)

Giuseppe Pellegrino, nato nel 1960, vive e lavora a Genova. Il suo interesse per la scrittura lo ha portato ad indagarne anche i suoi aspetti visuali e concreti; “materia (s)vista in parola, immanenza che (mi) morde il dito”, annota in una sua opera. E’ stato molto attivo nel campo del libro inteso nella sua dimensione oggettuale e scultorea. Ha cominciato ad esporre nel 1999, grazie all’interesse della Galleria IL Gabbiano – La Spezia. Da allora ha continuato ad esporre sia in mostre personali e collettive, nazionali ed internazionali. Sue opere sono presenti in collezioni private e pubbliche. Fra queste il Museo della Carale di Ivrea, La Biblioteca Casanatense di Roma, il Museo Civico di Matino (Lecce).

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